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Author: Camarrone D.
Tags: letteratura italiana letteratura storica
ISBN: 978-88-389-2151-3
Year: 2006
Text
Lorenza è una squillo d’alto bordo. Vive a
Roma come una specie di dandy al femminile.
Ma viene spesso nella natia Palermo per
incontrare qualcuno dei suoi riservati e
selezionati clienti, e forse anche, svagata
cultrice di colte malinconie, per riepilogare le
tracce della sua infanzia borghese. Dietro
l’ultimo messaggio, che la chiama di notte in
piazza Rivoluzione, sotto la statua del Genio,
trova il cadavere del prossimo appuntamento:
un ricco avvocato, ben inserito. Un omicidio
nel giro della cocaina: Lorenza sembra una
testimone di routine. Invece qualcosa le
precipita addosso, e un vortice di
persecuzione l’avvolge: il magistrato dalle
delicate frequentazioni, personaggi troppo
accorti per non essere esperti istituzionali di
complotti, e soprattutto un killer che le
semina dietro cadaveri come se cacciasse i suoi
cacciatori. E la fuga diventa di necessità
un’inchiesta, perché la sola via di scampo resta
la verità. L’aiuta l’unica persona che vuole
crederle,
il
commissario
Paternò.
Enigmaticamente la pista principale sembra
connessa all’eredità del nonno, un cofanetto,
una collana preziosa dono di un soldato
irlandese e un diario di prigionia: «Mi ha
raccontato della sua terra, degli elfi, del pozzo
di San Patrizio». Ma ogni cosa, ogni
transitoria certezza nell’indagine, per la
coppia che cerca, muta come nel principio di
indeterminazione di Heisenberg: le particelle
cambiano il loro stato quando sono osservate,
quasi
non
possedessero
una
realtà
determinata. E a Lorenza e Paternò non
rimane che tuffarsi nel passato.
Davide Camarrone (Palermo, 1966) è
giornalista della Rai a Palermo. È autore di
alcuni saggi, testi letterari e teatrali. Ha scritto
il soggetto e la sceneggiatura di «Ce ne
ricorderemo di questo pianeta», un
docudrama dedicato a Leonardo Sciascia. Con
questa casa editrice ha pubblicato Lorenza e il
commissario (2006), Questo è un uomo (2009)
e I Maestri di Gibellina (2011), L’ultima
indagine del Commissario (2013) e Lampaduza
(2014).
La memoria
687
DELLO STESSO AUTORE
esto è un uomo
I Maestri di Gibellina
L’ultima indagine del Commissario
Lampaduza
Davide Camarrone
Lorenza e il commissario
Sellerio editore
Palermo
2006 © Sellerio editore via Siracusa 50 Palermo
e-mail: info@sellerio.it
www.sellerio.it
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
EAN 978-88-389-2151-3
Lorenza e il commissario
A Dionisio e Maria Teresa
Credo che di nulla, o quasi, valga la pena di parlare seriamente; il nostro
secolo pensa tuo il contrario, ed ha le sue ragioni.
STENDHAL, Passeggiate romane
Per lui non esistevano eccezioni od aenuanti; mentre affermava: «il
funzionario non può sbagliarsi… il magistrato non ha mai torto»,
sentenziava, all’opposto: «costoro sono irrimediabilmente perduti… ogni
redenzione è impossibile».
VICTOR HUGO, I miserabili
Capitolo I
Tra i graffi e le nuvole del finestrino, l’occhio acceso indovina il mare
petrolio e spuma dei Raìs e delle tonnare, l’autostrada coi suoi festoni
luminosi, Montagnalonga scura e minacciosa, le pupille di drago rosse in
cima, fiammeggianti, fra i calar di palpebre. Ci avviciniamo alla pista
laterale e un gioco di venti ci schianta verso il basso, precipitandoci di
cento metri in un solo crudelissimo istante: windshear, lo chiamano, ed è
una rasoiata che toglie il respiro e fa mormorare «minchia» alla mia
vicina.
– Ha ragione – le sussurro, risvegliandomi del tuo; lei imporporisce,
vergognosa.
Scendo per le scale dell’aeroplano che sono quasi le dieci di sera, e
l’aurea scivola tra bavero e foulard: una carezza umida, salata, come il
mare che la porta; sento l’estate sulla lingua, e ha la frescura e il sapore
acidulo di Pantelleria quando il sole s’allontana, o forse ho solo voglia di
andare in vacanza, in Paradiso, pure se siamo ad oobre. Uno spaesamento
di una specie che conosco bene: vivo tra un aereo e un altro, e un volo
manipola umore e sensazioni, privandoli del tempo e dello spazio.
Tiro fuori il cellulare dalla borsa e sorrido alla donna che incrocia i miei
occhi, per un istante, sul pullman che ci sta trasportando agli Arrivi. Basta
una lieve pressione del pollice, ed appare la faccina di Winnie the Pooh.
Digitare il codice, prego, chiede il microchip. Eseguo: 29670, la mia data di
nascita più uno zero che sta per zero inventiva. Il cervelleo di silicio
risponde con una clessidra e un lentissimo ok.
Rimeo il cellulare in borsa, e nell’aimo in cui sollevo la testa, mi
accorgo che quella donna mi guarda ancora. Io ricambio, senza esagerare.
Ecco le luci del Terminal, adesso il viaggio è davvero finito. Sono tornata
a Palermo, per la seconda volta in un mese. Trillo. Un messaggio. Trillo.
Due messaggi. Guardo sul visore del cellulare e mi tiro fuori dalla coda,
che si dibae come un tentacolo fra le pareti del lungo corridoio.
– La sua segreteria contiene dei nuovi messaggi vocali – dice il primo.
Il secondo è un SMS, «Benvenuta»: il numero appartiene a Francesco, e
sua è la voce del messaggio registrato, lasciato alle 21.48, due minuti fa.
Cambio di programma. Appuntamento alle undici meno un quarto, al
Genio. Non vedo l’ora. Se hai problemi, chiama.
Sbrigativo, ma gentile.
Al Genio: vale a dire alla fontana del Genio in piazza Rivoluzione, al
centro dell’antico mercato popolare della Vucciria, a trecento metri da casa
sua.
Rientro in coda, per riprendere la valigia. La misura era quella giusta,
ma il peso no. A Fiumicino mi hanno deo che dovevo imbarcarla nella
stiva, se proprio volevo partire.
Il nastro di restituzione è ancora immobile, e sullo schermo digitale il
mio aerraggio non è indicato. Saremmo ancora per aria, secondo
l’anonimo operatore: l’ultimo landed segnato in rosso risale alle 21.15.
Avverto un tocco, una mano che mi sfiora, giusto all’altezza del fianco.
Mi giro d’istinto, e vedo un giubboo di pelle nera e dei capelli biondo
menopausa che s’allontanano e infilano l’uscita. La donna è aaccata per
l’orecchio ad un telefonino; nemmeno se ne accorge, di quell’uomo che le
va addosso e le fa cadere il bagaglio a mano, tra la folla: è lui stesso a
raccoglierlo e a restituirlo, scusandosi a lungo.
C’è poca gente, poche cravae, giusto un paio, qualche giacca in lite
scomposta con camicia e pantaloni, delle coppie d’anziani, una decina di
ragazzi: uno di loro, più anelli e nickel piercing che brufoli, ripete al
cellulare che è arrivato, rassicurante, e dice che torna, torna, torna.
Il bar è oltre la porta scorrevole. Se vado, non potrò tornare indietro.
Niente bagagli, ancora, e il mio stomaco si fa in pezzi. Sto appoggiata ad
un pilastro, e dalla borsa tiro fuori la busta coi giornali e il libro poliziesco
di un’americana di buone maniere e ricercate edizioni. Provo a leggerlo
ma non ce la faccio, in piedi, come una cavalla; seggo su un nastro deserto,
e al libro do una scorsa lunga trenta righe. Basta così. Preferisco i miei
supereroi in edizione economica: Kay Scarpea, Lincoln Rhyme,
Hyeronymus Bosch; medici, detective, più abili nella dissezione della
realtà di certi filosofi o economisti da copertina.
Due tizi in grigio, basco verde e mostrine gialle, portano a spasso un
pastore tedesco. ello fiuta subito i ragazzini, ma i finanzieri li avevano
già sgamati e tirano via il cane, che ostinato punta le zampe. Se le leggi o
le circolari prefeizie inclinano eccessivamente da una parte, le divise
prendono con discrezione l’altra strada, e viceversa. Pesi e contrappesi, o
forse sarà merito di un nuovo gene, quello del libero arbitrio: dev’esserci
un nesso tra DNA e psicologia, un’effeiva reciproca influenza.
Bestseller Naomi scrive in prima pagina di nuove contraddizioni:
produzione seriale in nero nell’Estremo Oriente, marketing creativo in
Occidente. Marx e plusvalore, insomma. Chiudo il giornale, a pagina 47,
sulla cronaca di Milano, con molta calma. Tanto, devo perder tempo.
Sono le undici passate, telefono ma Francesco non risponde. Stasera non
se ne fa niente.
Una scossa e quasi perdo l’equilibrio. Mi alzo di scao. S’è messo in
moto il nastro sul quale sto seduta, non quello illuminato a festa e posto
soo assedio, e la folla si volta verso di me come se l’avessi presa in giro;
si precipita ai bordi del serpentone e quello, per beffarla, si blocca. Un
minuto interminabile, di apnee e istinti distruivi sparsi, e riprende: dalla
tendina giallastra, sporca e tagliuzzata, vengono fuori le valigie, le borse,
gli zaini e un paio di cartoni sigillati con cura; forma strana, ricorda quella
di due contrabbassi senza curve: chi sa cosa contengono.
Eccolo, il mio trolley. Mi allungo e afferro la maniglia. Pesante davvero.
Tuo in ordine, le scalfiure sono vecchie e le rotelle ci sono tue. Guardo
il grande orologio sul teo, segna le 23.45. Cinquanta minuti di volo, due
ore d’aesa per i bagagli. Le porte automatiche s’aprono con un sibilo sul
parcheggio taxi. Mi tocca una Fiat Multipla. Macchina fantastica,
purissimo stile Disney. Se mai comprerò una macchina, sarà quella. Ma
che me ne faccio, io, di una macchina?
– La valigia la meiamo dietro. Me la dia, signora: ci penso io. Dove
andiamo?
– In corso Viorio Emanuele, per favore.
Salgo su e abbandono la testa sullo schienale. Guardo a sinistra, mentre
la velocità aumenta nel buio. C’è il mare, a duecento metri: Carini, Capaci,
Isola delle Femmine, la Baia del Corallo. Per andare al mare, i ragazzini
entravano da un buco nella rete metallica, ultimo ostacolo dopo un
sentiero da trekking. Gli impianti, la terrazza, il bar, erano gestiti dal Cus
Palermo, il Centro universitario sportivo. Marcello ed io entravamo dalla
porta; lui giocava nella squadra di pallanuoto; spalle possenti, mani forti e
delicate, da chirurgo. Dopo Marcello, sono entrata anch’io dal buco.
Telefono ancora. 3-3-5-7-4-2-3… e squilla. Non risponde, squilla ancora,
va fino in fondo, fino all’ultimo rintocco eleronico, fino a cancellare il
numero sul visore. Riprovo.
– Chi parla? – Il tono non è quello di chi dice salve.
– Chi parla? – rispondo.
– Guardi che ha chiamato lei. Chi cerca?
– Sono un’amica dell’avvocato Oliveri. Può passarmelo? – Ora sono
decisamente incazzata.
– Signora, sono il commissario Paternò, della Polizia. Giuliano Paternò.
Ho trovato questo telefonino, per terra. Ora può dirmi per favore con chi
sto parlando? – La sua voce è convincente, e per di più sento un casino
intorno a lui: sirene, urla, scambi secchi d’ordini; niente da ridere.
– Mi chiamo Lorenza Serianni. Che cosa è successo a Francesco? – La
mia intuizione è nera come il cielo di questa noe.
– Non sappiamo ancora, signora –. Frena, slia…
– Siete in troppi per non saperlo. Cosa è successo a Francesco?
– Francesco ha avuto un incidente…
– Come sta? Può farmi parlare con lui, per favore?
– Non posso. È morto, signora. Mi dispiace.
– Morto?
– Non conoscevo neanche il suo nome. Niente documenti, niente di
niente. Aveva solo questo cellulare in tasca.
– Che sta dicendo? Morto? Che incidente?
– Non è stato proprio un incidente. Gli hanno sparato.
– Sparato?
Il tassista un poco si preoccupa: s’era limitato ad osservarmi nello
specchieo retrovisore; ora si volta, in piena circonvallazione, novanta
all’ora, e mi scruta interrogativo, sul punto di dire: «ma che è successo?».
– Oliveri come, signora? Come si chiamava? Me lo può descrivere?
– Francesco. È un avvocato. Ha quarantacinque anni, credo. Sembra un
ragazzo, però: ha i capelli neri, è magro e alto un metro e oanta.
– Sembra lui, mi spiace. Eravate parenti?
– Sono solo una sua amica. Dove si trova?
– A piazza Rivoluzione, alla Vucciria, a Palermo.
– Vengo lì, subito –. E nel dirlo, mi maledico.
– Non mi muovo.
– Faccia in frea, per favore – dico al tassista, – in corso Viorio
Emanuele e poi in piazza Rivoluzione. Non mi chieda niente. Non so
niente.
L’uomo lascia la sua testa piegata a 45 gradi sulla destra e neanche mi
risponde. Non mi degna di un monosillabo, una scatarrata, uno schiocco
sul palato, un raglio. Voleva solo sapere chi. Chi è morto? esto
significava la sua faccia. Se io mantengo la calma, però, non c’è da
preoccuparsi. Era uno qualunque, l’avvocato Oliveri. Uno che è morto.
Apro il finestrino, per un riflesso, anche se fa freddo. Ci meiamo nove
minuti, dal viale Lazio al corso Viorio Emanuele. Guida senza frea,
l’uomo, ma c’è una magia che mee nei pedali: qualcosa che ci fa andare
lisci agli incroci, a velocità costante, come una barca a fondo piao su un
canale, o una chiaa su un lago. Lascio la mia valigia al portiere
dell’Albergo Centro, lungo la strada. Meravigliosa terrazza sui tei gialloocra del centro storico, esaamente di fronte allo studio di Francesco: non
me n’ero mai accorta, in omaggio alla teoria che nulla è più invisibile di
quel che ci sta soo il naso.
Risalgo in auto e ne riscendo nuovamente trecento metri dopo. Pago
seanta euro e quello neanche mi saluta. Resto frastornata, a guardare la
macchina di Topolino, quella barca obesa e il marinaio che conta i suoi
fiorini, li mee al sicuro, spegne la lampadina sullo specchieo e riparte.
Siamo a Palermo, e qui se ne ammazzava di gente. Il marinaio se ne
strafrega di quelle tre auto della polizia con i lampeggiatori bleu sul teo,
che girano girano girano… Se ci fosse la musica, saremmo alle giostre –
venghino, siore e siori, venghino, guardino la dona barbuta e l’uomo che fino
a poco fa era vivo ed ora è un ciocco di legno geato sull’asfalto –, e difai
c’è un gran pubblico, sul marciapiede.
L’ingresso alla Vucciria è sbarrato. Faccio il nome del commissario
Paternò e oltrepasso il check point. Un polizioo mi accompagna. La
piazza è illuminata a giorno, fotoeleriche disposte in circolo come in un
teatro di posa. Il regista è uno sui quaranta, fisico asciuo da scarpee e
via di corsa tre o quaro volte la seimana, capelli ricci non troppo corti,
di un biondo che tende al rossiccio, baffi soilissimi e curati in stile Bel
Ami, e veste in borghese. Il polizioo va drio da lui, fa il saluto militare e
gl’indica me, mi punta con la sinistra: io che sono sola lì, a mezzanoe già
marcita, con un vestito di seta nera e grandi fiori colorati, il soprabito e il
foulard leggeri, in tinta, aenta a non lasciarmi travolgere da una mandria
impazzita di divise bleu e fotografi e giornalisti e cameramen, a due metri
da un lenzuolo steso per terra e macchiato di sangue, poco sangue, giusto
un fiorellino scarlao; alla pietà del sudario, sfuggono degli scarponcini di
camoscio marron. Abbasso lo sguardo e vedo che ho ancora la borsa e la
busta dei giornali con me, e in quel momento rinsavisco.
Che c’entro io con tuo questo? Sono una poule, una puana, roba per
pochi, costosa, va bene, ma pur sempre una pulla; e quello soo il lenzuolo
è, anzi era, un cliente, uno dei miei dodici clienti. Non uno di più, non uno
di meno, finora.
– Sono il commissario Giuliano Paternò, della Sezione Omicidi, e
proprio non posso dire che sia un piacere conoscerla, in questo momento
–. Mi stringe la mano con un mezzo sorriso, però, raccogliendola
garbatamente e sollevandola un poco, e in un istante mi vedo con lui nel
bianco e nero di un romanzo di Brancati, per le strade di Catania.
– Lorenza Serianni.
– Lei era una sua amica, mi ha deo al telefono. Conosceva bene
l’avvocato Oliveri?
– Sì, insomma, da un anno – mento.
– Amici?
– Amici.
– Gli hanno sparato un solo colpo di pistola. Non ha documenti,
portafogli, orologio. Solo il mazzo di chiavi di un’auto. Una rapina,
sembra: è stato colpito al capo, il viso è intao. Non possiamo avvicinarci
finché è al lavoro la Scientifica, con il medico legale. Lo abbiamo ripreso
con la telecamera, però. Posso chiederle di guardarlo, di identificarlo? Se la
sente?
– Sì… Mi aveva chiamato questa sera. Avremmo dovuto vederci,
domani.
– Lo so che non è piacevole, ma fino a questo momento ci siamo limitati
ai rilievi. Il riconoscimento ci serve.
Il commissario fa segno ad un polizioo con la telecamera
d’interrompere quel che sta facendo e di raggiungerci. Si fa consegnare la
microscopica Sony e riavvolge il nastro; non appena arriva al punto, ferma
l’immagine e mi dice di guardare quell’uomo vestito di una camicia che
era bianca, dentro il piccolo schermo a cristalli liquidi.
– Lo riconosce?
– Sì, è lui, è Francesco.
– Mi spiace, e mi scuso ancora. Di Blasi, per favore, avvicinati. Devi dire
a Imburgia che il morto è proprio l’avvocato Oliveri; è stato identificato; e
che può chiamare i famigliari. Delicato, mi raccomando. Ci vediamo tra
dieci minuti alla Mobile –. Parla e mi tiene per un braccio: come se potessi
allontanarmi, scappare…
Lo fa con delicatezza, non è una presa, la sua: è la strea di un bambino
che non vuol rimanere solo; o forse, non vuol lasciarmi, mentre guardo, e
piango senza lacrime.
– Signora, devo chiederle un’altra cortesia: se può venire con noi, fino
alla Squadra Mobile. Un aimo, una mezz’orea, poi la riaccompagniamo
a casa. Lei è l’ultima persona che l’avvocato Oliveri ha chiamato, stasera,
almeno con questo cellulare, forse l’ultima con cui ha parlato.
Vorrei dirgli «Io non ho parlato con lui. Mi ha solo lasciato un
messaggio», ma non posso. Dovrei aggiungere che avremmo dovuto
vederci questa sera, noi due, e non domaina: ore ventidue e
quarantacinque, in piazza Rivoluzione, in culo al mondo e, lui capirebbe,
non per discutere di affari; con la trascurabilissima variabile, rispeo alle
consuete faccende di corna, che Francesco era felicemente sposato e io
non ero per niente la sua amante. Due telefonate al mese. Due incontri. A
Palermo, a Roma, a Milano. Dove ci capitava.
– Va bene – dico allora.
– Di Blasi, dì al doore che quando finisce mi chiama al cellulare:
stasera, dico, non domani. E voglio che il giro delle case qui intorno
continui, non me ne frega niente se è tardi. Niente gentilezze. Voglio
sapere se qualcuno dei nostri trova il silenzio. Il silenzio, hai capito? Il
silenzio stampato sulla faccia di uno che ha visto e non parla! La fotografia
è sempre quella. Uno ne serve, e uno ne dobbiamo trovare. Poi me la
sbrigo io. Stanoe non si dorme, Di Blasi, mi raccomando.
– Va bene, doore. Mi ci meo pure io a cercarlo, il silenzio. E stia
tranquillo che lo troviamo, se c’è.
– Signora, se vuole, possiamo andare. Prendiamo la mia macchina.
Torniamo in corso Viorio, e in quel momento, mi rendo conto che il
commissario, se corre, lo fa con una gamba quasi a rimorchio: forse per
una poliomielite infantile, o forse no.
La gente ci guarda sorridendo, e pare scambiarsi delle brillanti
intuizioni. Fine delle giostre. Ora siamo alla vigilia del Festival di Sanremo,
sulla passerella che porta al Teatro Ariston: fendiamo la folla, due ali di
microfoni e taccuini, e mani alzate a richiamare l’aenzione, per
araversare la strada. Paternò spalanca lo sportello di una berlina
giapponese carta da zucchero, appesa per due ruote al marciapiede, e si
mee alla guida. Se non fosse per la radio, piccolissima, con un microfono,
piccolissimo, sarebbe una berlina qualsiasi di un qualsiasi individuo grado
medio, reddito medio, gusto medio. Non è neanche sporca.
Paternò fa un’inversione ad U senza sgommare, guida morbido come il
tassista. Siamo alla Caedrale quando svolta per una viuzza sulla sinistra;
ancora a sinistra, a destra, curva impossibile fra tre edifici collegati in alto
da antichi archi e ponticelli e arriviamo alla Mobile. Mi aspeavo di
trovare tuo il palazzo in aività e invece niente: giusto il piantone che
esce dal coma e abbandona il gabbioo rianimatorio per accendere le luci
e precederci di corsa, come un valleo d’altri tempi.
– Imburgia, ma che fai, stai arrivando? – Paternò sale le scale col
cellulare incastrato nel padiglione auricolare.
Pausa e rimpallo.
– Tra quanto?
–…
– Hai parlato con la famiglia?
–…
– Vengono? Niente, niente, fa lo stesso. Altro?
–…
– Allora sbrigati, Salvo, che ti sto aspeando. Sì, ciao ciao
ciaciaciaciaciacia…
Così, con quindici ciao in convoglio e il telefono locomotiva che piano
s’allontana, e mi pare di vedere lo sbuffo, mentre lui fa su e giù con la
testa; e a me si rivolge con un residuo di quel medesimo movimento, che
al suo braccio fa accennare una riverenza.
– Signora, prego, s’accomodi. Le mando a prendere qualcosa? Un poco
d’acqua?
– E un caè, se è possibile.
– Naturale, c’è la macchinea. Tieni i soldi, Molinari. Una boigliea
d’acqua e tre caè. Uno te lo prendi tu e due li porti a noi. Grazie,
Molinari.
– Dovere, doore. Dovere.
– Signora, ripeto, capisco che è difficile, ma ho bisogno di qualche
informazione. Vorrei che mi parlasse di lui. Oliveri era un avvocato
civilista. Se fosse stato un penalista, l’avrei conosciuto, e sarebbe stato più
facile. el poco che so, me lo ha raccontato un magistrato, dopo la sua
chiamata, in aesa che lei arrivasse sul luogo, per il riconoscimento.
– Non era una rapina?
– Rapine ne ho viste, e questa morte non sa di rapina. Neanche un poco.
Mi dispiace.
– Era una persona intelligente, Francesco, brillante, capace di far subito
amicizia e tessere rapporti, relazioni. Del suo lavoro so poco, in verità:
penso gli rendesse bene; quando ci vedevamo, ne parlavamo raramente. Io
non sto più a Palermo da anni.
– Dove vive, lei?
– A Roma, ma viaggio molto. Mi occupo di arredamento.
– Era benestante, Oliveri?
– Era un avvocato, un amministrativista molto richiesto, anche fuori
della cià: guadagnava molto, tra difese, consulenze, incarichi. È tuo quel
che so, quel che mi ha raccontato.
– Che cosa le ha deo al telefono, questa sera?
– Mi ha chiesto di vederci. Sapeva che stavo per arrivare a Palermo.
Pensavo che ci saremmo visti domani, a colazione. Mi ha anche inviato un
SMS.
Gli porgo il cellulare.
Lui legge. «Benvenuta».
La porta si apre ed entra Molinari coi caè. Alle sue spalle, un ragazzo,
dagli occhi azzurri, timidi, e il pizzeo castano d’ordinanza. Non avrà
trent’anni. Si presenta, impacciato: – Imburgia, piacere.
– Doore, abbiamo trovato la pistola: un giocaolo modificato, di
piccolissimo calibro, difficile da maneggiare, con un silenziatore
artigianale. Una cosa faa in casa. Matranga mi dice che ci sono non più di
quaro persone che a Palermo fanno questi lavorei. aro persone che,
se lei lo ordina, facciamo subito smeere di dormire.
– Bravo Salvo, spirito d’iniziativa ci vuole, ma non esageriamo. Manda
la pistola a quel che resta della Scientifica, e non direamente a Matranga:
dobbiamo passare dal capo, da Alamia. E non c’è bisogno di svegliare
nessuno. Domani, dopodomani, con calma, ai nostri amici mandiamo
qualcuno con un pacco di soldi in mano, per un’ordinazione, ma non
voglio che la notizia del ritrovamento dell’arma esca da questa stanza. Lo
capisci? Sennò, t’impicco al lampadario.
– Nessuno nessuno?
– Ma che, parlo arabo? Nessuno. E ora fammi finire con la signora
Serianni.
– Doore, scusi, ma devo ancora dirle un po’ di cose: la moglie
dell’avvocato Oliveri, la vedova, oramai, non è in casa; ci sono andato e ho
parlato con i domestici, una coppia di mauriziani: in regola con i permessi,
già verificato. La signora è partita con i due figli: è in vacanza in Egio, in
un villaggio turistico sul Mar Rosso. Ho sentito la segretaria dell’avvocato:
sarà qui domaina, era tornata a casa per il fine seimana sulle Madonie,
a Petralia Soprana. E mi hanno deo che la madre dell’avvocato ha
oantacinque anni e non sta tanto bene. Non mi è sembrato il caso di
svegliarla, in piena noe, per darle la caiva notizia. Aspeo le sue
disposizioni. Dimenticavo: il medico legale dice che prima di domaina
non le può dire niente. Un niente che non ho capito.
– E che vuol dire, questo niente?
– Non lo so: diceva niente come se al contrario volesse dirle qualche
cosa. Alle nove, all’Istituto, si fa l’autopsia, su disposizione del pubblico
ministero.
– Chi era di turno?
– Non lo so. Il Procuratore ha mandato qui il suo aggiunto, Cesare
Bevacqua.
– Meglio così. Hai parlato con Di Blasi?
– Due minuti fa.
– E la gente di piazza Rivoluzione l’abbiamo sentita?
– Una parte, e gli altri sono stati identificati, tui quanti. Solo in tre case
non ha risposto nessuno. La faccia del silenzio, però, non l’abbiamo
trovata, secondo me. Chi lo sa? Magari succede tra un minuto. Fino a
domani maina c’è tempo…
– Ho capito. Ho capito. Vuol dire che possiamo andare a dormire. Tanto,
stanoe… Ci vediamo alle oo in punto. Domani maina comunichiamo
la notizia ai famigliari, e casomai ci facciamo un altro giro per le case della
piazza: perché il silenzio lo troviamo, Imburgia, ti giuro che lo troviamo.
Buonanoe. E ricordati del lampadario! Ti ci appendo se dici una parola
sulla pistola. Ti salutai.
– Buonanoe, doore.
– Signora, posso accompagnarla io –. Non è una domanda, la sua.
– Sto a due passi, all’Albergo Centro. I miei si sono trasferiti a Perugia, e
qui non ho nessuno – dico, e forse faccio male a prevenire le sue curiosità.
Sulla strada, mi chiede se ho mangiato.
– Io sto morendo di fame. E lei, magari, venendo da Roma, non ha avuto
manco il tempo di un’aranciata. Posso offrirle qualcosa di dolce, e un caè,
qui dai turchi. Non c’è altro, a quest’ora.
– Li chiamava così, mia nonna, i turchi: tui quelli che avevano la pelle
scura, erano turchi.
– Forse lei non lo sa: da un po’ di anni, a Palermo, vivono più di
sessanta etnie differenti, e in pace, come al tempo di Federico II! esti
qua, sono proprio turchi, pasticcieri straordinari. Che facciamo? Andiamo?
Rispondo di sì, giusto perché ho fame; e poi non credo sia un tentativo
di fare amicizia. Non gli basterebbe uno stipendio per pagarmi la serata.
Mangiamo rapidamente, in piedi, e io sto in silenzio. el che è successo
mi ha sconvolto, e non riesco ancora a capire quanto.
Paternò è cortese, ha smesso di chiedermi di Francesco, o di parlarne,
ma il mio dubbio è il suo: ammazzato e lasciato per terra, senza un
giaccone per ripararsi dal freddo; e con il giaccone, il cappoo o quel che
era, è sparito il portafogli. Una rapina: ma per una rapina, da quando ci si
arma con una pistola su misura e un silenziatore artigianale?
Le porte dell’albergo sono chiuse, e non riesco a trovare il citofono, o un
pulsante; li cerca anche il commissario: non ci sono, e me ne accorgo
quando mi fermo rassegnata sullo zerbino-graugia del portoncino
minore: dev’esserci un sensore, perché la hall s’illumina, e dal bancone
sguscia fuori il portiere.
– Prego, signora. Le sue valigie sono già su, alla 316. Buonanoe.
– Niente sveglia, buonanoe anche a lei.
Paternò è ancora lì.
– Grazie di tuo, commissario.
– Buonanoe.
In camera, prendo dell’acqua dal frigorifero e chiamo le prenotazioni
Alitalia. Dormo e riparto con calma, penso: domani pomeriggio. Ore
quindici zero zero, dice l’impiegata.
Mi svesto del soprabito; tra le dita mi resta un foglieo accartocciato.
Non è roba mia: c’è scrio un nome, Adèle, con il numero di un cellulare.
La donna sorridente in aeroporto, fasciata di pelle e dipinta di biondo,
cinquanta ben portati. Scommeo che abita in una villa di Mondello,
troppo grande per una coppia congelata, e gioca a tennis con il suo trainer
personale.
Strane, le cose. Muore Francesco e non appena il suo posto, il
dodicesimo, torna libero – anzi, un aimo prima che accada – si fa avanti
un candidato.
Ripiego il foglieo e lo meo nel portafogli. Poi mi ripiego anch’io, e
m’infilo a leo.
Capitolo II
Mi sveglio alle see; ho dormito poco, meno di tre ore, e sarebbe stato
meglio non dormire per niente. el che ho visto in sogno era peggio del
cadavere in piazza Rivoluzione: Francesco assalito da una banda di gnomi
sanguinari, di nanerooli verdi, e uno di loro che gli spara, e ride, ride,
ride; Francesco ha il viso stravolto dalla paura, ma non scappa: pare
impietrito, una statua di sale; Francesco si è trasformato in quella statua
ridicola, il Genio, con la corona e l’acqua intorno.
Inserisco lo spinoo del caricabaerie nel cellulare e mi concedo una
doccia bollente. Chiudo gli occhi, soo il geo d’acqua che mi scortica,
come in una cabina di decontaminazione. ando ne ho abbastanza, faccio
scorrer via la tendina bianca lucida e mi fascio nell’accappatoio. La sala da
bagno è immersa nella nebbia dell’Oceano all’alba.
Sento uno squillo, ed è il fischio di una baleniera in lontananza. Arrivo
alla maniglia lentamente e con le mani in avanti, che sarchiano alla cieca,
ma è troppo tardi. Il cellulare ha smesso di squillare. Vediamo. Menurubrica-ultime chiamate-senza risposta. È il numero di Alberto. No, non è
il momento, non è il momento.
Paternò mi ha lasciato il suo numero. Lo chiamo.
– Pronto?
– Sono Lorenza Serianni, commissario, buongiorno.
– Ah, ecco, infai, il suo numero mi era famigliare. Buongiorno.
– Volevo solo chiederle se ha ancora bisogno di me. Vorrei partire nel
pomeriggio.
– Nessun problema. Solo, se potesse passare di qua, tra un paio d’ore,
per sooscrivere la paginea con la nostra conversazione di ieri. L’ho
riassunta, a memoria.
– Non ci siamo dei molto.
– Può sempre correggere il verbale.
– Il tempo di far colazione e arrivo.
Vado su, nella terrazza coperta. In corridoio, prendo dalla servante una
copia del «Gazzeino». alche anno fa, nemmeno l’avrei sfiorato; ora è
parte del mio quotidiano ideale, composto di tre o quaro giornali, o di
nessuno. Siedo ad un tavolo proprio accanto alla gran vetrata. Il cameriere
mi fa un segno che vuol dire «posso?», e io rispondo che sì, può, ci
mancherebbe. Neanche una parola: la conversazione si serve solo di una
coreografia di smorfie, sopracciglia mobili, mani che spennellano e spalle
in su da Jacques Tati; sono io che a volte, per pura distrazione,
l’appesantisco inutilmente; basterebbero gli occhi, ma sono fuori
allenamento.
Arriva subito quel che desidero: bollente, così dev’essere, lava
incandescente, succo di Vulcano; per il mio beverone, servono due terzi
d’acqua e uno di lae, due cucchiaini di zucchero di canna e due di caè
solubile, sempre così.
– Dooressa, il suo caè. Americano. Ma è davvero americano? Sa che
io l’ho messo nel menu – cappuccino americano – e se lo prendono magari
i tedeschi, che qui assai ne vengono, con le loro carni bianche bianche, di
pollo. alcuno vuole la birra. i, però, non è che siamo alla Taverna
Azzurra, dico io. Lo gradisce un corneo vuoto, con una spruzzatina di
scaccio di mandorle e pistacchi sopra? Glielo porto? – tuo di un fiato, il
muto miracolato.
– Sì, Mario. Mi faresti anche una cortesia? – provo ad arginarlo.
– Anche due, dooressa.
– Vorrei il «Corriere dell’Isola», ma in corridoio non c’era.
– Sarà finito, dooressa. Con tuo questo passìo, che vuole. Le prendo il
mio, se permee, un aimo solo.
– Grazie.
– Io l’ho leo, dooressa – e pare che alluda.
L’articolo che gli sciolse la lingua è in prima pagina: taglio basso, quello
lasciato libero per l’ultimora.
UCCISO AVVOCATO A PALERMO
Palermo – È un autentico rompicapo per gli investigatori l’assassinio, avvenuto ieri sera, in
piazza Rivoluzione, di un giovane e stimato avvocato, Francesco Oliveri, di 44 anni, che lascia la
moglie e due figlie. L’uomo è stato ritrovato, in seguito alla segnalazione di un anonimo, pochi
minuti dopo l’agguato, alle 22.45, privo di vita, a pochi metri dalla Fontana del Genio. Secondo una
prima ricostruzione, sarebbe stato colpito alla testa. Ancora sconosciuta l’arma del delio. Il
procuratore aggiunto, Cesare Bevacqua, incaricato delle indagini, ha immediatamente disposto
l’autopsia, che si terrà questa maina presso l’Ospedale Civico. Pare che all’omicidio non abbia
assistito alcun testimone. Nessuna pista è privilegiata, pure se non si esclude che possa essersi
traato di una rapina poi degenerata in omicidio, forse in seguito ad un tentativo di resistenza da
parte della viima, trovata priva del portafogli. Ieri sera faceva freddo, ma Oliveri indossava solo
una camicia. Non è stato ritrovato alcun soprabito, probabilmente trafugato insieme al portafogli. Il
riconoscimento del cadavere è stato effeuato da un’amica in vacanza a Palermo, Lorenza Serianni,
ospite di un albergo poco lontano. Sulla vicenda, indaga la Sezione Omicidi della Squadra Mobile,
direa dal commissario Giuliano Paternò.
Niente di niente, insomma: interrogativi minuscoli; i miei, invece, sono
alti come montagne.
Cammino lungo il Cassaro, il corso Viorio Emanuele. Lentamente, un
passo dopo l’altro. Ogni portone è una storia, riscria cento volte, dagli
elefanti delle truppe fenicie di Asdrubale alle jeep americane di King
Charles Polei, in parata dopo la fuga dei nazisti.
Mi godo il puzzo antico – pure se ammorbato dal nuovo – memoria dei
secoli maleodoranti, del fango che vellutava le balate, nel quale cani e
cavalli cacavano per rispeo alla corsa silenziosa delle carrozze e al giusto
riposo dei signori.
I miei occhi accarezzano certi negozi che paiono bordelli, gli ultimi che
ricordi tollerati a Palermo, catoi svelati alla curiosità dei passanti dalle
tende annodate, dalle luci smorzate e dalle vecchie tenutarie all’ingresso.
Nella mia piazza Bologni (qui abitai, dopo Mondello), la statua di Carlo V
continua ad indicare al popolo canaglia le vastità dell’Impero, lasciando la
mano destra paterna sul mondo; ai suoi piedi, un cassoneo non ce la fa a
traenere la munnizza: cibo putrescente, una sedia sfondata e delle
vecchie riviste gonfie d’umido, grigio e giallo verde muffa: leeratura in
purezza.
Mi fermo solo davanti alle vetrine in ombra di una libreria dell’usato, ai
margini dell’acquitrinoso triangolo universitario. Monumento nazionale,
dovrebbero dichiararla, e con targa: i i ragazzini tentarono di sfuggire
alla diatura dei Baroni. Il manifesto che accese la rivolta riportava in alto
una silhouee del fondatore, e in rosso e nero annunciava la vendita e
l’acquisto di libri usati, a poche lire.
Fu una disfaa, per i Baroni, che intascavano le percentuali sui manuali
e le parti speciali a loro firma, in corpo 18 e interlinea doppia (in seguito, i
più spregiudicati scrissero i nomi dei ragazzini sulla prima pagina, per
sbarrarli agli esami e render così inutilizzabili le copie).
Una noe, anni fa, ritrovarono il corpo del libraio, sparato, accanto alla
sua Mercedes, con lo sportello destro aperto. Le indagini finirono in un
buco nero, finché non presero due ragazzini, per il mea culpa di uno, di
famiglia agiata (fu smentito, e nuovamente l’inchiesta collassò).
