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S. Aksakov
IL FIORELLINO
ROSSO
S. Aksakov
IL
FIORELLINO
ROSSO
Illustrazioni di G. Anfilova
Traduzione dal russo di Stefania Jaconis
EDIZIONI PROGRESS
MOSCA
In un regno qualunque di un paese qualunque viveva un
ricco mercante.
Egli possedeva ricchezze infinite — merci pregiate, perle,
pietre preziose, monete d'oro e d'argento. Aveva inoltre tre
figlie, tutte bellissime, soprattutto la minore. Egli amava le sue
figliole piú di tutte le ricchezze, le perle, le pietre preziose
e le monete d'oro e d'argento, perché era vedovo e non aveva
chi amare. Il mercante voleva un gran bene alle figlie
maggiori, ma amava la figlia minore in modo particolare,
perché era migliore e piú affettuosa delle sorelle nei suoi
riguardi.
Un giorno questo mercante stava per partire per un viaggio
d'affari, in un regno lontano, e disse alle figlie:
— Figliole mie care, figliole mie adorate, per i miei affari
devo recarmi in un regno tanto lontano che non so quanto
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tempo impiegherò. Durante la mia assenza vi ordino di vivere
in modo retto e di non bisticciare tra voi. Se cosí farete, vi
porterò in dono le cose che piú desiderate: vi do tre giorni per
decidere quali doni desiderate e per farmelo sapere.
Le figlie pensarono tre giorni e tre notti, dopo di che
andarono dal padre e gli dissero quali erano i doni che
desideravano. Per prima parlò la figlia maggiore, che s'inchinò
davanti al genitore e disse:
— Padre mio adorato, non mi portare broccati d'oro e
d'argento, né pellicce di zibellino, né perle, ma portami invece
una corona d'oro con pietre preziose, splendente come la luna,
luminosa come il sole, tale che durante la notte rifulga come
fosse giorno pieno.
Il mercante rifletté per alcuni istanti e poi disse:
— D'accordo, figlia mia cara, figlia mia adorata, ti porterò
la corona che desideri. Conosco un uomo, in un paese al di là
del mare, che me la può procurare: una principessa che vive in
quel paese la tiene in un nascondiglio di pietra. Questo
nascondiglio si trova in una montagna di pietra, alla profondità
di tre metri, ed è chiuso dietro tre porte di ferro con tre
catenacci. Non sarà un compito semplice, ma non vi sono
difficoltà insormontabili per i miei denari.
S'inchinò di fronte al padre la seconda figlia che disse:
— Padre mio adorato, non portarmi broccati d'oro e
d'argento, né pellicce di zibellino siberiano, né monili di perle,
né corone d'oro con pietre preziose, ma portami invece uno
specchio di cristallo orientale, purissimo, in cui io possa vedere
riflesse tutte le bellezze della terra e tale che, guardandomi in
esso, io non invecchi mai e veda la mia bellezza accrescersi
sempre piú.
Il mercante si mise a pensare e pensò per un tempo che
dirvi non so, dopo di che pronunciò le seguenti parole:
— D'accordo, figliola mia cara, buona e bella: ti porterò lo
specchio di cristallo, ne possiede uno la figlia del re di Persia,
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la giovane principessa, di avvenenza indicibile e indescrivibile.
Lo custodisce in un'alta torre di pietra, che si trova in cima a
una montagna pure di pietra, alta trecento metri. Per accedervi
bisogna passare attraverso sette porte di ferro con sette
catenacci pesantissimi. Per arrivare in cima alla torre bisogna
salire tremila scalini, su ognuno dei quali sta di guardia, giorno
e notte, un guerriero persiano con una spada d'acciaio di
Damasco, e le chiavi di quelle porte di ferro la principessa le
porta sempre con sé nella cintura. Ma io conosco, al di là del
mare, un uomo in grado di procurarmi questo specchio. Il
compito che mi affidi è piú difficile di quello di tua sorella, ma
con i miei denari supererò ogni ostacolo.
S'inchinò allora dinanzi a lui la figlia minore che disse:
— Padre mio adorato, non portarmi broccati d'oro e
d'argento, né zibellini siberiani, né monili, né corone di pietre
preziose, né specchi di cristallo, ma portami invece un fiorellino
rosso, di cui al mondo non ne esista uno piú bello.
Il mercante si mise a riflettere ancor piú profondamente di
prima, e rimase a pensare per un tempo che dirvi non so. Infine
abbracciò la figlia minore, a lui piú cara di tutte, la baciò,
l'accarezzò e disse:
— Il compito che mi hai dato è piú difficile di quello delle
tue sorelle. Come faccio a mettermi alla ricerca di una cosa che
non conosco? Un fiorellino rosso posso ben trovarlo, ma come
posso essere sicuro che al mondo non ne esiste uno piú bello?
Farò del mio meglio, ma non adirarti se non sarà proprio quello
che vuoi.
Egli congedò le care figlie e si preparò per il lungo viaggio
al di là del mare; questi preparativi durarono per un tempo che
non so dirvi, ma che è piú lungo del tempo che occorre a
raccontare una favola. Infine si mise in viaggio.
Il mercante attraversò terre meravigliose al di là del mare e
approdò in regni sconosciuti, dove comprò merci a un terzo del
loro prezzo e vendette le sue tre volte piú care, e scambiò
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merci con merci, ottenendo in sopraggiunta oro e argento.
Caricò alcuni battelli di monete d'oro e li rimandò a casa.
Trovò il dono che desiderava la figlia maggiore, una corona con
pietre preziose che in piena notte riluceva come fosse giorno. E
si procurò anche il dono promesso alla seconda figlia, uno
specchio di cristallo purissimo, in cui si vedevano riflesse tutte
le bellezze del mondo, tale che, guardandovisi, una fanciulla
vedeva la sua bellezza accrescersi col tempo. Ma non riuscí a
trovare il dono promesso alla figlia minore, la piú amata: il
fiorellino rosso piú bello che esista sulla terra.
