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MARXIANA 2
CRITICA DELLA POLITICA
E DELL’ECONOMIA POLITICA
PARLAMENTARI
KARL MARX - INEDITO
SULLE MACCHINE (I)
DAL MANOSCRITT01861-63
MATTICK - CONSIGLI E PARTITO
ALFRED SOHN-RETHEL:
CRITICA DELLA SCIENZA
E DELLA FILOSOFIA
KORSCH - A BRECHT E A PARTOS
RIVISTE TEDESCHE
MARXIANA 2
ottobre 1976
bimestrale
Prima edizione: ottobre 1976
Seconda edizione: aprile 1977
MARXIANA
Bimestrale Anno I, n. 2, ottobre 1976.
Un numero lire 1.500.
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dizione in abbonamento postale, gruppo IV, 7096.
Hanno collaborato Franco Lattanzi, Eugenio Lo Sardo, Al¬
berto Petrucciani, Biancamaria Spezzano.
MARXIANA
Critica della politica
e dell ^conomia politica
a cura di Enzo Modugno
Premessa
J.-P. Sartre (Contro le elezioni, sul primo nume¬
ro di « Marxiana » uscito i primi di maggio) aveva
avvertito i « piccoli Machiavelli » che il machiavelli¬
smo si sarebbe ritorto contro di loro: che strana
idea, prima considerare la classe come corpo eletto¬
rale, cioè come individui separati, astrattamente ugua¬
li, serializzati, incapaci di unificazione diretta, meri
possessori della merce forza-lavoro, e poi pretendere
che gli uomini così ridotti si esprimano come sog¬
getti rivoluzionari, come uomini concreti in lotta con¬
tro l’alienazione economica e politica che li trasforma
in cose.
I « rivoluzionari » dunque sono « annegati nelle
urne ». Eppure la storia della società borghese stava
a dimostrare che le urne son fatte per questo; ma
non se ne è tenuto conto, né prima né dopo le ele¬
zioni. Né può trattarsi di « insufficienza teorica »
perché, per esempio, Rossana Rossanda sapeva be¬
nissimo che «la scheda, socialista non è mai» (”il
manifesto ”, n. 49, 1972); e si sbaglia chi sostiene
che « dimenticarsi di quanto detto in precedenza è
una costante del gruppo del ” manifesto ” »: una così
drammatica dimenticanza non può essere un fatto
di poca memoria e mette conto di vedere le cose più
da vicino. D’altra parte non si può liquidare la
questione — che è ricorrente nella storia del movi¬
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PREMESSA
mento operaio — con l’accusa di opportunismo. Si
tratta invece di un processo che va analizzato, che si
può mostrare teoricamente in modo assai chiaro e
che ha radici profonde. Se si escludono alcune
ragioni minori — riprodurre il Cile di Allende, met¬
tere le mani sulle sovvenzioni statali ai partiti, inse¬
rirsi nello spostamento a sinistra dell’elettorato, ece.
— il processo centrale che ha portato la nuova si¬
nistra alle elezioni si svolge secondo le leggi fonda-
mentali delle società produttrici di merci.
Il capitale riduce di continuo gli uomini a merce
forza-lavoro, che si compra al mercato come qualsiasi
altra merce. E’ questo modo di essere della classe
che il PCI difende e rappresenta. Quando il capitale
ha trasformato gli uomini in merci, si leva « il partito
della merce organizzata » (Nicola Badaloni su ’’Ri¬
nascita ”, con grande esattezza). E’ una simbiosi, il
capitale li riduce in cose e il PCI li rappresenta.
Il riformismo infatti non dipende dalla buona o
cattiva volontà degli uomini; esso è ” necessario ”
nel modo di produzione capitalistico perché corrispon¬
de agli interessi degli operai ridotti a riproduttori
di capitale, spogliati dei mezzi per affermare la loro
autonomia, privati dei collegamenti, serializzati, iso¬
lati. Finché i beni prodotti prenderanno forma di
merce, gli operai stessi saranno ridotti a quella mer¬
ce particolare che è la forza-lavoro.