Non vi fu alcuna pietà, né del vivo né del morto, e non c’è da stupirsene,
per il doversi vivere, quell’omicidio, come una sorta di parricidio, per una
generazione.
Sull’espositore, hanno sistemato una parte delle memorie del Marchese
di Villabianca, pressoché introvabili. Detesto solo al presente la mia cià
d’origine, e un poco anche al futuro; il suo passato mi dispiace meno, e ne
compro tre volumi.
Lapide sulla destra. BCRS. Biblioteca Centrale della Regione Siciliana. È
rimasta chiusa per anni, e chi sa se il restauro l’ha cambiata; studiavamo
sui banchi graffiti di promesse e insulti e alla luce verde di lampade
anteguerra, mancando le sale di leura in Facoltà. Leonardo Sciascia, che
qui era di casa, si districava nell’arcaico sistema di classificazione e dalla
polvere degli scaffali tirò fuori delle vecchie storie di comploi, sentenze e
superstizioni.
Tempo fa, al banco della BCRS, un ragazzo ha chiesto in prestito il
secondo libro della Poetica di Aristotele. L’impiegato, per il quale il Nome
della rosa era un titolo fra i tanti o la lapide di un libro leo e sepolto, ha
controllato inutilmente: il secondo libro non esiste (avrebbe traato della
Commedia – scrisse Umberto Eco, nel suo romanzo –, dell’ironia, del riso:
roba del demonio!). Il ragazzo, fuori di sé, ha minacciato l’impiegato con
un coltello; davanti al polizioo, stessa scena: l’hanno arrestato.
Passo dinanzi alla Caedrale e siamo a piazza della Vioria. Palazzeo
della Mobile. Se ne raccontano di storie, anche qui. Uomini e No. Omissis
per un secolo almeno.
– Dovrei andare dal commissario Paternò, Omicidi. Ecco un documento.
Scale, e ancora scale, scalee, in tue le direzioni. Sembra un altro
palazzo. Stanoe credevo di trovarmi in uno sceneggiato televisivo in
bianco e nero, d’ambientazione primi Novecento: Petrosino, Il Commissario
Maigret. Oggi mi sento in un film anni Seanta con Maurizio Merli, del
genere Il bandito spara, la polizia s’incazza.
Ecco Paternò.
– Signora Serianni, mi perdona solo un aimo? Venga, s’accomodi nella
mia stanza. Io finisco una cosa e arrivo subito.
Subito significa un’ora e un quarto. Nel fraempo, sfoglio il
«Gazzeino» e la rivista del sindacato di Polizia trovati sulla scrivania, il
Codice di Procedura Penale aggiornato al 1999 edizione tascabile poggiato
sulla televisione, il Calendario della Polizia 2004, rivedo la mia agenda, su
quel che farò appena tornata a Roma, e prendo degli appunti, sull’omicidio
di Francesco.
– Mi deve perdonare. Ho perso più tempo di quel che immaginassi.
– È finita l’autopsia? – chiedo, e nel volgere di un milionesimo di
secondo, mi dico: ma che cosa sto chiedendo? Io che c’entro?
– Sì, ecco, appunto: è quello il problema.
– In che senso, un problema?
– Oliveri aveva in corpo un bel po’ di cocaina.
– Francesco non era un drogato… Voglio dire: me ne sarei accorta!
– Ci sono persone che non si possono tecnicamente definire
tossicodipendenti, e che ogni tanto si lasciano prendere la mano, magari
solo per provare: professionisti che rubano le pasticche di ecstasy dal
materasso dei figli, e figli che prendono la cocaina dalla scrivania di papà:
alla fine, si ritrovano tui insieme in ospedale. Mi creda, succedono cose
che nessuno sa spiegare, e a persone che non supporremmo mai capaci di
farle succedere.
– Francesco no: non aveva bisogno di provare nulla!
– La droga ha anche il difeo che la devi comprare dagli spacciatori. Se
hai molti soldi con te, possono anche spararti.
– Non so, non so…
– Mi dispiace.
Ad interrompere il dueo di dubbi e dispiaceri, una provvidenziale
telefonata. Il commissario alterna sì strascicati, guurali, a lunghi silenzi.
Guarda in basso. Poi drio nei miei occhi. E posa la cornea.
– Commissario, permee che le faccia una domanda?
– Certo che può.
– La cocaina potrebbe aver qualcosa a che fare con il sanguinamento
ridoo?
– Signora, ha parlato col medico legale? Che mestiere fa, l’arredatrice o
la giornalista?
– Tempo fa, per tre o quaro anni, ho fao anche quello, ma non
dovevo aver molto talento. La mia è solo un’osservazione, piuosto ovvia;
c’ero anch’io, ieri sera, in piazza Rivoluzione. Ricorda il poco sangue sul
lenzuolo e per terra?
– L’ipotesi è che fosse già morto, quando gli hanno sparato.
– Un infarto. La cocaina, per quel poco che ne so, distrugge il sistema
cardiocircolatorio. Francesco potrebbe avere intuito le intenzioni del killer
ed essersi spaventato a morte.
– Sì, è plausibile, ma dovremo conoscere per intero i risultati
dell’autopsia per esserne certi. Finora, abbiamo solo le analisi del sangue.
Oliveri, che lei sappia, aveva mai fao uso di stupefacenti, in precedenza?
– Le ho già deo di no. Ma potrei sbagliarmi, e mai, capirà, è un periodo
troppo lungo. Forse è meglio che lo chieda alla moglie.
– Non è ancora tornata in albergo, lì dove si trova, in Egio, e il
personale non sa come rintracciarla: è fuori per un’escursione. La polizia
locale la sta cercando, insieme ai funzionari del nostro consolato. Credo
che alla fine dovremo parlare con la madre, pure se non ci sta più con la
testa. Speriamo ci dica qualcosa la segretaria dello studio legale. Verrà nel
pomeriggio.
– Io invece sto per andare. Devo firmare il verbale?
– Eccolo, è questo. Guardi. Ho riportato tuo?
Leggo in frea.
– Perfeamente. Adesso devo salutarla, commissario.
– Arrivederla, signora. Spero di risentirla presto.
Paternò mi guarda e mentre mi accompagna alla porta, con gli occhi mi
vuol suggerire che farà di tuo per scoprire chi è stato. Ha capito, mi vuol
dire con quel viso contrito. Ha capito che tra me e Francesco c’era
qualcosa.
Cocaina. Domani i giornali ne parleranno.
Sento già le note spietate del Crucifige:
AMMAZZATO PER UNA DOSE
Con la variante mormone:
I TRAFFICI ABIETTI DELLA PALERMO BENE
Oppure, nella consueta versione feuilleton:
L’AVVOCATO UCCISO: UNA STORIA DI SESSO E DROGA
Si spiegano, le notizie – polverose di fonti oscure –, distendendole su un
piano come carte geografiche, oscurando continenti, fiumi e montagne, e
illuminandone altri, a caso, secondo l’oscillazione della fiamma della
candela.
L’interpretazione, al pari della sentenza del giudice sacerdote per
Sciascia, procede nel senso mistico della transustanziazione, della
trasformazione del pane in carne e del vino in sangue di Cristo.
La liturgia non prevede errori.
el che passa per la tastiera è vero in ogni caso, e se non lo fosse,
potrebbe esserlo, e se non dovesse manco reggersi in piedi, il
ragionamentino, starebbe comunque lì a testimoniare che la strada per la
verità è lastricata di minchiate e illustrata, in caso di suicidio, dagli esperti
della Scientifica: come testimonia quel commercialista indagato e subito
condannato all’inchiostramento – con foto in prima e titolo in grasseo a
sei colonne – che per la vergogna si è geato dal terzo piano e si è
schiantato a braccia aperte sulla strada, in uno sghimbescio tracciato a
gessei e cancellato dalla prima pioggia.
Capitolo III
Mi è venuta voglia di facce dure, conversazioni di pietra focaia e polvere
da sparo. Saluto il piantone, gli uomini di guardia e svolto a destra. Vado
giù per via dei Biscoari, e per un istinto d’animale, spalanco gli occhi e
tendo le orecchie. Non raccao nulla, però, se non qualche smorfia,
arricciamento di naso, sguardo drio come sputo raffreddato. Roba di
scarto, insomma. La mia bauta di caccia è un fallimento.
C’era una taverna, qui, anni fa, lercia e misteriosa; non aveva neanche
un nome. Due o tre tavolini e un solo bancone, al quale, sin dalle prime ore
del maino, s’ancoravano gli ubriachi della zona. Da qualche parte, sul
fondo nebbioso del vecchio magazzino, improvvisamente sortiva un tizio,
con un grembiale che doveva esser stato bianco: espelleva un rauco
buongiorno e subito dopo ammutoliva; si piazzava lì davanti, senza
muoversi di un millimetro, le palpebre calate da un lato come serrande
guaste, diagonali, semichiuse, le mani abbandonate lungo i fianchi. Non
c’era molto da questionare, in fondo. Menu fisso: il bollito, un lungo pezzo
di manzo che per tradizione deve conservare mezzo centimetro di grasso e
cuocere con il sedano, le cipolle, le carote e le patate e un chiodo di
garofano; senza triturare sminuzzare affeare nulla, sennò è finita. E
dunque.
– C’è il bollito? – domandavo.
– Sì. Lo vuole il vino? – monocorde.
– Va bene. Un poco di pane, me lo porta? – calma calma.
Non una semplice ordinazione: era una rassicurazione, in fondo
reciproca, una breve esercitazione psicoterapeutica con il monoblocco in
grembiale bianco sporco. el giorno, tuo sarebbe scivolato
tranquillamente, per ripetersi allo stesso modo del giorno precedente.
Poi la taverna finì, con il suo Moloch, le petroliere da bancone e le boi
vuote da decenni piazzate lì per inerzia e scenografia. Per me, venne il
turno dello Speron d’Oro, in via Venezia, a due passi dal Teatro Biondo.
La Regia Conservatoria del calamaro ripieno.
Il Tempio delle polpee di sarde, ubriache di pecorino e affogate nella
salsa alla menta.
Il Louvre dell’acciuga rossa, della pasta con l’anciova – anchow,
l’acciuga appunto, rossa per via della salsina, l’estrao di pomodoro che
per legge di cucina sa di terra polvere caldo mosche legno – e ’a muddica
aurrata, la mollica, il pangraato, abbrustolito sulla padella.
Ho una parte del cervello che immagazzina i sapori e gli odori, li
classifica e li archivia in modo perfeo. Ricordo ogni boccone sin da
quando ho deo mamma, i raccapricci e le meraviglie; ma non ne vado
fiera: è una virtù terrificante, la memoria.
Sul marciapiede requisito dinanzi alla boega, un restauratore passa e
ripassa una pezzuola nera di gommalacca sul tavolino e al ragazzino che
forse gli sussurra una porcata all’orecchio, mentre mi avvicino, rivolge un
segno imperceibile, senza far nemmeno oscillare la sigarea incollata al
labbro inferiore.
Risalgo e sfioro la Caedrale, il portone della Curia con su infissa l’elsa
ribelle del pugnale di Maeo Bonello – che per leggenda diede il via ai
Vespri siciliani, ed era in realtà l’insegna del Potere di Spada e di Morte
della Chiesa feudale – e scendo fino al Mercato delle Pulci.
– Posso guardare?
– Certo, signora. Con comodo.
Sul tavolo, bicchieri spaiati di cristallo satinato, tazzine kitsch, teiere
soomisura, ferri da stiro a carbone, forchee di metallo dal manico di
finto avorio, macinacaè di laa, portacenere ricordo e madonnine di
plastica. C’è un angioleo di legno: non è la foglia d’oro a ricoprirlo, ma
uno smalto comune, sintetico. In fondo al baraccone, armadi primo
novecento, casseoni, tavoli e chiffonnier.
– Le interessa qualche cosa?
– No, in particolare niente.
– Se vuole, di là ci sono delle cose arrivate ora dall’Inghilterra. Cose
delicate, da tavola. Le possiamo vedere insieme.
– Inglesi?
– Sì. Sono posate, servizi in sheffield, e forse – ma non mi ricordo bene,
il pacco non l’ho ancora aperto – ci sono pure dei binocoli, degli
strumenti, roba antica che viene dalle navi.
Vado via con trecento euro in meno e della roba in borsa. Un
cannocchiale d’oone, e dodici segnaposti d’argento, lavorati a sbalzo. Li
accarezzo con il pensiero, non vedo l’ora di portarli a casa. Tua roba
lucente, che odora di cameriera, spazzola e olio di gomito, e non di
magazzino, di lunga esposizione in una fumosa polverosa Antiques Fairy
riscaldata a cherosene, e per di più è stata impaccheata con giornali
italiani, non inglesi. Il mio, tecnicamente, si chiama incauto acquisto
(forse, è solo un fao formale: l’ho comprata da un riceatore che
pagandola sooprezzo l’ha portata via al ladro che l’ha soraa
all’esposizione da saloo di un evasore fiscale che l’ha bauta ad un’asta
al Monte dei Pegni dopo il furto legalissimo al trenta per cento del prezzo
reale e via sublimando).
– Pronto? – rispondo, senza nemmeno badare al numero.
– Lorenza, ciao, sono Alberto. Buongiorno.
– Buongiorno al cazzo, Alberto.
– Ben svegliata e con le idee chiare sin dal maino. I miei complimenti,
Lorenza, e grazie pure a nome del mio amico nano, che ultimamente si
sente un poco trascurato. O c’è qualcosa che ti rode?
– ella dell’ironia toscana è un’invenzione. Voi, vi chiudono da piccoli
nello sgabuzzino al buio se non dite almeno due stronzate al giorno da
sbellicarsi. Così è più di un dovere, far ridere è una necessità, avete paura
del silenzio come di una punizione.
– Hai cambiato pusher? Devi aver fumato robaccia, in questi giorni.
– Mi rode di stare ancora a Palermo, di doverci passare altre due ore. Mi
rode che abbiano ammazzato un mio amico. Mi rode d’invecchiare e
perdere per strada i pezzi – dico, e penso alle marionee di Tangos, che il
dolore mutilava d’improvviso, ovunque si trovassero.
– Un amico? Ti hanno ammazzato un amico?
– Sì, un ragazzo con moglie e due figli: gli hanno sparato ieri sera, e io
sono in giro a perder tempo.
– Scappa da Palermo.
– Io, questo pomeriggio, torno a Roma: non è che scappo da Palermo!
Francesco, potrebbero averlo ammazzato al Central Park, a Manhaan,
con le Due Torri.
– Ti va se ci vediamo lo stesso? Vengo a Roma. Cioè, avremmo dovuto
vederci a Firenze, ma se vuoi, prendo un treno e arrivo. Solo per stare
insieme, tranquilla.
– A stasera.
– Stai tranquilla.
– Alberto?
– Eccomi.
– Porta pure il tuo amico nano.
– Lui è sempre a disposizione. Squadra che vince…
Vado su, nella mia camera.
Ci sono dei fiori, sul seimanile, una composizione molto elegante.
Mi lavo le mani, con aenzione, senza frea. Mi sento sporca: di
questura, di sangue, di strada e di ricordi.
Tiro fuori i miei tesori, il cannocchiale e i segnaposti, li sistemo sulla
scrivania, accanto alla tv, li guardo per un po’, chiedo loro da dove
arrivano, qual è la loro storia, cerco la loro energia. Uso un asciugamani,
per ripulirli delle dita che non conosco, e li conservo al centro esao della
valigia, dopo averli fasciati con un maglione di cachemire che trovo sul
leo, e riparati coi tre volumi del Villabianca e gli altri presi a casa e in
aesa di leura.
Prima di andare in aeroporto, mi faccio un regalo che desidero da
tempo: un lungo, lunghissimo bagno nella vasca. Sciolgo nell’acqua
bollente tui i sali che trovo, grossi grani in busta, e tue le boccee di
bagnoschiuma, alle erbe, alla frua, al miele, finché nell’aria non si
diffonde un profumo di tintoria, una melassa d’orrori in polvere e in
distillato. Lascio accesa solo la lampada opalina sullo specchio e chiudo gli
occhi. Respiro piano e a fondo, e rilascio tui i muscoli: dico loro di
mollare la presa, dalla nuca all’alluce. asi mi addormento, o perdo i
sensi, asfissiata dalla mistura zuccherina nella quale mi ritrovo.
Ora è come se nulla fosse accaduto, se mi trovassi in un luogo senza
vincoli temporali, dove si può scegliere liberamente il passato che ci
aggrada, dove si può rimediare all’errore, giacché il male è sempre il fruo
dell’ignoranza. Non mi sorprende, sentire la voce di Francesco, benché
troppo allegra in quel viso da morto.
Scusa per ieri, ma non sono riuscito ad arrivare per tempo. Ho avuto un
problema. E meno male: ho sentito che hanno sparato a uno, al Genio.
Richiamami. Ah, per l’argent, come se fosse.
Sto dormendo, di un sonno che sa di vacanza e ti sfiora solo fino a
dicioo anni, e infai il suo bacio è avaro, dura un aimo appena.
Il toc toc alla porta, educato ma insistente, mi riporta in vita. Non c’è
alcun nuovo messaggio vocale nel mio telefonino, alcun mondo parallelo:
le cose stanno come stanno.
– Arrivo, solo un momento – urlo, mentre salto fuori dalla vasca e
strappo via l’accappatoio dalla griglia di riscaldamento: lo indosso come
una pelliccia in Lapponia, fasciandomi fino al viso, e tiro giù il cappuccio.
Apro e inclino il viso gocciolante oltre la porta. È il portiere.
– Signora, ho provato a chiamarla al telefono, ma non rispondeva. Mi
sono preoccupato. Mi scusi.
– Stavo facendo un bagno.
– Le chiedo ancora perdono. Volevo dirle che suo marito è dovuto
partire prima di lei. È passato da qui ma non l’ha trovata.
– Mio marito? – La mia faccia resta nel buio, e il mio tono di voce è
privo di qualsiasi emozione, come se la sorpresa mi avesse svuotato, di
colpo.
– Sì, è arrivato in albergo pochi minuti dopo che lei era uscita, stamani.
Ha deo di esser riuscito a passare da Palermo prima di tornare al lavoro,
a Malta. Aveva un mazzo di fiori, voleva farle una sorpresa e mi ha chiesto
di lasciarli nella stanza.
– Io non sono sposata. Non ho alcun marito. E non conosco nessuno che
lavori a Malta –. Mi sforzo di parlare con calma.
– … – Lui resta con la bocca aperta, e stringe gli occhi come per
meermi a fuoco.
– Lei chi ha fao entrare nella mia stanza, con esaezza?
– Un uomo alto, biondo. Signora, mi spiace, ma il signore mi ha deo di
esser suo marito, mi ha anche mostrato un documento sul quale era scrio
il suo nome, Paul Fraud. È salito su ed è rimasto in camera per non più di
cinque minuti. Le manca qualcosa? Vuole che chiami la polizia?
– No, non mi manca nulla, e non saprei chi e che cosa denunciare alla
polizia. La ringrazio. Mi prepari il conto. Sto per scendere.
– Mi scusi, ma davvero, non so come sia potuto succedere – lacrima.
– Sarà stato uno scherzo. Può darsi che tra i fiori trovi un biglieo.
Nessun problema.
Cerco tra i fiori, con la mano sfioro la confezione di carta crespa, finché
non trovo un nastro; lo tiro su e scopro che all’estremità è aaccata una
bustina: dentro, c’è davvero un biglieo, listato a luo. Ti sono vicino. Paul.
Gentile. Ma chi è Paul?
– Commissario Paternò, sono Lorenza Serianni. Spero di non
disturbarla.
– No, non si preoccupi. Stavo per andare a pranzo. La segretaria
dell’avvocato Oliveri arriverà solo alle quaro e mezza. Mi dica.
– Guardi, quasi certamente è solo una sciocchezza, forse un tentativo di
furto andato a male. alcuno, stamaina, mentre andavo alla Mobile, è
entrato nella mia camera, in albergo, dicendo d’essere mio marito. Io però
non sono sposata. esto signore ha anche mostrato al portiere un
documento, falso naturalmente, sempre che non si chiami davvero Paul
Fraud, Paul Impostore.
– Aveva qualcosa di valore in camera?
– Di valore ho solo quel che ho addosso, l’orologio e i gioielli,
nient’altro, e non porto mai dei contanti con me, figurarsi se li lascio in
albergo. Deve aver frugato tra i miei bagagli, però: sul leo, ho trovato un
maglione che avrebbe dovuto trovarsi nella mia valigia, già pronta per la
partenza. Un gentiluomo, ad ogni modo. Ha lasciato un mazzo di fiori con
un biglieino di condoglianze. Credo si riferisca alla morte di Francesco.
– Sarebbe meglio se lei denunciasse quel che è successo. Potrebbe anche
traarsi di un tentativo d’intimidazione.
– Non ne avrei il tempo, commissario. L’aereo parte tra un paio d’ore, e
non posso restare a Palermo.
– Ha già chiamato un taxi?
– No, non ancora.
– Se le fa piacere, posso accompagnarla io all’aeroporto, e magari mi
racconta meglio quel che è successo.
– Non si disturbi, commissario. Non credo sia necessario che lei mi
scorti con le armi spianate.
– Insisto. Non è un disturbo.
– Mi dia venti minuti: sarò giù, nella hall. A fra poco.
Telefono al portiere. Voglio sapere tuo su Paul Fraud.
Taglio una rosa gialla a metà del gambo e l’infilo distraamente nel
taschino della borsa. La valigia pesa. Dentro, c’è il mio tesoro.
Capitolo IV
Sta piovendo, ed è una perfea tempesta tropicale: corso Viorio
Emanuele, streo fra i severi palazzi spagnoli e sempre all’ombra, salvo il
mezzogiorno, trasfigura in una calle di Santo Domingo investita da un
uragano improvviso; una scena appena accennata, senza le comparse che
servirebbero, i ragazzini impavidi, i cigarilleros con i tavolini in testa e tre
grassone in fuga, in un sabba di sete colorate stree su tee, pance e culi
in gelatina, fradici e danzanti.
I due metri fra l’auto e l’albergo costano a Paternò la tenuta
dell’acconciatura e dell’impermeabile da detective; è inzuppato, ma
quando si spalanca la porta a vetri, stambecca dentro e ride come un
ragazzino.
– Solo un caè, signora, un caè veloce al bar, e poi andiamo. Stanoe
ho fao giorno e ancora non mi sono fermato. Ma non creda che sia
stanco: solo esageratamente in forma, carico di adrenalina. esta gita
all’aeroporto ci voleva, e pure questa pioggia.
Andiamo controvento, sulle corsie preferenziali, al seguito di bus e finti
invalidi. Solita guida calma, e infiliamo la circonvallazione.
– Tornerà?
– Non so. Forse questo è il mio addio a Palermo, commissario, almeno
per un po’. Non c’era più niente che mi obbligasse a tornare, già da tempo.
La morte di Francesco ha cancellato il mio ultimo legame ancora vivo con
questa cià. Il resto è morto e sepolto.
– Lei qui c’è nata, però. alcosa resterà…
– Vivo a Roma da molto tempo, e qui non ho più nessuno. I miei nonni
andarono a Perugia poco tempo dopo la guerra, e i miei genitori li
raggiunsero dieci anni fa, appena pensionati.
– Io invece ho deciso di venirci a stare, a Palermo. La mia famiglia è di
Cefalù. Ho frequentato il liceo e l’università, qui nella capitale, e ho
cominciato a far pratica da un avvocato, uno di quelli che contavano. Ho
lavorato al Ministero della Giustizia, ma ero troppo giovane: inesperto, si
dice. Ho mollato tuo, da un giorno all’altro, per dedicarmi al concorso in
polizia, e ho vinto la divisa.
– Un idealista…
– Ho tre o quaro idee, sì, ma questo per me è solo un mestiere, e mi
piace.
– L’uomo che oggi è salito in camera mia si è spacciato per mio marito
e, probabilmente, aveva un documento falso. Perché farlo? Perché tante
complicazioni?
– Se fossimo in un film, penserei ad un valzer di spie, ad un
elegantissimo Hitchcock. Mi perdoni lo spirito. Non so risponderle, ma
non deve preoccuparsi: magari il portiere si è fidato di un facsimile da
carnevale in mano ad un mao. C’era una sua foto oggi sul giornale, e
questo potrebbe bastare ad esaltare un imbecille.
– C’era il mio nome, e chi sa come c’è finito, non la foto.
– Lei avrà leo la prima edizione del «Corriere dell’Isola». Nelle
ribaute c’è anche una fotografia, di noi due che osserviamo il cadavere;
di grande effeo, le assicuro.
– Ho chiesto una descrizione al portiere: era un tizio alto all’incirca un
metro e oanta. Capelli corti, ben curati, biondo acceso; vestito di scuro,
non portava la cravaa, e sulla giacca c’era un distintivo: oro e smalto, ha
deo. Non mi sembra l’identikit di un mitomane.
– Neanche a me, anche se non credo che ne esista uno ben preciso: di
identikit, intendo.
– Secondo lei non è successo niente, allora?
– Non ho deo questo. Se le dicessi che qualcosa è successa, cosa
cambierebbe? Resterebbe un evento inspiegabile: noi non abbiamo alcun
elemento per decifrarne il senso. Mi ascolti. Io ne prendo nota, e il suo
racconto finisce nel fascicolo delle indagini. Ci sono molte probabilità che
si trai del gesto di un mao; se invece è un’intimidazione legata
all’omicidio, forse riusciremo a scoprirne l’autore. Stia tranquilla: ha il mio
numero, e se vuole, può chiamarmi, in qualsiasi momento, per qualunque
ragione.
– Siamo arrivati, commissario – dico, e la mia espressione aggiunge
involontariamente un poco d’ironia; me ne accorgo e sposto lo sguardo
verso destra, sulle porte scorrevoli delle Partenze.
– Le do una mano –. Scende, lasciando l’auto in zona Scarico Bagagli.
– Sono solo le due meno un quarto, c’è ancora un po’ di tempo – provo
a recuperare – vuol farmi compagnia al Self Service?
– Mi dia il tempo di parcheggiare. Ci vediamo al check-in.
Prendo i giornali e vado all’Acceazione. Nessuna obiezione sul
bagaglio, anche se è più pesante che all’andata: basta uno sguardo
distrao alla bilancia eleronica, e ho già in mano la carta d’imbarco. Sto
ferma, in aesa, al centro del salone. Paternò è appena entrato. Gli faccio
segno con la mano che ci vediamo lì, alle scale mobili.
Saliamo su e prendiamo un tavolo da allerta e fuga, vicino all’ingresso.
Paternò dice che dovrei mangiare meglio, che un piao di pasta come si
deve vale una bistecca, anzi di più.
– Dia rea a me, la farina non ha mai fao male a nessuno. Per quanto
stiamo aenti, nella carne qualcosa la troviamo sempre: ormoni,
antibiotici, per non dire del virus della Mucca Pazza.
– Commissario, ma lei non la smee mai?
– Di fare che cosa?
– Di analizzare tuo. Anzi, se permee, di fare lo sbirro. Io, di questa
bistecca, ne ho bisogno, e non per anemia, per carenza di globuli rossi. Il
desiderio del cibo, per me, è un fao oggeivo: si manifesta in tui e
cinque i sensi. Io vedo, odoro, gusto in anticipo quel che mangerò. Lo
tocco, persino, e sento il rumore dei miei denti, o del coltello sul piao.
– E non resta mai delusa? Non la preoccupa sapere che mangia roba
falsa, che può farle del male?
– Sa cosa penso del progresso? È un motore che produce la più perfea
immobilità, uno stato catatonico da eccesso di parkinsonismo. Peggio.
Allunga la vita da una parte e l’accorcia dall’altra, in misura ineguale:
perdiamo più di quel che guadagniamo. E se pure non fosse così… C’è una
storiella zen che racconta di un tizio che entra in una macelleria e chiede:
macellaio, qual è la tua carne più buona? Il macellaio risponde: la mia
carne è tua buona.
– Come finisce?
– È già finita. È tua qui.
– E che vuol dire?
– Proprio niente.
– Meglio. Sapere che discutiamo di niente, è già qualcosa, sempre
meglio che fingere di discutere di qualcosa non sapendo che è niente.
– Commissario, che fa? Mi sta socraticamente sfoendo?
– No, a sfoere era lo scriore zen con la sua storiella.
– Che non vuol dire niente, e che non vorrebbe dire niente pure se ci
meessimo d’accordo, convenzionalmente, su un qualsiasi significato della
categoria di buono. Non avrebbe alcun senso parlare della carne più
buona.
– Per lei la carne buona esiste?
– Come no, ma la carne buona è presumibilmente quella falsa, quella
che da un evento a noi sconosciuto riceve un connotato non autentico. Il
vero e il buono, insieme, non esistono. Non su questa terra. Per non dire
del più buono o del più vero.
– Per fortuna – dice, compiendo quel mezzo giro con la testa che
significa siamo d’accordo.
Il modo in cui mi guarda, mi fa sentire parte di una specie rarissima.
Paternò mi ha preso accuratamente le misure. Io parlo parlo e quello,
metodico quanto un geometra sull’impervio luogo dei rilievi, ha segnato
tuo sul suo block-notes, sicché risulto un tipo cinico e provocatore.
Si alza e, prima che io possa fare altreanto, afferra la maniglia
estensibile del trolley e si mee in cammino, silenzioso, senza aendere
alcun assenso alla sua iniziativa. Eccolo, il primate: la fatica è mia – mi sta
dicendo – e mio anche il ruolo di capobranco. Lui davanti e io dietro, a
rispeosa distanza.
Al posto di controllo, l’ispeore di turno lo riconosce e gli fa cenno di
passare avanti, e quello, sollevando il capo di un paio di millimetri,
risponde muto che resta lì, in coda per il metal detector insieme a tui gli
altri. Seconda lezione sul vero e il buono. Scriva, prenda appunti, che poi
la interrogo, signorina Serianni.
Non protesta nessuno, pure se la velocità media è di venti centimetri al
minuto, dodici metri all’ora. i le file si fanno per due, per quaro, per
oo, spire che s’intersecano, eliche di un codice geneticamente votato al
caos, e la sola porta magnetica in servizio squilla ad ogni cerniera. Tocca
allora al polizioo privato di intervenire, con la sua spazzola eleronica.
Te la passa ovunque, in lungo e in largo, sugli angoli e le depressioni, sul
concavo e il convesso; togli tuo: la cintura con fibbia d’oone, quella
collanina d’oro a maglia strea che ti sta al collo sin dal baesimo, la spilla
del tuo club, i booni metallici, ma la porta suona comunque. «Guardi: ho
un pace-maker, una protesi all’anca, una caloa al cranio e due
ourazioni: che faccio, tolgo anche quelli?». Ti fanno passare, sappi però
che è una concessione.
Nel fraempo, il nastro si è ingolfato, la borsa con gli occhiali da sole
nella custodia floscia è soo il trolley pressato da un paio di bagagli a
mano, non perdi d’occhio il casseino con i preziosi il cellulare le monete,
l’altoparlante ti avvisa che l’imbarco del tuo volo è concluso e sei sull’orlo
di una crisi.
Palermo è la fortuna d’Occidente, sebbene ne contraddica lo spirito e
incarni la profezia del suo disfacimento.
Al Qaeda ha ferito il Capitalismo nel suo centro nervoso, New York,
provocando una paralisi motoria e labiale dell’intero organismo: dei voli,
delle comunicazioni, della sua economia new age.
Palermo – come Atene e Istanbul nuotando nel passato, nella lentezza,
nel caos – ha assorbito il colpo, recuperando in breve l’equilibrio,
impassibile, come se nulla fosse accaduto.
– Arrivederla, signora. Faccia buon viaggio e stia tranquilla.
– Grazie di tuo, commissario. Se capita a Roma, si faccia sentire.
– Obbedisco. Alla prima occasione –. Non dice per dire: ride con gli
occhi, Paternò, in un modo che sa di sfida, di gai e di fusa.
Ci sono degli ostacoli che non riesco ad evitare, o per meglio dire, degli
errori che ripeto, e per quanto mi sforzi, non riesco a trarre alcun utile
insegnamento dall’esperienza, perché non mi accada nuovamente di
commeerli. Uno di questi è di grado elementare. Se riguardasse gli
scacchi, potrei riassumerlo facilmente: le prime mosse sono avventate, e
per quanto poi riflea sul campo di baaglia e sulle strategie, la
frustrazione – dinanzi al vantaggio acquisito dall’avversario – ha il
sopravvento, e mi spinge ad abbandonare il gioco, e a favorire la sconfia.
Il finto finger ci scarica sulla banchisa, tra foche e pinguini. Stavolta
nessuna carezza, è un vento islandese che mi sta prendendo a schiaffi,
ghiaccio e zolfo. C’è un tizio che ha poggiato il borsone per terra e con
calma ha acceso una sigarea. Non so come faccia a star fermo. Vado
dria all’aereo. Centocinquanta freddi metri a piedi.
Fila finestrino, a ridosso della cabina di pilotaggio, l’ideale per le gambe.
Tiro fuori i giornali e fingendo una forza che non ho, piazzo con un
movimento secco la valigia nel bagagliaio. Stringo la cintura sull’ernia
mancata e al primo avviso – i signori passeggeri… –, sto già leggendo.
La donna che mi siede accanto, incapsulata in un rigido Chanel, mi
osserva e poi torna a guardare la foto in cronaca: titolo, Omicidio alla
Vucciria; guarda un po’, è la stessa persona che in piedi piange il morto. La
donna stringe i muscoli della mandibola e gonfia le guance in una smorfia
d’orrore; ma non ce la fa a raristarmi, il suo tentativo di strapparmi quel
po’ d’onnipotenza che deriva dal sopravvivere a qualcuno.
Si decolla, finalmente. Fine della storia, cambio pagina, chiudo il
giornale, e passo ad una rivista d’arredamento che mi porto appresso da
giorni.
Al parcheggio taxi di Fiumicino faccio una fila da ingresso domenicale
agli Uffizi, ordinata e interminabile.
– Vicolo della Campanella, per favore.
– Dalle parti della via dei Coronari, o me sbajo, signora?
– È quella.
Sul raccordo anulare mi rassereno. La passeggiata al centro ha
addiriura un effeo balsamico. ando prendo un caè al bar di via di
Panìco, l’umore è alle stelle. Alle cinque e un quarto del pomeriggio, sono
a casa, e il mio tesoro è con me. Ho bisogno di rallentare la corsa, di
dormire e smaltire definitivamente la rabbia delle ultime dicioo ore.
Alle see e mezza del pomeriggio, mi sveglia uno squillo. Ho messo la
suoneria carogna, progressiva, in sei secondi ha già un volume
foratimpani. È Alberto.
– Tornata in patria?
– Senza difficoltà. Viaggio tranquillo e nessuna sorpresa all’arrivo. Per
non dire del fao che almeno tu sei ancora vivo.
– Le pulsazioni ci sono, e dunque, ad orecchio, dovrei esser vivo. Se vuoi
accertartene di persona, ho prenotato l’ambulatorio dell’altra volta.
Potremmo vederci lì, tra un po’.
– Alle nove e mezza – chiudo.
È sempre lavoro, ma di una forma che plasmo con le mie mani; i miei
clienti sono avvertiti: uno o due appuntamenti al mese, nessuna insistenza,
e nessuna richiesta al di là del pauito; sono dodici relazioni a pagamento:
undici, da ieri.
Alberto ha trentadue anni, è un pubblicitario. La sua agenzia lavora con
grosse imprese e governi di mezza Europa, e il suo faurato raddoppia
ogni anno. Non è molto alto, ma è bello e simpatico, tanto da riuscire a
volte insopportabile. Io sono il suo lusso più grande. Le sue donne
vogliono qualcosa da lui, e lui vuole qualcosa da me. Sono io che comando.
Alle due del maino siamo davvero stanchi. La cena fredda è sul tavolo
della suite da seecento euro a noe, fredda anch’essa, quanto può esserlo
un albergo londinese d’ultima generazione, con i suoi arancio giallo lilla
illuminati a neon e alogene, plastica ovunque e resine per terra.
Mangiamo senza passare dagli spogliatoi, e dalle docce. Rido come solo
Alberto riesce a farmi ridere, e dopo la frua torniamo ai materassi. Sono
io che prendo l’iniziativa, con quel che piace agli uomini, e li riconduce
all’essenza.
Al risveglio, faccio una doccia bollente. Dal lucernario sul teo della
sala da bagno, osservo il cielo, senza una nuvola, color del mare al largo.
Mi piace andare a piedi, e il pensiero di tornare a casa araversando il
centro mi rende felice. Prendo i millecinquecento euro dal piao in vetro
ghiaccio sulla consolle rosso rubino e lascio l’albergo che non sono
neanche le see e mezza. Alberto dormirà fino a mezzogiorno.
Le strade sono fresche, umidicce, quasi allegre. Svoltato l’angolo, entro
in una nuvola del Paradiso. Conosco la tecnica. Un pugno di vaniglia nel
forno acceso, e il tubo della cappa di aspirazione fa il resto: intorno al bar,
in un raggio di cento metri, la trappola è tesa. Non c’è scampo. Un istante
dopo esser passati per quella nuvola invisibile, crollano le difese
immunitarie della psiche, la volontà si sbriciola, i neuroni cedono
all’assedio.
Il mio cervello visualizza l’immagine di una brioche, subito associata ad
un cappuccino, un bicchiere di minerale, un tavolino ed un giornale.
Meglio morire di rimorsi che di rimpianti. La mia brioche è calda e
soffice, col boone in cima, e gialla d’uovo, all’interno.
Fisso la prima pagina del mio gran formato ripiegato sul vassoio e non
riesco a leggere e a capire un rigo che sia uno. Vorrei smeerla coi
giornali, dopo aver smesso con le sigaree, ma non posso. Non saprei,
altrimenti, come nutrire la mia pianta carnivora, come rifornire la mia
Piccola Boega degli Orrori.
Fra le cose migliori dell’anno ci sono i titoli per la morte di Marco
Pantani.