Nei giardini degli zar, dei re e dei sultani egli vide una gran
quantità di fiorellini rossi, alcuni di bellezza indicibile; ma
nessuno poteva garantirgli che al mondo non ve ne fossero di piú
belli, e a lui stesso riusciva difficile crederlo. Un giorno,
mentre era in viaggio con i fidati servitori attraverso aridi
deserti e fitte foreste, fu assalito improvvisamente da banditi
tartari, turchi e indiani. Per sfuggire al pericolo, il mercante
abbandonò le sue carovane con le ricchezze e i servitori fedeli,
e si rifugiò nel bosco oscuro, pensando: «Meglio essere
sbranato da bestie feroci che cadere in mano ai banditi e finire i
miei giorni in loro prigionia».
Camminò a lungo per questo bosco fitto, impenetrabile,
tenebroso e, man mano che camminava, sembrava che di
fronte gli si aprisse un sentiero, come se gli alberi scostassero i
loro rami di fronte a lui e i cespugli si scansassero per fargli
strada. Se si voltava indietro, però, il bosco gli appariva piú
impenetrabile che mai, e cosí se guardava a destra o a sinistra.
Il mercante si meravigliò, non riuscendo a capire cosa stesse
accadendo, ma proseguí nel cammino lungo la strada che si
apriva davanti ai suoi passi. Un giorno intero camminò, dal
mattino alla sera, senza udire né il ruggito di una belva, né il
sibilo di un serpente, né il grido della civetta, né il cinguettio
degli uccelli, come se tutto intorno fosse coperto da un velo
di morte. Calarono le tenebre: ovunque era buio pesto, ma la
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strada sotto i suoi piedi era illuminata a giorno. Continuò a
camminare e, verso mezzanotte, vide dinanzi a sé un
bagliore, come d'incendio, e pensò: «Evidentemente è il bosco
che sta andando a fuoco: è meglio che non vada in quella
direzione, che potrebbe essermi fatale».
Si voltò all'indietro, ma il sentiero era scomparso e non
c'era modo di proseguire; la stessa cosa avveniva se provava a
dirigersi a destra o a sinistra. Se invece si muoveva in avanti,
ecco che riappariva il sentiero. «Allora rimarrò fermo in questo
punto e aspetterò che il bagliore vada da un'altra parte, o che
scompaia del tutto».
Rimase ad attendere, e in ogni caso non c'era scampo, il
bagliore prese a dirigersi proprio verso di lui, raggiungendo il
massimo fulgore proprio vicino a lui. Egli pensò un po' e
decise di continuare ad andare avanti, ormai certo della
prossima morte. Si fece il segno della croce e andò avanti.
Man mano che avanzava, il bagliore si faceva sempre piú
intenso, sempre piú sembrava giorno pieno, ma non si sentiva il
crepitio di un incendio. Infine giunse in un'ampia radura, in
mezzo alla quale si trovava una casa che non era una casa, ma
un palazzo principesco o reale. Il palazzo era tutto illuminato,
risplendeva di ori, argenti e pietre preziose; riluceva ed era
come ardente, ma non si vedeva fuoco: era come un rosso
fuoco, tanto che faceva quasi male fissarvi lo sguardo. Le
finestre erano tutte aperte e dall'interno arrivava una musica
dolcissima, che il mercante non aveva mai sentito.
Egli attraversò l'enorme e maestoso portale spalancato ed
entrò nell'ampio cortile. La strada si trasformò in un vialetto
lastricato di marmo bianco, i cui lati erano ornati da fontane
zampillanti, grandi e piccole. Una scalinata tappezzata di panno
rosso, con la balaustra dorata, immetteva nel palazzo.
L'uomo entrò nella prima stanza, e non vide nessuno; in una
seconda, in una terza: tutte vuote. Arrivò sino alla decima,
vuota anch'essa. Ovunque l'arredamento era di tipo regale, di
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una sontuosità mai vista: oro, argento, cristalli orientali, avori
finissimi.
Il mercante si meravigliò di tale smisurata ricchezza e
ancor piú del fatto che non si vedevano né il padrone di casa
né la servitú, mentre la musica continuava a suonare. A quel
punto gli venne fatto di pensare: «È tutto bellissimo, manca
solo qualcosa da mangiare» e all'istante gli comparve di fronte
una tavola imbandita, con cibi prelibati e vini pregiati, serviti su
piatti d'oro con posate d'argento massiccio. Senza indugio
sedette a tavola e mangiò e bevve a sazietà, dato che non
toccava cibo da un giorno. Il cibo era di bontà indicibile e
tanto piú egli lo apprezzò, avendo passato giorni e giorni in
viaggio tra foreste e deserti. Si alzò da tavola e, con un certo
imbarazzo, pensò che non poteva ringraziare nessuno per il
lauto banchetto. Si era appena alzato, che il tavolo scomparve
con tutto quanto, mentre la musica continuava a suonare.
Il mercante, sbalordito da queste continue meraviglie, si
mise a girare per le stanze sfarzose, pensando fra sé: «Adesso
sarebbe bello stendersi e riposare un po'». Detto fatto: subito
di fronte a lui apparve un letto intagliato in oro puro, su gambe
di cristallo, con un baldacchino d'argento intarsiato di perle e
un cuscino di morbidissime piume di cigno.
Il mercante si stupí di questo nuovo prodigio e si stese
sull'alto letto. Scostando le cortine d'argento si accorse che
avevano la leggerezza e la finezza della seta. La stanza divenne
buia e la musica si attenuò. L'uomo pensò: «Ah, potessi ora
rivedere le mie figliole, almeno in sogno!», e si addormentò
all'istante.
Il mercante si svegliò quando il sole era già alto e quasi non
riuscí a tornare in sé perché tutta la notte aveva visto in sogno
le sue amate figliole, aveva visto che le due piú grandi
passavano il tempo in allegria e gaiezza e che solo la piú
piccola, la sua prediletta, era triste. Le due piú grandi avevano
ricchi fidanzati e si apprestavano a sposarsi senza neanche
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attendere la benedizione paterna, mentre la minore, bella come
il sole, non voleva neanche sentir parlare di matrimonio fino al
ritorno del padre. Il cuore dell'uomo si riempí di gioia, ma
anche di tristezza.