E’ questa la base del PCI, come già delle social-
democrazie: ma è una base solida solo in apparenza,
e Democrazia Proletaria fa male a contendergliela.
La merce infatti è un’astrazione. Ridurre gli uo¬
mini a valori di scambio, impedire che si affermino
come soggetti reali, è sempre stata un’impresa dif¬
ficile. Il capitale li riduce continuamente in merci,
ma non vi riesce mai completamente, e nei momenti
alti delle lotte non vi riesce affatto. Prima di im¬
boccare la stretta via che porta al mercato del lavoro,
gli uomini vi si oppongono con ogni mezzo — chi
PREMESSA
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non ha proprietà, dice Marx nei Grundrisse, è più
portato a diventare ladro che operaio — e una
volta in fabbrica col rifiuto permanente dei rapporti
di produzione. Con la conseguenza che gli operai
sono nello stesso tempo possessori della merce forza-
lavoro e soggetti rivoluzionari. Cioè per un verso
hanno interesse a che si difenda la loro esistenza di
possessori di merce, che si difenda — economica¬
mente e politicamente, cioè col sindacato, il partito
politico, le riforme, ecc. — il valore della forza-lavoro
sul mercato; ma per un altro verso hanno interesse
a distruggere la loro esistenza di possessori di merce,
ad affermare la loro autonomia, ad abolire il mer¬
cato del lavoro, le classi, ecc.
(A questi due aspetti della classe operaia cor¬
rispondono due modi di essere del capitale; nell’ine¬
dito che qui si pubblica Marx, a proposito dell’in¬
troduzione delle macchine, p. 41, fa notare: 1-
« la macchina interviene direttamente come strumen¬
to di riduzione del tempo di lavoro necessario » per
controbilanciare l’azione degli operai che difendono
il valore della forza-lavoro; ma, 2- interviene an¬
che « come potere del capitale sul lavoro, per repri¬
mere ogni rivendicazione di autonomia da parte del
lavoro ». E nel corrispondente passo del Capitale,
Libro I, p. 480: 1- « la macchina non agisce sol¬
tanto come concorrente strapotente, sempre pronto a
rendere ” superfluo ” l’operaio salariato »; ma, 2?
« il capitale la proclama apertamente e consapevol¬
mente potenza ostile all’operaio e come tale la ma¬
neggia. Essa diventa Yarma più potente per reprimere
le insurrezioni periodiche degli operai, gli scioperi,
ecc. contro la autocrazia del capitale »).
E il PCI, come già le socialdemocrazie, finirà col
perdere non perché, considerando il primo aspetto,
considera la classe una merce, ma perché spaccia la
riduzione a merce come l’essenza della classe.
Ora una parte della nuova sinistra è sulla stessa
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PREMESSA
strada: quando di fronte ad un movimento in diffi¬
coltà queste organizzazioni, anziché farsene carico, se
ne distaccano e si pongono come unificazione esterna,
cervello separato, come partiti che si muovono nelle
istituzioni e che devono accettarne le regole, non
riescono più a cogliere, P« autonomia del lavoro »
(nel senso che ha oggi), i movimenti interni della
classe, e finiscono con l’essere nient’altro che la
forma alienata della conoscenza e dei collegamenti
reali che solo i soggetti reali di un movimento
potrebbero porre in essere. E’ questo modo sepa¬
rato di collegare e di conoscere che va criticato al¬
la radice. Non si tratta più di uomini concreti che
rifiutano di essere merce, di soggetti reali che cono¬
scono attraverso le lotte in maniera sensibile, come
una generazione'di militanti ha sperimentato, ma di
organizzazioni che conoscono per astrazioni ripetendo
la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellet¬
tuale che è, in fin dei conti, il modo di conoscere
della classe dominante.