Coca e antidepressivi hanno finito il gran ciclista in un residence da
cinquantacinque euro a noe, fra mobili sfasciati, macchie di caè sul
tavolo e il leo ancora intonso: dormiva da giorni sul divano, a pochi
centimetri dalla tv e dal telefono.
C’è chi parla di dannazione della cronaca, a proposito del doping di
Pantani, dipinto come un eroe fasullo. Ma non c’è alcuna pietà: il fallo è
simulato, nessuno che si rialzi, con dignità, per ricoprirsi il capo di cenere
e stracciarsi le vesti, ricordando i celebri casi della pagliuzza e del trave o
della prima pietra da scagliarsi sull’adultera, riportati da antiche memorie
ebraiche.
Avrebbero dovuto fermarlo in tempo, il tipografo tedesco, Johann
Gutenberg, ficcarlo in una cella umida delle carceri di Magonza,
distruggere il maledeo torchio e diffidare i servi d’officina dal meere
nuovamente mano ai caraeri mobili. Stampa qualcosa e ne farai crusca
del diavolo.
Marx imparò tuo quel che gli serviva sul popolo dalla leura dei libri
di Balzac. Mezzo secolo dopo, fu il popolo ad imparare dalla leura delle
riviste, quando Gide raccontò i processi in Corte d’Assise e gli orrori della
provincia: follia, stupri, intere famiglie sterminate.
I giornali si stampano col sangue. Una viima al giorno, per sedare la
fame della pianta carnivora.
A Roma, quando ci credevo, chiesi una collaborazione al direore di un
famoso seimanale. Il Gran Moralista, Fausto S., svicolò, tenne soovoce
una preziosa lezione di vita, tua per me, sbracato sulla poltrona
manageriale, e il suo era il saloino a Potsdam di Voltaire, il cameriere
filosofo al servizio dell’altro Federico II, il prussiano; mi regalò un suo libro
con dedica e mi elargì un consiglio: «Tieni un diario, segna quel che
succede: nel mondo, nel tuo lavoro, e un giorno ti servirà». Salutai
educatamente la segretaria e mandai lui a cacare.
Il diario però iniziai a tenerlo: la Boega. Prendo nota delle viime
sacrificali, dei carnefici e delle relative assoluzioni post mortem, di tuo
quel che non mi piace nel mondo o sfugge al nostro automatico filtro di
salvaguardia (che in Occidente separa la rappresentazione dalla realtà, la
luce dal sole).
Ho molta roba da parte: le gesta eroiche dei diatori, le pulizie etniche
dimenticate, le apocalissi che s’annunciano alle porte di Babilonia, le
vendee dei buoni e le inevitabili rimozioni; tra gli orrori che preferisco –
in cui i paradossi s’avviluppano in famigliari gomitoli –, alcuni mi
riconducono a Palermo. Ha dei riguardi, talvolta, il Fato, nel manifestarsi.
Se i ragazzini in chiesa corrono dietro ad un ladruncolo che ha portato via
la borsa della catechista, e lo bloccano, lo tempestano di pugnei e calcei, in
aesa della volante, è un inno generale alla legalità, anche se le mie lacrime
vanno al Vescovo dei Miserabili, quando ai gendarmi dice che Jean Valejan,
le posate d’argento nascoste nel sacco, non le ha per nulla rubate, ma le ha
ricevute in regalo.
La Francia potrà pure stringer pai di pace con le più improbabili
assemblee asiatiche e mediorientali, a pao che le consentano di vietare
zucchei, veli e croci, e non le contestino il pestaggio di polizia, in aeroplano,
di un senegalese da espatriare e l’arresto per vendea di un mite antropologo
palermitano che di fronte al sangue urla di smeerla. Il mite rischia 5 anni di
galera.
esta sì che è autoanalisi, fanculo a Freud.
Capitolo V
– Buongiorno. Sono l’architeo Tore Conserva. Mi perdoni se citofono
giusto a quest’ora del maino.
–…
– Spero proprio di non disturbare. Parlo con la signora Serianni?
– Sì, a che devo il piacere?
– Mi trovavo qui, giustappunto dinanzi al suo palazzo che, stimavo,
risalirà al diciasseesimo secolo, un tipico esemplare barocco, e mi
chiedevo se non fosse il caso di compiere un sopralluogo.
– Adesso? Alle nove e mezza? Sono appena tornata a casa.
– Sarebbe l’ideale. Al maino gli strumenti funzionano meglio. Sarà
merito di una noe trascorsa a riposo.
– A riposo chi, architeo?
– Prema quel pulsante che si trova al centro del suo apparecchio,
signora, e spalanchi il suo portone: sarò lieto di raggiungerla e di
mostrarle i miei progei.
Ne ha sempre d’ambiziosi, l’architeo, ed estenuanti: la loro
illustrazione richiede sempre lunghe ore.
– Eccomi, fresco come un ippopotamo dopo il bagno.
– Non ci vediamo da quanto? aro, cinque mesi? Sei sempre il solito
fesso, Gianmarco.
– Se ti dovessi valutare, in veste professionale, direi che sei sempre la
solita pantera nera, scura scura, trai malesi e soda muscolatura africana.
Son venuto a darti la caccia, e farai bene a scappare.
– Sono le nove e mezza!
– Nella foresta non ci sono buone maniere, cara la mia pantera.
Cedo subito, niente caccia: anche se non conosce le buone maniere, un
ippopotamo da cento chili per un metro e novanta d’altezza va sempre
assecondato.
– Torna nella tua palude, Gianmarco, dai una lucidata. E poi in stanza,
giovanoo –. Mi piace darmi qualche aria da bordello.
ando riemerge dalla doccia, Gianmarco – che nella vita fa il mercante
d’arte e l’antiquario, fra Roma e Londra – ha un pendolo che misura
almeno tre ore, preciso come un timer da forno caricato a molla.
– Lei arreda a perfezione questa vecchia casa, signora. Mi scusi se glielo
dico, ma lei è un pezzo veramente di pregio, e i miei progei la riguardano
da vicino. Permee che le dia un’occhiata?
– S’accomodi, ma mi trai con riguardo.
Sembra di stare in palestra. Gianmarco ha la forza e i tempi giusti. Gli
piace sollevarmi, scantonarmi e riaggiustarmi, e lo fa con la perizia e la
delicatezza di un massaggiatore orientale. Ha tirato fuori del tascone un
vecchio compact disc di Peter Gabriel. Il vento, le voci, i tamburi. Siamo
nel deserto, soo una tenda, sudati. Lui mi tenta, si fa diavolo, serpente,
anche se dovrebbe essere il contrario.
Il mio corpo dimentica presto d’esser separato dal suo, e si muove
secondo l’intendimento del tentatore: oscilla guidato da un metronomo; un
solfeggio da Requiem, ma la pressione sale, sale, sale. È davvero un gran
bastardo, Gianmarco. Sente che il mio tempo sta arrivando – gli basta
tenere, sul mio collo, che si sta gonfiando e inarcando all’indietro, i suoi
polpastrelli, come sensori – e allora fa scivolare le sue mani e mi solleva
reggendomi dalla schiena; mi punisce, rallentando i colpi quasi a spegnere
ogni vibrazione, e mi bacia ferocemente sul seno sinistro, e su quello
destro. È lui, quello che dà, e non io; è lui che guida il gioco e non sono io
che glielo lascio fare (né potrei altrimenti).
el maledeo compact disc continua a girare e la mia testa con lui, tre
volte, quaro volte, e ad ognuna arrivo in cima alla duna che oscura il sole
e scendo, placando l’affanno, e ancora risalgo, tra le mani di Gianmarco.
Mi fa incazzare, ma vorrei che non finisse.
– Dovrei pagarti io, ma se si diffondesse la voce, capisci? Perderei ogni
autorità, e non varrei più un centesimo. Se non ti spiace, fa il tuo dovere e
lascia il contante. Io resto a dormire.
– Non scomodarti. Faccio da me. Un tuffo in doccia e torno nella
giungla. Il disco te lo lascio. Omaggio.
– Gianmarco?
– Sì?
– Dimentichi qualcosa?
– Il pacco sta all’ingresso. Dormi, cara.
– Te ne sei ricordato. Bravo.
Avevo lasciato a Gianmarco un bauleo africano, di robusta pelle
istoriata a fuoco, perché lo aprisse: era chiuso, sigillato; avevo provato a
forzare la serratura, ma avevo rischiato di distruggerlo. Me lo ha lasciato
mio nonno, morto sei mesi fa. La casa e le terre sono rimaste agli zii e a
mio padre. Io ho ricevuto una collana di gran valore, che apparteneva a
mia nonna, e il bauleo.
– Che cosa ci stava dentro?
– Vediamo. Un po’ di cocci di creta, dei bicchieri fasciati di un tessuto
rosso, due scatolee d’argento lavorate a sbalzo e dell’altra roba affeiva,
di nessun valore. Un album con una ventina di fotografie in bianco e nero:
donne meravigliose, seminude, e degli uomini in divisa. Un grosso coltello
da cucina. Una Bibbia e un quadernino scrio fio fio, con una grafia
elegante e minuta. Nient’altro, se non sbaglio.
– E il bauleo?
– Intao, e te lo pagherei discretamente, nonostante la sfiga che porta:
in questi mesi ho subito più tentativi di furto che negli ultimi vent’anni.
– Vedremo.
– L’offerta resta valida anche per la tua collana: centomila solo per le
pietre. Puoi sempre far montare della roba meno costosa.
– La regalò mio nonno a mia nonna. Scordatelo. Baci.
Gianmarco sarà stato un ladro, prima di rubare con licenza annonaria e
partita iva. La porta di casa mia è blindata, pesante come il portellone di
una cassaforte, ma lui se la chiude alle spalle senza un clack. Io non sono
mai riuscita a farlo. Un ladro, avvezzo a scrutare in un lampo fra
cianfrusaglie e tesori, fra telecamere e allarmi di musei e di appartamenti;
oppure non è ancora uscito, e ha solo finto di chiudere la porta. O forse
stavo già dormendo.
Cado in una strea buca dentro una caverna, e in fondo, c’è una luce
fioca, anzi: sono tante luci, tanti botolei ricoperti di stracci, con uno
sguardo caivo. Stanno sparando a Francesco, che resta fermo, non si
muove. Ancora il sogno dell’altra noe, e gli assassini vanno via presto:
Francesco è una statua, adesso – illuminata, il Genio! – ma dura poco, per
fortuna: nella buca si spengono tue le luci, e dormo, finalmente.
Alle sei e mezza è già buio, dalla finestra entra solo un pallido riflesso
dei fari di un’auto in movimento. È un risveglio dolce. Vado in cucina
nuda e ancora impiastricciata di un paio di milioni d’animalei
appartenuti a Gianmarco. In casa ci sono solo io, con un bauleo che
aspea di essere aperto da me; dentro, c’è quel che mio nonno ha voluto
lasciarmi, i suoi ricordi.
Lo porto sul tavolo da cucina. Accendo il lampadario e preparo un caè
solubile. Nel microonde, la tazza raggiunge la temperatura di fusione, e le
mie dita s’aaccano al manico di porcellana. Acqua fredda, serve
dell’acqua fredda, del ghiaccio. Respiro, respiro. Non è niente. Cazzo.
Tiro fuori tuo con metodo: cocci, bicchieri, foto, coltello, Bibbia e
quaderno; più che cocci, sono delle lanterne ad olio spezzate in due parti,
quasi fossero state colpite da una lama, vibrata da mano esperta. I bicchieri
sono molto belli, e molto poveri: buoni per prendere il tè, con la menta e i
pinoli, e il tessuto è di un cotone color sangue, ricamato in violeo con
alcune figure geometriche, ripetute ad incastro.
Le foto sono i classici reperti coloniali: foto di fidanzate, mogli bambine,
ascaree, puane; in Somalia, forse, o in Eritrea. Due fotografie ritraggono
altro, e altrove, tra le baracche di un western d’annata: una ventina
d’uomini in divisa, in piedi e accosciati, ad una festa di paese per la foto
dell’ambulante con scatola e magnesio; e quaro uomini, nella seconda,
due dei quali in costume da gran cuochi, con il cappellaccio in testa, e gli
altri da ufficiali di un qualche esercito in pantaloncini corti (di quello
americano, immagino). Mio nonno, uno dei due cuochi, fu per anni
prigioniero in Algeria, nel campo angloamericano di Orano, e questo
dev’essere il suo coltello.
Sulla copertina della Bibbia, invece, c’è scrio Aldo Franceschi.
E questo quaderno?
Un diario, il diario del nonno.
Ecco perché ha lasciato a me il suo bauleo: qui ci sono le risposte alle
mie domande, alle quali, per tante volte, è seguito il silenzio.
Mario Serianni. Diario
Orano – 26 aprile 1941
Siamo finalmente giunti al campo di prigionia inglese. Indossiamo ancora
le nostre divise. Mai puzzato così tanto in vita mia, e mai stato così poco
interessato alla pulizia mia ed altrui.
Orano – 18 maggio 1941
i al campo raccontano di una nave tedesca, colpita in una maina
nebbiosa da una corazzata inglese sbucata dalle profondità infernali, e
affondata un’ora dopo con tui gli uomini schierati in coperta.
Il comandante, al suo primo incarico, aveva ordinato loro di salire sulle
scialuppe e di lasciarlo al suo destino. Gli ufficiali avevano urlato ai loro
sooposti di andare via, poiché tuo era perduto. Ognuno dei condannati
aveva chiesto al proprio vicino di gearsi in mare. esta catena di
generosità non si era interroa, ma era risalita verso il comandante in un
rifiuto silenzioso.
I morti, in grandissima parte, erano dei ragazzini.
I sopravvissuti, pochi in verità, sono stati ripescati a fatica dall’equipaggio
britannico, che aveva assistito a quelle strane manovre, incapace di spiegarsi
quel che stava accadendo; o capacissimo, al contrario. Nelle vene delle forze
navali di Sua Maestà Giorgio VI scorre il sangue d’ammiragli e pirati, di
Nelson e di Morgan, cavalleria e ardimento. el gesto li colpì al punto da
indurli a celebrare un funerale, in mare aperto, per un nemico valoroso.
Per noi è andata diversamente.
Il nonno non aveva mai nascosto d’essere un fascista, ma i sentimenti
erano tornati a galla solo negli ultimi anni, insieme a qualche lacrima.
Squilla il cellulare. È Paternò.
– Pronto, commissario?
– Ha messo il mio numero in memoria?
– Nella mia memoria, non in quella del telefonino.
– Mi lusinga, signora. L’ho chiamata per ragioni di lavoro. Sì, insomma,
per via dell’omicidio, della morte di Francesco Oliveri. Il procuratore
Bevacqua vorrebbe sentirla al più presto. Oggi, la segretaria dell’avvocato
ha parlato di una donna con la quale Oliveri si vedeva regolarmente, da
alcuni mesi, a Palermo e fuori: una certa Lorenza.
– Che cosa vuol dire «sentirmi al più presto»?
– Interrogarla, raccogliere una sua deposizione: entro domani. Mi ha
chiesto di contaarla informalmente.
– Non c’è nulla che io possa dire o fare per aiutarvi. Eravamo solo
amici, con Francesco. È vero che ci vedevamo con una certa regolarità, e
questo perché io, con la stessa regolarità, tornavo a Palermo, per lavoro.
Una o due volte al mese, per comprare dagli antiquari. Capisco però che
non posso rifiutarmi. Spero solo di poter tornare a casa entro domani.
– Non dovrebbero esserci difficoltà.
– Apprezzo la sua prudenza, commissario, ma state solo perdendo il
vostro tempo, che è prezioso, e io il mio, che non vale nulla.
ando serve, so raffreddarmi a dovere, addomesticare le mie reazioni.
Ho lasciato Palermo da nemmeno ventiquar’ore e devo tornarci subito
per una verifica da questurini. ante volte mi chiameranno, ancora? In
che razza di trappola sono finita? Ora che la segretaria parla di una certa
Lorenza, io sono inevitabilmente l’amante. O devo spiegar loro che in
realtà sono una pulla, e che conoscevo Francesco da non più di tre mesi?
Cazzo cazzo cazzo.
– Mi faccia sapere quando arriva.
– Il tempo di prenotare e la richiamo.
– Ci tengo, e poi dovrò prenotare anch’io, per il pranzo –. Sicché,
Paternò si è dato il coraggio!
– Non si vorrà compromeere, commissario, ora che sono quasi
indagata.
– Non lo dica manco per scherzo, signora. A più tardi.
Orano – 19 maggio 1941
Franceschi non si lamenta più. Piange in silenzio e non se ne vergogna. È
un pianto soile, un soffio che risale da quel braccio macilento, appeso al
collo come un figlio. L’ha colpito un ufficiale inglese, durante la marcia nel
deserto: tre o quaro volte, con il calcio di un fucile, tenuto dalla canna al
modo di un bastone. Ci hanno cambiato baracca, ma siamo rimasti insieme
(grazie a Kepì, un soufficiale). Ha il volto di mio padre quando seppe di
dover morire. Mi occupo di lui e vorrei abbracciarlo, e stringerlo a me.
Orano – 24 maggio 1941
Un Ufficiale, un buon uomo di Fucecchio che mi si è molto affezionato, mi
aveva deo bruscamente, tempo fa: «Voi, Serianni, dovreste essere dei nostri,
un ufficiale intendo. Siete ancora in tempo. Decidetevi. Ditemi di sì e sarete
libero di studiare per la prossima selezione».
Sono rimasto un marinaio. A bordo ho fao le mie corvée e i miei turni di
guardia. Il cibo era coo nell’acqua di mare, sapeva di sale e disperazione.
i al campo, invece, mangio sabbia e rassegnazione.
Meo il diario sul comodino, e me a leo.
Capitolo VI
Avessi una macchina, stavolta andrei di corsa fino a Napoli, per
riprendere il transatlantico dei miei centoventi centimetri d’altezza ed
inspirare a pieni polmoni i vapori di carburante e di vernice nel bianco
parcheggio che s’apriva al calo dell’enorme bocca di metallo, con un boo
assordante sul molo Beverello. Avessi una macchina, porterei giù la mia
valigia più bella e una decina di buoni compact disc; riascolterei Mina e
John Coltrane, Grande Grande Grande e Impressions, tergicristalli a ritmo
con le spazzole sui piai e una corsa in autostrada, cielo grigio e pioggia
baente. Invece no. Solito taxi e per me è da anni, in cià, Australia 9:
come va? Bene anch’io, sì, Fiumicino, grazie.
– Che giornale preferisce, signora?
– Avete il «Corriere dell’Isola?».
– Eccolo.
Gambe in diagonale sul sedile A della fila numero uno, calze nere con
riga soile sulla parte posteriore. Lo steward prova ad aerrare dalle mie
parti, con una manovra un po’ azzardata.
– Per il caè bisogna aspeare un poco. Se vuole, però, di là, posso…
– Aspeo volentieri.
Prima che si riprenda, torno al giornale.
Solito taglio basso in prima.
LA DONNA SEGRETA DI OLIVERI
Il sommario ne è una pigra conseguenza.
Comincia ad emergere la verità. Sulle tracce di un’amante misteriosa. Al setaccio la vita
dell’avvocato ucciso. Drammatica deposizione della segretaria.
Palermo – «Si vedeva con una donna. Aveva degli appuntamenti, un paio di volte al mese». La
segretaria di Francesco Oliveri non riesce a celare il dolore per quel che è accaduto, per la violenza
che ha cambiato la sua vita. Arriva alla Squadra Mobile qualche minuto dopo le 15, accompagnata
da un’amica che ai cronisti chiede un po’ di discrezione. I flash ritraggono un volto segnato, quello
di Lucia Ruffini, 27 anni, bruna, fisico minuto, ancora tre esami alla laurea in Giurisprudenza,
nubile. Gli occhiali da sole non bastano a coprire i segni delle noi insonni. Il resto a pagina 9.
La discrezione è garantita. Mancano il calco dentario ed altri particolari
decisivi per l’esaa comprensione dei fai da parte del leore, quali
l’indirizzo di casa e il numero di cellulare della ragazza, alla quale saranno
comunque arrivate almeno cento telefonate, nelle ultime due ore, da
parenti, amici, semplici conoscenti: ebbri della vicinanza ad un satellite del
pianeta Morte, sia pure minore.
Non si tace però del melodramma, di quella certa inclinazione della
ragazza per il professionista, tipica delle segretarie: un aspeo secondario
della vicenda ma da non tralasciare, traandosi pur sempre di un indizio
che porta il numero dei sospei ad un migliaio più una, includendo i
clienti degli ultimi cinque anni, i loro collaboratori e famigliari indispeiti
dalle condanne passate in giudicato, i rivali superati per l’incarico x o la
consulenza y, l’ex fidanzata, la moglie forse tradita, la donna del mistero e
la segretaria, per l’appunto, abbandonata dopo una seduzione freolosa,
sulla scrivania, per niente romantica, o peggio, mai sedoa.
«Ci sono momenti che mi capita di sentirlo parlare e allora mi alzo di
scao e mi guardo intorno, e quasi lo vedo, con un’espressione serena, come il
solito, che inizia a parlare e gli manca il fiato, gli manca… proprio non
riesce…».
Hanno ricostruito sospensioni, esitazioni e lacrime, sbobinando la
deposizione. Tecniche di verbalizzazione creativa. I copisti suderanno alla
palestra di Ricco Baricco, che in maniche di camicia spiegherà loro la
sostanziale differenza d’anima e respiro che passa tra ipotassi e paratassi, e
dirà in una posa kennediana che non si traa di malaie esantematiche,
mentre soo le sue parole ricciolute scivolerà uno swing, un tappetino
musicale stile Novecento.
«Se n’era andato poco dopo le nove, e come il solito avevamo passato
l’ultima mezz’ora a riordinare l’agenda degli appuntamenti, a rivedere i
fascicoli delle udienze seimanali. Avevamo lavorato tranquillamente, senza
frea. E invece…».
Gli scribi godevano di una certa considerazione, presso le magnifiche
corti dei Faraoni; gli amanuensi s’accontentavano d’aver faa loro la
Regola di San Benedeo; i Principi di Qwerty son felici d’aver deciso,
meccanicamente, dei destini altrui.
«Da poco più di tre mesi, una volta ogni due seimane, circa, mi chiedeva
di coprirlo, con una scusa. Non capitò mai che sua moglie lo cercasse, ma lui
era preoccupato che accadesse. Per molte ore, in quelle sere, deviava le sue
chiamate sul mio cellulare».
Paternò mi sta aspeando soo il camion scala, appoggiato alla sua
Toyota.
– Buongiorno, bene arrivata. Ha solo il bagaglio a mano?
– Buongiorno, commissario. Sì, solo questo. Non pensavo di vederla qui.
Non sono un’autorità. O è venuto ad arrestarmi?
– Ero indeciso se presentarmi agli Arrivi con un cartello e la scria
«Lorenza Serianni, Palazzo di Giustizia». Non mi riconoscerà, dicevo.
– Sarebbe stato gentile, da parte sua, aendermi con un cartello da
villaggio turistico. O voleva alludere a qualcosa? Pensa che trascorrerò
molto tempo al Palazzo di Giustizia? Sarà una vacanza animata? Che
faranno, mi tortureranno?
– La tortura è stata abolita da qualche tempo, in alcuni palazzi dello
Stato; per il resto, non si ha altra via per persuadere qualcuno a fare quel
che non gli piace: raffinata quanto si vuole, regolata da un contrao,
asservita al semplice buon senso, ma pur sempre tortura. Poi ci sono
quelle sevizie che a volte c’infliggiamo per non far qualcosa che invece
desideriamo con ogni muscolo –. L’inclinazione del tono, sull’ultima frase,
è di un a parte goldoniano.
– Come corteggiare una donna?
– Non ci avevo pensato: sì, anche in questo caso.
Il secondo metal detector della giornata mi aende in cima alle scale del
palazzo monumento di piazza Viorio Emanuele Orlando: marmo
piacentiniano, vetrate annerite, gabbie d’ingresso e arredi in grigio acciaio;
come usava tanti anni fa, a Mosca, nei grandi magazzini GUM, o al centro
dell’Africa, in quegli aeroporti che grondavano contrabbandi, «finché c’è
guera c’è speranza».
– La Procura, per favore? Sono aesa dal door Cesare Bevacqua.
– È con il doore?
– Sì, la signora è con me.
– E che, non lo sa il doore dov’è la Procura?
– Perché non risponde?
– Venga, signora. Vede? i c’è scrio informazioni.
– Appunto.
– Il fao che quell’uomo sia addeo alle informazioni, in realtà, non lo
obbliga a divulgarle. Il lavoro non è un sempre e comunque. Le
informazioni, lo dovrebbe sapere, nel nostro mondo costano tempo e
fatica, e bisogna averne dirio, per chiederle. Il fao che lei lo abbia scosso
dal suo riflessivo torpore non per sapere qualcosa ma per mostrare la sua
autonomia da me, che qui sono di casa, l’ha disturbato: si è sentito
sfruato, chiamato controvoglia a giudicare, e ha giustamente evitato di
collaborare. È una questione di principio, e io stesso non so se
condividerlo o meno. Il principio.
– Commissario Lacan, dovrò chiamarla così.
– Mi piacerebbe: Robert Lacan, il commissario Robert Lacan di quel noir
francese con Jean-Paul Belmondo, Lo Sparviero. Un insospeabile steward
omosessuale dedito alle rapine con l’aiuto di complici occasionali che poi
uccide insieme alle sue viime. A dargli la caccia, un polizioo, il braccio
caivo della gendarmeria.
– Se lei vuole che io precisi – guardi che stavo parlando di Jacques
Lacan – per recitarmi poi vita e opere dello psicanalista, si sbaglia, e di
grosso.
– È che non mi piacciono la psicanalisi, la noe, i sogni, l’inconscio, l’io,
il sé e il due per tre. Se proprio devo scegliere, meglio il commissario
Lacan.
– Conoscevo uno che quasi si vantava di non possedere un inconscio.
– Chi era?
– Non me ne ricordo più.
– Io non dico di non possederlo. Solo di preferire l’altra metà del mondo,
quella che mi riesce di conoscere meglio.
– Le manca l’opportunità delle grandi scelte.
– Ne affronto di smisurate, mi creda. Siamo arrivati.
Paternò fa segno agli agenti di guardia di premere un boone e
spalancare i vetri che blindano la Procura come una cassaforte; mi lascia a
sedere in corridoio, si ficca in una stanza e non ne esce per dieci minuti.
Intorno a me, si muove una gran folla – avvocati al cellulare, abiti
d’oimo taglio; cancellieri saeanti, i fascicoli soobraccio; polizioi in
borghese, occhiali scuri e giubboi rigonfi –, e avverto un dolore acuto,
mentre quel passaggio improvvisamente si svuota, in una nuvola da teatro
illusionista, e si colma di altre figure, riemerse da un tempo lontano:
avevano appena assassinato un magistrato e i suoi uomini di scorta, e le
lacrime scorrevano silenziose, sui volti dei ragazzini e di un vecchio che
ripeteva «è tuo finito».
– Bevacqua sta ascoltando il medico legale. Ne avrà ancora per poco. Poi
toccherà a lei. Le chiederà di spiegare, sì, insomma, se tra lei e Oliveri…
– Niente, non c’era assolutamente niente. Solo amicizia, e soldi, di tanto
in tanto, quando comperavo per lui, da antiquari e mercanti: è il mio
mestiere, se di questo si può parlare: mi occupo di piaceri domestici.
Vendo idee, per lo più, ma anche mobili, disegnati da me, se capita, o pezzi
d’arte; guadagnandoci una percentuale, ovviamente, in caso
d’intermediazione.
– Ecco, benissimo, dica tuo quanto e vedrà che tuo andrà bene.
– Lei vada pure.
– Resto, non si preoccupi, anzi, ne approfio per incontrare qualcuno:
ho da sbrigare degli arretrati.
Si volta e subito incrocia un paio di mani in sequenza, saluti rapidissimi,
che sanno di timbri sulla posta in entrata all’Ufficio Protocollo. Sono già
stata qui, con altri occhi, in un’altra vita, per altre emozioni. Protea dai
miei occhiali da sole modello Romy Schneider, mi godo un poco di teatro
giudiziario; fin quando non arriva il mio turno, sul palco.
L’avevo immaginato diversamente, il procuratore, una poltiglia
rimasticata di vecchi cliché pretorili: basso, tarchiato, calvo, o comunque
ingrigito, gli occhiali spessi ad incorniciare uno sguardo sfuggente; un
bigoo, insomma, calzato di un tre booni savoiardo e capace di
esprimersi solo in un tardo codicese.
Il tipo che mi accoglie con un’espressione indecifrabile è invece
d’altezza media, spalle larghe e torace da piscina ma che sia in frea e ad
ora di pranzo, testa rasata con cura, occhiali in celluloide su un naso
massacrato dalla lampada solare. Veste con calcolatissimo disinteresse al
nero sartoriale. Un maglione bleu, pur sempre di Ralph Lauren, insomma,
pantaloni tecnici beige e sorriso al fluoro. L’illusione di gioventù dura
finché non apre bocca.
– Buongiorno. Lei è qui per render testimonianza sulla personalità del
deceduto, il compianto avvocato Oliveri. S’accomodi, signora –. Touché.
– Buongiorno.
– Devo informarla, preliminarmente, che la segretaria del compianto
avvocato Oliveri, da noi ascoltata, ha sostenuto che tra il defunto e lei vi
fossero dei solidi rapporti d’amicizia.
– So quel che ha deo la segretaria. Il «Corriere dell’Isola» ha
pubblicato i verbali praticamente per intero.
– Non ho leo i giornali, purtroppo non ne ho ancora avuto il tempo.
– Si consoli. I giornali hanno leo lei, e ne hanno ampiamente riferito ai
leori.
– Che cosa intende dire, signora?
– Nulla. Se dovesse aver bisogno di una foto per la puntata di domani,
non esiti a chiederla. Ne porto sempre una con me: non si sa mai.
– Lei è mai stata interrogata prima da un magistrato?
– Non ho avuto il piacere.
– esto non è un dialogo, non in senso proprio e paritario, né le è
concesso di fare allusioni o, peggio, accuse esplicite. Se lei ritiene che io
possa averla danneggiata in qualche modo, può tutelarsi legalmente,
presentando una denuncia a Caltanissea. Se poi io dovessi ritenere
d’esser stato calunniato, ovviamente, reagirei con una querela. Nella
migliore delle ipotesi, e lo dico al condizionale, lei potrebbe oenere che
non mi occupi più di quest’inchiesta, dove ha molte cose da chiarire, ma
non creda che per lei possa cambiare qualcosa. Se ne occuperebbe un mio
collega, e io resterei pur sempre a Palermo, in quest’ufficio.
– Tuo ciò mi è perfeamente chiaro. el che forse lei non sa è che
non può in alcun modo intimidirmi.
– Come mai era a Palermo la sera in cui ammazzarono Oliveri?
– Il compianto?
–…
– Sono nata a Palermo, sono cresciuta qui e ho studiato in
quest’università. Anche se ora abito a Roma, può immaginare quanto io
sia legata alla mia cià. Torno, ogni tanto, e tra i miei amici c’era anche
Francesco Oliveri.
– Rapporti d’amicizia?
– Sì, e anche professionali, di tanto in tanto.
– Lei era una sua cliente?
– Al contrario. Era lui ad essere un mio cliente.
– Lei di cosa si occupa?
– Interni. Arredamento e qualcosa in più. Guardo e sogno al posto di chi
non sa o non vuole farlo, e gli vendo quel che mi piacerebbe tenere per
me.
– Si era occupata di casa sua?
– No. Francesco aveva buon gusto a sufficienza. Si limitava a pagare
quel che io compravo per lui: un tedoforo, una raccolta di stampe da
linoleum degli anni Trenta, delle maioliche, delle lacche e un paio di
vecchi mobili. Ho messo insieme anche un impianto stereofonico inglese
degli anni Cinquanta, a valvole, acquistando le singole parti su ebay, in
Europa e negli Stati Uniti; un pezzo, rarissimo, è arrivato anche
dall’Australia. Begli oggei. Molto maschili.
– E per i tedofori e i linoleum vi vedevate con regolarità per una o due
volte il mese? Appuntamenti molto importanti, se Oliveri spariva e si
faceva coprire dalla segretaria.
– Sa cos’è un tedoforo? È un portatore di fiaccola, o uno schiavo che dà
la luce. Non se ne trovano più molti, anche se di legno malamente dipinto.
Le pare che non fosse importante?
– E Oliveri spariva.
– Dovrebbe chiederlo al compianto, il perché. Magari approfiava dei
nostri appuntamenti per proseguire con altri incontri.
– Le sembra fosse il tipo capace di meer su un paravento così
complesso, e costoso, solo per tradire la moglie?
– Cerco di non giudicare mai dalle apparenze. Se dovessi farlo, penserei
male di tanta gente: vedrei ovunque psicotici, potenziali stupratori,
assassini… Tradire la moglie, poi, non è un crimine. Non lascia tracce
lombrosiane sul viso; può rivelare semmai una mancanza di tao, un
caraere indeciso, una profonda frustrazione, un’infantile aspirazione alla
libertà. Chi lo sa?
– La signorina Ruffini, la segretaria, più volte si recò in banca a
prelevare del contante per l’avvocato, prima dei suoi appuntamenti.
– Le ho già deo di avergli ceduto degli oggei.
– Era un caso che la pagasse in contanti?
– Erano dei rimborsi, in gran parte, non dei pagamenti. Sul perché,
ripeto, dovrebbe chiederlo a lui.
– La signorina Ruffini ha portato delle fotografie.
– È un’oima notizia.
– Aspei di vederle.
Francesco alla ricezione del mio albergo, con gli occhiali scuri.
Francesco nella cabina telefonica del mio albergo, con il cellulare
all’orecchio. Francesco nell’ascensore del mio albergo. Francesco nella mia
stanza. Francesco che mi scopa. E ancora, ancora, ancora. Foto senza luce e
senza contrasto, senza grana: un mazzo di zoomate perfee, niente
tremori, con auto-correore, alcune persino agli infrarossi. La segretaria
ha scaato in lacrime decine di fotogrammi digitali del suo eroe mentre si
dà da fare su una troia. No, niente investigatori privati. Me la immagino,
con la sua sofisticata macchinea da spia, appostata dietro una colonna
dell’Albergo Centro, o alla finestra dello studio, a luci spente, a rovistare
con un sensibilissimo teleobieivo nella mia camera e a raccogliere le
prove che un giorno avrebbero inchiodato il traditore alle sue
responsabilità.
– Posso ammeere che conoscerlo mi ha fao piacere.
– Divertente. I soldi servivano solo per i suoi oggei?
– Che cosa intende, signor pubblico ministero?
– Solo quello che ho deo.
– Non vorrei fraintendere. el che ha visto, ad ogni modo, non le
appartiene, e non apparteneva neppure alla signorina Ruffini, e il fao che
io fossi lontana dal luogo in cui fu ucciso l’avvocato Oliveri, nel momento
esao in cui ciò accadeva, mi esclude dall’elenco dei possibili sospei di
quel che voi avevate definito un omicidio a scopo di rapina. Ora, se
potessi, vorrei andar via.
– Io non credo che lei abbia ucciso Oliveri.
Vorrei approfiare della sua pausa per provocarlo – Brillante deduzione!
– ma riprende subito.
– Non escludo però che possa aiutarci a capire quel che è successo,
magari chiarendo i rapporti che intraeneva con lui.
– el che avevo dichiarato era la verità, anche se non tua la verità. Le
fotografie le danno il quadro completo. Era capitato di incontrarci in una
camera d’albergo. Niente di più banale e meno impegnativo per entrambi:
io ho la mia vita, senza legami; lui aveva la sua, e legami molto solidi.
Ho firmato una dichiarazione di due pagine, e ho chiesto a Bevacqua di
mantenere il più assoluto riserbo. Non per me, ho deo, ma per la famiglia
di Francesco, per lasciare alla moglie e ai figli un buon ricordo di lui. La
faccia che ha fao non promeeva nulla di buono. Niente strea di mano,
comunque, solo un saluto a distanza. Ho infilato la porta e ho rimesso gli
occhiali. Mi è venuta voglia di fumare una sigarea, anche se ho smesso
da quaro anni.
– Com’è andata?
– Bene, commissario, benissimo. Bevacqua è una persona squisita.
– Intelligente, magari. L’avevo sentito definire in tanti modi. Squisito,
mai.
– Se vuole che le racconti qualcosa, mi porti via da qui.
Capitolo VII
Cena a due a Mondello, in un ristorante que se llama «La Rosa di
Alessandria». Il commissario accosta la sua alle guance della donna che ci
accoglie materna all’ingresso e dell’uomo che serve ai tavoli (molto ben
frequentati, a giudicare dalla cerimoniosità dei saluti che Paternò
somministra). Nella cucina, aperta con una vetrata sulla sala, lavorano dei
ragazzi; un paio di loro sono giapponesi. Alle pareti, dei ritagli di giornale,
in italiano e in inglese: tra le targhe in oone e le recensioni, c’è una foto
che ritrae i probabilmente marito e moglie e probabilmente felici.
– Roberta e Alessandro sono tornati a Palermo da pochissimo, dopo
vent’anni in giro per il mondo; per il loro ultimo ristorante, avevano scelto
Mantova, ed era stato come aprire una nuova fabbrica d’auto sportive a
Maranello. Ma la scommessa l’avevano vinta: vede i giornali, i premi?
– Sono curiosa.
– Posso consigliare?
– Deve.
– Una zuppa di fagioli e seppioline, per cominciare, e un bianco
siciliano, lievissimo. Poi un tortino di patate e pecorino, e per il pesce non
mi pronuncio. Scelga lei. Il dolce, quello è d’obbligo: una fea di torta al
cioccolato e alla cannella, magari accompagnata da un buon Marsala.
– Commissario, ha lavorato qui? Sta recitando il menu a memoria!
– Lavorato no, cenato sì, spesso.
Sul carrello refrigerato, si premura di spiegarmi l’Anfitrione, c’è un
trancio di tonno appena arrivato da Favignana: ha il colore del sangue
fresco. I giapponesi in cucina sono lì per il taglio rituale, samurai armati di
preziosissimi coltelli in ceramica. Alla torta vorrei felicitarmi con l’autore.
– Autore?
– Dovrei dire cuoco?