Si alzò dall'alto letto e accanto era già pronto per lui un
abito, mentre dell'acqua veniva versata in un vaso di cristallo.
L'uomo si lavò e si vestí e non si meravigliò neanche piú del
nuovo prodigio: sul tavolo era allestita una ricca colazione, con
tè e caffè. Dette le sue preghiere, fece colazione e di nuovo si
mise a girovagare per le stanze, per ammirarle alla luce del
sole. E tutto gli sembrò ancora piú bello del giorno prima. Dalle
finestre spalancate vide che attorno al palazzo vi erano giardini
curati, con fiori di bellezza mai vista. Gli venne voglia di fare
una passeggiata in quei giardini.
Scese per un'altra scalinata, di marmo verde e malachite,
con balaustre dorate, che portava direttamente ai giardini.
Passeggiando ammirò i frutti maturi dai colori accesi, che
veniva voglia di mangiare a guardarli, e i fiori di bellezza rara,
delicatissimi, dai colori variopinti. Intorno volavano uccelli di
strane specie, che sembravano ricamati d'oro e d'argento su un
velluto verde, e cantavano canzoni paradisiache. Fontane
altissime gettavano acqua, e si udiva il rigoglio di ruscelli
cristallini.
Il mercante continuava a passeggiare, e non sapeva piú
dove volgere lo sguardo e dove tendere l'orecchio. E camminò
per un tempo che non so dirvi, ma che è piú lungo di quello
che si impiega a raccontarlo. E d'improvviso vide su un'altura
verde un fiorellino di colore rosso, di bellezza indicibile e
indescrivibile. Il cuore del mercante si riempí di gioia, si
avvicinò al fiorellino, che emanava un profumo talmente
intenso che l'effluvio si spandeva per tutto il giardino, con le
gambe che gli tremavano dall'emozione e disse con voce piena
di gioia:
— Ecco il fiorellino rosso di cui non esiste piú bello sulla
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terra, quello che mi ha chiesto la mia figliola prediletta.
Dette queste parole, strappò il fiorellino rosso. In quello
stesso istante, nel cielo privo di nubi lampeggiò un fulmine e
risuonò il fragore di un tuono e sembrò che la terra fosse
scossa da un sussulto. D'improvviso apparve, come scaturito
dal nulla, un essere dalle fattezze mostruose, metà uomo e
metà bestia, pauroso a vedersi, che con voce cavernosa disse:
— Che cosa hai fatto? Come hai osato, nel mio giardino,
strappare il mio fiorellino preferito? Era la cosa che piú avevo
cara al mondo. Ogni giorno guardandolo il mio animo si
placava e tu mi hai privato dell'unica consolazione della mia
vita. Io sono il padrone del palazzo e del giardino, ti ho accolto
come ospite e convitato di riguardo, ti ho dato da mangiare, da
bere e da dormire e tu cosí mi ripaghi della mia bontà? La tua
amara sorte sarà quella di pagare la tua colpa con la morte!...
E l'eco rimandò le terribili parole: «Pagare la tua colpa con
la morte».
Il mercante tremava tutto per la paura. Si guardò intorno e
vide che da tutte le parti, da ogni albero e da ogni cespuglio,
dall'acqua e dalla terra, si propagavano emanazioni di una forza
sovrannaturale e terribile. Il poveruomo cadde in ginocchio
di fronte a quell'essere mostruoso e l'implorò con voce
lamentosa:
— Onesto signore, animale della foresta o mostro marino...
non so come chiamarti. Ti prego, non distruggere la mia vita
per un atto di ardire innocente, non farmi uccidere e concedimi
di parlare prima di decidere della mia sorte. Io ho tre figlie,
buone e belle e a me molto care. A ognuna di loro avevo
promesso di portare un regalo: alla maggiore una corona di
pietre preziose, alla seconda uno specchio di cristallo, e alla piú
piccola un fiorellino rosso che al mondo non ve ne siano di piú
belli. Sono riuscito a trovare quanto promesso alle due piú
grandi, ma il regalo per la figlia minore non sono riuscito a
trovarlo. Vidi, nel tuo giardino, il dono che tanto avevo
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cercato, il fiorellino rosso piú bello del mondo, e pensai che a
un signore cosí ricco, generoso e potente, non sarebbe
rincresciuto privarsi del fiorellino rosso che desiderava la mia
figliola prediletta. Mi riconosco colpevole di fronte a te,
ma perdona la mia stoltezza, lasciami tornare dalle mie amate
figlie e regalami il fiorellino rosso per la mia figlia prediletta.
Io ti ripagherò in oro, quanto ne vorrai.
Nel giardino risuonò una risata cavernosa, che esplose con
il fragore del tuono, e l'animale della foresta, o mostro marino,
rispose al mercante con le seguenti parole:
— Non so che farmene del tuo oro: ne ho già sin troppo.
Tu non avrai da me alcuna pietà, i miei fedeli servitori ti
uccideranno nel modo piú crudele. Hai una sola via di scampo:
io posso lasciarti tornare a casa e risparmiarti il castigo che
meriti, se tu mi dai la tua parola di onesto mercante e la tua
firma che invierai al posto tuo una delle tue buone, belle e care
figliole. Io non le farò nulla di male, ella vivrà con me e godrà
di tutto il rispetto e di tutta la libertà, dello stesso trattamento
di cui hai goduto tu nel mio palazzo. Mi sono stancato di vivere
solo e ho deciso di cercarmi una compagnia.
Il mercante cadde a terra, gli occhi gli si riempirono di
lacrime. Guardava il mostro, terrestre o marino, che aveva
davanti e il suo pensiero andava alle buone e care figliole. Gettò
un grido disperato, tanto il mostro era brutto a vedersi. A lungo
rimase ad affliggersi, con le lacrime che gli sgorgavano dagli
occhi. Infine proruppe, con voce rotta dal pianto:
— Nobile signore, animale della foresta o mostro marino,
cosa farò se le mie care e buone figliole non vorranno venire da
te di loro volontà? Non posso mica legar loro mani e piedi e
costringerle con la forza!... E come potranno arrivare fino a te?
