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Georges Simenon LE PERSIANE VERDI Traduzione di Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio Adelphi eBook
TITOLO ORIGINALE: Les volets verts Quest’opera è protetta dalla legge sul diritto d’autore È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata In copertina: Meret Oppenheim e Louis Marcoussis ritratti da Man Ray (Parigi, 1933) Collezione privata © MAN RAY by SIAE 2018 Prima edizione digitale 2018 Les volets verts © 1950 GEORGES SIMENON LIMITED All rights reserved Le persiane verdi © 2018 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO All rights reserved www.adelphi.it GEORGES SIMENON® All rights reserved ISBN 978-88-459-8005-3
LE PERSIANE VERDI
AVVERTENZA Alcuni amici che hanno letto il romanzo in bozze mi hanno fatto notare che qualche lettore sprovveduto, malevolo o semplicemente convinto di saperla lunga potrebbe scambiare, o fingere di scambiare, il mio libro per un romanzo a chiave e identificare il personaggio di Maugin con il tale o il talaltro attore famoso. La formula che si usa in casi del genere – «Questa è un’opera di fantasia e ogni riferimento eccetera eccetera» – ormai non basta più. Ci tengo quindi a dichiarare categoricamente, in apertura di un libro a cui a torto o a ragione attribuisco una certa importanza, che Maugin non è ispirato né a Raimu, né a Michel Simon, né a W.C. Fields, né a Charlie Chaplin, che considero i più grandi attori del nostro tempo. E tuttavia, proprio a causa della loro grandezza, non è possibile creare un personaggio dello stesso calibro, che faccia lo stesso mestiere, senza prendere in prestito dall’uno o dall’altro certi tratti o certi tic. Tutto il resto è pura finzione, lo ribadisco, dal carattere del protagonista alle sue origini familiari, dalla sua infanzia ai singoli episodi della sua carriera, dai particolari della sua vita pubblica e privata a quelli della sua morte. Maugin non è né il tale né il talaltro. È Maugin, punto e basta, ha pregi e difetti che appartengono solo a lui e di cui io sono l’unico responsabile. Non ho deciso di scrivere queste righe per evitare che qualcuno mi quereli, come peraltro è già successo, ma per amor di verità, per rispetto della memoria di coloro, tra i personaggi appena citati, che sono morti e della personalità di coloro che sono ancora vivi. Georges Simenon
11 maggio 1950
PARTE PRIMA
1 Era strano: il buio che lo circondava non era il buio immobile, immateriale, negativo, a cui siamo abituati. Gli ricordava piuttosto il buio quasi palpabile di certi incubi della sua infanzia, un buio minaccioso, che a volte di notte lo assaliva a ondate come a volerlo soffocare. «Può rilassarsi ora». Ma non poteva ancora muoversi. Solo respirare, il che era già un sollievo. Stava con la schiena appoggiata a una parete liscia, di cui non avrebbe saputo specificare la materia, e contro il petto nudo sentiva il peso dello schermo, che, con il suo chiarore, gli permetteva di intravedere la faccia del medico. Chissà, forse proprio per via di quella luminescenza il buio nel quale erano immersi sembrava fatto di una nebbia molle e avvolgente. Perché il dottore lo costringeva a restare così a lungo in quella posizione scomoda senza dirgli una parola? Poco prima, sul lettino di pelle nera dello studio, Maugin si sentiva ancora tranquillo, parlava con la sua vera voce, quel vocione burbero che aveva sulla scena e nella vita, e osservava divertito Biguet, il famoso Biguet, che aveva curato e curava tanti personaggi illustri. Era un uomo simile a lui, pressappoco della stessa età, come lui venuto dal niente, un campagnolo, figlio di una donna che un tempo faceva la serva in una fattoria del Massiccio Centrale. Non aveva la voce di Maugin, né la sua statura, la sua stazza e il suo faccione quadrato, ma, tracagnotto e irsuto com’era, conservava le tracce delle sue origini contadine e del suo dialetto. «Riesce a restare immobile in questa posizione per qualche minuto?». Maugin dovette tossire per schiarirsi la gola prima di rispondere di sì. Benché fosse seminudo e a contatto con lo
schermo freddo, aveva la pelle coperta di gocce di sudore. «Fuma molto?». Ebbe la sensazione che il professore gli facesse quella domanda senza un vero motivo, senza convinzione, solo per metterlo a suo agio, e si chiese se stesse per fargliene un’altra, più importante, quella che stava aspettando fin dall’inizio della visita. Non era un appuntamento qualsiasi. Erano le sette di sera, e la segretaria del dottore era andata via da tempo. Maugin conosceva già Biguet: lo aveva incontrato due o tre volte in occasione di una prima o a qualche ricevimento. Da mesi pensava di telefonargli e quel pomeriggio, tutt’a un tratto, si era deciso. «Le dispiacerebbe dare un’occhiata al mio cuore?». «Sta lavorando in teatro in questo periodo, giusto?». «Sì, ogni sera, tranne il sabato e la domenica che ho la diurna». «E sta anche girando un film?». «Ho le riprese tutti i giorni al teatro di posa delle ButtesChaumont». «Riuscirebbe a passare da me tra le sei e mezzo e le sette?». Come al solito si era fatto accompagnare con la macchina della casa di produzione. Non aveva mai imparato a guidare, per cui faceva inserire in tutti i contratti quella clausola, che gli permetteva di risparmiare le spese di auto e autista. «Al Fouquet’s, signor Émile?». Le persone che avevano spesso a che fare con lui ritenevano più opportuno chiamarlo signor Émile, come se il suo cognome, Maugin, fosse troppo altisonante per le loro bocche. E anche alcuni che lo avevano incontrato sì e no un paio di volte, appena sentivano parlare di lui, esclamavano: «Ah, sì, Émile!». Aveva risposto di no. Pioveva. Sprofondato nel sedile imbottito della macchina, osservava con uno sguardo spento le strade bagnate, le luci deformate dal finestrino, le vetrine dei negozi, dapprima quelle povere e squallide dei quartieri popolari – latterie, panifici, botteghe di alimentari e bistrot,
soprattutto bistrot –, poi quelle più sfavillanti del centro. «Lasciami all’incrocio tra boulevard Haussmann e rue de Courcelles». Neanche a farlo apposta, mentre attraversavano place SaintAugustin, aveva cominciato a piovere così forte, con gocce così grosse, che il selciato pareva la superficie di un lago. Allora era stato tentato di dire all’autista di fermare la macchina davanti al palazzo del professore: sarebbe stato così semplice. Ma sapeva che non lo avrebbe fatto. Benché alle sei avesse bevuto due bicchieri di rosso nel suo camerino del teatro di posa, il malessere cominciava già a farsi sentire: un senso di vertigine, un’angoscia che gli serrava il petto, come un tempo quando aveva fame. «Scende qui?». L’autista era sorpreso. Lì all’angolo c’era soltanto una sartoria con le imposte chiuse. Ma, poco più avanti, in rue de Courcelles, Maugin scorgeva l’insegna male illuminata di un piccolo bistrot. Per non farsi vedere da Alfred, aveva aspettato qualche istante all’incrocio, in piedi, enorme, mentre l’acqua gli riempiva la falda del cappello e iniziava a gocciolargli sulle spalle. La macchina era ripartita, ma si era fermata quasi subito, proprio di fronte al bistrot, e Alfred vi si era precipitato, a testa bassa e con le spalle curve. Forse aveva sete anche lui o magari aveva finito le sigarette. Nell’aprire la porta si era girato un momento a guardare Maugin, che per darsi un contegno si era incamminato verso il primo portone, come se fosse diretto lì, ma dopo averlo varcato era rimasto acquattato al buio in attesa che la macchina si allontanasse. Solo allora era entrato nel locale, dove di colpo era piombato il silenzio e tutti, ammutoliti, avevano guardato il grande Maugin che, scuro in volto, borbottava con voce roca: «Un bicchiere di rosso!». «Un bordeaux, signor Maugin?». «Ho detto un bicchiere di rosso. Non avete un vino rosso
della casa?». Ne aveva bevuti due. Ne beveva sempre due, l’uno dopo l’altro, tutti d’un fiato, e si era dovuto sbottonare il cappotto per prendere i soldi in tasca. Chissà se mentre lo auscultava il dottor Biguet aveva sentito il suo alito! E chissà se anche lui gli avrebbe rivolto la solita domanda! Si rendeva conto che il fatto di stare lì, con il torace schiacciato fra due superfici rigide, cieco per via del buio, poneva Maugin in una condizione di inferiorità? Probabilmente Biguet ci era abituato. In fondo gli altri suoi pazienti, il presidente del Consiglio, i grandi capitani d’industria, gli accademici di Francia, i politici e i principi stranieri che andavano apposta a Parigi per consultarlo non erano certo di minor calibro. «Respiri normalmente senza sforzarsi. Cerchi di non muoversi, soprattutto il petto». All’inizio nella stanza si sentivano solo due rumori: il respiro regolare del medico e il ticchettio del suo orologio nella tasca del gilet. Ora, invece, da quella specie di nube nera che li avvolgeva arrivava uno strano cigolio, che Maugin non identificò subito e che gli ricordava il suono stridente del gesso sulla lavagna nella scuola del suo paese. Chinò la testa con cautela, scorse, simile a un ectoplasma, la faccia concentrata del professore, la sua mano lattiginosa, e capì che stava tracciando dei segni sulla lastra fluorescente, o forse su un foglio traslucido che ci aveva appoggiato sopra. «Ha freddo?». «No». «È nato in campagna?». «Sì, in Vandea». «Nella zona agricola o in quella delle paludi?». «Paludi al cento per cento. Paludi umide». Qualche minuto prima, nello studio, il dialogo si sarebbe svolto diversamente. Maugin era curioso di saperne di più su quel professore che, nel proprio campo, era eminente più o meno come lui nel suo.
Nell’androne, d’istinto si era fermato qualche secondo a osservare la guardiola della portinaia (perché lì avevano una portinaia, mentre nel suo palazzo, in avenue George V, c’era un uomo con una divisa pretenziosa). In quel momento Maugin era ancora tranquillo, fin troppo tranquillo, forse perché voleva dimostrare a se stesso che il suo cuore non lo preoccupava poi tanto. Già il fatto che Biguet abitasse in boulevard Haussmann era significativo. Era tipico della vera borghesia, la borghesia solida, che non ha bisogno di ostentare la propria ricchezza, che si preoccupa delle comodità più che delle apparenze. Non c’erano colonne corinzie nell’atrio, e le scale non erano di marmo bianco, ma di vecchio legno di quercia con sopra una spessa guida rossa. Da solo nell’ascensore, Maugin ne aveva approfittato per sentirsi l’alito nel palmo della mano e assicurarsi che non puzzasse troppo di vino. Era stato gentile da parte di Biguet dargli appuntamento fuori dall’orario di visita, quando non c’erano né la segretaria né l’assistente. Chissà, forse aveva intuito che Maugin non poteva correre il rischio di leggere sui giornali del giorno dopo che era gravemente malato! Aveva anche evitato di mandare la domestica ad aprirgli la porta, ci era andato di persona con indosso una giacca da camera di velluto nero, come se stesse ricevendo un amico. Nel salotto c’era una sola lampada accesa, e qualche ciocco bruciava placidamente nel camino. «Come sta, Maugin?». Non lo chiamava «signor Maugin», e anche quella era una scelta opportuna, perché entrambi erano ormai oltre simili formalità. «Suppongo che il teatro la reclami e che non abbia molto tempo da dedicarmi. Se vuole, possiamo andare subito nel mio studio». Maugin aveva intravisto un pianoforte a coda, un vaso di fiori e la fotografia di una ragazza in una cornice d’argento. E, dietro le porte chiuse di legno scuro di quercia, immaginava la
vita ordinata e piena di calore di una vera famiglia. «Si tolga la giacca e la camicia». Siccome non era orario di visita, il professore dovette accendere lui stesso una stufa a gas. Non aveva compilato nessuna scheda anamnestica e gli aveva risparmiato il consueto interrogatorio. «Caspita!» aveva esclamato tastando i muscoli di Maugin, che intanto si era steso sul lettino nero. «Sapevo che era robusto, ma non credevo fino a questo punto». Come se sotto la giacca di velluto lui non nascondesse un fisico altrettanto muscoloso! «Inspiri». Non faceva domande. Ma in fondo che cosa c’è da chiedere a una persona che è andata a farsi visitare da Biguet? «Espiri». Lo stetoscopio si muoveva gelido sul petto coperto di lunghi peli. «Ha difficoltà a urinare? Si alza spesso la notte?». E non si interessava solo del busto possente di Maugin, della cassa toracica e delle viscere che conteneva, ma dell’uomo nella sua interezza... del quale, come tutti, conosceva la leggenda. Se ne stava seduto di fronte a lui, chino in avanti, con le gambe leggermente divaricate, e l’attore lo guardava pressappoco con la stessa curiosità. «Vorrei dare un’occhiata lì dentro con il fluoroscopio. Non si rivesta. Spero che nella stanza accanto non faccia troppo freddo». Al contrario mancava l’aria. Ora la matita, o forse il gesso, strideva nel silenzio scandito solo dal loro respiro. Parigi, la pioggia che inondava le strade in cui i lampioni disegnavano stelle, il teatro, laggiù, dove probabilmente c’erano già delle persone in fila davanti all’ingresso, tutto era come sprofondato in un abisso, e restava soltanto quel buio sempre più opprimente, che a Maugin faceva venire voglia di scappare via. «Sessant’anni?». «Cinquantanove».
«Molte donne?». «Un tempo. Mi capita ancora, di tanto in tanto». Biguet continuava a non accennare all’alcol, del resto non diceva niente neppure del suo cuore, di ciò che doveva aver già scoperto in quella mezz’ora di visita. «Ha in programma molti film?». «Quest’anno cinque». Era gennaio. Il film che stava terminando in quel momento rientrava nel contratto dell’anno precedente. «E a teatro?». «Siamo in scena con Baradel & Co. fino al 15 marzo». Da quattro anni ogni inverno riproponevano quella pièce, che aveva ormai superato le mille repliche. «E riesce a trovare anche il tempo per vivere?». Maugin recuperò in parte la sua vera voce, scontrosa e brusca, per bofonchiare: «E lei?». Biguet ce l’aveva il tempo per vivere, al di fuori dell’aula dove faceva lezione, dell’ospedale, delle quattro o cinque cliniche in cui aveva pazienti e del suo studio privato? «Suo padre è morto giovane?». «A quarant’anni». «Il cuore?». «Un po’ di tutto». «Sua madre?». «Fra i cinquantacinque e i sessanta, non ricordo esattamente, in una corsia d’ospedale». Forse gli davano sui nervi quel palazzo in boulevard Haussmann, la portineria con i mobili lucidati a cera, il salotto con il camino acceso e il pianoforte a coda, e perfino la giacca di velluto del dottore... Forse ce l’aveva con Biguet per la sua discrezione, per aver evitato di parlare di vino e di superalcolici... Oppure a irritarlo era solo il suo silenzio, la sua calma, la sua apparente serenità, o la sua fortuna, la fortuna di chi si trovava dall’altra parte dello schermo? In ogni caso ebbe la sensazione di volersi vendicare di
qualcosa quando scandì: «Vuole sapere com’è morto mio padre?». A ben guardare quell’acredine, quella cattiveria che gli impastava la voce, probabilmente gli veniva in gran parte dalla situazione imbarazzante che si era creata con Alfred, dai minuti umilianti che era stato costretto a passare dietro quel portone, aspettando di avere via libera per entrare nel bistrot, dai due bicchieri di vino che aveva tracannato lanciando uno sguardo di sfida ai clienti rimasti a bocca aperta. «Anzi, bisognerebbe dire “com’è crepato”, perché ha tirato le cuoia come un animale. Peggio di un animale». «Abbassi un pochino la spalla sinistra». «Posso parlare?». «Basta che stia fermo». «Le interessa?». «Ho attraversato diverse volte la zona delle paludi in Vandea». «Allora di certo avrà presenti quelle costruzioni che là chiamano capanni. In confronto perfino i tucul del villaggio africano dell’Esposizione coloniale sembrano abitazioni decorose e confortevoli. C’è mai stato in inverno?». «No». «Altrimenti saprebbe perché i letti in Vandea sono così alti che per salirci serve una scaletta. Quando inonda i prati, dopo un po’ l’acqua dei canali penetra nei capanni. Io e le mie sorelle certe volte passavamo intere settimane a letto, senza poter scendere, perché la stanza era allagata. Da quelle parti sono tutti piuttosto poveri. Eppure, nel cascinale dove abitavamo noi, e in un raggio di cinque chilometri, c’era un solo uomo che viveva della carità pubblica: mio padre». Sembrava quasi sottintendere: «Quindi non venirmi a parlare di tua madre che faceva la serva!». «Ha mosso la spalla sinistra». «Così va bene?». «Un po’ più su. Ecco, così». «La sto annoiando?».
«No, anzi». «Faceva il bracciante a giornata, ma non trovava quasi mai lavoro perché alle prime luci dell’alba era già sbronzo. In paese era diventato una macchietta, e la gente gli pagava da bere per divertimento. Dico mio padre, ma va’ a saperlo, visto che a casa di mia madre gli uomini entravano e uscivano come al bordello, con la differenza che da lei era più vicino e più economico che a Luçon». «È morto nel suo letto?». «Macché, in una pozzanghera, un giorno di gennaio, a pochi metri dal locale dove aveva fatto il pieno. È caduto con la faccia nel fango e non si è più rialzato. Io avevo quattordici anni. C’era acqua dappertutto. Mia madre mi mandò a cercarlo con una lanterna. Il vento soffiava dalla costa. Intravidi un faro sul canale, l’ombra di una barca. Sentii delle voci. Gridai, e mi risposero. Un paio di uomini stava riportando il corpo di mio padre, in cui erano inciampati uscendo da quel locale. «Giaceva freddo sul fondo della chiatta, perciò chiesi: «“È morto?”. «Quelli si guardarono sogghignando. «“Per adesso non può essere morto” disse uno di loro. «“Ma è gelido!”. «“Gelido o non gelido, sono affari suoi, per noi è vivo finché non abbiamo passato il confine. Deve crepare nel suo paese, ragazzo, non nel nostro. Da noi nessuno ha voglia di pagare il funerale ai pezzenti di fuori”. «Solo che, quando cercarono di sbarcarlo, la gente del posto non ne volle sapere. «“Riportatelo dove è morto”. «“Chi ha detto che è morto? Non è stato ancora visto da un dottore!”». Era la sua famosa voce. Quel suo accento che non era l’accento di nessun luogo, ma soltanto suo. Mai in scena le parole gli erano venute fuori così gravi, così profonde, in modo così diretto e secco. «Quella notte me ne andai. Non so alla fine che cosa ne fecero».
«A quattordici anni?». «Avevo in tasca i venticinque centesimi che mi aveva dato Nicou per toccare mia sorella». Fu colto da uno scrupolo perché non era andata esattamente così, ma avrebbe dovuto dare troppe spiegazioni, e il racconto avrebbe perso efficacia. Gaston Nicou, un ragazzo pressappoco della sua età, aveva una sorella di quindici anni, Adrienne, con la faccia da deficiente, il corpo grasso e la pelle screpolata. «Se mi paghi venticinque centesimi» gli aveva detto una volta Nicou «ti do il permesso di divertirti con mia sorella. Per cinquanta te la puoi anche sbattere, tanto lo so che non li avrai mai cinquanta centesimi!». Maugin li aveva rubati, non una ma più volte. Possedeva la ragazza sotto gli occhi indifferenti del suo amico, che si faceva tintinnare le monete nella tasca. Non gli era venuto in mente che sua sorella maggiore, Hortense, aveva la stessa età di Adrienne, e che avrebbe potuto approfittarne anche lui. Solo quando l’aveva trovata insieme a Nicou con il vestito tirato su fino alla pancia, il senso di giustizia lo aveva spinto a pretendere i soldi. «Venticinque centesimi, non di più» aveva acconsentito l’amico. «Con lei non c’è verso di andare fino in fondo. Non so, ma ha qualcosa che ti blocca». Era madido di sudore. Il viso di Biguet, circondato da un alone luminoso, sembrava farsi più nitido, come quando si mette a fuoco l’immagine sul vetro smerigliato della macchina fotografica, poi una mano bianca fece scattare un interruttore, e di colpo furono entrambi investiti da una luce cruda. «Ora possiamo tornare di là». Biguet aveva in mano un foglio spesso, traslucido, solcato da grossi tratti di matita blu. Maugin non capiva se evitasse il suo sguardo di proposito o solo perché adesso, dopo quell’esame, il suo aspetto esteriore non gli interessava più. Mentre Maugin si rivestiva, si sedette alla scrivania, prese un righello e, alla luce della lampada, tracciò qualche altra linea. «Mi devo preoccupare?».
Finalmente Biguet alzò la testa e guardò l’attore, che stava in piedi davanti a lui, monumentale, con la fisionomia che tutti conoscevano, la faccia larga, i lineamenti da imperatore romano, i grandi occhi, che per la stanchezza sembravano posare sulle cose uno sguardo immobile, e infine quella sua smorfia così particolare, che faceva pensare al tempo stesso a un mastino ringhioso e a un bambino infelice. «Non ci sono lesioni cardiache». Questa era la buona notizia. E la cattiva? «L’aorta, benché sia un po’ ingrossata, è ancora abbastanza elastica». «Quindi non ho l’angina pectoris?». «Per il momento no. L’elettrocardiogramma ci darà la conferma». Poi aggiunse, stavolta a voce alta, senza prendersi la briga di assumere un tono distaccato: «Maugin, lei mi ha detto poco fa che ha cinquantanove anni. Ma il cuore che avevo davanti era quello di un settantacinquenne». Lui non ebbe alcuna reazione. Gli parve solo tutt’a un tratto di avere un groppo in gola, ma non si mosse, non trasalì, rimase esattamente come prima. «Ho capito». «Tenga conto che un uomo di settantacinque anni ha ancora tempo da vivere, a volte parecchio tempo». «Già. Ogni tanto sui giornali si vede la fotografia di un centenario». Biguet lo guardava con aria grave, senza falsa commiserazione. «In altre parole posso ancora vivere, a patto di essere prudente». «Sì». «Di evitare gli eccessi». «Di non fare una vita frenetica». «Di avere dei riguardi». «Alcuni». «Insomma mi prescrive l’astinenza? Niente donne, niente
tabacco, niente alcol? E immagino che dovrò astenermi anche dal troppo lavoro e dalle emozioni?». «Non le prescrivo proprio niente. Guardi, questo è il contorno del suo cuore. Questa tasca è il ventricolo sinistro, e qui, in rosso, può vedere come dovrebbe essere alla sua età. Lei è un uomo eccezionale, Maugin». «Niente pillole né intrugli vari?». Le tende alle finestre dovevano essere molto spesse, perché non lasciavano trapelare nulla del mondo esterno, non si percepiva minimamente che lì fuori Parigi brulicava di vita. «Mi ha detto che deve fare cinque film. E che ha le repliche dello spettacolo fino al 15 marzo. Che cosa potrebbe modificare nel suo stile di vita?». «Niente!». «Da parte mia, l’unica cosa che posso fare è evitarle il dolore o il fastidio degli spasmi». Buttò giù una ricetta su un blocco, strappò il foglio e glielo tese. «Non crede di essersi preso una rivincita sufficiente?». Aveva capito. Anche lui si era dovuto prendere una rivincita, ma probabilmente si era ritenuto soddisfatto il giorno in cui, a ventotto anni, era diventato il più giovane professore di medicina. Che altro potevano dirsi? Nessuno dei due voleva guardare l’orologio. Maugin non sapeva come chiedere al dottore quanto gli doveva. E intanto, al di là delle porte pesanti e ben oliate, era pronta la cena, e forse la cuoca cominciava a spazientirsi davanti a un arrosto che rischiava di cuocere troppo. «Un uomo di settantacinque anni non è necessariamente un uomo finito». Era meglio andare. Altrimenti sarebbero stati costretti, l’uno e l’altro, a pronunciare frasi di circostanza. «La ringrazio, Biguet». Era la prima volta che lo chiamava così, e per lui era meno naturale che per il suo interlocutore chiamarlo Maugin, forse perché sui giornali e sui manifesti il nome dell’attore appariva abitualmente senza alcun appellativo.
Una stretta di mano rapida, quasi spiccia, per pudore o per ritegno. «Se dovesse aver bisogno, mi chiami in qualsiasi momento». Non gli proponeva nemmeno di vedersi in una situazione diversa, di andare a cena da lui, per esempio. Meglio così! Quando furono l’uno di fronte all’altro nel vano della porta, si limitò a dargli una pacca sulla spalla dicendo: «Lei è un grand’uomo, Maugin!». Non restò a guardare la pesante sagoma dell’attore che si allontanava, che premeva il pulsante dell’ascensore e che, nel corridoio di quel palazzo di boulevard Haussmann, appariva solo come nell’angosciante deserto degli spazi interplanetari. Poco dopo una mano sudata si posava sulla maniglia della porta del bistrot di rue de Courcelles, e da dietro il bancone il proprietario, sforzandosi di non sembrare sorpreso, diceva con troppa solerzia: «Un bicchiere di rosso, signor Maugin?». Dopo averlo servito, non rimise a posto la bottiglia, come se conoscesse le abitudini dell’attore, che invece era entrato per la prima volta nel suo locale quel giorno e ora non staccava gli occhi dalla bottiglia. Non avrebbe saputo dire se aveva smesso di piovere, non ci aveva fatto caso, ma la stoffa del suo cappotto era coperta di goccioline. Non aveva avuto neanche il tempo di cenare. E ormai era troppo tardi. I primi spettatori stavano già prendendo posto nelle file ancora vuote del teatro, dove le loro voci echeggiavano. «Un altro?». Maugin alzò lo sguardo su quell’uomo dal viso arrossato, quasi violaceo, un campagnolo anche lui, presumibilmente arrivato a Parigi come vetturino o come domestico. Gli si leggeva negli occhi una sorta di complice familiarità. Aveva un aspetto davvero sgradevole, un’espressione volgare. Si capiva che era fiero di stare lì con la bottiglia in mano, di essere lui a versare da bere al grande Maugin, che aveva lo sguardo velato. «Ehi,» avrebbe esclamato appena l’attore fosse uscito
«l’avete visto? Era lui, certo. È fatto così. Ogni sera è lo stesso. Il pubblico in sala non se ne accorge. Dicono che sennò non riesce a recitare». Maugin strinse il pugno sul bancone; lo strinse così forte che le nocche gli si fecero livide, per vincere la tentazione di strappare la bottiglia al tizio e spaccargliela in testa. Una volta l’aveva fatto davvero. La polizia si era trovata in una posizione difficile. Il giovane Jouve, il suo segretario, aveva fatto il giro delle redazioni dei giornali per evitare che divulgassero la notizia. Il proprietario si chiedeva perché ora se ne stesse lì immobile, a fissare il vuoto, respirando profondamente, e tirò un sospiro di sollievo quando lo vide vuotare d’un fiato il bicchiere, il secondo bicchiere, per poi tenderglielo di nuovo. «Buono?». Non gli veniva risparmiata neanche quella domanda, né il sorrisetto viscido che l’accompagnava. Bevve il terzo bicchiere a occhi chiusi. Poi ne bevve un quarto e solo allora si eresse in tutta la sua altezza, spinse il petto in fuori, gonfiò le guance e tornò a essere quello che tutti erano abituati a vedere. Si guardò attorno, osservando le facce che fluttuavano tra le nuvole di fumo, e contrasse le labbra in una smorfia, la sua famosa smorfia, feroce e patetica insieme, che alla fine produsse l’effetto desiderato, li fece ridere, come a teatro faceva ridere la platea, il tipico riso nervoso di chi per un attimo ha avuto paura. Non tralasciò nessuno dei particolari per i quali era famoso, nemmeno l’avarizia, e per accontentarli, per non deluderli, tirò fuori dalla tasca le monete una per volta, contandole e separandosene come a malincuore. La lacrima che poco prima, quando aveva alzato la testa, gli tremolava sulle ciglia aveva fatto in tempo ad asciugarsi, e nessuno l’aveva vista. Come quando era in scena, tuonò senza rivolgersi a nessuno in particolare: «Taxi!».
E subito un tassista, che stava bevendo un calvados in un angolo, afferrò il berretto e si alzò. «Al suo servizio, signor Maugin». Pioveva ancora. Adesso era solo, al buio, sprofondato in quel taxi, dove i finestrini deformavano le luci, mutandole in tratti aguzzi che si intersecavano, in frecce e a volte in cascate di stelle. Su tutte le colonne Morris vedeva cartelloni zuppi con su scritto in nero, a caratteri cubitali: Maugin... Maugin... E, sulla colonna seguente, di nuovo Maugin. Maugin, in lettere ancora più grandi, su un muro. Poi finalmente Maugin, a caratteri luminosi, sulla pensilina del teatro. «La sua posta, signor Maugin...» disse il portiere all’ingresso degli artisti. «Buonasera, signor Maugin...» si affrettò a salutarlo il direttore di scena. Le ragazze che nella terza scena interpretavano le dattilografe si scostarono per farlo passare, seguendolo con lo sguardo. «Buonasera, signor Maugin...». Béhar, un giovane con i capelli lunghi appena uscito dall’Accademia che tremava ogni volta che entrava in scena, benché dovesse dire sì e no tre battute, lo salutò emozionato: «Buonasera, signor Maugin...». Maria invece, la sua vestiarista, bassa e grassa come una trottola, non gli fece neanche un cenno di saluto e continuò a rassettare il camerino, evitando ostentatamente di guardarlo. Solo quando lui si fu seduto alla toeletta si degnò di lanciargli un’occhiata attraverso lo specchio. «Bell’aspetto che ha! Dove se n’è andato in giro finora?». Avevano la stessa età e passavano il tempo a rimbeccarsi come due scolaretti. Ogni tanto lui la metteva alla porta, assumeva un’altra vestiarista, ma resisteva al massimo tre o quattro giorni, dopodiché, quando gli era sbollita la rabbia, mandava Jouve a cercarla con l’incarico di farla tornare a qualunque costo.
«Poco fa è passato il signor Cadot. Non ha potuto fermarsi ad aspettarla perché sua moglie è malata. Stavolta è una cosa seria, pare. Cercherà di tornare a parlarle alla fine dello spettacolo». Con le dita impiastricciate di cerone bianco Maugin si massaggiava lentamente il viso, guardando negli occhi la propria immagine riflessa nello specchio.
2 Uscì tre o quattro volte sul palco a salutare il pubblico con aria insofferente, ansioso di sbarazzarsi di quella seccatura, ma gli spettatori, che si sarebbero meravigliati di vederlo sorridere, continuarono ad acclamarlo entusiasti. Come ogni sera andò a prendere Lydia Nerval dietro le quinte, e il gesto con il quale indirizzò su di lei una parte degli applausi risultò quasi una cinica parodia di quello di rito. Che senso aveva fingere? Gli spettatori erano forse lì per lei? La sua partner era una donnetta qualsiasi, irritante con tutto quel suo gesticolare enfatico, la sua voce stridula e le sue arie di importanza. All’inizio aveva cercato di sedurlo. Un giorno che era riuscita ad attirarlo nel suo camerino gli aveva chiesto senza mezzi termini: «Allora, ti va o no?». E vedendolo assumere un’aria goffa, quella che la gente definiva la sua aria elefantesca, aveva aggiunto: «Non ti piaccio?». Lui le aveva palpato i capezzoli come se fossero le nappe di una tenda. «Non sei abbastanza soda, ragazza mia!». Dopo quella volta lei non gli aveva più rivolto la parola fuori dalla scena, e anche lì, calato il sipario, si ignoravano del tutto. «Signor Émile, c’è una persona che la aspetta davanti al camerino». Era appena finito il secondo atto, che era ambientato in galera. Maugin indossava la divisa a righe dei carcerati e portava una parrucca con i capelli cortissimi, che accentuava i suoi lineamenti spigolosi come se fossero tagliati con l’accetta. «Non si può dire che abbiano fatto un lavoro di fino!» aveva commentato lo spiritoso di turno. «C’è una persona per lei, signor Émile!». «Lo so, grazie».
Ogni giorno era la stessa storia. Degli spettatori stavano già bussando alla porta di ferro che metteva in comunicazione la platea con il corridoio, e alla fine l’avrebbero aperta. Avevano tutti dei biglietti da visita impressionanti, erano personalità di rilievo della provincia o di paesi stranieri, perché i notabili parigini si erano già fatti ricevere da un pezzo. Maugin scese la scala a chiocciola e riconobbe Cadot, che lo aspettava con ansia sulla porta del camerino. Vedendolo avvicinarsi, il giovane aprì la bocca per parlare, ma lui lo bloccò con un gesto, dicendo: «Dopo!». Entrò, chiuse la porta a chiave dietro di sé e, sicuro che Maria fosse lì, senza neanche guardarsi intorno per accertarsene, le ordinò: «La bottiglia!». Non meno sgarbata di lui, Maria andò a prendere il cognac nell’armadio e glielo porse con aria di disapprovazione. Non gli serviva il bicchiere, e lei lo sapeva. Maugin ormai aveva perso ogni ritegno in sua presenza, anzi, sembrava che facesse apposta a bere a canna in quel modo indecente, quasi osceno, per darle il voltastomaco e sentirla brontolare fra i denti: «Cosa mi tocca vedere!». Quella sera disse anche: «Mio marito ci è rimasto, ma lui almeno aveva la scusa che lavorava tutto il santo giorno al mercato del vino». All’inizio, e per diversi mesi, Maugin si era ingegnato per nasconderle la bottiglia, di cui a partire dal secondo intervallo e ogni tanto già dal primo non poteva fare a meno. L’aveva messa di volta in volta in tutti gli angoli non solo del camerino, ma dell’intero seminterrato, nelle tasche dei suoi vestiti e dei costumi di scena, nei cassetti in mezzo alla biancheria, nel cestino della carta straccia e perfino sul davanzale esterno della finestrella che si affacciava su un vicolo cieco, e per bere aspettava di essere dietro la tenda divisoria, dove cercava di non fare rumore nel togliere il tappo o nel deglutire. A un certo punto aveva cominciato a trovare ogni sera la bottiglia ben in vista sulla toeletta. Aveva finto di non
accorgersene, finché Maria non si era decisa a parlarne per prima. «Quando la smetterà di giocare a nascondino come se fossimo all’asilo? Sembriamo due cretini!». Avevano già bussato alla porta diverse volte, con discrezione. Qualcuno cercò di aprirla. Maugin mandò giù un ultimo sorso e tese la bottiglia nel vuoto, senza dire niente. Maria, che conosceva il significato di quel gesto, la nascose mentre lui si infilava una vestaglia macchiata di cerone. «Apri!». Erano quattro o cinque in tutto, fra cui due uomini in smoking e una donna in abito da sera. Senza guardarli, Maugin si tolse la parrucca e cominciò a prepararsi il trucco per il terzo atto, annuendo meccanicamente ai soliti complimenti. Cadot non si era mosso, se ne stava nel corridoio angusto in attesa che i visitatori si allontanassero, e ogni tanto Maugin gli lanciava un’occhiata interrogativa. Centinaia di volte, di fronte a quella gente che invadeva il camerino con l’aria di chi sta visitando un museo, aveva avuto la tentazione di dire: «Signore e signori, mi avete rotto le scatole! Ho appena recitato due atti e ora devo affrontare il terzo, che è particolarmente difficile. Quando finalmente vi sarete decisi a lasciarmi in pace, avrò giusto il tempo di infilarmi il tight con cui fra pochi minuti mi vedrete in scena, mentre Maria mi strangolerà per l’ennesima volta facendomi il nodo della cravatta». Fingeva di ascoltarli e intanto continuava a rimuginare: «Avete mangiato bene a cena? Buon per voi! Io no. Non ho cenato affatto. Sono andato da Biguet. Il famoso Biguet, sì, il professore. Ne avete sentito parlare, vero? Anche lui è una celebrità, in effetti. Però nessuno gli si mette alle calcagna giorno e notte per vedere cosa fa nella vita quotidiana, e tantomeno vanno a chiedergli l’autografo. Tutt’al più gli chiedono un elettrocardiogramma. Sissignori! Un e-le-ttro-cardio-gra-mma! Con una bella tasca floscia al posto del ventricolo sinistro!».
Cadot si alzava sulla punta dei piedi per guardarlo da sopra le spalle dei visitatori, nervoso, impaziente, con una faccia da pretino come Maugin non ne aveva mai viste! «Sta’ tranquillo, giovanotto! Verrà anche il tuo turno, e ti tracceranno dei segni sul petto con la matita blu!». Un mese prima, mentre Cadot usciva dal suo camerino, Maugin aveva chiesto a Maria con un tono serio che l’aveva colpita: «Hai mai visto un cretino simile?». «A me sembra un bravo ragazzo, beneducato, forse troppo beneducato per lei. È questo che la disturba?». Era stato sul punto di dirle tutto. Ma a che sarebbe servito? I visitatori cominciavano ad andarsene fra mille salamelecchi, e lui, continuando ad annuire, ripeteva in modo meccanico, con l’aria compunta di un mendicante a cui viene fatta la carità: «Grazie, signore. Grazie, signora». Poi allargò le labbra in un sorriso di circostanza. Ah, ma guarda!... Gettando un’occhiata al biglietto da visita che aveva davanti, aveva scoperto che il tizio appena uscito era il sindaco di una capitale straniera. E gli altri? Stessa solfa! «Grazie, signore. Grazie, signore». Doveva trattenersi per non dire: «Eccellenza!». Non vedeva l’ora di bere un sorso di cognac e fece chiudere la porta in faccia a Cadot. «Bottiglia!». «Ma cos’ha stasera?». «Stasera, cara Maria, ho settantacinque anni!». «Andiamo di male in peggio, a quanto pare». «Esatto, di male in peggio. Ora vieni a spogliarmi». Usava di proposito parole che la mettevano in imbarazzo. Si sentì bussare timidamente alla porta. «Non vuole che lo faccia entrare?». «Per sorbirmi la solita lagna sulla moglie malata? Se almeno si sforzasse di rendersi interessante inventando qualche nuova scusa. Quante volte ci ha già propinato la storia della moglie malata? Cinque? Sei?».
«Non è mica colpa sua. Non tutti hanno la fortuna di avere una salute di ferro». «Questo è vero! Passami la bottiglia». «E poi l’ultima volta non era malata. Stava per partorire». «Per la quinta volta in sei anni!». «Vorrebbe avere anche l’esclusiva sui figli, ora?». A quelle parole Maugin si fece rosso in viso. Adesso sembrava arrabbiato sul serio, e la donna indietreggiò spaventata. «Non pretendo di avere nessuna esclusiva, è chiaro? Quanto ai figli, sono affari miei! Miei! Miei! E se proprio vuole saperlo, signora Pinchard...». Si interruppe, la sbirciò con la coda dell’occhio e poi si guardò nello specchio allo stesso modo: «La cravatta!». «Stava dicendo...?». «Non stavo dicendo niente. Passami la bottiglia». «Se proprio ci tiene a farsi del male...». «Già fatto! Grazie lo stesso!». Aveva bevuto quattro volte di più delle altre sere e aveva il fiato corto, gli occhi lucidi. Sentì i tre colpi che annunciavano l’inizio del terzo atto, ma lui entrava in scena solo parecchi minuti dopo che si era alzato il sipario. Quell’umile raspare alla porta lo esasperava. Maria sembrava chiedergli con gli occhi: «Apro?». E forse era proprio a causa sua che Maugin non si decideva a dire di sì, si ostinava a tacere con un’espressione torva sul viso, continuando a pulire il cilindro con il risvolto della manica. Il terzo atto era cominciato. A ondate giungeva la risata della platea. Era l’unica risata non dovuta a lui in tutta la commedia e gli strappava sempre una smorfia di disappunto. «Fra poco tocca a lei». «Vuoi suggerirmi anche le battute?». «Nello stato in cui si trova non sarebbe una cattiva idea». Maugin aprì bruscamente la porta, e Cadot, che ci stava appoggiato, per poco non finì lungo disteso sul pavimento. «Stavi origliando?».