– No, no, autore va bene. Com’è andata oggi, a Palazzo di Giustizia?
– Con Bevacqua? Se proprio vuol saperlo, è stato sgradevole,
intimidatorio, arrogante. La segretaria innamorata gli ha portato delle
immagini piuosto intime, di me e Francesco, riprese da lei a distanza, con
uno zoom, e al buio, con gli infrarossi: araverso la finestra dell’albergo,
nella hall, ovunque. Niente di quel che voleva gli dicessi potrà aiutarlo a
trovare l’assassino. Sempre che sia questo il vero obieivo di Bevacqua e
non, invece, quello di liquidare il tuo come una faccenda di corna.
– Non ci credo. Una segretaria che scaa delle fotografie nella hall con
una microcamera o agli infrarossi? Le ha deo questo, Bevacqua? Senza
meersi a ridere? Straordinario, sul serio.
– Cosa c’è da ridere?
– Stia aenta! È un uomo d’apparato, o per meglio dire di apparati, con
relazioni che lei neanche immagina. Non potrebbe chiudere un caso simile
se altri, ad un livello superiore, non fosse d’accordo.
E tu, commissario? Stai aento, tu? Perché racconti queste cose ad una
sconosciuta?
Vorrei tenere gli occhi sul piao, troncare questa conversazione,
cambiare argomento; d’improvviso, sento uno sguardo su di me, dal tavolo
alla mia destra. Mi giro appena. La bionda triste veduta in aeroporto mi
sorride, il capo molle sulla spalla: ha un fisico mascolino, ed è vestita di un
bianco algido. Seduzione pura, senza scrupoli, malgrado l’uomo che le
siede accanto: mentre il commissario è alla cassa (con la scusa di scegliere
la grappa), chiedo alla giovane cameriera di portarle un biglieo, con due
numeri: il mio prezzo e il mio cellulare.
Il mare è negato alla vista da un’inferriata verde: ruggine smaltata, la
stessa da un secolo a questa parte; indifferente ad ogni tentativo di
eliminarla, la ruggine, la spunta sempre.
Sulla spiaggia, spogliata delle cabine turchesi e dei cortili, ci sono un
paio di falò affei da rachitismo. La consolazione è il gelato d’anguria e
gelsi neri del Bareo.
– esto ristorante è un mistero e lo è pure il fao che io continui a
tornarci. Come si può accostare il Sublime al Miserabile, e farne
un’esperienza irripetibile?
– Non ho capito, commissario.
– Commissario… Non mi piace questo «commissario»… Mi sento in
estura. Se mi posso permeere…
– Vorresti che ti chiamassi Giuliano.
– Mi sembra tempo.
– E il Sublime?
– Non te ne sei accorta? Cucina straordinaria e una sala fredda e senza
gusto. Dov’è finito il tuo occhio esperto?
– Penso che mangiar fuori sia come tradire la moglie: gola, peccato
capitale, passione pura. Non importa che la camera d’albergo sia elegante.
E se poi ti forzi a consumare in un boudoir, non è più un tradimento: è un
piacere tuo cerebrale, onanistico si dice, no?
Vorrei mordermi la lingua. Se le conversazioni avessero il PH dei
deodoranti, la mia sarebbe acida e sconsigliata alle pelli secche, a quelle
normali e a quelle grasse: alla gran parte degli esseri viventi, tranne che ai
coccodrilli e agli altri animali dotati di scaglie o di un robusto carapace.
Sono le undici e venti. Il messaggio SMS della dama bianca diceva «a
mezzanoe e mezza mondello via della primavera 1», e io devo tornare in
albergo e prendere un taxi che mi riporti qui.
– Si è fao tardi per me. Sono stanca.
– E che problema c’è? Torniamo di corsa. Se vuoi, meo pure la sirena.
– Scusami, ma il viaggio, gli articoli dei giornali e quelle due ore passate
da Bevacqua mi hanno messo in agitazione.
– Domani non andrà meglio. I giornali faranno nome e cognome: «ecco
la donna del mistero». Sono sicuro che conoscono già ogni parola della tua
deposizione.
– Grazie d’avermelo deo, anche se non mi aiuterà a prender sonno. Me
lo aspeo, ad ogni modo. Mi auguro che, almeno, evitino di pubblicare le
fotografie.
– Che idea ti sei faa della vicenda? Perché l’hanno ammazzato, il tuo
Francesco?
– Mio era stato solo un paio di volte, e la sua morte non è dovuta ad una
faccenda di donne, non avrebbe potuto esserlo: io ero la sua sola
distrazione, non molto impegnativa per di più, e la moglie ne era
all’oscuro. Francesco l’amava molto, e salvo che non l’abbia ammazzato io
– cosa piuosto improbabile, visto che arrivavo da Roma in aeroplano –, si
traa di qualcos’altro. Dico, quando ammazzano una persona per bene, e
in questo modo da professionisti, o il tizio si è messo in una faccenda più
grande di lui, magari senza sapere, senza capire, senza valutare i possibili
rischi, e dunque bisognava eliminare un potenziale incomodo, o la sua
morte è un colpo di sponda, e chi sa dove va a finire.
– Sei ferma alle teorie. Niente di più.
– Niente di meno.
– Ci vediamo prima che parti, domani?
– Sì che ci vediamo. Buonanoe.
Un doppio bacio sulle guance. A Palermo, meglio singolo, e a destra, tra
uomo e donna.
– Può chiamarmi un taxi, per favore? – dico al portiere, sempre più
indifferente al mio strano andirivieni.
Salgo su in camera per una doccia rapidissima. Mi rivesto in nero,
dentro e fuori; dietro le orecchie e nell’incavo dei seni meo tre gocce di
un profumo alla vaniglia comperato a Parigi, in place Vendôme. Non
avevo idea di quante varietà d’essenze alla vaniglia esistessero, né del loro
potere sugli ormoni. Lascio la borsa e prendo solo una pochee, per il
cellulare e il portafogli.
– Andiamo a Mondello, in via della Primavera, e se non le spiace,
percorriamo la strada del mare, Porta Felice, la Cala, Fiera e Favorita.
– Altro che turista, signora. Palermo, meglio di me la conosce.
– E proprio per questo faccio la turista, perché la conosco. Sennò
rimanevo.
Si chiama Adèle, la bionda, e dimostra quarant’anni. Ne avrà cinquanta,
nove decimi dei quali spesi in palestra, in piscina, sui campi da tennis.
L’uomo che stava con lei alla «Rosa di Alessandria», ci aspea sul divano.
– Non è il mio genere: detesto le ammucchiate domestiche.
Adèle nemmeno mi risponde, stringe a sé il mio soprabito e la mia
pochee, per sentirne il calore, l’odore, e li ripone su uno scheletro di
cavallo in bronzo, come fosse un aaccapanni. Mi accompagna per mano
fino al saloo: una decina di divani e poltrone in un reangolo bianco e
illuminato a giorno, caldo e affascinante quanto la sala d’aesa di uno
studio legale, pure se ornato di costoso design contemporaneo. C’è quasi
tuo, in vetrina, e bene illuminato.
Io finisco sul divano bianco di Le Corbusier. Lei sceglie la longue chair
degli Eames, proprio di fronte a me, e quando tira su le gambe, mi accorgo
che soo non porta nulla. Istinti elementari.
Suo marito, credo che di suo marito si trai, vuol solo guardare; si ritira
dopo neanche dieci minuti: a quel punto, ha già esaurito le poche ragioni
che aveva per rimanere.
I seni di Adèle sono perfei, e così il naso, e i fianchi.
– Hai un chirurgo plastico di prim’ordine – le dico, stronza.
– Niente bisturi – dice, e la sua erre è una vi, che risuona delicatamente
sul palato. – Solo del botox in viso, contro le rughe. Tuo naturale.
Vero, è tuo naturale. I suoi seni, piccoli e ben disegnati, non sono di
gomma, e quando le sfioro i fianchi sento una tensione muscolare
autentica. Adèle mi sfiora, mi parla con gli occhi, vuole che mi occupi di
lei. La sua bocca è fresca, la sua lingua sa d’anice; il respiro è intenso,
cresce fino ad un fulmineo apice di piacere, poi si fa lungo, profondo.
Le mie mani l’abbandonano, tocca a lei spogliarmi. La mia biancheria
nera, inadeguata, finisce per terra, insieme al suo reggiseno da sedicenne,
candido, castigato.
Mi bacia piano, e con labbra leggerissime, sugli occhi, sulla bocca, sul
collo, sui seni, sul ventre, arrestandosi per un solo istante nella muta
contemplazione di quell’escrescenza che ancora ci accomuna, uomo e
donna. Poi tocca a me, ancora; e a lei; fino a che un lampo non ci placa.
– Vuoi un frullato? – dice lei, tonificata dalla doccia: fredda, senza
dubbio.
– Sì, grazie –. Mi sento come potrebbe sentirsi un arezzo da palestra
animato dopo l’uso, una cyclee bagnata dal sudore della signora in
riscaldamento, e ho voglia di una sigarea.
– Se vuoi, puoi rimaneve qui stanoe. Abbiamo una camera degli ospiti,
su al primo piano: è anche il mio studio.
Eccolo, lo stereo B&O: sta soo la scala di legno e acciaio che porta su. La
voce di Sarah Vaughan, Good Morning Heartache, roca e sentimentale, fa
uno strano effeo: giusta come uno spruzzo di vernice rossa alle pareti,
l’irrompere in casa di un gregge di capre dal giardino, me con lei.
– Preferisco tornare in albergo. Parto domani, e devo sistemare
qualcosa, prima.
Lei torna dalla cucina con il frullato in mano, per me. Non mi ha
neanche sentito.
– È già tuo pronto: ti accompagno – dice, porgendomi il bicchiere.
– Non ho nulla con me – rispondo, e mi pento subito della banalità.
Bevo, raccolgo la mia roba e le vado dietro con gli occhi bassi di una
scolarea al primo giorno di collegio. Adèle è la direrice.
– Ti spiace se ti rimbocco le coperte?
– Vorrei anche il bacio della buonanoe –. Un lungo bacio, lungo
almeno un’ora.
Sono le sei del maino, e mi risveglio da un sonno di cemento. Cerco di
non fare rumore, di non svegliare nessuno. Sulla scrivania, ci sono un
vecchio telefono a disco, nero, in bachelite, ed una Leera 22; la macchina
da scrivere è usata, un segno di vita, e in giro non c’è l’ombra di un
computer. Chiamo un taxi: al numero uno di via della Primavera, ma non
suoni il campanello, per favore, aspei fuori.
Ora mi toccano una doccia bollente, una rapida simulazione d’efficienza,
un biglieo di saluti.
I miei soldi sono sul casseone, appoggiati sulla specchiera, così da
sembrare il doppio: tre bigliei da cinquecento euro, ma potrebbero essere
sei.
– Volevi andartene così? – dice Adèle, luminosa nella sua tuta da
ginnastica leggera, grigia e azzurra su una polo bianca.
– Pensavo dormissi.
– Mi sveglio presto di maina.
– Torno a Roma.
– Ci rivediamo? Torno anch’io a Roma, la prossima seimana. Ti
chiamo.
– Mi piacerebbe.
Visto dall’alto, con le prime luci del maino, il salone è solo un
reangolo imbiancato e riempito in frea: mancano le giuste simmetrie
celesti, e quel po’ di estro che sa e racconta di inferno e vita quotidiana. Il
giardino è una curatissima pietraia zen, con due soli di metallo e delle
panchine di legno chiaro. Nel parcheggio coperto, una Porsche 911
d’annata e una motociclea di grossa cilindrata, una BMW.
– Vado a Palermo, all’Albergo Centro. Prima, però, passiamo da Zurich.
Il taxi si ferma sul marciapiedi proprio di fronte ad un passo carrabile.
Compro i giornali all’edicola che dà sulla rotonda di Valdesi e guardo il
mare: lo vedo arrabbiarsi, sollevarsi, infrangersi sulla riva; lo sento
soffiare, urlare. L’aria è pungente. Respiro forte, abbracciandomi,
accarezzandomi, per scaldarmi. Zurich è uno dei due bar lasciati a Palermo
da un’antica e rispeabile dinastia di pasticcieri; è aperto per una ventina
d’ore al giorno.
– Una danese alle mele.
– Vuole anche un caè?
– Due lunghi in una tazza da tè, per favore.
Guardo i giornali e, ovviamente, sul «Corriere dell’Isola» c’è tuo; la
fotografia, però, è una ripetizione: è quella della noe in piazza
Rivoluzione. Peccato per i capolavori hard scaati dalla segretaria: già li
vedevo, con le pecee di traverso sulle pudende, in cronaca e senza
didascalie.
DROGA E FESTINI. SVOLTA NELL’INCHIESTA OLIVERI
Palermo – Emergono nuovi e sconvolgenti particolari sulla vita privata di Francesco Oliveri,
l’avvocato ucciso alla Vucciria, a Palermo. Il suo nome non era sconosciuto alle forze dell’ordine,
per via di uno scandalo, risalente a qualche anno fa. Oliveri, insieme ad altri professionisti e
imprenditori, aveva preso parte ad una festa privata con cocaina nel corso della quale una ragazza
di 22 anni era entrata in coma, a causa di un’overdose di alcool e stupefacenti. Ma c’è dell’altro: un
primo esame autoptico avrebbe accertato la presenza di droga, cocaina probabilmente, nel corpo di
Oliveri. È trapelato infine il nome della donna con la quale da tempo Oliveri s’incontrava…
Hanno fao a pezzi quel poco che restava di Francesco. Me, invece, non
mi hanno ancora svenduta: sono solo un’amante segreta, ed ora pubblica;
pulla, ma non professionista. Il punto è quanto mi costerà questo casino.
La storia finirà sui giornali di tua Italia – titoli in rosso, da sesso, soldi e
sangue – e io avrò chiuso. Pensione anticipata. Poco male. Con la
liquidazione comprerò un atollo tascabile, in un arcipelago vulcanico a
poco prezzo, fascia middle class. Ficco i giornali in borsa e prima di risalire
in taxi ripasso dall’edicola per comperare un paio di giochi da duecento
pagine, due pocket rosso sangue, da leggere in frea.
Lascio Mondello come l’ho già lasciata anni fa, come se fosse per
sempre: guardo verso il mare e la spiaggia, il cuore va su e giù, con labbra
e palpebre da pianto; l’addio si placa dinanzi alle porte dell’albergo,
quando i vetri lustri e in penombra non rifleono che un ricordo lontano.
Il motoscafo della guardia costiera stava risalendo il placido corso
dell’Hudson senza alcuna frea, mentre il sole stendeva i suoi lunghi raggi
sull’intricata vegetazione delle due rive, quando d’improvviso il maggiore
Jack Wilkins, eroe a riposo di Grenada e Panama, colse un bagliore e fu
l’ultima cosa che il suo turno d’esistenza, assegnatogli secondo un preciso
piano dell’Eterno, considerò degna d’aenzione.
Le ricerche durarono per l’intera noe, dopo che l’allarme era stato
lanciato, intorno alle 20, da una recluta che per trenta minuti aveva
ininterroamente chiamato il maggiore al walkie-talkie.
Il motoscafo si era arenato in una piccola insenatura, e del suo occupante,
per alcune ore, non si era trovata alcuna traccia, se si ecceuano quaro o
cinque litri di sangue sul fondo dell’imbarcazione, senza il quale difficilmente
egli avrebbe potuto concedersi una nuotata, o una passeggiata a riva. La
squadra omicidi venne allertata solo quando ciò fu giudicato opportuno, e
giunse sul posto poco prima dell’alba.
Le fotoeleriche erano ancora accese. Il tenente Helene Woolrich cercò di
evitare un capannello di ufficiali e uomini in borghese dalle spalle larghe ma
subito il fascio di una torcia accesa le sbarrò la strada.
– Chi è lei?
– Venga con me.
Le presentazioni rivelarono un protocollo di militari, intelligence e federali,
immaginato per un omicidio alla Casa Bianca. Il tenente ammutolì, e la sua
totale assenza d’iniziativa fu sinceramente apprezzata, e giudicata un
inequivocabile segno di patrioismo, di eccezionale maturità, benché, a loro
insaputa, Helene fosse solo al primo incarico, dopo molte noi d’inutile veglia
al comando; ora anche il maggiore Jack Wilkins la stava ammirando,
dall’alto di un pino, al quale era stato appeso per i piedi, scuoiato e tirato su,
e quando l’ultima stilla di sangue raggrumato le colpì la candida seta della
camicia, per suggerirle «ci sono anch’io, tenente», Helene non disse nulla, e
svenne senza un lamento.
– Una caramella?
– Ne prendo una all’anice, grazie.
Poso il libro, Sangue nella palude, sul sedile accanto, e alzo lo sguardo.
Avrà i suoi anni, l’hostess, ma non le pesano, sulla schiena: si muove e
avanza come una diciannovenne al debuo in volo, con un’eleganza
celestiale, da commedia hollywoodiana. Audrey Hepburn era al confronto
una loatrice di sumo coi calli.
Torno a casa e provo a riposare, ma non ci riesco, per quanto mi sforzi.
Tengo gli occhi chiusi e provo a riacquistare un po’ di energia. Faccio così
da sempre. Se la testa si fa pesante e i riflessi s’intorpidiscono, devo
sedermi, distendermi, dormire per pochi minuti, respirando lentamente e
sospendendo ogni funzione vitale non necessaria. In quel piccolo altrove,
mi accade pure di rimeere ordine nei miei pensieri, di portare
rapidamente in salvo quel che affoga in una maionese di sinapsi.
Basta così, mi dico, faccio qualcosa in casa, oppure esco. In cassaforte
avrò ventimila euro; potrei depositarli, in una delle mie cassee di
sicurezza: ne avrò una decina, in banche differenti, insieme ad un solo
conto corrente. Meo le banconote in un fazzoleo e ripongo l’involto nel
reggiseno, come mi ha insegnato mia nonna. In borsa, per ogni aesa,
porto il diario del nonno e degli altri giochi da leggere.
La strada è lunga, ma non mi dispiace una passeggiata. In via della
Scrofa, dalle parti di una gasthaus tirolese, un furgoncino bleu s’affianca a
me, e la coppia di mezz’età che era a tre o quaro passi di distanza,
improvvisamente mi afferra per le braccia. Sento una garza bagnata sul
naso, l’odore dolciastro dell’etere, poi più nulla.
Capitolo VIII
Credo di esser rimasta priva di sensi per mezz’ora o poco più. Ho dei
lividi bluastri sui polsi e gli avambracci, lasciati dalle mani sconosciute che
mi hanno strea con forza smisurata.
Non ci sono finestre, in questa stanza galera. Sono distesa su un divano
leo giallo limone, e il poco pieno di questo vuoto infinito s’addensa in
due poltrone in tessuto chiaro e una libreria aperta, bianca, che espone
una trentina di libri economici, dei fumei e una vecchia edizione dei
indici.
Cerco i soldi nel reggiseno, nelle tasche, nella borsa che qualcuno mi ha
lasciato accanto, ma non ho più una lira; sono spariti anche i documenti.
Mi hanno anestetizzata e sequestrata, e tuo questo – etere, furgoncino
e un covo da manuale – l’hanno architeato per quanto? Ventimila euro?
Vogliono dell’altro denaro? Un riscao?
Una donna, me ne accorgo solo ora, mi osserva con uno sguardo che
potrebbe sembrare dolce, dal taglio nel buio di una porta socchiusa. Non è
giovane, avrà una cinquantina d’anni, ed è piuosto esile, e bassa di
statura.
– Spero stia bene. Abbiamo usato dell’anestetico. I suoi effei
spariranno presto. Le chiedo scusa per le maniere brusche di un nostro
uomo: ho visto che le ha procurato qualche livido, ma non è stato
intenzionale.
Nella frea delle scuse, scivola su un paio di accenti, scagliandoli sulle
ultime sillabe.
– Cosa volete da me? – Nel dirlo, la riconosco: è la donna di mezz’età
che, con un uomo al braccio, mi tampinava in via della Scrofa.
– Ci sarà tempo, signora, per parlarne. Intanto, mi faccia sapere se
desidera qualcosa, se ha bisogno di un conforto particolare. Nella frea dei
preparativi, stamani, potremmo aver dimenticato di prendere qualcosa.
Mi porge una valigia, la mia valigia. Mi alzo di scao e la geo sul
divano, spalancandola: perfeamente ordinati, vestiti, biancheria e
borsea da bagno; c’è persino una fotografia con i nonni alla quale sono
molto affezionata.
Sono dei professionisti: avranno avuto meno di dieci minuti per entrare
in casa dopo la mia uscita, bloccare l’allarme, impedendo che il
combinatore telefonico facesse squillare il mio cellulare, trovare una
valigia e rifleere su cosa meerci dentro, forse per cercar qualcosa di
prezioso da portar via, e infine, per uscire, immagino senza lasciare alcuna
traccia. Dieci minuti dopo la disaivazione, se non si va via da casa, o non
si compone un certo numero a quaro cifre sul quadrante del telefono
della cucina, l’allarme sonar si reinserisce silenziosamente, e al primo
movimento scaa una chiamata al 113.
La donna certamente capisce quel che sto pensando, intuisce i miei
interrogativi, e la mia paura, perché mi guarda con un’espressione
rassicurante, ma senza esagerare, per non correre il rischio di
mortificarmi.
– Chiuderò a chiave la porta che sta in fondo al corridoio, uscendo. i
fuori c’è il bagno. Tra poco tornerò a trovarla, per la colazione.
– La colazione? Che ora è? Pensavo d’aver dormito per una mezz’ora, al
massimo.
– È mezzogiorno. Stanoe ha riposato così bene…
– Dove siamo? – chiedo, e mi riscopro Alice in fondo al pozzo.
– Nel luogo più tranquillo del mondo, dove non può accadere nulla. Con
noi è al sicuro. Il mondo là fuori si è fao molto pericoloso, per lei.
– Di cosa sta parlando?
– Noi siamo dei medici. Cureremo il male e lei sarà libera di tornare a
casa.
– Volete dei soldi?
– La signora ha già pagato. Basta così.
Faccio come se non fosse successo nulla. Non so cosa pensare, tranne
che questa cosa ha a che fare con Francesco, dev’essere così. I soldi li
hanno presi, ventimila euro, ma non può essere una questione di soldi,
altrimenti avrebbero preso la mia collana. Vado in bagno, faccio una
doccia, e mi rivesto da capo a piedi. Devo mantenere la calma. Prendo il
diario dalla mia borsa – panciuta ed onnivora – e inizio a leggere.
Orano – 27 maggio 1941
Ci hanno assicurato che lavoreremo. È una buona notizia.
Orano – 31 maggio 1941
È arrivato un cappellano d’origine irlandese, caolico. È piuosto anziano,
e ripartirà presto, per tornare a casa. Ha celebrato la messa dinanzi
all’edificio del comando. Il suo latino è duro come la pietra e il pelo è rosso
come polpa d’anguria.
Orano – 4 maggio 1941
Stamani, al contrappello di baracca, Kepì ci ha chiesto cosa sapessimo fare.
Sono venuti fuori dei giardinieri, per il campo ufficiali, dei muratori, degli
imbianchini, dei falegnami, dei meccanici, dei maniscalchi. Ci sono anche tre
camerieri. Ognuno ha trovato cosa fare. Franceschi è in pianta stabile in
infermeria. È stato curato e ha chiesto di lavorare lì. L’hanno accontentato,
anche se il suo braccio sinistro è perduto. Prima di andarsene, Kepì ha chiesto
se ci fosse un cuoco. Non ha risposto nessuno. Per dieci secondi solo silenzio.
Non so cosa mi ha preso, ma ho alzato la mano e ad alta voce ho deo che io
sì che sono un cuoco, un cuoco, un cuoco!
Orano – 5 giugno 1941
Inizierò domani. Non distinguo fra una palea e uno stuzzicadenti, mi
cacceranno subito!
Dovrei ridere, io che quel racconto l’ho sentito mille volte: gli occhi di
mio nonno s’inumidivano, di nostalgia e fierezza; dovrei ridere, ma queste
righe mi fanno male, forse perché sono in gabbia anch’io.
Sento sbaere una porta molto pesante, probabilmente blindata: il colpo
fa tremare tua la casa, e le scosse mi fanno sobbalzare; dev’esser stata la
porta d’ingresso, aperta e chiusa molto rapidamente. alcuno è appena
andato via.
Mi passano un vassoio di cartone, con due involucri ancora tiepidi: pollo
frio e patatine. Voglio godermelo, quest’intervallo, o questa fine.
Mi stendo sul divano leo, e tiro fuori dalla mia borsa baule griffata
Mary Poppins un libro ingiallito, dai bordi macchiati di grasso e polvere,
per aver giaciuto forse in prossimità d’una cucina, di un camino, di una
stufa a legna, di un incendio: Il Cancelliere, si chiama; lo squaderno tra me
e il vassoio del pranzo.
Si udivano ancora le ciaùle risuonare per le strade e la piazzea coi
platani e le bordure di vite, e il sole, quand’erano le undici, come per una
forma di rispeo, s’infiltrava per le stecche persiane a disegnare sul
pavimento una raggiera; il vento, per la casa, sciroccava lieto, fino alla sala
da pranzo, che io ripulivo e apparecchiavo come il primo giorno, di tuo
punto, in un Gloria di fiandre, porcellane e argenti, e una brocca di cristallo
col manico a treccione e lo stomaco per il ghiaccio.
Il tempo, in quell’estate del 1904, era un succedersi d’albe repentine e
tramonti che se ne calavano grano a grano, come clessidre, e il giorno si
stendeva placido e regale, solleticato dalle voci dei venditori, i quali, giunti
che erano nei pressi di casa Ventura, flautavano i loro richiami accordandoli
al sentimento dell’ora presta: alle oo era già il tocco del pesce, e dunque
risuonava quello dei frui e delle verdure, e dell’acqua e del ghiaccio che
veniva dall’Etna.
Il pane del frumento nostro, di Contessa, si era già gonfiato all’inferneo
del forno maiolicato delle cucine di soo, e ora riposava soo un telo di
canapa, alleato in un cesto di vimini assieme alle noci e alle mandorle, in
un matrimonio di vapori ed essenze che immancabilmente si scioglieva tra le
mani nelle vigilie di pranzo, schermaglie di solito disobbedienti alle buone
maniere, insofferenti all’aesa puntata del fumisterio delle penne rigate,
colate del rosso e del nero del pomodoro e delle melanzane tunisine, appena
abbiancate di ricoa, e lusingate dal basilico e dal pepe nero pestato al
mortaio.
Si presentava a mezzogiorno, il Cancelliere Ventura, ed era per me un Lord
Cancelliere, o pur sempre un Barone, degno per caraere e regalità di sedere
alla Camera dei Pari e, se ve ne fosse stata una, avrei pensato che di lì
veniva, al termine di un Parlamento, seduto alla presenza di un Re per
urgenti comunicazioni su quistioni di Stato.
Non posso dire che sorridesse, ma tra l’albume e il castano della veduta
stava sempre un pensiero lievissimo che di rimando ammorbidiva i muscoli
del viso e fleeva l’amaro del giorno in una malvasia di beldire sulle
meraviglie della maina e di racconti sui fai quotidiani e sui codicilli della
Real Pretura e del suo Giudice, che indagatore avrebbe dovuto esser per
mestiere e invece non era, privo financo del succo del sospeo, se non per la
gran quantità di carta che incredibilmente s’inceneriva in ai e fascicoli e
convocazioni e sentenze.
Malvasia appunto versava in una chicchera azulea e centellinava a sorso a
sorso, tenendola sul palato per ricavarne l’affresco di Salina, l’Isola di molte
estati, del casale di Malfa lasciato al soprastante, dopo le febbri di Laura, e
del mare che dall’alto pareva continuare fino al bordo della terra, senz’altro
confine che il cielo.
Il pane, dunque, e le noci e le mandorle, e la conca fumante, e il vino e
l’acqua, il formaggio di vaccina e il cantalupo, e i racconti, della signora
Majorana in abito cremisi che l’aveva salutato con quell’aria di rimprovero
per il suo negarsi, ancora, ché di nero al braccio s’era persa la ragione, e del
Procuratore Generale del Re, Sua Eccellenza Parisi, il quale si era
complimentato, soovoce, per l’intuizione miracolosa che sei mesi dopo
l’omicidio del Reverendo Martello aveva condoo ai ferri il Ragioniere
Jacona, in procinto di espatriare.
Aspeano qualcuno, e nel fraempo lasciano che il mio equilibrio vada
in frantumi; mi stanno frollando per bene, a bagno nel silenzio, per
intenerirmi quel tanto che ha deciso lo Chef.
Alzo una mano fino all’interruore, spengo e tiro su la coperta.
Torno a dormire: così come sono, il libro soo il cuscino.
Ad uccidere Francesco, potrebbe esser stata la segretaria, penso, o la
moglie, e in questo caso potrebbe esser mia, la colpa d’aver dato fuoco alle
micce.
Dormo di un sonno estenuato, fragilissimo, anche se i miei ospiti
evitano ogni rumore. Mi risveglia un clacson. Dieci minuti dopo, gli occhi
ancora ostinatamente chiusi, sento bussare alla porta. ando apro, non
c’è nessuno. Per terra, un saccheo di carta: contiene dell’acqua, del caè
e due brioche.
Era stato ritrovato, il prete, don Francesco Martello, vestito di giacca e di
cravaa, scure d’antracite, camicia bianca e una penna nel taschino, di lacca
nera e argento, come notaro e non reverendo, al maino di San Silvestro,
dalla perpetua in canonica, disteso lungo a pancia in su, a due passi dalle
vestimenta oro e vermiglio della Messa di Natale, piegate con cura, la gruccia
appesa ad un chiodo, e l’armuar vuoto.
Morto era morto da molte ore, ché il braccio sinistro, piegato al di soo del
fianco, s’era irrigidito come ramo secco, e i becchini del Cimitero di Santa
Maria s’erano industriati di non mutarne posizione, per non frantumarlo:
diceva il medico forense che non v’era segno di loa, e il colpo era giunto
preciso e non frenato al centro esao della fronte, così neo da spaccargli il
cranio.
C’era una pistola in Canonica, calibro 32, manico di legno e canna lunga,
residuo di Sedan. Mimma Arnodio, la perpetua, aveva indicato al Capitano
dove trovarla: nel gran casseo di una consolle del corridoio, avvolta in un
panno bleu intriso d’olio e di grasso, le due scatole di proieili da un lato.
Improvvisamente, devono esser le prime ore del pomeriggio, sento un
rumore, un’esplosione soffocata, seguita da una vibrazione metallica, tre
bang, alcune esclamazioni che non riesco a comprendere. Ecco, ci sono dei
colpi secchi; avverto dei passi, in tue le direzioni, ma fanno con calma,
ora, e sembra che trascinino qualcosa. Stanno aprendo la porta del
corridoio, e la mia: compare un tizio corpulento con la calzamaglia nera e
una fondina piazzata di traverso, all’altezza dello sterno, che contiene una
pistola più grande del normale.
Non dice una parola, mentre si piazza sull’aenti su un lato. Capisco che
devo alzarmi e andar via, con i bagagli. Meo via il diario, e il libro, e
passo davanti a quell’uomo. In fondo al corridoio, c’è un gran fumo, e le
luci sembrano spente: è una sala con un paio di divani ed un tavolo tondo
simile ad un fungo bianco. Nessuna traccia della donna che mi aveva dato
il benvenuto al risveglio. Sul tavolo, ci sono un paio di lampade accese, ad
illuminare un computer portatile e una fotocamera digitale: un uomo con
la calzamaglia sulla testa li infila con aenzione in una borsa. C’è un terzo
uomo, in ginocchio, e come i suoi compagni indossa dei guanti neri: sta
ripulendo accuratamente per terra, con una pezza in una mano e una
boccea scura nell’altra. Da un’altra borsa, ai miei piedi, emergono dei
giornali: riconosco quello in cima, «Le Figaro». L’uomo che mi conduce
all’uscita per un braccio, ora mi fa frea.
– Avanti avanti, non c’è tempo.
Siamo in un seminterrato, e le scale portano direamente al garage
soerraneo. Salgo sulla seconda automobile, mentre la prima parte
silenziosamente: due fuoristrada, i vetri oscurati. Andiamo avanti per
almeno venti minuti, forse di più.
– Dimentichi quel che ha visto. alcuno ha commesso un errore,
prendendola, e noi abbiamo rimediato. Non denunci nulla, o i guai
ricominceranno.
Il Seimo Cavalleggeri, venuto a salvarmi, mi lascia con i bagagli e una
busta da leere in mano alla stazione dei taxi, in piazza Buenos Aires.
La tensione che mi aveva sostenuto finora, mi abbandona, e quasi mi
spengo. Ho paura; non dico nulla, non devo farlo, né pensare a quel che è
accaduto in quella casa, a quanti ne hanno ammazzati. ando m’illudo
d’aver chiuso la porta sulla cantina dei ricordi e degli interrogativi, però, il
serpente del dubbio si riaffaccia.
Tre colpi…
Spingo ancora sulla porta della memoria, con tuo il mio peso: devo
tenerla chiusa, cancellare questi due giorni; meglio, tua la seimana,
come se niente fosse accaduto.
Tre colpi di pistola, però, possono equivalere a tre obieivi, uno dei
quali, per forza, dev’essere quella donna. Chi erano, e chi li ha ammazzati?
All’arrivo, mi stanno già aspeando. Vedo due fari accesi. Devono aver
capito che non avrei dimenticato, e sono tornati a prendermi.
Scendono da una volante, parcheggiata proprio di fronte al bar, e
s’avvicinano al mio Bologna 13. Uno dei due polizioi è infastidito. Stava
per finire una laina di qualcosa.
– Buonasera. È lei la signora Serianni Lorenza, residente al numero
civico sei di vicolo della Campanella? – Davvero una vigilanza discreta.
– Sono io. Mi dica.
– Dobbiamo notificarle un provvedimento di accompagnamento forzato.
– Accompagnamento dove?
– In tribunale. Lei avrà ricevuto un invito a presentarsi alla Procura, e
non l’ha rispeato. Ora dobbiamo trasferirla a Palermo. Le servono dei
vestiti? Se vuole, possiamo salire a casa con lei.
– Tui gentili, con me, oggi, ma non serve. Ho già i bagagli.
Il viaggio lo pago io, naturalmente. Offro anche il caè, alla mia scorta,
al bar di Fiumicino. Un polizioo gradisce una Coca light.
In albergo, a Palermo, montano una guardia discreta nella hall.
L’indomani maina, come prescrio, mi accompagnano al palazzo di
marmo. I loro occhi, me ne accorgo solo adesso, hanno perso le braci,
come accade di frequente qui in Sicilia, per quelle offese che sedimentano,
e mutano le fiere in animali da macello.
– Ci rivediamo, finalmente.
– Non mi ero accorta fosse passato tanto tempo.
– Signora Serianni, mi ha costreo lei a chiedere un provvedimento
urgente. Si renderà conto che non potevo fare altrimenti. Lei non mi ha
deo nulla. Di Oliveri, dei vostri rapporti sentimentali e di quelli
economici, se è lecito distinguerli: del suo lavoro, insomma. Ricominciamo
daccapo, va bene?
– Ricominciamo, ma le dico subito che finiremo dove abbiamo finito
l’altra volta.
– No, non mi sono spiegato. Noi non abbiamo ancora cominciato, in
realtà. Ci riproviamo. Le spiace se sentiamo qualcosa, prima?
– Un po’ di musica?
– Meglio, signora, meglio.
Bevacqua si gira sulla sedia e preme un tasto su un radio-registratore
alle sue spalle, colorato, da divisione marketing.
«Penso che dovremmo vederci», dice la voce, un po’ metallica. «Ho due
ore. Ma potrei averne anche tre». «Dipende», rispondo io, nel radioregistratore. «Da che cosa?». Era la prima volta, per Francesco. «Non so se
te lo puoi permeere». «Di questo non mi preoccupo».
Bevacqua va avanti, fino alla fine. «Cambio di programma.
Appuntamento alle undici meno un quarto, al Genio. Non vedo l’ora. Se
hai problemi, chiama». L’ultimo messaggio di Francesco.
– este interceazioni sono andate avanti per tre mesi, signora
Serianni. Non molto edificanti, certo; istruive, in compenso.
– Per lei, senz’altro.
– Istruive, per farsi un’idea chiara delle sue molteplici aività, con
l’avvocato Oliveri e gli altri suoi, come dire, commienti.
– C’è stato un provvedimento giudiziario, signor pubblico ministero?
Perché i miei telefoni erano soo controllo?
– Non faccia l’ingenua.
– Chi mi ha interceata?
– Nostre struure.
– Se ci sono dei reati, proceda, altrimenti mi lasci andare.
– Signora, lei è indagata, ufficialmente, e da questo momento è
sooposta a fermo giudiziario, per quel che fa e per quel che dice o che
non dice. Potrebbe continuare a nasconderci qualcosa, confondere le carte,
o semplicemente andar via, scappare. Dobbiamo tenerla con noi, finché
tuo non sarà chiaro. La invito a nominare un avvocato che la rappresenti.
– Gentilissimo. Permee una telefonata? – A Giuliano, naturalmente.
– Dal telefono della segreteria, se non le spiace. Arrivederla.
Le camere di sicurezza sono tue occupate. Non resta che il carcere. Mi
fanno la cortesia di accompagnarmi anche questa volta, in auto, e per
farmi piacere, fanno suonare la sirena, sicché, quando arriviamo al nuovo
rifugio per peccatori e peccatrici sorto ai margini della cià, gli uomini di
guardia spalancano il ponte levatoio, quasi io fossi una principessa, e
quello il mio castello.
La cella alla quale vengo condoa, dopo il rito dell’identificazione e
della perquisizione, un paio di flessioni con le mutande in bocca, è una
cella liscia, con un leo e una sfoglia di materasso, e in cima un bel cubo
coperta lenzuola cuscino. È la mia prima volta in carcere; da detenuta,
intendo. esta fogna l’avevo visitata anni fa, durante una messa aperta a
giornalisti e telecamere. Le detenute viste di spalle, io all’ultima fila; loro
vestite comunemente e tra loro amichevoli; noi intimoriti, privi di grazia.