A me sono occorsi due anni, e io stesso non saprei dire per
quali vie sono giunto sin qui.
Il mostro rispose:
— Non voglio nessuno contro la sua volontà: una delle tue
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figlie verrà qui per amore verso di te, di sua propria volontà; e
se nessuna vorrà venire spontaneamente, allora ritorna tu
stesso e sarai punito con una morte crudele. Quanto alla strada
da fare, non è affar tuo, prendi questo anello: chi lo porta al
dito mignolo della mano destra può trovarsi in un batter
d'occhio nel luogo che desidera. Ti concedo tre giorni e tre
notti di tempo.
Il mercante rifletté a lungo e infine decise: «È meglio in
ogni caso che riveda le mie figliole e dia loro la mia
benedizione paterna. E se non vorranno risparmiarmi la morte,
allora mi preparerò cristianamente a morire e tornerò dal
mostro». Siccome non era un uomo ipocrita, espose le sue
riflessioni, che comunque il mostro già conosceva. Vedendo
che diceva la verità, questi non richiese neanche una promessa
scritta si limitò a togliersi dalla zampa l'anello d'oro e a
consegnarlo al mercante.
Fece appena in tempo a metterlo al mignolo della mano
destra che improvvisamente si ritrovò vicino alla porta del suo
palazzo, nel momento in cui rientravano le carovane con i servi
fedeli, con un carico di merci e d'oro pari a tre volte quello
originario. Subito vi fu un gran tramestio, mentre le ragazze
uscivano dalle loro stanze, dove stavano ornando scialli di seta
con ricami in oro e argento. E tutte si misero a baciare il padre,
a festeggiarlo e a coprirlo di carezze, in particolar modo le
piú grandi. Ben presto si accorsero che il padre era cupo e
aveva il cuore gonfio di tristezza. Le figlie maggiori gli si
fecero da presso con domande, per sapere se per caso non
aveva perduto le sue ricchezze. Solo la minore non aveva di
questi pensieri e disse al padre:
— Non ho bisogno delle tue ricchezze, che si possono
sempre ricostituire; dimmi piuttosto qual è la pena che ti
affligge il cuore.
Allora il padre disse alle care figliole:
— Non ho perso le mie ricchezze, che anzi ho accresciuto
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di tre o quattro volte. Altro è il motivo della mia tristezza, ma
ve ne parlerò domani, perché oggi non voglio guastare la gioia
del ritorno.
Fece portare i bauli rivestiti di ferro e diede alla figlia
maggiore una corona di oro arabico ornata di pietre preziose,
che non bruciava nel fuoco e non si arrugginiva nell'acqua;
consegnò poi il dono alla seconda: uno specchio di cristallo
orientale, e alla minore, una brocca d'oro con il fiorellino
rosso. Le figlie piú grandi, fuori di sé per la gioia, portarono i
doni nelle loro stanze e stettero a rimirarseli per ore. Solo la
minore, visto il fiorellino rosso, cominciò a tremare e infine
scoppiò a piangere, come se avesse il cuore trafitto.
Il padre turbato le disse:
— Come, figliola mia cara, non sei contenta del fiore che
volevi? Al mondo non ne esiste uno piú bello.
La figlia prese il fiore senza alcuna gioia e baciò le mani del
padre continuando a piangere lacrime amare. Presto ritornaro-
no le altre due figlie, che avevano guardato i regali in lungo e in
largo e non riuscivano a riprendersi dalla gioia. Poi tutti
si sedettero alle grandi tavole di quercia con tovaglie ricamate
e si misero a mangiare cibi prelibati e a bere bevande
pregiate, accompagnandoli con conversazioni amabili e piacevoli
lazzi.
Alla sera vennero gli ospiti: parenti, amici, corteggiatori e
sbafatori. La festa si prolungò fino a mezzanotte; il
banchetto era di uno sfarzo che il mercante non aveva mai
visto in casa sua ed egli era meravigliato e non riusciva a
capire da dove venissero i servizi in oro e in argento e i cibi
squisiti.
La mattina seguente il mercante fece chiamare la figlia
maggiore, le raccontò la sua avventura con tutti i particolari e
le domandò se fosse disposta a salvarlo da morte crudele
andando a vivere dal mostro. La figlia rifiutò recisamente,
dicendo:
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— Che salvi la vita del padre la figlia alla quale egli ha
portato il fiorellino rosso.
Allora egli fece chiamare la seconda figlia, raccontò a
questa la sua avventura, con tutti i particolari, e le chiese se
fosse disposta a salvarlo da morte crudele andando a vivere dal
mostro. Anche questa figlia rifiutò recisamente con le parole:
— Che salvi la vita del padre la figlia alla quale egli ha
portato il fiorellino rosso.
Il mercante fece quindi chiamare la figlia minore e prese a
raccontarle, con tutti i particolari, la sua avventura. Non aveva
ancora finito il suo racconto che già la figlia prediletta gli stava
davanti, in ginocchio, dicendo:
— Dammi la tua benedizione, o signore padre mio adorato:
vado dal mostro terrestre o marino, per vivere presso di lui. Tu
mi hai portato il fiorellino rosso e io devo salvare la tua vita.
Gli occhi del padre si riempirono di lacrime, abbracciò la
figlia minore, la prediletta, e le disse queste parole:
— Figlia mia cara, buona e bella, figlia mia prediletta, abbi
la mia benedizione paterna, tu che ti appresti a salvare tuo
padre da morte crudele e di tua volontà decidi di andare a
vivere dal mostro. Abiterai nel suo palazzo, in mezzo a grandi
ricchezze e godendo di molta libertà. Dove si trova questo
palazzo nessuno lo sa, non vi conduce né mulattiera né strada
né pista di animale. Non sapremo nulla di te e neache tu di
noi. Come vivrò il resto dei miei giorni senza vedere il tuo caro
viso, senza udire le tue dolci parole? Mi separo da te forse per
sempre, come se ti seppellissi ancora viva.