«Le giuro, signor Maugin...». «Giurerai più tardi. Fammi passare». Si girò due volte a guardarlo mentre percorreva il corridoio e, quando entrò in scena con il bastone in mano e il garofano all’occhiello, stava ancora bofonchiando: «Che razza di cretino!». Il pubblico, entusiasta, proruppe in applausi. «È stato tutto questo tempo in corridoio? Di’ la verità, l’hai fatto entrare?». «Non ce n’è stato bisogno: mica è rimasto qui a perdere tempo, è corso all’ospedale». «Quale ospedale?». «Non ne ho idea». Per un attimo Maugin immaginò Cadot che correva sotto la pioggia per le strade buie, infilandosi tra le macchine col fiatone. Poi cercò di fare mente locale sui vari ospedali dei dintorni. «Anche considerando l’ospedale più vicino, non avrebbe avuto il tempo di andare e tornare. A meno che non abbia preso un taxi». «Non ha preso nessun taxi». «Sì, sembra improbabile anche a me». Cadot non era tipo da muoversi in taxi, non gli sarebbe nemmeno venuto in mente. Era di quelle persone che piuttosto aspettano l’autobus per mezz’ora sotto un lampione. «Forse sono io che ho capito male: magari ha detto che andava a telefonare all’ospedale». Imbrogliavano sempre. Cercavano sempre di fregarlo. «Fallo entrare». Lei si affrettò ad aprire la porta per non rischiare che cambiasse idea. «Mi scusi se ho insistito, signor Maugin...». «Sì, lo so. Siediti». Maugin lo guardò sedersi sull’orlo della sedia, alzò le spalle e si asciugò la faccia con un asciugamano di spugna.
«Viviane...». «Dopo». «È che...». «Ho detto dopo! Hai fretta, vero? Qui tutti hanno fretta. Anche Maria ha fretta di tornare a casa per dar da mangiare ai gatti. Ma di me, se sono io ad aver fretta, chi se ne importa!». «Mi scusi, signor Maugin». Doveva trattenersi per non prenderlo a schiaffi. Dopo tanti anni si chiedeva ancora se fosse un ipocrita o un autentico imbecille. «Sei stato da tua madre?». Perché il ragazzo arrossiva a quella domanda? «È all’ospedale con tua moglie?». «No, signor Maugin». «Signor Maugin, signor Maugin, solo questo sai dire?». «Mi scusi, signore». «Che vuole, tua madre?». «Non vuole niente. Non sta bene neanche lei. Le vene varicose le danno il tormento». «E non ti ha incaricato di riferirmi niente?». «No, signore. Cioè...». «Parla!». «Lei è di cattivo umore stasera, e ho paura che...». «Di’ un po’, giovanotto, sei venuto qui, nel mio camerino, per discutere del mio umore?». «Non volevo dire questo. Mi sono espresso male». Maugin era sicuro che, alle sue spalle, Maria gli stava facendo cenni di incoraggiamento. «Allora, tua madre?». «Mi ha incaricato di dirle che, per l’amor di Dio...». «Quando si deciderà a lasciarlo in pace, il buon Dio? Secondo me, anche lui non ne può più di essere chiamato in causa ogni momento. Continua». «Stavolta è davvero grave, signor Maugin». «Cosa è grave?». «Viviane. Il dottore dice che probabilmente dovranno asportarle le ovaie e...».
«Basta! Non sopporto di sentire parlare di queste cose disgustose!». Era vero. Non stava recitando. Del resto non recitava mai del tutto, neppure in scena, neppure sullo schermo. Da che era al mondo aveva sempre provato ribrezzo nel sentire nominare certe operazioni, certi organi, soprattutto femminili. Tutto ciò che riguardava il parto gli dava letteralmente la nausea, e Cadot di solito non parlava d’altro, insisteva come se ci provasse gusto. Una sera Maugin aveva detto a Maria: «Non ti pare che Cadot puzzi di pannolini?». «E sua figlia di che puzza?». Lui si era accigliato e aveva preferito non insistere. «Il cappello!». «Si ricordi che dopodomani c’è la diurna». Questo significava che era giovedì, che stava per finire un’altra settimana. «Vieni con me, tu!». Era uno degli ultimi ad andarsene dal teatro, perché recitava fino al calare del sipario e poi gli ci voleva un bel po’ a struccarsi e a cambiarsi. Il cappotto era ancora umido, il vicoletto che sbucava davanti alla guardiola del portiere era pieno di pozzanghere, e Cadot, per stare al passo con lui, ci sguazzava tranquillamente dentro. «Ti sei mai fatto delle domande, giovanotto?». «Quali domande?». Maugin rabbrividì, investito dalla corrente, poi avvistò un piccolo caffè proprio lì di fronte. «Entriamo un momento». «Il fatto è che...». «Lo so. Hai fretta. Anch’io. E molto più di quanto tu possa immaginare!». Di giorno sfogava il proprio malumore su Adrien Jouve, il suo segretario (che lui ironicamente chiamava sempre signor Jouve). Anche lui era un ragazzo beneducato e zelante fino allo stremo. «Lei è un cretino, signor Jouve!».
Forse uno come Biguet avrebbe capito. Erano troppo ammodo, troppo tirati a lucido. Credevano, o davano l’impressione di credere, a tutto quello che gli era stato inculcato. Due pretini, ecco che cos’erano. E per giunta soddisfatti di se stessi, sicuri di essere sulla retta via, come in una processione, di essere uomini modello da portare ad esempio. Cadot, a trentatré anni, era impiegato al Crédit Lyonnais, in un’agenzia che sembrava avessero aperto apposta per lui in una oscura viuzza del quartiere Popincourt, di fronte al PèreLachaise. Chissà dove aveva scovato Viviane, una ragazza cagionevole di salute, con un occhio un po’ storto, che gli sfornava un figlio all’anno e si nutriva più di medicine che di carne rossa. «Quanti figli hai esattamente?». «Cinque, signore». «Cameriere, due bicchieri di vino rosso!». «No, grazie, per me no». «Ho detto due bicchieri di vino rosso. Belli pieni». In teatro beveva cognac solo perché ne bastava meno per ottenere lo stesso effetto. Al contatto aspro del vino sulla lingua e in gola si sentì subito meglio. «Bevi!». Era davvero pura e semplice cattiveria, la sua? Può darsi, se Cadot non sapeva niente. Ma, se Cadot sapeva, allora era lui a essere una carogna. Maugin non aveva mai osato chiederglielo. Del resto sarebbe stato inutile, perché l’altro gli avrebbe comunque mentito. Gli aveva già mentito in passato (piccole bugie meschine per ottenere piccole somme). Per un lungo periodo il pretesto era stato la casetta di Béconles-Bruyères, che avrebbe permesso alla famiglia di «fare economia e liberarsi dai debiti». «Se solo potessi versare una certa somma tutta in una volta!». Poi i lavori. Il tetto da riparare. L’impianto idraulico difettoso. Il cortile che andava pavimentato perché l’acqua che
ristagnava era un pericolo per la salute di Viviane e dei bambini. Dopodiché, all’improvviso, Cadot aveva annunciato di aver venduto la casa «per pagare le spese dell’ospedale, molto più urgenti». Dietro tutto questo si profilava, nera e minuta, simile a una povera donnina che affitta le seggiole in chiesa, Juliette Cadot, con quel suo passo felpato come se fosse sempre in pantofole e quell’odore di sottane di cui era impregnato l’appartamento di rue Caulaincourt in cui viveva. Solo per un caso forse, anzi molto probabilmente, quella donna non era diventata la signora Maugin, e l’idiota che si sforzava di mandare giù il suo bicchiere di vino senza tossire si sarebbe chiamato Maugin e non Cadot. Era suo figlio. Verosimilmente. Più che verosimilmente, visto che avevano lo stesso naso, un naso di una forma tutt’altro che comune, con la differenza che nel ragazzo era appiccicato sulla faccia insignificante di sua madre. Come avrebbe potuto spiegare a Maria che la vista dell’onnipresente Cadot gli faceva male fin nel profondo delle viscere? E quel ragazzo non si lasciava scoraggiare in nessun modo. Una sera che Maugin l’aveva sbattuto fuori dal camerino, se l’era ritrovato davanti un’ora dopo sotto il portone di casa sua, in avenue George V. Somigliava alla madre. Appartenevano entrambi a quel genere di persone che alla lunga ti stanchi di prendere a calci nel sedere perché non reagiscono. «Fra un’ora, signor Maugin...». Era mezzanotte. Nel caffè c’era un’atmosfera lugubre: all’entrata le grosse gocce d’acqua che cadevano dalla tenda parasole formavano una specie di frangia, il pavimento di legno era cosparso di segatura umida e i pochi clienti dall’aria intontita sembravano lividi nella luce troppo cruda. Fra un’ora cosa? Avrebbero operato Viviane? Non l’avrebbero operata? Per non perdere tempo gli sarebbe bastato semplicemente chiedere: «Quanto?».
Perché alla fin fine tutto quel discorso si traduceva in cifre. Pagare o non pagare. Lui pagava una volta su due, o su tre. Quando non pagava, per diversi giorni non poteva alzare la cornetta del telefono senza sentire la voce di Juliette. Certe volte era andata a cercarlo perfino al teatro di posa, vestita di nero, con un’aria da «vedova povera ma dignitosa». In presenza di altre persone abbassava lo sguardo e lo chiamava signor Maugin. Poi quando erano soli, con due occhi gonfi di pianto degni di una grande attrice, gli poggiava sul braccio la mano scarna e, fissandolo attraverso le lacrime, mormorava: «Émile!». Di sicuro aveva raccontato tutto al ragazzo, doveva per forza essere così. Aveva anche avuto la brillante idea di chiamarlo Émile come lui! «Che schifo!». «Come dice?». «Niente. Dicevo: che schifo!». «Vuole ascoltarmi? Se non mi crede, venga con me all’ospedale. Così potrà vederla lei stesso, parlare con il medico. Le dirà di persona...». Anche lui aveva le lacrime agli occhi mentre guardava con ansia l’orologio appeso sopra il bancone. Se stava recitando, era davvero bravo. Si sentiva l’ansia crescere dentro di lui, penetrargli fin nelle ossa, afflosciargli le gambe, fargli tremare le ginocchia. «Cameriere, altri due!». «La supplico!». A Maugin pareva di sentire la voce di Juliette che spiegava al ragazzo: «Vedi, quell’uomo è tuo padre. Non è sempre stato ricco e famoso. C’è stato un tempo in cui, non avendo dove andare, si intrufolava ogni sera nella mia stanza come un ladro». Per una settimana, a voler essere precisi. Era vero. «Ero giovane, ingenua e pura...». Era vergine, era vero anche quello, e il suo corpo aveva già un sentore di zitella o di vedova.
L’aveva conosciuta sull’imperiale di un omnibus, ai tempi in cui a Parigi c’erano ancora gli omnibus. Quel giorno Maugin portava un vestito a quadretti, un paio di scarpe gialle a punta e una paglietta. Chissà se lei aveva conservato la foto che si erano fatti al luna park di Montmartre! In quel periodo lui cantava in un caffè-concerto in boulevard Rochechouart, dove lo pagavano con birre e panini. Lei invece lavorava da una sarta, in rue Notre-Dame-de-Lorette, e condivideva la stanza con un’amica. «Manda via la tua amica!». Era due volte più alto e più grosso di lei, che per strada gli si aggrappava al braccio con aria languida, imitando le cartoline dell’epoca. Maugin ricordava benissimo la stanza, che si trovava in una specie di pensione familiare: doveva entrare senza farsi vedere e, se non usciva entro le sei del mattino, era costretto a passarci l’intera giornata evitando il minimo rumore. Per fortuna un impresario stava reclutando artisti per una tournée nei Balcani, il genere di tournée che si pianta in asso dopo qualche settimana o qualche mese portandosi via la cassa. Se n’era andato senza dire niente, risparmiandosi gli addii e le lacrime. Quando era tornato, due anni dopo, il suo nome sui cartelloni – scritto per ultimo in caratteri minuscoli – era Alain de Breuille. Gli ci era voluto un bel po’ di tempo – e di faccia tosta e di tenacia – per diventare dapprima Émile Maugin e poi semplicemente Maugin, e un bel po’ di tempo anche per veder comparire, davanti alla porta del suo camerino in un teatro della zona di place des Ternes, una donnina di quarant’anni vestita a lutto. Lui di anni ne aveva quarantatré e nel frattempo era diventato il primo attore della compagnia. «Non mi riconosce, signor Maugin?». No, non la riconosceva affatto e si accingeva già ad autografarle il programma. «Juliette!» aveva detto allora lei con un sorriso commosso.
«Juliette, va bene, sì. E quindi? Mi dica, signora». «Rue Notre-Dame-de-Lorette!». «Sì...». «La pensione della signora Vacher!». Era riuscito giusto in tempo a trattenersi dall’esclamare: «Merda!», perché nell’udire quel nome aveva finalmente avuto l’illuminazione. «Non si preoccupi, signor Maugin. Non sono venuta per me. Ho sofferto molto, ma immagino quanto debba essere complicata la vita di un artista». Aveva sofferto talmente per quella delusione d’amore che, due anni dopo la sua partenza, si era sposata con un certo Cadot, un tale che aveva un buon impiego nella pubblica amministrazione con la pensione assicurata. «L’ho fatto per il bambino, capisce? Cadot è stato generoso. Si è subito offerto di riconoscerlo e di dargli il suo nome». Parlava del figlio come se fosse appena nato, mentre era già un ragazzo di diciotto anni che, diceva lei, era stato di recente assunto in banca e di cui i superiori si mostravano più che soddisfatti. «Vorrei tanto che lei lo incontrasse! È il suo ritratto vivente!». Come se lui, l’originale, fosse morto! Il giorno dopo era seduta in prima fila con il giovanotto accanto e nell’intervallo era andata a presentarglielo. Cadot era morto, lasciando alla moglie la famosa pensione. «Il signor Maugin è un amico d’infanzia, Émile. Non è così, signor Maugin? Non meravigliarti se qualche volta mi capita di dimenticare che adesso è un uomo importante e di chiamarlo Émile. Mi ha conosciuta quando ero ancora una bambina». Che troia! «Sono certa che si interesserà di te e che farà il possibile per aiutarti nella vita». E quel deficiente aveva attaccato con la lezioncina: «Le sono molto grato, signor Maugin, e da parte mia farò in modo di meritare tanta benevolenza». Per prima cosa gli aveva comprato un orologio, perché,
sempre secondo la madre, il ragazzo aveva una tale paura di essere in ritardo in ufficio che quasi saltava i pasti. Già! Poi aveva cominciato a fare figli. E avrebbe continuato a sfornarne uno dopo l’altro se i medici non si fossero decisi ad asportare, a breve, le ovaie a Viviane. Chissà come si sganasciavano dalle risate quei due, madre e figlio, quando si ritrovavano da soli nella topaia di rue Caulaincourt con le porte chiuse e le tende tirate! Sì, perché di sicuro tiravano le tende per paura che la gente di fronte li vedesse ridere a crepapelle! Quelli come loro non ridono mai in pubblico. Tutt’al più abbozzano un sorrisetto triste. Non è così, signor figlio? «Bevi!». «Io...». Gli cacciò quasi a forza il bicchiere in mano, guardandolo negli occhi come se volesse ipnotizzarlo. «Cameriere!». «La prego!». «Cameriere, un altro!». Aveva un’espressione minacciosa e lo sapeva, dato che si vedeva nello specchio. Sapeva anche che sarebbe diventato cattivo, perché stava male, perché era stato male tutta la sera. No, non era il cuore. Non era il petto. Eppure il suo era anche un dolore fisico, lo sentiva dappertutto, nel più profondo di se stesso. Che avrebbero detto tutti quanti, tutte quelle larve che aspettavano chissà cosa, sorseggiando la loro consumazione con lo sguardo perso nel vuoto, che avrebbero detto se ora si fosse seduto per terra, lì, in mezzo alla segatura, o sul marciapiede, sotto la pioggia, e si fosse messo a gridare per lo sfinimento come da tanto tempo desiderava fare, o a ragliare come l’asino che era? «Sono stanco. Stan-co, capite?». Stanco da morire. Stanco di essere un uomo. Stanco di reggersi in piedi. Stanco di vedere e sentire individui come Cadot, e di doversene per giunta fare carico. Avevano delle remore, loro, a tormentarlo? Qualcuno aveva
mai avuto pietà di lui? Lo avevano mai visto andare a chiedere educatamente aiuto a chicchessia? «Eccellenza, mia moglie è malata!». Anche lui si era sposato, aveva avuto addirittura tre mogli, senza contare quella piattola di Juliette, e l’ultima lo aspettava nel suo letto. Di colpo, mentre fissava il duplice specchio dietro le bottiglie, si stupì al pensiero che c’era una persona nel suo letto, una persona estranea, che dormiva, sudava, respirava tra le sue lenzuola. «Bevi, Cristo santo!». Di solito si fermava molto prima. A teatro, senza rendersene conto, si era scolato una quantità di cognac spropositata. Cominciava a barcollare, ed era consapevole che tutti guardavano con aria di disprezzo – o, peggio ancora, di commiserazione – il grande Maugin sbronzarsi in quel modo. «Ti dirò una cosa, giovanotto...». «Sì, signore». «Sei una lurida carogna, e per me puoi andare a farti fottere. Cameriere, tenga pure il resto». Per strada sentì dei passi alle sue spalle e probabilmente si sarebbe messo a correre se un taxi in cerca di clienti non si fosse fermato al momento giusto. Accadde tutto come in un sogno, come nella scena di un film perfettamente congegnata. Fece giusto in tempo a salire e a sbattere lo sportello in faccia a Cadot, che rimase a guardarlo inebetito. «Dove la porto, signor Maugin?». Il tassista lo conosceva. Tutti lo conoscevano. «Dove vuole. Lontano da qui! Da nessuna parte!». E sul momento quelle parole gli parvero sublimi. «Lontano da qui! Da nessuna parte!». Sprofondato nel sedile umido, se le ripeteva sottovoce, continuava a pronunciarle fra sé, come se potessero chiarire finalmente il doloroso mistero del mondo.
3 Qualcuno gli toccava la spalla. Una voce ripeteva per la terza o la quarta volta, in tono sempre più insistente: «Signore, sono le sette». Aveva sentito il clic dell’interruttore e sapeva che fuori era buio, che era inverno, che la sua stanza era come un’oasi di luce soffusa e di calore. Avvertiva il profumo del caffè che Camille, in piedi accanto al letto, gli porgeva su un vassoio, ma non voleva ancora risalire completamente in superficie per paura di quello che lo aspettava, anzi, si sforzava di continuare a nuotare verso gli abissi tiepidi e oscuri del sonno, impregnati del suo stesso sudore. Non poteva darsi malato? Gli sarebbe bastato chiamare Biguet, per esempio, e chiedergli un certificato medico da presentare alla casa di produzione. Sapeva che non lo avrebbe fatto. Non lo aveva mai fatto. Borbottava, si trascinava di malavoglia, ma era comunque il primo ad arrivare sul set, dove gli toccava aspettare quelle mezze calzette dei suoi colleghi. Tentò di capire se stesse ancora piovendo, poi, sempre senza aprire gli occhi, allungò un braccio nel letto sconfinato tastandolo con la mano, ma al posto di Alice trovò solo uno spazio vuoto e freddo. Per essere sicuro di non aver sognato, cercò a tentoni il punto in cui avrebbero dovuto essere i cuscini di sua moglie e in cui invece non c’era niente. Non aveva sognato. E sapeva che doveva prepararsi ad affrontare altre realtà ancora più spiacevoli, così spiacevoli che, a pensarci, si sentiva davvero malato. «Signore...». A quel punto sulla sua faccia pallida e gonfia apparve di colpo l’espressione imbronciata e torva di tutte le mattine. «Sono le sette, lo so. E allora?». Anche la voce era la solita, solo più ruvida che mai. Sapeva di essere brutto, ripugnante, con i capelli radi che gli si
incollavano alla pelle umidiccia e l’alito cattivo. Si tirò su a fatica, si sedette appoggiando la schiena ai cuscini e lanciò un’occhiata diffidente a Camille che gli sorrideva. Sapeva che cos’era successo? Aveva notato l’assenza dei due cuscini di sua moglie? Alice le aveva parlato? Magari, mentre lui se ne stava al riparo nel cerchio di luce della stanza, in casa molte cose erano già cambiate! Fu preso dallo sgomento all’idea che, nel frattempo, Alice potesse essersene andata via con la bambina. «Piove?». Non aprivano le persiane finché non era giorno fatto e rumori non se ne sentivano. «Solo poche gocce». Era andato a letto con lei due volte e lo aveva detto a sua moglie. Alice non era gelosa, non aveva motivo di esserlo. La prima volta lo aveva fatto quasi senza volerlo: Camille lavorava in casa loro da non più di tre o quattro giorni, e lui le aveva dato una palpatina così, tanto per provare; lei gli era subito cascata fra le braccia, con le labbra già dischiuse e la lingua fremente. Nel godere, aveva gridato: «Caro! Oh! Caro... Caro! Oh!...». «Non lo beve, il caffè?». Lui non si decideva. Aveva il mal di mare solo all’idea di sedersi e temeva che il caffè gli facesse venire da vomitare. Il pensiero del vomito gli ricordò qualcosa e improvvisamente si rivide in bagno inginocchiato davanti alla tazza inzaccherata. Aveva sporcato dappertutto, anche i suoi vestiti. Chissà se qualcuno aveva pulito! E chi? Ce l’aveva con Camille per quella sua naturalezza, per quel suo comportarsi come se niente fosse. «Che vestito vuole mettersi, signore? Il bagno è pronto». Per un periodo aveva avuto un cameriere maschio, ma spogliarsi davanti a un uomo gli pareva ancora più imbarazzante che davanti a una donna. Si sentiva umiliato. «Non mangia niente?». «No. Passami la vestaglia». Posava sulle pareti e sui mobili che lo circondavano uno
sguardo pieno di risentimento. Non era mai riuscito ad abituarsi a quella casa in cui viveva da quasi vent’ anni. Eppure l’aveva scelta lui, per far colpo sulla sua seconda moglie. La sua seconda moglie legittima. Consuelo. A quel tempo aveva quarant’anni e, anche se non era ancora un grande divo del cinema, era già un noto attore teatrale. Era stato addirittura sul punto di prenderne una in avenue du Bois invece che in avenue George V! Le stanze erano così grandi che le voci rimbombavano e, per quanto continuasse a riempirle di mobili e di oggetti inutili, sembravano sempre vuote. All’epoca di Consuelo, che era sudamericana, il mobilio era tutto in stile spagnolo antico e molti arredi provenivano da vecchie chiese. C’erano angeli dorati, inginocchiatoi, stalli come quelli su cui siedono i canonici durante la messa. Ne restava ancora qualcuno qua e là. C’era un po’ di tutto, inclusi dei bauli e, al centro del salotto, su un tappeto dai colori sbiaditi, un box per la bambina comprato ai grandi magazzini del Louvre. «Il vestito blu!» disse e chiuse la porta del bagno. Per prima cosa si guardò allo specchio, poi aprì l’armadietto dei medicinali dove teneva una bottiglia di cognac. Non era per piacere o per vizio che ne beveva a quell’ora, ma solo perché altrimenti non sarebbe riuscito a reggersi in piedi. Aveva un cattivo sapore. Gli dava il bruciore di stomaco. Ebbe dei conati di vomito che gli fecero venire le lacrime agli occhi, alla fine ruttò, si sentì meglio e, un attimo dopo, si immerse nella vasca da bagno. «Posso entrare, signore?». «Sì, entra!». «Il signor Adrien chiede cosa ha deciso per la scena. Ha detto che lei avrebbe capito cosa intende. Dice che deve telefonare al teatro di posa, dove hanno bisogno di sapere se la girerete stamattina o no». «La gireremo». Era una sfida. Quella storia andava avanti da una settimana e alle Buttes-Chaumont erano tutti esasperati. Il film era quasi
finito. Oltre alle solite sequenze di raccordo, restava da girare solo una scena a due, su cui non avevano raggiunto un compromesso. Lui non ne voleva sapere di interpretarla così come era prevista dal copione e come il regista pretendeva di girarla. «La reciterò come mi pare o non la reciterò affatto». Però, quando gli avevano chiesto in che modo intendeva recitarla, non era stato in grado di dare una risposta precisa. «Il testo non funziona. Bisogna farsi venire un’idea». «E cioè?». «Ve lo dirò domani». Era da una settimana ormai che rimandava di giorno in giorno e che ogni tanto, in un angolo appartato del teatro di posa o nel camerino, provava la «sua» scena senza riuscire a trovare una soluzione. «Camille!». «Sì, signore». «La bambinaia c’è?». Sapeva che non c’era, che arrivava alle otto, il suo era solo un modo indiretto per parlare di sua moglie, o meglio per indurre la ragazza a parlarne. «No, signore. Non ancora...». Lui aprì la bocca, ma poi non fece la domanda che aveva in mente. «Ah, va bene...». Consuelo si era risposata a Bruxelles con un ricco banchiere, ma la si vedeva spesso a Parigi, dove tornava, sempre più carica di gioielli, per rinnovare il guardaroba. Buon per lei! Peccato solo che non si fosse portata via tutte le cianfrusaglie che gli aveva fatto comprare, nemmeno l’arpa a cui si era dedicata per quindici giorni e che era ancora lì, accanto a una finestra del salotto. «Camille». «Sì, signore». «Il mio segretario sta parlando al telefono?». «Sì, signore. È nel suo studio». Non la turbava vederlo nudo, tutto bianco e nero nella vasca.
Probabilmente aveva un amante, forse più d’uno, a giudicare da quanto pareva disinibita, al pari di una professionista. Chissà se a quegli uomini raccontava com’era Maugin nudo! E come faceva l’amore. E che cosa lo eccitava. Non voleva ancora pensare alla notte precedente. Presto o tardi sarebbe stato costretto a pensarci, proprio come aveva dovuto aprire gli occhi, ma prima aveva bisogno di rimettersi un po’ in sesto. «Camille!». «Signore?». «Strofinami la schiena con il guanto di crine». Era il supplizio quotidiano della cameriera, perché lui pretendeva che lo strigliasse forte, sempre più forte, quasi a sangue. E alla fine la ragazza aveva le braccia a pezzi, come diceva lei. «Hai dormito bene, Camille?». «Sì, signore. Grazie. Io dormo sempre bene». «Mi hai sentito rientrare?». «No, signore». Aveva sperato di sapere da lei a che ora era tornato a casa. Di sicuro molto tardi perché aveva visto il piccolo locale notturno di rue de Presbourg chiudere. Non ricordava di esserci andato, né di essere sceso dal taxi che aveva preso mollando Cadot in mezzo alla strada, ma conservava un’immagine molto precisa del locale che chiudeva e dei musicisti che uscivano insieme a lui. In quel momento era su di giri, si sentiva grandissimo, potente, una specie di superuomo, un super Maugin circondato da ammiratori rispettosi. Chissà che cosa aveva detto a quella gente! Si rivedeva seduto su un alto sgabello all’estremità del bancone, con la schiena appoggiata al muro, mentre alcuni andavano a parlargli o a offrirgli un altro bicchiere di vino; ai tavoli c’erano gruppi di persone con delle belle donne, e molti lo invitavano a unirsi a loro, ma lui restava dov’era, limitandosi a parlare più forte, a buttare lì qualche battuta, da lontano, come avrebbe potuto fare a teatro o come faceva un tempo nei
music-hall, quando sbeffeggiava uno spettatore suscitando scrosci di risa. Dopodiché si era girato verso Bob, il barman, e aveva mormorato con un sorrisetto sprezzante: «Che razza di coglioni!». Poi... No, non voleva pensarci subito. Era troppo umiliante, più disgustoso del sapore di vino che gli risaliva fin nel naso costringendolo a ingollare un altro sorso di cognac. Aveva una lunga lista di problemi da affrontare, ma prima di tutto doveva capire com’era andata a finire con Alice. Poi avrebbe pensato a Viviane. Quanto a quello che poteva essere successo al Presbourg, in fondo non era urgente scoprirlo. Lo aspettavano al teatro di posa, e quella mattina avrebbe recitato la scena. Era assolutamente necessario. Era l’unico modo che aveva per ritrovare se stesso. «Camille!». «Sì, signore». «Una cravatta blu a pois bianchi». Non era stato brutale, non le aveva detto niente di sgradevole. Guardandole i muscoli delle natiche guizzare sotto la seta nera, le chiese: «Come fai a non rimanere incinta?». «Come tutte, signore. Per fortuna mi è sempre andata bene. Tocchiamo ferro». «Camille!». «Signore?». «Vieni a letto». «Così? Ora?». «Così! Ora!». Era stato colto da quella smania improvvisa, e sapeva benissimo perché. Neanche questo era bello. Anzi era piuttosto squallido, però lo liberava. Dopo si sentiva la testa più sgombra, le gambe molli, un senso di vuoto nel petto, ma era contento di averlo fatto. «Che ore sono?». «Le otto meno un quarto». «La macchina è davanti al portone?».
«Credo di sì, signore. Vuole che vada a controllare?». Lui già non la ascoltava più. Aveva scelto un abito blu a doppio petto, una camicia di seta bianca e una cravatta a pois. Con in testa il solito cappello e qualche residuo di talco sulle guance, aprì la porta di quella che un tempo era la stanza degli ospiti e che ora era diventata la camera della bambina. Si trovava in fondo al corridoio, nell’ala opposta della casa. Lui si limitò a spingere leggermente la porta aprendo un piccolo spiraglio e vide Alice in piedi, vestita di bianco, che tirava fuori dal bagnetto Baba. Sembrava ancora più giovane e fresca con quella tenuta da bambinaia che indossava la mattina. Baba intanto si era girata verso di lui, aspettando tutta seria che le sorridesse per ricambiargli il sorriso. Lui non osò. Non voleva incrociare lo sguardo di sua moglie, capire se aveva pianto, se stava ancora piangendo. Si schiarì la voce ed esclamò nel modo più naturale possibile: «A più tardi!». Prima o poi avrebbe dovuto darle una spiegazione, era inevitabile. Non sapeva nemmeno di preciso come fosse accaduto. Era tornato a casa e incredibilmente era riuscito a infilare la chiave nella toppa. Si era spogliato nel bel mezzo della camera da letto, sparpagliando i vestiti un po’ dappertutto, mentre Alice, che intanto si era svegliata, lo guardava senza dire una parola. Lei non gli aveva fatto nessun rimprovero. Non gliene faceva mai. Per fortuna aveva capito che non doveva fargliene. Ma erano proprio quei rimproveri non formulati che lo mandavano in bestia, per esempio la voce calma e gentile con cui gli aveva chiesto, senza lasciar trapelare la minima traccia delle lacrime che probabilmente avrebbe voluto versare: «Non vuoi che ti aiuti?». «No!». Ce l’aveva con lei perché se ne restava a letto e ce l’avrebbe avuta ancora di più se si fosse alzata. Sapeva che Alice temeva che svegliasse la bambina o che lei lo vedesse nello stato in cui era, e lo sforzo che faceva per non lasciarlo trasparire lo
umiliava e lo mandava in bestia. Sua moglie aveva la stessa età della cameriera, ventidue anni, e quando l’aveva conosciuta non ne aveva ancora compiuti venti. A quell’epoca, di giorno seguiva i corsi all’Accademia di arte drammatica e la sera, a teatro, interpretava una delle giovani dattilografe della terza scena, che avevano al massimo un paio di battute a testa. Maugin l’aveva notata solo dopo qualche settimana, perché all’inizio la ragazza non era nel cast dello spettacolo, ma era stata presa come sostituta di una collega malata. Era rimasto colpito dalla sua bocca che, per qualche strano motivo, gli pareva diversa da tutte le altre bocche femminili. Le labbra erano entrambe carnose, e il contorno aveva qualcosa di insolito, che dava all’intero viso un’espressione dolce e remissiva. Una sera le aveva appoggiato una mano sul sedere, con delicatezza, senza che lei si sentisse in dovere di arrabbiarsi. L’aveva osservata con quel suo sguardo bonario, al tempo stesso voluttuoso e ingenuo. «Andiamo a cena insieme, mia cara?». «Se proprio ci tiene, signor Maugin...». «Perché? A te non va?». «Non so come spiegarle, signor Maugin. Più che altro ho paura che lei non si divertirebbe». L’aveva portata lo stesso in un night poco noto di Montparnasse, dove aveva immediatamente ordinato una bottiglia di champagne. Con quella tecnica era riuscito a conquistarle quasi tutte, e non per questo il giorno dopo credevano di potersi prendere delle confidenze. «Io l’avevo avvertita che non sarebbe stata una serata molto piacevole per lei, signor Maugin. Tanto vale dirle subito che non ci sarà un “poi”. Sono certa che capisca cosa intendo. Aspetto un bambino». Sorrideva con semplicità mentre lo diceva, ma aveva gli occhi umidi. «Non si vede ancora. Sono incinta solo di due mesi». «E il padre?».
«Non lo sa. Non c’è bisogno che lo sappia. Sarebbe troppo lungo spiegarle. Lui sta bene così. Non ho il diritto di complicargli la vita». «E il bambino non complica la sua?». «È diverso». «Sembra contenta...». «Lo sono». «Di avere un bambino da un uomo che...». «Sì. Forse semplicemente di avere un bambino». A lui lo champagne non piaceva, e neppure lei lo toccò. Rifiutò anche le sigarette. «Non nel mio stato». Si sarebbe detto che giocasse a fare la donna incinta, la futura mamma, ed era la prima volta che Maugin era così confuso davanti a una donna. Dichiarò con voce stentorea: «Benissimo, ma bisognerà crescerlo questo bambino. «Nutrirlo, vestirlo...». A teatro la ragazza guadagnava sì e no da permettersi un pasto al giorno. «Lo vede ancora, lui?». «No». «Perché?». «Non voglio che sappia». «È sempre innamorata?». «Meno, forse. È difficile da spiegare». Per settimane si era divertito a rivolgerle, anche in scena, piccoli cenni che solo lei poteva capire e le aveva fatto ottenere una particina nel suo film. «Ci tiene davvero a diventare attrice?». «No». «Allora perché ha cominciato?». «Perché a casa la vita era monotona». «È di Parigi?». «Di Caen. Mio padre è farmacista». Maugin aveva preso l’abitudine di cercarla con gli occhi appena arrivava a teatro, e spesso le portava cioccolatini e
caramelle, non osando offrirle delle bistecche, che di certo le avrebbero giovato di più. «Alice, mia cara, forse è perché lo so, ma mi pare che si cominci a vedere!». «Me l’ha detto anche un’amica a pranzo». «E ora?». «Non ne ho idea». Santo cielo, mica stava recitando una parte anche lei? «Se le promettessi di essere per lei solo...». Arrossiva, balbettava, a cinquantasette anni suonati era impacciato e goffo come un pachiderma. «... Penso che potremmo organizzarci... Per salvare le apparenze, capisce?... Almeno il bambino avrebbe un nome... E per lei...». Chissà se a suo tempo anche per Cadot, quello che era morto, l’uomo con la pensione, era andata così? Eh già, non poteva farci niente! Era più forte di lui! Ormai contemplava quella pancia come se si fosse trattato del Santissimo Sacramento. «È un sì?». Si erano sposati al municipio dell’VIII arrondissement una mattina di giugno ed erano partiti subito per la Costa Azzurra, perché lui doveva girare un film. In seguito l’aveva lasciata in un paesino della Provenza, dove lei aveva partorito verso metà dell’inverno, per poi raggiungerlo a Parigi con la bambina. La bambina era quella Baba a cui poco prima lui non aveva osato sorridere perché la notte si era comportato male con sua madre. Era cominciata in bagno, dove aveva vomitato, cercando invano di attutire i rumori ripugnanti dei conati. Aveva fatto del suo meglio per ripulirsi e ora ripensava con una sorta di vergogna alla sua faccia nello specchio. Gli pareva di ricordare di aver parlato al giovane Cadot della donna che lo aspettava nel suo letto. Doveva essere partito tutto da lì. Quando, in casi del genere, la mattina dopo si sforzava di analizzare l’accaduto, riusciva quasi sempre a ricostruire il percorso inconscio del suo pensiero. Aveva pensato all’altro Cadot, il falso padre.
E in rue de Presbourg aveva parlato molto, troppo, con una disinvoltura al tempo stesso altera e ironica, lanciando strizzatine d’occhio al barman. Aveva detto frasi stupide del tipo: «L’artista e il barman sono parenti! Vivono entrambi dei vizi altrui e se ne intendono di gentaglia». Aveva pronunciato quella parola a voce alta, in modo che gli altri clienti potessero sentirla, e ricordava vagamente che il proprietario, un italiano piccoletto dalle spalle larghe, era intervenuto per evitare la rissa. Chissà cosa aveva detto al cliente in frac in compagnia di due donne, che si era avvicinato al bancone con fare minaccioso e che quello si era affrettato a prendere in disparte! Con ogni probabilità: «Suvvia, lei di certo conosce Maugin, il grande attore, e sono sicuro che non vorrà fare una piazzata qui. Quando è in questo stato...». E forse aveva aggiunto: «Non si può pestare un uomo che...». Lui intanto si era messo a dire male delle donne, sostenendo che tutte, senza eccezioni, sognano solo di rimanere vedove, condizione per la quale sentono di essere nate. «Se ne stanno nel nostro letto ad aspettare che crepiamo per poter finalmente occupare loro tutto il posto!». Alice era lì, al di là della porta, nel suo letto, per l’appunto, e lui si vergognava di comparirle davanti in quelle condizioni, barcollante, vecchio e malato, e maleodorante. Allora, spalancando la porta con un gesto brusco, l’aveva guardata dall’alto in basso e aveva esclamato con voce catarrosa: «Ti sei mai chiesta che ci fai nel mio letto?». Una pausa, come a teatro, poi abbassando la voce di due toni: «Io me lo sto chiedendo ora». Era rimasto in piedi in attesa di una risposta, una crisi di pianto, una scenata che gli avrebbe disteso un po’ i nervi, ma lei si era semplicemente alzata in silenzio, aveva preso i suoi due cuscini e si era avviata verso la porta. Non gli aveva augurato la buonanotte. Non gli aveva detto
niente. Probabilmente più tardi era tornata per pulire il bagno. E quella mattina, nella camera di Baba, era tutta linda e pinta come al solito, con indosso un vestito bianco immacolato. Strascicando i piedi, Maugin si diresse verso l’ingresso e stava per chiamare Jouve quando, alle sue spalle, la porta della camera della bambina si aprì leggermente, e una voce disse con naturalezza: «Torni per cena?». Alice sapeva che, quando lavorava al teatro di posa, non tornava mai per pranzo, ma che a volte, la sera, riusciva a passare da casa per mangiare un boccone e cambiarsi prima del teatro. Per quanto banali fossero, le sue parole fecero venire le lacrime agli occhi a Maugin, che non osò girarsi, temendo che lei notasse la sua faccia stravolta. Esitava anche a rispondere perché aveva un groppo in gola. Alla fine buttò lì in tono frettoloso: «Forse...». Poi con voce squillante, come non si rivolgesse a nessuno in particolare: «La sto aspettando, signor Jouve!». L’autista, lo stesso Alfred che il giorno prima lo aveva lasciato all’incrocio di rue de Courcelles, fumava una sigaretta seduto al volante della limousine, in quella tetra mattina gonfia di pioggia. «Sta’ bene a sentire quello che ti dico, ragazzo. Telefona alla signora Cadot. Ce l’hai il numero?». «Sì, capo». E il giovane Jouve tirò fuori dalla tasca un bel taccuino rosso. «Chiedile notizie di Viviane. Ti vuoi appuntare il nome?». «Me lo ricordo». «Se si stupisce perché non ho telefonato io stesso, dille che non mi sento bene». «Davvero non si sente bene?». Già a casa, appena lo aveva visto, Jouve si era accorto che
Maugin aveva una brutta cera, ma si era guardato bene dal parlarne. In giorni come quello era meglio andarci con i piedi di piombo, e a volte nemmeno così si riusciva a evitare che andasse in bestia. «Alfred è ancora qui?». «Sì, è nel cortile». «Digli di andare subito in farmacia con questa ricetta e di non tornare senza aver trovato la medicina». Sapeva che nel giro di un’ora avrebbe avuto il suo solito attacco e che per quindici o venti minuti si sarebbe sentito morire, fino a quando quella che chiamava la «bolla» non fosse finalmente scoppiata in un rutto più o meno fragoroso. Così avrebbe visto se il rimedio di Biguet faceva effetto o no. Quanto gli avrebbe chiesto il professore per la visita? A detta di alcuni stabiliva il suo onorario in base alle risorse del paziente. E i giornali alludevano quasi ogni settimana ai compensi astronomici di Maugin, lanciandogli così alle calcagna tutti gli scrocconi della zona. Un paio di giorni prima gli avevano scritto due onesti coniugi di una cittadina delle Charentes. «Siamo una coppia di sessantenni. Abbiamo lavorato tutta la vita. Ora sogniamo una casetta solo per noi dove passare la vecchiaia. Ne abbiamo trovata una che sembra proprio fare al caso nostro e se lei, che è così ricco, volesse inviarci a giro di posta la somma di...». Non accennavano a una futura restituzione, ma promettevano di pregare per lui! «Sei riuscito a parlare con la signora Cadot?». «Non risponde». «Riprova». Nel frattempo, con l’aiuto del trucco e di un vestito logoro, si trasformava a poco a poco nel personaggio che doveva interpretare. Mai come per quel ruolo aveva dato il tormento ai sarti, e alla fine aveva comprato un abito usato in un negozio della Rive Gauche. «Un uomo qualunque! È così difficile da capire? Uno che potremmo incontrare tutti i giorni per la strada. Uno che vi
ricordi vostro cognato, o il vostro assicuratore...». La cosa più sorprendente era che, prima ancora che ricorresse al trucco, il suo volto da imperatore romano sembrava già farsi meno spigoloso; i lineamenti si addolcivano, diventavano più molli e sfuggenti, l’espressione acquisiva di colpo un che di banale, di insignificante, si tingeva di un misto di speranza e diffidenza, e forse anche di un vago barlume di bontà. «Continua a non rispondere, capo. Ho chiesto alla centralinista di provare lei. Evidentemente non c’è nessuno in casa». «Che ore sono?». «Le nove meno cinque». Alle nove doveva essere sul set, dove una trentina di persone era già in piena attività. «Cerca nell’elenco telefonico la lista degli ospedali». «Degli ospedali?». «Cosa ho detto?». Con quel vestito e quel trucco anche la voce e lo sguardo parevano diversi. «Telefona da parte mia a tutti gli ospedali. Fa’ il mio nome, perché altrimenti c’è il rischio che non ti dicano niente. So come vanno queste cose. Chiedi se c’è una certa Viviane Cadot. Non ho un’idea precisa della sua malattia, ma è qualcosa che ha a che fare con il basso ventre, una malattia femminile. Dovevano operarla stanotte». Gettò un’occhiata affranta verso il cortile, che sotto la pioggia aveva un aspetto tremendo, sconfortante. Doveva attraversarlo per raggiungere lo studio B, dove quella mattina si girava. La scenografia era pronta da un pezzo: la sala da pranzo di una casa modesta, con una macchina da cucire in bella mostra davanti a una finestra con le tendine di pizzo. Laniaud, il regista, sembrava preoccupato; i produttori – uno dei quali, un ebreo ungherese, portava un cappotto di pelliccia – se ne stavano in un angolo con un’espressione gelida sul viso. «Senti, Émile,» fece Laniaud prendendolo in disparte «ho lavorato tutta la notte con lo sceneggiatore e il dialoghista.