Il saggio di Alfred Sohn-Rethel * che qui si pub¬
blica, tratta appunto di questa separazione. La co¬
noscenza, dice Sohn-Rethel, è legata al lavoro ma¬
nuale. Così la classe che non lavora sarebbe tagliata
fuori dalla conoscenza se la necessità di dominare il
* Alfred Sohn-Rethel è un marxista tedesco della gene¬
razione di Adorno, Bloch, Benjamin, emigrato, per sfuggire
ai nazisti, in Inghilterra, dove vive tuttora, finora inedito
in Italia; la sua opera maggiore, Lavoro intellettuale e lavoro
manuale, pubblicata nel 1970 a Francoforte, già largamente
nota in Germania dove ha avuto una profonda influenza
segnando una svolta nello sviluppo dell’analisi marxista che
ha allarmato i comunisti « ortodossi », uscirà l’anno venturo
presso Feltrinelli, a cura di Francesco Coppellotti. Il saggio
che qui si pubblica, del 1965 ma ampliato nel 1971, ne
costituisce la prima, densissima formulazione. Nei prossimi
numeri di questa rivista appariranno altri suo saggi e inter¬
venti. (Si veda la Notizia a pag. 138).
PREMESSA
9
processo produttivo non la costringesse a conoscerlo:
filosofia e scienza — cioè lavoro intellettuale sepa¬
rato dal lavoro manuale — sono nate ed esistono
appunto per questo, per conoscere senza lavorare. Il
loro procedere per astrazioni poggia sull’astrazione
reale del loro oggetto, la merce, e scomparirà con
essa. E’ un tipo di ’ conoscenza ’ che si caratterizza
per il distacco dal lavorò manuale, una conoscenza
cioè ohe è essenzialmente espressione e strumento
del dominio di classe esercitato dalla parte che non
lavora su quella che lavora.
Così quando anche nel movimento operaio una
classe ohe non lavora riesce a parlare a nome di un’
altra che lavora, userà quegli stessi strumenti che
consentono di conoscere senza lavorare. Lo stesso
marxismo, quando viene ridotto a scienza e filosofia,
serve proprio a questo. Ha voglia Karl Korsch a
ripetere, in polemica col marxismo sovietico, che la
teoria di Marx non costituisce né una filosofia po¬
sitiva né una scienza positiva, ma è dall’inizio alla
fine una critica teorica non meno che pratica della
società esistente: i partiti comunisti non possono af¬
ferrarne il senso. La veduta, si sa, non può essere
concreta se l’oggetto di essa è astratto, ed essi pog¬
giano interamente sulle astrazioni operate dal mer¬
cato, compreso quello ” socialista ”, e quindi sul¬
l'uso della filosofia e della scienza che sole consen¬
tono loro di maneggiare quelle astrazioni che domi¬
nano gli uomini e di esistere cóme dirigenti. Dunque
come potrebbero considerare 1’« autonomia del lavo¬
ro » qualcosa di diverso da una provocazione? E a
partire da ciò poi, tutta una serie di lotte, a comin¬
ciare da quella contro la scuola — luogo che do¬
vrebbe consentire la formazione e la trasmissione di
questo tipo di conoscenza — appare al PCI una
provocazione. Dire a costoro che la scuola deve es¬
sere distrutta, significa dire loro che deve essere di¬
strutta ogni forma di conoscenza separata dal lavoro
10
PREMESSA
manuale, e dunque difendendo la scuola e i suoi
contenuti — con accuse di « irrazionalismo », « cri¬
tica romantica della scienza », « lupi mannari »: so¬
no stati chiamati così i militanti del ’68, ed in ef¬
fetti così dovevano apparire coloro che attaccando
quelle istituzioni attaccavano il fondamento stesso
di ogni classe dominante — essi difendono in primo
luogo la loro possibilità di esistere come dirigenti.
Altro che critica romantica. Si trattava di una critica
pratica contro la separazione tra lavoro manuale e
intellettuale e contro coloro che ne traggono van¬
taggio.