Gli rispose la figlia prediletta:
— Non piangere, non ti lasciar prendere dalla tristezza,
signore padre mio adorato. Io vivrò tra grandi ricchezze e in
libertà e non ho paura del mostro: lo servirò con lealtà e
sincerità e forse riuscirò addirittura ad addolcirlo. Non
piangermi in vita, come fossi morta: se il Signore lo
concederà, un giorno io tornerò da te.
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Ma il vecchio mercante continuava a piangere e a singhioz-
zare, non riuscendo a trovare consolazione nelle parole della
figlia.
Giunsero le sorelle maggiori, che cominciarono a lamentarsi
per la sorte della sorellina. Soltanto quest'ultima non piangeva
e non si lamentava, e non dava neanche segni di tristezza,
mentre si preparava per il viaggio verso terre sconosciute. Fece
i bagagli e prese con sé il fiorellino rosso nella brocca d'oro.
Passarono i tre giorni e le tre notti e giunse il momento del
commiato. Il mercante baciò e accarezzò la figlia prediletta e,
piangendo lacrime amare, le impartí la benedizione paterna.
Prese da uno scrigno di ferro l'anello del mostro e lo mise al
dito mignolo della mano destra dell'amata figliola che scompar-
ve all'istante.
La fanciulla si ritrovò nelle grandi stanze del palazzo del
mostro, stesa sul letto intagliato in oro con le gambe di
cristallo, con il cuscino di piume di cigno e la cortina di seta
d'oro, come se non si fosse mossa dal suo posto, come se
vivesse lí da sempre e si fosse appena svegliata dal sonno
notturno. Si sentivano le note di una musica dolcissima, quale
la fanciulla non aveva mai udito.
Si alzò dal letto di piume e vide che tutte le sue cose e il
fiorellino rosso nella brocca d'oro erano disposte in ordine su
una tavola di malachite e notò che la stanza in cui si trovava
era piena di cose belle per tutte le esigenze: vi erano un letto,
delle poltrone, uno spogliatoio e una toletta. Una parete era
tutta di specchio, la seconda dorata, la terza d'argento e la
quarta d'avorio e ornata di preziosi rubini. «Questa deve essere
la mia camera da letto», si disse la fanciulla. Le venne voglia di
visitare tutto il palazzo e si mise a girare per le grandi stanze,
che ammirò per lungo tempo. Ogni stanza le appariva piú bella
dell'altra e tutto le sembrava piú bello che nel racconto
dell'adorato padre. Prese con sé la brocca con il fiorellino rosso
e si recò nel giardino, dove gli uccelli cantarono in suo onore le
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loro melodie paradisiache e gli alberi e i cespugli chinarono i
loro rami al suo passaggio. Anche le fontane alzarono i loro
getti e piú forte si fece sentire il gorgoglio dei ruscelli. Infine
trovò la collinetta verde dove il padre aveva strappato il
fiorellino rosso piú bello del mondo. Allora prese il fiorellino
dalla brocca d'oro con l'intenzione di rimetterlo al suo posto.
Ma appena lo toccò, il fiorellino le volò via dalle mani e andò a
posarsi sul suo stelo originario, dove la sua bellezza rifulse in
modo particolare.
La fanciulla si meravigliò di tale prodigio, si rallegrò per
l'amato fiorellino rosso e ritornò alle sue stanze nel palazzo.
Vide che in una delle stanze era apparecchiata una tavola e
fece appena in tempo a pensare: «Evidentemente il mostro non è
arrabbiato con me e in lui avrò un padrone gentile», che sulla
parete di marmo bianco apparve, a lettere di fuoco, la scritta:
«Non il tuo padrone sono io, ma il tuo servizievole schiavo.
Sei tu la mia padrona, e io esaudirò con piacere qualunque
desiderio ti venga in mente».
Appena ella finí di leggere le parole di fuoco, come per
incanto, la scritta scomparve dalla parete di marmo bianco. Le
venne voglia di mandare una lettera al padre per dargli sue
notizie. Come ebbe finito di formulare questo pensiero, davanti
a lei apparvero della carta finissima, una penna d'oro e un
calamaio. Si mise allora a scrivere al padre e alle amate
sorelle:
«Non piangete per me, non vi addolorate, poiché nel
palazzo del mostro io vivo come una principessa. Non lo vedo
e non lo sento, egli si limita a scrivermi, a caratteri di fuoco,
sulla parete di marmo bianco. Sa tutto quello che mi passa per
la testa e immediatamente esaudisce tutti i miei desideri, e non
vuole che lo consideri il mio padrone, dice, anzi, che sono io
la sua padrona».
Finita di scrivere la lettera, ebbe appena il tempo di apporvi
il sigillo che questa scomparve dalle sue mani e dalla sua vista,
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come non fosse mai esistita. La musica prese a suonare con
piú intensità e sulla tavola apparvero bevande prelibate e cibi
succulenti serviti su piatti d'oro zecchino. La fanciulla sedette
di buon umore, pur provando un po' di solitudine, perché
era abituata a mangiare sempre in compagnia. Mangiò e bevve
al suono gradevole della musica. Quando, finito il pasto, decise
di coricarsi, la musica sembrò allontanarsi e si attenuò per non
disturbare il suo riposo.
Dopo un sonno ristoratore decise di continuare la sua
passeggiata per i giardini, che non aveva finito di vedere, per
ammirarne tutte le bellezze. Gli alberi, i rami e i fiori si
inchinavano al suo passaggio e i frutti dolcissimi, mele, pere e
pesche, si offrivano alla sua bocca. Avendo passeggiato a lungo,
piú o meno fino a sera, decise di rientrare nelle sue stanze
dove di nuovo trovò la tavola imbandita con cibi prelibati.