Leggi. Ora funziona. Non dico che sia perfetto, ma funziona, e noi dobbiamo assolutamente finire». Maugin gli restituì i fogli senza leggerli e senza dire una parola. «Che cosa hai in mente di fare?». «Recitare la scena come la vivrebbe quel tizio». «E buttare la donna dalla finestra?». Era una delle tante ipotesi a cui avevano pensato. Avevano preso in considerazione tutte le possibilità. Era un episodio brevissimo, quasi muto, ma fondamentale, perché da esso dipendeva tutto il resto del film. Come al solito avevano cominciato dalle parti più semplici, cioè per lo più dalle scene tecniche, quelle d’ambiente, con le comparse. «Caro Émile, non sono mica tanti i modi in cui può reagire uno che viene a sapere che la moglie gli ha messo le corna. A te non è mai capitato?». Maugin lo guardò con durezza, poi si avvicinò alla ragazza che interpretava sua moglie. Aveva venticinque anni. Era solo un’attricetta, perché quando scritturavano Maugin cercavano di rientrare nelle spese risparmiando sul resto del cast. «Pronta, mia cara?». «Sì, signor Maugin». La ragazza sapeva che era in ballo la sua carriera e tremava nel vedersi immischiata in quelle dispute. Si era agghindata come una donna di casa un po’ troppo frivola e, con il suo viso sciupato, sembrava perfettamente calata nella parte. «Insomma, Laniaud, vogliamo girarla o no la mia scena?». Allora, come su una nave, si sentirono echeggiare richiami e ordini. I riflettori illuminarono i due pannelli della scenografia, che comprendeva anche la porta d’ingresso e l’inizio delle scale. Durante quei preparativi Maugin come al solito vagava dando l’impressone di volersi immedesimare nel suo personaggio, mentre in realtà, con la mano sotto la giacca, si tastava il petto all’altezza del cuore, chiedendosi quando sarebbe arrivato l’attacco. «Motore!».
«Partito!». Al contrario di tutte le altre persone presenti sul set, Maugin continuava a rimuginare fra sé completamente assorto nei propri pensieri, eppure al momento opportuno si trovò, con in testa il cappello e in bocca una pipa che accendeva solo per quell’occasione, esattamente dove doveva essere. «Ciak!». Aveva appena saputo da un amico che la moglie lo tradiva con un bellimbusto del vicinato. Prima di tornare a casa aveva bevuto e ora stava arrivando, trafelato, sul pianerottolo (che ancora non si vedeva, perché la porta era chiusa), entrava all’improvviso e restava immobile sulla soglia a guardare la moglie, che aveva sorpreso mentre provava dei sorrisi davanti allo specchio. Nel copione a quel punto era prevista la battuta: «Puttana!». Ma lui non diceva niente, se ne stava lì con le braccia ciondoloni, assolutamente immobile, come se avesse smesso di recitare, al punto che per poco l’operatore non interruppe la ripresa pensando a una falsa partenza. Fissava la moglie con una calma innaturale, e la giovane attrice, realmente spaventata, d’istinto si guardava intorno in cerca di aiuto. Nonostante tutto, però, stava per aprire la bocca e pronunciare la battuta prevista dal copione: «Jacques!». Ma non si decideva, perché lui non glielo consentiva: era diventato una specie di monolito, da cui emanava una forza irresistibile. Così fu lui che alla fine disse quasi in un sussurro: «Vieni qua!». E, poiché lei non si muoveva, ripeté: «Vieni qua, bella...». Poi, lentamente, con la mano sinistra le afferrò la nuca insieme a un ciuffo di capelli biondi e, delicatamente, ma con inesorabile fermezza, le rovesciò la testa all’indietro, chinandosi su di lei e guardandola bene in faccia come se la
vedesse per la prima volta, mentre il suo pugno destro si alzava e rimaneva sospeso in aria. A quel punto, sempre con grande lentezza, le dita della mano cominciarono ad aprirsi, si mutarono in artigli, in tenaglie implacabili pronte a piombare su quel viso che ormai aveva gli occhi fuori dalle orbite. Ma, inaspettatamente, proprio quando la mano stava per ghermire il collo e stritolarlo, lo sguardo di Maugin, come attraversato da un’ombra, si offuscò... «Vattene!». Senza scenate, senza brutalità, quel gigante che avrebbe potuto fare a pezzi un colosso spinse la ragazza giù per le scale. Lei non si vedeva già più, era già uscita dall’inquadratura, quando finalmente lui, pianissimo, con voce inespressiva, come svuotato, pronunciò la famosa battuta del copione: «Puttana!». Ci fu un lungo momento di silenzio, poi Laniaud, alzandosi di scatto come per costringersi a tornare alla realtà, gridò: «Stop!». L’ebreo ungherese e il suo socio, nel loro angolo, si guardavano senza parlare, e la giovane attrice singhiozzava senza motivo, appoggiata a un tramezzo. «Ce la fai a rifarla subito, Émile?». Certe scene, soprattutto quelle con molti attori, le avevano girate anche dieci volte. La media per Maugin era quattro. «C’è Alfred?». L’autista era entrato appena la lampadina rossa sulla porta del teatro di posa si era spenta; lo stesso aveva fatto Adrien Jouve. «Una sola volta» sentenziò senza che nessuno osasse protestare. Andò a nascondersi dietro un tramezzo per buttar giù una pasticca e bere un sorso di cognac dalla fiaschetta che aveva in tasca. Quando tornò in scena, Jouve fece per intrufolarsi tra i riflettori e i cavi che lo separavano da lui. Con un cenno Maugin gli ordinò di restare dov’era.
«Dopo!». Portandosi la mano all’orecchio, il segretario chiese: «Come?». «Dopo!». Poi, remissivo e anonimo come il suo personaggio, si girò verso il regista in attesa del segnale.
4 «È morta?». Era talmente sicuro della risposta che aggrottò la fronte con aria diffidente, vedendo Jouve fargli segno di no con la testa. «È all’ospedale Debrousse, in rue de Bagnolet, nel XX». «Nel XX arrondissement, caro mio, io ci abitavo quando tu non eri neanche nato. Anzi, quando i tuoi genitori non immaginavano nemmeno che un giorno si sarebbero incontrati e ti avrebbero concepito». Jouve gli aveva gettato un plaid sulle spalle. Ne portava sempre uno al teatro di posa, perché Maugin usciva dalla fornace dei riflettori in un bagno di sudore, con il trucco tutto sciolto. Quella mattina, alla fin fine, avevano girato la scena non due, ma cinque volte, ed era stato lui stesso a volerla ripetere. La prima volta per colpa della sua partner che, conoscendo ormai la dinamica dell’azione, aveva assunto un’espressione spaventata con troppo anticipo. La seconda perché qualcuno aveva avuto un accesso di tosse. E le altre perché Maugin aveva l’impressione di aver recitato in modo fiacco, distratto. Spenti i riflettori, i volti erano diventati grigi, i vestiti scialbi, e lo studio assomigliava a una stazione dopo un bombardamento. I produttori erano saliti in macchina. Gli altri si incamminavano a gruppi verso la tavola calda. «Le sequenze di raccordo le proviamo oggi pomeriggio?» chiese Laniaud. «Se sei troppo stanco, posso girare solo quelle in cui non c’è bisogno di te». «Non sono stanco». In definitiva l’attacco non era arrivato – almeno non un vero attacco. Un paio di volte si era sentito mancare, ma gli era passata subito e cominciava a pensare che il rimedio di Biguet funzionasse davvero. «Vieni, Jouve, andiamo nel mio camerino».
«Non vuole mangiare un boccone?». «Fammi portare un panino dalla tavola calda». Gli serviva sempre un po’ di tempo per tornare a essere se stesso, e così la sua voce suonò quasi indifferente quando, sedendosi su una sdraio, disse: «Racconta». «Non è morta, ma non sta affatto bene. Mi pare di aver capito che la situazione è molto grave». Jouve si chiedeva se potesse parlare francamente o se fosse meglio usare una certa cautela. «Ho parlato al telefono con la caposala del reparto. Mi ha detto che l’hanno operata stanotte». «A che ora?». «Verso mezzanotte». Quindi mentre Cadot era nel lugubre caffè in cui Maugin lo aveva trascinato dopo il teatro, costringendolo a bere il vino rosso che lo disgustava. «E poi?». «Niente. Bisogna aspettare. Non ha ancora ripreso conoscenza, ed è questo che li preoccupa. L’hanno messa sotto la tenda a ossigeno». «Saranno tutti là». «Scusi?». «Dicevo, visto che ti interessa,» riprese alzando la voce con fare burbero e dimostrando così di aver ritrovato la propria personalità «che il marito e la suocera – e magari anche tutta una schiera di fratelli e cognate, se ne ha – saranno sicuramente là ad affollare la camera e i corridoi». «Non lo so». «Dammi la penna». Non aveva con sé mai niente per scrivere, tanto all’occorrenza c’era sempre qualcuno pronto a prestargli una stilografica o una matita. Jouve, per esempio, ne teneva costantemente in tasca un intero assortimento. «Va’ alla tavola calda e di’ a Josephine di farmi portare un caffè nero e un panino al prosciutto senza grasso». Aspettò di essere solo per compilare l’assegno, ebbe qualche
incertezza sulla cifra, pensò a una somma che gli parve troppo alta, poi a un’altra troppo bassa e alla fine optò per una via di mezzo. Quando Jouve tornò, gli chiese una busta, su cui scrisse il nome di Cadot. «Sono passate circa due ore da quando hai telefonato, giusto?». «Anche di più, capo». «Richiama l’ospedale. Cerca di avere notizie più recenti». Non si era né struccato né cambiato d’abito, perché nelle sequenze di raccordo doveva avere lo stesso aspetto. Il camerino era povero e disadorno; vedendo la stufa a gas gli tornarono in mente la visita dal professor Biguet e la gran sudata dietro la lastra di vetro. Jouve parlava al telefono in tono cortese, con frasi ricercate che davano sui nervi a Maugin. Coprendo la cornetta con la mano sussurrò: «È morta. Che cosa devo dire?». La domanda gli parve così stupida che si limitò a sgranare gli occhi. Ma, appena l’altro ebbe riagganciato, borbottò: «Lo sapevo. La vecchia megera dirà che è stata colpa mia, che “l’ho uccisa io”. Eppure l’hanno operata, no?». «Sì». «A mezzanotte?». «A mezzanotte e dieci. Me l’hanno appena ripetuto. Di per sé l’operazione è perfettamente riuscita». Quindi lui non c’entrava. Soldi o non soldi, l’operazione sarebbe stata eseguita nello stesso identico modo; l’unica differenza era che probabilmente Cadot sarebbe stato accanto a sua moglie nel momento in cui la portavano in sala operatoria su una barella. A che cosa sarebbe potuto servire? «Di’ ad Alfred di accompagnarti all’ospedale. Non ti sarà difficile trovare il reparto. E lì non potrai non incontrare il famoso Cadot». «Il tizio che ho visto a teatro?». «Sì, lui». Negli occhi gli balenò l’ombra di un sospetto, e per un istante
si chiese se il suo segretario non la sapesse più lunga di quanto volesse dargli a intendere. «Ci hai mai parlato?». «Qualche volta mi ha fermato per chiedermi se lei c’era o se stava per arrivare». «Consegnagli questa busta». «Mi deve dare una risposta?». «O l’accetta o non l’accetta». E aggiunse senza che ce ne fosse bisogno: «Me ne infischio». «Niente fiori?». Non ci aveva pensato. Osservò beffardo: «Ecco il vantaggio di aver avuto una buona educazione. Si pensa ai fiori, alle corone funebri...». «Meglio i fiori, secondo me». «Aspetta. Già che vai dal fioraio...». Ebbe un attimo di esitazione. Ma sì! «Fa’ portare una dozzina di rose a mia moglie». «Senza biglietto da visita?». «Ti pare che manderei il mio biglietto da visita a mia moglie? Così si usa nell’alta società?». «Mi scusi. Naturalmente capirà che sono da parte sua». «Naturalmente!». Non aveva neanche finito di dirlo, che già aveva cambiato idea. «Anzi, metticelo, il biglietto da visita». Poi lo richiamò indietro. «No, non metterlo. Capirà. E non perdere tempo lungo la strada». Aspettò che Jouve fosse uscito e che la cameriera avesse portato il caffè e il panino. «È stanco, signor Maugin?». Aveva una pallida idea, lei, del vero significato di quella parola? Pensava di essere stanca, la sera, soltanto perché aveva lavato un po’ di tazze e di piatti e perché era stata in piedi tutto il giorno. Rimasto finalmente solo, con davanti quel panino di cui non
aveva voglia, prese il telefono, compose il numero di avenue George V e aspettò che qualcuno rispondesse, in preda a un tale senso di malessere da pensare che stavolta stesse davvero per avere un attacco. «Pronto!». Era una voce a lui ben nota, che aggiunse con naturalezza: «Sono la signora Maugin». Per la prima volta fu colpito da quelle due parole e non disse niente, aveva l’impressione di sentire il silenzio sulla linea, di percepire lo spazio che lo separava da avenue George V. «Chi parla?». La voce di Maugin suonò roca quando rispose: «Sono io». E poi tutto d’un fiato: «Volevo sapere se la bambina sta bene. Ieri mi è sembrato che avesse un principio di raffreddore». Adesso era Alice a stare zitta. Era arrabbiata? Turbata? «Baba sta benissimo. L’ho appena messa a fare il sonnellino» disse alla fine. «Meglio così! Meglio così!». Che osservazione stupida. Aveva la sensazione di guardarsi allo specchio e di vedere ancora la faccia insulsa dell’uomo qualunque. «Torni a mangiare a casa stasera?». «Penso di sì. Oggi abbiamo girato la famosa scena, sai?». «E sei soddisfatto?». «Sì, molto». Sapeva di aver realizzato, quella mattina, una delle più belle prove della sua carriera. Milioni di spettatori ne sarebbero stati conquistati, i bambini che adesso andavano a scuola l’avrebbero vista da grandi, di lì a dieci o vent’anni, e si sarebbero sentiti dire: «È una delle più straordinarie interpretazioni di Maugin». Del «grande» Maugin. Lo chiamavano già così. In seguito, col passare del tempo, sarebbe apparso ancora più grande. Chissà se Alice ne era consapevole! Quella mattina non aveva bevuto quasi niente. Le sue idee non erano alterate dal vino o
dal cognac. Era lucido. Forse avrebbe dovuto cercare di farle capire come, per esempio, una scena del genere, che probabilmente sarebbe diventata di culto nella storia del cinema e di cui i tecnici delle luci e i macchinisti stavano di certo discutendo alla tavola calda, difficilmente sarebbe riuscito a interpretarla se la sera prima... E non c’era solo la sera prima. C’erano tutte le volte precedenti. Tutte le altre piccole meschinità. La gente diceva: «Il grande Maugin». Diceva: «Un capolavoro!». I critici scrivevano parole come «umano», «commovente»... E invece, la notte prima, degli imbecilli lo avevano visto fare il pagliaccio in rue de Presbourg! In fondo non gliene importava granché, ma avrebbe voluto essere sicuro che Alice non avesse sofferto troppo per causa sua. La casa gli sembrava lontana e vuota, intuiva che là sua moglie era indifesa, che non aveva nessun motivo per restare. Chissà se anche lei si chiedeva che ci faceva lì? La bambinaia, la signora Lampargent, era fredda come una virtù teologale, attenta solo alle gerarchie sociali, sempre sul punto di indignarsi perché la cameriera non le dava del lei. La cuoca... «Pronto!». «Sì...». «Sei triste, cara?». «No». Si comportava in modo goffo, maldestro. Si sentiva in colpa e nello stesso tempo aveva l’impressione che gli altri fossero ingiusti con lui. Non tanto Alice, per quanto anche lei... La piccola Baba, infatti, era o non era la figlia di un altro, di un uomo che lui non conosceva, che non voleva conoscere, ma al quale lei pensava sicuramente ogni volta che la guardava? «Qui piove» disse voltandosi verso la finestra. «Anche qui». «Ora ti devo lasciare».
Poi una raccomandazione sciocca, che gli avrebbe dato sui nervi se l’avesse sentita pronunciare da un altro: «Riguardati!». Si era dimenticato di avvisarla che sarebbero arrivati i fiori. Era di nuovo solo e si mise a sbocconcellare il panino con aria disgustata. Prima, quando avevano dovuto rifare la scena per colpa della sua partner, la ragazza era talmente affranta che avevano temuto non riuscisse a continuare. Lui allora, cingendole le spalle con il braccio, l’aveva portata con sé verso una zona remota del teatro di posa e lì, mentre girovagava tra vecchie scenografie semisfasciate insieme a lei, che teneva in mano un fazzoletto, le aveva raccontato una storia, come avrebbe fatto con una bambina, solo per tirarla su. E, chissà, forse anche un po’ per tirare su se stesso. Se non altro così allontanava il pensiero dell’attacco. «È mai stata alla Foire du Trône, mia cara?». Aveva cercato di spiegarle perché ormai non era più il luna park di una volta, quando gli altoparlanti non avevano ancora preso il posto degli organetti meccanici con i fantocci di legno dipinto che suonavano la grancassa, e le giostre erano illuminate da accecanti lampade ad arco. «È stato là, in un orribile tendone colorato, che ho fatto la mia prima apparizione in pubblico. Avevo diciassette anni». Lei lo guardava sorpresa, senza più pensare alla parte che avrebbe dovuto recitare di nuovo qualche minuto dopo, da cui probabilmente dipendeva la sua carriera. «Ero alto come adesso, quasi altrettanto robusto, e quella sera avevo fame. Quando avevo fame, tutto il resto non contava più niente per me. Una bella bistecca con contorno di patate fritte: per anni è stato quello il mio ideale! Certi bestioni, gridando da un palco, promettevano un premio di cinque franchi al dilettante che fosse riuscito a mettere spalle a terra Eugène il Turco in un incontro di lotta libera. «“Vale qualsiasi colpo, signore e signori. Venga lei, soldato!”. «Ma il soldato a cui facevano per lanciare il guanto sudicio era già prudentemente sgattaiolato via tra la folla.
«Allora alzai la mano. Mi accompagnarono a spogliarmi in un angolo buio, fra due tramezzi di tela. «“Lo sai come funziona qui, vero? Vai al tappeto al secondo round e ti diamo cinquanta centesimi. Sennò...”. «“Sennò?”. «“Ti consiglio di non fare il fesso!”. «Ma io avevo deciso che avrei avuto i cinque franchi e misi Eugène il Turco spalle a terra, anche se intanto lui mi aveva quasi staccato un orecchio con un morso. «Davanti al pubblico mi consegnarono una bella moneta d’argento, poi però, quando tornai in quella specie di sgabuzzino per rivestirmi, mi piombarono addosso in tre o quattro. «Non solo si ripresero la moneta che avevo vinto, ma anche un coltello quasi nuovo che avevo in tasca». Lei lo guardava come i bambini quando non vogliono credere che la storia sia finita. «E questo è tutto, mia cara. Venga. Ora andiamo a recitare la scena del marito cornuto, e sono sicuro che la reciterà benissimo». Probabilmente lei non vedeva il nesso. E lui stesso non avrebbe saputo spiegarglielo. Però sentiva che c’era. Le due cose erano unite da un legame impercettibile. Aveva preso più bastonate di quante ne meritasse, ecco tutto, e parecchie anche a tradimento. Quando aveva raccontato quella storia ad Alice – sì, perché l’aveva raccontata anche a lei, una sera, all’epoca in cui era incinta e lui la portava a passeggio per Nizza con il pancione, dalle parti del Casino de la Jetée –, lei aveva mormorato accarezzandogli la mano: «Povero Émile!». Non aveva capito nemmeno lei. O meglio, ognuna di loro capiva quella storia a modo suo, come poteva. Chissà, forse era perché non l’aveva mai raccontata a un uomo! Per esempio Alfred, l’autista, avrebbe certamente commentato facendo un bel fischio e poi, con una luce divertita negli occhi, avrebbe aggiunto:
«Che bastardi!». Jouve, come Cadot, si sarebbe stupito: «E non è andato a denunciarli alla polizia?». Quei due non avrebbero mai pensato che il coltello che aveva in tasca fosse a serramanico. Yvonne Delobel, la sua prima moglie, aveva detto fra i denti, guardandolo eccitata: «Mi sarebbe piaciuto vederti mentre ti battevi con quello scimmione. Spero almeno che tu l’abbia conciato per le feste... È vero che in questo genere di lotta è permesso colpire anche le parti basse?». Non si era trattenuta a lungo dall’usare un linguaggio ben più colorito. Eppure i giornali la chiamavano «la signora del teatro»! E, a suo modo, era davvero una signora, una gran signora, e nessuna attrice, oggi, poteva vantarsi di avere il suo talento. Maugin aveva fatto soffrire anche lei. Alcuni vecchi ammiratori di Yvonne Delobel ancora oggi insinuavano che era stato lui a ucciderla. Era tentato di comporre di nuovo il numero di avenue George V, per parlare con Alice. Nell’armadio del camerino, a due passi da lui, c’erano cinque o sei bottiglie di vino rosso, e a quell’ora nessuno avrebbe osato disturbarlo: prima delle due e mezzo sul set non avevano bisogno di lui, e tutti sapevano che quello era il momento sacro del riposino. Si era sdraiato come per dormire e, con gli occhi semichiusi, fissava il bagliore rossastro della stufa a gas, che gli faceva bruciare leggermente le palpebre. Si accorse di avere incrociato, senza volerlo, le mani sul petto, pensò che forse avevano congiunto allo stesso modo quelle di Viviane, come a suo tempo quelle di Yvonne, e che un giorno avrebbero disposto così anche le sue. Allora cambiò subito posizione. Chissà se Cadot avrebbe rifiutato l’assegno o se invece avrebbe continuato con cupa ostinazione ad andare di tanto in tanto a battere cassa nei corridoi del teatro. In ogni caso, che accettasse o no, più tardi qualcuno – se non altri la nonna! – avrebbe sicuramente detto ai suoi figli,
mostrando loro una foto di Maugin: «Quest’uomo, la notte che vostra madre è morta...». Lui aveva incontrato Viviane una sola volta, una sera che Cadot, poco prima di sposarla, l’aveva portata a teatro per presentargliela, come se volesse la sua benedizione. Insomma, non sarebbe neanche stato in grado di riconoscerla, se non forse dagli occhi storti. Se Cadot avesse accettato l’assegno invece di rimandarglielo indietro offeso, era capacissimo di chiedergli di passare a dare l’ultimo saluto a sua moglie nella camera ardente e di prendersela se non ci fosse andato. Anni prima anche i giornali di solito benevoli nei suoi confronti avevano avanzato delle insinuazioni sul suo conto, solo perché non aveva assistito al funerale di Yvonne Delobel. Eppure quando era morta erano già divorziati da quasi tre anni e lei viveva con un altro! In ogni caso, se nell’aldilà ci si preoccupa ancora di simili sciocchezze, Yvonne aveva sicuramente capito. Già da viva aveva capito molte cose, sebbene non tutte. Forse anche lui era così, lucido da un lato e cieco dall’altro, e faceva soffrire le persone senza rendersene conto. Ma, a ben guardare, tra lui e Yvonne, chi aveva fatto più male all’altro? Quando si erano conosciuti lei era famosa e lui no. E questo lo avevano sottolineato tutti. Molti la consideravano la nuova Sarah Bernhardt, mentre lui era ancora un semplice comico di varietà. Però Yvonne aveva quarantacinque anni suonati e lui appena trenta. In fondo per lei Maugin era solo una specie di magnifico e aitante stallone. «Lei è proprio un tipetto interessante, Maugin!» era andata a dirgli in camerino. «Confesso che sarei curiosa di conoscerla meglio». Era piccolina, minuta, con lineamenti straordinariamente delicati e un’aria distinta che i critici definivano signorile. Il che non le aveva impedito di portarselo subito, fin dalla prima sera, nel suo appartamento di rue Chaptal, proprio come
in seguito avrebbe fatto lui con le comparse. Per sei anni Maugin aveva diviso la vita, o almeno il letto, con lei. E Yvonne era talmente terrorizzata all’idea di perderlo che fin dall’inizio aveva preteso di sposarlo. Ma perché tutt’a un tratto si era messo a pensare a lei? Ah, sì! Per via di Alice, che probabilmente, a casa, si sentiva malinconica e infelice, e anche di quell’altra, di quella Viviane, madre di cinque figli, a cui avevano asportato le ovaie e che non si era più risvegliata, e poi per via del vino rosso che aveva costretto Cadot a ingollare, e forse anche della ragazza che poco prima aveva cercato di tirar su raccontandole l’avventura della Foire du Trône. Gli era già capitato di alzare il gomito prima di conoscere Yvonne Delobel, ma lei beveva molto di più. La cosa davvero buffa era che proprio Yvonne, che si sbronzava quasi tutte le sere, gli aveva proibito l’alcol. «È diverso!» spiegava con allegro cinismo. «Una donna un po’ brilla ha maggiori possibilità di godere, mentre un maschio diventa fiacco e impotente». Un maschio, ecco cos’era andata a cercare nel camerino del music-hall, ecco cos’aveva voluto sposare, un maschio vigoroso e brutale, a cui a volte passava ore ad accarezzare i muscoli a uno a uno. «Raccontami di nuovo la storia di Eugène il Turco». Interrompeva il racconto nei momenti giusti. «Sanguinavi molto?». All’occorrenza gli ricordava i particolari che lui aveva tralasciato e, non contenta, notte dopo notte lo aveva costretto a scavare nella memoria in cerca delle avventure più violente o sordide che aveva vissuto. «Spiegami un’altra volta che cosa faceva Nicou con tua sorella. Aspetta! Mi metto nella stessa posizione e tu me lo fai...». Aveva letto tutto, sperimentato tutto. Aveva frequentato e frequentava ancora le poche decine di uomini illustri che per la Storia sono in un certo senso la summa di un’intera generazione. Continuava a vivere come prima, portandosi
dietro il suo stallone. A volte lo prendeva in giro per la sua goffaggine. «Devo insegnarti come ci si veste, Émile. Hai un’idea troppo personale degli accostamenti di colore!». E poi doveva insegnargli come si sta a tavola e come ci si comporta nei salotti. Cercava di fargli leggere buoni libri, ma non la sfiorava nemmeno il pensiero che potesse essere o diventare qualcuno anche lui. Le sembrava più adatto al music-hall che al teatro, con l’eccezione forse dei grandi vaudeville del Palais-Royal. E non è che lui se la fosse presa per questo. A lungo aveva creduto, come tanti altri, che in un certo senso lei fosse la sua benefattrice e aveva una tale paura di ferirla che aveva rinunciato a correre dietro alle servette per quanto morisse dalla voglia. Yvonne era morbosamente gelosa. I giorni in cui non recitava si presentava a sorpresa al music-hall per controllarlo ed era arrivata al punto di pagare un macchinista perché le riferisse come si comportava Maugin. Alcune sere, quando aveva l’impressione che l’alcol ci mettesse troppo a fare effetto, ricorreva all’etere e poi di notte era colta da terribili crisi isteriche. Maugin l’aveva lasciata due volte. In entrambi i casi lei era andata a pregarlo in ginocchio nella sua camera d’albergo, lo aveva supplicato, si era buttata ai suoi piedi, aveva minacciato di uccidersi, e alla fine, in entrambi i casi, lui era tornato da lei, a testa bassa, con il cuore gonfio. Eppure non si era uccisa quando Maugin, improvvisamente, era sparito dalla circolazione, abbandonando le scene per un po’ e nascondendosi come un ladro, e nemmeno quando le aveva suggerito tramite il suo avvocato di chiedere il divorzio. Qualche mese dopo l’aveva incontrata con un altro, la sua copia conforme quanto a statura e stazza, ma con una faccia beota da garzone di macellaio. Lei lo sapeva. Era impallidita e gli aveva rivolto un sorriso amaro. Si era sottoposta a una prima cura di disintossicazione, che aveva dato buoni risultati solo per un breve periodo.
Dopo la seconda, l’anno successivo, dimagrita, invecchiata di dieci anni, era morta per una dose eccessiva di morfina. Maugin trasalì, fece un movimento istintivo come per aggrapparsi a qualcosa, aprì gli occhi, che non ricordava di aver chiuso, e nel vedere la stanza vuota si spaventò come un bambino che si ritrova solo. Tutt’a un tratto ebbe paura di morire. Gli sembrava che il sangue non gli pulsasse più normalmente nelle vene, che gli si fosse offuscata la vista, prese a tastarsi il polso, e intanto guardava fuori dalla finestra per assicurarsi che, se avesse chiamato aiuto, qualcuno nel vialetto lo avrebbe sentito. Si vedeva soltanto la pioggia, il lugubre muro di mattoni del teatro di posa, una porta di ferro dipinta di rosso e il tetto lucente di una macchina. Probabilmente si era assopito un istante e aveva avuto un incubo, che ora cercava invano di richiamare alla memoria. Ricordava tutto quello che aveva pensato a proposito di Yvonne, ma poi c’era stato qualcos’altro, qualcosa di terrificante, che si era concluso con una caduta nel vuoto. «Che coglione!». Era la sua voce, un po’ alterata perché rimbombava nel camerino vuoto, ma comunque la sua voce. Quella mattina aveva finalmente recitato la famosa scena. Era un dato di fatto. A quell’ora avevano di certo sviluppato la pellicola, e Laniaud stava visionando il girato. Lui non aveva bisogno di vederlo. Sapeva già com’era. Sapeva anche che doveva alzarsi, camminare fino all’armadio e versarsi un bel bicchiere di vino. Era i-ne-vi-ta-bi-le. Ne aveva appena avuto la prova. La prima a dimostrarglielo era stata ancora una volta Yvonne Delobel. Era accaduto una domenica in cui nessuno dei due aveva da lavorare, una di quelle domeniche incolori in cui si ha l’impressione di guardare il mondo attraverso una palla di vetro. Contrariamente alle loro abitudini, erano usciti. Lei aveva voluto prendere una carrozza, una di quelle con cui gli
innamorati e i giovani sposi se ne vanno a spasso per il Bois de Boulogne, e aveva dato istruzioni al vetturino a bassa voce. «Dove andiamo?». «Poi vedrai». Era un giorno in cui Yvonne, proprio come lui quella mattina, non aveva bevuto e cercava di smaltire la sbornia dopo una notte di bagordi. Si sentivano entrambi sfatti, indolenziti, avevano la pelle coperta di chiazze rosa, sensibili al contatto con l’aria esterna, e stentavano a tenere gli occhi aperti alla luce del sole. La carrozza aveva attraversato Neuilly e si era diretta lentamente verso Bougival, mentre Yvonne, assorta nei suoi pensieri, restava in silenzio. «A sinistra» aveva ordinato una volta giunti in riva alla Senna. Cercava di capire le reazioni di Maugin dall’espressione dei suoi occhi, ma lui sembrava solo in preda a una sonnolenza quasi dolorosa. Era estate – quasi tutti i teatri erano chiusi, perciò avevano la domenica libera – e alcune coppie si dedicavano al canottaggio. «Si fermi, vetturino». E a lui, sottovoce: «Guarda al di là di quella siepe». Si vedeva una casa bianca, spaziosa, immacolata, con le persiane verdi e il tetto di ardesia, circondata da un giardino con prati ben tenuti e vialetti accuratamente rastrellati. «Che ne pensi?». Lui non sapeva che cosa rispondere, si chiedeva dove Yvonne volesse andare a parare. «Ci vive qualcuno che conosci?». «È la casa che ho sempre sognato, che sognavo già da bambina». «È in vendita?». «L’ho comprata». «Ah, sì?». «Poi l’ho rivenduta». E, con quella voce sorda ma struggente, come controllata,
che aveva fatto di lei un’impareggiabile Signora delle camelie, gli spiegò, senza scendere dalla carrozza e stringendogli il braccio con la mano, mentre il cavallo fiutava l’erba: «È successo cinque anni prima che ti conoscessi. Sono passata di qui e l’ho vista. Coincideva in tutto e per tutto con il mio ideale di pace, di serena bellezza. Non era in vendita, ma io ho mosso mari e monti per mesi finché non li ho convinti a cedermela, poi ci ho portato tutto quello che doveva esserci nella casa dei miei sogni». A un tratto l’aveva guardato spazientita, forse anche con un’ombra di collera. «Tu non hai mai sognato una casa con le persiane verdi?». «Non mi pare. No». «Neanche quando eri piccolo?». Lui preferì non rispondere. «Già, ma tu sei del tutto privo di sensibilità. Non hai mai desiderato nemmeno una donna dolce con cui avere dei figli». Lui continuava a tacere, scuro in volto. «Forse tu un giorno l’avrai una casa così» sogghignò lei. E, quasi furibonda, aggiunse: «Sono venuta qui. Ho cercato di viverci. La prima settimana stavo impazzendo dalla disperazione. La seconda sono scappata e non ci ho mai più messo piede». Maugin aveva bevuto due bicchieri di vino e non si decideva a ritappare la bottiglia. «Più avanti capirai» aveva sospirato lei, di cattivo umore per quella domenica sprecata. «Parta, vetturino. Torniamo a Parigi!». In mezzo alla folla, alle luci, al caos. Dopo meno di due chilometri si era fermata a bere qualcosa in un bistrot fuori città. Ecco! Di lei avevano detto e dicevano ancora: «l’indimenticabile artista». E di lui: «il grande Maugin». Con sciocca ironia disse rivolto alla bottiglia: «Vieni qui, dolcezza!». E, come se volesse torcerle il collo, si versò di nuovo il liquido
violaceo nel bicchiere. «Chi è?». «Io, capo». Non ricordava di aver chiuso a chiave la porta. «L’assegno?» chiese a Jouve, dopo averlo fatto entrare. «Quale assegno?». «La lettera, intendo». «Ha detto che non dovevo aspettare una risposta». «L’ha accettata?». «Sì, l’ha presa». «Sapeva chi gliela mandava?». «Gliel’ho detto. Comunque mi aveva riconosciuto». «Che ti ha raccontato? Dov’era?». «Nel cortile dell’ospedale con la madre e una donna che mi ha presentato come sua cognata. Il nome non me lo ricordo». «Piangeva?». «Si vedeva che aveva pianto. Aveva gli occhi rossi, e anche il naso. Avevano tutti l’ombrello in mano». «Non c’è altro?». «Mi ha pregato di riferirle che non gli è ancora stato possibile fissare la data del funerale, ma che gliela comunicherà al più presto». «Non ha aperto la busta davanti a te?». «Voleva. Stava per aprirla. Ma la vecchia gli ha fatto un cenno, indicandogli la cognata. Quando me ne stavo andando, mi è corso dietro per dirmi che sperava di vedere anche me». «Dove?». «Al funerale». «Ah, lo vedi! Quando si dice la gentilezza! Si è sentito in colpa per non averti invitato. Una volta tanto che ha occasione di farlo!». «Capo!». Tutt’a un tratto Jouve lo guardava con aria allarmata. «Che c’è?». «Niente. Per un istante mi è parso strano». «E ora?». «Non lo so. No. Ora non più. Le faceva male qualcosa?».