Un inferno ministeriale, ci pareva, organizzato, preordinato: i colori, l’aria,
le passeggiate, il cibo.
Ho fame. Provo a mangiare ma la carne è di plastica e le verdure si sono
sciolte in un budino; il pane è gommoso, coo in un forno elerico
sterminato, in grado di accogliere milioni di panini, per tue le carceri del
mondo.
Dormo benissimo, anche se a digiuno. Mi sveglio per l’ispezione
pomeridiana, la luce al neon che dilaga sul viso: oltre le sbarre, intravedo
un’occhiata priva di significato. Sono solo una cautelare. La secondina non
sa nulla di me, che sono una puana, ad esempio, o che mi trovo qui
perché uno dei miei dodici clienti è stato ammazzato a colpi di pistola. Mi
tengono qui perché non parlo. Ero in aeroplano quando Francesco è stato
ucciso, e perché avrei dovuto ucciderlo? asi non lo conoscevo. Non
avevamo mai discusso del suo lavoro, o della sua vita, non oltre un certo
limite. Una questione di principio, per me.
Se il pranzo era disgustoso, la cena che servono alle sei resta lì, in un
dialogo muto con lo sgabello sul quale è poggiata. Dopo l’annuncio –
«minestraaaa» –, nemmeno mi alzo dal leo. Tengo gli occhi chiusi: non
sono mai riuscita a fissare il soffio, per saltare il tempo.
Mi assopisco, e il sogno mi porta in una vecchia biblioteca, a leggere le
pagine ingiallite di un pesante registro, nel quale sono annotati dei
pensieri spaventosi, sfuggiti al vaglio della ragione.
Ritrovo un’antica sensazione di smarrimento; è ancora una volta come
se avessi perso l’innocenza, e non riuscissi a fermare le mie gambe, che
insistono per sollevarsi dal pagliericcio e condurmi alla punizione,
all’umiliazione.
Sono stata chiamata a pagare una colpa dimenticata; nell’incubo, l’avrò
riveduta. Ora non ricordo altro.
È un viaggio così faticoso, sulla faccia buia della luna, che al ritorno non
serbiamo memoria di nulla.
Ad alcuni è concesso d’osservare, a pochissimi di portar via un ricordo
sfocato. Non è ammesso di cacciar di frodo, in quella riserva.
La coperta forma un vortice sul mio viso, dal centro del quale osservo il
mondo che sta al di là della porta di ferro, oltre lo sportellino aperto ad
altezza d’ispezione, nella luce pallida del corridoio, e così come mi
accadeva da piccola, mi lascio araversare da ombre e chiacchiere,
rinunciando per un poco alla cecità e alla sordità del sonno, e affinando i
sensi. Claustrofilìa.
Al maino, una secondina di trent’anni mi dice quasi gentilmente che se
voglio posso andare nello spazio comune. «Se vuoi», dice. Allora scelgo, e
vado.
Trovo detenute d’ogni età. Facce incaivite, incastrate su corpi incuoiati
e immobili sulle sedie, le braccia distese su tavoli deserti, senz’altri ospiti.
esto grande salone, osceno come una palestra scrostata o il set di
alcuno volò sul nido del Cuculo, dev’esser nato di recente, dalla
demolizione dei tramezzi originari, poiché i colori sono differenti, per le
singolari qualità dello sporco, e il suo svolgimento è a S: può darsi che gli
architei carcerari abbiano dovuto girare intorno ad una stanza segreta,
per evitarla.
Dei suoni arrivano dal fondo, ed è una trama allegra, di fili luminosi, di
voci che sembrano appartenere a dei bambini.
Fatico a riconoscere le madri, tra quelle donne in circolo, per terra, e al
centro, si trovano davvero dei bambini; una dei tre, di non più di due anni,
ruota su se stessa, tenendo sollevato un lembo del suo vestitino, orgogliosa
della sua sfilata, al termine della quale tue l’applaudono.
Una donna mi fa segno di sedere con loro, e un’altra, tunisina forse, mi
fa spazio; ha gli avambracci sfregiati con metodo, piccoli tagli da due o tre
centimetri, paralleli: autolesionismo, suppongo (la strada che conduce al
suicidio è lunga e sempre sgombra); tagli vecchi, però, e il suo volto è
sereno.
È il mondo che sta fuori di noi, lasciandoci nel nulla, o siamo noi che,
dal nulla che sta fuori, ci siamo prese una vacanza?
Capitolo IX
– Serianni! Seeriaaanniii!
– Eccomi.
– Prendi la tua roba. Te ne vai. Sbrigati.
Nel corridoio bianco al neon, accanto allo sportello bocca di lupo per la
consegna degli effei personali, tra sbarre medioevali e fondali da caserma
dipinti e ridipinti, sbavati e sbeccati, c’è il commissario Paternò.
– Lorenza, mi dispiace.
– Grazie, commissario, anche per il tuo amico avvocato: immagino abbia
lavorato bene – dico, prendendo la mia valigia e le buste di carta da pane
con la borsea, l’orologio e la collana.
– Il Gip non ha convalidato il fermo. Mancavano i presupposti
elementari, ha deo all’avvocato. Ti posso aiutare?
– Lo stai facendo, nonostante le mie bugie.
– Andiamo fuori, velocemente. Non mi ci trovo, qui dentro, mai trovato,
nemmeno quando ci lavoravo. Ero un dirigente dell’Amministrazione
carceraria, gran bella carriera.
– C’era qualcosa che non mi piaceva in te. esturino e magari
secondino.
– Ho mollato dopo una rivolta; anzi, dopo il doporivolta. Ero a Badu e’
Carros, ricordi quel che successe? I giornali ne parlarono a lungo. Diedi le
dimissioni, per tre volte. Continuavano a rifiutarle. Ho insistito. Le
persone valgono di più di quel che fanno.
Giuliano apre la portiera dell’auto e resta immobile, mentre io mi seggo;
richiude con forza e siede al mio fianco impeccabile come uno chauffeur.
– Lo stai dicendo a me o all’inquisita per puanesimo?
– No, è che alcuni valgono meno.
– Vivo interceata da mesi. Rispondimi: cosa ho fao di grave,
d’irreparabile, per la sicurezza dello Stato?
– Non è quel che fai: è l’inciampo che conta, il passaggio casuale per un
terreno a rischio, soo aenta vigilanza.
– Così può toccare a chiunque.
– Interceano migliaia di persone, milioni. C’era forse qualche scrupolo,
prima; ora entrano in casa tua: cimici, nanocamere, programmi ombra nel
tuo computer, per spiare ciò che pensi, fai, dici, scrivi. Ascoltano e
registrano centinaia di migliaia di telefonate: quelle tra le mogli e gli
amichei le trascrivono su appositi fascicoli da convalidare all’occorrenza.
ando è il momento giusto, scaano le azioni di controinformazione, le
campagne sui giornali amici e gli scandali gonfiabili, che crescono e si
ritirano, se occorre. elli del Sifar erano degli imbecilli, al confronto con
i nuovi imprenditori del ricao: esistono mille agenzie, oggi, che puntano
sui loro cavalli e vincono regolarmente, guadagnandoci parecchio.
– Loe intestine?
– No, anche se di servizi ce ne sono tanti, e in reciproco conflio: tuo
avviene per lo più al di fuori di essi, ed è il ricao elevato a business. I
servizi, per come vanno le cose, sono fai di sinceri idealisti, al confronto.
– Tu parli di soldi, e io di George Orwell: quel che accade è visto
registrato analizzato dai funzionari di un’immensa macchina partito.
– Se è il grande fratello, è solo quello televisivo: tui spuanati, tui
eroi. Contrai pubblicitari, comparsate in tv. Può darsi ti stia capitando
addosso una fortuna: soldi, fotografie e copertine, tipo Heidi Fleiss.
– Me ne sto accorgendo. Non sto più nella pelle, dalla contentezza.
– A qualcuno è andata peggio. Hanno ammazzato un’altra persona, in
piazza Rivoluzione, in un bivani con balconata sul Genio.
– Gli hanno sparato?
– Gli hanno infilato la canna tra i denti, rompendogliene quaro, e
hanno fao fuoco.
– Dev’entrarci con Francesco! È così?
– Due ore prima di morire, il candidato cadavere aveva raccontato ad
Imburgia di un tizio in nero, casco e motociclea, che la noe
dell’omicidio era rimasto fermo, a lungo, in un angolo poco illuminato
della piazza: fino all’arrivo di un altro uomo, Oliveri. Tra i due, gli era
sembrato vi fosse stata una discussione ravvicinata: stavano litigando,
disse, finché Oliveri non s’inginocchiò; il motociclista s’allontanò – dall’altra
parte della piazza s’erano affacciati dei ragazzini – ma tornò poco dopo. i
si ferma il racconto del testimone: il nostro amico giurò che all’omicidio
non aveva assistito, che si era allontanato dalla finestra, pensando ad una
lite senza importanza. Non dica niente, si raccomandò con Imburgia, il
quale, per essere precisi, non ne parlò con nessuno, tranne che con me.
– Per telefono?
– Lo so anch’io com’è andata. Era una linea affollata.
– Però l’avevi trovato il tuo benedeo silenzio, commissario –. Vorrei
una sigarea.
– Ora è definitivo, il silenzio.
– Lasciami in albergo, ti prego. Mi piacerebbe una noe normale.
– Passo da te domaina.
Cena fredda in camera. Formaggi, frua, e lae.
Niente sonno, anche le pecore hanno smesso di saltare la staccionata.
Trascorro incosciente da un indolenzimento ad un altro, sacrifico le
braccia, piegandole sul cuscino e poggiandoci la testa; provo supina, sulla
pancia, con e senza le lenzuola, apro la finestra e raffreddo la stanza, mi
raggomitolo soo il coprileo. Poi cedo, e chiamo la portineria.
– Una doppia camomilla, per favore. Bollente.
Prima di tornare a Roma, devo fare una cosa – devo, assolutamente! –
ma i freni non rispondono, ed io continuo a painare sull’asfalto: ci penso
fino alle sei del maino. Infine, quando crollo, esausta, torna il mio sogno,
per rassicurarmi, e ricordarmi che non sto più in un covo di sequestratori,
in mezzo ad una sparatoria, o in un carcere. L’illusione dura un aimo, e il
sogno torna ad essere quel che è da molte noi: insieme a Francesco, però,
c’è un altro morto ammazzato, e c’è un esercito d’omini neri.
Alle dieci e trenta, squilla il telefono, e so già che è Giuliano. Ho bisogno
di cinque minuti, gli dico. Ce ne meo quindici, invece, per dare stucco e
colore alle occhiaie, profonde, tendenti al marron. Scendo entusiasta
dell’affresco, pollice e indice slogati dai pennelli.
– Che cosa è successo? Hai degli occhi…
– Dovresti provare a distrarti ogni tanto, Giuliano, buongiorno. Spero tu
abbia dormito bene.
– Io sì. Tu che vuoi fare? Ho tre giorni a disposizione.
– Non so se basteranno.
Il mio Pronto Soccorso ha tre vetrine su via Libertà, e qui devo liberarmi
di quel che ho indossato in galera. Guardo incuriosita la commessa, come
fossi al cinema, o dietro un falso specchio. Lei parla, mi osserva, prova ad
indovinare, indicando un capo, sorride nell’aesa di una risposta, poi, per
niente delusa, riprende fiato e, senza corde né rampini, s’arrampica sul suo
ghiacciaio personale: lei è di gusti semplici – dice – ma ama moltissimo il
rosso, che poi serve a mostrare la propria forza e ad indurre il prossimo alla
ragione; insomma, potrebbe pure essere una leonessa, anche se appare un po’
timida, e se le va, quest’abitino con le bretelle reversibili e un solo boone a
mezz’altezza, sappia che solo lei può portarlo, con il suo fisico, così
prepotente… Insiste. Manca poco che citi Desmond Morris, e le rotondità
come elemento d’arazione per il primate. A Paternò, partono la mascella
e un po’ di bava. È ipnotizzato.
Pago e lo trascino via, ma l’incontro con una venditrice di reili e
mammiferi ridoi a calzature non va meglio: ha occhi azzurri e affilati,
l’imbalsamatrice, e parla soovoce; ascolta, vibrando imperceibilmente, e
traduce in scarpe i tuoi desideri.
Ultima tappa, un’agenzia di viaggi, posta dal Destino al portoncino
accanto: due bigliei per Roma, con l’ultimo volo di stasera.
Sosta tecnica ad un tavolino per due. Il cameriere del Caè dei Ficus
resta fermo ad un metro di distanza, aspeando il via libera, e solo per
questo, si assicura una mancia da record. Non ci sono altri Caè, in cià,
morti insieme al Gaopardo, ai suoi manoscrii e alle sue granite: solo dei
bar, ricostruzioni di cartapesta, cartoline sbiadite.
– Non sono neanche andata al suo funerale.
– La galera è un legiimo impedimento, mi pare; e in ogni caso, nessuno
te l’avrebbe rimproverato.
– ando mai si è visto che una puana vada al funerale del cliente!
– Non intendevo questo. Volevo solo rassicurarti.
– Uscirò massacrata, da questa storia; e con me, quel che rimane di
Francesco, la sua famiglia… Vorrei parlare con sua moglie.
Non perde un aimo, Giuliano: carica il telefono e spara.
– Salvo, sono il tormento e l’estasi: l’hai visto il film?
–…
– Un’enciclopedia, sei! Bravo, veramente! Che ti senti, in un quiz?
Ascolta, Mike Bongiorno, prendi l’indirizzo della vedova Oliveri e mi
richiami, che un giorno te le faccio io quaro domande serie.
–…
– elle sui film che ti piacciono veramente: ecco, quelli, proprio.
Spicciati, ti ho salutato.
Ripiega il cellulare e con calma se lo rimee in tasca.
– Se dici che devi andare, andiamo. Vuol dire che mi meerò nei casini.
– E l’indirizzo?
– Arriva tra un quarto d’ora. Il tempo di prendere qualche cosa, seduti,
al Caè.
Il commissario è una matrioska vivente, un caraere dentro un altro
dentro un altro e un altro ancora, capace per fortuna sua di accorgersi che
ci sono tante facce quante stelle nel firmamento. Il cameriere è ancora lì,
fermo come un palo.
– Chiedi alla signorina. Io prendo un bicchiere d’acqua. Casto e puro.
– Un caè non lo vuole, doore? Sicuro?
– La verità è che non possiamo essere sicuri di niente. ando chiami a
casa e dici sono papà, che ti rispondono? ale papà?
Il palo ride, e si capisce che non se la prende.
– Ti posso presentare la signorina Heidi? – Neanch’io me la prendo.
– Un Martini, – dico, – e che sia perfeo.
Casa borghese sin dal pianeroolo di geometria mozzafiato, portoncino
laccato bianco bloomsbury, spalancato sull’ingresso: il corridoio è quasi
una galleria del vento, con le mussole portoghesi che sbuffano ai lati del
salone rigonfie dei venti atlantici; da una stanza vicina, soffia l’eco di un
pianoforte in sordina, bauto da mani inesperte sulle note di uno studio di
– come si chiama, quello, sepolto nel chiostro di Westminster – Clementi,
Muzio Clementi. Avevo cinque anni – io, come Alice, la figlia di Francesco
– quando lessi per la prima volta il suo nome sul leggio.
– Mi spiace –. E quanto deve spiacermi se adesso dico che non c’era
niente tra me e il marito di questa biondina naturale, principessa di
schiaa normanna, e che era solo una cosa da bordello, una marchea
senza peccato.
– Mi spiace – lei ripete.
Restiamo a guardarci le mani, gli anelli, le scarpe, i ghirigori sul kilim,
fantasie geometriche, evocative della luce che promana da lassù, e io
immagino di stare in una moschea, a pregare, la testa china, in un silenzio
appena disturbato dal fruscìo delle pagine di cartapecora, delle ginocchia e
dei piedi scalzi che strisciano sui tappeti, del respiro.
– Parlavamo. Di lei, dei suoi bambini. Del suo lavoro, e del mio.
Alla porta mi saluta.
– Lei non c’entra. Anch’io sono stata una puana, per Francesco.
Capitolo X
– E quei lividi? Sadomaso?
– Devo dirti qualcosa.
– Ti sento… – E la sua mano conferma.
– Limitati ad ascoltare che di più non c’è.
– Vuoi che tenga gli occhi chiusi?
– Mi basta che freni la salivazione, non sudi come un cavallo e lasci gli
occhi nelle orbite.
– Posso pure procurarmi un cilicio, se serve.
– Prima di finire in cella mi hanno rapita, per strada, e tenuta soo
sequestro in una stanza Ikea per ventiquaro ore.
– Non scherzare.
– … – Ci guardiamo negli occhi.
– Che cosa stai dicendo?
Racconto tuo, per filo e per segno: che erano francesi, una di loro
almeno lo era, e che non mi hanno traato male; nessuna sintesi, mi lascio
andare, e descrivo perfino il libro che stavo leggendo.
– Il capo del commando che mi ha liberato, mi ha raccomandato di
tenere per me quel che è accaduto.
– Per quale motivo potrebbero averti rapita?
– Guarda –. Ho nella borsa la ricevuta dei ventimila euro versati in una
cassa continua a Roma. – Li avevano presi, insieme ai documenti. Mi ha
restituito tuo uno dei miei salvatori. Erano dei professionisti, tipo Nocs:
italiani, verosimilmente. O forse no. Non sono certa di niente!
– Facevano prima a scipparti.
– Non è stato per quei ventimila euro.
– Lo so anch’io che dev’esserci qualcosa di più. Ti interceano,
ammazzano Oliveri, un tuo cliente, e infine, mandano dei professionisti a
rapirti e dei commandos a salvarti. Che hai fao di male?
– Anche l’assassino di Oliveri era un professionista.
– Uno dei mille sul mercato.
– Un colpo drio al capo, senza esitare. Così dev’essere andata. I due si
trovano faccia a faccia, si dicono qualcosa. Francesco ha giusto il tempo di
rendersi conto di quel che sta accadendo, s’inginocchia e si fa scoppiare il
cuore dalla paura. L’assassino non capisce, s’allontana, per qualche
minuto, quando un gruppo di ragazzi araversa la piazza, dalla parte
opposta alla sua: poi torna, e spara alla testa del manichino, credendolo
terrorizzato, incapace di muoversi, di fuggire. Non lo sa, l’assassino, ma il
suo lavoro era già finito, Francesco era già morto, e nessuno si sarebbe
preoccupato dell’infarto di un tossico, pur se eccellente. L’assassino, però,
agisce in modo perfeo: è irriconoscibile, indossa i guanti, spara un colpo,
molla la pistola e spoglia la sua viima di quel che serve a montare la
messinscena; o magari sta cercando qualcosa. Commissario, quello era un
killer professionista, magari più bravo dei palermitani, non un volgare
rapinatore.
– Guarda che mi offendo. La scuola killer di Palermo è tra le migliori
d’Italia, di lunga tradizione.
– Più bravo, ti dico: perché è uno che lavora da solo e con calma, perché
ha scelto di sparare alla testa, a pochi centimetri di distanza. Un colpo
mirato, di piccolo calibro, che non sfracella il viso; o forse è uno che spara
così, e il suo è uno stile che potrebbe aiutarvi a trovarlo, e in ogni caso è
uno che sa ammazzare. E poi, quella sparachiodi: se è stata costruita a
Palermo, perché lasciarla in giro come un cartello stradale? Indica un
senso unico, obbligo di svolta a destra.
– Tu non credi al caso? Dovresti.
– È un modo per definire quel che non abbiamo ancora capito.
– Il fao è che io credo pochissimo alla virtù.
– Scendiamo sulla terra: secondo te, io mi figuro delle storie senza capo
né coda?
– Cosa dovremmo fare, secondo te?
– Faeli portare qui, quei meccanici della morte. Bisogna seguire anche
le false piste per escluderle: è un prezzo da pagare.
– Ci sono altri metodi. I tuoi sono ragionamenti superati, con un
rimpianto da ragazzini per l’indagine tua fiuto e istinto.
– E tu quanti anni hai, commissario?
Non so se per dimostrarmi che di vecchio non porta in giro nulla, o se al
contrario per darmi ragione – suggerendomi che, è vero, lui di intuito ne
ha da vendere – Paternò solleva le lenzuola, e mi striscia addosso con la
delicatezza di una sanguisuga da palude, sfiorandomi il ventre, teso come
un tamburo.
– Non ho voglia.
– Non sei una cortigiana qualsiasi.
– Capisco. Una cortigiana, che raffinatezza.
– Tu sei…
– Ma che è, tennis? Io lascio cadere la palla e tu ribai?
– È l’eccitazione del gioco –. Mi sfiora i capelli.
– Adrenalina, testosterone, endorfine… Niente psicanalisi, bastano le
analisi chimiche.
– Voi le uterine, noi gli ormosfigati.
– Riscaate, finalmente.
– Non sappiamo niente di noi: l’uno dell’altra, intendo.
– Comincia tu. Chi sei?
– Paternò Giuliano, classe 1963, figlio unico, nato a Cefalù da Paternò
Gioacchino e Clemente Innocenza, deceduti. Segni particolari, scimunito:
scelgo sempre il lavoro sbagliato, la cià sbagliata, le femmine sbagliate.
– Ce l’hai una donna?
– L’ultima l’ho scelta in un bar, una sera, tra due belle e intelligenti, ed
era quella da scartare: proprio scopabilissimo, disse all’amica, un paio di
giorni dopo la mia danza di seduzione; per me aveva messo da parte una
travagliata quarantenne con bambini, con la quale aveva da tempo una
relazione, e subito dopo scartò me per un tizio ramo supermercati,
declassandomi a brava persona, che purtroppo non capiva…
– Le necessità pratiche di questo mondo crudele!
– E tu?
– Vuoi un elenco, un database delle mie marchee?
– Non c’è frea. Sono più interessato alla tua famiglia.
– Hai intenzioni serie, allora. Ma non credere di cavartela con poco. Ti
faccio storia e geografia.
– Sono qui.
– Sono anch’io una figlia unica, e lo è anche mio fratello: assolutamente
unico, Roberto. Non lo vedo da un anno, ma ci sentiamo spesso, e ci
scriviamo, pure. È un musicista, e vive in America, alla corte di un
principe del Minimalismo. Lo amo alla follia, Roberto, ma non immaginare
cose come i fratelli Mozart e Leopardi, cacca piscia merda, rapporti
esclusivi e telepatici. Eravamo due bambini felici, semplicemente, e felici
di mamma e papà: impiegata lei e farmacista lui, molto presi dal loro
lavoro, ma aenti a noi. Tanti viaggi, insieme, e tui i fine seimana in
campagna. Mai andata a scuola, il sabato, fino a sedici anni.
– Una vita tranquilla…
– Forse un po’ troppo. Le sole avventure che ricordo sono quelle che ci
raccontava mio nonno.
– Panoramica sui nonni.
– elli materni non li ho conosciuti, morti prima che io nascessi, e non
so nulla di loro. Dei miei nonni paterni, al contrario, so moltissimo. I
genitori di mio nonno, erano stati emigrati in America con le loro famiglie.
Con il taglio che la modernissima via Roma inferse al centro storico, alla
fine dell’Oocento, Palermo espulse dalla Vucciria dei pericolosi socialisti,
manovali ed artigiani facili allo sciopero, senza Re né Dio; a New York,
non pochi furono reclutati dalla mafia, per sfruare altri italiani. I genitori
di mio nonno, li avevano emigrati in America con le loro famiglie. Mio
nonno tornò in Sicilia a diciassee anni: per speranza, e non per vendea;
altri, che stavano dalla parte sbagliata, tornavano per ampliare l’azienda.
Dicono sia nata così la mafia novecentesca: dalla deportazione e dal
ritorno dei figli corroi. La nonna, invece, era di Trapani: doppiamente
orfana, madre morta di polmonite e padre – un gioielliere prestatore, come
ce ne sono ancora adesso – di crepacuore; crebbe in collegio, spogliata di
soldi, terre e palazzi dalla zia.
– Finì sparata, la zia ladra?
– Crepò soo una carrozza. I miei nonni si sposarono qui a Palermo, ma
dopo la guerra, quando mio nonno resuscitò, si trasferirono a Perugia.
– Resurrezione in carne e spirito, dunque. Altra cià, altra vita.
– Fu la guerra ad ucciderlo e a farlo rinascere. Aveva già tre figli, mio
nonno, ma lo presero lo stesso, gli diedero una divisa e lo mandarono in
Africa. Nel ’41, la nave sulla quale era imbarcato fu affondata da un
aerosilurante inglese, nel Mediterraneo. Mio nonno, insieme agli altri
sopravvissuti, fu preso a bordo dopo lunghe ore in mare, e senza troppi
complimenti sbauto in una lurida stiva. Niente soccorsi, niente cibo,
niente luce, niente di niente. Sbarcarono in Algeria: direzione, il campo di
prigionia inglese di Orano (anglo-americano, in seguito). Mio nonno e i
suoi camerati furono costrei ad un’interminabile marcia a piedi soo il
sole, senza una sola goccia d’acqua. Non ci andavano leggeri, gli inglesi.
Appena arrivati a destinazione – stremati, puoi immaginarlo –, tra i
prigionieri uno strofinò la sua camicia su una parete ricoperta di muschio,
bagnata dell’acqua di un rubineo che vi sbaeva sopra: voleva solo
inumidirsi le labbra, il viso. Un ufficiale della scorta lo colpì con il calcio
del fucile: lo lasciarono sanguinante, urlando che nessuno lo toccasse, lo
soccorresse, o avrebbe fao la sua fine. Una lezione, tanto per esser chiari.
Mio nonno era un fascista, e lo rimase: anche per quel tentativo di
annichilimento, credo, per quella ferita.
– Alla quale reagì subito.
– Imparò l’arte d’arrangiarsi. Un giorno, al campo, chiesero se ci fossero
dei cuochi, per la mensa. Nessuno rispose, tranne mio nonno, che non
aveva mai toccato un mestolo in vita sua, ma in compenso parlava
perfeamente l’inglese.
– elli pensarono d’aver messo le mani su un grande artista.
– Nelle cucine si resero subito conto del personaggio, ma non lo
denunciarono, e lo presero a benvolere. Così, finalmente, poté mangiare, e
con molta aenzione, cominciò a portar via un po’ di roba dalla dispensa.
Insomma, i suoi erano furti irresponsabili, grandiosi. Riforniva la baracca,
e gli altri italiani presero a rivolgersi a lui, finché il traffico non s’allargò al
resto del campo. Nessuno scoprì mai niente, ufficialmente.
– E la sua famiglia?
– Era in campagna, lontana dalla cià. A mia nonna mandarono una
leera, poche righe scrie a macchina e un cazzobollo sulla firma: suo
marito è da considerarsi disperso nell’affondamento. Fu così che, per tre
anni, mio nonno finì in una foto, sul casseone, dinanzi ad un moccolo
rosso. ando bussò alla porta, nel ’44, non lo riconobbero. Aveva
imparato a cucinare, a fare le torte salate, e a cavarsela. È morto sei mesi
fa, e non aveva mai rivisto la sua Orano. Pensava fosse passato troppo
tempo; c’era la famiglia: bisognava tenerla fuori da quelle cose orribili; e
c’erano le guerre in Algeria. Negli ultimi anni, nonostante la sua forza, ai
miei occhi sovrumana, si sentiva vecchio, inerme. Alla fine, ha vissuto più
lui che mia nonna.
– I suoi racconti saranno stati straordinari.
– Con alcuni dei suoi carcerieri aveva fao amicizia. Rideva ancora al
ricordo di molti episodi. Credo, però, che non mi abbia mai raccontato
veramente tuo.
– Tuo?
– È rimasto via da casa per anni. Ha visto l’inferno e il purgatorio. Mi ha
risparmiato il peggio, credo. E qui mi fermo. Voglio un po’ d’aria.
– Ho fame.
– Sei da ventiquar’ore a Roma e da ventiquar’ore non meiamo il
naso fuori.
– Sono tuo prigioniero. Vuoi liberarmi? Usciamo.
– Voglio una fiorentina alta tre dita e un vulcano di patatine frie, al
Girarrosto.
– E il cinema a Trastevere.
– E un dopo cinema a Campo dei Fiori, soo la statua di Giordano
Bruno.
– A Roma come a Parigi, da provinciali.
È freddo, per la strada. Camminiamo a lungo, lentamente, e a un trao,
Giuliano mi tende una mano.
A casa, ricomincio a leggere il diario: con lui, stavolta.
Orano – 6 giugno 1941
Le cucine del comando sono un campo di baaglia. Ci sono almeno una
trentina di cappelloni bianchi. Mi hanno fao sedere da una parte, vicino ai
lavelli, e non mi hanno rivolto la parola per tuo il giorno. Tra loro, però,
parlano, eccome se parlano. In quel paradiso circola ogni ben di Dio: verdure,
carni, prosciui, formaggi. Si cucina al di soo di una cappa che pare una
piramide. Ai coltelli, stanno degli uomini giganteschi. Uno si gira verso di
me, che è già sera, e con uno scannatore in mano, s’avvicina. Guardo la lama
e non mi accorgo che sull’altra mano reca un salame.
«Mangia!», esclama.
Harry, si chiama così lo Squartatore di Orano, mi guarda e aggiunge:
«Che cosa sai fare, Musolini?».
Il mio inglese viene fuori morbido e arrotondato.
«Nothing».
«Va benissimo», risponde, «ma non dirlo in giro».
Si gira e con la testa mi fa cenno di seguirlo. Andiamo alla cella
frigorifera. Ho di nuovo paura. Ma lui tira fuori dal tascone dell’altro salame.
Nell’igloo, Harry fa le presentazioni. arti di bue appesi, agnelli scuoiati,
maiali gocciolanti. Mi spiega come si tagliano, e come si chiamano. I pezzi,
naturalmente. «È la tua prima lezione», dice.
Orano – 10 giugno 1941
Sto fisso ai lavelli. Le mie mani non sono mai state così pulite. Dice il capo
dei lavoranti che vado bene. Pulisco foglia per foglia le verdure che trovo sui
carrelli, enormi cespi dai nomi sconosciuti, e ne vien fuori della terra
polverosa e pallida.
Orano – 19 agosto 1941
Mi hanno destinato all’impastatrice. Devo stare aento. Ad un prigioniero
è saltato un braccio all’altezza del gomito. Non è più buono a lavorare in
cucina, adesso, e sta ai cessi. Pulisce reggendo la scopa con il braccio che gli
resta.
Orano – 7 seembre 1941
Non so che succederà, se mai uscirò da qui, se finirà la guerra. Dove sarò
tra cinque anni, tra venticinque?
Orano – 1 gennaio 1942
Nella baracca abbiamo festeggiato il capodanno alle quaro del maino.
Appena finito di ripulire, alla mensa, ho portato via, di nascosto, il cibo che
rimaneva: sul mio impermeabile, un trench usato che mi ha regalato Harry.
Anzi, mi ha aiutato proprio lui, lo Squartatore, a portare il cibo, e per una
volta, ha servito lui. È stato un guastatore, mi racconta dopo aver bevuto.
Ora non lo è più.
Orano – 8 febbraio 1942
Prima spesa al mercato di Orano. Io sono rimasto sul camion con la scorta
armata. La cià mi sembra bellissima. La gente, voglio dire.
– Sai cosa pensavo?
– Spero qualcosa di tranquillo.
– Non sembra la tua casa, questa.
– Come la immaginavi?
– Non so dirtelo. Pensavo alla tua casa come ad un romanzo di certi
scriori sudamericani, dove le parole s’affollano in una babele di
significati, e solo per magia e per miracolo s’incastrano l’una all’altra: voce
su voce, tono su tono, ricordo su ricordo.
– Viaggio dopo viaggio, intendi: qui, però, non voglio fermarmi.
– Potrebbe essere la casa di chiunque. Niente che faccia supporre…
– Faccio davvero l’arredatrice, se è questo che vuoi sapere. Ho un lavoro
pulito. Ne ho bisogno, e non per denaro. Gianmarco mi ha procurato dei
clienti, e per Francesco avevo fao degli acquisti, così come per altri; uno
di loro, Aurelio, dà le mie ricevute al commercialista: paga doppio e si
scarica le scopate. esta casa, però, doveva rimanere così: come l’ho
affiata. Non mia. Estranea. I libri per terra. Mi basta quel che vedo oltre le
finestre, sempre uguale, e nei miei televisori al plasma: nulla che sia stato
girato dopo gli anni Cinquanta.
– Hai scelto la tua età d’oro – mi dice, chiudendo gli occhi.
Capitolo XI
La luce morbida dell’alba, sorella minore del buio e del silenzio, lascia
che un venticello ancora impregnato di rugiada s’insinui per i vicoli e le
strade di questa reliquia della cià di un tempo, l’accarezzi, ne autisca i
rumori, preoccupandosi di proteggere il sonno di chi dorme ancora, di non
guastare il bagno e la vestizione di chi fra poco s’affaccerà sulla via di
Panìco.
Vado in cucina a piedi nudi, e il pavimento è gelato. Al tè bollente
aggiungo un po’ di lae e miele di eucaliptus. Siedo al tavolo, con la tazza
tra le mani, il vapore che risale a scaldarmi il viso; il mio sguardo va oltre
la finestra. Due ragazze passano veloci, la mano nella mano, verso il
Tevere fatale.
Il viso di Giuliano è incorniciato dalle lenzuola; dorme come si dorme a
due anni, rivoltolandosi, sudaticcio, e dissipando le energie del sogno in
faccine e gorgoglii. Piano piano, recupero il diario rimasto sul comodino e
salgo su, in mansarda, badando a non far scricchiolare gli scalini.
Orano – 10 luglio 1942
Arrivano nuovi prigionieri. Sono italiani. Alcuni di loro sono stati salvati
dopo l’affondamento. Noi siamo stati colpiti nella noe tra il 14 e il 15 aprile
1941, racconto ad un Tenente, e la nave si è inabissata all’alba.
alche seimana prima, ricordo, gli inglesi avevano fao a pezzi la
Regia Marina a Capo Matapan. Migliaia di morti, incrociatori e
cacciatorpediniere squarciati dalle esplosioni e precipitati in fiamme in fondo
al mare.
I maledei sanno sempre esaamente dove trovarci, e non c’è alcun
dubbio: le informazioni devono provenire per forza dai nostri quartieri
generali, a Roma o a Tripoli.
Ma io sono solo un marinaio, e dovrei non saperne nulla di queste cose.
Orano – 12 luglio 1942
Il campo è precipitato nuovamente nel disastro, e i toni dei nostri ospiti si
sono fai più duri. In soli tre giorni sono arrivati più di mille prigionieri,
laceri e smagriti; nei loro volti, però, c’è ancora un orgoglio e una durezza che
noi poco alla volta abbiamo dissimulato, o perduto definitivamente. Mancano
di tuo, di scarpe e vestiti, e come sempre accade, in questi casi, per
l’accoglienza ai nuovi, i nostri piccoli tesori sono stati sequestrati: lampade
alimentate a sego, e raramente a petrolio, coperte infeltrite, piai e bicchieri
di laa. Nella mia mensa, il mio rifugio, non è cambiato nulla, per fortuna,
tranne i turni, passati da 10 a 12 ore al giorno.
Orano – 22 seembre 1942
C’è stato un incendio stanoe. Una baracca è stata cancellata dal fuoco,
appiccato, dicono, per disperazione o per follia, da un caporale. Sono morti in
tre. I due che avevano tentato di tirarlo fuori, sono rimasti soo un trave. Il
caporale si era legato al leo e aveva dato alle fiamme la coperta imbevuta
della benzina che era riuscito a procurarsi. Lo avevo conosciuto, era uno dei
nuovi, un ragazzo torinese di 19 anni, forte quanto una colonna di Agrigento,
allegro come un canarino. Forse, è questo tipo di uomini che s’arrende alla
prigionia, che ad un trao, in volo, chiude gli occhi e le ali e si schianta al
suolo. I suoi compagni, una cinquantina, stanno soo una tenda, aperta sui
quaro lati.
Orano – 25 dicembre 1942
Da tre seimane, c’è un secondo Cappellano, Padre Ellio, anch’egli
irlandese, ma naturalizzato a Brooklyn. Affiancherà Padre James per
sostituirlo alla sua partenza. Stamani, per la prima volta, soldati e prigionieri
caolici, soo una pioggia misteriosa, invisibile, hanno recitato il Credo, a
testa bassa; quando padre Ellio ha steso le sue mani su di noi, pronunciando
ad altissima voce un’antica preghiera del suo Paese, ci siamo tenuti per
mano.
«Sia con voi la benedizione di Dio, riempia il vostro cuore di tenerezza, i
vostri occhi di gioia, le vostre orecchie di musica.
«Dio vi regali sempre di nuovo ciò che è grazia nel deserto: silenzio, acqua
fresca e nuova speranza».
Orano – 26 dicembre 1942
aro soldati e ufficiali americani hanno suonato nella mensa, per chi
era libero dai turni: un quarteo scompagnato, il loro, formato da un violino,
una viola, un flauto traverso e un pianoforte. ando hanno terminato, tra
gli applausi, e le grida, padre Ellio si è avvicinato al Comandante e gli ha
sussurrato qualche cosa all’orecchio. Mi è sembrato che gli desse
un’imperceibile carezza sul capo. I quaro hanno ripreso a suonare, dinanzi
ad un microfono, e la loro musica è risuonata in tuo il campo.
Orano – 8 marzo 1943
Sono stato promosso cuoco del Comandante. Ho chiesto di poter continuare
a lavorare qui, anziché nel suo alloggio, nel quale avrei potuto anche
dormire, con una stanza tua mia. Meglio così.
Orano – 3 aprile 1943
Due prigionieri sono stati ripresi a poca distanza. Non so come, erano
riusciti a scappare. Finiranno nel buco: uno scavo reangolare profondo una
dozzina di metri, a cielo aperto. Li calano con le corde, e allo stesso modo,
una volta al giorno, gli passano l’acqua e il cibo. Non è vietato guardarli.