Dopo cena tornò nella stanza dalle pareti di marmo bianco
dove leggeva le parole di fuoco, e nello stesso punto vide, di
nuovo a caratteri di fuoco, la seguente scritta:
«Sei contenta, mia padrona, dei tuoi giardini, della tua
dimora e del trattamento che ti è riservato?»
Rispose allora, con voce felice, la bella figlia del mercante:
— Non voglio essere chiamata tua padrona, ma voglio
che tu sia sempre il mio padrone buono, gentile e affettuoso.
Contro la tua volontà io non farò mai nulla e ti sono grata del
trattamento che mi riservi. E come potrei non essere contenta?
Penso che al mondo non vi sia niente di piú bello dei tuoi
giardini e della tua dimora. Io, almeno, non avevo mai visto
siffatte meraviglie e a fatica mi riprendo dall'aver visto tante
bellezze. Ho solo un po' paura a dormire sola: nel tuo grande
palazzo non c'è anima viva.
Sulla parete apparvero le seguenti parole:
«Non aver paura, mia bella padrona: non dormirai piú sola,
ma avrai accanto a te la tua serva fidata e amorevole. Il
palazzo è pieno di anime, anche se tu non le vedi e non le
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senti, che insieme a me si occupano di te giorno e notte e si
prendono ogni cura affinché non ti manchi nulla».
La giovane e bella figlia del mercante si ritirò nelle sue
stanze per dormire e accanto al letto vide la sua servetta fidata,
impietrita dalla paura, che alla vista della padrona si rallegrò
molto e, inginocchiandosi di fronte a lei, prese a baciarle le
mani. Anche la padrona fu molto contenta di rivederla e la
subissò di domande sul padre, sulle sorelle e sulla vita nella sua
casa di fanciulla. Dopo di che raccontò a sua volta la vita che
faceva e rimasero insieme a parlare fino all'alba.
Cosí continuava a vivere la giovane figlia del mercante,
bella come il sole. Ogni giorno trovava pronti per lei abiti
nuovi, confezionati con stoffe e ornamenti talmente pregiati
che non è possibile descriverli neanche in una favola. Ogni giorno
nuovi cibi e nuovi divertimenti: passeggiava per i boschi,
andava in giro su cocchi senza cavalli. I boschi oscuri si
aprivano davanti a lei facendole strada. Riprese anche i suoi
lavori di ragazza: ricamava fazzoletti in oro e in argento e
intesseva stoffe con perle. Cominciò a inviare doni all'amato
padre, ma della stoffa piú preziosa fece dono al padrone di
casa, al mostro dall'animo gentile. Si mise ad andare sempre piú
frequentemente nella sala di marmo bianco a dire al padrone
cose affettuose, a leggere sulla parete le sue risposte gentili.
Passò un tempo che dirvi non so e la giovane figlia del
mercante, bella come il sole, si abituò a questa vita. Ormai non
si meravigliava piú di nulla e niente la spaventava. Veniva
accudita da servi invisibili che le davano da mangiare, la
portavano sul cocchio senza cavalli, suonavano la musica ed
esaudivano tutti i suoi desideri. Sempre piú si affezionava la
fanciulla al suo gentile padrone, poiché capiva che davvero la
considerava la sua padrona e l'amava piú di se stesso. Un
giorno ebbe voglia di sentire la sua voce, di parlargli
direttamente, senza andare alla stanza di marmo bianco, senza
leggere le lettere di fuoco.
Chiese dunque questo piacere al mostro, ma questi era
molto titubante, poiché temeva di spaventarla con la sua voce
cavernosa. Ella però insistette tanto che il padrone dall'animo
gentile non seppe resistere e, per l'ultima volta, scrisse sulla
parete di marmo queste parole:
«Vieni oggi nel giardino e siediti nel tuo chiosco preferito,
intrecciato di foglie e di fiori e dí ad alta voce: «Parlami, mio
schiavo fedele».
Passato non molto tempo, la giovane figlia del mercante,
bella come il sole, andò nel giardino e sedette nel suo chiosco
preferito, tra i fiori, su un sedile di broccato e, col cuore che le
batteva forte, pronunciò queste parole:
— Non temere, padrone buono e gentile, di spaventarmi
con la tua voce: ora che ho conosciuto tutta la tua bontà non
mi può spaventare neanche il ruggito di una belva. Parlami pure
senza temere.
Allora sentí un sospiro dietro di sé e poi le giunse una voce
spaventosa, tonante e roca da far paura, con tutto che il mostro
si limitava a sussurrare. All'inizio la fanciulla ebbe un brivido
di terrore sentendo quel ruggito di belva, ma riuscí a dominarsi
e a nascondere la paura che provava e presto le parole di lui,
dolci e affettuose, e i suoi discorsi pieni di saggezza, la
tranquillizzarono e anzi le riempirono il cuore di gioia.
Da quel giorno in poi continuarono a parlare, e andavano
avanti cosí per tutta la giornata; si parlavano nel giardino, nei
boschi e nelle stanze del palazzo. La figlia del mercante, bella
come il sole, chiedeva:
— Sei qui, mio buono e gentile padrone?
E il mostro rispondeva:
— Sí, mia bellissima padrona, il tuo fedele schiavo, il tuo
amico fidato è qui.
A lei non faceva piú paura la sua voce terribile, e
continuavano a parlare per ore e ore.
Passò un tempo che dirvi non so e alla fanciulla, bella
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come il sole, venne voglia di vedere il mostro con i propri
occhi, e gli chiese questo piacere. Per molto tempo il mostro
glielo rifiutò, temendo di spaventarla, dato che era brutto
quanto non posso dirvi, e non solo gli esseri umani, ma persino
le belve della foresta venivano prese dal terrore e fuggivano di
fronte a lui. Le rispondeva con queste parole:
— Non chiedermi, mia bellissima padrona, di mostrarti il
mio viso ripugnante e il mio corpo deforme. Alla mia voce ti
sei abituata e ora viviamo in amicizia, non ci separiamo mai,
mi vuoi bene per il grande amore che ti porto; ma vedendomi
tu mi avresti in odio per la mia bruttezza, mi scacceresti da te e
io ne morrei di dolore.