«Mi facevano male le persiane verdi, signor Jouve!». La bottiglia e il bicchiere erano ancora lì davanti. «Non sono cominciate le sequenze di raccordo?» chiese il segretario, che non osava parlare di quello che lo preoccupava, ma temeva il silenzio. «No, come puoi vedere!». «A proposito, ho mandato il mazzo di rose in avenue George V». «Un mazzo di rose, sì». Aveva risposto distrattamente. Ma, nel pronunciare quelle parole, si ricordò. «Ah, le rose!...». Non si capiva se fosse ironico, caustico o semplicemente sovrappensiero. In ogni caso riprese subito la consueta espressione corrucciata e chiese: «Quanto?...». «Un mazzo, una dozzina...». «Non ti ho chiesto se hai contato i fiori. Voglio sapere quanto li hai pagati». «Non li ho pagati. Li ho fatti mettere sul suo conto». «Senza chiedere il prezzo, così, come un gran signore! Sicché quei ladri potranno addebitarmi la cifra che vorranno». «Ho pensato...». «Tu non devi pensare, signor Jouve, te l’ho detto!». A poco a poco si rianimava. Le rotelle dell’ingranaggio tornavano a incastrarsi. Ci voleva un altro bicchiere di vino e, per ogni evenienza, una pillola. Non tutti muoiono a settantacinque anni, alcuni arrivano a ottanta e anche oltre. Esistono perfino i centenari. Quel giorno non avrebbe esagerato. Del resto non esagerava quasi mai. Si sarebbe concesso giusto il necessario per sentirsi ben saldo sulle sue grosse gambe e per non invischiarsi in scemenze tipo persiane verdi e simili. «Tu hai mai desiderato una casa bianca con le persiane verdi?». «Non lo so, capo. Forse una volta, una casetta nel Midi, non
lontana dal mare». «E una moglie? Dei bambini?». Per caso proprio in quel momento si girò a guardare Jouve e con suo grande stupore lo vide arrossire come una ragazzina. «Guarda, guarda, non sarai mica innamorato?». A quel punto le orecchie del giovane divennero paonazze. «Dimmi come si chiama». «Non c’è nessuna, capo». «Quindi non mi vuoi dire come si chiama?». Abituato alla generale condiscendenza da cui era circondato, si sentiva quasi oltraggiato da quel rifiuto. «Le giuro...». «Ti ordino di dirmi come si chiama, hai capito?». Che assurdità! Si comportava in modo grottesco. Non sapeva neanche lui che cosa gli stesse succedendo, e intanto gli si corrugava la fronte, gli occhi gli si rimpicciolivano, assumendo un’espressione più intensa e sospettosa, e la bocca gli si apriva per pronunciare una frase, che alla fine non disse. Si limitò a esclamare: «Ah!». E, sedendosi davanti alla toeletta per ritoccarsi il trucco, aggiunse seccamente: «Va’ a dire agli altri che sono pronto». Lo seguì con lo sguardo nello specchio. Quel pomeriggio, mentre giravano, si sorprese almeno una decina volte a osservarlo e, parlando di lui con qualcuno, lo chiamò sempre «l’idiota».
5 Lei lo aiutava a fare come se non fosse successo niente. Quando era andato a dare la buonanotte a Baba, lo aveva seguito nella camera della bambina e gli era rimasta accanto, sfiorandolo appena, mentre lui si esibiva nella consueta sequenza di smorfie. Ne aveva un vasto repertorio, ampliato di settimana in settimana, che la bambina conosceva a memoria e voleva rivedere sempre nello stesso ordine, protestando a ogni minimo cambiamento. «Ora a cavalluccio, a cavalluccio!». Se la metteva prima sulle spalle, poi sulla testa. E sebbene fosse più tardi del solito, quel giorno Alice non gli diceva: «Cerca di non eccitarla troppo. A quest’ora dovrebbe essere già a letto». Entrando in casa, Maugin aveva notato che nel lampadario dell’ingresso la lampadina fulminata era stata sostituita, e la cosa lo aveva quasi commosso. Era un lampadario antico, pesante e barocco – faceva parte dell’eredità di Consuelo –, e da almeno due mesi una delle lampadine era bruciata e proiettava intorno un’ombra sgradevole. Ogni sera, varcando la soglia, a seconda dell’umore, lui aggrottava la fronte, borbottava o sospirava profondamente. «Camille romperebbe il lampadario, e non posso costringere la cuoca ad arrampicarsi su una scala. Quanto a me, lo sai che soffro di vertigini». Eppure, benché avessero una scala tutta sgangherata e traballante, la lampadina era stata cambiata. Era già pronta una bella cenetta, ed entrambi preferirono evitare accenni ad argomenti spiacevoli. Prima di sedersi a tavola lui era andato a dare un’occhiata in camera e aveva notato che sul letto matrimoniale c’erano tutti e quattro i cuscini. «Sei molto stanco?». «Abbiamo fatto un buon lavoro oggi. Domani non giriamo».
«Ricordati che hai la diurna». «Sì, ma almeno non dovrò alzarmi per andare al teatro di posa». La sala da pranzo sembrava una sacrestia, e certe volte Maugin si chiedeva che cosa ci facessero lì dentro loro due, che senso avessero quella casa, quei mobili, quell’arredamento che non corrispondeva né ai loro gusti né alla loro vita. Poi si diceva che altrove sarebbe stato lo stesso. Quella sera gli dava gioia vedere Alice sorridente, constatare che tutto era tornato sereno e sentirle raccontare con la sua voce di sempre che cosa aveva fatto Baba durante la giornata. «Torni subito a casa dopo il teatro?». Si corresse all’istante: «Scusami». Lui le diede un tenero bacio sulla fronte prima di uscire e, mentre aspettava l’ascensore, aveva la netta sensazione di lasciarsi alle spalle una parte importante di se stesso. Si era chiesto diverse volte se amava sua moglie. Non era sicuro di credere all’amore. Quella sera, pensando a lei, rimasta in quel salottino accanto alle rose rosse che la luce elettrica rendeva ancora più belle, si sentiva inquieto e non vedeva l’ora di essere di ritorno. Fu di buonumore anche con Maria, che invece, per spirito di contraddizione, non smise un attimo di brontolare. «Ha notizie della povera signora Cadot?». «Quale delle due?». «La moglie del signor Cadot, Cristo santo! Non faccia lo stupido. Come sta?». «Non sta più in nessun modo. Mi dispiace, Maria, è morta». «Sembra quasi che la cosa la rallegri». «Tempo fa qualcuno mi ha spiegato che nel mondo muore una persona ogni secondo, o forse ogni minuto, non ricordo bene. Figurati se dovessimo portare il lutto o anche solo intristirci per ognuna di loro! Pensa piuttosto che nello stesso momento ci sono migliaia o milioni di persone che fanno l’amore». «Questo non depone a favore dell’umanità!». «Sempre più allegro che morire, e comunque permette
all’umanità di non estinguersi». «Il signor Cadot sarà a pezzi». «Sì, è a terra, Maria mia, è ridotto uno straccio, sotto quell’ombrello che tiene con aria contrita come se fosse un cero. Non prendere la bottiglia». «Come dice?». «Ho detto di non prendere la bottiglia. Niente cognac stasera». «Tanto me lo chiederà di sicuro al secondo intervallo, con la scusa che è esausto e che senza non riuscirebbe ad arrivare alla fine dello spettacolo!». «Sei una vipera!». Ma in effetti, alla fine del secondo atto, ebbe un momento di debolezza. «Maria!». «Sì, signor Maugin». «No!». «La vuole o non la vuole?». «Non la voglio. Fa’ entrare i turisti». Li chiamava così quando era di buonumore. E certe volte faceva anche un discorsetto, come una guida che illustri un monumento storico. «Vedete questo specchio apparentemente insignificante su cui generazioni di mosche hanno prosaicamente defecato? Ebbene, un tempo ci si è specchiato il grande Mounet-Sully. Invece questa tenda di cretonne – che, detto fra noi, ormai è diventata color piscio – ha passato i suoi primi anni nel camerino di Réjane, e quelle che spuntano in basso – perché è lì dietro che mi cambio – sono le mie pantofole». La gente lo trovava spiritoso. «Quanto a Maria, anche lei è quasi un’attrazione nazionale, perché prima di finire in teatro, di finire male, insomma, è stata la cuoca di Paul Painlevé, quel tale noto per la sua sbadataggine». Sul palco si divertiva a mettere in difficoltà i colleghi, cambiando le battute o biascicando commenti fuori luogo. Fece andare nel pallone il suo partner durante una scena difficile,
ripetendogli ininterrottamente a bassissima voce per cinque minuti buoni: «Hai la patta aperta!». L’altro, che in quel momento aveva una pila di libri in mano e non poteva verificare – fra parentesi i pantaloni erano perfettamente in ordine –, non sapeva come comportarsi e cercava di mostrarsi alla platea solo di profilo. L’attore in questione era, guarda caso, proprio quello che nel terzo atto strappava una risata al pubblico, e in fondo lo scherzo di Maugin era un po’ una vendetta. Mentre si rivestiva, gli telefonò Laniaud. «Hai da fare, Émile?». «No». «Vieni al Maxim’s. Sono con delle persone di Hollywood». «Buon per te, io vado a dormire». All’uscita del vicoletto non c’erano taxi, per cui Maugin fece un pezzo di strada a piedi e, passandoci davanti, lanciò un’occhiata torva al caffè della sera prima. Aveva smesso di piovere. Il selciato, ancora umido, luccicava come se ci avessero passato lo smalto. Solo quando arrivò alla Trinité riuscì a trovare un taxi. «Dove la porto, signor Maugin?». «A casa mia». «Abita sempre in avenue George V?». Fu tentato di fare un salto in rue de Presbourg, perché era curioso di sapere che cosa fosse successo esattamente il giorno prima. Cominciava a pensare di non essere stato poi così infelice appollaiato su quello sgabello, all’estremità del bancone, con la schiena appoggiata al muro. C’era movimento. C’era vita. A opprimerlo, in casa sua, in tutte le case in cui aveva vissuto, era il silenzio, l’immobilità dell’aria, una sorta di calma inesorabile, che dava l’impressione che il tempo si fosse fermato per sempre. Provava qualcosa di simile guardando dall’esterno le case degli altri. E non era una novità. Aveva sempre avvertito quel senso di malessere. Quando, per esempio, camminando per strada, vedeva una
famiglia seduta intorno a un tavolo, con i volti illuminati come in un quadro di Rembrandt, gli pareva quasi che quella scena fosse cristallizzata, che i vari personaggi, il padre, la madre, i bambini, la domestica in piedi, dovessero restare lì, immobili, fino alla fine dei tempi. I muri, le porte chiuse gli ispiravano una sensazione di insicurezza, di angoscia. Sapeva che Yvonne non intendeva questo parlando della casa con le persiane verdi, ma per lui era così. Aveva il terrore degli album di famiglia, con tutte quelle pagine piene di parenti morti, poi quelle con i parenti vivi, che però, una volta entrati lì dentro, erano già un po’ meno vivi. «Questo era tuo zio Marcel». Ma il neonato che compariva verso la fine, adagiato su una pelle di capra, era a sua volta uno zio in potenza e un giorno sarebbe finito anche lui in una delle prime pagine. All’incrocio con gli Champs-Élysées bussò al vetro divisorio, scese ed entrò al Fouquet’s, dove fu costretto a fermarsi a quasi tutti i tavoli per stringere le mani che gli venivano tese e dove aleggiava un tanfo di pellicce bagnate. «Un bel bicchiere di rosso, signor Émile?» gli propose il barman. In quel locale lui era l’unico che lo beveva; rimase lì una decina di minuti, in piedi, a guardare la gente e a pensare al Presbourg, indeciso se chiedere un secondo bicchiere. Non lo fece, attraversò sospirando l’androne del suo palazzo e lanciò uno sguardo truce alle colonne di marmo e alla scala solenne, che sembrava pronta a ricevere una folla di invitati. Il primo piano era occupato dagli uffici di una casa di produzione cinematografica che era da anni sull’orlo del fallimento; al secondo c’era una coppia di americani (gente che aveva tre macchine e due autisti); al terzo un conte; al quarto invece gli inquilini cambiavano in continuazione. «Non sei ancora a letto?». «Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere trovarmi sveglia». «E se non fossi tornato?». «Avrei continuato a leggere». Senza che lui glielo avesse chiesto, era andata a versargli un
bicchiere di vino, e faceva uno strano effetto vedere quel rosso da quattro soldi nel cristallo smerigliato, sembrava diverso anche il sapore. Avrebbe voluto dire qualcosa di affettuoso per ringraziarla, perché sentisse che non era del tutto privo di sensibilità, per cancellare il ricordo della notte precedente. Ma era troppo in imbarazzo. Camminava avanti e indietro, come se fosse sempre fuori posto, convinto però che lei capisse il suo disagio, quell’impressione di non essere a casa sua, di non essere mai stato a casa sua, di non formare con lei una vera famiglia. «Se domani andassimo fuori a pranzo noi due?». «Mi piacerebbe. Ma domani non hai già un appuntamento?». «Alle undici con Weill. Però non ho voglia di pranzare con lui». Moriva di sonno, aveva un dolore pulsante alle tempie e gli bruciavano le palpebre, ma cercava di non sbadigliare. «Vuoi che andiamo a letto?». «Buona idea...». Magari Alice aveva voglia di fare l’amore! Certo sarebbe stata una cosa carina. Avrebbe reso più completa la riconciliazione. Spogliandosi, Maugin si chiedeva se ne avrebbe avuto la forza: era pentito di essere stato con la cameriera quella mattina. Chissà se Alice sapeva che quel giorno, mentre lei era nella camera della bambina, lui aveva scopato con Camille... Avrebbe mai potuto capire il perché? La raggiunse a letto e, dopo un momento di esitazione, le si avvicinò in un modo che lei conosceva bene. Le lampade dei comodini erano accese. Il resto della camera era invaso dalle ombre come il laboratorio radiografico del professor Biguet. «Non sei più triste?» le sussurrò. «Non ero triste». «Come mai?». «Perché sapevo». «Che cosa sapevi?». «Ti conosco, Émile. Ora hai sonno, ammettilo». «Sì». «E non hai nessuna voglia di fare l’amore».
Perché intanto lui aveva cominciato ad accarezzarla senza convinzione. «Non lo so neanch’io». «Fatti una bella dormita». «E tu?». «Io pure». «Dormirai bene?». «Sì». «Sei felice?». «Sì». Spense lei entrambe le lampade, facendo piombare su di loro una fitta coltre di tenebra e di immobilità. Per due volte, prima di prendere sonno, lui allungò la mano per assicurarsi di non essere solo e sentì al tatto il corpo caldo di lei. «Non dormi?» mormorò Alice. «Quasi». Era un po’ spaventato al pensiero che prima, mentre sonnecchiava nel camerino delle Buttes-Chaumont, senza rendersene conto aveva incrociato le mani sul petto. Si diceva che molto probabilmente sarebbe morto proprio in quella stanza, in quel letto, o che comunque lì avrebbero messo il suo corpo. Il letto risaliva a secoli prima, forse ai tempi di Carlo V, e aveva degli stemmi scolpiti sulle testate. All’epoca di Consuelo c’erano ancora le colonne e le tende. Ma anche senza aveva un aspetto imponente, come se conservasse il ricordo delle tante persone che vi erano state adagiate sopra agonizzanti, livide in volto alla luce dei ceri, per l’ultima esposizione. «Dormi?». Quasi intuisse le sue paure infantili, lei lo sfiorò, dando l’impressione di non farlo apposta, proprio come quella sera nella camera della bambina. Con ogni probabilità fu lui ad addormentarsi per primo, e solo dopo un bel po’ cominciarono ad accusarlo. Del resto lui ammetteva di aver ucciso. Il fatto in sé non aveva importanza ai suoi occhi e nemmeno agli occhi di quelli
che lo interrogavano. Era come se la questione fosse un’altra e si ponesse su un piano molto più elevato, ma la cosa più angosciante era che quelli sembravano non capire le sue spiegazioni. «Fate uno sforzo e vedrete che è semplicissimo» diceva. «Se ci provaste anche voi, vi accorgereste che era i-ne-vi-ta-bi-le. Avevo alzato la mano in questo modo, con il pugno chiuso, guardate. Poi, mentre si avvicinava alla faccia, il pugno si è aperto da solo, le dita hanno cominciato ad allargarsi e alla fine si sono posate sulla gola». Quelli non avevano nemmeno consultato un perito, e dire che per un filmetto qualsiasi ne vengono reclutati a decine. Era uno scandalo che non avessero ancora provveduto a chiamarne uno. All’inizio era quasi sicuro che la donna uccisa fosse Alice. Almeno così dicevano. Poi però, riconoscendo nell’aula del tribunale Cadot, vestito di nero con l’ombrello appeso al braccio, aveva capito che si trattava di Viviane. Questo naturalmente cambiava le cose, soprattutto perché lui non conosceva la casa dove abitava Viviane. E la casa era il punto centrale della sua difesa. Per loro non era chiaro neanche questo, restavano impassibili mentre lui si sforzava di spiegare il ruolo fondamentale della casa. «Io, per esempio, ne ho una...». Bah, tutt’a un tratto non sapeva più se stava parlando della casa di avenue George Vo del capanno in Vandea, dove d’inverno il suo letto diventava un’isola «completamente circondata dall’acqua»! O si riferiva addirittura all’appartamento di rue Chaptal in cui era morta Yvonne? «Non vivevo più là, capite? Ci viveva l’altro, quello che è venuto dopo di me». Nemmeno questo riuscivano a comprendere. Per loro, lui e l’altro erano un tutt’uno, o meglio era come se, in quella logica particolare, l’altro fosse una sorta di sua controfigura (avevano usato la parola «controfigura», quasi che appartenessero anche loro al mondo del cinema) di cui lui era comunque responsabile.
«No, signori! Non accetto questa formulazione». E una voce alle sue spalle esclamava allegramente: «La formulazione è respinta. Avanti il prossimo!». Solo che il prossimo era sempre lui. Con quella gente bisognava ricorrere a un’altra tattica. Poiché erano insensibili agli argomenti della ragione, avrebbe cercato di far leva sui sentimenti. A quel che pareva, loro lo avevano previsto, perché con grande naturalezza gli portavano una bottiglia di vino rosso. «Signori, per tutta la vita mi sono sforzato...». Come mai il giovane Jouve, che arrivava a versargli il vino, sembrava tanto imbarazzato, quasi si vergognasse di vedere Maugin darsi la zappa sui piedi? E davvero si stava dando la zappa sui piedi! Si era sforzato di fare cosa? «Ho lottato...». Lottato contro cosa? «Ho...». Cosa? Cosa? Cosa? La domanda, che si era lasciato malauguratamente sfuggire, riecheggiava amplificata, come un coro di cornacchie, e tutti ripetevano con l’espressione arcigna e la voce gracchiante di quegli uccellacci neri: «Cosa? Cosa? Cosa?». Il che, a quanto pareva, equivaleva a una condanna. Doveva essere così, visto che i presenti si facevano da parte per lasciar passare il boia. Il boia era il dottor Biguet, in camice bianco da chirurgo, con la cuffia bianca in testa e lo stetoscopio al collo. Camminando scuoteva il capo e sospirava: «Io gliel’avevo detto». «Non è vero, lei mi aveva promesso settantacinque anni!». «Alle spalle, amico mio, alle spalle! Non davanti!». E, sottovoce, seccato: «Reciti la scena come si deve, caro Maugin, da grande attore quale è. Qui tutti detestano le sequenze di raccordo». Aveva gli occhi aperti. Era sicuro di non aver gridato. Anzi, non aveva nemmeno fiatato, dal momento che Alice era ancora placidamente immersa nel sonno. Avvertiva nel letto come una
subdola, insidiosa minaccia e piano piano, senza far rumore, fece scivolare fuori dalle lenzuola prima una gamba, poi l’altra. Quando la rete, alleggerita del suo peso, si sollevò, Alice emise un sospiro, ma siccome la notte precedente non aveva dormito molto, o forse non aveva dormito affatto, aveva il sonno pesante. La luce lo avrebbe tranquillizzato, ma non osava accenderla. Cercò a tastoni la poltrona che stava tra il letto e il muro, una ridicola poltrona nera e dorata, che sarebbe andata bene per una scena di incoronazione e risaliva alla stessa epoca del letto, ornata anch’essa di blasoni, con un logoro rivestimento di velluto. Ora era sveglio, quindi non stava sognando. L’incubo era finito e a poco a poco si dissolveva. Di lì a qualche istante non se ne sarebbe neanche più ricordato. Tuttavia, tra quelle facce apparse in sogno che cominciavano a svanire, ce n’era una che al contrario si faceva sempre più nitida, risaltava in modo sorprendente: quella dell’uomo che stava accanto al giudice. Maugin era sicuro di averlo già visto da qualche parte e che avesse a che fare con qualcosa di spiacevole accaduto di recente. Allungò una mano con cautela per prendere il bicchiere d’acqua sul comodino, e la faccia di quell’uomo entrò nella vita reale, divenne quella di un giovane alto e biondo, di un biondo chiarissimo, dorato, che portava un colletto rigido a punte rivoltate e una cravatta bianca sotto un frac nero di ottimo taglio. Era il cliente accompagnato da due donne che al Presbourg aveva tentato di avvicinarlo per chiedergli spiegazioni e che il proprietario aveva preso in disparte. Poteva avere una trentina d’anni. Era di colorito roseo, in ottima salute, ben curato come un animale di lusso. Probabilmente faceva equitazione al Bois de Boulogne, tennis e nuoto nel Parc de Bagatelle, golf a SaintCloud. Maugin sentì salirgli alla gola un’ondata di rancore contro quell’uomo e contro tutti quelli come lui, che le sere delle prove generali andavano a fargli i complimenti trattandolo con
una familiarità piena di sufficienza. L’uomo biondo pareva perfettamente a suo agio con se stesso, era di quelli che sono a proprio agio in ogni circostanza, in casa, nella vita. «Émile, dove sei?». Alice si era tirata su nel letto e cercava l’interruttore, guardando stupita Maugin seduto, con una smorfia torva in viso, su quella poltrona che sembrava uscita da una tela di Velázquez. «Che cosa c’è?». «Avevo caldo. Mi sono alzato un momento». Vuotò lentamente il bicchiere. «Non ti senti bene? Vuoi che chiami il dottore?». «Sto benissimo». Era passata. «Sai, bambina mia, non sono cattivo come sembro». «E chi ha mai detto che sei cattivo?». «Io». «Ma scherzi, Émile? Tu sei l’uomo migliore del mondo». «Non è vero, però non sono neanche il peggiore. Un giorno, se ne avrò il tempo, ti spiegherò». Lei non fece caso a quelle parole, «se ne avrò il tempo», pensò che si riferissero alle sue giornate troppo piene di impegni. «Vuoi un sonnifero?». «Non mi serve. Vedrai che adesso dormirò bene». E, in effetti, dormì fino al mattino. Quando non doveva andare al teatro di posa non lo svegliavano alle sette. Aveva il tempo, restando a letto, di sentir accordarsi i primi tenui rumori della casa. Non suonò per farsi portare la colazione da Camille, ma andò in vestaglia, con i capelli appiccicati alla fronte, nella camera della bambina, dove era appena arrivata la signora Lampargent. Per divertire sua moglie fece una smorfia alle spalle della bambinaia, poi andò in cucina, dove la cuoca non voleva che si versasse il caffè da solo, perché, a suo dire, lo faceva schizzare dappertutto.
Non pioveva. Le strade non erano più bagnate. I marciapiedi, le case, il cielo erano di un grigio freddo che faceva pensare al giorno dei morti: come se non bastasse, si udiva anche il sibilo del vento nei camini. A Maugin capitava di rado di poter ciondolare così per casa, e rimandava il momento del bagno per restare il più a lungo possibile in vestaglia e pantofole. In quasi tutti i suoi film c’era una scena in cui recitava in vestaglia. I registi la inserivano sempre perché sapevano che in quella tenuta era irresistibile. Uno dei bauli di vimini, dei trentadue bauli di vimini accatastati nella stanza sul retro, conteneva tutte le vestaglie che aveva portato in scena e sullo schermo. Quel giorno ne aveva una di seta pesante, stretta in vi-ta da una grossa cintura. Gli piacevano di seta, e il pubblico che sorrideva in platea non poteva immaginare che aveva indossato la sua prima vestaglia a trentadue anni per uno sketch comico, né che fino ai ventotto non aveva mai posseduto un pigiama o una camicia da notte, che dormiva in camicia e che, non avendo pantofole, per andare a lavarsi infilava i piedi nudi nelle scarpe slacciate. Da allora era diventato un rito farsi comprare, per ogni film e per ogni spettacolo teatrale, una vestaglia dal produttore o dal regista. Era una piccola rivincita. E, sempre a spese loro, si faceva confezionare da André Perugia un paio di pantofole abbinate, al punto che ormai ne aveva un armadio pieno. Che aspetto avrebbe avuto l’appartamento il giorno dopo? Sì, insomma, l’indomani del giorno o della notte in cui... no, meglio non pensare a quella parola. Ci sarebbe stata molta confusione? Probabilmente Alice si sarebbe rifugiata nella stanzetta accanto alla camera della bambina, dove aveva dormito la notte prima. «La signora non è in condizione di ricevere nessuno!» avrebbe ripetuto a tutti Camille, prendendo molto sul serio la sua parte. Ma i giornalisti e i fotografi sarebbero entrati lo stesso. Quella vecchia troia di Juliette Cadot si sarebbe intrufolata fra i
primi, e per lei sarebbe stata l’ultima grande occasione di farsi pagare le seggiole! E Cadot? Chissà, forse sarebbe stato ancora in lutto per sua moglie (toccò ferro). Maria, la vestiarista, sarebbe subito sgattaiolata in cucina dove, dopo essersi versata una tazza di caffè, si sarebbe accasciata su una sedia, lamentandosi delle sue «povere gambe». Magari sarebbe arrivata anche sua sorella Hortense che, allenata dalla vedovanza, avrebbe avuto un’aria estremamente rispettabile. Non la vedeva da mesi, da anni, e forse era venuto il momento di rimediare: sembrava proprio il giorno giusto. Per motivi che non avrebbe saputo spiegare, infatti, le rare volte che era andato a trovarla a Villeneuve-Saint-Georges, per lui era stato un po’ come far visita al cimitero. Però era tentato. Negli ultimi tempi gli era capitato in diverse occasioni di pensare a lei, e due giorni prima ne aveva parlato con Biguet: Hortense era la sorella che si era lasciata palpare da Nicou, facendogli guadagnare venticinque centesimi. «Pronto? È l’Hôtel de l’Étoile? Vorrei parlare con il signor Jouve, per favore. J come Jules, O come Oscar, U come uccello, V come... Ah, mi scusi, signorina, pensavo che non avesse capito...». Per molto tempo anche lui, come Jouve, aveva vissuto in albergo e in quel periodo aveva desiderato follemente un appartamento tutto suo: guardava le famiglie all’interno delle case illuminate come un mendicante guarderebbe la vetrina di una salumeria. «Sì, capo». «Ti disturbo? La ragazza è ancora a letto?». «Non c’è nessuna ragazza, capo. Glielo giuro!». «Per quel che me ne importa...». «Importa a me». Storse il naso al ricordo del piccolo incidente del giorno prima, nel camerino, e del rossore di Jouve. «Telefona a Weill e digli che non andrò all’appuntamento». «E io ci devo andare?». «Sì, se vuoi, ma non promettere niente».
«Vuole che venga lì?». «No, è inutile». «È sicuro di non aver bisogno di me?». «Sicurissimo, signor Jouve. Buona giornata!». L’insistenza del giovane era più che comprensibile, perché ogni volta che Maugin gli dava un giorno di libertà poi, dopo un paio d’ore, finiva per richiamarlo, facendolo cercare in tutti i posti che normalmente frequentava o addirittura svegliandolo nel cuore della notte. «Alice!». «Sì». «Adrien passerà la giornata in campagna con la sua ragazza». «Adrien ha una ragazza?». «Non lo sapevi? Una bellissima rossa con due seni grossi così». «Non ce lo vedo proprio Jouve con una donna». «E con chi allora? Con un uomo?». «Forse». Aveva un’espressione innocente. Hanno tutte un’espressione innocente. Anche Consuelo, che lo tradiva con qualunque ragazzo dai capelli impomatati e la carnagione scura le capitasse a tiro e che subito dopo correva a confessarsi in una di quelle improbabili chiese per le quali aveva un fiuto speciale: sceglieva sempre i suoi «padri spirituali» in certi ordini strampalati di cui la maggior parte delle persone non sospetta nemmeno l’esistenza. Quando Maugin tentava di mettere in pratica con lei certe sue fantasie, Consuelo lo ammoniva tutta seria, con quel suo accento che rendeva la cosa ancora più comica: «Émile, è peccato!». Al ristorante talvolta gli bloccava la mano di colpo: «Stai per commettere un peccato mortale. Oggi è venerdì». Nel suo mondo il peccato occupava un posto centrale, era una specie di personaggio, che lei si sforzava di ammansire, con cui aspirava a convivere pacificamente. A volte, quando lui l’aveva appena posseduta e lei non era arrivata a godere, gli diceva:
«Ora fammi il peccato». Il bello è che alla lunga, se non proprio a spaventarlo o a suscitare in lui degli scrupoli, era comunque riuscita a turbarlo, a insinuargli un certo senso di colpa. «È arrivata la posta, mia cara?». «L’ho messa sulla scrivania del signore». Yvonne Delobel, invece, gli aveva ficcato in testa quell’idea delle persiane verdi. Niente di drammatico. Però, dopo aver vissuto sia con l’una che con l’altra, in un certo senso lui non era più lo stesso uomo di prima. Sia il peccato che le persiane verdi portavano con sé tutta una serie di conseguenze inaspettate, inimmaginabili in un primo momento. E non era così anche per tutto quello che faceva o diceva lui nel corso della giornata? Ecco, lo sapeva! Non aveva perso tempo, il ragazzo! Una enorme partecipazione funebre, con un bordo nero che macchiava le mani, una piccola croce stampata e tutta una sfilza di nomi, vari Aupin, Legal, Pierson, Meurel... «... Il padre, la madre, le sorelle, i fratelli, i cugini, le cugine, i cugini di secondo grado...». E per lui? Quale sarebbe stato il suo catalogo? Non certo Cadot. Non avrebbe avuto una simile faccia tosta. Né, a maggior ragione, sua madre, Juliette Cadot. Ci sarebbero state Alice e Baba, poi... In fondo non era una cattiva idea quella di andare a salutare Hortense, ma avrebbe dovuto farsi subito il bagno e arrivare in taxi fino a Villeneuve-Saint-Georges, o altrimenti passare quasi un’ora in métro. Preferiva restare lì a vagare per casa, guardando le donne alle prese con le loro attività quotidiane. Tutte, Alice compresa, sembravano imbarazzate dalla sua presenza, dal fatto che se ne stesse con le mani in mano e che si piazzasse nel bel mezzo della stanza in cui loro stavano lavorando per osservarle. «Non ti vesti?». «Fra un po’». «Ma non avevi un appuntamento?».
«L’ho disdetto». «Ti senti bene?». «Benissimo». Si mise a giocare con la bambina sotto lo sguardo contrariato della signora Lampargent. Era buffo pensare che sua sorella Hortense, dopo aver mostrato il sedere a tutti i ragazzi del paese, fosse diventata la signora rispettabile che era adesso. Maugin non sapeva esattamente in che modo ci fosse riuscita, sapeva solo che aveva lavorato come donna di servizio da un libraio e come lavapiatti in un ristorante. Oggi era la vedova del signor Rolland e abitava nella casa più grande e più solida di Villeneuve, una casa di pietra del secolo scorso, massiccia e buia come una cassaforte, con un giardino chiuso da un’inferriata. In tutte le stanze ci si sentiva addosso lo sguardo di Léon Rolland, il defunto marito, un grossista delle Halles con un folto paio di baffi, il cui ritratto campeggiava sulle pareti circondato da una corte di sconosciuti e sconosciute in formato più piccolo, tutti membri della famiglia Rolland e della famiglia Bournadieu (la madre di Rolland era una Bournadieu di Agen). Nonostante tutto, però, Hortense aveva mantenuto i contatti con le sorelle, e proprio da lei Maugin aveva saputo che ne era stato di loro. «Nessuna ha fatto una brutta fine!» affermava con orgoglio Hortense. «E nessuna è in miseria!». «A quanto pare nostro padre e nostra madre avevano dato abbastanza anche per le generazioni successive!». «Non ti permettere di parlare così dei nostri genitori davanti a me». Élise, la più piccola, che quando lui se n’era andato camminava appena, si era sposata con un capopesca di La Rochelle. «Il suo solo rammarico è di non aver avuto figli. Però sono felici lo stesso. Si sono fatti costruire una bella casetta nel quartiere della Genette». «E Marthe?». Marthe aveva una latteria a Lione. Probabilmente Hortense
sarebbe stata in grado di spiegargli come mai fosse finita a Lione, ma lui non ci teneva a saperlo. «Uno dei suoi figli verrà a studiare medicina a Parigi». «E magari passerà a trovarmi?». «È naturale, no? Sei suo zio!». Quella parola lo lasciava perplesso, gli faceva quasi paura, gli dava un po’ la stessa sensazione di sprofondamento, di vischiosità, che aveva provato a letto la notte prima. «Jeanne invece...». Sì, perché aveva ancora un’altra sorella, che si era sposata in Marocco con un colono, e Maugin sospettava che fosse arrivata lì attraverso il circuito delle case di tolleranza. «Come vedi, non hai motivo di vergognarti della tua famiglia. Mica tutti possono fare gli attori!». Niente visita a Hortense quel giorno, aveva deciso. Non aveva voglia di fare niente, se non di starsene a bofonchiare per tutta la mattina, sicché se ne andò un po’ in cucina a perdere tempo, finché non fu cacciato perché era l’ora delle grandi pulizie del sabato. Ci sono giornate così, in cui tutto è immobile, tutto sembra eterno, oppure inesistente. Sì, in fondo sarebbe molto meglio: inesistente! «Émile, mi sa che adesso devi proprio vestirti. Almeno se hai ancora intenzione di portarmi fuori a pranzo». Gli sorrideva come se stesse parlando con un bambino, e invece era lei che aveva solo ventidue anni, che stava appena cominciando a vivere. «Pronto? Il Café de Paris? Vorrei prenotare un tavolo per due, in fondo alla sala. Il divanetto. Sono Maugin... Maugin, sì. Grazie mille». Non era per fare piacere ad Alice che la portava al Café de Paris, dato che lei non amava affatto i ristoranti di quel genere. E neanche lui. Ne aveva abbastanza del Maxim’s, del Fouquet’s, di Armenonville, di tutti i posti in cui si incontrano sempre le stesse persone, che sembrano girare in tondo come i cavalli delle giostre. Ogni tanto, però, era utile andare a guardare quella gente da
vicino, per cercare di capire com’era fatta. Utile, anche se in un certo senso deleterio: era una cosa che lo mandava su tutte le furie. Ma forse un giorno sarebbe riuscito a carpire il loro segreto. Li osservava da anni e non ne aveva mai visto uno scoppiare a ridere – o scoppiare in singhiozzi – guardandosi allo specchio o guardando i suoi compari. Già, perché erano un po’ come una banda. Lui, lo lasciavano entrare, sedersi, borbottare, recitare la sua particina, andavano perfino a stringergli la mano. «Come va, Émile?». Oppure: «Senti, Émile, niente male il tuo film, quello con coso, come si chiama, il tipo che si butta in acqua. Certo che hai trovato la gallina dalle uova d’oro, tu!... Ci vediamo a Longchamp?». Era tentato di rispondere: «Nossignore! Io non ci vado a Longchamp! Sono una persona seria, io, e le persone serie lavorano! Sono un coglione, caro signore, lo so, uno che ancora crede a quello che gli dicono. Sorrido educatamente alle gentili signore... Mi scusi, signor giudice... Buongiorno, signor ministro... Mi perdoni, caro avvocato... «Che poi mica ci credo veramente. «Però, caro signore, faccio come se ci credessi. «Sa, caro signore, mi imbarazza non crederci. «O comunque non crederci più del tutto. «O chissà, forse crederci un po’. «E, da anni, aspetto di vedere se per caso uno di voi non cominci a sentirsi a disagio e non si decida a spiattellare tutta la verità...». Basta! Era un pensiero stupido! Era passato da un pezzo il momento di bere i due bicchieri di vino che gli spettavano. Aveva resistito molto più del solito. Aprì la porta del bagno e, alla vista di sua moglie nella vasca, fu preso da una smania improvvisa. Ma a lei non sarebbe piaciuto farlo proprio quando doveva vestirsi per andare fuori a pranzo. E a lui non andava di ripiegare su Camille. Il giorno
prima il suo odore gli era rimasto appiccicato addosso per ore, perché è vero che le rosse hanno un afrore particolare. «Ti vesti?». «Sì, mi vesto, certo che mi vesto!». Per farle piacere. Faceva un sacco di cose per accontentare gli altri, poi, quando ci ripensava, provava una sorta di rancore nei loro confronti. «Che coglione!». Si mise a fischiettare e, mentre l’acqua scorreva nella vasca, si tolse il pigiama. «Al telefono, signore». «Chi è?». «Il signor Jouve». Ci andò tutto nudo, con la pancia in bella mostra. Sfortunatamente non incontrò la signora Lampargent. «Come? Se voglio andare a pranzo? Di’ a Weill che vado pranzo con mia moglie. Nossignore. Con mia moglie e basta, non con mia moglie e il signor Weill. Preferiamo starcene per i fatti nostri. Ti saluto». Era sempre la stessa storia, perché Weill era per l’appunto uno di quei tipi a cui stava pensando poco prima. Lui e Alice si vestirono contemporaneamente, con le porte dei due bagni aperte. Fu divertente. Maugin giocava a disegnarsi delle maschere grottesche sul viso con la schiuma. Alice rideva. Gli annodò la cravatta. Si era messa un grazioso tailleur nero che la faceva sembrare una ragazzina, e a lui parve ancora più bella quando, prima di uscire, prese in braccio Baba per darle un bacio. Salirono su un taxi all’incrocio con gli Champs-Élysées. I riflessi dorati che si vedevano tra le nuvole lasciavano sperare che da qualche parte esistesse ancora il sole e che prima o poi sarebbe riapparso. «Al Café de Paris». «Bene, signor Maugin». «Le abbiamo riservato il suo tavolo, signor Maugin». «Per di qua, signor Maugin». «Ciao, Émile!».
«Buongiorno...». Si diresse verso il suo tavolo, sempre lo stesso, in fondo, da dove poteva vedere tutta la sala. Alice si sedette subito, mentre lui prima di prendere posto si fermò un momento in piedi, maestoso, guardandosi intorno con fare sprezzante. Poi il tavolo fu spinto verso di loro come per imprigionarli. «Che hai?». Senza vedere il menu che il cameriere le porgeva, Alice fissava qualcosa dietro di lui, un punto preciso della sala, una coppia che pranzava, una donna bellissima, consapevole della sua bellezza e della sua eleganza, perfetta sino all’ultimo diamante, e un giovanotto alto e biondo, che le parlava sottovoce con un mezzo sorriso sulle labbra e gli occhi puntati su loro due. Era il tipo del Presbourg. E del sogno.
6 Non avrebbe nemmeno osato sperare che Alice si sarebbe mostrata così forte, né soprattutto che la sua prima reazione sarebbe stata quella di posare la mano guantata sulla sua. Si era accorto che la moglie aveva dovuto fare un grande sforzo per chiudere gli occhi, dopodiché era rimasta a lungo con le palpebre serrate e il viso completamente immobile, eccetto che per un lieve fremito delle narici e un tremolio all’angolo della bocca. Adesso le era passata: guardava il cameriere, anche se in realtà non lo vedeva, o almeno non distintamente. «Se posso permettermi, signora, le consiglierei un soufflé delicatissimo, seguito da una quaglia arrosto su un crostino di pane». «Non adesso» borbottò Maugin con voce roca, accompagnando la risposta con un gesto eloquente della mano. «Forse nel frattempo la signora gradirebbe un cocktail?». «Le ho detto di lasciarci in pace!». Sul divanetto le due mani avevano cambiato posizione, e ora la zampona di Maugin copriva la mano ancora guantata di Alice e la accarezzava teneramente. Era il suo modo di parlare alla moglie in mezzo a tutta quella gente. Era anche un modo per imporre a se stesso una relativa calma. Aveva il fiato grosso e aspettò che il respiro gli fosse tornato regolare prima di spostare in avanti il tavolo con la mano libera. «Gli spacco la faccia, a quello!». «No Émile, ti supplico! Fallo per me!». Alice gli era grata di averle risparmiato le domande. Di non averle chiesto: «È lui?». Maugin aveva capito al volo. La coppia di fronte era ancora girata verso di loro. L’uomo parlava tenendo il mento appoggiato sulle dita piegate, mentre con gli occhi socchiusi
guardava Maugin e sua moglie attraverso il fumo della sigaretta, e dalla piega beffarda e un po’ sprezzante delle sue labbra, dal modo in cui articolava le parole, si poteva quasi ricostruire quello che stava dicendo. Non erano in procinto di andarsene. Avevano mangiato solo gli antipasti, e proprio in quel momento il cameriere aveva portato loro una bottiglia di chambertin. Non si poteva certo pensare di rimanere lì per tutta la durata del pranzo, con Alice che tremava, che non sapeva dove posare lo sguardo e che, chissà a quale prezzo, sfoggiava un sorriso cordiale. «Cameriere!». La voce di Maugin risuonò stentorea come quando era in scena; si eresse in tutta la sua altezza, spingendo il tavolo che lo bloccava e che il cameriere non aveva tirato via abbastanza in fretta per i suoi gusti. «Vieni, cara». «Non pranza, signor Maugin?». «Mi è passata la fame: non riesco a mangiare se ho davanti certe facce che mi tolgono l’appetito». Aveva pronunciato quelle parole quasi al centro della sala, soppesando e scandendo ogni sillaba. E, mentre tutti gli occhi erano puntati su di lui, guardò di proposito il biondino dritto in faccia. Rimase lì ancora un istante per dargli il tempo di reagire nel caso avesse voluto, dopodiché, visto che l’altro non si muoveva, si diresse verso la porta facendosi precedere dalla moglie. Il gestore accorse preoccupato: «Qualcosa non è di suo gradimento, signor Maugin?». «No, no. È solo che c’ è un villano che mi irrita e se resto qui un altro minuto lo prendo a schiaffi». Per una volta che andava a pranzo fuori con sua moglie! Mentre percorrevano avenue de l’Opéra le teneva una mano sulla spalla con fare protettivo e aveva ancora il respiro corto e caldo della bestia inferocita. «È un mascalzone!». E dopo qualche passo: «Un villano!».