Nel saggio di Sohn-Rethel si può cogliere in tutto
il suo significato la portata di questa separazione e
il senso del suo superamento. Non si tratta, morali¬
sticamente, di superare un’ ” ingiustizia ” — e a si¬
nistra per lo più ci si è fermati a questo; ora qualche
studente caritatevole usa le 150 ore per portare fi¬
losofia e scienza agli operai che giustamente le rifiu¬
tano — non si tratta di fare la somma di questo
lavoro manuale e di questo lavoro intellettuale, co¬
me pretende il PCI: che assurdità, prima il sistema
di fabbrica sottrae al « lavoro manuale » le « poten¬
ze intellettuali » che si accrescono da una parte —
il capitale — « perché scampaiono da molte parti »
(Marx); e poi una ” scuola democratica ” dovrebbe
restituirgliele. E’ questa una delle più insulse pre¬
tese riformistiche che poggia sulla totale incompren¬
sione del sistema di fabbrica e del corrispondente
sviluppo della scienza, dello strettissimo legame tra
fabbrica e scuola, due momenti essenziali dello stesso
sistema di spogliazione e di accumulazione capitali¬
stica, non a caso attaccati contemporaneamente dalle
lotte più avanzate di questi anni. Si tratta dunque
di superare il modo di lavorare e di conoscere che
corrisponde alla produzione capitalistica di merci.
Questo va detto a chi difende la scienza. « La cono¬
scenza della natura da fonti diverse dal lavoro ma¬
PREMESSA
11
nuale, e precisamente da parte di un lavoro intellet¬
tuale irrimediabilmente separato dal lavoro manuale,
è in realtà un’indispensabile necessità per la produ¬
zione capitalistica di merci » (Sohn-Rethel). E’ la
scienza stessa, il suo procedere per astrazioni legato
all’astrazione reale dello scambio di merci, le sue
istituzioni, cioè l’attuale formazione, trasmissione e
utilizzazione delle conoscenze, la « contrapposizione
delle potenze intellettuali del processo materiale di
produzione agli operai, come proprietà non loro e
come potere che li domina » (Marx): è tutto ciò
che viene superato col superamento della forma di
merce, quando lavoro intellettuale e manuale si ri¬
compongono e la verità ridiventa sensibile. Ma tut¬
to questo è già oggi presente nelle lotte, è un pro¬
cesso che affiora con 1’« autonomia del lavoro » e
che nei momenti alti riesce a trovare, sia pure incom¬
pletamente, luoghi e modi di realizzazione.
Che questa « autonomia » si celi alla veduta dei
custodi del ” lavoro intellettuale ” e di chi li usa, va
da sé. Ma se a non vederla è una parte della nuova
sinistra, e se questa non solo non pratica più, ma
neanche più considera la lotta contro la divisione del
lavoro, rinuncia alla lotta contro la scuola, partecipa
alla elezioni, si appoggia al sindacato, aspira a porsi
come forma pietrificata dei collegamenti e delle co¬
noscenze, ecc., ecc., è segno che ha abbandonato i
contenuti fondamentali delle lotte di questi anni
per una linea politica mossa dalla stessa logica che
muove le merci e che è quella stessa che muove il
PCI da molto tempo. La verità che è emersa nel
dibattito post-elettorale è che per prendere voti bi¬
sogna somigliare al PCI: il problema nasce dal fatto
che somigliando al PCI si perdon voti (problema
che Bologna ha già risolto per conto suo). Allora
Luciana Castellina rievoca lo « smarrito patrimonio
ideale del 1968 e la sua carica di contestazione glo¬
bale al sistema ». Intende utilizzarlo per prendere
12
PREMESSA
più voti la prossima volta, ma dimentica che la
« contestazione globale » non può consistere in una
critica contro gli altri rappresentanti, bensì in una
critica pratica contro tutti coloro che rendono rap¬
presentabile la classe, contro coloro che chiedendo
una delega — aveva detto Sartre — di fatto invitano
le masse ad andarsi a coricare.
L’inedito di Marx sulle macchine che qui si pub¬
blica, coincide con un rinnovato interesse per Pan-
zieri e i ” Quaderni Rossi Non a caso in questa
fase. I ” QR ” infatti, riprendendo una lunga tradi¬
zione di sinistra del movimento operaio, si erano pro¬
vati a considerare la classe come soggetto reale, nella
sua autonomia, non come valore di scambio ed og¬
getto di rappresentazione politica. In particolare Pan-
zieri, nel saggio Sull'uso capitalistico delle macchine
nel neocapitalismo (”QR” n. 1), nell’intento di ana¬
lizzare le forme concrete dell’estrazione di plusvalore
e le corrispondenti lotte operaie all’inizio degli anni
’60, aveva ripercorso il capitolo sulle macchine del
libro I del Capitale.