Orano – 18 luglio 1943
Ieri, il Colonnello Stephens, il capo dei migliori guastatori inglesi, l’eroe del
14 aprile, il vincitore dell’epica baaglia contro la mia nave ospedale, il
massacratore, è stato trasferito d’urgenza. Gli hanno consegnato un biglieo
mentre si trovava a mensa con altri ufficiali inglesi. Due semplici graduati
con una fascia al braccio l’hanno salutato baendo i tacchi e facendogli
segno di seguirli. Stephens, un orribile nano biondo, dallo sguardo caivo, ha
interroo il pranzo e da allora non si è più visto. Dicono che l’assassino sia
stato caricato su un camion e accompagnato all’aeroporto.
Orano – 2 agosto 1943
Le condizioni di Franceschi si sono fae improvvisamente più gravi. I
dolori si sono intensificati. Il Maggiore medico Catalani l’ha visitato, e
Franceschi deve avergli leo dentro. Non mangia più, e non vuol parlare.
Vuol lasciarsi andare. L’ultima cosa che ha deo è stata: scusatemi.
Orano – 15 agosto 1943
Franceschi è morto. Ho chiesto di poter scavare io la sua buca. L’ho sepolto
con la mia Bibbia. Sul frontespizio ho scrio a mio padre: «Mi manchi».
Tengo per me la sua Bibbia.
Orano – 2 seembre 1943
Nel campo c’è una certa mobilitazione per il cambio delle truppe
americane: le nuove arrivano dal fronte, e la permanenza nel campo,
evidentemente, la considerano un riposo meritato. C’è chi dice che hanno da
poco invaso la Sicilia.
Orano – 16 seembre 1943
Harry è rimasto qui. Secondo lui, la guerra finirà presto, ora che siamo
alleati. L’Italia ha firmato l’armistizio. Dice pure che si sente a casa, e che è
merito mio, in gran parte. Siamo fratelli, dice: in fondo, non è molto diverso
dall’Irlanda, qui. Anche qui c’è un tesoro, e sta in fondo al pozzo
dell’arcobaleno.
Orano – 22 seembre 1943
Ci hanno deo che per Natale potremo scrivere alle nostre famiglie, e
spedire loro qualcosa di quel che riceveremo in regalo dal comando.
La mia leura si ferma qui, mentre il giorno ricomincia, e capisco che il
silenzio serviva ad allontanarmi da casa mia, e a vedere in quel diario, per
una volta ancora, mio nonno in viso.
– L’hai finito senza di me! – Nel mio accappatoio di spugna, a strisce
bleu e arancio, Giuliano è un baroneo. I capelli umidi, spazzolati
all’indietro con cura, i baffi disegnati, le sopracciglia folte, sugli occhi
luminosi, e le mani, curatissime.
– Buongiorno. Non l’ho ancora finito, ma puoi prenderlo, se vuoi.
– Più tardi. Insieme, magari.
– Ti va di fare colazione?
– Sono pronto. Per due colazioni, almeno. Ho una fame da lupo.
– C’è poca roba, ormai. Dovrai accontentarti.
– Le tue prelibatezze biologiche sono terminate? Da quanto tempo non
fai la spesa?
– Non la faccio mai, se proprio vuoi saperlo. Ma c’è un negozieo, da
queste parti, che ha una mia lista, con il necessario. ando finisco tuo
quanto, faccio solo una telefonata.
– Se penso alla felicità di tuo nonno in giro per Orano, con la squadra
incaricata di far la spesa… Una vera deviazione genetica, la tua.
– Vuoi saperlo? La spesa la portò pure a casa, il nonno, dopo la fine
della guerra. Lae in polvere, burro, gallee, carne in scatola: ma era
molto meno di quel che avrebbe voluto.
– L’hai leo sul diario?
– No, me l’ha raccontato lui, anni fa, insieme al resto della sua storia.
– Io torno a Palermo.
– Va così male, tra di noi?
– Sai com’è: non voglio espormi, legami stabili, famiglia…
– Hai chiamato la Omicidi, confessa! Non riuscivi a starne lontano.
– Hanno identificato i quaro sospei, per la faccenda della pistola, e
aspeano me per muoversi.
– Cosa farete? Andrete da loro chiedendo, di grazia, chi è stato a vender
l’arma?
– Lo faremo, forse in modo un po’ meno cortese.
– Farete un gran casino, allarmerete chi tiene i fili di tua la vicenda.
– Se qualcuno tiene quei fili, li scuoteremo fino a staccargli le mani.
– Non so.
– Il problema, credimi, è se riusciremo a scuoterli abbastanza.
– Non ci vorrà molto a scoprire se hai ragione.
L’idea è stata mia, ma Giuliano, forse, in qualche modo, l’ha suggerita, o
ha fao in modo che fossi io ad arrivarci. Così, siamo tornati insieme a
Palermo.
Io geerò i quaro nel panico – ho deo – e i tuoi uomini si meeranno
subito sulle loro tracce. Farò scappare il topo, finché non si caccerà da solo
in trappola. Avrebbe potuto farlo anche un polizioo, o una polizioa, in
borghese, ma se c’è un filo di collegamento fra l’omicidio di Oliveri e le
mie disavventure, allora è bene che a sparigliare vada io.
Non so se fila, la tesi, che espongo con l’espressività e la capacità di
persuasione di una scatola di tonno.
at’s all, folks.
Alla Mobile, Imburgia non fiata, stregato dal cartoon che gli scorre
dinanzi agli occhi, non aggiunge un commento. ando Giuliano finisce
d’illustrargli il piano, fa sì con la testa e s’aacca al telefono con i suoi
appunti sulla scrivania. Una polizioa spiega che domaina m’imboirà di
microfoni, fili e trasmienti da pochi grammi.
– Buone notizie. I quaro si sono ridoi a due. Uno, Commarella
Calogero si chiama, ha un parkinson che le sue mani sembrano incollate
ad un martello pneumatico. Un altro, Costa Nicola, ha cambiato vita, sta in
una comunità, è diventato una specie di antico francescano, con un saio
tuo colorato. Ecco i due che ci restano, doore: Muffeini Giovanni e
Treppiedi Salvatore.
– Salvo, quando ti ci mei… Una perfezione. Le abbiamo le
autorizzazioni ai controlli, vero?
– Il fax si è roo, a dire il vero, e quando ho telefonato, era troppo tardi,
e non ho trovato nessuno…
– Nessuno? Hai chiesto l’assoluzione per i tuoi peccati, mentitore?
– Al Ministero della Confessione e del Pentimento. Una prece.
– E hanno risposto?
– Subito, con un segno divino: una firma su un modulo in bianco.
– I registratori sono al lavoro?
– Sì, ma le serrature delle porte e delle finestre di quei due avranno
bisogno di una messa a punto. Sa, il collega di Pisa che ci hanno distaccato
ha ancora la mano pesante.
– Brancaccio, in via San Pietroburgo, e Acqua dei Corsari, in piazza dei
Caduti di tue le guerre. Tu vai con una macchina a noleggio, Lorenza,
una macchina pulita: le nostre sono conosciute, puzzano, e in quelle zone
vanno a fiuto; noi ti seguiamo a breve distanza, con delle moto e un
furgone. Salvo, tuo pronto, no?
– L’autonoleggio è svizzero, doore: tre moto, un’auto e un furgone che
i ragazzi stanno preparando.
In albergo, prima di tornare alla Mobile, Giuliano prova a dissuadermi.
– Se non te la senti, dillo, stai tranquilla, nessun problema, cambiamo
programma.
– Va tuo bene.
Capitolo XII
esta maina il sole è in ombra, a strigliarsi le macchie,
svogliatamente, e a sforacchiare le nuvole, nere di sabbia e di malaugurio,
sulle vele del giorno drizzate all’orizzonte.
Foro Italico, Sant’Erasmo, la mia vecchia pescheria, Ponte
dell’Ammiraglio, girare a destra, passaggio a livello.
La radio è ad un volume insolitamente alto, sintonizzata su un canale
che dà soltanto jazz. Una voce nasale, calda e malinconica, intona una
ninna nanna in siciliano.
Mi guardo intorno, nell’aesa che passi il treno. Una ragazza sta
rannicchiata sui talloni, nel suo balcone, al primo piano di una palazzina
fatiscente, parla al telefonino e non si muove di un centimetro, ma è tesa
come un grillo, pronta a spiccare il volo. A nemmeno sei metri di distanza,
un ragazzo in canoiera, al balcone dell’edificio di fronte, la osserva
svagatamente, oscillando sulle gambe posteriori di una vecchia sedia
impagliata e fumando una sigarea.
Da qui al traguardo ci saranno un paio di chilometri. Uno scooter nero,
di grossa cilindrata, mi sta aaccato al paraurti da una decina di minuti; a
bordo, due ragazzi con il casco aperto e gli occhiali da sole. Non sono certa
che si trai della polizia.
– Cercavo Giovanni Muffeini, sono Lorenza Serianni.
– Non ho capito, chi parla?
– Serianni, Lorenza Serianni. È lei il signor Giovanni Muffeini? – Mi
avvicino al citofono.
– Non c’è, mio fratello è uscito, e non lo so quando torna –. È figlio
unico, il bugiardo: l’ho leo sulla sua scheda.
– Signor Muffeini, se mi apre un aimo, le lascio un messaggio per suo
fratello.
– Non posso, in questo momento.
– Guardi che è importante.
– Un aimo solo.
Abbassa la cornea. Provo a richiamarlo, ma non risponde. Che cosa
devo fare? Un minuto, due minuti. Clack, un rumore secco, lo scao della
serratura. Lascio accostato il portone d’alluminio giallastro. A destra, le
scale si perdono nel buio del soerraneo; al primo piano, una porta aperta.
Mi accoglie un tizio in vestaglia, barbea grigia, vecchia di una seimana,
e occhiali brezneviani. Uguale alla foto segnaletica.
– Mio fratello non è rientrato. Come ha deo che si chiama?
– Lorenza Serianni, forse ha leo di me sul giornale. Sono l’amante, o
meglio, ero l’amante di Francesco Oliveri, quello ammazzato alla Vucciria
con una pistola che era un capolavoro. Forse suo fratello mi può aiutare.
ello mi vede con la coda e le corna.
– Lei ha bisogno di un prete, signora, per i suoi peccati e per l’anima del
suo amico. Io sono solo un vecchio pensionato, e non capisco di che cosa
sta parlando. La prego di accomodarsi. Arrivederla.
Mi chiude la porta alle spalle così rapidamente che sento l’aria e le
fiamme del fosso eterno spostarsi prima del boo e della caduta dei
calcinacci.
– Ho bisogno di un arezzo, uno dei suoi, di suo fratello. Torno domani
– dico alla porta chiusa.
L’agente provocatore ha esaurito la prima fase del suo compito. Per la
seconda, riaraverso il passaggio a livello, imbocco strada e ponte per la
litoranea, e giù fino ad Acqua dei Corsari, ad un gigantesco caseggiato che
per consuetudine porta il nome del boss mafioso al quale lo sequestrarono.
ando l’occuparono, vent’anni fa, non c’erano una porta, una finestra,
un cesso. Un inferno. Di citofoni, manco a parlarne, ancora oggi.
– Cerco Salvatore Treppiedi.
– Turista, turista… Du iu spik inglisc? – Il ragazzino non aspea la
risposta: soddisfao dell’esibizione, torna al suo gruppo lentamente,
rigirandosi un paio di volte, con il volto enigmatico di una maschera
plautina.
– Cerco Salvatore Treppiedi. Sono dell’assistenza sociale. Mi può aiutare
a trovarlo? È per la pensione.
– Io personale non lo conosco. Mi informa se qualcuno lo conosci.
Sempre che abita veramente qua –. Non s’abbassa fino al finestrino, resta
in piedi e continua a guardarmi araverso gli occhiali da sole. Parla
sgrammaticato, un italiano tuo buche e pozzanghere, l’Ercole biondo
avvolto in pelle nera. Entra in un portone sulla destra del baglio di
cemento armato e mi fa segno di aspeare.
Resto in macchina, non si sa mai. Mi guardo intorno. Penso alle mie
inchieste sui pedofili in berlina tedesca; al processo, i ragazzini
raccontavano degli «zii» e dei regali degli altri signori, «quelli con le
macchine grandi». Alcuni genitori – sussurrarono gli avvocati –
pensavano ai soldi persi per sempre: tua colpa dei preti del quartiere,
avrebbero dovuto farsi i cazzi loro!
– A posto? – chiede Giuliano.
– Lo stanno cercando.
Cinque minuti dopo, il giovanoo in nero va via sul sellino posteriore di
una motociclea guidata da un grassone, dal casco del quale fuoriescono
dei lunghi capelli rossi; accelera, s’impenna, si piega su un lato e infila a
velocità da incoscienti la litoranea in direzione dell’autostrada.
– Io vado –. E l’ho già fao tra pensiero e parola.
Lascio la macchina aperta sul marciapiede e mi avvicino all’ingresso. Il
portone è spalancato. Mi sbuccio le nocche sulla prima porta, al piano
terra. La donna che appare sull’uscio mi fa segno che Treppiedi vive pure
lui al piano terra, nel corridoio a destra: quando sta qui; certe volte sì,
certe volte no, e non si vede per seimane.
La porta sembra chiusa, ma la serratura è stata distrua con un arezzo
robusto.
– Giuliano, che devo fare? Hanno forzato la porta.
– Prova a spingere. I ragazzi sono dietro di te.
La voce nell’auricolare non ammee esitazioni. Ingresso, salone e
ancora nulla. Corridoio. Il puzzo di cordite è molto forte. Lo seguo.
Treppiedi è steso per terra, in cucina. Gli hanno appena sparato alla
schiena: è in una pozza di sangue, ha gli occhi fuori delle orbite, il braccio
destro è scomposto, la mano sembra incollata al portellone del frigorifero,
in cima al quale vedo due apparecchi auricolari. alcosa aveva intuito,
prima che lo spacciassero.
– L’hai trovato?
– Morto, gli hanno sparato – dico, e mi accorgo che con me sono entrati
in tre, armati e silenziosi.
– E tu, neanche un urlo?
– Sto per vomitare.
– Vieni via, ora.
– L’hanno appena ammazzato. Hai visto quella motociclea che fuggiva
dalla piazzea con quei due tipi in nero?
– Pensi siano stati loro?
– Loro.
– Imburgia, dai l’allarme: fermare una moto fuoristrada con due uomini,
abiti scuri, vanno verso Villabate, verso l’autostrada.
– Giuliano?
– Sì?
– Gli hanno sparato alla schiena. Hanno aperto la porta, facendo un
gran casino, gli sono arrivati alle spalle, e vuoi sapere una cosa?
– Non ha sentito niente. Era sordo come una campana. Ho qui la scheda
preparata da Imburgia.
Non sono stata io a fermarlo, il biondino in nero. È stato lui ad
avvicinarsi, e a fermarmi. Voleva esser certo di poter lavorare in pace.
Certi inseguimenti stanno solo nei film. Piani sequenza da infarto.
Vocabolari di sangue: da assassinio a zampillo. Dieci, venti,
quarantaquaro minuti per ricostruire la rapina più famosa d’America.
Dovrebbero costruire delle strade apposta, qui, per gli inseguimenti. A
Palermo, solo strade stree, da spiate, da agguati, da esecuzioni.
Sconfii, restiamo a fissare l’asfalto, appoggiati alle auto, senza una
parola.
– Non troveranno nulla – sibila il commissario.
– E le registrazioni ambientali? Forse c’è qualcosa.
– Rumori di fondo, passi e gli sbuffi del silenziatore.
La motociclea la ritrovano tre ore dopo, sulla spiaggia orientale di
Romagnolo, in un rudere senza più il teo, che doveva esser stato alcova
sul mare magazzino bar camera della morte stanza del buco: è bruciata
benissimo, in modo uniforme, insieme agli abiti di pelle, sulla destra della
tanica extra-large, liberatasi del tappo con un’esplosione. C’è un borsone,
anch’esso quasi in cenere: doveva contenere il cambio per i due killer.
Di orme sulla sabbia, ovviamente, non vi è più traccia: le hanno azzerate
curiosi e polizioi, noi tra gli altri. Il mio Lincoln crollerebbe giù dalla
sedia a rotelle, per la rabbia, e Kay scriverebbe al Capo della Polizia, al
Sindaco, al Governatore, alla Corte Suprema; Hyeronimus, lui, stenderebbe
a cazzoi il primo scemo con le scarpe sporche. Tui e tre, poi, ci
direbbero che sarebbe stato meglio fermarlo, Salvatore Treppiedi, e
interrogarlo in estura. Forse, risponderei, non sarebbe cambiato molto.
Tra i diversi modi d’avvicinarsi alla verità, le indagini di polizia
rappresentano a volte quel che meno somiglia ad un procedimento
scientifico, se non per un aspeo: l’essere anche qui applicabile quel
principio enunciato dal professor Heisenberg, che consiste nella
mutazione di alcune caraeristiche di un oggeo in seguito ad un’aività
d’osservazione. Vale per la scena del delio; vale per gli esseri umani.
ale sospeo, infai, al primo cenno d’indagine, al setaccio di un
interrogatorio, sia pure di una leggera spremitura, non ridefinirà la propria
identità – scremando la realtà, privandola d’ogni possibile indizio di colpa
– o al contrario, non smarrirà la certezza della propria innocenza,
mutando in favoreggiatore complice assassino agli occhi dell’interlocutore,
dell’opinione pubblica, persino ai propri?
Vi è un eccesso di logica formale, una burocratizzazione dell’intuito. La
fortuna, quando capita, è nella pietruzza che fa inceppare la macchina,
sposta lo sguardo, e svela l’arcano.
ando per radio informano che c’è un altro morto, Giuliano s’aacca
al cellulare. Strabuzza gli occhi, come se l’avesse di fronte, il cadavere, e
riferisce che hanno fao fuori anche Giovanni Muffeini.
La sola certezza di un aimo prima, scossa dal riso del demonio, corre a
farsi benedire: per sciogliere il mistero della pistola e del silenziatore basta
un solo armaiolo, due sono troppi.
Il secondo, l’omeo in vestaglia e occhiali modello Piazza Rossa, sta nel
suo laboratorio soerraneo in via San Pietroburgo, e al posto dell’occhio
destro ha un tunnel scavato da una calibro 45 silenziata, una delle sue, che
l’assassino, finito il suo lavoreo, ha educatamente riposto sul tavolo da
lavoro, ordinato più di un carrello da sala operatoria, pinze, lime, calibri,
pezzuole, grasso e cacciaviti. La porta è stata scassinata. Stessa tecnica
usata per Treppiedi. Anche qui, le registrazioni servono a poco.
– Una delle due è una morte inutile, decisa a scopo diversivo.
– O magari, entrambi gli omicidi costituiscono una sola falsa pista, un
vicolo cieco, con l’intenzione di trasformare l’assassinio di Oliveri in un
affaire di mafia – dico. Giuliano tiene streo il telefono, come s’aendesse
dell’altro.
– alcuno sta giocando.
– Ma chi?
La chiamata arriva dopo pranzo, alla Squadra Mobile, soo forma di una
porta che si spalanca di boo – i cardini piangenti, la maniglia piegata fino
a perdere la molla – e di un estore che s’affaccia rosso di rabbia come
Lucifero dopo la cacciata.
– Paternò, le dispiace accompagnarmi in ufficio? – dice, e neanche
aspea, se non per un solo lunghissimo istante, nel quale i suoi fulmini
illuminano la stanza, e inceneriscono il poco entusiasmo che resta.
Passano venti minuti in fila, e in un silenzio da riempire con ipotesi,
sensi di colpa, autentiche visioni, al termine dei quali la porta si riapre con
un sussurro, la maniglia ancora inerte, incapace di risollevarsi.
Si traa stavolta di un cadavere solo presunto: poche ossa in fondo ad
una vasca ricolma di acido solforico. Hanno anche trovato l’intelaiatura
corrosa di un distintivo – in oro e smalto, forse – e un passaporto maltese
ancora integro, aribuito a Paul Fraud.
– Andiamo – conclude Giuliano, fermo sull’uscio.
La litoranea è interroa, sin dalla stradina d’ingresso al palazzo di
Treppiedi. I polizioi di guardia fanno largo per noi tra i curiosi – allegri e
ciacolanti per l’estraneità dei morti, l’eccitazione, l’odore del sangue fresco
– e sollevano il nastro bicolore, per farci passare.
el che resta del cadavere del mio finto marito sta in un ristorante
chiuso da anni, sulla cantina del quale si favoleggia ancora, a nemmeno
cento metri dal rudere sulla spiaggia con installazioni sulfuree, zang-bumbum. Il passaporto è nella ventiquarore di pelle rossa poggiata sulla
sedia, e parzialmente coperta da una giacca. Giuliano guarda delle foto: io,
io, io, e ancora io, a Palermo, a Roma; ed una copia fotografica del diario di
mio nonno, lea e debitamente soolineata.
– Commissario.
– Door De Filippo, già qui? – Il medico legale porta una specie di
tunica impermeabile, bianca, lunga sulla corporatura graffa, e una
mascherina verde calata sul mento.
– Ero in zona. Per i due morti ammazzati a Brancaccio e ad Acqua dei
Corsari. E con questi siamo a quaro.
– Che vuol dire, a quaro?
– Che qua ci sono due femori, e in leeratura medica, che io sappia, non
si dà il caso di un uomo con una gamba più alta e slanciata ed una più
bassa e tozza, per di più con le ossa orientate nello stesso verso: questi
sono due femori destri, e appartenevano a due cristiani d’altezza e
corporatura differenti –. De Filippo mostra due ossa: bianchissime,
perfeamente scarnificate, sigillate in una busta di plastica. Uno più corto
ed uno più lungo.
– Doore, ma i risultati di Oliveri, quello della Vucciria? Il primo ad
essere ammazzato, mi spiego?
– Ho capito, ho capito. Oggi non riesce a parlarmi senza punto
interrogativo. La relazione è pronta; ve la spedirò.
– Ma quanti esami avete fao?
– Centinaia. Volevamo baere il record dei colleghi di Cogne,
commissario.
– Posso avere un’anticipazione?
– Oliveri poteva tranquillamente risparmiarsi le palloole. Il suo
muscolo cardiaco si è fracassato, quella noe. ando la pistola ha
sparato, la sua anima già si chiedeva che strada prendere.
– Faceva uso di cocaina – dico.
– Forse da troppo tempo. Se non fosse morto quella sera, sarebbe
capitato presto. Il cuore era in frantumi –. Il doore mi risponde convinto
che io sia almeno un’isperice, e s’allontana, salutando il commissario con
un braccio tergicristallo e le sopracciglia levate in su, allusive.
– E questi sono i killer di stamaina –. Giuliano distoglie lo sguardo,
spaventato.
– adra – rispondo, e la sua paura è la mia.
– Tui i morti portano a te. Sono sei: Francesco Oliveri, il testimone, i
due armaioli e i killer. alcuno stava alle calcagna dei motociclisti: ha
lasciato che ammazzassero Treppiedi e Muffeini, e che si sbarazzassero
della motociclea, per poi occuparsene in modo definitivo. Te però non ti
toccano.
– Devo avere un santo proteore.
– Con un forte istinto teatrale: la sua messinscena è stata accuratissima,
con la valigea, il diario, il passaporto; perché di teatro si traa, anzituo
per far sapere a te e a chi indaga chi sono i morti, questi due sciolti
nell’acido, almeno. Uno di loro, il tuo amico biondo, Paul Fraud, ti ha
tenuto soo controllo, è entrato nel tuo albergo, e insieme al suo complice,
o a più complici, ci ha fao terra bruciata intorno, seccando chiunque
potesse aiutarci a scoprire chi ha ammazzato Oliveri, e forse sono stati
questi due a farlo fuori. Ricordi l’uomo in motociclea a piazza
Rivoluzione?
– E il mio sequestro?
– È opera di un gruppo diverso, altra gente, capace di mostrarsi in viso,
con altri obieivi. Devono esserci almeno tre distinti gruppi al lavoro,
concentrati su di te.
– Gruppi?
– Servizi segreti, procedure militari, commando, squadre d’assalto – ché
di questo si traa, viste le modalità operative – e gli uni contro gli altri
armati: i sequestratori, i liberatori, questi due allo stato liquido.
– I due motociclisti ammazzano Muffeini e Treppiedi, e poco dopo
vengono uccisi a loro volta. Tu dici che qualcuno li seguiva. Perché? Non è
una vendea, per i due omicidi, che potevano essere evitati. E dunque?
– Potrebbero essersi sbarazzati di loro, dopo il lavoro. Oppure, potrebbe
essere un messaggio, anche questo. Più gruppi al lavoro, ricordi? Più di
due.
– Il Seimo Cavalleggeri e il mio santo proteore potrebbero essere
italiani. Che cosa c’entra il diario, però?
– Dev’entrarci, per forza. Non è particolarmente importante che
l’abbiano fotografato e studiato, il diario. Era un ao dovuto, per un testo
potenzialmente utile a non sappiamo cosa. Il fao, però, è che il tuo angelo
custode te l’ha fao ritrovare: fotografato, leo e debitamente soolineato.
alcosa, il suo gesto teatrale, scenografico, deve per forza significare.
– Francesco doveva saperlo, cosa c’entra il diario: cambia programma,
per vedermi quella sera stessa, senza lasciarmi nemmeno il tempo di
passare per l’albergo; non può aspeare il giorno dopo: vuol vedermi
subito, ma non riesce a dirmelo direamente, e allora lascia un messaggio
alla segreteria del mio cellulare. Va via in frea da casa, o dallo studio:
distrao, agitato, perché trascura di coprirsi, rischiando una polmonite.
– C’erano un soprabito su un divano dello studio, e delle tracce di
cocaina sulla lastra di vetro che ricopre la scrivania. E qualcuno, dopo di
lui, ha visitato accuratamente ogni stanza, aprendo ogni casseo,
sfogliando ogni libro. Un lavoro eccellente.
– Non abbastanza, visto che te ne sei accorto.
– I dorsi dei libri soosopra e i segni sulla polvere.
– Io vado via.
– Aspea, qui ho finito, vengo con te. Lasciami solo un momento.
Giuliano torna a parlare con De Filippo, e con Imburgia. C’è pure
Bevacqua, adesso, e mi ha anche visto; va lui da Giuliano, e gl’indica me.
Giuliano gli dà una pacca sulla spalla, anzi, lo spolvera, con piccole manate
sulla giacca.
– In albergo, di corsa. Il tuo diario… Dobbiamo farne una copia, e
meere al sicuro l’originale. Potresti ricevere delle visite.
Capitolo XIII
asi centriamo un barbone, che, spaventato, si gea per terra.
Giuliano fa per aiutarlo, ma quello si rialza, come se avesse intuito che
l’uomo che gli si fa incontro è un polizioo: scappa, s’arrampica, scivola,
arranca e sparisce tra i resti di un vecchio arsenale, bombardato dai
Liberators il 9 maggio del ’43. Dai tavolini del bar ricavato tra le macerie,
un camion frigo da ambulanti e quaro ombrelloni, si levano in tre –
muniti di birra, pantaloncini e canoiera – e osservano, muti.
Giuliano sale su un cumulo di vecchi conci e resta lì. Osserva. Urla: –
Dove sei? Che ti sei fao? Male? Ti sei fao male? Scendi, disgraziato, fai
vedere… – ello è già lontano. Scendo anch’io dall’auto, tranquillizzo
Giuliano, non l’abbiamo nemmeno sfiorato, dico, e mi guardo intorno. Due
infermieri fumano una sigarea sulla soglia di una vecchia clinica privata
dall’aria dimessa; fumano e osservano. I tre della birra hanno già digerito
l’emozione, e sono tornati al loro tavolino.
Gli architei del Comune hanno deo che a Palermo tuo dovrà
rimanere così com’è, i palazzi nobiliari e le fabbriche, le chiese: pure se a
pezzi, irriconoscibili. Il sacco edilizio del dopoguerra fu uno stupro:
trauma difficile da cancellare. esta cià non vuol più gear via niente,
nemmeno gli avanzi del pasto, né liberarsi di pustole, e putredini; non più.
Conserva. Osserva.
La gioielleria è dietro l’angolo, incastonata con la sua insegna in una
palazzina a due piani, dalle parti di San Giusto. Vetrine incorniciate d’oro,
e dentro, anelli, braccialei, collanine e prestiti a strozzo, così si direbbe. Io
resto fuori, mentre Giuliano sbriga la faccenda. La signorina Lo Jacono ha
una camera blindata che un tempo era il cuore del Banco dei Pegni della
Cassa Siciliana, al centro di una ragnatela di scale e scaffali fradicia di
lacrime e disperazione. Comprata a poco prezzo, come un roame, la
camera blindata è stata smontata e rimontata da espertissimi ladri due
metri sooterra. Un bunker difeso da un buon allarme e dai tre orangutan
nipoti della signorina, al quale il commissario può accedere in nome di
non so quali crediti.
Giuliano approfia pure della fotocopiatrice, e nel giro di dieci minuti,
esce con un fascio di fogli in mano. La signorina lo saluta sulla porta,
apprensiva, come una vecchia zia.
– Torniamo in albergo. Dobbiamo studiare – dice Giuliano, accendendo
il motore.
Orano – 4 oobre 1943
Speravo che l’armistizio cambiasse le cose, che potessimo oenere una
libertà maggiore, e in breve tempo, persino andar via. Invece non è così. In
fondo siamo sempre dei fascisti. Lo dicono le nostre divise. Ci hanno schierati
al centro del campo e ci hanno deo che restiamo prigionieri. Ma potremo
giocare a calcio, in compenso, e avere una nostra squadra. Da oggi
cominciano gli allenamenti. Due ore di corsa e di esercizi: per tui, nessuno
escluso.
Orano – 15 oobre 1943
Harry torna a casa. Pure lui. Mi ha abbracciato, abbiamo parlato di quel
che è stato, nel campo, e nella follia di questa guerra. Mi ha raccontato della
sua terra, degli elfi, del pozzo di San Patrizio e dell’arcobaleno. Te lo devo, mi
ha deo.
Orano – 21 oobre 1943
Preparo un piccolo pacco dono per te, carissima Antonia, e per i bambini,
per farli crescere bene.
Orano – 12 novembre 1943
Nella partita di pallone tra Italia e Gran Bretagna, i nostri fanno cinque
goals. Loro ne hanno segnati tre. Io sono rimasto in panchina, esultando ad
ogni passaggio, contento come un bambino. Gli undici che hanno giocato
sono davvero i migliori, tra di noi. Gli inglesi applaudono tue le buone
azioni, anche le nostre, ma i loro volti, a guardarli bene, restano caivi. Noi
proprio non ci riusciamo a fingere, e li fischiamo con tuo il fiato che
abbiamo nei polmoni. Tra qualche seimana, forse, giocheremo con gli
americani.
Orano – 20 dicembre 1943
Ci portano via, finalmente, e chiedo di poter salutare Franceschi, e con lui
gli altri ragazzi che non ce l’hanno faa. Non hanno disposto alcun
festeggiamento, alcuna cerimonia ufficiale. I sudditi di Giorgio VI e di
Roosevelt pare siano troppo impegnati a smobilitare la piazzaforte. Si cambia
fronte, evidentemente, così pensiamo.
Il diario si chiude così, senza alcuna emozione.
– Niente che possa farmi pensare ad una ragione sufficiente a scatenare
la metà della metà di questa guerra.
– Pensaci bene. Può traarsi di due cose: informazioni oppure soldi, e
parlo di molti, molti soldi.
– I soli oggei di valore che mio nonno abbia posseduto, a dispeo delle
sue virtù prestigiatorie, e solo per un aimo, prima di farne dono a mia
nonna, sono contenuti nel pendaglio di questa collana: tre diamanti. Ce
n’erano degli altri, ma le servirono a sopravvivere. Mia nonna ricevee le
pietre ancora grezze insieme al cibo che lui le spedì dal campo di
prigionia, dentro una scatola di carne in gelatina. La nonna capì subito di
che si traava – era il fiuto di famiglia – e rimase a bocca aperta; vendee
molte pietre, per necessità, e la collana servì a conservare quel che era
rimasto. Pensò ad una truvatura, un miracolo: le pietre provenivano da
mio nonno, dall’oltretomba; e il nonno redivivo confermò, dicendo
d’averle ricevute in regalo da un amico, un elfo.
– alcuno pensa che tu abbia il suo tesoro –. Scartabella il diario, con
furia.
– Calmo…
– Leggi qua. Leggi cosa scrive il 16 seembre del ’43.
Orano – 16 seembre 1943
Harry è rimasto qui. Secondo lui, la guerra finirà presto, ora che siamo
alleati. L’Italia ha firmato l’armistizio. Dice pure che si sente a casa, e che è
merito mio, in gran parte. Siamo fratelli, dice: in fondo, non è molto diverso
dall’Irlanda, qui. Anche qui c’è un tesoro, e sta in fondo al pozzo
dell’arcobaleno.
– Harry dice qualcosa, a tuo nonno: si fida di lui, è un italiano, caolico
come un irlandese, ed è il suo solo amico, lì dentro. Forse è una scelta
d’impeto, ma più avanti, quando va via, si decide ad un gesto che in quel
campo è comprensibile: gli regala dei diamanti grezzi, roba che vale poco,
o nulla, in quelle condizioni.
– Poteva anche significare la speranza di tornare a casa.
– C’è un’altra possibile motivazione, per quel dono: una colpa da
scontare. Harry era stato un guastatore, e forse aveva fao parte della
squadra del massacratore, il Colonnello Stephens.
Orano – 15 oobre 1943
Harry torna a casa. Pure lui. Mi ha abbracciato, abbiamo parlato di quel
che è stato, nel campo, e nella follia di questa guerra. Mi ha raccontato della
sua terra, degli elfi, del pozzo di San Patrizio e dell’arcobaleno. Te lo devo, mi
ha deo.
Orano – 21 oobre 1943
Preparo un piccolo pacco dono per te, carissima Antonia, e per i bambini,
per farli crescere bene.
– Dev’esserci un pozzo, o qualcosa di simile, nel campo.
– Esao. E tuo nonno, sapendo che potrà spedire della roba a casa, ci
tuffa le mani dentro, e dal buio del futuro, cava un pugno di pietruzze che
serviranno alla sua famiglia.
– Se tuo questo è vero, il problema è che cosa resta oggi, nel pozzo.
– Abbastanza da far muovere tre o quaro governi: tuo nonno voleva
farci crescere i figli; potrebbe esserne rimasto qualcuno, i diamanti non si
sciolgono, col tempo.
– Che ci facevano quei diamanti in un campo di prigionia?
– Boino di guerra, o di saccheggio.
– Francesco sapeva, e questo impensieriva qualcuno, visto che aveva
intenzione di vedermi in frea, forse proprio per raccontarmi ogni cosa.
Ma come aveva fao a sapere quel che stava succedendo?
– Non lo so. Era un tuo amico.
– Niente affao. Era un cliente, uno dei dodici, da tre mesi.
– Cosa sai di lui?
– Era un avvocato di successo, e aveva una famiglia. Stop. Ho già
deposto, commissario, ricorda?
– Tu non ti rendi conto. Sei morti e potrebbero non bastare ancora. Io
non mi ci vedo a parlare in una relazione ufficiale di un intrigo
internazionale, di un diario e di un tesoro nascosto da qualche parte in
Algeria. Con questa roba posso dire addio all’inchiesta e alla carriera. Se
c’è del vero, in troppi si stanno dando da fare per nasconderlo, e se è tuo
un abbaglio, rischio il ricovero.
Sull’ultima frase si rialza, passandomi il diario.
– Fine del programma?
– Torno in estura. Devo fare qualche verifica. L’indagine rischia di
fermarsi qui.
– Hai paura di pestare dei calli eccellenti?
– elli li abbiamo già frantumati.
Aggiorno i miei appunti sulla morte di Francesco. I primi risalgono alla
lunga aesa negli uffici della Mobile, all’indomani dell’omicidio. Infarto da
coca e da pistola puntata in faccia, scrivo, e traccio un cerchio intorno.
Francesco è morto di paura alla sola vista del suo assassino, che non ha
capito, e gli ha sparato addosso, certificando l’omicidio premeditato. E con
lui, sono stati uccisi il testimone, gli armaioli e i loro assassini. Roba da
telefilm americano, tecnica ed effei digitali.
Ho voglia di dormire, e mi addormento, di colpo, anche se per pochi
minuti appena. Solita precipitazione dal cielo alla nave in tempesta, e
quando arrivo al fondo, e tocco il pavimento della stiva, nel buio di una
noe di fantasmi, al freddo, con il puzzo del pesce ammuffito, il sogno si
ripopola: c’è il Coroner, con la mascherina, e sul tavolo di marmo, Ella
Fitzgerald, sventrata, che non smee di cantare.
Il mio è un cellulare di ultima generazione, un computer con tastierina.
Le prime note di Summertime segnalano l’arrivo di un SMS.
Ti mando i miei saluti. Alberto.
Significa che ha spedito un’e-mail al mio indirizzo di lavoro,
Lorenzaviam@yahoo.it, tredici interlocutori, me compresa; oggi dodici:
Adèle è solo un’avventizia. Nella sala leura, accanto al bar, c’è un
computer.
Mi ha scrio un tuo amico. Scusami se non te l’ho deo prima, ma sono
stato in giro. Mi sembra preoccupante, quel che dice. Ho dato una scorsa,
pareva uno scherzo, ma forse non lo è. Alberto. P. S. Avrà avuto il mio
indirizzo da una tua e-mail colleiva. Siamo in troppi, ormai.
«Non ci conosciamo, mi chiamo Francesco e vorrei che riferisse presto del
messaggio in allegato alla nostra comune amica. Non usi il telefono.
Pericolo».
L’allegato non c’è, l’antivirus ne segnala l’avvenuta distruzione. Fatico a
riconoscermi nella donna che lentamente solleva lo sguardo e mi osserva,
nello specchio, con un’espressione stravolta. Così è andata, allora.
Francesco voleva parlarmi di tua la faccenda, quella sera. Aveva spedito
un’e-mail ad Alberto, che nel mezzo del suo eleronico cammino era stata
interceata e contaminata. Io non gli ho risposto, e lui ha capito d’esser
stato scoperto, ha avuto paura, e si è deciso a raccontarmi tuo, di
persona. Forse è stata una reazione istintiva: voleva proteggermi, chi sa da
che cosa, oppure voleva togliersi un peso dalla coscienza, e l’hanno
fermato.
– Giuliano?