Poi, dopo qualche altro passo, la sbirciò con la coda dell’occhio e la vide pallidissima, come se stesse per svenire. «Scusami, cara. Non dovrei dirti queste cose!». «Non è per lui». «E per chi allora? Come sarebbe a dire non è per lui? Che significa?». «Che non è per causa sua che sto male». «E per causa di chi?». «Tua». «Come mia? Che cosa ho fatto io?». Si era fermato in mezzo al marciapiede, e i passanti, riconoscendolo, si giravano a guardarli. «Vieni, Émile. Mi sono espressa male. Questa storia fa male a te. E siccome fa male a te...». Lui, tutt’a un tratto, era troppo turbato per continuare il discorso. «Be’, in ogni caso, dobbiamo pur mangiare qualcosa. Entriamo qui». Era il primo ristorante che gli era capitato sott’occhio: aveva notato la vetrina dipinta di verde in una traversa. Li fecero sedere vicino alla finestra, e lui passò alla moglie il menu ciclostilato. «Ordina». All’inizio, quando le aveva timidamente proposto di sposarla e di riconoscere il figlio che stava per nascere, lei aveva rifiutato a lungo, poi alla fine aveva posto una condizione. «Promettimi che non cercherai mai di sapere chi è». «E tu? Non cercherai di rivederlo?». «Mai». Da allora non avevano più toccato l’argomento. Qualche volta Maugin ci aveva pensato, soprattutto negli ultimi tempi, soprattutto quando giocava con Baba facendole le smorfie, ma fino a quel momento l’altro era rimasto in un certo senso solo un’astrazione a cui lui aveva evitato di dare una forma concreta. E ora invece ce l’aveva, una forma concreta! «Che cos’hai ordinato?».
«Trippa». Alice si rinfrescava il trucco, come per plasmarsi una faccia diversa, un po’ come ci si lava le mani dopo aver stretto delle mani sporche. «Visto, Émile? Avresti fatto meglio ad andare a pranzo con Weill». Oltre tutto gli avevano dato un tavolo in mezzo alla corrente, e proprio dietro le sue spalle erano appesi dei cappotti che puzzavano di cane bagnato. «Sei sicura che non ci sei rimasta male, Alice?». «Non per me». «Lo sapevi?». «Non mi facevo illusioni». Non era poi così drammatico. Solo squallido, di quel misero, banale squallore che mortifica le persone e la vita. L’altro, che pranzava con una bella donna – certo non sua moglie –, nel vederli entrare, nel vedere l’enorme sagoma dell’attore che attraversava la sala spostando l’aria al suo passaggio, probabilmente aveva detto: «Guarda, guarda! Il cornuto!». Così, a mezza bocca, come se stesse masticando e sputando un pezzetto di legno. Il giorno prima, per andare al teatro di posa, Maugin si era messo un abito a doppio petto blu scuro; non sarebbe passato inosservato neppure con quello, ma di sicuro avrebbe dato meno nell’occhio che con la giacca di tweed a quadri che aveva scelto quella mattina. Forse qualcuno aveva commentato: «Che pagliaccio!». Faceva apposta a sembrarlo. Quanto ai cornuti, poi, in un certo senso erano la sua specialità: aveva la stazza e l’età giuste, sicché quel ruolo gli veniva affidato in continuazione a teatro e sullo schermo. E lui lo interpretava in un modo così originale che aveva inaugurato una nuova tradizione, in cui il cornuto non era più un personaggio puramente comico. Anzi, in platea, tra una risata e l’altra, si vedeva spesso qualcuno che si soffiava il naso. Chissà se Alice immaginava che era questo il motivo per cui
voleva spaccare la faccia a quel mascalzone! «Due mesi prima che lui la sposasse, la mogliettina veniva a letto con me!». Magari aveva anche aggiunto qualche particolare intimo! Dài, continua, sporco maiale d’alto bordo! Dilla tutta! Fra gli antipasti e il coq au vin, il tempo di fumarti una sigaretta e finire il bicchiere di Château d’Y quem. «E visto che sua figlia è nata sei mesi dopo il matrimonio... Fa’ un po’ il conto!». Ma sì! Sfodera pure il tuo bel sorriso! È tutto talmente spassoso! Anche in quel ristorante, per darsi un tono, servivano la trippa in piccoli scaldavivande, che però erano di rame anziché d’argento. «Mangia!» le ordinò. Dimenticava che era lui quello a cui piaceva la trippa. «Ci provo». Maugin doveva sforzarsi di mantenere la calma, perché a tratti aveva ancora l’impulso di piantare lì la moglie per qualche minuto, tornare al Café de Paris e afferrare per il bavero quel bellimbusto che in pochi istanti era riuscito a sconvolgere il loro equilibrio. «Vieni a teatro con me oggi pomeriggio». «Non posso, Émile. È il giorno libero della signora Lampargent». «Telefonale da qui e dille che ti è impossibile tornare a casa prima di sera». «Lo sai com’è fatta». «Va bene! Vado a chiamarla io». Ci andò, attraversando quella saletta minuscola in cui la sua figura appariva ancora più imponente. Di là dalla porta a vetri della cabina lei lo vide parlare con un’ espressione risoluta sul viso. Era riuscita a non piangere, e lui gliene era grato. Gli sembrava un buon segno. Disse qualcosa a una cameriera, che indossava un grembiule di dubbia pulizia, tirandola in disparte, e poi tornò al tavolo con fare misterioso. Un momento dopo
servirono loro una bottiglia di vino del Reno, il preferito di Alice. «Alla nostra salute, cara!». Come poco prima lei serrò le palpebre con forza. Lui le prese la mano e aggiunse: «A Baba!». La voce gli si era incrinata sull’ultima sillaba. Non doveva lasciarsi andare così. Era da sciocchi. Cercò di riscuotersi. «La prossima volta che lo incontro, quel farabutto, un bel ceffone non glielo leva nessuno!». Avrebbe voluto farla ridere. Sapeva che sarebbero tornati sull’argomento, forse in molte occasioni, ma per ora riteneva meglio cambiare discorso ed evitare di pensarci. «Ti ho detto che Viviane è morta?». «Viviane?». «La moglie di Cadot». Per svagarla, fu tentato di raccontarle la vera storia di Cadot, ma si accorse in tempo che non era per niente allegra. «Sai, Alice, credo proprio che ti amo!». E tutti e due, contemporaneamente, si resero conto che fino allora non glielo aveva mai detto sul serio. Erano sposati da quasi due anni e non avevano mai parlato d’amore. Nel Midi, prima che nascesse Baba, vivevano come fratello e sorella, o più precisamente, data la differenza d’età, come zio e nipote. D’altronde lui a volte, per scherzare, diceva alla gente: «Mia nipote!». Quando lei lo aveva raggiunto a Parigi con Baba, si era trovato in difficoltà perché non sapeva quale camera assegnarle, visto che la stanza accanto a quella della bambina era piuttosto piccola e dava sul cortile. «È proprio necessario che abbia una stanza tutta per me?» aveva chiesto lei. Le ci era voluto più tempo per abituarsi ai domestici, che la mettevano un po’ in soggezione. «Maria sarà felice di vederti, e mentre io sono in scena potrete farvi una chiacchierata». Si sforzava di presentarglielo come uno svago.
«Bevi, cara. Non è buono?». Lo beveva anche lui, benché non amasse il vino bianco. Per un attimo aveva pensato di ordinarsi una caraffa di vino rosso della casa, ma Alice avrebbe potuto fraintendere, credere che bevesse per un altro motivo. Era lei a tenere d’occhio l’orologio. «Dobbiamo sbrigarci, Émile». Fu uno strano pranzo. La situazione era insolita per entrambi. Avevano l’impressione di essere in viaggio, di essere andati a mangiare fuori in una città sconosciuta, impressione che non svanì neppure quando uscirono dal ristorante e presero un taxi. Maugin aveva promesso ad Alice di non chiederle il nome dell’uomo e non glielo avrebbe chiesto neanche adesso che l’aveva visto in faccia. Gli sarebbe bastato interrogare il cameriere del Café de Paris o il barman del Presbourg. Probabilmente aveva incontrato quel tizio già diverse volte senza farci caso. «Sta per nevicare» annunciò con aria convinta. Era un’affermazione così inaspettata, così inverosimile, nonostante il biancore latteo del cielo, che Alice lo guardò e per poco non scoppiò a ridere. «Povero Émile!». «Perché povero?». «Perché devi farti carico di un sacco di persone, e nessuno si preoccupa di risparmiarti i dispiaceri». «Chi è che mi darebbe dei dispiaceri?». «Perfino io!». «Siamo veramente sciocchi ad assumere quest’aria tragica per colpa di un cretino che faceva il gradasso al ristorante, non ti pare? Ehi, tassista, dove sta andando?...». «Che c’è, signore? Mi ha detto a teatro...». «All’ingresso degli artisti». Per una volta un tassista che non lo aveva riconosciuto e che intascava i soldi guardandolo con indifferenza, attento solo alla mancia! «Salve!» gridò Maugin al portiere, passando davanti al vetro della guardiola.
Se prima di sera avesse avuto la malaugurata idea di bere anche solo una bottiglia di vino, quella storia per lui sarebbe diventata un’ossessione. Sapeva fin d’ora che cosa avrebbe pensato. In realtà lo pensava già, ma in modo diverso, senza farne una tragedia. «Maria, indovina chi ti ho portato?». «Oh, signori... signora Maugin!». «Ma dài, puoi chiamarla Alice come prima!». «Com’è cambiata!». «Cambiata?» borbottò lui. «È diventata più fine, più signora. Ah, prima che mi dimentichi, signor Émile, è appena arrivata una telefonata per lei». «Chi era?». «Il signor Cadot». «Ancora?». «Si scusa di non poter passare a salutarla, ma spera che lei capisca». «Be’, se è per quello, meglio così!». «Voleva sapere se pensa di andare al funerale, perché in tal caso prenoterà una macchina in più». «Un secondo carro funebre?». «Non dire queste cose, Émile!». «Va bene! Se richiama, digli che mi dispiace, che avrei tanto voluto, ma che, per via del mio cuore, il dottore mi ha proibito di andare ai funerali». E, poiché sua moglie lo guardava sorpresa e preoccupata, aggiunse: «Naturalmente sto scherzando». «Stamattina mi è sembrato di vederti prendere delle pillole». «Erano per la voce». Con la vestaglia sulle spalle, Maugin si truccava pensando che il pomeriggio sarebbe stato lungo, poi c’era la cena, e a quel punto avrebbero avuto ancora da far passare il resto della serata. Avrebbe tenuto Alice con sé per tutto quel tempo? Voleva evitare di lasciarla sola, il che però non avrebbe impedito loro di pensare all’accaduto, e prima o poi avrebbero
sicuramente finito col parlarne. «Mancano dieci minuti, signor Émile!» passò ad annunciare il direttore di scena. Solo durante lo spettacolo, verso la fine del primo atto, quando era attorniato dalle cinque dattilografe, si rese conto della gaffe che aveva fatto credendo di essere furbo. Aveva portato sua moglie lì per distrarla, per impedirle di pensare all’altro. Bell’idea! Facendo due conti, era molto probabile che Alice avesse conosciuto il biondino proprio a teatro, nel periodo in cui interpretava una delle cinque dattilografe. Magari l’aveva messa incinta una di quelle sere, dopo averla aspettata davanti all’ingresso degli artisti. «Che cretino!». «Come?». Riprese a recitare, più burbero che mai, biascicando le battute. Tanto non aveva importanza! Non era certo la prima volta che sbrigavano la diurna in fretta e furia, distrattamente, soprattutto il sabato. Che cosa avrebbero fatto, lui e Alice, l’indomani e nei giorni seguenti? E quella sera, una volta tornati a casa, quando lei avrebbe aperto la porta della camera di Baba per darle il bacio della buonanotte? «Non mi sembri molto in forma» gli disse Lecointre quando calò il sipario. Aveva conosciuto Lecointre fra i venti e i trent’anni, ed era l’unico degli amici di quel periodo che gli era rimasto accanto. Era umile e discreto, e Maugin si dava sempre da fare per trovargli una particina nelle sue commedie e un ruolo di comparsa o qualche battuta nei suoi film. Aveva una faccia da morto di fame, bianca come il gesso, con due occhiaie che gli arrivavano fino alle guance. Si era dato anche lui al vino rosso, ma evitava di entrare nei bistrot in cui andava Maugin. Prima o poi sarebbe sicuramente diventato un barbone. Era il suo destino. Se non fosse stato per il suo amico, a quell’ora sarebbe già finito a dormire sotto i ponti. Del resto gli era già
accaduto di passare la notte al commissariato, ma era talmente tranquillo e perbene che nessuno osava maltrattarlo. «Il fegato?» chiese seguendo Maugin dietro le quinte. «Mai avuto mal di fegato». «Ti ricordi Gidoin?». «Quello che...». «Ssst!». «Quello che ci doveva stampare le banconote false?» riprese lui ad alta voce. «E allora? Tanto non ci siamo riusciti, non le abbiamo mai spacciate». «Forse per te non ha importanza, ma a me capita a volte di avere a che fare con la polizia. Che stavo dicendo? Ah, sì, la notte scorsa io e Gidoin abbiamo parlato di te...». «È ancora vivo? Gli resta qualche brandello di polmoni?». Diceva così perché il loro amico Gidoin già a venticinque anni si lamentava di avere «i polmoni devastati». E, a conferma delle sue parole, tirava sempre fuori le radiografie, come fossero dei diplomi. Con gli zigomi arrossati tossiva piegato in due, tenendosi la pancia con le mani. «Io che morirò giovane...». «Ha un piccolo atelier in fondo a un cortile, in rue du MontCenis. Fa delle incisioni con vedute di place du Tertre e del Sacré-Coeur, che poi vende nei caffè, passando fra i tavoli. Non gli resta molto da vivere e vorrebbe vederti, ma non osa venire a disturbarti. E poi ormai non scende più da Montmartre. Una sera, se ti va...». Erano arrivati davanti al camerino. Maugin tese l’orecchio e si rabbuiò nel riconoscere la voce di Jouve e quella di Alice, che chiacchieravano in tono quasi allegro. «Vedremo» disse sovrappensiero a Lecointre. «Scusami un momento». Girò il pomello senza far rumore e aprì la porta. Jouve, appoggiato alla toeletta, con le braccia incrociate e una sigaretta fra le dita, era animato come non lo aveva mai visto, sembrava disinvolto, quasi spumeggiante, per nulla timido. Poi si voltò a guardare sua moglie, che però intanto aveva avuto tutto il tempo, nel caso ce ne fosse stato bisogno, di darsi
un contegno. Quello che lo colpiva di più era l’atmosfera amichevole, per non dire familiare, che regnava lì dentro. Perfino Maria pareva più allegra del solito. Appena era entrato lui, quell’aria di spensieratezza era sparita, come se con la sua mole l’avesse cacciata fuori. I tre si irrigidirono, il giovane Jouve si alzò subito dalla toeletta e rimase in piedi con le braccia penzoloni, mentre Maria andava a prendere la parrucca da forzato nell’armadio. «Ho una proposta seria per lei da parte di Weill, capo, molto più vantaggiosa di tutte quelle che ha fatto finora. Vorrebbe rilevare il suo contratto dalla società Siva e fargliene firmare un altro, di tre o sei anni, per un numero di film che deciderà lei stesso». «Era di questo che stavi parlando con mia moglie?». «Io...». Lei accorse in suo aiuto. «Mi stava dicendo che ha scoperto un teatro di marionette, non indovinerai mai dove...». Non voleva saperlo. Le marionette non gli interessavano. Avevano parlato anche della rossa con cui a quel che pareva il suo segretario avrebbe passato il weekend? «Rispondi a Weill che non firmerò un bel niente». «Non ha fretta. Ci tiene a incontrarla di persona prima che prenda una decisione». «Non mi incontrerà, e la decisione l’ho già presa». Perché pronunciando queste ultime parole aveva alzato la voce? E perché assumeva un tono drammatico nell’aggiungere: «Capito?». Pareva volerli sfidare tutti e tre, sua moglie, Jouve e la vestiarista, e che, insieme, volesse sfidare anche Weill e tanti altri, tutta una folla di gente visibile solo a lui. «Bottiglia!». Si spazientì vedendo Maria lanciare un’occhiata interrogativa ad Alice, che sembrava rispondere con lo sguardo: «Gliela dia». Era ancora più difficile, più complicato che nel suo sogno. E il
peggio era che ogni volta bisognava ricominciare tutto daccapo. Sarebbe mai arrivato alla conclusione? Poco prima, in quel ristorante di cui non conosceva neppure il nome, era felice, quasi felice, mentre beveva il vino del Reno con Alice e le accarezzava delicatamente la mano con la sua zampona per farle sentire che poteva contare su di lui, che lui la proteggeva, che era fiero di lei e della forza d’animo che aveva dimostrato. Ora invece fissava il camerino con uno sguardo vuoto, o troppo pieno di cose inesprimibili, e gli era tornata la voglia di essere cattivo. Chissà se, quando sapeva che in platea c’era il suo amante – Maugin aveva scelto di proposito quella parola –, Alice andava a sbirciarlo attraverso la fessura del sipario. Tutte le esordienti lo fanno. Dalle poltrone gli spettatori vedono solo un occhio, ma l’interessato lo riconosce e sorride come un idiota, tutto contento di sentirsi in qualche modo partecipe del mondo del teatro. Aveva ragione il biondino: era un cornuto! Un cornuto autentico! Non uno di quelli che interpretava lui e che facevano venire le lacrime agli occhi alle spettatrici. Un banale cornuto, un semplice cornuto, che si portava a letto una ragazzina e si illudeva fosse tutto a posto. Non per nulla, quando lui non c’era, gli altri erano più allegri, come sollevati da un peso; a un tratto Jouve sembrava un vero uomo e riusciva a far sorridere le due donne; Maria assumeva istintivamente l’aria protettiva di una vecchia ruffiana euforica. Guardandosi allo specchio, Maugin cercava di accentuare la durezza dei suoi lineamenti per trasformare la sua faccia in quella del forzato del secondo atto e, se non fosse stato perché a teatro i tratti devono essere particolarmente marcati, sarebbe andato bene così com’era. «Cos’è? Vi è passata la voglia di parlare, ora?». La domanda cadde nel silenzio generale, suscitando l’imbarazzo di tutti. «Gli dico di no?». «Esatto. Vaglielo a dire subito!».
«Ha bisogno di me domani?». «Proprio per niente». «Allora non vengo». Le parole di Jouve gli suggerirono un’immagine oscena e stava già per fare una battutaccia, ma si trattenne in tempo. «Arrivederci». «Arrivederci sedia. Arrivederci muro. Arrivederci porta !». «Perché sei stato così antipatico con lui?». Magari ora lo sarebbe stato anche con lei, per poi chiederle scusa il giorno dopo, farfugliare qualcosa al telefono e mandarle una dozzina di rose! Era solo un vecchio rincoglionito – settantacinque anni, aveva detto Biguet, che di queste cose se ne intendeva – ed era meglio che se ne stesse tranquillo. Tipi come Lecointre e Gidoin non facevano tante scene, concludevano la loro esistenza in maniera dignitosa. Si lasciavano portare via piano piano dalla corrente. Merlaut invece era morto, perché ci vuole sempre qualcuno che paga per tutti. Merlaut, il figlio di un erborista di Orléans, che credeva di avere la vocazione del canto e che a volte, le sere in cui servivano molte persone, riusciva a infilarsi nel coro dell’Opéra. Era stato coinvolto anche lui nell’affare delle banconote false che Gidoin alla fine non era riuscito a fabbricare, e aveva preso la cosa sul serio, convincendosi di essere un duro. Due anni dopo era stato arrestato per aver firmato delle cambiali a nome di uno zio e si era impiccato in carcere con delle strisce di stoffa ricavate dalla camicia. «Faccia entrare la gita scolastica!». Sapeva cosa c’era da aspettarsi il sabato pomeriggio quando, nell’intervallo, sentiva bussare alla porta: scolarette e studentelli che andavano a farsi firmare gli album di autografi. Questa volta erano tutte ragazze: grasse, magre, sfacciate, timide, e forse tra loro ce n’era qualcuna che da grande sarebbe diventata la ragione di vita di un uomo, o magari un’artista come Yvonne Delobel, e altre che non sarebbero diventate proprio niente, semplici comparse, o che, uscendo di
lì, sarebbero andate a farsi toccare dietro un portone. Scriveva a lettere così grosse che con la sua firma occupava tutta la pagina. La porta era rimasta aperta. Vide passare il direttore di scena. «Germain!». «Sì, signor Émile». «Il regista c’è?». «Dovrebbe essere alla biglietteria». «Ti dispiacerebbe farlo chiamare?». Guardò la bottiglia di cognac sul tavolo; se l’era fatta dare poco prima da Maria, ma non l’aveva ancora sfiorata con le labbra. «E adesso fuori, ragazze, uscite! Devo togliermi i pantaloni». E, siccome quelle si voltavano verso Alice e Maria, aggiunse: «Questa è mia moglie. Sì, mia moglie! Lei può restare. L’altra, quella donna cicciottella con le gambe grosse, è la mia vestiarista e non ha più l’età per scandalizzarsi. Tutto chiaro? Ora filate!». E a Maria: «Quanti minuti mancano?». «Dodici prima della sua entrata in scena». «Basteranno». Alice, seduta dietro di lui, un po’ di lato, lo guardava nello specchio. Si vedevano in faccia a vicenda, di sbieco. Era buffo. Così, con i tratti leggermente deformati, sua moglie sembrava una piccola borghese, e Maugin avrebbe potuto fare un autografo anche a lei. «Ti prego di notare che non ho ancora bevuto, che ho deciso di incontrare Cognat prima di bere». Stappò la bottiglia, mandò giù un lungo sorso di cognac, dopodiché la buttò nel cestino della carta straccia, dove il liquido continuò a colare. «Avanti, signor Cognat. Si accomodi. Come non detto, non ci sono più sedie; allora non si accomodi. Garraud sta bene?». «Penso di sì. Non lo vedo da un sacco di tempo». «Male. Dovrebbe telefonargli subito e pregarlo di essere qui in teatro stasera, prima dell’inizio dello spettacolo».
In tre anni Garraud, che era il suo sostituto, aveva avuto occasione di interpretare Baradel sì e no una decina di volte. «Vuol dire che lei non ci sarà?». «Proprio così». «Non si sente bene?». «Dipende». «Non capisco». «Se me lo chiede come amico, le risponderò che non mi sono mai sentito meglio. Se invece a farmi la domanda è il regista, allora le manderò, come da contratto, un certificato del mio medico che attesta che sono spacciato». Strizzò l’occhio ad Alice, quindi si alzò e, andando dietro la tenda per infilarsi il costume da forzato, aggiunse: «È tutto, caro Cognat. Mi trasferisco nel Midi. Senza rancore?». «C’è un motivo?». «Ce ne sono centomila». «Mi dica solo il più importante». «Ne ho abbastanza». «E i film?». «Anche dei film! Ne ho abbastanza, Cognat, e a cinquantanove anni, per la prima volta in vita mia, farò una cosa straordinaria: mi riposerò». Il regista guardava Alice come per avere conferma di quella notizia. «Ma così, all’improvviso...?». «Sì». «Il pubblico...». Maugin comparve con indosso il costume del secondo atto e un’ espressione dura e cocciuta sul viso. «Vieni con me, cara. Mettiti qui buona buona vicino al vigile del fuoco, così potrò vederti». Le ragazzine di poco prima, gli spettatori della diurna del sabato non sapevano niente. Guardavano Maugin, Maugin in Baradel & Co. Lui ogni tanto si voltava verso le quinte, dove Alice si sforzava di non piangere, e le faceva l’occhiolino.
A un certo punto, passando accanto a Lecointre, gli annunciò a bassa voce: «Io mollo!». Al che il vecchio attore si girò anche lui a guardare Alice con aria interrogativa. Ne sapeva qualcosa, lei? Forse avevano capito male entrambi? Maugin improvvisava ancor più del solito, con l’aria spavalda di un giocoliere che si diverta a lanciare le palline quasi fino alla graticcia per poi riprenderle senza difficoltà. Nel terzo atto si scatenò talmente che nessuno sapeva più a che punto del copione fosse. La sua voce risuonò altissima quando esclamò: «Quella carogna di Baradel!». E subito dopo, con una bravura mai raggiunta prima, sgonfiò le guance e si afflosciò completamente per balbettare, con la testa china e gli occhi sulla punta delle scarpe: «Povero vecchio!». Ma in realtà disse: «Povero stronzo!». La platea, dopo un attimo di stupore, scoppiò a ridere, e non tutti gli attori in scena riuscirono a restare seri. «Vieni». «Mi fai paura, Émile». «Anche a me». «Hai veramente intenzione di partire?». Lui pensò all’altro, al biondino che un tempo Alice cercava di individuare dalla fessura del sipario, e rispose diffidente: «Insomma anche tu pensi che non abbia il diritto di riposarmi?». «No, ma...». «Ma cosa?». Erano arrivati nel camerino. «Non vorrei che fosse per causa mia». «Non è per causa tua». «E di chi allora?». A quel punto lui, alzando le spalle monumentali, le diede una risposta che indusse Maria a farsi furtivamente il segno della
croce: «Del Padreterno!». Avrebbe potuto chinarsi e recuperare dal cestino la bottiglia, in cui c’era ancora un po’ di cognac. Fu tentato di farlo, ma non osò, e prese a struccarsi borbottando.
PARTE SECONDA
1 Guardava con un senso di nausea quegli esseri che, a dieci metri di profondità, si comportavano come mucche al pascolo, in uno scenario non tanto diverso da quello di certe campagne. La vegetazione scura ondeggiava, piegandosi ogni tanto come per effetto del vento, e la maggior parte dei pesci restava immobile a brucare e a digerire; alcuni si spostavano lentamente, attardandosi ad annusare i loro simili, per poi tornare di nuovo immobili. Era la fauna dell’altopiano ed era formata da esemplari non molto grossi, e anche il loro dorso era scuro, sicché solo quando si giravano parzialmente su se stessi mostrando un pezzetto di ventre si scorgeva un luccichio argenteo. I pesci grandi stavano più giù, nella valle, uno stretto crepaccio che la sabbia del fondale faceva sembrare chiaro, quasi luminoso. Lì vivevano diverse specie, a diverse altezze, ognuna con le sue abitudini; i più grossi apparivano soltanto come ombre che sgusciavano rapide rasoterra, mentre un po’ più in alto, muovendo abilmente l’esca, si riusciva a far sbucare da una cavità della roccia la testa di un vecchio grongo diffidente. Quella vista gli dava il voltastomaco. Anche se guardava altrove, il senso di vertigine persisteva per un bel po’. Il mare era liscio come l’olio, di un azzurro intenso striato d’oro, e tuttavia non era immobile, sembrava che respirasse, un respiro ampio, calmo, quasi impercettibile, e se c’era una cosa che lui non sopportava era proprio quel movimento lento, di cui, una volta sceso a terra, non riusciva a liberarsi per tutto il giorno e che perfino di notte gli dava l’impressione che il letto oscillasse. Il sole era già alto e picchiava forte. Maugin, a torso nudo, si sentiva bruciare le spalle e il petto. «Sta’ attento a non scottarti» gli aveva detto Alice.
All’inizio distoglieva lo sguardo con disgusto dai bagnanti che stavano in spiaggia a rosolarsi, rigirandosi come su una griglia quando erano ben cotti da un lato. E non erano solo gruppi di ragazzi, gigolo e giovani signore, ma anche uomini maturi, addirittura vecchi, direttori di aziende importanti, persone con grandi responsabilità, che tuttavia si dedicavano a quell’occupazione con la massima serietà, non certo improvvisando, inforcando occhiali speciali che li facevano assomigliare a pescatori di spugne e spalmandosi il corpo di olio. «Ho troppo caldo» aveva sospirato un giorno togliendosi la camicia e rivolgendo uno sguardo interrogativo a Joseph. «A torso nudo sentirà ancora più caldo». «Ma c’è vento!». «C’è anche il sole però». Col tempo avrebbe finito per diventare «come loro». Che cosa gli mancava ancora? Aveva già la barca. Aveva Joseph con in testa il berretto da capitano. A bordo non c’era ancora il cannocchiale, ma alla villa ne aveva uno vicino alla finestra di camera sua. Il giorno precedente, mentre rientravano in porto poco prima delle undici del mattino, aveva annunciato a Joseph: «Domani non si pesca». «Ci crede veramente, signor Émile?». «Non credo niente. Lo so, visto che decido io!». «Be’, vedremo...». Già, perché lì, Maugin o non Maugin, la gente lo prendeva in giro e nessuno si faceva scrupoli a punzecchiarlo. Saltare un giorno sarebbe stato un modo per interrompere la routine e per dimostrare a se stesso che, volendo, avrebbe potuto occupare il suo tempo diversamente. Poi la mattina era stato svegliato dai rumori della casa e da quelli esterni, dal sole, dalle mosche, dalla vita che irrompeva nella sua camera attraverso le finestre aperte, brulicante quasi come quella del fondale. Non aveva bisogno di alzarsi dal letto per vedere il mare, una parte delle mura bianche di Antibes e le barche che uscivano dal porto.
«Camille, il caffè!». Quel che gli piaceva era indossare, come tutti gli altri, senza né lavarsi né radersi, i pantaloni di tela blu, la camicia bianca e le espadrillas. «L’ “automobile” è qui fuori?». Aveva anche dovuto comprare una macchina, perché la villa a Cap d’Antibes era troppo lontana dalla città per andarci a piedi. E, con una sorta di orgoglio e un’ enfasi che suonava ironica, la chiamava sempre l’«automobile». Lo «chauffeur» era un certo Arsène, un tipaccio che aveva costantemente l’aria di farsi beffe di lui e che di sicuro andava a letto con Camille. Non combinava niente per la maggior parte della giornata. Nessuno combinava niente lì, nemmeno il giardiniere, il vecchio Fredin, che Maugin aveva dovuto assumere per forza quando aveva affittato la villa, né Joseph, che in quel momento stava tirando su la lenza a cui era attaccato un grosso sciarrano rosa. Che bisogno aveva di assumere quell’aria beffarda ogni volta che catturava un pesce? «Ventitré!» annunciò. «E lei, capo? Vieni qui, pesciolino, che ti opero!». Operarlo voleva dire ficcargli due dita nelle branchie per fargli sputare l’amo e l’esca, dopodiché lo lasciava scivolare nel cestello che poi ributtava in mare. «Non abboccano, signor Émile?». «Non sto pescando». «Ha gettato la lenza così, solo per tenerla a mollo? Scommetto che se la tirassi su io ci sarebbe qualcosa attaccato all’amo». Maugin tirò su la lenza, convinto che non ci fosse niente, e quando la fece uscire dall’acqua vide un pesciolino già agonizzante, un altro sciarrano, ma grande la metà di quello di Joseph. Era destino. Pesci grossi lui non ne pescava mai e se per caso gli capitava erano «diavoli di mare», degli orrori coperti di spine che non osava toccare e a cui non sapeva come togliere l’amo.
«Non si scoraggi, signor Émile. Col tempo imparerà. Guardi il signor Caussanel... Quando è arrivato da Béziers dieci anni fa non distingueva un ghiozzo da una donzella». Chissà se Caussanel era più vecchio di lui! Difficile a dirsi. Forse di tre o quattro anni. Era un ex grossista di vini e, a quanto pareva, sapeva ancora fare il suo mestiere, visto che era riuscito a rifilare a Maugin una botte intera. Era anche lui lì, poco distante, sotto un ombrellone. Sì, perché si era fatto montare un ombrellone sulla barca e si sedeva su una vera sedia. C’erano tutti. In un certo senso era un po’ come al Fouquet’s all’ora dell’aperitivo. Si guardavano l’un l’altro. Ogni tanto si rivolgevano un piccolo cenno. E se vedevano che qualcuno stava pescando molto, facendo finta di niente gli si avvicinavano. «Abboccano qui?». «Non tanto». Caussanel era più basso di lui, meno robusto ma più grasso, con una bella pancia rotonda che ostentava fieramente. Non solo era stato accolto tra i pescatori, ma il pomeriggio era ammesso alla partita di bocce che si giocava all’ombra delle due case rosa. Forse di lì a poco anche lui, Maugin, sarebbe diventato così! «Perché non vai a pescare, Émile?» gli diceva Alice quando lo vedeva aggirarsi per casa brontolando. «Così ti distrai un po’». E come? Guardando Joseph, a cui dava uno stipendio più alto che a un operaio specializzato, prendere un pesce dopo l’altro sotto il suo naso e farsi beffe di lui? O contemplando il fondo del mare, dove tutti quegli esseri sembravano più impegnati a vivere degli uomini? Che idea! Proprio come se dall’alto dei cieli un buon Dio in pensione calasse bistecche e balle di fieno infilzate su ganci invisibili per catturare uomini e mucche! I pesci non gridavano. E in pratica non sanguinavano nemmeno. L’amo, venendo fuori, faceva scricchiolare le cartilagini. Dal buchino sul ventre usciva un liquido marrone. E quella gente lo toccava, toccava tutto, escrementi compresi.
Prendevano in mano i vermi viscidi, che poi infilzavano vivi sull’amo, oppure i paguri bernardo a cui, dopo aver spaccato la conchiglia con un martello sulla panca della barca, bisognava strappare le zampe e la testa per utilizzare solo l’addome rosato. Anche l’odore, in giornate come quella in cui non c’era un alito di vento, gli dava la nausea. La barca puzzava. Le mani gli puzzavano. Gli sembrava che perfino il vino bianco, nella damigiana che tenevano appesa fuori bordo perché restasse al fresco in acqua, puzzasse di pesce e di vermi. Non aveva senso annunciare a Joseph che non sarebbe più andato a pesca. Cos’altro avrebbe potuto fare? Scorgeva la villa in lontananza, tra il folto fogliame degli alberi: era quella con la balaustra bianca intorno alla terrazza e le finestre aperte. A volte nel riquadro di una di quelle finestre compariva una sagoma, ed era un po’ come vedere i pesci che facevano capolino da un buco della roccia. «Torniamo?» disse. «Due minuti. Sta per abboccare qualcosa, aspetti che lo prenda». Di tutto quel pesce non sapevano che farsene. Il più delle volte la cuoca lo buttava, perché Cap d’Antibes non è il genere di posto dove si può regalare il pescato ai vicini. E poi quali vicini? Non conosceva nemmeno i loro nomi. Li chiamavano sempre usando quelli delle case: Villa del Mar, a destra; Les Marguerites, a sinistra. «Può passarmi la damigiana, signor Émile?». Bevevano tutti e due a canna! Ma Joseph non appoggiava il collo della damigiana alle labbra: la sollevava parecchio al di sopra della bocca e la inclinava in modo da farsi scorrere il liquido dritto in gola. Maugin si era perfino rassegnato a bere vino bianco, un vino corposo e pesante, ma sempre meglio, a conti fatti, di un rosso sballottato per ore sotto il sole. Una volta aveva provato a bere vino rosso e aveva vomitato. Si sentiva scoppiare la testa per colpa del vino, del sole, e anche del mare, che certe volte guardava con odio o addirittura
con un vago senso di terrore, a causa di tutto quello che vi scopriva (i fiori che mangiano i pesciolini, per esempio). Avrebbe fatto meglio a continuare a vederlo solo come in cartolina, osservandolo da una certa distanza, dalla Croisette di Cannes, dalla Promenade des Anglais di Nizza, e restandosene al sicuro fra le palme, i lampioni e le balaustre, senza mai andare a constatare da vicino che si trattava di un mondo ancora più complicato del nostro, ancora più feroce e disperato. Chissà se gli altri se ne accorgevano! Per Caussanel, ad esempio, tutto si riduceva a una questione di peso. Si portava in barca una stadera, in modo da poter annunciare rientrando in porto: «Quattro chili e cento!». Nel caso del signor Bouton, la cosa era senz’altro dovuta all’età. Caussanel abitava ad Antibes, in una casetta che non poteva certo essere definita una villa. Viveva con la moglie, che gli faceva da cameriera, e conduceva una vita modesta. I Bouton invece possedevano, a Cap d’Antibes, una grande villa, molto ben tenuta, non lontana da quella di Maugin. Lui era un ometto magro, sempre vestito con un abito bianco e un casco coloniale. Si muoveva a scatti, rigido come un giocattolo meccanico dalle giunture arrugginite. Quando lo si incontrava per strada con la moglie, si aveva l’impressione che lei ogni tanto dovesse ricaricarlo per farlo funzionare. Tutti i giorni alle sei di mattina, nel momento in cui ad Antibes suonavano le prime campane, i Bouton uscivano dal porto a bordo della loro barca, che si riconosceva facilmente perché il motore produceva un ronzio più acuto di quelli delle altre. Non andavano molto lontano, rimanevano sempre nei pressi della stessa boa. Seduta a prua, la signora Bouton non si interessava né della barca, né della pesca, né del mare. Con un casco di sughero sui capelli grigi, sferruzzava, forse per i suoi nipotini, mentre il signor Bouton rompeva pazientemente i gusci delle cozze con una grossa pietra e distribuiva i molluschi nelle nasse, che poi gettava in acqua, ciascuna legata a un galleggiante con una cima.
Dopo aver piazzato la prima, riavviava il motore e andava a gettarne un’altra un po’ più in là, poi un’altra ancora, e via di seguito fino a dodici. Si formava così un largo cerchio di sugheri che galleggiavano sull’acqua lucida, e a quel punto lui ricominciava il giro per tirarle su l’una dopo l’altra. Prendeva solo donzelle – non avrebbe potuto prendere altro, del resto –, piccoli pesci variopinti, rigati di blu e di rosso, lunghi tra i quindici e i venti centimetri, buoni per la zuppa o al massimo per una frittura piena di lische. Possibile che mangiassero zuppa o frittura tutti i giorni? Ogni mattina riempiva le nasse tre, quattro, cinque volte, con un’ostinazione calma e serena, senza rivolgere neanche uno sguardo agli altri pescatori, al cielo o al paesaggio circostante, e solo per caso erano venuti a sapere come si chiamava e che era stato, anzi era ancora, il proprietario di una delle più grandi filande del Nord. Magari anche Maugin alla fine si sarebbe dato alla pesca con le nasse! Non poteva dare la colpa a nessuno. Non è che qualcuno gli avesse consigliato di imparare a pescare. Era stato lui che, fin dai primi giorni, se n’era andato di sua iniziativa a girovagare per il porto. Quell’idiota di Jouve gli aveva detto: «Dovrebbe provare il golf, capo». Ma figuriamoci! Alla sua età, mettersi a colpire una pallina bianca con mazze arzigogolate che un ragazzino gli avrebbe scarrozzato in una sacca con le sue iniziali! Aveva osservato diverse volte la scena mentre andava in macchina a Cannes o a Nizza: prati di un verde incredibile, innaffiati meglio di qualunque orto, pettinati come cani di razza, con piccole buche, piccoli cartelli e, qua e là, dei tizi che camminavano dietro la pallina con aria sussiegosa! Erano tutte persone importanti, alcune perfino famose. E poi c’era la sede del circolo. Per entrare bisognava essere soci. Piuttosto avrebbe preferito giocare a bocce. Anzi, forse era anche un po’ offeso che nessuno fosse ancora andato a proporglielo.