Questo manoscritto inedito ne costituisce la pri¬
ma, più vasta ed articolata stesura. Il capitolo del
Libro I infatti, fu ricavato da questi materiali. Ora
l’importanza di questi inediti, più che filologica —
si tratta di una versione da ” Voprosy istorii estest-
voznanija i techniki ”, curata dagli accademici A.A.
Kusin e S.M. Grigor’jan (apparsa ora, ma in forma ri¬
dotta, nel volume 47 dell’edizione russa delle Opere
di Marx ed Engels) — è politica.
Ha osservato Sweezy (« Monthly Review », giu¬
gno ’76) che il PCI somiglia alla socialdemocrazia
tedesca dopo la prima guerra mondiale: continua « a
professare il marxismo, ma è un marxismo totalmen¬
te snaturato e svuotato della sua sostanza rivoluzio¬
naria. Nella sua forma snaturata non può spaventare
PREMESSA
13
nessuno e può invece attrarre qualcuno ». Sono in
moki ormai a portare avanti quest’opera, divenuta
nel frattempo così urgente che per far presto si in¬
gaggia chiunque, fino all’ultimo borsista. E non solo
per ciò che riguarda la teoria dello Stato (si veda su ciò
il saggio chiarificatore di Toni Negri, ” Aut Aut ”
n. 152-153), ma per tutti gli altri aspetti della teoria
marxiana. Non si tratta dunque di difendere l’orto¬
dossia, ma di chiarire il significato politico di questa
operazione.
Recentemente Massimo Cacciari, che secondo For¬
tini è tra coloro che hanno « invitato Marx a levarsi
dai piedi », ha effettivamente messo in dubbio l’ana¬
lisi marxiana del Sistema di fabbrica, che sarebbe
« inficiata da evidenti tratti di ” macchinismo ” », le¬
gata all’« universo ottocentesco della precisione », « vi¬
sione ” ingenua ” del sistema di macchine », che
Marx avrebbe elaborato « molto prima del corpo teo¬
rico-critico del Capitale », nella Miseria della filoso¬
fia, derivandola « dal libro di lire » e « dalla ” fi¬
ducia ” positivista nel progresso tecnologico» (”Aut
Aut ” n. 149-150).
L’ortodossia non ci riguarda, ma pure va detto
che questi giudizi di Cacciari — che per introdurre
in fabbrica « il ruolo del movimento operaio » (Cac¬
ciari è un parlamentare PCI) ha bisogno di rivedere
non solo Panzieri, ma lo stesso Marx su cui Pan-
zieri si basa — se prima si potevano considerare sbri¬
gativi, ora, alla luce di questi inediti, cadono del
tutto: questi dimostrano non soltanto quanta parte
occupi nella riflessione di Marx questo argomento,
ben lungi dal non appartenere al corpo teorico-critico
del Capitale, ma soprattutto riconfermano quanto
Marx non solo non abbia nessuna ” fiducia ” positi¬
vista nel progresso tecnologico e nella scienza, ma,
al contrario, ne fondi materialisticamente la critica.