Ma la fanciulla non stava a sentire le sue parole, lo
supplicava con sempre maggiore insistenza, giurando che
nessuna bruttezza poteva spaventarla e che non avrebbe
smesso di amare il suo gentile padrone, e gli diceva:
— Se sei vecchio, mi farai da nonno; se sei di mezza età,
sarai per me come uno zio e se sei giovane, allora sarai il mio
fratello e il mio amico per la vita.
Per molto tempo il mostro non cedette a queste parole, ma
infine le preghiere e le lacrime della fanciulla ebbero la meglio
su di lui e un giorno le disse:
— Non posso oppormi al tuo volere, perché ti amo piú di
me stesso; quindi esaudirò il tuo desiderio, anche se so che con
questo porrò fine alla mia felicità e finirò col morire. Vai nel
giardino al tramonto, quando il rosso sole cala sul bosco, e dí
ad alta voce: «Fatti vedere, amico fedele!», e io ti mostrerò il
mio viso terribile e il mio corpo deforme. E se per te diventerà
impossibile continuare a vivere presso di me, non voglio che tu
rimanga, soffrendo, contro la tua volontà: vai nella tua stanza
da letto e sotto il cuscino troverai il mio anello d'oro. Mettilo
al mignolo della mano destra e ti ritroverai dal tuo caro padre:
di me non sentirai piú parlare.
La figlia del mercante, bella come il sole, non ebbe paura, e
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si recò immediatamente nel giardino ad attendere l'ora fissata.
Quando scese il crepuscolo e il rosso sole calò sul bosco, disse
ad alta voce:
— Fatti vedere, amico fedele!
Il mostro le apparve in lontananza, attraversò la strada e
subito si nascose dietro i cespugli. La figlia del mercante, bella
come il sole, sopraffatta dal terrore giunse le mani lanciando un
grido di spavento e cadde a terra priva di sensi. E davvero il
mostro, belva terrestre o essere marino, faceva paura a vedersi:
le mani erano adunche, con artigli belluini, le gambe equine, il
corpo tutto coperto di peli, con gobbe sul davanti e di dietro;
dalla bocca spuntavano zanne di cinghiale, il naso era aquilino
e gli occhi erano quelli di una civetta.
Infine la fanciulla tornò in sé, si rialzò da terra e allora le
giunse, frammisto a singhiozzi, il suono di una voce che diceva
tra il pianto:
— Tu mi hai condannato, mia bella e amata fanciulla, a non
vedere piú il tuo viso dolcissimo, perché non vorrai neanche
piú sentire la mia voce e io sarò costretto a morire.
La fanciulla fu presa da dolore e compassione e, dominando
la grande paura che provava, disse con voce ferma:
— No, non temere, mio padrone buono e gentile, io non
sarò piú presa da paura di fronte al tuo aspetto terribile e non
mi separerò da te, dimentica dei tuoi gesti di bontà. Ora
mostrati pure a me, adesso che è passato lo spavento iniziale.
E lui di nuovo le si mostrò, in tutta la sua bruttezza, ma
non osò avvicinarsi, per quanto lei lo chiamasse. Insieme
passeggiarono fino al calar delle tenebre, continuando i
precedenti discorsi pieni di saggezza e di tenerezza e la
giovane figlia del mercante, bella come il sole, ormai non
sentiva piú alcuna paura. Il giorno seguente di nuovo si
incontrò con il mostro alla luce del sole e sebbene all'inizio
fosse presa da paura non lo dette a vedere e piano piano la
paura le passò del tutto. Ripresero i discorsi di sempre e non si
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separarono per tutta la giornata: pranzarono e cenarono
insieme, passeggiarono nel giardino e nella scura foresta.
Passò del tempo, che non so dirvi quanto fosse, ma che è
piú lungo di quello che ci vuole a raccontarlo. Una notte la
fanciulla sognò che il caro padre giaceva a letto malato e fu
presa da grande tristezza. Il mostro la vide triste e con le
lacrime agli occhi e le chiese il motivo del suo dolore. La
fanciulla gli raccontò del suo sogno e gli chiese il permesso di
andare a visitare l'amato padre e le care sorelle. E il mostro
rispose:
— Perché mi chiedi il permesso? Hai tu l'anello d'oro:
mettilo al mignolo della mano destra e ti troverai subito da tuo
padre. Rimani con lui fino a quando non sentirai la mia
mancanza, ma sappi che, se non tornerai fra tre giorni, io non
sarò piú al mondo: morirò allo scadere preciso di tre giorni e
tre notti, poiché ti amo piú di me stesso e senza di te non
posso vivere.
La fanciulla lo rassicurò e gli giurò che, esattamente un'ora
prima dello scadere dei tre giorni, sarebbe tornata al suo
palazzo. Quindi si accomiatò dal suo gentile padrone, mise al
dito l'anello e immediatamente si ritrovò nella casa del padre.
Salí gli alti gradini della sua casa di pietra e subito le si fece
incontro tutta la servitú, che l'accolse con grandi feste.
Accorsero le sorelle e, vedendola, si sorpresero per la sua
grande bellezza e per l'eleganza del suo abbigliamento; la
presero per mano e la portarono dal padre, che davvero giaceva
a letto, malato e pieno di tristezza, perché giorno e notte il
poveruomo pensava alla figlia lontana. Gli occhi gli si
riempivano di lacrime, vedendo dinanzi a sé la sua prediletta,
cara e buona figlia. Non credette ai suoi occhi e si meravigliò
per la bellezza splendente della fanciulla e per il suo
abbigliamento regale.
A lungo i due rimasero a stringersi tra le braccia, baciandosi
e scambiandosi tenerezze. La fanciulla raccontò al padre e alle
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sorelle maggiori della sua vita presso il mostro, senza
nascondere nulla. Il mercante si rallegrò della sua vita ricca,
principesca, e molto si sorprese del fatto che ella si fosse
abituata a guardare in volto il suo mostruoso padrone senza
temerlo, mentre lui, al solo ricordo, veniva preso da brividi. Le
sorelle, poi, sentendo questi racconti di sconfinate ricchezze e
del grande potere che la fanciulla aveva sul suo schiavo
padrone, erano prese da invidia.