All’inizio si limitava a guardare i pescatori che, seduti in barca o sulla pietra calda del molo, riparavano le reti, di cui tendevano le maglie aiutandosi con un alluce. Poi, a poco a poco, si era messo a esaminare le imbarcazioni, soprattutto quelle dei pescatori dilettanti. «Un giretto per mare, signor Maugin?» gli aveva proposto un tipo con una maglia a righe, che poi non era altri che Joseph. Quella mattina non ci era andato. Il giorno dopo aveva visto diversi uomini come lui, o comunque della sua età e della sua stazza, uscire soli dal porto al timone delle loro barche, che sembravano più facili da guidare delle auto e disegnavano sull’acqua delle curve graziose. «Che ne direbbe di fare il giro della baia, signor Maugin?». E così Joseph l’aveva spuntata. Naturalmente gli aveva fatto reggere il timone, e in effetti era facile, piacevole, si sentiva il gorgoglio dell’acqua lungo lo scafo. «È vero che si farà costruire una villa in paese?». «Chi glielo ha detto?». «Tutti. Dicono che ha comprato un terreno». In realtà non l’aveva ancora comprato, ma stava per farlo. «In questo caso le servirà una barca». Lì per lì gli era sembrato che il ragionamento non facesse una grinza. Ora che non viveva più a Parigi, dove i produttori gli mettevano sempre a disposizione macchina e autista, era stato costretto a comprarsi un’«automobile». Per motivi non molto diversi, siccome viveva in riva al mare, gli ci voleva una barca. «Tenga gli occhi aperti, mi raccomando. Non si faccia fregare!». Erano passati davanti alla villa proprio mentre Alice era alla finestra con Baba, e lui le aveva salutate con un cenno affettuoso. A un certo punto, superando un promontorio roccioso, Joseph gli aveva gridato con aria eccitata: «Presto, metta il motore al minimo. Sì, la leva alla sua sinistra. La sposti sulla seconda tacca. Attenzione! Ora faccia un giro su se stesso: dobbiamo tornare esattamente dove eravamo...». A piedi nudi, si muoveva con disinvoltura sull’imbarcazione,
come un acrobata sulla fune, camminando sulla falchetta senza far rovesciare la barca, che misurava non più di cinque metri. Aveva preso una fiocina, una specie di giavellotto a più punte, e la brandiva tenendola sopra la testa. «Un po’ più a destra... Ancora... C’è fondo, non abbia paura...». Aveva scagliato quell’arnese, il cui manico era rimasto in parte fuori dall’acqua, e quando dopo un altro giro era andato a recuperarlo, sulla punta si dimenava una magnifica spigola. «È facile, ha visto? La porti a sua moglie». Aveva comprato la barca, ma spigole non ne avevano più prese. Joseph giocava a bocce tutto il pomeriggio o se ne stava sul molo a raccontare storie ai turisti. Lì la vita era cara. Maugin non aveva mai speso tanto. Dava soldi a un sacco di persone che non facevano niente e che gliene chiedevano sempre di più, e sempre con ottime motivazioni. Aveva dovuto raddoppiare lo stipendio anche alla signora Lampargent per convincerla a venire via da Parigi, dove aveva una figlia sposata e dei nipotini, con il risultato che ora la donna sedeva a tavola con loro a pranzo e a cena, sicché in pratica lui non poteva mai stare da solo con sua moglie! Alice, del resto, adesso aveva da fare dalla mattina alla sera. Insomma, a quanto pareva, per aiutare un singolo uomo a vivere, c’era bisogno di un esercito. Avevano dovuto trovare una nuova cuoca, perché quella di Parigi si era rifiutata di lasciare la capitale. «Lontano da Parigi morirei». In realtà, le rare volte che usciva di casa, sì e no una volta al mese, andava a trovare dei parenti fuori città, a Courbevoie! Avevano assunto anche una seconda cameriera, Louise, perché da quando la signora Lampargent viveva costantemente con loro le cose da fare erano aumentate. C’erano sempre un sacco di panni da lavare, da stirare, oltre alla spesa da fare. «Stai andando in città, Émile? Ti dispiace se Arsène si ferma un attimo all’alimentari? Ho ordinato la spesa per telefono. Bisogna solo ritirarla».
Spesso mandavano Arsène a Nizza a comprare cose che, a quanto pareva, non si trovavano né ad Antibes né a Juan-lesPins. Poi bisognava accompagnare Jouve al treno o andarlo a prendere alla stazione. Senza contare gli ospiti che Maugin trovava a casa sua quando tornava dalla pesca. «Salve, caro Émile. Abbiamo fatto un’improvvisata. Passavamo di qui e ci siamo detti che forse ci avresti offerto una bella bouillabaisse. Mia moglie la conosci già. Ti presento mia cognata e suo marito...». Joseph gongolava. «Glielo avevo detto che l’avrei preso! E questo non è uno sciarrano, ma un bestione bello grosso!». In effetti il pesce tirava forte, muovendosi di qua e di là, e alla fine Joseph sollevò dall’acqua un enorme scorfano dagli occhi tristi. «Ora può levare l’ancora, signor Émile». Già, perché a bordo di solito comandava Joseph. Maugin si alzò con le spalle in fiamme, quasi ustionate, si chinò per tirar su l’ancora, guardò di nuovo il paesaggio sottomarino facendo una smorfia – smorfia che faceva anche a se stesso, perché sullo specchio dell’acqua vedeva la sua immagine deformata, fluttuante – e all’improvviso bestemmiò e sollevò un piede, rischiando di perdere l’equilibrio. «Che le è successo?». «Un maledetto amo!» grugnì. Attraverso la tela delle espadrillas gli si era conficcato nel piede un grosso amo e, dopo che Joseph lo ebbe aiutato a toglierlo, sulla stoffa rimase una larga chiazza rosa. Questo accadeva un martedì, alle dieci e qualche minuto del mattino, il primo martedì di giugno, quattro mesi dopo il loro arrivo a Cap d’Antibes. A una gomena di distanza, Caussanel aveva chiuso l’ombrellone e stava riavviando anche lui il motore. Poco più in là il giudice forse si era assopito sul fondo della sua barca azzurra. Quanto ai Bouton, lei sferruzzava e lui doveva ancora recuperare metà delle nasse. Maugin aveva bevuto a dir tanto un litro di vino. Se aveva la faccia rossa, era per il sole. Joseph gli disse:
«Quante volte le ho raccomandato di riavvolgere sempre la lenza prima di mettersi a fare qualcos’altro!». Arsène, con l’auto piena di vettovaglie, li stava aspettando al porto già da un pezzo. Alla villa era il giorno dedicato allo stiro, e Alice doveva dare una mano anche lei se voleva che le domestiche finissero in tempo. Faceva caldo. Il calore arrivava dall’acqua più ancora che dal cielo, e quelle lunghe onde piatte, quasi impercettibili, che lasciavano sugli scogli della costa solo una frangia a forma di merletto, gli avevano fatto venire il mal di mare. Non avrebbe saputo dire se era infelice, ma di certo si sentiva a disagio e, quando scese a terra, si stupì di non vedere Jouve, che era sicuramente arrivato da Parigi e che Arsène doveva passare a prendere alla stazione. «Il signor Jouve ha deciso di andare alla villa a piedi. Le sue valigie sono nel portabagagli». L’«automobile» era uno di quei bestioni americani pieni di cromature. Nel tragitto per arrivarci dal molo Maugin fece due soste, e non per il piede, che non gli dava ancora fastidio. Era un’abitudine che aveva preso a un certo punto, non sapeva neanche lui esattamente quando, forse fin dal giorno in cui si era trasferito nel Midi. Lì si sentiva più grasso, anche se in realtà il suo peso era rimasto invariato. Gli sembrava di avere delle cosce enormi, al punto che camminava a gambe larghe per evitare che strusciassero l’una contro l’altra. Ogni tanto si fermava come se gli mancasse il respiro, con la bocca aperta, alla maniera dei pesci. Forse la prima volta lo aveva fatto perché il giardino della villa era in forte pendenza. Camminando sollevava la testa per guardare le finestre, dove quasi sempre scorgeva Baba, e si fermava, il che gli permetteva di riprendere fiato. Ora lo faceva ovunque, anche in piano. Aveva preso altre nuove abitudini, per esempio quella di bere vino bianco. Ne beveva non solo a bordo della Girelle (nome che sarebbe stato più adatto per la barca di Bouton, che invece l’aveva chiamata Albatros), ma anche da Justin, il baretto con l’insegna azzurra
vicino al porto. In realtà beveva meno che a Parigi, o comunque non di più, ma reggeva peggio l’alcol, che gli faceva un effetto diverso. Forse per via del sole si sentiva subito appesantito, gli veniva mal di testa e aveva una nausea quasi costante che gli toglieva l’appetito. Il pomeriggio faceva lunghe sieste in camera sua, con le finestre aperte, tormentato dal rumore del mare e dal frinire delle cicale, e si svegliava di cattivo umore. Se la prendeva con tutti come prima, ma con meno convinzione, in maniera più subdola, si sarebbe detto, forse con una punta di vergogna. Insomma, era vero che gli altri non combinavano granché per guadagnarsi lo stipendio, ma lui non faceva proprio niente. A pesca Joseph, che era nato in una casa a pochi passi dal faro e conosceva ogni minimo buco del fondo marino fino a tre miglia dalla costa, naturalmente era molto più abile di lui. E così anche Arsène, con l’auto. «Arsène, non pensa che il motore si stia surriscaldando?». «No, signore». «C’è puzza di gomma bruciata!». «È la strada». Tutti ne sapevano più di lui. «Oggi non si devono innaffiare le piante?». «È inutile sprecare acqua. Stasera ci sarà un temporale». Otto volte su dieci il giardiniere, che aveva una faccia da scemo, ci azzeccava. «No, signore» gli rispondeva Oliva, la cuoca. «Non si mette il tartufo nel coq au vin». Certo, era ancora il grande Maugin. Al porto tutti si giravano a guardarlo. Le macchine rallentavano passando davanti alla villa, in alcuni casi accostavano addirittura, e c’era anche chi scattava qualche foto. A volte sulla piazza del mercato lo fermavano. «Permette un secondo, signor Maugin? Le dispiacerebbe farsi fotografare con mia moglie e mio figlio?». Però non lo prendevano troppo sul serio. Caussanel gli aveva detto con aria ironica:
«Bel mestiere il suo! Se da giovane avessi immaginato che il cinema sarebbe diventato un’attività solida... Ma a quei tempi tutti pensavano che fosse una buffonata...». E Joseph: «Quello che mi sarebbe piaciuto è passare la vita in mezzo alle attrici. Chissà quante se ne sarà fatte lei!». Parlava al passato. E non aveva tutti i torti. Maugin e Alice non dormivano più nello stesso letto: non era colpa di nessuno, dipendeva fondamentalmente dalla disposizione interna della villa. Aveva sognato una casetta che si sarebbe adattata perfettamente a loro e invece aveva affittato una specie di reggia stile Novecento, con un sacco di stanze e stanzette, salottini, boudoir e perfino una sala da biliardo nel seminterrato! Tutto lì era color panna, tutto, i soffitti troppo decorati, le balaustre, la pergola, quella sorta di ponte che collegava, all’altezza del primo piano, l’edificio principale alla dépendance. I mobili erano pregiati, massicci, dalle linee sinuose. «Se uno volesse farseli fare oggi...» aveva detto ammirato l’agente immobiliare. Del resto oggi a nessuno sarebbe venuta un’idea del genere! In realtà Maugin non aveva avuto scelta. Servivano davvero tutte quelle stanze. Sembrava incredibile, ma visitando altre ville in affitto si erano convinti che era così. «Dove metteremo la signora Lampargent?». Bisognava darle una camera accanto a quella di Baba. «E Jouve, quando verrà qui?». Non aveva rinunciato a Jouve. Gli era indispensabile. All’inizio aveva pensato di farlo restare per la maggior parte del tempo a Parigi e di chiedergli di raggiungerlo nel Midi solo di tanto in tanto. E invece stava quasi sempre lì. «E la stireria?» chiedeva Alice all’agente immobiliare. «Dove si stira in questa casa?». «Credo che quelli che ci abitavano prima mandassero i panni in lavanderia».
Alla villa, invece, c’era tutto lo spazio necessario, solo che la camera principale, quella che si trovava nella posizione migliore, aveva un letto in teoria matrimoniale ma in pratica troppo stretto per Maugin e Alice. «Possiamo sempre farci portare il nostro da Parigi». Nel frattempo Alice si era sistemata nella stanza accanto, perché in quella non c’era posto per un secondo letto. Maugin aveva preso l’abitudine di dormire a lungo dopo pranzo, di leggere i copioni la sera a letto, sorseggiando l’ultimo bicchiere di vino, di vivere insomma in modo più sciatto. Non aveva più accennato al letto di Parigi, da dove, a poco a poco, avevano fatto arrivare una quantità di altri oggetti, giurando ogni volta che con quello avevano finito davvero. «Nel Midi non avremo bisogno di niente». Ma tutte le settimane, o quasi, ricevevano altri bauli su cui Maugin si gettava avidamente. Nel giro di dieci giorni, se non avesse cambiato di nuovo idea all’ultimo minuto, avrebbe comprato il terreno alla Garoupe, e l’architetto avrebbe cominciato a stendere il progetto, che aveva già abbozzato a grandi linee. «Mi aspetti un momento». Andava a bere un bicchiere da Justin, e Joseph lo aspettava sulla soglia, come se fosse suo dovere. «Prenda lei i pesci, signor Émile. Saranno almeno due giorni che non ne mangiate. A sua moglie piacciono». Maugin acconsentì, per non rientrare a mani vuote, e gli fece sistemare il sacchetto in macchina. Quando andava o tornava dalla pesca si sedeva accanto all’autista. Le altre volte si metteva dietro. Appena scese dalla macchina, il piede cominciò a fargli male, ma non eccessivamente, e non fu certo per quel lieve dolore che si fermò ben due volte durante la salita. Si era rinfilato la camicia. Non vedeva né Jouve né sua moglie, e la cosa lo irritò, tanto che non andò a salutare Baba, di cui sentiva la voce risuonare tra gli alberi di limone, in fondo al giardino. «Dov’è Adrien?» chiese entrando in cucina, dove Alice era impegnata con la cuoca a guarnire una torta.
«Non venire qui, Émile. Adrien non l’ho visto. Pensavo che fosse con te. Porta via subito quei pesci! Sali a farti un bagno e a vestirti per il pranzo». Anche per le scale si fermò almeno una volta a riprendere fiato. «Camille,» gridò «preparami il bagno!». Faceva l’amore meno spesso di un tempo. Il più delle volte lo faceva ancora con lei. Ora però sospettava che la ragazza andasse a letto con Arsène, forse anche con Joseph, e temeva che gli attaccasse una malattia. Con sua moglie non era lo stesso genere di piacere. Tutto avveniva su un piano completamente diverso, era un’altra cosa. Non aveva mai fatto l’amore con Alice come con le altre. Quanto a Louise, la nuova domestica, Maugin non aveva osato andare fino in fondo. La ragazza si lasciava toccare, lui le aveva perfino tirato giù le mutande, ma quella rimaneva assente, guardava altrove, senza mostrare il minimo segno di piacere o di fastidio, il che lo metteva un po’ a disagio. Due volte in cucina si era fatto Oliva, che aveva minimo quarant’anni e le sottane che puzzavano d’aglio. Lei reagiva in modo diverso dalle altre. Ne aveva passate di cotte e di crude. Rideva come se le stesse facendo il solletico, senza girarsi, poi, pronta a scrollarsi come una gallina per ricomporsi, diceva: «Ha finito? Era ora. Altrimenti rischiava di mangiare l’arrosto bruciato». Forse era una cosa di cui sentiva la mancanza. Chissà. E probabilmente non solo di quello. Biguet, a cui aveva mandato una lettera – una lunga lettera che non aveva dettato, ma aveva scritto di suo pugno e imbucato personalmente –, gli aveva risposto: «Penso che la cosa migliore sia continuare l’esperimento ancora per un po’. È troppo presto per valutare i risultati». Biguet non era stato entusiasta della decisione di Maugin. La sua lettera, che lui aveva distrutto, era ampollosa e piena di reticenze. «Nel suo caso il morale conta più delle condizioni fisiche. Soprattutto eviti la noia».
Il dottore aveva sottolineato quella parola, sì, perché anche lui aveva scritto a mano, particolare che Maugin aveva molto apprezzato. «Che ha fatto al piede?». Si era spogliato, in bagno, mentre Camille gli preparava il rasoio e la schiuma da barba. «Mi pare che si stia gonfiando» notò. «L’ha punta un insetto?». «No, un amo». «Dovrebbe disinfettarsi». Guardandosi allo specchio, rimpiangeva di aver esposto tanto a lungo il busto al sole negli ultimi tempi, perché ora, quand’ era tutto nudo, la parte inferiore del corpo sembrava livida, oscena. «Faccio schifo, vero, Camille?». «Non più degli altri, signore. Gli uomini non è a guardarli che si prova piacere». «E con me provi piacere?». «Sì, quasi sempre. A parte quando mi pianta in asso sul più bello». «Ora ti va?». «Ho i panni da stirare, ma se si sbriga...». «Fa niente». «Si è arrabbiato?». «No, non va neanche a me. Mostrami il sedere così vediamo se mi viene voglia». Lei glielo mostrò, bello pienotto nelle mutande di jersey. «Va bene così, grazie». Ora aveva un po’ paura a fare l’amore in determinate posizioni, perché dopo poco sentiva una stretta al petto ed era sicuro che fosse il cuore. Con sua moglie gli capitava tutte le volte, forse perché ci metteva più foga, più trasporto, o forse perché, suo malgrado, era sempre vagamente in soggezione, e anche perché temeva di non farla godere. Lei lo amava, ne era convinto, ma forse lo amava «in modo diverso» e si sforzava di non farglielo capire per risparmiargli quel dispiacere.
Con l’altro, il biondino, aveva accettato di avere un figlio, sapendo a che cosa andava incontro e senza serbargli rancore. Maugin era certo che non gli serbava rancore nemmeno per l’incidente del Café de Paris. Chissà se una donna lo aveva mai amato in quel modo, di un amore simile! Yvonne Delobel, per esempio, non avrebbe mai voluto avere un figlio da lui. A Juliette Cadot era capitato solo per caso, per distrazione. Consuelo poi lo lasciava a stento finire e subito si precipitava in bagno, dove dava l’impressione di aprire tutti i rubinetti contemporaneamente. Maugin aveva preso l’abitudine di vestirsi di bianco, o più precisamente di color panna, come il signor Bouton, e di portare abiti larghi e comodi che, diceva lui stesso, gli davano un’aria elefantesca. Ah, ma guarda, la macchina era di ritorno! Riconobbe il rumore dello sportello. Non si ricordava di aver mandato Arsène in città. Evidentemente c’era qualcuno oltre all’autista, perché si sentivano dei passi risuonare sul selciato. Maugin stava finendo di prepararsi, brontolando, dopo aver bevuto un bicchiere di vino rosso. Ne teneva qualche bottiglia nell’armadio della sua stanza, come un tempo faceva nel camerino delle Buttes-Chaumont. «Émile, sei pronto?» gli gridò Alice dal fondo delle scale. Maugin zoppicava. Aveva cosparso di tintura di iodio la ferita, che si vedeva appena ma, forse per via della scarpa, gli faceva male. Arrivato di sotto, intuì che si stava preparando qualcosa di insolito, un grande evento. Entrò nel salotto e Baba, tutta in bianco, con un fiocco nei capelli e un grande mazzo di garofani rossi tra le braccia, gli andò subito incontro abbozzando un goffo inchino. «Tan... Tanti au... guri, papà!». Dietro di lei anche Alice, con le guance leggermente arrossate, reggeva dei fiori, e un pacchetto legato da un nastro; poi c’era Jouve, un po’ in imbarazzo, impacciato dal peso di un pacco gigantesco; e infine la signora Lampargent, contegnosa come al solito ma per una volta sorridente, pronta a porgergli
un minuscolo scatolino che conteneva di sicuro una medaglietta. La sala da pranzo era piena di fiori. Sulla tavola c’ erano foie gras e altri cibi raffinati, e in quel momento stava arrivando anche la torta (quella che poco prima avevano tentato di nascondergli) con sopra sei candeline accese. Una per decennio! E furono proprio le candeline a fargli più effetto: improvvisamente sentì il bisogno di soffiarsi il naso, cercò con lo sguardo Baba, che mangiava a tavola per la prima volta, e poi Alice, che aveva gli occhi lucidi come i suoi. Allora si girò rapidamente verso la vecchia signora, poi guardò Adrien Jouve, che abbassò la testa, e in quel preciso istante avvertì la prima fitta al piede destro.
2 Benché fosse grande e grosso, benché con la sua mole occupasse tutto il letto, benché trasudasse vino e alcol, quel pomeriggio, nell’intimo del suo essere, là dove la ragione e il ritegno non hanno più valore, si sentiva un bambino debole e indifeso. E, come un bambino, lottava contro il sonno che lo assaliva a ondate e si ostinava a tendere l’orecchio ai rumori della casa, chiedendosi se «lei» sarebbe venuta a dargli un bacio. Alice non aveva l’abitudine di entrare in camera sua quando stava riposando. Del resto, in altre circostanze probabilmente lui non l’avrebbe accolta con gioia. E ora non le aveva detto niente che potesse assomigliare a un invito. Gli pareva di non aver lasciato trapelare nessun segno di tristezza. Solo un breve istante di commozione quando aveva visto le sei candeline che illuminavano il viso di Baba con le loro fiammelle tremolanti. La festa era riuscita bene. Tutti erano stati gentili con lui, e lui si era sforzato di ricambiare quella gentilezza. Avevano preso il caffè sulla terrazza, di fronte al mare, proprio come nelle fotografie delle famiglie famose che si vedono nelle riviste. La medaglietta della signora Lampargent – perché si trattava proprio di una medaglietta – era un San Cristoforo per l’«automobile», e Maugin aveva subito chiamato Arsène per dirgli di metterla sul cruscotto. Jouve aveva ordinato a una ditta di forniture nautiche un tendalino di tela bianca con dei sostegni smontabili per la Girelle, che così armata avrebbe avuto tutta l’aria di una gondola. C’erano perfino delle nappine che pendevano tutt’intorno alla tenda, come nelle ultime carrozze di Nizza. Gli era sembrata una buona idea, e si era dato molto da fare per metterla in pratica. Alice, invece, gli aveva regalato una cosa che lui desiderava
da vent’anni e che, per motivi che non avrebbe saputo spiegare, non si sarebbe mai comprato da solo: una penna d’oro massiccio. Doveva essere costata un occhio della testa, e alla fin fine l’aveva comprata con i suoi soldi, i soldi di Maugin, visto che lei non possedeva nulla di suo. Qualche settimana prima lui le aveva raccontato con un pizzico di invidia del direttore di un giornale che, per i suoi cinquant’anni di carriera, aveva ricevuto una penna d’oro, e aveva precisato, leggendo un trafiletto che ne parlava, che l’oggetto era stato realizzato dall’orefice Mauboussin. «A me» aveva brontolato «regalano solo scatole di sigari. Fantastico, considerando che non fumo!». Come ci era riuscita? Lui le dava i soldi per la casa, per i domestici, per i vestiti e le altre spese personali, ma era piuttosto parsimonioso. Quel regalo dimostrava che, tutto sommato, era possibile farci un po’ di cresta. Lì per lì aveva preferito non pensarci; quel giorno voleva sforzarsi di non pensare a cose spiacevoli. Quando stava per salire, Jouve aveva detto: «Immagino che della questione Weill preferisca parlarne dopo essersi riposato?». E lui non per quello, non solo per quello, aveva risposto: «Ah, a proposito, devi andare a Nizza con la macchina». Jouve non ci aveva visto niente di strano. Alice, invece, era a disagio come ogni volta che Maugin faceva in modo di allontanare Adrien per evitare che restasse solo in casa con lei. Spesso reagiva in modo così goffo da sembrare colpevole. Prendeva tali e tante precauzioni per non trovarsi a tu per tu con il segretario che finiva per mettersi in una posizione imbarazzante. Jouve aveva una camera nella dépendance, l’ala collegata al corpo principale con il famoso ponte. Da brava padrona di casa, Alice avrebbe dovuto passarci ogni tanto, per sincerarsi che le domestiche la tenessero in ordine e che non mancasse niente. Invece era l’unico posto dove non metteva mai piede e, quando vedeva che Baba, in giardino, andava a giocare da quella parte,
si affrettava a richiamarla. Evitava di guardare dalle finestre che davano sulla dépendance. A tavola si sforzava di non chiedere il sale o il pepe a Jouve e, se lui si informava premurosamente se voleva dell’acqua, preferiva dire di no e farne a meno. Girandosi verso la moglie, Maugin aveva detto: «Stasera ti porto a vedere il mio film». Era l’ultimo che aveva girato a Parigi, quello che aveva finito subito prima di partire e che era in programma per due giorni al Palais de la Méditerranée. «Se ti fa piacere, possiamo cenare fuori e poi andare al cinema». «Come mi devo vestire?». Lui aveva voluto essere gentile fino in fondo, visto che aveva deciso che quel giorno sarebbe stato tutto all’insegna della gentilezza. «In abito da sera. Così poi, se ci va, possiamo andare a bere una bottiglia di champagne al casinò». Pazienza, si sarebbe messo lo smoking! Alice aveva così poche occasioni di indossare l’abito da sera! Mandava Jouve a prendere i biglietti, e nessuno ebbe il coraggio di fargli notare che era inutile, che bastava telefonare. L’importante, il solito problema quotidiano, era che Jouve non fosse in casa mentre lui riposava. «Be’, io vado! A dopo, ragazzi...». Non era accaduto nient’altro. O meglio, il resto era accaduto solo dentro di lui, e Alice non era tenuta a leggergli nel pensiero. Chissà se sarebbe venuta lo stesso! Lui non si era messo a letto nudo come gli altri pomeriggi e aveva indossato un pigiama pulito. Si era perfino sistemato i capelli che, quando gli si incollavano sulla fronte, gli davano un’aria dura e cocciuta. Baba riposava. La signora Lampargent probabilmente stava leggendo il giornale sul balcone della sua stanza (tutte le stanze in casa ne avevano uno). Era sempre lei ad accaparrarsi i giornali per prima, come se si aspettasse di trovarci chissà quale notizia di capitale importanza. Oliva, quando lui stava per
salire, gli si era avvicinata asciugandosi le mani sul grembiule. «Le auguro buon compleanno, signore». «Grazie, mia cara». Aveva dovuto stringere quelle mani umide. Anche Camille gli aveva fatto gli auguri sulle scale. Era un bestione di sessant’anni e sporgeva il labbro inferiore in avanti come un bimbetto che sta per piangere perché lo hanno lasciato solo nella culla! Aveva sentito Jouve che si allontanava con l’auto. Come mai Alice indugiava ancora di sotto? Non aveva motivo di restare in cucina. Maugin non la sentiva camminare per la casa. Se avesse tardato ancora, si sarebbe addormentato, perché aveva bevuto molto vino a tavola e poi, a fine pasto, per festeggiare più solennemente, oltre al caffè avevano servito la chartreuse. La questione Weill forse gli avrebbe fornito un pretesto per andare a Parigi. In ogni caso non ci sarebbe rimasto per molto. Non aveva voglia di stare via a lungo; anzi, lo spaventava un po’ il pensiero di trovarsi laggiù soltanto con Jouve. Ormai si allontanava da casa a malincuore, sebbene non confessasse nemmeno a se stesso il perché, se non in momenti come quello, nel dormiveglia, quando non aveva più il pieno controllo dei suoi pensieri. A terrorizzarlo era l’idea di morire da solo, per esempio in macchina, per la strada, oppure in un caffè, o in barca con Joseph, con la villa in vista eppure irraggiungibile. Nel leggere i giornali adesso evitava certe pagine, temendo di imbattersi nella notizia di una morte improvvisa. Alice non aveva idea delle sue paure. Maugin non le aveva detto niente. Lei non sapeva della visita al professor Biguet e delle lettere che si erano scambiati. Credeva davvero che le pasticche che prendeva regolarmente gli fossero state prescritte per la gola. «Tutti gli attori soffrono di mal di gola, dovresti saperlo». Il cuore iniziò a battergli forte. Udiva un cigolio quasi impercettibile per le scale, non avrebbe saputo dire se vicino o lontano, ed evidentemente era più assopito di quanto non immaginasse, perché in quello stesso istante, quando non
pensava nemmeno che lei fosse entrata nella stanza, la sentì sfiorargli la fronte. «Continua a dormire... Scusami... Volevo darti un bacio, stare un momento sola con te...». Lui aprì gli occhi, la vide nel sole che le incorniciava il viso e disse con convinzione: «Come sei bella!». «Ssst!». «Sono contento che sei venuta». «Avrei voluto festeggiare il tuo compleanno solo noi due, o noi tre, ma non era possibile. Ci sei rimasto male?». Parlava a bassa voce, e anche lui sussurrò, cercando di non svegliarsi del tutto. «No». «Sei infelice con me?». Si chinò su di lui come se fosse un bambino febbricitante e gli prese la mano. «Sono felice...» provò a dire lui. E lei di nuovo: «Ssst!». Alice sapeva che non era vero, che non era possibile, anche se lui faceva del suo meglio, come lei del resto. «Sono venuta a dirti che ti amo, Émile». Maugin chiuse gli occhi, e il pomo d’Adamo gli sussultò, mentre il labbro inferiore si protendeva in avanti. «Siamo così felici, io e Baba, e vorremmo che anche tu lo fossi! Forse non sono sempre all’altezza. Scusami». Era lui che avrebbe voluto chiederle scusa, per la storia di Jouve. Sapeva da sempre che non era innamorata di Adrien, che lo vedeva come un amico. Sapeva anche che quel ragazzo, per motivi inspiegabili, nutriva per lui una venerazione e una devozione che avevano resistito a tutte le sue angherie. E se i due ogni tanto complottavano o si scambiavano qualche parola di nascosto, era solo per preparargli una sorpresa come quel giorno, oppure per evitargli delle noie, o magari per dirsi che erano preoccupati per lui. Ma che ci poteva fare se questo bastava a tormentarlo, se
aveva sessant’anni, se loro erano giovani? Che ci poteva fare se la sola idea che un uomo si trovasse nella stessa stanza di sua moglie lo faceva sudare freddo? E se ogni volta gli veniva da pensare all’altro, a quel porco schifoso? Ora sapeva come si chiamava. Non lo aveva detto ad Alice, ma era certo che lei avesse capito. Non si era occupato personalmente della faccenda, perché erano partiti da Parigi subito, la domenica, cioè il giorno dopo il suo ultimo spettacolo a teatro, senza portarsi dietro quasi niente, come se stessero scappando. Arrivati lì, dove si erano sistemati dapprima in albergo – per otto giorni durante i quali aveva piovuto ininterrottamente, al punto che, scoraggiati, avevano pensato di andarsene – e poi alla villa, aveva resistito per ben cinque settimane prima di scrivere a Lecointre per affidargli l’incarico. Aveva saputo il nome, l’indirizzo e molti altri particolari che avrebbe preferito ignorare. «Conte Philippe de Jonzé, rue Villaret-de-Joyeuse, 32 ter». Conosceva quella strada soprattutto perché c’era una casa di appuntamenti. Da allora aveva notato che la moglie non pronunciava mai il nome Philippe, neanche nel caso di un loro amico che abitava a Juan-les-Pins e che lei chiamava per cognome o usando delle perifrasi. Non nominava mai nemmeno rue Villaret-de-Joyeuse o l’École Normale. Una volta Jouve aveva avuto la malaugurata idea di parlare di un suo amico che aveva studiato alla Normale, e Alice aveva immediatamente cambiato discorso. Perfino il ministero delle Belle Arti... Jonzé lavorava lì come segretario di gabinetto e, contrariamente a quanto si poteva pensare, non ci era arrivato grazie al cognome che portava o all’influenza di suo padre. La sua non era nemmeno una di quelle nobili famiglie, più o meno decadute, che si arroccano in un vecchio castello. No, erano ricchi. Da generazioni i Jonzé avevano investito in
fonderie, acciaierie, ferrovie. Erano dei «duri», più ancora dei vari Weill e di tutti gli squali del cinema. E se Maugin aveva deciso di rifiutare la Legione d’onore che gli era stata promessa per il Quattordici luglio era proprio perché a segnalarlo era stato il ministero delle Belle Arti. «Di’ la verità, Émile, stasera esci solo per farmi contenta». «Ma no, ti assicuro che ho veramente voglia di vedere com’è venuto il film». «Però non ti va di metterti lo smoking! Tu odi vestirti elegante». «Almeno per una volta mi tolgo di dosso i soliti pantaloni da pescatore». «Sei sicuro che non preferisci andarci con qualcosa di più sportivo?». Alice tese l’orecchio. Il vecchio Fredin fischiettava in giardino proprio sotto le finestre della stanza, e nell’aria immobile il suono saliva, penetrante, acuto, continuo. Centinaia di volte quel fischio aveva fatto svegliare Maugin di soprassalto. «Non può stare un po’ zitto quando riposo?». Un giorno quello gli aveva risposto: «Mi scusi... Non penso mai che la gente dorma». «Lo faccio smettere» disse lei. «No». Preferiva che restasse lì, accanto a lui. Ed era anche per via di Fredin. Il vecchio non fumava, non beveva, non aveva famiglia e dormiva in una topaia. Fischiettava dalla mattina alla sera e, quando qualcuno gli diceva di smettere, poco dopo ricominciava senza rendersene conto. «Tanto non dormo». «Ma ti addormenterai». «Non credo». «Perché?». Che altro poteva dirle? Si sforzavano entrambi di mettere tutta la dolcezza e il calore di cui erano capaci in quelle parole, che in sé non avevano grande importanza. Ma di quello che pensavano veramente era proibito parlare. «Prima o poi riuscirai a essere felice, vedrai!».
«Sì». «Te lo sei meritato!». «Davvero?». «Sì, ora sta’ zitto. Non muoverti. Chiudi gli occhi. Dormi». Gli baciò le palpebre e la fronte. Forse per un ricordo d’infanzia vi tracciò sopra con il pollice il segno della croce. «Dormi...». Non la sentì allontanarsi. Probabilmente lei rimase lì, accanto al letto, immobile, trattenendo il respiro, proprio come faceva con Baba, fin quando Maugin non si fu addormentato. Quasi subito però il fischio del vecchio Fredin lo riportò a Cap d’Antibes, allora aprì gli occhi e si ritrovò solo, accaldato e madido di sudore in quel letto scomodo, con una dolorosa fitta al piede destro. «Non è il genere di persona che immagini» gli aveva scritto Lecointre. «Mi sono ricordato che avevo uno zio nella polizia e ho indagato come un vero sbirro». Forse quel povero cristo si era perfino travestito, per guadagnarsi il suo compenso. Sì, perché naturalmente Maugin gli aveva spedito un vaglia per rimborsargli «le spese». «Il giovane conte non è uno di quei farfalloni da romanzetto rosa. Che poi dico giovane rispetto a noi, ma in realtà ha trentadue anni. È un primo della classe, un secchione, tutto fuorché uno scapestrato. L’ho saputo da uno dei suoi ex compagni della Normale. «E il padre è un uomo vecchio stampo, duro e puro. Se ho capito bene, è anche un generale della riserva. È già tanto se non si mette la redingote per andare ai consigli d’amministrazione, e poi tira di scherma ogni mattina, va a cavalcare al Bois de Boulogne, pranza al circolo, in avenue Hoche. Pensavo che persone del genere esistessero ormai solo nelle commedie. «Il ragazzo avrebbe potuto entrare in una delle imprese controllate dal padre, ma quando ha finito gli studi ha preferito arruolarsi negli spahi e ha passato cinque o sei anni nel deserto. «Quando è tornato a Parigi ha rotto definitivamente con il
vecchio, si è messo a lavorare in una casa editrice della Rive Gauche e ha sposato una dattilografa. «È entrato al ministero proprio grazie alla raccomandazione dell’editore. Ora ha due bambini, non è ricco e, a quanto pare, sta lavorando a un libro, non so su che argomento. «Un giorno erediterà la fortuna del padre, visto che è figlio unico, ma rischia di dover aspettare un bel po’, e per adesso se la passa maluccio, perché è ancora uno spendaccione e continua a correre dietro alle donne. Ha un mare di debiti...». Se il povero Lecointre avesse saputo quanto male faceva a Maugin ogni sua parola, non avrebbe fornito tanti particolari. Ne aveva riempito pagine e pagine. In seguito aveva scritto altre lettere, perché voleva sdebitarsi con il suo vecchio amico. In fondo era una persona scrupolosa, come la maggior parte dei poveracci. «Ha la mania di vivere negli ambienti degli artisti...». Santo cielo! E allora? Che gliene importava, a lui? Era o non era ormai un uomo di sessant’anni, per di più con il cuore di un settantacinquenne e al posto del ventricolo sinistro una specie di pera molle e avvizzita? Puzzava di vino, puzzava di vecchio. A volte faceva apposta a suscitare il «loro» disgusto, per vedere come avrebbero reagito. Soltanto Oliva, che emanava fetore di aglio da tutti i pori, osava dirgli: «Solo gli ubriaconi hanno un simile tanfo!». In un cassetto del suo ufficio – perché aveva un vero ufficio, con un balcone che affacciava sul mare – c’era una lettera listata a lutto, di Cadot naturalmente. «Ho appreso con immensa tristezza della sua partenza, ma se il riposo al mare giova alla sua salute e al suo umore, non posso che rallegrarmene». L’inizio non era male, dopotutto. Ma il seguito non era dello stesso tenore: «Mi dispiace offuscare il suo bel cielo mediterraneo con le mie piccole noie, ma a chi potrei raccontarle se non a lei che mi ha sempre ascoltato con attenzione e indulgenza? «Da quando mia moglie ci ha lasciato (e la ringrazio ancora
per tutto quello che ha fatto per lei), sono diventato una specie di caso umano, per il quale non c’è posto nel mondo d’oggi: un vedovo con cinque figli. «Lei, a cui la provvidenza ha voluto dare una bella bambina che sorride alla vita, non ha idea delle difficoltà che ho dovuto affrontare io. Le prime settimane mia madre ha fatto del suo meglio per occuparsi dei piccoli ed è venuta a stare da me. Ma, come sa, è una donna anziana e ha una serie di acciacchi...». Insomma, dopo un po’ Juliette aveva gettato la spugna e se n’era ritornata nel suo tugurio di rue Caulaincourt. «Alcune vicine mi hanno dato una mano. Alcuni vicini si sono dimostrati comprensivi e generosi. Ma sa, in un quartiere modesto come il nostro ognuno ha i suoi problemi...». E quindi? Gli ci erano volute altre tre pagine riempite di una scrittura minuta e accurata da maestro di scuola per arrivare al dunque: aveva scovato «una seconda madre per i bambini», anche lei vedova, di appena trentacinque anni, «vivace e in ottima salute». Aveva avuto qualche esitazione a causa del ricordo dell’amata defunta. «Ma il dovere...». Però... Perché c’era un però. Ed era a questo punto che finalmente entrava in scena lui, Maugin. Thérèse, la fortunata, non se la sentiva di impegnarsi in condizioni così precarie e, per dirla tutta, così avvilenti. Proveniva da una famiglia di commercianti, originaria dell’Alvernia, se aveva capito bene. «Come mi fa giustamente notare Thérèse, per quanto possa sforzarmi, quali speranze di carriera ho in ufficio? Sono solo un’infima rotella dell’ingranaggio, e i miei superiori non sanno nemmeno che esisto. Se invece, ora che siamo ancora giovani, avviassimo un’attività in proprio, in cui entrambi potessimo esprimere il meglio di noi stessi...». L’aveva trovata, l’attività: un negozietto di alimentari «in un’ottima posizione», a Charenton, in un quartiere in via di sviluppo, quasi di fronte alla chiusa, grazie alla quale avrebbero avuto «una clientela regolare di marinai». Maugin non ne aveva parlato né con Alice né con nessun
altro. Aveva finanziato il negozietto e in cambio aveva ricevuto una lettera ancora più lunga e una foto di tutta la famiglia schierata davanti alla vetrina. La cosa più inaspettata era che Juliette Cadot, quella vecchia megera, si era quasi risentita con lui per quell’improvviso atto di generosità. «Mi chiedo se sia stato saggio da parte tua trasformare così, di punto in bianco, la vita di questo ragazzo, che aveva già fin troppa fiducia nelle sue capacità e che in tre settimane non ha trovato neanche una volta il tempo per venire a chiedermi come stavo. Quanto a quella donna, di cui non voglio ancora dire niente...». Santiddio! Non lo aveva fatto per bontà. Non era buono. Non aveva nessuna voglia di essere buono, anzi! Alice si sbagliava. Lei era salita in camera sua. L’aveva baciato sulla fronte e sulle palpebre, gli aveva fatto un piccolo segno della croce, ma non sapeva che cosa stava pensando lui nel frattempo. Stava pensando che almeno, quando sarebbe arrivato il suo momento, avrebbe avuto accanto qualcuno, tutto qui! Aveva una fifa blu di morire da solo, «come un cane». Non era una bella prospettiva, eh? Quindi, se lei si metteva a ronzare intorno a Jouve o a pensare al biondino, lui rischiava... Non aveva dormito, o solo pochi minuti, e da qualche parte il giardiniere, non avendo niente di meglio da fare, continuava a fischiettare; dei ragazzi con indosso minuscoli slip si davano arie da acrobati su una tavola tirata da un motoscafo. Bravi, continuate pure a fare baccano! Non bastavano il mare, le cicale, il fischio di Fredin, le mosche e Baba, che ci si era messa anche lei e piangeva a più non posso davanti a una finestra aperta. Jouve stava ritornando. Sentì lo sportello che si chiudeva. La ghiaia che scricchiolava sotto i passi. Tutta un’orchestra di suoni. Si alzò di pessimo umore, fece una smorfia appoggiando a terra il piede destro e si scolò il resto della bottiglia: un goccio di vino tiepido, che sapeva di aceto. «Ehi, signor Jouve,» gridò dalla finestra «ti raggiungo subito
nello studio». Si infilò una vestaglia, si sciacquò la faccia e si passò il pettine nei pochi capelli che gli rimanevano. «Hai preso i biglietti?». «Sì, capo». «In un palco dove non ci guarderanno tutti come gli animali dello zoo, voglio sperare?». «Sì, capo. In fondo in fondo». Voleva stare in fondo alla sala anche per paura degli incendi. «E Weill?». «L’ha citata in giudizio. Si è rifiutato di incontrarmi e perfino di rispondermi al telefono, mi ha fatto dire dalla segretaria di rivolgermi al suo avvocato». «E ci sei andato?». «No, sono stato dall’avvocato Audubon, che mi ha consigliato di non farlo». «E che dice Audubon?». Era il suo legale. «Dice...». «Allora?». «Dice che lei perderà sicuramente la causa e che farebbe meglio a trovare un accordo con Weill». «No!». «Weill ha comprato il contratto dalla Siva, quindi quest’anno i cinque film li deve a lui». «Sì, ma c’ è una clausola che mi consente di rifiutare i copioni che non mi piacciono». «Gliene ha mandati dodici in quattro mesi». «Sono tutti stupidi». «Tra quei dodici ce n’erano due che nello scorso dicembre lei si era detto pronto a girare. A suo tempo lo aveva scritto alla Siva. Lui ha in mano la lettera. L’avvocato Audubon sostiene che, stando così le cose, nessun tribunale le darà mai ragione, soprattutto considerando che la Siva le ha versato un forte anticipo». «Weill è un ladro!». «Come dice l’avvocato Audubon, è un uomo d’affari».