– Sono in riunione. Posso raggiungerti tra un paio d’ore?
– Te ne prego.
ando torna, ha la faccia che avevo io allo specchio. Gli hanno
ingiunto «in latino» di non fare più nulla – indagini, interrogatori,
impronte – chiuso per metà del pomeriggio in una stanza con due pezzi
grossi del Ministero, di un Ufficio che in teoria nemmeno dovrebbe
esistere, sepolto da scandali, commissioni parlamentari, processi e riforme.
La signorina Serianni, hanno aggiunto, può continuare ad incontrarla. «La
sua vita privata non ci interessa. Non adesso». Potrebbe tornar loro utile,
un giorno, ricordargli che non sta bene andare con le puane.
Non è solo questo che vuol dirmi. Mee una mano in tasca e tira fuori il
mazzo di chiavi di un’auto, che fa tintinnare a dieci centimetri dal mio
viso.
– Sono quelle chiavi?
– elle di Oliveri, e il portachiavi – fa il commissario, indicando
l’orseo che regge il mazzo, il caro Winnie – non è un portachiavi. È una
memoria portatile, da computer. C’era questo, dentro –. Mi porge una
pagina.
L’allegato.
Sei in pericolo. Un pericolo vero, che non immagini. Il tuo Gianmarco ha
fao una sciocchezza, mostrando i ricordi del nonno ad un suo cliente, uno
storico, che ha trovato foto e diario molto interessanti, e ha avviato una
piccola ricerca sul campo di Orano, interpellando l’archivio militare inglese.
Ha svegliato un cane rabbioso che dormiva da sessant’anni. Gli inglesi
nemmeno ci pensavano più ai diamanti africani, alla grande rapina in
motoscafo, alla strage della nave ospedale. Scusa, ti spiegherò dopo cosa
voglio dire. Il punto è che con il ritrovamento del diario di un prigioniero e le
curiosità di un vecchio professore universitario in pensione, si rischia uno
scandalo. I francesi sanno tuo, e vogliono usare la vicenda, recuperare il
diario che ti ha lasciato tuo nonno, e i diamanti. Sono stati loro ad
assoldarmi. Mi hanno promesso tanti soldi. Ma ho paura che possano farti
del male. Io mi tiro fuori. Ho già altro di cui pentirmi. Ti chiedo scusa.
– Ora è il mio turno di stupire: c’è qualcosa che tu non sai.
– Non mi meraviglio più di nulla.
– ando sono tornata a Palermo, la sera che hanno ammazzato
Francesco, una donna, fisico atletico, vestita con un giubboo nero da
motociclista, mi ha guardata con insistenza, mi si è avvicinata, e mi ha
infilato in tasca un biglieino. Eravamo al Ritiro Bagagli. Io ho aspeato la
mia valigia per due ore. Lei è andata via subito, parlando al cellulare. La
sera che siamo andati alla «Rosa di Alessandria» era lì anche lei, con un
uomo che forse era il marito e forse non lo era. Le ho mandato con una
cameriera il numero del mio cellulare. Ci siamo viste, quella noe stessa.
ando sono andata via, al maino, ho notato una splendida motociclea,
una BMW di grossa cilindrata, parcheggiata in giardino. E sai cosa?
– Cosa?
– Adèle aveva un chiarissimo accento francese.
– Non posso nemmeno farla sorvegliare.
– Forse il divieto dei tuoi voleva impedirti proprio questo, di sorvegliare
la donna. Lei arriva insieme a me in aeroporto, e vorrebbe aaccare
boone. Ma la chiamano al cellulare, le dicono del cambio di programma
dell’avvocato Oliveri, dell’appuntamento con me al Genio; infila un
biglieo nella mia giacca, corre in motociclea fino alla Vucciria, e
ammazza Francesco.
– E la pistola? Se l’omicidio è stato anticipato per una decisione
improvvisa, come avrà fao l’armaiolo a consegnarle la pistola, tra
l’aeroporto e piazza Rivoluzione? Lei non poteva averla con sé in
aeroporto. Avrebbe rischiato di essere fermata al metal detector.
– Non so. A meno che…
– A meno che?
– Si è scontrata con un uomo, uscendo dalla sala Ritiro Bagagli. Ha
perso il bagaglio a mano, e quello l’ha raccolto, l’ha tenuto in mano per
qualche secondo, e ha parlato con lei: per scusarsi, ho pensato. Ma non
sono riuscita a vederlo in viso, ero troppo lontana.
– Ha una logica. O forse, si traa solo di coincidenze.
– Io non credo alle coincidenze, e qui ce ne sono una decina in fila.
– Oliveri non ti aveva chiesto del nonno, del diario?
– Prima che lo ammazzassero, non sapevo neanche dell’esistenza del
diario. Può darsi che gli abbia raccontato del bauleo, però. Noi parlavamo
di tuo, da amici, in fondo era il mio solo cliente palermitano, l’ultimo
legame con Palermo.
– Clienti? Ti circondi di banditi e nemmeno te ne accorgi, distraa come
sei dai soldi.
– Il tuo tono è sbagliato, e tra un po’ cominceranno i risentimenti. Non
voglio saperne.
– Nessun risentimento. Solo che non capisco come tu possa fare la
puana e dimenticare chi sei, facendo a meno persino di guardarti intorno.
– Cazzate.
– Dovresti smeerla.
– Neanche tu vai troppo per il soile.
– Io le arresto, le puane, e questo per me ha un senso.
– Potresti farlo. Manchi solo tu all’appello, del resto: mi hanno
minacciata, arrestata, sequestrata, e i morti mi stanno grandinando
addosso –. Sulle mie guance arrossate scivolano due lacrime testarde,
mentre la mia voce si lacera come vecchia pergamena.
– Scusa – dice soovoce, avvicinandosi.
– Di cosa ti stai scusando?
– D’avere alzato la voce, d’aver deo delle stupidaggini.
Restiamo così, respirando lentamente, accartocciando quel che resta
della sua morale in un ammasso da fiamma ossidrica e pompieri.
– Perché hai smesso di far la giornalista?
– Non lo so.
– Perché?
– Leggimi le labbra: non-lo-so!
– Mai capito il labiale. Perché hai smesso?
– È un terzo grado, il tuo, commissario? Devi aver saltato la lezione, al
corso. Servirebbero una lampada puntata sul viso e un paio di manee per
incatenarmi al tavolo.
– Sto aspeando.
– Vuoi che ti racconti di quando, come e perché con un articolo ho
buato giù, dal Paradiso all’Inferno, due santi che sulla coscienza avevano
undici omicidi, commessi da un mafioso per conto proprio e in nome dello
Stato? Omicidi che i santi in questione avrebbero dovuto impedire, ad ogni
costo. I due monumenti non hanno gradito, commissario, e il direore ha
deviato il siluro dal suo culo al mio.
– Avresti dovuto resistere…
– No, era tempo che…
– Ti decidessi a difendere i sacri principi…
– Giusto tu dovevi capitarmi…
– Lo so, sono insopportabile.
– ando iniziai, credevo che il senso penultimo, quello che spea al
genere umano di elaborare, fosse sepolto da qualche parte, soo il giorno
per giorno, e che il mio compito fosse di ritrovarlo. Non ci ho messo molto
per accorgermi che non c’era assolutamente nulla, in fondo. Il mio
compito era di rassicurare, di far quadrare il cerchio. Per la cronaca,
potevo scegliere tra cause sociali e degenerazione morale; per il resto –
politica, cultura, economia – tra guelfi e ghibellini. Non cercavo nulla, non
trovavo nulla. Ho lavorato a Roma, nella redazione di un seimanale
femminile, e la mia rubrica dava dirio a qualche comparsata in tv. Sui
monitor vedevo quel che vedevano in regia: una marocca da copertina, un
décolleté serigrafato come un anfiteatro e due cosce di proporzioni auree.
E finalmente ho capito: se non puoi sconfiggere il tuo nemico, scopatelo –.
Alla fine dell’arringa, la mia lingua è secca come un pollo dimenticato nel
forno.
– Una puana colta non si trova ad ogni angolo.
– Le cose cambiano. Più sai, più roba hai da vendere. Il punto è cosa e a
quanto. Vale anche per gli uomini, il teorema, intendiamoci.
– Dunque anch’io…
– Sei tu quello che giudica, tra noi.
– i sei tu che sbagli. Io faccio il fureo, azzanno la preda e la porto
nelle mani del signore col fucile.
– Ecco la tua mercanzia. Fiuto, gambe e denti.
– Per le gambe, facciamo metà prezzo, e le schegge di piombo che
stanno ancora dentro, sono in omaggio.
Capitolo XIV
Dopo l’assai franco scambio d’opinioni di ieri, Giuliano si è
addormentato sul divano, rileggendo il diario, scrivendo qualcosa, sul suo
piccolo computer portatile, e pentendosi dei suoi peccati. Niente sesso, tra
mercenari. Fatica e riposo, per lui. Mille e una noe d’insonnia, per me,
macinando pensieri, schivando elfi, pigmei e cannonate, e risalendo a galla
dopo un naufragio da siluri. Ora però ho tuo chiaro, so quel che devo
fare.
Mi rivesto in perfeo silenzio, faccio i bagagli, indosso la collana e
richiudo delicatamente la porta alle mie spalle. Neanche un clack. Al
portiere chiedo di rintracciarmi un taxi.
ando torno, un’ora e mezza più tardi, Giuliano è ancora in catalessi.
– Sveglia, sveglia, sveglia, sveglia, sveglia… – dico, alzando
gradualmente la voce, mentre gli sbao un cuscino sulla testa: una, due,
tre, quaro volte. – Dobbiamo fare in frea. Prevenire il disastro, e andare
in Algeria, ad Orano.
– Cosa, cosa, cosa vuoi fare? – rantola.
– Prendere le mie precauzioni, evitare che ci ammazzino: facendo
arrivare un messaggio a chi di dovere, e recuperando quel che è mio, se c’è
ancora. Poi sparirò. Se vuoi, puoi accodarti.
Il suo silenzio è sufficiente, posso prenderlo per una risposta.
Divido i compiti.
– Tu cerca di capire in che modo possiamo raggiungere Orano.
Dovrebbe partire una nave, da qualche porto, Palermo, Trapani o che so io.
Servirebbe un’auto, forse un fuoristrada: vedi se possiamo noleggiarla
all’arrivo. Io andrò a parlare con Bevacqua. Devo prendere l’iniziativa.
– Prudenza. Devi essere prudente.
– Tasterò il terreno.
– Altrimenti?
– Andrà tuo a puane!
La segretaria non mi fa neanche finire di parlare e mi passa il «doore».
È cortese, al telefono, Bevacqua, e risponde che sì, mi riceverà subito. Se lo
aspeava.
– Troppi morti, doore, non crede? – Spero non s’accorga della
maschera che indosso.
– Un fao eccezionale, sì. Confido che abbiano finito di sparare.
– Sono proieili internazionali. Potremmo chiedere alle pistole che li
hanno sparati, se ancora restano dei colpi in canna. Magari lei riuscirebbe
a rintracciarle.
– Io provo della simpatia per lei, signora, più di quanta non gliene abbia
manifestato finora. In altri tempi, io e lei ci saremmo dedicati al nostro
lavoro – alle nostre vocazioni, direi – con maggiore soddisfazione.
– Bisogna sapersi adaare. Lei ha un’idea di quel che sta succedendo?
– Incredibile che su fai vecchi oramai di sessant’anni si dia luogo ad
un conflio, non crede?
– Sta parlando di mio nonno?
– Suo nonno si trovava su una nave ospedale di ritorno dalla Libia. Non
riusciva a spiegarsi gli inglesi come riuscissero a sapere tuo, di noi. Ci
stavano addosso, ma non vi era alcun traditore: loro riuscivano a
interceare i messaggi in codice della nostra Marina Militare e di quella
tedesca, e a decifrarli. «Enigma», ricorda?
– Sì, l’MI5, l’MI6, Churchill, e tuo il resto.
– L’affondamento della nave ospedale avvenne il 15 aprile del ’41, per
opera di un aerosilurante di Sua Maestà Giorgio VI. Ora, le dirò ciò che non
dovrei dirle, e che, all’occorrenza, negherò d’averle deo.
– Non chiederò conferma –. I teorici della recitazione apprezzerebbero
la freddezza con la quale lo invito a proseguire, tacendo la mia curiosità
sulle fonti miracolose delle sue conoscenze.
– Tra i feriti di El Alamein e i medicinali, c’erano due cassee da
moschei, piene di diamanti, confiscati dagli italiani ad un convoglio
inglese. Una squadra britannica, su un motoscafo veloce, andò a
recuperarle. Pochi uomini senza scrupoli, guastatori guidati dal Colonnello
Alexander Stephens, che per godersi la vecchiaia pensò bene di
denunciare la scomparsa, tra i flui, di una delle due cassee. Non gli
credeero, e lo lasciarono marcire in galera, per punirlo del massacro. Mi
ha seguito, fin qui?
– Non perfeamente.
– Il punto è che della seconda cassea, dopo molte ricerche, non vi fu
più notizia, e i Servizi di sicurezza britannici finirono per archiviare la
pratica, estremamente scomoda: quei diamanti erano costati una strage di
italiani: medici, ammalati, infermieri. La squadra inglese aveva sparato più
del dovuto, e i sopravvissuti avevano aeso a lungo di esser ripescati: solo
tre o quaro ore dopo l’assalto del motoscafo di Stephens, erano giunte
delle lance, che li avevano condoi su un incrociatore inglese. Su tuo,
diamanti, viime, colonnelli, s’abbaé il silenzio. Fino alla morte di suo
nonno, e al ritrovamento di quelle pagine, rimaste segrete.
– Il diario? Cosa potevano saperne?
– Lei conosce Gianmarco Baaglia, antiquario con gallerie a Roma e a
Londra? Diciamo pure che vi frequentate con profio. Sei mesi fa muore
suo nonno, lei consegna il bauleo a Baaglia, perché lo ripari: lui però ne
osserva il contenuto, ne rimane incuriosito, ne parla in giro, e la pratica è
riaperta. Tuo chiaro?
– Gianmarco è legato ai Servizi inglesi?
– No, non risulta. Oliveri, invece, verrà reclutato da quelli francesi,
interessati ai diamanti, certo, ma anche al diario: a quel che mancava del
diario, soprauo: al racconto della strage, vista da un testimone oculare
del capolavoro di Stephens. Sa, uno scandalo, con la Gran Bretagna sul
banco degli accusati, in questo momento di gravi tensioni, tra chi è a
favore e chi è contrario all’offensiva in Medio Oriente, avrebbe forse
giovato ad una certa ripresa del dialogo, in Europa e con gli Stati Uniti.
– Era ricco, Francesco, però: aveva tuo quel che si poteva desiderare.
– Soldi ne aveva pochini. Aveva esagerato con la cocaina, in una festa
nella quale una ragazzina era finita in coma. Oliveri era precipitato in
un’inchiesta che aveva fao scandalo, ed era stato mollato dai suoi amici e
dai suoi referenti politici. Sei mesi in clinica per smeere e lì era stato
contaato dai francesi, che gli avevano proposto, in cambio di molto
denaro, di darsi da fare con lei, di entrare nel giro dei suoi clienti. Un posto
si sarebbe liberato presto.
– Guido Mori…
– L’ingegnere, proprio lui. Cinquantoo anni ben portati, morto
improvvisamente a Merano, per un collasso cardiocircolatorio.
– L’hanno ucciso?
– L’omicidio resta solo una probabilità, nonostante l’esumazione del
corpo e l’autopsia. Se c’era una traccia, il tempo l’ha cancellata. Le analisi
non hanno rivelato nulla. Ma la probabilità è decisiva, dal nostro punto di
vista, se corroborata da altri elementi indiziari. Mori non aveva mai avuto
problemi al cuore. E un infarto può essere indoo in molti modi.
– È stato Oliveri?
– Non credo proprio. Uccidere qualcuno è un’arte: lei lo sa! Oliveri era
un bracciante occasionale, che non ha reo, e ha ripreso a sfamarsi di
cocaina, chiedendo soldi, tanti soldi, e minacciando di rivelarle tuo. I
francesi hanno reagito. Dovevano assolutamente evitare che Oliveri
parlasse. i entra in campo un’altra sua recente conoscenza.
– Di chi sta parlando? – Ricaccio indietro le lacrime, non voglio che mi
veda piangere.
– Della reclutatrice di Oliveri, suo primo e unico contao con i francesi:
Adèle, alias Magdalene Chaillers. Aveva preso in affio una deliziosa villa
a Mondello, in via Primavera: al numero uno, se ricordo bene. Il
proprietario, per trentamila euro, aveva acceato di lasciar dentro tue le
sue cose. Magdalene ama vivere nel lusso, sa? Suo padre era un atleta
senza medaglie, e nel tempo libero, un ladro d’appartamenti, mai pizzicato
in Francia. Si trasferì a Palermo, alla fine della carriera, ebbe una figlia e
inaugurò un circolo tennistico. Dieudonné Chaillers resistee una decina
d’anni; prescrii i suoi reati, tornò in patria e si fece ammazzare da un
impiegato miope in vestaglia e pantofole. Magdalene è una specialista in
truffe e omicidi, perfea per i francesi: doppia nazionalità e
spregiudicatezza unica. Ha ucciso Francesco Oliveri e ne ha preso il posto,
profiando della sua disponibilità, signora, ad accogliere esponenti di
entrambi i sessi. Una straordinaria esibizione, con il capolavoro
dell’incontro casuale al ristorante: sembrava fosse deato dal destino.
ella sera, a casa sua, lei non aveva con sé il diario, no?
– No, era a Roma –. Lo guardo drio negli occhi.
– Il sequestro, da parte dei francesi, era inevitabile, dopo l’insuccesso
della loro agente che, dopo averle inutilmente vuotato la borsa, per
rimediare prese possesso, quella stessa noe, di una stanza prenotata nel
suo albergo, a pochi metri dalla sua, lasciandola dopo meno di un’ora.
– Abbastanza per una perquisizione.
– Certosina. Lei dormiva di sasso. Avranno usato qualcosa, per
assicurarsene. Uno spray.
– Ma se era il diario che cercavano, non bastava un crimine più semplice
di una cospirazione di queste proporzioni?
– Lei e il diario. La Chaillers cacciava due prede.
– Conoscete ogni suo movimento, per non dire dei miei. Avreste potuto
arrestarla.
– Neanche per idea. el che ha fao la Chaillers, che per sua
informazione è tornata ad Avignone già da un paio di giorni, riguarda la
Francia, paese del quale ha la ciadinanza. Mia cara signora: su di lei, sul
tesoro del nonno e sul diario, hanno lavorato i francesi e gli inglesi, in
modi che sono stati ritenuti intollerabili.
– Sono stati gli italiani a liberarmi, facendo fuori i francesi?
– L’Italia tutela i suoi ciadini, l’inviolabilità del proprio territorio; cerca
di costruire nuove alleanze nel Mediterraneo. Lei s’è trovata in mezzo ad
un maldestro tentativo di far risorgere vecchi rancori e vecchie egemonie.
Non le succederà più nulla, visto che il diario non dice nulla di
compromeente, faa salva la morte di quel tale, Franceschi. Lei però
dovrà sforzarsi di tacere, e dovrà chiedere al suo amico commissario – un
amico che mi dicono esserle molto vicino – di fare altreanto, e di non
agitarsi. Il tesoro, dia rea a me, non c’è più, e quel diario, pur se
mancante di qualche pagina e sostanzialmente innocuo, farebbe meglio a
tenerlo ben conservato.
– I morti, però, non contano nulla. Italiani che uccidono francesi e
inglesi, francesi e inglesi che ammazzano italiani e si scannano tra loro.
Sempre che sia andata così. Non riesco ancora ad esser certa di chi ha
ucciso chi, e perché.
– Difficile dirlo: è un intreccio troppo fio, come la rete d’interessi che
sta dietro a questa guerra.
– Ma è come se ci fosse stata davvero una guerra, per lei. Sono morti…
– Preferisco parlare di caduti, e non s’indaga sui morti in guerra.
– Door Bevacqua, vuol dirmi che non ci sarà un’inchiesta, su Mori,
Oliveri, il testimone, gli armaioli, quei due sciolti nell’acido?
– Un’inchiesta ci sarà, eccome. Sarà molto lunga, ed approfondita.
– E non porterà a nulla.
– Lei parla l’inglese, signora?
– Discretamente –. Devo frenarmi, o smeerà.
– Sa cosa vuol dire whitewash? Pulire, o sbiancare. Il peggio che io possa
farle, adesso, è non meerla sull’avviso per quel che l’aspea. Il carcere
può essere persino un luogo di ristoro, nelle sue condizioni.
– Per chi lavora, lei? Per lo Stato italiano, per le sue leggi, o per che
cosa? – Non so se ha già deo abbastanza, ma non lo reggo più.
– All’imperfezione dei codici, in alcuni specialissimi casi, soccorrono le
ragioni più intime dello Stato: mai coincidenti con la verità ufficiale e i
sentimenti dei più. Un tempo, esse fondavano l’autorità sugli individui, sulle
loro qualità specifiche, non su gruppi indistinti. L’ho lea in un vecchio
libro, questa frase, e me la ripeto, ogni tanto, come una litania, quando non
capisco un ordine, ma sono costreo ad eseguirlo –. Ha l’espressione
straniata dell’uomo di legge che intervistai per la tv francese: prima di
rispondere sull’omicidio di un sacerdote, volle rendere omaggio alla
troupe, leggendo Montesquieu per mezz’ora, in francese.
– Arrivederla e dorma bene, cara signora. Mi saluti tanto il door
Paternò.
Scivola fuori dalla sua scrivania e mi conduce alla porta con un sorriso
forzato. La segretaria parla soovoce al telefono, e l’argomento deve
divertirla molto. L’uomo incarcerato nella gabbiea panoica delle
informazioni ascolta paterno le confidenze di due o tre inservienti. Esco
dal palazzo giurando a me stessa che non vi rimeerò più piede.
Il mio rito di purificazione prevede nuovi acquisti. Pantaloni e camicie
in fibra leggerissima, elastica: per me e per il commissario.
– Tuo bene? – Giuliano ha in mano due valigie e due bigliei, per la
nave che tra un paio d’ore partirà per Orano.
– È andata, e dovremmo esser tranquilli, finalmente. Tu avevi ragione su
tuo, ma la storia è molto più intricata di quel che si poteva immaginare –.
Lo carico anche del pacco con il nécessaire per il Sahara.
Nei dieci minuti del mio racconto sul colloquio con Bevacqua, Giuliano
mi ascolta immobile, dinanzi all’albergo, dimenticando persino di poggiare
le valigie per terra. ando finisco le sue mani sono di un colore rosso
porpora. Il viso, bianchissimo, non ha più una goccia di sangue.
el che gli leggo dentro non mi fa piacere. Vorrei dirgli dell’altro,
vorrei che la pensasse diversamente, vorrei provare a convincerlo che le
cose stanno in un certo modo…
Ma non c’è tempo.
Andiamo al porto, in taxi.
– Ho lasciato la mia casa, a Roma. Le mie cose stanno in un magazzino.
Gianmarco si è occupato di tuo.
Non dice una parola, il commissario. Pensa. Pensa. Pensa.
– Cosa hai deo al lavoro? – gli chiedo.
– Ho ferie arretrate per un anno di vacanze. Ho chiesto un mese, per
cominciare. Non è troppo. E a ripensarci, avrei potuto chiederne subito sei,
me li avrebbero dati: era felicità quella che ho visto negli occhi del
estore. Spezzeerà le indagini, ogni omicidio per i fai suoi, e salverà il
culo. Il suo e il nostro.
La donna che ci sta davanti, nel corridoio che conduce alle scale per i
ponti superiori, si blocca d’improvviso, geando uno sguardo piccato
all’indietro. Le sarà sembrato che il culo in questione fosse il suo:
ragguardevole davvero.
Capitolo XV
È una nave da trasporto merci, e ha poche cabine riservate ai
passeggeri. La nostra, con un po’ di fantasia, è una suite: un leo da una
piazza e mezza ed una sorta di soggiorno, con due divanei d’alluminio.
Mi chiudo in bagno per una doccia bollente, e dall’oblò osservo le onde
che s’aprono soo la chiglia; mi fingo donna del capitano, del corsaro, del
re dei mari, asserragliata nel castelleo di comando. La navigazione è
serena.
Tocchiamo terra il giorno dopo, all’ora stabilita, le 17. Noleggiamo una
Range Rover bleu, una Rolls da deserto. Se solo sapessimo dove andare!
Potremmo affondare tra le dune, perderci in un mare di sabbia finissima,
nella polvere di cometa che ricopre la patria delle geometrie universali.
C’è una leggenda che racconta di un asteroide che spazzò via le foreste,
polverizzò ogni genere d’animale, e in cambio lasciò il sapere misterioso
delle stelle.
Non trovo differenze, tra questa parte d’Africa e l’egiziana. Gli stessi
contrasti di colore, su un fondo bianco e pastello, i medesimi volti bruciati
dal sole, e gli sguardi carichi d’intenzione. Che se ne faranno, gli uomini
del deserto, dei confini, delle linee ree tracciate sul nulla da europei senza
passione?
Ci trasciniamo dalla Dogana al posto di Polizia, con due valigie bleu
elerico che paiono fari al tramonto, e araggono navi e zanzare, bambini
e divise cachi.
Subito ci dividono, e Giuliano finisce in una stanza illuminata a giorno,
dietro una vetrata: alla porta, c’è una donna, una polizioa, o forse
un’impiegata civile. Me, al contrario, mi scortano in un ufficeo in
penombra, il soffio basso, e sporco. Due uomini parlano tra loro, e non
muovono un muscolo quando accenno un saluto. Mi seggo e mi guardo
intorno, con discrezione. Un armadio metallico trabocca di registri e
faldoni ingialliti; le sedie, grigie, sono appena ingentilite da una polverosa
imboitura color vinaccia. Sui tavoli, dei telefoni bianchi, senza visore;
uno ha la cornea fuori posto. Tum tum tum, tum tum tum, tum tum tum.
Occupato.
Un’ora dopo, ho esaurito ogni risorsa.
Uno dei due polizioi, quello grasso, dorme profondamente. L’altro si
contempla le unghie verdastre e ricurve, intento in un lavoro di ripulitura
condoo con un coltello a serramanico d’avorio, dalla lama finemente
cesellata, lunga e lucente; ogni tanto, mi osserva, di soecchi.
La porta si apre e il polizioo intento alla manicure solleva lo sguardo,
ed è un tu’uno con la precipitosa chiusura del serramanico e lo scaare
in piedi, quasi sull’aenti. L’uomo dietro la porta dice qualcosa che non
capisco, in arabo. Vedo solo le sue scarpe, eleganti, italiane. Chiude la
porta, non prima di ricevere dal suo interlocutore l’omaggio di un
mezzadro, cappello in mano e abbozzo d’inchino.
Tra i due polizioi, il graduato dev’essere il grassone, perché l’altro lo
sveglia rispeosamente e a voce bassa gli riassume l’ordine appena
ricevuto. La traduzione è in un «Madame», e in una porta che si apre.
Come dire: può andare.
Giuliano parla con la donna intravista prima, che ha un fare autoritario.
– Era il capo, la brunea: una mia pari grado – chiarisce il commissario,
restituendomi borsa e documenti; le valigie sono già nella macchina
parcheggiata all’ingresso di questa scalcagnata stazione di polizia.
Per la strada, mi racconta della conversazione: avremmo dovuto
annunciare il nostro arrivo, e il suo soprauo, quello di un commissario
della polizia italiana, armato e senza un fax di preavviso.
– Per un aimo, avevo pensato ad un arresto, o ad un sequestro, per
abitudine. E invece, era solo un benvenuto.
– Un poco risentito. Hanno voluto la mia pistola.
– E tu gliel’hai lasciata?
– Ho deo che si traava di una missione improvvisa: dovevo
accompagnare un testimone soo protezione lontano da Palermo.
– Il testimone sarei io…
– La pistola, comunque, se la sono tenuta. Hanno chiesto se avessimo
bisogno di una scorta, e ho avuto paura che la vicenda prendesse le vie
formali delle autorizzazioni ministeriali. Ho deo di no, che non potevano
trovarci, i criminali, qui in Algeria. Ad ogni modo, tra due giorni al
massimo voglio andar via.
– Due giorni non basteranno.
– Ce li faremo bastare.
In albergo, la doccia porta via un’ora delle quarantoo a nostra
disposizione. Acqua fredda e sapone in busta. Poi passo ai miei intrugli
miracolosi. Il telefono squilla poco dopo la liquefazione del balsamo di
tigre.
– Madame, siamo qui – fa una voce, e capisco istantaneamente di che si
traa.
– Commissario, la scorta –. Gli passo la cornea e Giuliano si pietrifica,
che nemmeno il tocco della Medusa… Al telefono, dopo un hello!
tintinnante e dieci secondi di silenzio, dice che non intendiamo
allontanarci, che passeremo la noe qui, e che alla sorveglianza in camera
basta lui.
L’indomani, ce li ritroviamo nella hall, inespressivi, e nella sala da
pranzo, per la prima colazione, un po’ a disagio. Giuliano, dopo una
discussione di un certo valore, in euro, torna al tavolo con la faccia
monella, dicendo che uno dei due si è sentito male, improvvisamente, e
che abbiamo dieci minuti per andar via.
Al portiere, raccontiamo che vorremmo fare un giro turistico, e
chiediamo qualche consiglio: lui risponde, illustra il percorso e, senza
saperlo, si prepara a riferire ai due polizioi della Sezione ietovivere, o
forse ai colleghi che verranno a rilevarli.
Al tassista, invece, diciamo di portarci al campo. Non so, dice, non so
cosa sia, dove sia. Lo aiutiamo a ricordare con una medicina universale,
quella che ha steso la scorta, e lui dice di aver capito, ma non vuole
arrivare fino in fondo: può lasciarci nei pressi di un bar a tre o
quarocento metri dal nostro obieivo. Non dice altro, passa dal francese
all’arabo, e sputa per terra.
La strada è irregolare, arata da ciclopiche ruote di autocarro e dai
cingoli di chi sa quali mezzi pesanti: carri armati ed autoblindo, si
direbbero; ma forse stanno solo facendo dei lavori nei dintorni, e si traa
di ruspe ed autotreni.
Il bar è chiuso, e la sola presenza vivente è quella di un paio di corvi, che
si fermano a tre o quaro metri da noi, sulla cresta di un solco d’argilla, e
restano a guardarci, neri e bellissimi, due demoni. Le finestre delle tre
palazzine sono chiuse, e al citofono non risponde nessuno. Anche il campo
è chiuso, e sulla rete metallica che lo circonda non c’è un solo filo ossidato;
nuova di zecca. Può darsi che intendano farne un grande parco naturale,
un luogo della dimenticanza.
Mi giro per istinto e vedo due uomini che mi guardano da una jeep
scoperta, un Hummer, al di là del recinto, con una livrea militare che mi
ricorda l’Africa Korps di Rommel. Uno alza un fucile mitragliatore,
bofonchiando una minaccia, ma l’uomo alla guida fa retromarcia, lo
ziisce, e gli fa segno di meere giù il cannone.
– Erano due fantasmi?
– Forse, ma stavano per spararci.
Al nostro ritorno, i due polizioi, ancora loro, dormono su un divaneo.
Non li svegliamo.
Nel pomeriggio, andiamo al Municipio: è nella cià vecchia, e i nostri
gorilla pensano ad un altro giro turistico.
Gli impiegati del Comune non sanno nulla, e ci rinviano alle
Informazioni per Stranieri. Proviamo con gli anziani seduti per strada, i
negozianti, i mendicanti, con tui quelli che ci capitano dinanzi agli occhi,
purché abbiano almeno seant’anni; fotografiamo tui, e ci facciamo
fotografare con loro, come vecchi amici: recitiamo la parte degli italiani
stronzi e invadenti. Poi scaa la domanda. Di quel campo, però, nessuno
ricorda l’esistenza.
Un entusiasta si dichiara mio poggiandomi una mano sul culo, le cinque
dita che si aprono e si chiudono, a ventosa, guardandomi fisso negli occhi.
Io e Giuliano ricambiamo all’unisono il gesto affeuoso, stringendo una
chiappa per ciascuno, e quello quasi si mee ad urlare, mentre s’allontana,
di corsa.
Sento il pianto di una bambina, acutissimo, inarrestabile, e lo inseguo.
Dietro l’angolo, c’è una vecchia giostra. A disperarsi è l’unica ospite: avrà
due anni. La madre è uno scheletro di quaranta chili che guarda la figlia
con occhi di resa, e le fa un segno con le mani, come per abbracciarla.
L’uomo che sta ai comandi, accosta al viso un cerchieo di plastica,
soffia, e delle bolle di sapone, lentamente, s’alzano in volo.
Le veuree della baracca elerica sono devastate dal tempo, fasciate di
scotch marrone, prive del volante, e i finti comandi, le frecce e il cambio,
penzolanti o senza più gioco.
Torniamo in albergo, fra vacanzieri maschi del Toscana Club Fuoristrada
Tour, funzionari di imprese petrolifere, ingegneri, progeisti, faccendieri, e
francesi bene imbiancati alle prese con il rilassamento dei visceri e dei
ricordi coloniali. Tu’intorno, cresce il solito muschio d’albergo, uguale da
Casablanca al Cairo, incluse un paio di colleghe in tiro: colleghe mie,
stavolta. Due africane, nigeriane forse, passate per chi sa quale carovana, e
a che prezzo. Sono vestite di bianco. Due spose che subito mi strizzano
l’occhio.
Ma è una sera castissima, la nostra, pure se insidiata da spezie e
afrodisiaci: a cena, riesco a malapena a distinguere tra verdure e agnello, la
lingua in fiamme.
Spegniamo l’incendio in tre, a leo: io, Giuliano e una vedova di
vent’anni, imboigliata Clicquot Ponsardin. Lascio il bicchiere vuoto sul
comodino, e mi addormento, sfinita.
La tassa ietovivere, l’indomani, ha subito un ritocco: cento euro
contro i cinquanta del giorno prima. È l’altro polizioo a sentirsi male,
stavolta: il sooposto. Un problema di gerarchia, di dignità del grado,
questo dev’essere.
Il tassista s’avventura coraggiosamente fino al bar vicino al campo,
molto lentamente, e con la promessa di un extra. Prende i soldi, arabeggia
e sputa per terra, anche lui.
La saracinesca è chiusa, ma c’è un uomo seduto soo la tenda
sfilacciata, un vecchio dagli occhi soili. So poco, dice: il campo, una volta,
era una prigione, nella quale, insieme ai caivi, stavano i buoni; entrambi,
poi, hanno preso a scambiarselo come una saponea.
Il vecchio si interrompe, e il suo viso assume i trai del silenzio, di chi
sa e non dice; dietro quelle fessure biancolivastre, ci studia aentamente,
valuta se e fin dove può mostrarci il sentiero.
Fa segno a Giuliano di avvicinarsi, e in un orecchio gli sussurra di
incontrare una donna che vive dall’altra parte di Orano, sorella di un
uomo che conosce bene il campo (ne è quasi la memoria vivente, avendo
lavorato per gli alleati): il suo nome e la strada in cui vive, tracciati dal
vecchio sul retro di una ricevuta, sono un incomprensibile cumulo di
curve e puntini.
Il tassista legge e annuisce.
Capitolo XVI
– Je m’appelle Amelie. Venez avec moi. Je vous indiquerai où vit Omar
–. A piedi, però, e i suoi muscoli allungati, nonostante la schiena curva, di
trenta gradi all’incirca, non perdono un passo.
Va veloce, fino ad una scuola, un edificio di concezione moderna,
fasciato di larghe vetrate, specchi incorniciati da pilastri di cemento
armato; risalirà agli anni Seanta. Ci fa segno di aendere al di là della
cancellata malconcia, Amelie. Apre una porticina turchese, l’unica sul
vecchio cubo bianco in fondo al cortile polveroso, ridoo ad un deposito
rugginoso di ferraglie. Urla qualcosa, verso l’interno del casoo,
guardandosi bene dall’avvicinare il naso all’uscio, e torna indietro. Ci
passa davanti senza dire nulla, e va via.
– Merci, Amelie.
– Pas de quoi, les italiens. Omar dort.
La porticina resta spalancata. Non sappiamo cosa fare. Restiamo lì, ad
aendere gli eventi. Omar vien fuori dieci minuti dopo, vestito di un
camicione bianco, lungo fino ai piedi. In testa, porta un cappello da
baseball, nero come la pece.
– C’est vous les italiens? What do you want? – Parla un eccellente
francese e un inglese metallico, risonante.
– Oui, nous sommes les italiens. Ou plutôt, les siciliens –. Sorrido, per
geare un ponte tra noi e quella salamandra avvizzita.
– Mafieux. Killers –. E il suo è un modo per troncare subito.
– Nous ne sommes pas des assassins. Siamo qui per vedere il campo, la
prigione americana. Mio nonno è stato prigioniero, nel campo, tra il 1941 e
il 1944. Potete accompagnarci? – Meo su il viso più pietoso che ho in
repertorio.
– Je ne peux pas. Non posso, ho dimenticato tuo. Sono troppo vecchio
perché ricordi quei fai. Non mi piace viaggiare nel mio passato –. Si fa
nervoso, la voce tremula, che scende di tre oave, i denti serrati, gli occhi
come booni troppo piccoli per le due asole sfrangiate dal tempo.
– J’ai besoin de votre aide – dico, senza guardarlo.
– Au revoir.
– Je peux payer.
– Adieu.
Ha messo una ventina di passi tra noi prima che io possa replicare, e
supplicarlo nuovamente di darci una mano.
– Sai come si dice? – fa il commissario, che per l’intero scambio è stato
a bordo campo.
– Passo.
– Pregare o pagare. Non ha funzionato. Il vecchio è duro, incazzato col
mondo. Dovremo trovare qualcun altro che ci accompagni.
– alcuno che sappia del campo quanto ne sa il vecchio! – Raddoppio.
– Si è fao tardi. Possiamo cercarlo domani?
Nemmeno ci siamo accorti che, lui a destra e io a manca di quella
stradina bianca, sfregando gli intonaci polverosi di calce, stiamo seguendo
Omar, il quale, cieco e sordo di noi, ci accompagna per le vie della cià.