Il giorno passò come un'ora e ancor piú rapidamente passò
il giorno successivo. Il terzo giorno le sorelle maggiori si misero
a convincere la sorella minore a non tornare dal mostro: - Che
crepi pure, è quello che si merita... Questa si arrabbiò molto a
sentire queste parole e disse loro:
— Se ripago l'amore affettuoso del mio buon padrone con
la sua morte crudele, io stessa non sarò degna di vivere oltre, e
meriterò di essere data in pasto alle belve feroci.
Il padre, l'onesto mercante, la lodò per le sue nobili parole
e fu deciso che esattamente un'ora prima dello scadere del
tempo la cara fanciulla sarebbe tornata dal suo mostro. La cosa
non piacque alle sorelle che, prese da stizza, decisero di giocarle
un brutto tiro: misero indietro di un'ora le lancette di tutti gli
orologi della casa, senza che il mercante né la servitú se ne
accorgessero.
Quando giunse l'ora in cui avrebbe dovuto partire, il cuore
si strinse in petto alla figlia del mercante, bella come il sole,
che con apprensione si mise a guardare gli orologi del padre,
inglesi e tedeschi, e si convinse che era ancora presto per
mettersi in cammino. Le sorelle intanto continuavano a
domandarle cose diverse per farle perdere tempo. Ma il suo
cuore non resse molto: la fanciulla, bella come il sole, si
accomiatò dal mercante, che le dette la sua benedizione
paterna, dalle sorelle e dalla fedele servitú. Un minuto solo
prima dell'ora stabilita mise l'anello d'oro al dito mignolo della
mano destra e come d'incanto si ritrovò nel palazzo di marmo
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bianco del mostro. Meravigliandosi di non vederlo al suo
arrivo, esclamò:
— Dove sei, mio buon padrone e amico fedele? Perché non
sei ad attendermi? Io sono tornata, con un'ora di anticipo sul
tempo stabilito.
Non un suono di risposta, ma su tutto un silenzio di morte:
nel giardino gli uccelli non cantavano le loro melodie paradisia-
che, le fontane non zampillavano e i ruscelli non gorgogliavano.
Nel palazzo non risuonava alcuna musica. La fanciulla sentí il
cuore tremarle in petto, mentre veniva presa da uno strano
presentimento. Attraversò correndo tutte le stanze del palazzo
e tutti i giardini, chiamando a gran voce il suo buon padrone,
ma nessuna voce le giungeva in risposta. Allora corse verso la
collinetta dove cresceva il fiorellino rosso ... e lí lo vide, belva
terrestre o mostro marino, steso sull'erba, con il fiorellino
rosso stretto fra le zampe. Le sembrò che si fosse addormenta-
to, nell'attesa di lei e che ora dormisse di un sonno profondo.
La fanciulla cercò con dolcezza di svegliarlo, ma lui
sembrava non sentire nulla. Allora si dette a svegliarlo con piú
vigore, lo prese per la zampa pelosa e si accorse che il mostro
giaceva ormai privo di vita.
Il suo sguardo si annebbiò, le gambe non la ressero piú e
cadde in ginocchio, strinse tra le bianche mani il capo del suo
buon padrone, la sua testa orribile e deforme, e disse con voce
piena di angoscia:
— Rialzati, risvegliati, amico del mio cuore, e io ti amerò
come si ama uno sposo diletto!
Come ebbe pronunciato queste parole, il cielo fu squarciato
da lampi, da piú parti la terra tremò per il fragore dei tuoni e
una freccia di pietra andò ad abbattersi sulla collinetta verde.
La fanciulla cadde priva di sensi e cosí giacque per un tempo
che non vi so dire. Quando tornò in sé, si trovò nel palazzo di
marmo bianco, seduta su un trono d'oro ornato di pietre
preziose, e vide che le era seduto accanto e le stringeva le
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mani, un giovane principe, bello come la luna, vestito in modo
regale e con una corona sul capo. Di fronte a lui si trovavano il
caro padre e le sorelle e tutt'intorno, in ginocchio, le rendeva
omaggio un seguito regale, in vestiti di broccato con ornamenti
in oro e argento.
Il giovane principe, bello come la luna, le disse:
— Tu mi hai amato, dolce fanciulla, nelle spoglie di mostro
deforme, per il mio animo gentile e per l'amore che ti portavo.
Amami ora nel mio aspetto umano e sii la mia diletta sposa.
Una strega cattiva, in dispregio al re mio padre, mi aveva
rapito ancora fanciullo e con un sortilegio diabolico mi aveva
trasformato nell'essere mostruoso che hai visto, condannando-
mi a vivere sotto queste spoglie, ripugnanti per qualunque
essere umano, fintanto che non si trovasse una bella fanciulla,
chiunque essa fosse, che mi amasse anche in quelle sembianze
e desiderasse diventare mia sposa. Allora l'incantesimo sarebbe
finito e io sarei tornato ad essere il giovane di prima. Con
quelle sembianze io ho vissuto esattamente trent'anni, durante i
quali invitai nel mio palazzo undici belle fanciulle, tu fosti la
dodicesima. Nessuna mi amò per la mia tenerezza e nobiltà
d'animo, per la mia bontà. Tu sola amasti me, mostro deforme
e ripugnante, per il mio affetto, per la bontà del mio animo, per
l'infinito amore che ti portavo e per questo diventerai la sposa
di un grande re, la regina di un regno potente.
Tutti si meravigliarono a sentire questa storia e gli uomini
del seguito si chinarono di fronte a lei in segno di devozione. Il
mercante dette la sua benedizione alla figliola prediletta e al
giovane principe. Le sorelle maggiori, piene di invidia, si
felicitarono con i fidanzati, si felicitarono anche i fedeli
servitori, i nobili e i cavalieri e tutti insieme si misero a
preparare la festa per le nozze.
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