Non c’era speranza, lo sapeva, ma si intestardiva a negare l’evidenza. Seguendo un impulso subitaneo aveva deciso di partire per la Costa Azzurra e, da quando stava lì, rifiutava tutti i copioni che gli proponevano. «E se fossi malato?». «Abbiamo studiato il caso. Sarebbe diverso. La compagnia che Weill rappresenta nominerebbe un suo medico di fiducia, il quale insieme al suo medico curante sceglierebbe un terzo specialista che figurerebbe come perito». «Audubon è contro di me!». «Vorrebbe venire a parlarle di persona, ma ha da fare a Parigi per un mese almeno, e a quel punto forse sarebbe troppo tardi». «Non dire niente a mia moglie, oggi. È inutile rovinarle la giornata. Andrò a Parigi domani». «Porta anche me?». «Sì, signor Jouve, ti porto!». Quella storia lo preoccupava più di quanto volesse dare a vedere, perché poteva costargli cara. Non che fosse a corto di soldi. Diffidente com’era, li teneva in quattro o cinque banche diverse. Possedeva soprattutto oro, che depositava lui stesso in cassette di sicurezza a suo nome. Ma era molto meno ricco di quanto si dicesse e di quanto i giornali sostenessero con un compiacimento che lui trovava esasperante. Il più delle volte le cifre citate erano un bluff delle case cinematografiche. E la maggior parte di quello che guadagnava se ne andava in tasse. Tra l’altro, la gente dimenticava che solo da dieci anni, grazie al cinema, aveva cominciato a incassare grosse somme. Fino ai cinquant’anni aveva vissuto esclusivamente di teatro. Fino ai quaranta aveva faticato ad arrivare alla fine del mese. Fino ai trenta aveva fatto la fame. Riesce a capirlo, signor conte de Jonzé, lei che trova divertente frequentare gli artisti? E ora non aveva nemmeno il diritto di essere malato! Non aveva il diritto di essere moribondo senza che un perito andasse ad accertarlo!
Come no, una bella perizia! E perché non un’autopsia, allora? «Immagino che avrò la serata libera, capo?». «Perché me lo chiedi?». «Perché ho incontrato un amico d’infanzia che ora insegna in un liceo di Juan-les-Pins e ne approfitterei per andare a fare due chiacchiere con lui». Erano le cinque. Bisognava tirare fino alle sei, poi vestirsi, prendere l’auto, sedersi in un ristorante ed esaminare svogliatamente il menu portato da un cameriere, un bel menu grande, il più grande possibile, con tutta una lista di nomi complicati, perfetti per far venire l’acquolina in bocca agli allocchi. «Zoppica?». «No». Trovò sua moglie nella stireria, dove stava «dando un punto» al vestito da sera, perché, si sa, per una donna un’ora di uscita significa ore e ore, se non giorni, di preparazione. Anzi, era strano che non avesse bisogno di andare dal parrucchiere. «Ti annoi?». «No. Ho caldo». «Zoppichi?». Rispose di nuovo, spazientito: «No!». A quell’ora di solito andava a bere un bicchiere ad Antibes, vicino al campo di bocce, ma per farlo avrebbe dovuto vestirsi una prima volta e poi tornare a casa per mettersi lo smoking. Non era stata una buona idea proporre a sua moglie di uscire in abito da sera. Girava in tondo per la stanza, come un bambino che sta per fare una sciocchezza. E la fece. «Domani vado a Parigi». Alice trasalì e alzò la testa di scatto. «Ah!... L’hai deciso ora?». Sapeva che così le avrebbe rovinato la giornata, proprio come aveva raccomandato a Jouve di non fare, e sapeva anche che lo aveva fatto apposta, forse perché in quella stireria era tutto troppo tranquillo.
«Abbiamo parlato della questione Weill. Audubon vuole vedermi». «Perché non viene lui qui?». «In questo momento non può allontanarsi da Parigi. E Weill mi ha fatto causa». Erano parole vuote, e lo sapevano entrambi. La minaccia di quella partenza era nell’aria da settimane, benché nessuno dei due avesse osato parlarne. Perché Alice si preoccupava tanto per quel viaggio che non aveva niente di straordinario o di rischioso? Cosa pensava che andasse a fare a Parigi? «Ci vai in macchina?». «No, prendo il treno con Adrien». Lei aprì la bocca, poi cambiò idea e lasciò passare un minuto buono prima di formulare la domanda che Maugin aveva previsto. «Non posso venire anch’io?». «E Baba?». «Se ne occuperà la signora Lampargent». «È inutile. Vado e torno». «Quanto starai via?». «Quattro giorni... Al massimo cinque». La cosa strana era che quel viaggio gli faceva paura almeno quanto a lei e, per il semplice fatto di averne ipotizzato la durata, ritenne opportuno toccare ferro di nascosto. Da quando erano partiti da Parigi in quel modo precipitoso, aveva evitato di tornarci anche solo per ventiquattr’ore, preferendo mandare Jouve al suo posto. Nella sua testa, chissà perché, non era uno spostamento come gli altri. Passava il tempo a inveire contro Antibes, il mare, la barca, Joseph, la villa e il giardiniere, e tuttavia non riusciva ad allontanarsi di lì, come se in qualsiasi altro luogo non si sentisse al sicuro. «Vado a dire a Jouve di telefonare alla stazione per prenotare i posti». «Non ha ancora telefonato?». Alice capì che era stata una decisione improvvisa e si
preoccupò ancora di più. «Pensaci, Émile». «A cosa?». «A niente. Devo essere matta. Non farci caso. Stiamo così bene qui...». «Passo da Jouve nello studio e poi salgo a vestirmi». «Sarò pronta fra una mezz’ora». Per via di quel suo collo troppo massiccio, con lo smoking portava sempre camicie di seta spessa e morbida con il colletto molto basso, che gli davano un’aria distinta e autorevole. Si era rasato una seconda volta, e il bianco della camicia faceva risaltare il viso abbronzato. Si trovò quasi bello. «Sei stupendo, Émile!». Le scarpe di vernice nera gli facevano un po’ male, soprattutto la destra, ma non disse niente. Non disse nemmeno che, per evitare che l’alito gli puzzasse di vino, aveva bevuto un bel bicchiere di acquavite. Il suo fazzoletto era leggermente profumato. Diede un bacio a Baba, che era già a letto e che lo guardò con occhi pieni di stupore. Sua madre invece era tutta vaporosa nell’abito a balze di organza, e accanto a Maugin le sue spalle sembravano ancora più bianche, quasi diafane. Portava la collana di perle che lui le aveva regalato per la nascita della bambina, come se... «Vi dispiacerebbe lasciarmi in place Macé? Da lì proseguo in autobus». Presero a bordo Jouve, che si sedette accanto all’autista. L’interno della macchina era soffice. Il sole del tramonto proiettava ovunque riflessi di un rosso violaceo. L’«automobile» procedeva silenziosa e senza scosse. Alice aveva poggiato la mano su quella di Maugin, che stava seduto più dritto del solito. Pareva una serata di festa, come quelle che i borghesi si concedono nelle grandi occasioni. Jouve scese. La macchina proseguì. «A che ora parti domani?». «Prendiamo il treno delle undici e arriviamo a Parigi giusto in
tempo per andare a letto». «Immagino che non dormirai a casa?». Da quando viveva con Alice, era la prima volta che si fermava in albergo a Parigi e non sapeva quale scegliere. «No, penso che andrò al Claridge». «Mi telefonerai?». «Sì, ma non tanto spesso, perché costa molto. Ti chiamerò appena arrivato per dirti che è andato tutto bene». Si chiese come sarebbe stata la villa senza di lui. Era geloso. Chissà se ci sarebbe stata un’atmosfera più rilassata! Magari si sarebbe sentito ridere e canticchiare... «Arsène, portaci al Cintra». Per l’aperitivo. Come tutti. Se ne stava impettito e impostava la voce. «Due martini, ragazzo». Persone che conosceva vagamente gli si avvicinavano per parlargli, e lui, seccato, prendeva la solita aria di sufficienza. Non ripeté l’errore di Parigi e per cenare scelse un ristorante italiano, dove si sedettero l’uno di fronte all’altro a un tavolino con al centro un abat-jour arancione. Questa volta aveva ordinato un vino del Reno per lei e per sé un fiasco di chianti rosso. A causa del martini e del caldo, avevano tutti e due le guance arrossate e gli occhi lucidi. Erano belli. Giocavano al signore che porta a cena fuori la signora. Ma ogni volta che stavano per guardarsi in faccia, uno dei due, non sempre lo stesso, distoglieva lo sguardo. Perché? Di cosa avevano paura? Era come se temessero entrambi di essere colti in fallo. Chissà, forse, invece di vivere semplicemente quella serata, la guardavano svolgersi con l’attenzione che si dedica agli eventi a cui il tempo conferirà un posto speciale nel ricordo. Facevano finta di niente, ma in realtà posavano per il futuro, mostrandosi teneri, allegri, e sforzandosi di scherzare. «Andiamo a vedere come recita questo benedetto Maugin!». Il nome campeggiava sui muri sopra una foto di Maugin con la mano stretta sul viso riverso di una donna.
«La gente si aspetterà che strangoli la ragazza sotto i suoi occhi, e sicuramente all’uscita alcuni saranno delusi». Nell’atrio del Palais de la Méditerranée li guardavano passare. Li seguivano a distanza. Il direttore in persona li stava aspettando per accompagnarli al loro palco. «Ho creduto di venire incontro ai suoi desideri evitando di annunciare che sarebbe stato in sala stasera, signor Maugin. Tuttavia ormai l’hanno vista. Sanno che è qui, e spero che non me ne vorrà se, alla fine del film, ci sarà un piccolo omaggio...». Evidentemente aveva comprato dei fiori per Alice, che le avrebbe fatto consegnare alla fine della proiezione. Lui allora si sarebbe affacciato dal palco per salutare il pubblico. E anche lei. Il cinegiornale stava per terminare. Sullo schermo compariva il suo nome a lettere cubitali, seguito da una sfilza di nomi sempre più piccoli, che si concludeva con il truccatore e il trovarobe. L’uomo qualunque prendeva vita, in bianco e nero, in uno scenario assolutamente ordinario, portandosi dietro tutto il peso, quasi visibile sulle sue spalle, della sua esistenza. All’improvviso Maugin fu colpito da quanto la giovane attrice assomigliasse a sua moglie. Non tanto per i lineamenti del viso, ma per qualcosa di più difficile da percepire a prima vista e di più profondo, quasi una somiglianza di destini. La cosa lo turbò, e cominciò a trovare irritante l’insistenza con cui Alice posava la mano sulla sua. Spostò la sedia. Non sapendo da dove provenisse il rumore, alcuni spettatori fecero: «Ssst! ...». Poco mancò che si arrabbiasse, poi si calmò, avvertì un’altra fitta al piede destro e si sfilò la scarpa. Le scene in cui lo si vedeva guidare la locomotiva gli fecero tornare in mente quelle giornate di dicembre passate in piedi nella neve, a Levallois, dove erano stati messi a loro disposizione un treno e un binario morto, naturalmente con dei veri macchinisti. Poi c’era la sequenza del bistrot, del ritorno a casa, le scale, la porta che lui spalancava con una spinta brusca, il grido muto
di sua moglie. Intanto, nel buio del palco, a lui pareva che fosse la sua vera moglie la donna terrorizzata, quella a cui ordinava dallo schermo: «Vieni qua!». E ripeteva: «Vieni qua, bella!». Aveva appoggiato il braccio sullo schienale della sedia di Alice e con la mano, nell’oscurità, faceva esattamente gli stessi gesti della mano che si vedeva ingrandita nel film. La cosa strana era che Alice lo sapeva, Maugin sentiva che era tesa, che tratteneva il respiro spaventata, aspettando di scoprire che cosa lui avrebbe deciso. Anche lei, come l’altra, non osava muoversi. Come l’altra, accettava la sua sorte. Non c’erano riflettori puntati su di loro, né tecnici del suono, né ciak. Erano immersi in una nebbia nera, come nello studio di Biguet durante la radiografia. Le dita di Maugin si allargavano, poi si richiudevano, e lui intravedeva il tenue scintillio delle perle sul collo di sua moglie, respirava rumorosamente, sentiva il sudore colargli tra le scapole. Invece di andare a Parigi? Non era un pensiero. Era troppo vago per definirsi tale, eppure, come nel sogno del processo, era molto esplicito: questo o Parigi. Poteva scegliere. Gli veniva concesso di scegliere. Gli sembrò che la scena durasse ore, sempre come nell’incubo; e quando la mano non si chiuse, quando l’uomo sullo schermo spinse la moglie verso le scale senza nemmeno prendersi la briga di essere brutale, ebbe l’impressione di rivedere finalmente la luce, benché il film continuasse e la sala non fosse ancora illuminata. Sarebbe andato a Parigi. Non guardava più lo schermo; si chinò, borbottando, perché al buio non riusciva a rimettersi la scarpa, mentre Alice prendeva un fazzoletto dalla borsa. Scrosciarono gli applausi. Si accesero le luci, e seicento facce
si girarono verso il suo palco, dove lui, chino in avanti, si stava ancora rimettendo la scarpa. Si alzò, salutò. Il pubblico rumoreggiava, c’era anche qualcuno che piangeva. Alice non si alzava. Era la prima volta che le capitava di condividere un’ovazione destinata a Maugin e non sapeva come comportarsi; lui la prese per il braccio, e a quel punto una maschera con un abito grigio topo si avvicinò alla balaustra per porgerle un mazzo di garofani violetti. Il pubblico non si decideva a lasciare le poltrone. Maugin si avviò verso l’uscita portando con sé Alice e dicendole: «Ecco fatto, cara!». Pallidissima e come stordita, lei si sforzava di sorridere da dietro i fiori, mentre lui si allontanava per autografare i programmi che delle mani gli tendevano lungo tutto il corridoio.
3 Aveva bevuto e dormito per tutto il tragitto. Fino a Laroche era stato teso perché avevano annunciato un possibile ritardo, ma poi il treno aveva recuperato, e quando erano entrati in stazione il grosso orologio luminoso segnava le dieci e quaranta. «Porta i bagagli al Claridge e prendimi una suite». «Immagino che preferisca non essere disturbato domani mattina presto, giusto? Aspetto che mi chiami lei?». «Esatto, ti chiamo io!». «Le fisso un appuntamento con l’avvocato Audubon?». Lui lo aveva guardato con aria assente, come se non si ricordasse di essere andato a Parigi per la questione Weill. Senza nulla in mano, seguiva la folla che imboccava le uscite, mentre quasi tutte le teste si voltavano verso di lui. Salì su un taxi, sorpreso di vedere tante persone sedute ai tavolini all’aperto dei caffè, anche molti uomini in maniche di camicia. «Allo Châtelet, all’ingresso degli artisti». C’era un posto libero per parcheggiare la macchina proprio vicino al teatro, e così poté restarsene sprofondato nel sedile del taxi a guardare con occhi torvi la folla che usciva dalla porta principale. In passato aveva lavorato anche lì: aveva fatto la comparsa in Michele Strogoff e nel Giro del mondo in ottanta giorni. All’ epoca lo Châtelet era il teatro che pagava peggio, quello dove si incontravano i morti di fame più morti di fame di tutta Parigi, forse perché era vicino alle Halles, o perché lì avevano sempre bisogno di un sacco di gente – a volte in scena c’erano più di cento persone – e perciò gli andava bene chiunque. Si era beccato le pulci. Si era beccato anche qualche altra cosa da una giovane figurante. Intanto stavano cominciando a uscire attori e attrici vestiti con abiti lisi, ma per lo più orgogliosi di far parte del mondo dello spettacolo, al punto che alcuni si lasciavano di proposito
tracce di trucco in faccia. «Jules!» gridò Maugin aprendo lo sportello, quando tra loro scorse Lecointre che usciva con aria frettolosa. Il povero diavolo si girava in tutte le direzioni, si chiedeva chi fosse a chiamarlo e da dove, finché riuscì a individuare la mano che si agitava fuori dall’auto. Allora, riconoscendo Maugin, esclamò estasiato: «Sei tu! Sei venuto!». Come se fosse un miracolo. «Sali». «Non pensavo che la mia lettera sarebbe arrivata così presto, e soprattutto non credevo che fossi libero». Maugin stava zitto. L’amico probabilmente alludeva a una lettera che, quando lui era partito, non aveva ancora ricevuto. L’ultima – quella in cui gli parlava di quel farabutto del conte e gli comunicava con un post scriptum che dopo la fine di Baradel & Co. aveva ottenuto una «particina» allo Châtelet – risaliva a due mesi prima. «Vuoi che andiamo a trovarlo subito? Sei appena arrivato?». Senza un motivo preciso Maugin barò, evitando di confessare che non sapeva di cosa stesse parlando. Preferì aspettare di averlo indovinato e, un momento dopo, tutto gli fu chiaro. «Sai, stavolta ne ha veramente per poco. Secondo il dottore è questione di ore più che di giorni. Farai fatica a riconoscerlo». Ah, quello era poco ma sicuro! Erano trent’anni che non vedeva Gidoin, a cui in cuor suo non aveva mai perdonato di non essere riuscito a fabbricare le banconote false. «Siccome non ha nessuno che lo assiste, mi sono trasferito nel suo atelier, dove mi arrangio in qualche modo per dormire, ma quando vado in teatro sono costretto a lasciarlo solo». «Tassista, ci porti a place du Tertre». «Sono troppo felice che sei venuto. Non puoi immaginare quanto gli farà bene. Sono convinto che se ne andrà un po’ più contento. Ultimamente ha parlato spesso di te e degli amici di un tempo, e anche di una ragazza che non conosco e che a quanto pare ha avuto una parte importante nella sua vita. In certi momenti non ci sta proprio con la testa, e fa tristezza
vederlo così. Crede che lo vogliano portare in ospedale, mi prende per un infermiere e si dimena come un forsennato, rischiando anche di farsi male. A proposito, tu ci sei mai stato?». «Dove?». «In ospedale. Non ti ci vedo malato. Victor si è fatto quasi tutti gli ospedali di Parigi ed è terrorizzato all’idea di morirci, in ospedale. Io credo che la penserei come lui, che a quel punto preferirei morire per strada. Che hai detto?». «Non ho detto niente». «Lo sai quanto mi resta in tasca per curarlo?». Tirò fuori la mano dalla tasca e, nella penombra del taxi, gliela mostrò aperta con qualche moneta nel palmo. «Ho venduto il mio cappotto e anche il suo. L’orologio, nessuno di noi due ce l’ha più da un pezzo. Figurati che di notte, per sapere l’ora, devo contare i rintocchi del SacréCoeur. Scusami se ti dico queste cose. Tu mi hai mandato più di quello che mi dovevi. Sei contento laggiù?». Maugin borbottò qualcosa. «La bambina sta bene? E tua moglie? Da quando sei partito penso spesso a te. Ma lo sai che di tutti noi tu sei l’unico che è diventato un uomo più o meno come gli altri? Sei un attore, naturalmente, e anche un personaggio fuori dal comune, lo dico senza amarezza e senza invidia. E chi sostiene che hai avuto successo per pura fortuna è solo un povero cretino che non sa quello che dice. Riflettendoci, però, mi ha colpito il fatto che nel frattempo sei riuscito anche a crearti una famiglia, ad avere una vera casa... Capisci cosa voglio dire?». Maugin osservava con uno sguardo duro le strade in cui passavano, piene di persone che rincasavano dal cinema o dal teatro, e non c’era angolo che non gli ricordasse qualcosa, mentre la voce roca di Lecointre suonava alle sue orecchie come il ritornello ossessivo di un vecchio organetto di Barberia. «Sai cosa dovremmo fare, Émile, cioè cosa dovresti fare tu che te lo puoi permettere? Ci fermiamo da qualche parte e gli compriamo una bella bottiglia di acquavite. Non dovrebbe bere, gliel’hanno proibito, ma ormai, nelle sue condizioni, che
importanza può avere? Io ogni tanto, quando ho i soldi, gli porto un litro di vino rosso, ma non gli fa più effetto, capisci? Gli ci vuole qualcosa di più forte. E non roba troppo raffinata: una bella bottiglia di calvados o di grappa». Trovarono un negozio aperto in boulevard Rochechouart e, proprio lì accanto, anche una salumeria. «Che cosa potrebbe fargli piacere? Dài, ordina tu». Maugin si sentiva in imbarazzo per il vestito troppo di buon taglio che aveva indosso, per il portafoglio rigonfio e per il taxi che li aspettava lì davanti. Sembrava aver dimenticato che non era quello il motivo per cui era andato a prendere Lecointre all’uscita dello Châtelet. «Non so se riuscirà ancora a mangiare». «Compra lo stesso qualcosa». C’era una bettola all’angolo, di quelle veramente squallide, male illuminata, con dentro certi poveracci che per la maggior parte probabilmente non avevano neanche un letto in cui andare a dormire quella notte, e Maugin, per via delle cose che gli aveva detto Lecointre, ordinò della grappa e ne mandò giù due bicchieri l’uno dopo l’altro. «Per fortuna una mattina, la settimana scorsa, sono andato a trovarlo. Stava male già dal giorno prima e avrebbe rischiato di crepare senza che nessuno lo sapesse». Era l’ora in cui, per Maugin, le strade cominciavano ad avere un odore e un sapore, soprattutto le strade come quella, che non erano poi tanto cambiate, solo che adesso, sul selciato e davanti alle vetrine delle salumerie, c’erano altre ombre al posto delle loro. Place du Tertre, invece, sembrava un luna park, gremita com’era di stranieri seduti ai tavolini all’aperto, che ormai avevano invaso tutto lo spazio e tra i quali si aggiravano dei poveri diavoli con i capelli lunghi che cercavano di vendere i propri disegni, e poi suonatori, cantanti e, un po’ in disparte, perfino un mangiatore di fuoco con indosso un maglione blu da marinaio molto aderente. «Non è esattamente come ai nostri tempi, eh, Émile? Fai aspettare il taxi? Allora deve girare a sinistra e proseguire
ancora qualche metro in rue du Mont-Cenis». Poco prima di arrivare alle scale di pietra, Lecointre, con le braccia cariche di pacchetti, varcò una porta bassa, seguito da Maugin che portava le bottiglie, dopodiché percorsero al buio uno stretto passaggio scoperto, che sbucava in un cortile ingombro di assi di legno. «Questo a destra è il laboratorio di un falegname. Sopra abita una russa che fa la ballerina nei night». Erano lontani dalla baraonda, lontani da Parigi, di cui non si sentiva più il frastuono e di cui si vedeva solo il tenue riflesso arancione nel cielo. I muri avevano l’intonaco scrostato, per terra c’erano pozze di acqua sporca e in fondo al passaggio si intravedeva la luce tremolante di una lampada a petrolio con lo stoppino messo al minimo. «Non c’ è l’elettricità nel cortile, ti rendi conto? Era una rimessa, che lui ha sistemato alla meno peggio». La facciata era quasi completamente a vetri, molti dei quali erano stati sostituiti da cartoni. Su una specie di divano senza piedini, in pratica una rete appoggiata a terra, si scorgeva una forma umana tutta raggomitolata, un viso barbuto, due immensi occhi che fissavano il buio di fuori. «Victor, sono io!». Lecointre aprì la porta e alzò lo stoppino della lampada. «Oggi è un giorno di festa, amico mio! Indovina chi ti ho portato? Guardalo bene. È lui. È Maugin». Veniva da chiedersi se ci fosse ancora un po’ di carne sotto la barba e i capelli lunghi. Gli occhi scrutavano ardentemente il visitatore con un residuo di diffidenza. «Sicuro che non è venuto a prendermi? Me l’hai giurato, Jules, non te lo dimenticare!». «Ma no, ti dico che è Maugin, il nostro amico! Abbiamo parlato di lui proprio l’altro ieri. Non ti ricordi?». «Ripeti!». La voce era bassa, cavernosa, la gola piena di catarro. Tossiva con una mano sulla bocca e l’altra posata sulla pancia scavata, su cui i pantaloni erano trattenuti da uno spago. «Émile Maugin! E ti ha portato una prelibatezza. Fammi
aprire la bottiglia e sentirai che profumo!». Nella stanza non c’erano sedie, solo un tavolo sommerso da una montagna di lastre di rame, utensili vari e stampe sporche, oltre a due bicchieri che forse un tempo erano stati trasparenti. Accanto al muro era stato allestito, probabilmente da Lecointre, un letto con tre casse coperte da un pagliericcio e da un brandello di coperta. «Sì, mi ricordo!» mormorò Gidoin dopo un po’. «È il cantante». Era vero. Faceva uno strano effetto sentire quella parola riemergere improvvisamente da un passato in cui sembrava dover restare sepolta per sempre. Gidoin, nel suo letto, era tornato indietro di quarant’anni, trascinando con sé gli altri due nell’universo in cui si svolgeva la sua misteriosa vita di moribondo. Per un bel po’, nel loro gruppo, Maugin era stato il «cantante», e all’ epoca era convinto di essere destinato a quello. Cantava nei caffè-concerto di terz’ordine, dove bisognava avere polmoni potenti per sovrastare il rumore dei boccali e dei vassoi. Portava un frac nero e i capelli pettinati con la riga in mezzo e incollati alle tempie. All’occhiello aveva una camelia finta, perché non poteva permettersi di comprare un fiore fresco ogni sera, e a volte prima di entrare in scena la puliva con la trementina. «E così hai fatto strada!» disse Gidoin, cercando goffamente di tirarsi su, come un lattante che tenta di mettersi gattoni. Non riuscendoci, guardava Maugin di sbieco, con un lato della faccia schiacciato sul letto. «Bevi, amico mio». Lecointre lo aiutava senza dare segni di disgusto, gli sollevava la testa, gli scostava i peli della barba e gli versava il liquido in gola come se fosse latte, mentre Gidoin tendeva una mano tremante per trattenere la meravigliosa bottiglia. «Ne vuoi, Maugin?». «Ora no». Non ce la faceva, nemmeno per gentilezza verso quei due. Forse era quello il motivo della sua riluttanza a tornare a
Parigi. Forse dentro di sé sapeva cosa lo aspettava, cosa avrebbe trovato. «Un attimo... fammi...». «Ma sì, ma sì, non ti agitare». «... respi...». «Abbiamo tempo. Riposati». «... respirare...». Contento di esserci riuscito, si abbandonò a un altro accesso di tosse. «Scusate». «Non preoccuparti, ci siamo abituati». «Lui no». E nei suoi occhi, che teneva fissi su Maugin, c’era un’ombra di rimprovero, un po’ come se lo stesse accusando di essere un traditore. «Forse lui non se la ricorda più». «Cosa?». «Aspetta... Dammi prima la...». La bottiglia. Perché no? Poi smise di bere e cominciò a canticchiare a bassa voce: «Un ragazzino di periferia...». Senza staccare lo sguardo dall’alta sagoma del visitatore, come se volesse sfidarlo, riprese con voce rauca e stonata: «... lungo i Grands Boulevards e sui viali affollati... «... offriva ai passanti la sua mercanzia, «giocattoli meccanici alquanto ammaccati...». A quel punto tirò fuori quel poco di energia che gli rimaneva per alzare il tono, imitando l’enfasi dei cantanti dell’epoca. «Soldatini di stagno, capitani e tenenti, «con le armi, il berretto e la divisa laccata, «che levavano in alto le sciabole lucenti «con un gesto marziale, come alla parata. «Il...». «Basta, così ti stancherai».
Forse Lecointre temeva che Maugin si irritasse sentendo rievocare quelle vecchie storie. «Lascialo stare». Del resto non sarebbero riusciti a farlo stare zitto, perché ormai l’incisore era su di giri. «... Il ragazzo adorava i suoi giochi, «poveretto, «ma per vivere, ahimè, «a venderli tutti era costretto...». La cosa strana era che Maugin non ricordava più quelle parole, che pure aveva cantato centinaia di volte. Con grande stupore ritrovava nell’interpretazione di Gidoin le sue intonazioni di un tempo, certi tic che aveva dimenticato. «... E ogni volta che uno ne doveva lasciare, «oh, che gran dolore, «un singhiozzo nel petto si sentiva affiorare «che gli spezzava il cuore!». Chissà perché Gidoin ce l’aveva tanto con lui! Certo, probabilmente non era del tutto lucido, ma si intuiva che quel suo atteggiamento non dipendeva solo dalla febbre. «Ora pensa a riposare, Victor. Il nostro amico Maugin ha fatto un lungo viaggio per venirti a trovare». «Lui?». «Sì, è lui che ti ha portato da bere e ha preso anche un sacco di cose buone. Hai fame?». Il malato fece segno di no, sforzandosi intanto di ricordare le altre strofe. Un bambino ricco si fermava con la governante davanti ai giocattoli in vendita e sceglieva il più grande, il più bello, l’ufficiale a cavallo che il piccolo venditore conservava gelosamente per sé. Lo comprava, ma poi, commosso dalla disperazione del ragazzino: «L’ho comprato per te, dài, non piangere più: «tieni, te lo regalo!». A quell’epoca non ci voleva molto perché la gente si
sciogliesse in lacrime; alla terza strofa veniva puntato su Maugin un riflettore verde dalla luce sinistra, perché la scena si svolgeva al cimitero. Il bambino ricco era «morto di tisi» e il povero portava devotamente i soldatini sulla sua tomba. «... «... giocarci in paradiso, «insieme agli angeli!». All’improvviso Maugin si sentì talmente a disagio che, nonostante il disgusto, per poco non si attaccò alla bottiglia come Lecointre. Del resto non avrebbe mai potuto toccare nemmeno uno di quei bicchieri bisunti! Intanto però aveva le vertigini, un gran male al piede, e gli prudevano le braccia e il petto. «E così hai fatto strada!». Lo diceva con livore, con supremo disprezzo. «E dimmi, tu che frequenti l’alta società, qualche volta ti capita di incontrare Béatrice?». Lecointre fece segno a Maugin di non badare alle chiacchiere di un moribondo. «Non ti ricordi nemmeno di Béatrice? Ma sì, era proprio l’epoca della canzone, quando venivi nel mio atelier in rue Jacob. È l’unica donna che ho avuto in tutta la mia vita, lo sai?». Gidoin non stava sragionando come pensava Lecointre, che a quei tempi non li conosceva ancora. Béatrice era esistita veramente, Maugin se la ricordava: era una ragazza giovanissima, grassottella, con una fossetta sul mento e i capelli ondulati. Posava come modella all’Académie Julian. Per un certo periodo aveva abitato nell’atelier di Gidoin. Lui aveva un viso infantile, con due grandi occhi neri che gli davano «un’aria da andaluso», portava una bizzarra giacca nera abbottonata fino al collo e una cravatta a fiocco. «È un tipo gentile ma, capisci, quando siamo insieme passa il tempo a parlarmi della luna e delle stelle o dell’eterna lotta tra Dio e l’Angelo caduto. Sai che non è un uomo a tutti gli
effetti?». E aggiungeva: «Non può. Non è colpa sua. Ne ha voglia, ci prova, e io ho fatto quello che potevo per aiutarlo. Alla fine mi si è messo a piangere in grembo come se fossi sua madre». Chissà se Gidoin, il Gidoin di adesso, quello che stava morendo e che aveva appena confessato di non aver avuto nessun’altra donna in tutta la sua vita, sapeva che Maugin era stato a letto con Béatrice, come del resto tutti i loro amici, e molti altri che non conosceva! «Mi ha lasciato per uno scultore che aveva vinto il Prix de Rome e con cui è andata in Italia, dove poi si è sposata con un conte ricchissimo». Un altro conte! «Probabilmente ha avuto dei figli e magari anche dei nipoti! Qualcuno, quindici anni fa, mi disse che l’aveva incontrata in avenue du Bois, e che sembrava una del quartiere». Niente di più verosimile. «Era ancora bellissima». Allungò la mano verso la bottiglia, e Lecointre, che non sapeva cosa fare, guardò Maugin con aria interrogativa. L’incisore si stava ammazzando, era chiaro. Loro lo stavano ammazzando. Maugin era arrivato da Antibes per finirlo con una bottiglia di grappa. «Sei sicuro di non averla mai rivista?». «Te lo giuro». «Non mi starai mentendo?». Il suo sguardo rivelava chiaramente che aveva sempre considerato il «cantante» un uomo capace di mentire. «Se ne avessi il tempo, ti farei il ritratto». Fu scosso da un accesso di tosse che lo interruppe per diversi minuti, senza però fargli perdere il filo contorto dei suoi pensieri. «Il ritratto di te com’eri allora!». Il povero Lecointre, vincendo il suo abituale ritegno, aveva aperto uno dei pacchetti della salumeria e mangiava con aria imbarazzata girando la faccia dall’altra parte.
«Devo andare» disse Maugin con voce incerta. «Ha il taxi che lo aspetta». A quella parola Gidoin aggrottò la fronte, forse di nuovo in preda al terrore dell’ospedale. «Se è venuto per portarmi via...». «Ma no, calmati! È venuto solo per vederti». «Mi ha visto». «Sì. E tornerà ancora». Lecointre lo supplicava con gli occhi. «Tornerò domani». «Ah, va bene, domani...». Sogghignò, fu colto da un brivido e si raggomitolò su se stesso in posizione fetale, tanto che era difficile credere che avesse ancora le dimensioni di un uomo. «Jules» chiamò. «Sì». «Tu rimani? Bevi un goccio. Per bere dobbiamo restare da soli. Il “cantante” se ne deve andare. Non si ricorda neanche più la canzone. Gli farò il ritratto, domani vedrai. E ricordati quello che mi hai promesso. Domani andremo...». Intanto Maugin si allontanava in punta di piedi, e arrivato alla porta fece segno a Lecointre che stava andando via. Una volta fuori, rimase per un bel po’ immobile nel cortile buio, per riprendersi, poi si incamminò, urtando con le spalle contro i muri del vicoletto. Doveva avere l’aria di un ubriaco o di un malato, perché il tassista scese ad aprirgli lo sportello e gli chiese: «Tutto bene, signor Maugin?». «Sì, tutto bene». «Soffre di reumatismi?». Probabilmente aveva zoppicato. «Mi sono fatto male con un amo». «Non immaginavo che andasse a pesca! Dove la porto?». Maugin non lo sapeva più. Era cambiato tutto, adesso. Ripensando alla sua idea iniziale, fu tentato di farsi portare in rue de Presbourg, o perfino di dire al tassista di percorrere lentamente rue Villaret-de-Joyeuse. Ma prima di tutto aveva
bisogno di bere. «Fermati davanti a un bar». E, vedendo il taxi rallentare in place du Tertre, precisò: «No, uno vero. Più giù». Il tassista, chissà per quale motivo, invece di scendere per rue Lepic, passò da place Constantin-Pecqueur e da rue Caulaincourt, la via dove abitava Juliette Cadot: Maugin conosceva il numero del palazzo, ma non sapeva quale fosse. Più in là c’era la brasserie con le tende color panna, Chez Manière, che era stata per lui come un rifugio all’epoca dei primi successi al music-hall, quando ci andava a cenare quasi ogni sera. La frequentava ancora – era uno di quei clienti fissi che non se ne andavano mai prima dell’ora di chiusura e a cui il proprietario dava del tu – nel periodo in cui aveva conosciuto Yvonne Delobel. Era strano. Per qualche frase di Gidoin, per qualche sguardo, tutto quel passato si era sgretolato di colpo. O meglio, era come se non fosse mai esistito, come se fosse stato vissuto da un altro o come se fosse solo un film che aveva visto al cinema. Lecointre probabilmente non aveva capito nulla di quello che era successo in rue du Mont-Cenis. L’altro invece, il moribondo, sapeva benissimo quel che faceva rievocando il cantante. E i ricordi che investivano Maugin a ondate violente avevano sapore, e odore. Il mondo a quel tempo non sembrava ancora uno scenario di cartapesta. In place Clichy bussò al vetro divisorio, chiedendo al tassista di fermarsi all’imbocco di un vicoletto che voleva osservare un momento, quasi stupito che fosse ancora lì. All’angolo c’erano delle ragazze che battevano il marciapiede. Ebbene sì, per un lungo periodo aveva abitato in quel posto, alla Boule d’Or, una pensioncina di infimo ordine, in cui non c’era né l’acqua corrente né l’allaccio alla rete fognaria, in cui l’illuminazione era ancora a gas e per avere le lenzuola bisognava pagare un supplemento di alcuni centesimi. Portava i capelli pettinati con la riga in mezzo e teneva sempre in tasca un coltello a serramanico, che passava ore ad affilare. Camminava dondolando le spalle larghe e mettendo in
risalto i muscoli, e guardava i borghesi negli occhi con aria feroce per spaventarli. Viveva insieme a Maud, che portava sempre gonne plissettate di seta nera – di quelle che si vedono ancora oggi indosso a certe venditrici ambulanti delle Halles –, camicette ricamate con il colletto sostenuto da stecche di balena e i capelli raccolti in un alto chignon. Non si contavano le volte che lei gli aveva offerto la cena. In certi casi gli aveva anche prestato dei soldi, senza mai chiederglieli indietro. Ed era stata lei a comprargli alla Samaritaine il suo primo abito a quadretti, quello che indossava quando aveva conosciuto Juliette Cadot sull’imperiale dell’omnibus. Il locale all’angolo del vicoletto si chiamava ancora come una volta, L’Oriental, ma era stato ristrutturato, e adesso, al posto dei mosaici, c’erano degli specchi. «Aspettami qui davanti». Aveva voglia di ubriacarsi lì, da solo, e avrebbe voluto che la gente non lo riconoscesse, che non si girassero tutti verso di lui, sussurrando fra i denti: «È Maugin!». Maugin, Maugin, sempre Maugin! Aveva ragione Gidoin. Anche il cantante aveva i suoi diritti! «Una grappa». I bicchieri erano spessi, ruvidi al contatto con le labbra, la grappa pessima, come probabilmente già allora. «È tornato, signor Maugin?». Sapevano anche dove viveva, cosa faceva! I giornali avevano pubblicato una sua foto, scattata mentre era in barca con Joseph, in cui lui teneva una grossa orata per la coda, come se l’avesse appena tirata fuori dall’acqua. «È vero che non vuole più fare film?». «Chi l’ha detto?». «Non mi ricordo. L’avrò letto sul giornale. Sarebbe un peccato. Non ce n’è un altro bravo come lei». Non sapeva neppure se quei complimenti gli facevano ancora piacere. Si grattava. Gli sembrava che tutto il sangue gli fosse affluito alla pelle e la gamba era rigida per il dolore.