Quanto poi alla questione se le macchine dequa¬
lifichino (Marx-Panzieri, criticati da Cacciari) o no
14
PREMESSA
il lavoro, giudichi il lettore. Qui va solo detto
che la revisione di Cacciali può servire da coper¬
tura teorica alla politica del PCI sulla riqualifica¬
zione e sui tecnici, che è uno. dei momenti più
sconcertanti dell’ ” apertura ai ceti intermedi ”, un
vero e proprio bluff che, se ha contribuito al recente
successo elettorale, potrebbe avere in futuro conse¬
guenze drammatiche. Ha osservato André Gorz che
quando dei partiti politici che si dicono di sinistra
— in presenza di uno Stato capitalista ovviamente
incapace di farsi carico di quegli strati di tecnici che
gli si rivolgono con mentalità di assistiti e di clienti
— cercano di trarre vantaggio da questa situazione
promettendo che lo Stato, quando essi lo dirigeranno
(questo è il « leninismo » che manca a Panzieri, dice
Cacciari), saprà impiegare tutti gli psicologi, sociolo¬
gi, linguisti, storici, matematici, aiuti contabili, datti¬
lografi, elettricisti, ecc., nella loro specialità e nello
statuto privilegiato al quale essi aspirano, questa pro¬
messa demagogica (su cui poggia ora il sindacato
degli studenti proposto dal PCI. Ma ci sono anche
le dichiarazioni del preside di Lettere dell’Università
di Roma, il comunista Salinari, che appena eletto
— da 180 persone in una Facoltà che ne conta 15.000
— si rifà ad un discorso di Berlinguer e chiede
esami severi, meritocrazia, numero chiuso « per di¬
minuire l’esercito dei disoccupati intellettuali ») sof¬
foca la coscienza critica e la politicizzazione nascente
di questi strati e, incoraggiandoli a rimettersi alla
tutela di uno Stato forte, fa regredire all’infinito
l’orizzonte delle trasformazioni rivoluzionarie.
Questa promessa non può essere mantenuta se si
conserva l’attuale divisione del lavoro, la separazione
tra lavoro intellettuale e manuale, l’attuale forma¬
zione, trasmissione e utilizzazione delle conoscenze,
la scienza cioè, della quale Sohn-Rethel mostra così
bene gli inscindibili legami con la merce. E il PCI,
« partito della merce », non potrà mantenerla.
PREMESSA
15
Questo inedito di Marx dunque tocca fondamen¬
tali questioni sulle quali sarà necessario tornare nei
prossimi numeri che conterranno altre parti di que¬
sto manoscritto.
Questa prima parte comprende le pagine 190-219,
contenute nel quaderno V, del manoscritto intitolato
Per la critica dell’economia politica, che consta di
1.472 pagine ripartite in 23 quaderni, scritto dal-
Pagosto 1861 al giugno 1863. Questo manoscritto è
dunque successivo al manoscritto dei Grundrisse
(1857-58) e al volume dallo stesso titolo Per la cri¬
tica dell’economia politica, pubblicato a Berlino nel
1859, del quale costituisce la continuazione; e pre¬
cede il manoscritto del Libro III del Capitale (1864-
65) e la stesura definitiva della prima edizione del
Libro I del Capitale, pubblicato nel 1867.
Il manoscritto 1861-63 può essere suddiviso in
quattro parti:
Pagine 1-219 (Quaderni I-V): Trattano i temi esa¬
minati nel Libro I del Capitale e sono, per tali
argomenti, la prima redazione esistente.
Pagine 220-972 (Quaderni VI-XV): solo queste fu¬
rono pubblicate, ad opera di Kautsky, nel 1905-
10, ma da lui risistemate e col titolo di Storia delle
teorie economiche (trad, italiana Einaudi, in 3 vo¬
lumi, 1956-58). Sono state poi ripubblicate nella
loro originaria stesura col titolo di Teorie sul
plusvalore (trad, italiana Editori Riuniti, ma fino¬
ra sono apparsi solo due volumi, 1971-73).
Pagine 973-1158 (Quaderni XVI-XVIII): « trattano
di capitale e profitto, saggio del profitto, capitale
commerciale e capitale monetario, dunque di temi
che più tardi saranno sviluppati nel manoscritto
per il Libro III del Capitale » scrive Engels nella
Prefazione al Libro II.
16 PREMESSA
Pagine 1159-1472 (Quaderni XIX-XXIII): trattano
ancora temi de] Libro I.
Le pagine qui pubblicate dunque (190-219), pre¬
cedono immediatamente le Teorie sul plusvalore. Nei
prossimi numeri verranno pubblicate le pagine con¬
tenute nel quaderno XIX e in parte del XX, a partire
cioè dalla pagina 1159: esse formano, insieme a
quelle che appaiono qui, la sottosezione « gamma »
intitolata Macchini. Impiego delle forze naturali e
della scienza.
E.M.