È un vecchio ancora in carne, e i suoi baffi sono più voluminosi dei baffi
di mio nonno. ando entriamo in una locanda, l’uomo saluta l’oste e i
due uomini seduti all’ingresso. Le donne hanno il capo coperto: mi
guardano male. Il cibo, però, è cucinato sui fornelli del Paradiso.
Omar ci ha visto, e noi reggiamo il suo sguardo appuntito. Uno, al suo
tavolo, si alza e va via.
Ci dimentichiamo in frea del perché siamo lì, e ci alziamo solo dopo
aver lustrato il piao dell’insalata di cetrioli con l’ultimo frammento di
pane, poco lievitato: chi sa se anche qui, come in Palestina, lo chiamano
pia.
La strada del ritorno è illuminata a giorno; il volto della luna è
preoccupato, e ci segue con lo sguardo. Ho l’impressione che qualcun altro
ci stia alle costole. Scaccio i caivi pensieri, e mi lascio avvolgere dagli
odori e dalle suggestioni.
Poi succede.
Solo gli imbecilli non si fidano delle prime impressioni.
Me lo ripeto mille volte mentre mi prendono a boe, sul sedile
posteriore di una vecchia auto, due uomini avvolti fino al capo in due
lenzuola. Sento le urla di Giuliano, che ci corre dietro. L’autista sgomma, e
s’allontana. Uno mi stende il braccio con forza, e offre la vena alla siringa
del suo compagno. Non protesto, non urlo. Meglio star buona, buona,
buona, buo…
Non mi calo da vent’anni. Solo una canna, di tanto in tanto. Ora, invece,
mi sollevo di un paio di metri, e sparisce ogni rumore, intorno a me, e mi
sento leggerissima, della stessa sostanza dell’aria, e del pulviscolo che si fa
visibile in ogni sua microscopica fibra al mio cristallo potentissimo…
egli uomini si sgonfiano nei loro sacchi di cotone, e io vedo un fiume di
sangue che si tinge di azzurro e si riversa per la strada, un maremoto
psichedelico che mi raggiunge, e mi trascina soo, soo, soo…
Non respiro, affogo, sto per morire. Precipito in un buio infinito, un
pozzo che mi conduce al cuore oscuro e spento della terra, ed è la fine
d’ogni ordine e d’ogni speranza. Non c’è alcuna luce, niente!
Un sussulto, e riapro gli occhi con un forte dolore alla nuca, alla fronte.
Mi tocco la testa e scopro che mi hanno imposto lo hijab. Mi strappo
faticosamente dal capo quello straccio che mi soffoca. Il sole cade a
piombo sul budelleo nel quale mi ritrovo, sul mosto sfrigolante d’ogni
possibile lerciume, tra i rifiuti accumulatisi per anni; qui, nel vicolo
posteriore delle buone coscienze. Provo a rialzarmi, ma la droga che mi
hanno inieato mi piega le gambe e mi toglie il fiato. Resto lì ancora un
poco. Dormo.
La donna che mi accudisce, al risveglio, ha due occhi nocciola così
grandi che sembrano uova di piccione, e dei segni di vaiolo sulle tempie e
su quella porzione di volto che sfugge al velo. Le sue mani sode mi
accarezzano, mentre un uomo pompa nello sfigmomanometro che mi
stringe il braccio sano: l’altro, mi accorgo, è devastato da un’iniezione
eseguita male, parzialmente ricoperto di ceroi, e lucido di medicamenti.
Sono in una stanza d’ospedale, distesa su un leino di ferro che avrà il
triplo dei miei anni, rasserenata dalle mura bianco celesti, illuminate da un
lampadario al neon. Fuori, sta albeggiando. Avverto ancora un forte dolore
al capo. Mi assopisco, nuovamente.
Sogno mia nonna. Velata, anche lei. Stringe la mano di mio nonno, e
aspea, su una panca.
Altre mani mi accarezzano, adesso. Apro un occhio. Giuliano.
– Ti cerco da due giorni. E tu, che fai? Dormi!
– Anche qui…
– Non riesci a tenerti lontana dai guai.
– Perché?
– Ti hanno riempita di sedativi ma, a parte le boe, non ti hanno fao
altro. Forse, volevano portarti via, per sapere qualcosa, da te, e non ci sono
riusciti. Ora dormi, stai tranquilla.
– Il vecchio…
– Omar… La sua baracca è vuota. Sparito.
Torno a mia nonna, e a mio nonno. Ora so che sto dormendo, e voglio
farlo il più a lungo possibile, su una nuvola di piume, a mille metri da
terra.
La flebo fa il suo lavoro. Acqua, zuccheri, depurativi. Il quarto risveglio
assomiglia ad un miracolo. L’affanno, la pesantezza sono scomparsi: si è
diradata la nebbia che m’oundeva il cervello.
– Buongiorno.
– Cosa è successo?
– Ti hanno drogata e bastonata. Ora, hai espulso il veleno, poco per
volta. Una donna ti ha trovata in una specie di discarica, e ha dato
l’allarme. Io avevo denunciato la tua scomparsa all’ambasciata italiana e
alla polizia algerina, e ti ho trovata in quest’ospedale. Sei viva.
– Non è ancora, ancora…
– Insomma, quasi.
Fuori della camera, rivedo la panca del sogno, solo che ad occuparla,
adesso, sono i due polizioi, il sooposto e il graduato grassone, baffuti,
gli occhi innervati di sangue e bile. Si alzano, con calma. Erano lì per me, e
il loro turno è finito.
ando rientriamo in albergo, la reception è deserta. Il portiere è
scomparso. Giuliano scavalca il bancone e recupera le chiavi. Nella stanza,
è passato un uragano: lenzuola, vestiti, tuo per aria. Cerchiamo i
passaporti che, inaspeatamente, sono al loro posto.
Giuliano si precipita sul telefono. Ora il portiere risponde: sostiene che
non ne sa nulla, si è allontanato per qualche minuto; vuol sapere se manca
qualcosa. Capita, spiega. C’è un cartello, all’ingresso: la Direzione declina
ogni responsabilità… Neanche lo lascia finire, Giuliano, e riaacca.
La noe passa quasi in bianco. Ci scrolliamo di dosso la paura, e
riusciamo ad inventarci un passatempo, a metà tra un massaggio thai e un
bagno turco, finché non scivoliamo l’una sull’altro, sudati, esausti.
L’indomani, Omar ci aspea nella hall. Ha un occhio nero, e una fascia
bianca intorno alla testa.
– Siciliani, eh? – Ora parla anche l’italiano, la salamandra, arrotando
lievemente l’erre.
– Mafiosi. Assassini –. Torno a scherzare. Incredula.
– Le camp nous aend, avec ses anges, et ses diables.
Il vecchio è un altro uomo, gentile, perfino. Zoppica e mi accorgo che la
sua gamba destra è fuori uso: devono averlo pestato per bene. Un bel trio,
con me e Giuliano. Tira fuori da non so dove una tenaglia, con la quale
esegue un foro nella rete, e ci porta a visitare le baracche, le zone di
lavoro, la mensa, il campo da gioco. Un teatro di guerra. Ovunque,
proieili, tizzoni anneriti, rifiuti, tende ancora montate, che paiono esser
state abitate fino a ieri.
– Cela faisait longtemps que je ne revenais pas ici. Vietato. Cartelli,
guardie, soldati armati. Ora sono andati via, hanno smontato
l’accampamento che stava sul gran prato.
– Il prato? ale prato?
– Juste derrière le réfectoire, gli americani avevano fao un campo da
football. Avevano tolto le pietre, portato la terra, seminato un prato.
Rainbow Team, così si chiamava la squadra.
Eccola, la leggenda irlandese, il prato, il pozzo di San Patrizio, il tesoro.
La cassea era stata sistemata soo le docce, dove finisce l’arcobaleno:
rainbow. Andiamo, allora.
– Les diables sont partis. Ils étaient nombreux.
– E gli angeli, Omar?
– Ils étaient seulement deux. Sono arrivati sei mesi fa. E per una
seimana, hanno fao impazzire i diavoli, volando ad un paio di metri
d’altezza. Un uomo e una donna, credo: lui la trascinava amorevolmente
per la mano, mostrandole il campo. Io stavo là dietro, come ogni sera –.
M’indica un rudere, oltre i confini del campo.
– Madame Serianni… – Una voce, da lontano. Mi guardo intorno,
terrorizzata. Un uomo sta accanto a due jeep chiare – due Land Cruiser
lunghe come pullman – e con lui, stanno tre uomini. Sono tui in giacca e
cravaa. ello che sembra il capo, ora s’avvicina a grandi passi,
tendendomi la mano destra spalancata.
Omar è scomparso, fuggito via in un lampo, per la seconda volta.
Capitolo XVII
– Madame Serianni, Monsieur Paternò. Mi dispiace di non essere
riuscito ad arrivare in tempo al porto e all’albergo. Vi aspeavamo.
Capirete, questi sono stati giorni difficili. Ma tuo si è risolto per il meglio,
mi pare –. Nel dirlo, accarezza la Range con lo sguardo.
– Chi è lei?
– Scusate, non mi sono ancora presentato –. Il suo italiano è buono
quanto il mio francese.
– No, non ancora – lo fulmina Giuliano.
– Sono un suo collega, commissario. Sono il delegato Shakri, Mohamed
Shakri. Immagino che vorrete vedere la cassea lasciata qui dal signor
Serianni. Seguitemi, è in macchina.
Non credo ai miei occhi e alle mie orecchie, e la salivazione è azzerata.
i, come a Palermo e a Roma, tui sanno tuo. Spiano, rapiscono,
uccidono, e non appena il lavoro è terminato, infilano una maschera di
gentilezza e sorridono come se non avessero fao altro, in vita loro, che
frequentar saloi e tennis club, portando vestiti e scarpe di gran classe:
quelle del delegato sono italiane, Ferragamo.
Shakri fa un segno ad uno dei suoi uomini, che spalanca il portellone
posteriore di una delle jeep e solleva il tappetino e la lastra metallica del
cassone: nel doppiofondo, avvolta in una pesante coperta grigia, c’è una
cassea sporca di terra. L’uomo la spolvera un po’ e la schioda con un
cacciavite, senza difficoltà, come fosse stata già aperta, e tira fuori una
sacca di pelle soile – di capra, immagino – che passa al Delegato.
Shakri mee dentro un braccio e recupera un fagoino e un quaderno.
– Cominci a legger questo –. Mi porge un foglio, staccato dal resto.
Orano – 1 gennaio 1944
Potresti esser tu, a legger quel che ho scrio, mio figlio, nipote, amico, o
sconosciuto, capitato qui per caso, o per fiuto.
Lascio qui la prima parte del mio diario; se me la trovassero addosso,
sarebbero guai. Porto con me la seconda parte. Non voglio dimenticare.
Chiunque tu sia, fa in modo che si sappia quel che è accaduto.
Un saccheo di pietre è tuo quel che ho lasciato, insieme al diario.
Il tesoro del Colonnello Stephens, rubato da quel forziere che io ritenevo
una semplice nave ospedale, la mia, adesso dovrebbe essersi trasformato in
una splendida chiesa di maoni rossi, in un campo di calcio, in una casa per
gli anziani e in una scuola, da qualche parte, alla periferia di New York.
Padre Ellio ha fao tuo per bene, meendo i diamanti nel fondo delle
sue casse, tra le statuee e il crocifisso.
E dire che io nemmeno me la ricordo più, New York; Brooklyn, per me, era
una specie di Sicilia.
– Vorrei che leggesse tuo. Io ho il compito di riportare indietro quel
che era contenuto nella cassea: questa parte del diario, soprauo, la
prima; della seconda, è sufficiente la copia fotografica che ci è stata inviata
qualche giorno fa.
Sto accovacciata sui talloni. Il caldo fa dell’ossigeno materia solida, e i
miei polmoni respirano a fatica. Il diario, poi, è come se mi togliesse quel
poco di fuoco che mi resta, e cerco un sostegno, un masso sul quale
appoggiarmi, prima di perdere i sensi, e ritrovarmi lunga distesa sulla
sabbia. Vado avanti, saltando dalla prima pagina – sui primi giorni di
guerra di mio nonno – all’ultima, che racconta dell’affondamento della
nave.
Orano – 17 aprile 1941
Sono riuscito ad asciugare il diario, con il fiato, tenendolo sul corpo. Voglio
ricordare quel che è successo.
La nostra nave era un grosso mercantile requisito ad una compagnia di
navigazione privata, verniciato di bianco e trasformato in ospedale, con
infermerie, corsie, sale operatorie e dormitori.
Nella noe del 10 aprile, aveva raccolto a Bengasi, appena riconquistata,
un centinaio di feriti, e dell’equipaggiamento, per tornare in Italia: avrebbe
fao tappa a Trapani e quindi si sarebbe direa a Napoli. Con noi c’erano
anche dei bambini, che dovevano esser curati da specialisti.
Non avrebbero dovuto toccarci. Sulla ciminiera avevamo dipinto una croce
rossa alta quanto una palazzina: una nave di soccorso può viaggiare con le
luci accese, e ha una sorta di speciale immunità.
Invece ci hanno colpito, e dopo un po’ sono saliti a bordo: erano in pochi,
cinque o sei, mascherati, e un paio di loro sono rimasti sul motoscafo. Si sono
fai strada sparando. Avranno subito ammazzato una ventina di soldati, e di
medici, che tentavano di fermarli, di impedir loro di passare tra i feriti più
gravi e i bambini.
Li guidava un tizio non molto alto: dava ordini secchi, con le mani;
sparava lui per primo, anche sui leini, e sulle culle, per terrorizzarci.
Ridevano, ubriachi, posseduti dal più feroce tra i diavoli. Sono scesi giù nelle
stive, e hanno portato via qualcosa che doveva interessar loro parecchio.
La nave imbarcava acqua rapidamente. Avevano anche lanciato delle
bombe a mano, laggiù, per farci affondare più in frea.
Non appena sono andati via, abbiamo calato le scialuppe, e abbiamo
salvato quelli che potevamo salvare. elli che non riuscivano a reggersi
sulle loro gambe, inclusi i 24 bambini, sono tui morti.
I soccorsi sono arrivati molto tempo dopo.
Siamo su una nave inglese, e stiamo tornando in Africa.
– Avreste potuto prender tuo. Perché non lo avete fao?
– Il diario lo prenderemo noi, signora. Volevo però che, almeno una
volta, leggesse su queste pagine ciò che era accaduto a suo nonno. el
che resta dei diamanti, poi, tolta la giusta percentuale speante al nostro
governo, ha ancora un discreto valore. Un’eccellente eredità, i miei auguri
– dice, porgendomi il paccheo, e una busta sigillata (una copia del diario,
ipotizzo, piegandola); nel prenderli, manca poco che li lasci cadere.
– Il diario piacerebbe molto alla Francia, vostra grande amica: potrebbe
meerlo su un piao della bilancia dei suoi rapporti con l’Inghilterra.
– esto diario è stato solo un pretesto, mia cara signora. Non è stata
questa piccola enquête en sommeil a solleticare il mostro: non
quest’indagine in sonno.
– Non capisco.
– esto campo racconta la storia del nostro Paese, e anche di più.
Dopo il ’45, gli algerini cominciarono a pensare alla loro indipendenza, ma
i francesi non erano d’accordo. La Legione Straniera assoldò ex nazisti ed
ex fascisti, e l’OAS, ad Orano, guidata da Guerin Serac, addestrava qui i suoi
uomini, tra le baracche e il filo spinato lasciati dagli anglo-americani.
est’organizzazione razzista, dal ’59 al ’62, anche dopo l’Indipendenza,
fece migliaia di morti: bombe, incendi, torture, ad Algeri, Bona, Orano,
Urgla. Gli archivi francesi saranno inaccessibili per chi sa quanti anni
ancora; dopo, ne sono certo, non si troverà più alcuna traccia di Serac e
dell’OAS.
– La morte ha accompagnato mio nonno fin qui, ha giocato con lui, e
l’ha lasciato andare. Aveva la faccia di un colonnello inglese.
– La morte ha molte facce. Mio padre è morto a Parigi il 17 oobre del
1961, durante la ratonnade, la caccia al topo organizzata da un uomo che
non è mai stato punito per i suoi omicidi. Mio padre era un funzionario
coloniale che aveva deciso di farsi francese. Lo presero una sera, per
strada, e lo obbligarono ad un tuffo nella Senna, dopo averlo pestato a
sangue. Mia madre lo ritrovò il giorno dopo, sulla riva, e riuscì a riportare
il suo cadavere ad Orano. Partimmo senza nemmeno fare i bagagli. E
ricominciammo da zero. Sperando che fosse finita.
– E invece no!
– Trent’anni dopo i francesi, sono arrivati i terroristi. Hanno sgozzato,
sventrato, decapitato migliaia di donne e di uomini. Poi è finita, o quasi,
non so più come. L’ho dimenticato. Bisogna dimenticare, per andare
avanti, non crede?
–…
– Mi scusi, arrivo al punto. Ora le cose sono cambiate. I francesi, dopo
gli ultimi scandali, non hanno più voglia di mandare qui degli uomini. Si
limitano a manovrare.
– i è successo qualcosa. Ora. Non sessant’anni fa.
– Fino a pochi giorni fa, da questo campo – una grande fiera militare
delle reali finalità della quale non avremmo dovuto formalmente saper
nulla – passavano armi, munizioni, diamanti, da e verso la Guinea Bissau,
la Sierra Leone, la Costa d’Avorio, il Rwanda, il Burundi…
– Devono aver contato sul sostegno di qualcuno, in Algeria: vuol dirmi
questo? O forse, da queste parti, la polizia è molto, molto distraa.
– esto era un supermarket dell’orrore, gestito da un ex mercenario
passato al business.
– Hanno devastato tuo: cingolati, autoblindo… – dico, e mi viene in
mente che in questo dannatissimo mestiere si sono esercitati, con profio,
tanti pargolei illustri, e un paio di teste in aesa di corone posticce, senza
più regni. Forse anche qui i complici stanno in alto.
– Gli siamo stati addosso, finché il fastidio si è fao insopportabile. Lei
sa che quel diario ha fao saltare i pistoni fuori dei cilindri? Si è sparato
molto, da queste parti, di recente, mentre lei dormiva in ospedale: da terra
e dal cielo. Abbiamo vinto noi.
– E gli inglesi?
– Sapevano, ma a loro bastava sapere.
– Capisco –. Oro puro, per l’Archivio Misfai e la Divisione Ricai.
– I francesi, invece, avevano previsto perfeamente i rischi della
situazione che poteva crearsi: il diario avrebbe finito per far saltare tuo,
come una cicca accesa in una polveriera, se solo la notizia fosse arrivata
alle orecchie sbagliate.
– Anche voi avete giocato a questo gioco.
– L’Algeria è tanti paesi insieme, Madame: da un lato il governo di
Bouteflika, che sa dialogare con l’Occidente, dall’altro i terroristi, i nostri,
ancora caldi, soo la cenere, e pronti a divampare nuovamente, nel vasto
incendio che si prepara, da Baghdad a Rabat. In mezzo, ci sono tui quelli
che credono nelle scorciatoie.
– I più pericolosi…
– Noi vogliamo crescere: dobbiamo farlo. Deve cercare di capire. La
Francia ci è amica, diciamo così, ma dovremmo chiederle di esserlo in
modo diverso, e la Gran Bretagna potrebbe aiutarci, anche a costruire delle
buone relazioni con i nostri vicini mediterranei, e con quelli che in teoria
dovrebbero esserci nemici.
– E i diamanti?
– Fa sempre comodo avere dei contanti che non passano da bilanci
ufficiali o commissioni ministeriali, dei quali non rispondere a nessuno.
– Fa comodo a tui –. Specialmente ai servizi segreti: incluso il tuo,
Mohamed.
– Troppi per giocare ad un solo tavolo.
– Mancavano solo gli israeliani.
– Lei ne è proprio certa, Madame?
–…
– Anche il Mossad! – Deflagra, finalmente, mon commissaire.
– Voi italiani vi siete comportati molto bene. Guardando quando c’era
da guardare, e girando la testa dall’altra parte al momento opportuno.
Lo salutiamo stupiti, e facciamo per andar via, ma la chiave gira a vuoto:
la Range Rover è morta improvvisamente, di un male sconosciuto. Gli
occhi di Shakri sono fissi su di noi. ando sconsolati richiudiamo il
cofano, s’avvicina. – Posso aiutarvi? – e in mano ha le chiavi della sua
auto. – Potreste approfiare del doppiofondo. Non è igienico, per voi,
trasportare quei diamanti in una borsa. Ci penserò io a far ritirare la
vostra auto.
Mohamed Shakri è un galantuomo, e nelle sue vene scorre certamente il
sangue di un’antica dinastia di cavalieri in blu. Noi, comunque sia,
abbiamo paura che ci ripensi, lo salutiamo ancora, e più calorosamente.
Giuliano lo bacia sulle guance, al solito suo. Saliamo sulla jeep e andiamo
via di corsa, schizzando fango tu’intorno. Guido io.
– Dovremo far sparire tuo quanto, in qualche modo. O alla prima
perquisizione, s’accorgeranno del doppiofondo e di quel che contiene.
– Dovresti meer via anche la collana.
– Già fao.
– Nella cassaforte dell’albergo?
– In una nota gioielleria di Palermo, in vendita. Se ne occupa Imburgia.
Non ti dispiace che gli abbia chiesto di aiutarmi, vero? E poi, la signorina
Lo Jacono è persona di fiducia. Ha già dato un anticipo. Il resto, dopo la
vendita. Una buona quotazione, la sua.
– Non capisco. La collana di tua nonna? Non ne avevi alcun bisogno!
– Io no, ma conosco un mao con tre case e seicento figli, a Palermo,
che ne aveva un bisogno urgente. Di quei tre diamanti. E di questi altri che
portiamo. Indossa anche lui un saio colorato. Come quell’ex armaiolo che
vive in comunità.
– Salvo Imburgia dice sempre che c’è un gran bisogno di pazzi, in
questo mondo.
– Visto che ci siamo, ai pazzi: Imburgia mi ha fao un’altra piccola
cortesia.
– Sì? E quale cortesia? Ti mei a trafficare con i miei uomini, ora? –
Non sembra sorpreso, forse ha già notato una certa complicità con il suo
uomo.
– Ho trovato una fonte aendibile, commissario, e il tuo vice mi ha
aiutato ad indossare nuovamente microfoni e trasmienti, prima di
tornare da Bevacqua per quell’interessante conversazione. Abbiamo anche
fao le prove, con Salvo: pronto pronto pronto, uno due, uno due; poi mi
ha aspeato in macchina, a trenta metri dall’ufficio del Procuratore. La
mia migliore intervista: poche domande dietro un’espressione
insignificante. Alla fine, Bevacqua mi ha pure accompagnato alla porta.
Salvo era contento come un bambino, mi ha deo che la registrazione è
venuta benissimo. L’ha riversata su una decina di cd come questo, tui
ben conservati: non ho avuto ancora il tempo di ascoltarla. esta
macchina avrà un leore, no? Ti va di sentirla?
A Giuliano sta per cascare la lingua, mi guarda con una faccia ebete,
apre il finestrino e tira fuori la testa, tenendola un poco controvento; poi,
si gira verso di me.
– L’intervista coi microfoni, Bevacqua, quaro o cinque servizi segreti,
le armi, i diamanti… Ti hanno arrestata, sequestrata, bastonata e drogata,
fin quasi ad ammazzarti.
– Me ne ricordo. Ho ancora qualche livido, la nausea, e ho paura di
tornare a camminare da sola per la strada.
– Non ti rendi conto… Siete stati dei perfei incoscienti, tu e Imburgia, a
meervi contro non sapete neanche chi…
– E dire che a Bevacqua mancava un solo pezzo importante per
completare il puzzle.
– ale, di grazia? – Il commissario s’acquieta, incuriosito.
– Il silenzio.
– Il silenzio? Cosa cambia, con il silenzio?
– Tuo quanto. Ricordi la faccia del silenzio? La cercavi quella noe in
piazza Rivoluzione: tui sanno, e tui vogliono mantenere il silenzio; gli
inglesi, i francesi, gli italiani, e gli algerini –. Sembra perplesso, il
commissario. – Posso andare avanti?
– Ti prego – dice. Non aspeava altro.
– È solo un’ipotesi, niente di più. Diciamo che gli inglesi sanno del
diario, e ne hanno intuito l’enorme potenziale: quelle pagine possono
curare, e anche uccidere. La strage della nave ospedale è una vergogna da
nascondere ad ogni costo, per l’esercito di Sua Maestà. Ma in quel campo
c’è una santabarbara, controllata da Parigi, che può fare esplodere un
pezzo d’Africa. Loro, gli inglesi, sono informati da tempo: dal loro
controspionaggio o dagli americani, non so. Vogliono giocare una partita
rischiosa, per piegare i francesi, e indurli a smobilitare il campo. Forse
pensano di mandare degli uomini ad Orano, quando il terreno sarà
sgombro, per scovare i diamanti nascosti dal Colonnello Stephens in un
pozzo: li avevano cercati inutilmente, per anni, durante la guerra. Meono
su un’operazione coperta che, se riuscisse, e questa è l’ironia, li
condurrebbe ad un altro risultato, imprevedibile: il rinvenimento della
prima parte del diario, con la sola testimonianza rimasta della strage.
– Anche i francesi sanno tuo, così aveva scrio Oliveri nel suo
messaggio: del diario, della strage, delle intenzioni degli inglesi; e corrono
ai ripari.
– Hanno molto da perdere; dalla loro, contro gli inglesi, hanno una sola
carta da giocare, la strage. La scoperta del campo militare, gestito da un
loro emissario, provocherebbe uno scandalo internazionale, che
travolgerebbe il silenzioso governo algerino; e poi ci sono i diamanti,
sporchi di sangue. elli usati dagli africani per pagare le armi torneranno
a casa, con i trafficanti. Il tesoro di Stephens, però, potrebbero rivendicarlo
gli algerini, legiimamente.
– Una situazione difficilissima.
– I francesi potrebbero aver deciso di meere in scena una commedia:
fingono di cedere a chi sa quali richieste inglesi, per non insospeirli, e nel
fraempo, cercano di arrivare al diario. Provano a rubarlo dal deposito di
Gianmarco, ma non ci riescono: è più sicuro della Torre di Londra.
Cambiano strada, ma commeono una lunga serie di errori.
– Il primo è scegliere un uomo ricaabile, Francesco Oliveri: troppo
fragile, dopo la ragazza in coma, lo scandalo, la droga.
– Lo meono al posto dell’ignaro Guido Mori. ando Francesco punta
i piedi, i francesi lo minacciano, spedendo le nostre fotografie alla
segretaria; e potrebbero spedirle anche alla moglie, questo intendono. Ma
Francesco reagisce, prova ad avvertirmi del pericolo che corro, e i francesi
mandano a Palermo Adèle, Magdalene Chaillers, per ripetere il gioco:
omicidio e sostituzione. Adèle compra la sua pistola a Palermo e la gea
via dopo l’omicidio, ed è il secondo errore. Uccide un morto, ed è il terzo
errore; il quarto è farsi notare da un testimone, ucciso anch’egli,
inutilmente. ando noi arriviamo sulle tracce dell’armaiolo, però, non
sono i francesi a meersi in mezzo. Ed era questo che non mi tornava.
– Sono stati gli inglesi ad intervenire.
– Erano qui da tempo: ricordi il biglieo in albergo? Ti sono vicino,
diceva.
– Chiaro. È la regola del conflio, o del silenzio, se vuoi: gli inglesi
sanno di quel che hanno fao i francesi a Palermo, sanno dell’assassinio di
Francesco Oliveri, e quando noi imbocchiamo la via giusta – che parte
dall’armaiolo, Muffeini o Treppiedi –, loro intervengono, ammazzandoli
entrambi, per fermarci, e per confondere ulteriormente le acque; ed è
come se dicessero che la partita si gioca al tavolo, mai fuori.
– E fin qua ci siamo. Ma chi ha ammazzato i due inglesi?
– alcuno che stava loro addosso, da tempo. Potrebbero esser stati i
francesi, no? – Lo dice e non ci crede, Paternò.
– Certo, potrebbero esser stati loro. Io, però, ci ho fantasticato sopra,
dopo aver parlato con Bevacqua. Lui sostiene che l’Italia ha difeso la sua
sovranità, e le sue alleanze. Credo che dica il vero. Penso che siano stati gli
italiani a far fuori gli inglesi: in fondo, erano già intervenuti, con le armi,
dopo il quinto errore dei francesi: il mio sequestro. E in questo modo,
avrebbero lanciato anche loro un messaggio: «Fuori tui!».
– Salvandoti la vita, probabilmente, e chiudendo il cerchio. Ma a te non
sta bene lasciar le cose come stanno. O no?
– Non è a me che devi chiederlo, Giuliano. esta faida sarà giustizia
per gli africani trucidati in massa con le armi di Orano? Per Francesco,
Guido e il testimone di piazza Rivoluzione? Per tui i morti? Per le loro
famiglie?
– Il testimone, quasi ce ne dimenticavamo! Chi l’ha ucciso, secondo lei,
cara Miss Marple? – Si allunga sul sedile, il commissario, e accavalla le
gambe, cinico in posa fotografica.
– Abbiamo identificato, con certezza, solo due degli assassini in gioco:
Adèle e Paul Fraud. Se non loro, avranno sparato gli italiani.
– Li punirai tui, con questo compact disc?
– Ho ancora degli amici, tra i giornalisti. Ieri ne ho chiamato uno: Bill
Armstrong, del «New York Times»; anni fa l’avevo accompagnato in giro
per la Sicilia, per un’inchiesta. È stato davvero molto gentile. Gli ho
spedito una busta con un cd, in esclusiva. Falso miente e destinatario
sconosciuto: un suo amico. Ti spiace se ci fermiamo ad un telefono
pubblico? Sai, per gli aggiornamenti, le novità algerine.
– Sai cosa sto pensando? est’auto dev’esser piena di cimici e
trasmienti. Non credo che la nostra Range Rover si sia guastata così,
d’improvviso, per caso. Gli uomini di Shakri avranno roo qualcosa, e lui
era lì, pronto, con le chiavi della sua jeep tra due dita.
Sorride.
– Ma è questo il bello. Shakri ha piazzato microfoni e trasmienti per
ascoltarci, per esser sicuro che avessimo capito. Perché, altrimenti –
secondo te – ci avrebbe raccontato tuo? Perché si sarebbe esposto così
tanto, anche sul suo Paese, sulle complicità tra la parte grigia del suo
governo, i grandi trafficanti e l’amatissimo nemico francese? Shakri
s’aspea che facciamo il nostro dovere! Giusto, signor delegato?
La cabina che ci è assegnata, sulla roa per Barcellona, è più piccola di
quella occupata nel viaggio da Palermo, e ha due lei a castello.
A Giuliano, per l’eccitazione, non tira.
– Stanoe si dorme.
Capitolo XVIII
Il viaggio fino a Cabo Verde, via Spagna e Portogallo, è durato oo
giorni, con due valigie che nascondono un tesoro. Abbiamo applicato alla
leera le prescrizioni del Manuale del buon fuggiasco, cambiando
direzione più volte, mutando il nostro aspeo e liberandoci d’ogni cosa
che potesse lasciar tracce: documenti, cellulari, carte di credito. alcuno,
per i notevoli servigi resi alla sua parte, non so quale, ce ne ha regalati di
nuovi, raccomandandoci di farne buon uso.
Mi restano solo i segni dell’ultima bastonatura. Poco male. ando vuoi
liberarti delle camicie di forza che ti sei cucita addosso – legami,
presunzioni, errori – per ripartire da zero, in te miracolosamente prende a
scorrere l’energia di un reaore nucleare. Io ho ricominciato pensando ai
miei nonni angeli, al loro primo viaggio insieme, ad Orano.
Sembrava finita, quando ho chiamato i miei genitori, a Perugia, in casa
di un’amica, ad un giorno e ad un’ora che ci erano stati comunicati.
Sembravano molto ansiosi di avere mie notizie. el poco che sapevano,
li aveva spaventati, più della mia scomparsa improvvisa, e di tua quella
polizia intorno.
– Che cosa vi hanno raccontato?
– Nulla. Abbiamo leo, piuosto. Un tuo amico, americano, ci ha
spedito un giornale.
– Gli avevo dato il vostro indirizzo, scusatemi.
– C’è un articolo con una storia incredibile.
L’hanno spedito via fax. L’introduzione è anonima, da aribuire alla
Direzione.
LE GUERRE SEGRETE DI PARIGI E I SILENZI DI LONDRA
A Palermo, un’inchiesta su una lunga catena di morti sembrava essersi arenata definitivamente:
nessun colpevole, dopo il nulla di fao delle indagini. Ma l’intuito di un magistrato, e la sua
fermezza nel respingere ogni forma di pressione, hanno consentito che si facesse luce su un intrigo
internazionale di prima grandezza. Tuo comincia da un diario, quello di un prigioniero italiano nel
campo anglo-americano di Orano, in Algeria, durante la seconda guerra mondiale, e finisce per
svelare i reali interessi auali di diversi paesi su una parte importante del continente africano e, in
particolare, gli interessi della Francia, che in cambio di diamanti ha fornito armi sia ai governi sia
alle fazioni antigovernative di almeno cinque paesi. Anche l’Inghilterra ha giocato pesante. La
storia è davvero molto interessante. E prima di raccontarvela va deo che per 12 ore abbiamo
inutilmente aeso una risposta ufficiale del ai d’Orsay, del Foreign Office, della Farnesina e di
altri Ministeri degli Esteri: in primo luogo, di quello algerino.
Francesco Oliveri era passato in pochi mesi dal Codice Civile a ben altri codici: quelli usati per
comunicare con il servizio segreto francese. Era un avvocato, e finì ucciso in una piazza di Palermo.
La piazza per eccellenza, nell’antico Mercato popolare della Vucciria. In francese, Vucciria,
Boucherie, si traduce macelleria…
C’è una doppia firma in fondo all’articolo, sulla prima pagina del «NYT»:
quella di Bill Armstrong e la mia, Lorenza Serianni. Devo aver dimenticato
di dirgli che ho cambiato mestiere.
Capitolo XIX
Siamo a Cabo Verde da tre mesi, oramai, e forse resteremo qui a lungo:
non è Malindi, quest’isola, e gli italiani sono pochissimi, e non fanno
colonia.
L’ultima tessera del mosaico è una leera del commissario. È stato lui a
mostrarmela, sullo schermo del suo piccolo computer da viaggio: l’ha
scria poco dopo il nostro arrivo. Mi ha giurato d’averla subito spedita al
destinatario, e di non aver più alcun obbligo, con questo.
Spe. Ufficio 7
Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare
SEDE
Oggeo: Rapporto conclusivo. Caso «Orano».
Il sooscrio, PATERNÒ Giuliano, Commissario Capo P. S. presso la Sezione
Omicidi della Squadra Mobile di Palermo, per quanto di propria competenza,
relativamente alla richiesta di collaborazione avanzata da codesto SERVIZIO
per la vicenda di cui all’oggeo, invia rapporto conclusivo su positivo esito
indagine e servizio di protezione testimoniale di «SERIANNI Lorenza».
Segue Rapporto. N. 18 pagine.
Ora capisco le sue tante licenze, le rivelazioni, i giudizi, l’avermi esposta,
per proteggermi, il nervosismo e i contrasti con quegli altri, il gruppo «B».
Al suo posto, avrei tenuto per me il segreto, ma gli uomini innamorati
confessano sempre, si sa, anche le sveltine.
Post scriptum
È vera, pure se in diversa forma, la sola storia del nonno: fu caurato
dagli inglesi, lui soldato e fascista, dopo l’affondamento della sua nave,
maltraato e rinchiuso in un campo di prigionia, ad Orano, dove rubò in
abbondanza e imparò a cucinare (ne ho dolcissimi riscontri), e vera è la
vicenda del soldato assetato, e percosso per avere imbevuto un fazzoleo;
falsa, naturalmente, la parte del tesoro.
a e là ci sono dei brevi spunti biografici, misti ad autentici fai di
cronaca.
I piccoli echi, le citazioni, i riferimenti leerari o storici non alludono a
chi sa quante allegorie, incastrate soo la superficie del testo: sono, per lo
più, parte di un divertimento, in un Pantheon tuo mio, affollato di morti
e di vivi. Il resto – intendendosi con ciò i personaggi principali e
secondari, i due romanzi citati (Sangue nella palude, Il Cancelliere), molti
dei tanti aneddoti, la descrizione di Orano, mai vista – è fruo
d’invenzione, così come la scena e l’azione dell’intrigo calato in questa
nuova guerra fredda, che stiamo vivendo davvero, e che ancora una volta
oppone ideologie e massacra uomini e donne, con il solito pretesto del
paradiso in terra.
Le nostre categoriche categorie perciò non se la prendano troppo con i
singoli maltraamenti espiatorii, farmaceutici: Yin e Yang danno vita al
mondo (e in Occidente, forza alle cosiddee passioni civili).
Vorrei ringraziare chi ha dubitato, leo, annotato e incoraggiato; chi si è
visto rubare del tempo in cambio di quasi niente, carta e inchiostro (bianca
campagna e nera semenza, scrisse Sciascia). Ma quest’anno i
ringraziamenti sono stati dichiarati fuorilegge, e dunque, chi si riconosce,
apprezzerà.
Dimenticavo.
Gli autori americani contemporanei di thriller e spy story trovano le
robe occorrenti alla messinscena con cura maniacale, viscontiana,
ricostruendo precisamente il contesto e i singoli fai evocati: grandi
scenari e deagli infinitesimi, dal codice identificativo del volo fino al
numero esao di divisioni su un terreno di guerra. Non ne sbagliano una.
Pazienza.
Indice
Lorenza e il commissario
Dedica
Epigrafe
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Capitolo VI
Capitolo VII
Capitolo VIII
Capitolo IX
Capitolo X
Capitolo XI
Capitolo XII
Capitolo XIII
Capitolo XIV
Capitolo XV
Capitolo XVI
Capitolo XVII
Capitolo XVIII
Capitolo XIX
Post Scriptum