Chissà, forse nel frattempo Gidoin era morto! Forse Lecointre era ubriaco al suo capezzale e non se n’era accorto! Nessuno sospettava niente: a due passi da lì, in place du Tertre, i taxi scaricavano stranieri e gente della provincia a ritmo continuo, mentre al Lapin Agile certi marpioni vestiti come si usava ai suoi tempi cantavano vecchie canzoni non ancora dimenticate. Forse uno di loro cantava anche la sua, quella dei due bambini, il ricco e il povero, che culminava con la scena del cimitero! «Un’altra!». Probabilmente Jouve aveva creduto che Maugin lo avesse piantato in asso così di colpo perché aveva appuntamento con una donna. In fondo cosa poteva pensare di lui, Jouve, che conosceva solo il Maugin degli ultimi dieci anni? «Mi permette di offrirglielo io, questo giro, signor Maugin?». Ogni volta era la stessa storia. Mai che lo lasciassero in pace! Aveva promesso ad Alice di telefonarle appena arrivato. Lo avrebbe fatto dal Claridge, non doveva dimenticarsene. Il tassista gli aprì di nuovo lo sportello, e la cosa lo infastidì. «Prendi per rue Blanche. Anzi no, per boulevard des Batignolles». Aveva abitato anche in quel quartiere, e aveva l’impressione che fossero le stesse donne di allora quelle che vedeva aggirarsi nella penombra, intorno alle pensioncine male illuminate. «Al Claridge!». Ne aveva abbastanza. Aveva sonno. Si sentiva malato. Dopo la visita in quel lerciume di rue du Mont-Cenis si sentiva sporco. E quella sensazione gli riportò alla mente il periodo in cui, una volta alla settimana, andava a fare il bagno non lontano da lì, in un posto surriscaldato, pieno di vapore, che puzzava di detersivo e di piedi. «Si trattiene a Parigi per qualche giorno, signor Maugin? Mi scusi se glielo chiedo, ma in questo caso potrei restare a sua disposizione e proporle una tariffa a giornata». Disse di sì senza sapere perché, senza aver capito bene. Era convinto di avere la febbre. Aveva trascinato il tassista in un altro locale, in place des Ternes. Gli girava la testa, e gli
specchi gli rimandavano l’immagine delle sue guance rosse e dei suoi occhi lucidi. Si sentiva vacillare, come la sera della morte di Viviane, nel caffè dove aveva costretto Cadot a seguirlo. Di sicuro se lo sarebbe visto comparire davanti, Cadot. L’indomani i giornali avrebbero annunciato il suo arrivo, e il ragazzo non ci avrebbe messo molto a trovarlo. «Ce ne porti un altro!». «Non si offenda, signor Maugin, ma per me no. Devo guidare, devo tornare a Bagnolet». Maugin non ricordava se aveva bevuto tutti e due i bicchieri. Forse sì. Il resto della serata era avvolto in una specie di nebbia. Aveva stretto la mano al tassista, che non si era fatto pagare, perché sarebbe ritornato il giorno dopo. L’uomo all’ingresso del Claridge gli aveva aperto, e lui aveva attraversato la hall cercando di camminare diritto fino al banco della reception. «Buonasera, signor Maugin. È un piacere rivederla qui da noi. Ne sono passati di anni! Ha la 303». «Affaccia sugli Champs-Élysées?». «No, mi dispiace. Il vicedirettore avrebbe voluto accontentarla, mi ha pregato di dirglielo, ma purtroppo oggi è proprio impossibile. L’albergo è pieno di turisti. Domani però, se qualcuno parte...». «Il bar è aperto?». «Sono le due passate, signor Maugin». Non si era reso conto dello scorrere del tempo. Nonostante gli specchi, le dorature, le luci, quel posto aveva un’aria lugubre, forse perché era vuoto e silenzioso. Un tipo in divisa lo aspettava alla porta dell’ascensore, come per chiuderlo in trappola. «Non ci sarebbe una bella ragazza qui?». Sì, aveva chiesto proprio una bella ragazza, ma certo non perché ne avesse voglia. Forse perché aveva paura di salire da solo nella sua camera. «A quest’ora no, signor Maugin, ma se lo desidera, posso fare una telefonata».
Si era ritrovato fuori dall’albergo a percorrere lentamente gli Champs-Élysées parlando a bassa voce. Ne aveva incontrata una con i capelli ossigenati che spiccavano nell’oscurità e che da lontano la facevano sembrare attraente; si era avvicinato, e lei si era sforzata di sorridergli con grazia. Era vecchia. Era una di quelle prostitute tristi, rassegnate. Non aveva insistito. Forse lo aveva riconosciuto! Era tornata ad appoggiarsi al muro di un palazzo, in attesa di altri passanti. Lui aveva proseguito fino alla rotonda. «Ha una sigaretta?». «Mi dispiace, ragazza mia, non fumo». Questa portava un tailleur blu e un cappellino bianco. Aveva l’aria perbene. «Oh, mi scusi, signor Maugin...». «E di che?». «Non lo so. Non l’avevo riconosciuta». «Ti annoi qui?». «Be’, veramente...». «Vuoi venire al Claridge con me?». «Crede che mi faranno entrare?». Si era avviato verso l’albergo insieme a lei, zoppicando. Anche la ragazza camminava a fatica su quei tacchi troppo alti, probabilmente le facevano male i piedi. Il portiere di notte aveva aggrottato la fronte contrariato, ma non aveva osato dire niente. «La sua chiave, signor Maugin». «Mi faccia portare su qualcosa da bere, giovanotto». «Champagne?». La ragazza gli aveva detto sottovoce: «Per me no, eh!». «Cognac!» aveva risposto lui. «Non avete vino rosso, immagino». «Forse c’ è del bordeaux». «Una bottiglia». Gli avevano portato entrambi, il cognac e una bottiglia di médoc, su un grande vassoio d’argento, con del ghiaccio,
dell’acqua gassata e cinque o sei bicchieri di diverse misure. «Metta tutto lì!». La ragazza, che nel frattempo era entrata in bagno, era rimasta a bocca aperta: «Scusi, signor Maugin, le dispiace se intanto mi faccio un bagno?». Seduto sulla sponda di uno dei due letti, lui si guardava la caviglia, che gli era diventata grossa quanto il ginocchio. Quando si spogliò, si accorse di avere delle macchie rosse un po’ dappertutto sul corpo e lì per lì pensò di avere preso le pulci in casa del moribondo. L’acqua scorreva nella vasca. Per terra, attraverso la porta socchiusa, intravedeva un paio di calze e della biancheria. «Forse voleva farlo lei, il bagno, signor Maugin?». Aveva sentito, ma non si prese la briga di risponderle. Lanciò un’occhiata alle due bottiglie, ai bicchieri, poi si guardò il piede, le cosce, la pancia. Sapeva che stava dimenticando qualcosa, ma continuava invano, con cupa ostinazione, a chiedersi che cosa. In ogni caso Gidoin, parlando del cantante, aveva proprio ragione. Gli altri non avevano capito niente. Bevve prima un po’ di cognac, poi del vino rosso, come per decidere quale dei due scegliere. Probabilmente passarono parecchi minuti, perché la ragazza ebbe il tempo di fare il bagno e di ricomparire, tutta intimidita, forse proprio per quel bagno imprevisto, con un asciugamano attorno ai fianchi e con i piccoli seni a pera che dondolavano leggermente. «Non si è ancora messo a letto?». Lui la guardava come se non l’avesse mai vista, come se non esistesse. Si fissava di nuovo il piede con aria perplessa. «Vuole che passi la notte qui?». E perché le avrebbe detto di venire sennò? Per farle fare un bagno caldo? «Vuole che mi metta a letto?». «Sì, in quell’altro». Con un rapido movimento la ragazza si coricò, si chiese se poteva coprirsi e pian piano tirò su il lenzuolo.
Lo vedeva strofinarsi i capelli contropelo, grattarsi il petto, la pancia, per poi tornare sempre a fissare il piede. Finché non vide più niente. Si era addormentata. Le lampade erano ancora accese quando fu svegliata da un colpetto sulla spalla nuda e magra. Dietro le tende si scorgeva già un chiarore biancastro. «Alzati, per favore». Maugin aveva il viso congestionato, gli occhi così spalancati e ardenti che lei ebbe paura. «Telefona... Chiama qualcuno... Di’ di mandare un dottore... Hai capito?... Un dottore...». Era ancora seduto sulla sponda del letto con i piedi sul tappetino, come quando lei si era addormentata, ma evidentemente a un certo punto si era sdraiato, perché le lenzuola erano sgualcite e c’era un avvallamento al centro del materasso. «Presto, mia cara... Un dottore...» sussurrava e intanto pareva volersi reggere con entrambe le mani per non cadere in avanti. Senza preoccuparsi di essere nuda, la ragazza alzò il telefono. L’orologio a muro appeso sopra uno specchio segnava le quattro e dieci.
4 Nell’entrare Gidoin abbozzò un sorrisetto furbo, malizioso, che subito scomparve nella barba. Contemporaneamente gli fece l’occhiolino, forse per metterlo a suo agio, o magari per scusarsi di quello che era successo in rue du Mont-Cenis. Non sembrava né sporco né malridotto. Certo, la barba gli era diventata bianca, o meglio di un grigio giallastro, ma aveva la faccia bella in carne e quei suoi occhi da andaluso. Per un attimo Maugin credette che fosse lui il giudice, forse proprio per via della barba, ma ben presto vide che il suo vecchio amico non era neppure tra i personaggi importanti, anzi stava in terza fila. Era un «processo» molto più articolato di quello dell’ultima volta; sembrava chiaro che la sentenza sarebbe stata definitiva, irrevocabile, ma il tutto avveniva senza accanimento, in modo quasi privo di solennità e di rigore. E se all’inizio Maugin aveva avuto l’impressione che ci fosse un sacco di gente, ora si rendeva conto che conosceva la stragrande maggioranza dei presenti. Non veniva acclamato. La folla non si accalcava per vederlo sussurrando: «È Maugin!». Eppure qualcosa nelle espressioni dei loro visi indicava che lo stavano aspettando, forse da molto tempo, e che avevano nei suoi confronti non solo una certa curiosità, ma anche un «pregiudizio favorevole». La cosa che più lo aveva sconvolto era stata sentire un vocione che esclamava con un forte accento: «Sei un bugiardo, un imbroglione, un ladruncolo, sei peggio della peste, ma con quel fisico diventerai qualcuno, ci scommetto!». Era il fabbro: Maugin era molto sorpreso di trovarlo lì, anche perché in quarant’anni aveva pensato a lui sì e no un paio di
volte. Ci sono persone così, di cui ci si dimentica completamente, e Le Gallec era una di quelle. Maugin lo aveva conosciuto a quattordici anni, quando era andato via dal suo paese. Tra i vari posti, si era fermato in un paesino nei dintorni di Nantes e aveva fatto credere al fabbro di avere sedici anni. Le Gallec aveva la faccia tutta nera e masticava tabacco. Lavoravano insieme all’incudine, entrambi a torso nudo: Maugin era incaricato di azionare il mantice. La signora Le Gallec, una donna bassa e rotondetta, lo costringeva a mangiare quattro scodelle di minestra a ogni pasto, sostenendo che era «nell’età ingrata». La presenza del fabbro al «processo», dove sicuramente non si trovava per caso e dove, anzi, aveva una posizione più in vista di Gidoin, in seconda fila, gli forniva un indizio utile per mettersi sulle tracce di una verità che aveva a lungo cercato invano. Non ne era sicuro e non era il momento di lasciarsi prendere dall’entusiasmo. Ma solo il giorno prima, per esempio, dopo la sceneggiata di Gidoin, pensava che contasse soprattutto il «cantante». Invece non era così. Il salto all’indietro nel passato che aveva fatto non era sufficiente, e il fabbro, accompagnato dalla moglie vestita a festa e tutta emozionata, ne era la prova. Quel periodo era stato molto più «cruciale», e Maugin si domandava come aveva potuto vivere per tanto tempo senza rendersene conto. Le cose del resto non accadevano su un unico piano, i piani erano almeno due, e anche questo lo sospettava già da tempo, soprattutto nell’infanzia, ma non ci aveva creduto, o aveva finto di non crederci. Sapeva benissimo che un giovane dottore con la barba del giorno prima era andato a visitarlo nella suite del Claridge (si ricordava perfino del numero, 303), mentre la ragazza, che nel frattempo si era rivestita, se ne stava in piedi vicino alla porta con la borsetta in mano, come se fosse entrata per caso, passando di lì. Era salito anche il vicedirettore – o forse era sceso, visto che probabilmente dormiva all’ottavo piano –,
senza mettersi né colletto né cravatta, circostanza per lui davvero straordinaria, e Maugin aveva colto lo sguardo che il dottore gli aveva lanciato e che significava: «Ahi ahi, è grave! Brutta faccenda...». Il medico aveva chiesto alla ragazza: «Da quanto tempo è in questo stato?». Naturalmente lei non lo sapeva. Lui invece, chissà, magari sarebbe stato ancora in grado di parlare, ma non ne aveva più voglia. Non gli veniva neppure in mente di tentare e d’altronde nessuno lo interpellava più. Era tormentato dalla sensazione di dover fare qualcosa, qualcosa di veramente importante, di cui però non riusciva a ricordarsi. Aveva un dolore fortissimo non solo al piede, ma a tutta la metà destra del corpo, soprattutto verso la nuca. Era consapevole che si stava lamentando e con la coda dell’occhio sbirciava la siringa con cui il medico si accingeva a fargli un’iniezione. Tutti parlavano liberamente in sua presenza, senza nemmeno aspettare che la puntura avesse fatto effetto. «Ha qualche parente a Parigi?». «Penso che la moglie sia in Costa Azzurra. Lui è arrivato da lì ieri sera». «Bisognerebbe trasportarlo immediatamente in una clinica... Insomma, immagino che preferirebbe una clinica privata all’ospedale, no? Sa se è credente?». «Non penso». «Secondo me, la cosa migliore sarebbe la Saint-Joseph. Lì c’è posto di certo». Maugin non era sicuro di aver capito bene il santo: Joseph o Antoine? No, era Jean-Baptiste. Conosceva quella clinica perché ci era morto un famoso drammaturgo, e lui era andato a rendergli omaggio. Era a Passy. Del resto la questione era futile. In quel momento sapeva già che le cose su quel piano non avevano più grande importanza, e continuava a seguirle solo per curiosità. Lo angustiavano faccende più insignificanti. Per esempio non aveva dato niente alla ragazza, e Hermant, il vicedirettore, non ci avrebbe
sicuramente pensato, e nemmeno il dottore, sicché alla fine la poveretta non avrebbe avuto niente per quella notte, a parte il bagno caldo. Ora si sarebbero messi a telefonare. Il vicedirettore, ansioso di essere sollevato da ogni responsabilità, si dava da fare, raccoglieva da terra i vestiti sparsi e li infilava nella valigia, che alla fine chiuse con una chiave presa dalla tasca dei pantaloni di Maugin. Maugin non era preoccupato. A tratti, sotto l’effetto della droga, il dolore diventava quasi piacevole. Un altro particolare che lo aveva colpito, il che dimostrava quanto fosse lucido, era stata l’occhiata lanciata dal medico alle bottiglie e poi quella che aveva rivolto a lui, con l’aria di chi emette un fischio di ammirazione. Aveva un ricordo meno nitido degli infermieri, della barella, della hall che dovevano aver attraversato, a meno che, cosa in fondo probabile, non lo avessero fatto uscire dalla porta sul retro. Aveva invece un’immagine chiarissima dell’ edificio in cui si trovava ora, del grande ascensore attrezzato per le portantine e per i letti dei malati, che saliva a una lentezza indicibile. Aveva visto passare una suora con la cornetta, che non l’aveva degnato di uno sguardo. Quei personaggi lì esistevano su un solo piano, il piano numero uno, mentre altri, come Adrien Jouve o come il professor Biguet, si muovevano contemporaneamente su entrambi i piani. Non sapeva tutto. In particolare non aveva alcuna nozione del tempo che passava, delle ore, forse dei giorni, che non significavano più niente. Come aveva fatto Jouve ad arrivare alla clinica Saint-Joseph o Saint-Jean-Baptiste? Mistero. Forse la mattina aveva telefonato al Claridge per chiedere di lui. Doveva essersi spaventato parecchio quando gli avevano risposto che non era più lì e gli avevano dato l’indirizzo della clinica. Al suo arrivo Maugin aveva già una cartella clinica attaccata ai piedi del letto, era stato lavato da tempo e vestito con una buffa camicia da notte interamente aperta dietro e legata con dei laccetti come un grembiule; gli avevano
prelevato qualche pipetta di sangue, poi gli avevano fatto una radiografia, trasportando il letto, con l’ascensore, a un altro piano, dove era stato visitato da almeno tre dottori. Aveva sentito benissimo Jouve chiedere con voce affranta: «È cosciente?». «È in coma». «Ci rimarrà per molto?». Nessuna risposta. Uno strano silenzio, un vero silenzio da ospedale, e vampate di calore dovute alla febbre e ai termosifoni. «Bisogna telefonare a sua moglie. Che cosa le devo dire? Immagino sia meglio che venga». Per Maugin era indifferente, perché sull’altro piano, il piano numero due, Alice era già lì, anche se piuttosto lontana, in quarta o quinta fila, cosa che lo aveva profondamente turbato. Certo, poteva raccontarsi che fosse stato seguito un criterio cronologico, tuttavia sentiva che non era esattamente così, che c’erano altre ragioni ancora oscure. «Cercherà di trovare un posto sull’aereo, ma non sarà facile: domenica scorsa ci sono state le regate». Era vero, a Cannes c’erano state le regate, e lui non ci era andato. Sul secondo piano già solo quella parola, «regate», pronunciata in tono serio, lo faceva sorridere. Nonostante l’atmosfera quasi allegra, Maugin continuava a non fidarsi, perché si trattava comunque di un processo, il che significava che lui avrebbe dovuto rispondere di una colpa. Non gli avevano detto se sarebbero state ascoltate le singole accuse dei presenti, e si girava ora verso l’uno ora verso l’altro, confuso nel vederli tutti riuniti lì. Si sentiva terribilmente spaesato, al punto che gli veniva quasi da scusarsene. Yvonne Delobel, più brillante e carismatica che mai, ma in modo diverso da prima, gli faceva tornare in mente certi rimorsi che lo avevano tormentato a lungo. E non tanto per quello che la gente aveva detto di lui. I rimorsi li aveva sentiti il giorno in cui aveva capito che Yvonne – come Consuelo e come quasi tutte le persone che aveva frequentato per un certo tempo – aveva influenzato il suo comportamento successivo.
Consuelo con il suo senso del peccato. Yvonne con la storia delle persiane verdi (ad Antibes non c’erano persiane verdi. Erano azzurre. Ma in fondo non era la stessa cosa?). Juliette Cadot, dal canto suo, gli aveva ispirato l’orrore per ciò che comunemente si chiama virtù. Erano lì tutt’e tre. E, visto che il comportamento di ognuno influisce sul destino degli altri, era evidente che il discorso valeva anche per le sue azioni. Si sarebbe difeso. Avrebbe chiesto perdono sinceramente. Non aveva mai pensato che le parole che pronunciava, i gesti che compiva – talvolta per il semplice piacere di fare un po’ di scena – erano come i sassi gettati in uno stagno, che formano cerchi via via più grandi. Ma a chi doveva presentare le sue scuse? Forse il giudice non era ancora arrivato, oppure erano tutti giudici e avrebbero votato alla fine, come una giuria. Contrito, guardava Yvonne Delobel, che gli rispondeva con dei cenni del capo. No, non faceva nessun cenno! E neanche parlava. In realtà nessuno parlava, ma si capivano meglio che con le parole. Yvonne lo prendeva bonariamente in giro per la sua idea di rimorso. Gli faceva capire che non era quello il punto, che lì non ci si occupava di simili inezie. In fondo lo trattava ancora con una certa condiscendenza. Sembrava che volesse metterlo sulla buona strada, senza però rivelargli più di quanto le fosse permesso. Forse Maugin stava cominciando a capire le regole del gioco. Il processo consisteva in questo: doveva arrivarci da solo, senza che nessuno gli suggerisse nulla. Alice era sempre lontanissima, mentre sull’altro piano si parlava di lei, con parole che gli rimbombavano nelle orecchie, gli trafiggevano i timpani come fucilate. Era la voce di Biguet. Qualcuno lo aveva chiamato. Come mai avevano pensato proprio a lui? Anche quello era un mistero, visto che Maugin non aveva parlato con nessuno della visita dal professore. Chissà, magari Jouve leggeva le sue lettere, comprese quelle
personali... O forse Biguet aveva altri pazienti in quella clinica e, quando era venuto a visitarli, aveva saputo che Maugin era lì! «Il suo cuore non li reggerà 250 cc» dichiarò. Poi rivolto a Jouve: «La moglie è stata avvertita?». «Ho preferito non allarmarla. Le ho detto solo che è una cosa seria. Voleva venire in aereo, ma mi ha appena telefonato per comunicarmi che non ha trovato posto. Era già tardi per il treno delle undici, quindi prenderà il wagon-lit stanotte». Poveretti, quante complicazioni! E lui che ancora non riusciva a farsi venire in mente che cosa aveva dimenticato! Si era invece ricordato del tassista, che con ogni probabilità era andato ad aspettarlo all’ingresso del Claridge e a cui non aveva pagato la corsa della notte prima. Ma c’era qualcos’altro che continuava a sfuggirgli e che forse gli sarebbe riaffiorato alla memoria quando avrebbe avuto il tempo di occuparsi di quel piano. Intanto trafficavano sul suo corpo come se si fosse trattato di un neonato a cui non si chiede cosa ne pensi. E lui non ne era contrariato, anzi! Doveva avere gli occhi chiusi, eppure a tratti gli pareva di guardarsi intorno con una curiosità tranquilla, un po’ sprezzante, con la stessa aria di condiscendenza con cui Yvonne guardava la gente. La questione delle file dei suoi giudici era decisamente più intrigante, e lui aveva ancora molto da fare se voleva vincere il processo in tempo. Ma poi chi stabiliva il limite di tempo? Maugin non lo sapeva. Gidoin, con tutte le arie che si dava, sembrava voler far credere di essere lui, ma probabilmente non era così. La presenza del fabbro a un gradino superiore rispetto a quello occupato fra gli altri dalle sue mogli gli offriva uno spunto di riflessione. Attorno a Le Gallec era tutto un brulicare di persone, che per semplificare avrebbe potuto chiamare «dai quattordici ai venti», ovvero quelle che aveva conosciuto fra i quattordici e i vent’anni, quando passava da un mestiere all’altro, facendo quello che gli capitava, senza preoccuparsi
del futuro. Ebbene, in quarant’anni non gli era quasi mai successo di pensare a quelle persone, se non in sogno. Anzi, se per caso gli balenava in mente da sveglio il ricordo di uno di loro, lo scacciava all’istante. Provava un senso di vergogna, di imbarazzo, forse di colpa. Ora invece era costretto a risalire ancora più indietro nel tempo: si vedeva apparire davanti il maestro Persillange, e non nei panni di una comparsa insignificante, come ci si sarebbe potuto aspettare, ma in quelli di un personaggio della prima fila. Eppure era solo il maestro del suo paese, un tizio di cui il giorno prima non avrebbe saputo dire nemmeno il nome, così come non era riuscito a ricordare le parole della canzone. Il maestro Persillange aveva il pizzetto, il pince-nez, le maniche di lustrino nero e gli stessi occhi da satiro malizioso di un tempo: «Che fa, Maugin, sta di nuovo sognando a occhi aperti?». Trasalì. Trasaliva immancabilmente quando il maestro Persillange gli chiedeva qualcosa a bruciapelo, a volte battendo un colpo secco con il righello sulla cattedra, mentre lui aveva la sensazione di vagare fuori dalla finestra che si affacciava sul cielo e sull’acqua stagnante della palude. Doveva chiedergli scusa? Era terribile sentirsi abbandonato a se stesso, ma capiva che era «inevitabile». Per quanto celebre fosse, qui non erano consentiti favoritismi e del resto lui non ne chiedeva. Perché non dire a quelle persone che non ne aveva mai chiesti, che aveva sempre fatto del suo meglio senza risparmiarsi e che, se aveva il ventricolo sinistro simile a una pera vizza, era proprio a causa di tutti quegli sforzi? Ma loro questo lo avevano capito. Per un attimo aveva dimenticato che qui non era necessario parlare. Sorridevano scuotendo la testa, segno che non era ancora arrivato alla giusta conclusione. Ed era interessante soffermarsi sulla gamma dei sorrisi, che cambiavano notevolmente da una parte all’altra.
Alice, per esempio, che era costretta a stare in punta di piedi tenendo Baba sulle spalle perché anche la bambina potesse vedere, aveva solo un mezzo sorriso, ancora velato di inquietudine, o forse di perplessità, proprio come Cadot che, non lontano da lei, era preoccupato per la sua nuova moglie e per la sua numerosa nidiata, e guardava continuamente l’orologio aggrottando la fronte, come se temesse di fare tardi in ufficio. Se erano stati convocati, doveva esserci un motivo. Chissà, forse era per tranquillizzarlo! Il sorriso di Maria, la vestiarista, era più schietto. Sembrava che avesse intuito ogni cosa da un pezzo, e lui avrebbe voluto chiederle scusa per tutte le cattiverie che le aveva detto, per tutte le volgarità che aveva pronunciato con il preciso scopo di farla imbestialire. Ma evidentemente ormai erano cose senza importanza, visto che lei lo incoraggiava con lo sguardo. E anche Consuelo, e anche Yvonne, insomma tutti, in particolare quelli della prima fila, che lui riconosceva a stento. Fra loro c’era sua sorella Hortense, con accanto le sorelle più piccole, che Maugin non aveva quasi avuto il tempo di conoscere, di cui non si era mai preoccupato e che tuttavia sembravano saperla lunga su di lui. Poi c’era padre Coeur, quello che lo aveva preparato alla prima comunione e gli aveva regalato il messale che suo padre non voleva comprargli. «Non si può tentare niente prima che abbia fatto effetto l’iniezione». Ora erano gli altri a parlare, e lui per un attimo, senza soffermarcisi più di tanto, si chiese se su quel piano avevano avvertito Cadot, Juliette, Maria e tutti gli altri. Chissà se Joseph era andato a pesca senza di lui! Aveva un caldo terribile, molto più che a bordo della Girelle, e come lì gli veniva da vomitare. Forse in certi momenti si agitava, gemeva o gridava, perché ogni tanto gli facevano una puntura nella coscia e il dolore diventava di nuovo piacevole. Bisognava avvertire Audubon e Weill che non ci sarebbe stata nessuna causa, che era tutto sistemato e che avrebbero avuto
tutti i certificati medici che volevano. Ma no! Non ne valeva la pena. Quelli contavano meno di zero, non c’entravano niente con il processo, e lui ora doveva a ogni costo trovare la soluzione del problema. «Mi perdoni, padre, perché ho peccato...». Glielo aveva insegnato padre Coeur – Maugin aveva pronunciato quella formula solo una volta, quando si era confessato per la prima comunione –, ma ora padre Coeur sorrideva scuotendo la testa. Quindi non si trattava neanche di quello, dei vari peccati di cui aveva imparato a memoria l’elenco per poi dimenticarlo. Meglio così, in fondo, ma questo complicava le cose. Era colpevole, senza ombra di dubbio. Lo sapeva. In un certo qual modo lo aveva sempre saputo. O comunque aveva avuto la sensazione di non essere in regola, che in lui ci fosse qualcosa che non quadrava, qualcosa di guasto contro cui lui, più o meno consapevolmente, aveva cercato di combattere. Un po’ come se avesse dovuto nuotare con tutte le sue forze contro una corrente impetuosa per raggiungere una meta invisibile, la terraferma, o un’isola, o semplicemente una zattera. Arrossiva, confuso. Sì, perché aveva avuto in dote un corpo alto e robusto. Il più alto e robusto di tutti, proprio come aveva detto il fabbro. Ma non era arrivato da nessuna parte. Non aveva raggiunto la meta. Alzò sul prete uno sguardo timoroso. «Si tratta di questo?». Neanche. Ora erano per lo meno in tre a toccarlo, ad aprirgli la bocca con un cucchiaino o con uno strumento di metallo, e perfino a tastargli le parti intime, quelle che un tempo Yvonne apprezzava tanto. Quindi non si trattava nemmeno di quello? Lo aveva immaginato. E allora qual era la sua colpa? Aver scelto una meta sbagliata? Essersi accanito a voler essere Maugin, sempre più Maugin, un Maugin via via più importante? Poteva spiegare
perché aveva agito così, e loro avrebbero capito. L’aveva fatto per scappare. Sì, per scappare. Era la parola giusta. Aveva passato tutta la vita a scappare. Scappare da cosa? Era imbarazzante rispondere davanti alle persone della prima fila, soprattutto perché fra loro aveva notato suo padre e sua madre, che non sembravano affatto malvisti dal resto del gruppo. Be’, pazienza! Era scappato da loro, e dalla scuola del maestro Persillange, e dalla sorella di Nicou, e da Nicou, e da tutti gli altri, da padre Coeur, dal paese, dai prati allagati e dai canali verdastri. Poi era scappato dal fabbro e dalla sua grassa moglie. Era scappato da tutti, nessuno escluso, e quando gli pareva che non ci fosse più nulla da cui scappare, si metteva a bere per scappare ancora. Proprio così! Non cominciava a essere chiaro? Aveva fame e scappava dalla fame. Viveva in mezzo al tanfo degli alberghi malfamati e scappava dal senso di nausea. Era scappato dal letto delle donne che aveva posseduto, perché erano solo donne e niente di più, e quando si ritrovava di nuovo solo beveva per scappare da se stesso. Era scappato da tutte le case in cui aveva abitato e in cui si sentiva prigioniero, scappato fino ad Antibes, e poi scappato da Antibes... Era – scusa, Gidoin – scappato dall’atelier puzzolente di rue du Mont-Cenis. Dio, da quante cose era scappato e come si sentiva sfinito! Era questo, allora? La regola era restare, accettare? Al punto in cui era, aveva assolutamente bisogno di aiuto, perché le cose si facevano sempre più difficili. E quegli altri, lì intorno, perché non la smettevano di armeggiare sulla sua carcassa, di parlottare ininterrottamente? Perché non lo aiutavano, piuttosto? Il tempo stringeva. Rischiava di rovinare tutto per pochi minuti, dopo essersi dato tanto da fare. Le file... Aveva ragione, poco prima, a pensare che gli fornissero un indizio, e le guardava l’una dopo l’altra, osservando tutte quelle facce dall’espressione incoraggiante
che aspettavano girate verso di lui. Gli dispiaceva vedere che Alice avrebbe certo voluto suggerirgli la risposta, ma non poteva aiutarlo perché non la conosceva neanche lei. L’unica cosa che faceva, l’unica cosa che era in grado di fare, era sollevare Baba sopra la sua testa, perché lui potesse vederla ancora, proprio come quando passava sotto la finestra della villa tornando dalla pesca. Era stato duro, a volte cattivo, quasi sempre egoista. Perché ridevano ora? Non lo prendevano sul serio, e a vederli si sarebbe detto che stessero giocando agli indovinelli. Ma lui non si era affannato tanto tutta la vita per finire a giocare agli indovinelli con gente che conosceva già la soluzione. Sua nonna, chissà perché, si era messa a sbucciare i piselli. Lui sentì il rumore che facevano cadendo e rimbalzando a quattro o a cinque nel secchio, e seppe che era proprio lei. Chiudendo gli occhi, riusciva a ricordarsene ancora meglio e gli pareva di avvertire il contatto del suo sedere nudo con la pietra fresca della soglia, lo zampettare di una mosca nello schizzo di marmellata che gli era rimasto sulla guancia. Il cielo era di un azzurro compatto, inondato da un sole sfavillante, che filtrava attraverso le palpebre, sotto le quali scorrevano delle immagini. Oggetti o esseri misteriosi, che in seguito non aveva mai più rivisto, attraversavano lo spazio da un capo all’altro dell’orizzonte in linea retta o a zigzag, fermandosi a volte all’improvviso come per guardarlo. Come mai sua nonna, che non sapeva né leggere né scrivere, ora aveva un’aria così furba, così sicura di sé e di lui? Maugin aveva solo tre anni quando era morta. «Non ho mai avuto l’intenzione di scappare» dichiarò all’improvviso, arrossendo un po’, perché gli sembrava di dichiarare il falso, di dire esattamente il contrario di quello che aveva confessato poco prima, il che gli pareva piuttosto grave. Ma era in assoluta buona fede, e loro non potevano non rendersene conto. Li guardava con occhi nuovi, a uno a uno, dalla prima all’ultima fila, facendo l’occhiolino ad Alice per rassicurarla, perché la verità era così evidente che aveva voglia di mettersi a
ridere. Sull’altro piano doveva essere notte; tutto taceva; Jouve era stato mandato fuori dalla stanza, e Alice non era arrivata e non sarebbe arrivata prima del mattino dopo. Nel frattempo lui avrebbe trovato la soluzione. «L’infezione» aveva detto poco prima uno dei presenti «si sta diffondendo ai centri...». E poi una serie di paroloni difficili che Jouve presumibilmente aveva capito perché era scoppiato a piangere, addirittura a singhiozzare: era stato allora che lo avevano fatto uscire. Era molto probabile che, nella sua topaia di Montmartre, Gidoin, quel rottame che beveva grappa dalla bottiglia come fosse un biberon e che lo guardava con aria cattiva canticchiando la sua canzone, non fosse ancora morto. L’altro Gidoin continuava a sorridere, ma questo non voleva dire niente. Prova ne era che anche a lui veniva da sorridere e non lo faceva solo perché non era ancora sicuro (ebbe l’impulso di toccare ferro, ma non ne aveva sottomano e non ne vedeva da nessuna parte). Altra prova della sua improvvisa tranquillità d’animo fu l’occhiata che rivolse al conte, che era lì anche lui e aveva l’aspetto di un giovanotto qualsiasi. Ora era il momento di parlare. «Cercavo qualcosa che non esiste» attaccò un po’ troppo in fretta, come un attore mediocre che teme di sbagliare la battuta. Poi all’improvviso, alzando una mano: «No, aspettate! Ancora un istante. Non mi vengono le parole, ma adesso lo so. Quello che io...». Era incredibile quanto tutto fosse chiaro, esaltante. I sogni a occhi aperti, diamine, i famosi sogni a occhi aperti in cui si perdeva guardando il cielo mentre sua nonna sbucciava i piselli, poi a scuola, davanti alla finestra aperta sulla palude... «Aiutami a trovare le parole, Signore, suggeriscimi tu cosa dire. Lo sai che devo fare presto, presto...». L’infermiera aveva il corpo flaccido e i capelli rossi. Maugin
aveva riconosciuto il tipico odore delle rosse. E perché ora gli parlava come a un bambino piccolo? Non aveva finito. Aveva cercato qualcosa. Perché non aveva fiducia. Perché... Possibile che nessuno accorresse in suo aiuto? Avrebbero lasciato che sprecasse quell’occasione, come già ne aveva sprecate tante nella vita? No, questa non doveva sprecarla. Non sarebbe stato giusto... «Mi perdoni, padre, perché ho peccato...». Era così semplice dopotutto, e non c’era nessun bisogno di trentadue bauli di vimini, di una barca, di un’«automobile», né delle migliaia di bicchieri che aveva bevuto senza ritegno. Sulle spalle di Alice, Baba lo guardava con i suoi grandi occhi limpidi, poi a un tratto si mise a sorridere e ad agitare le braccine paffute. Cosa aveva inseguito con tanta passione, con tanta foga? «Un momento, infermiera!». Non era sicuro di aver parlato. In fondo non aveva importanza. Aveva corso per raggiungere chissà cosa, e intanto scappava. Ecco! E quello da cui scappava... Era questo? Gli avrebbero dato l’assoluzione? Si stavano alzando tutti disordinatamente, come a scuola quando suonava la campanella della ricreazione. Si stavano alzando troppo presto. Lui non aveva finito. Non aveva ancora detto la cosa più importante. «Un Pater noster e dieci Ave Maria» borbottò con un sorriso padre Coeur passandogli accanto. «Ma io...». Non era giusto neanche così. Era troppo facile. E se poi il processo fosse stato invalidato perché non era stato celebrato seriamente? «Ascoltate... Quello che inseguivo e quello da cui scappavo, vedete, era...». Quanta strada per arrivare lì! Una vita intera! Gli tremavano le gambe, gli scorreva il sudore sulla fronte e su tutto il corpo.
Aveva percorso il tragitto troppo in fretta e ora il cuore non ce la faceva più, perdeva colpi. Uno, due, tre... Un’interruzione... Quattro, cinque, sei... Un’altra, più lunga, come se il battito non dovesse più riprendere. Aveva gli occhi aperti. Vedeva. L’infermiera con i capelli rossi era china su di lui, avvolta in una luce soffusa. «... Sette, otto, nove...». Il corpo gli si irrigidì come se cercasse di fare il ponte, e improvvisamente fu preso dalla vergogna, avvertì che gli spuntavano le lacrime e, senza potersi nascondere la faccia con le mani, che non si sentiva più, balbettò: «Infermiera, mi scusi... Ho fatto la cacca...». Gli occhi rimasero aperti, con un velo di lacrime sulle palpebre, mentre l’infermiera allungava il braccio per premere un campanello. Era l’una e dieci del mattino. Jouve dormiva su una panca nella sala d’attesa della clinica. Alice era in treno, fra Marsiglia e Lione. Quando aprì lo sportello, a Parigi, vide un grosso titolo nero che campeggiava sulla prima pagina di tutti i giornali: «È MORTO MAUGIN». Carmel by the Sea (California), 27 gennaio 1950