Karl Marx
Macchine. Impiego delle forze naturali
e della scienza
Parte prima. Pagine 190-219, Quaderno V, del Mano¬
scritto 1861-63 Per la critica dell’economia politica.
[Macchine e lavoro]
[V-190]. John Stuart Mill fa notare:
« E’ dubbio se tutte le invenzioni meccaniche fat¬
te finora abbiano alleviato la fatica quotidiana d’un
qualsiasi essere umano » (J. St. Mill. Principles of
political economy, London, 1848).
Egli avrebbe dovuto dire: d’un qualsiasi essere
umano, che non sia nutrito dal lavoro altrui. Fatto
sta che l’introduzione delle macchine nel quadro della
produzione capitalistica non ha affatto lo scopo di
alleviare o ridurre la fatica quotidiana dell’operaio.
« Gli oggetti costano poco, ma sono fabbricati
con la carne umana » (J.B. Byles. Sophisms of free-
trade and popular political economy. Seventh edition.
London, 1850, p. 202).
In genere, lo scopo della produzione con l’im¬
piego di macchine è quello di ridurre il costo della
merce e quindi il suo prezzo, di rendere più a buon
mercato il prodotto, ossia di accorciare il tempo
necessario alla sua produzione; non è mai quello di
ridurre il tempo di lavoro durante il quale l’operaio
è occupato nella produzione di questo prodotto, i cui
costi sono tuttavia ribassati. In effetti, l’obiettivo
non è quello di ridurre la giornata lavorativa, bensì
(come per qualsiasi sviluppo della forza produttiva
18
KARL MARX
su basi capitalistiche) quello di ridurre la porzione
di tempo lavorativo necessario all’operaio per ripro¬
durre la sua forca lavoro, per riprodurre, in altri
termini, il suo salario. L’obiettivo, quindi, è quello
di ridurre la parte della giornata di lavoro durante
la quale l’operaio lavora per se stesso, la parte retri¬
buita di tale giornata, e, mediante la riduzione di
questa, allungare l’altra parte della giornata, durante
la quale l’operaio lavora gratuitamente per il capitale,
la parte non retribuita, quella che produce il plus¬
valore.
Perché dappertutto con l’introduzione delle mac¬
chine cresce il desiderio di accaparrarsi il tempo di
lavoro altrui, mentre la giornata lavorativa — finché
non è stata costretta ad intromettersi la legge —
invece di ridursi si allunga oltre il limite dei suoi
confini naturali, e si allunga non solo la porzione
di essa che produce il plusvalore, ma anche il tempo
di lavoro complessivo? Esamineremo nel terzo ca¬
pitolo questo fenomeno.
Soltanto in casi singolari il capitalista cerca, me¬
diante l’introduzione delle macchine, di ridurre di¬
rettamente il salario, anche se ciò avviene ogniqual¬
volta egli ricorre al lavoro semplice invece che al
lavoro qualificato e sostituisce il lavoro di uomini
adulti con il lavoro delle donne e dei bambini.
Il valore della merce è determinato dal tempo
di lavoro necessario in esso contenuto. Con l’intro¬
duzione delle nuove macchine — mentre la produ¬
zione continua a basarsi fondamentalmente sui vec¬
chi mezzi di produzione — il capitalista può vendere
il prodotto ad un prezzo più basso del suo valore
sociale, anche se lo vende ad un prezzo più alto del
suo valore individuale, cioè del tempo di lavoro a lui
necessario a fabbricarlo con il nuovo processo pro¬
duttivo. Qui, pertanto, sembra che il plusvalore pro¬
venga dalla vendita, dall’inganno degli altri proprie¬
tari della merce, dall’aumento del prezzo del pro-
MACCHINE
19
dotto oltre il suo valore, e non invece dalla diminu¬
zione del tempo di lavoro necessario e dal prolun¬
gamento di quella parte della giornata lavorativa,
dalla quale il capitalista trae il plusvalore. Ma questa
è solo un’apparenza.
In seguito alla straordinaria forza produttiva acqui¬
sita rispetto al lavoro medio nella stessa branca di
produzione, 11 lavoro con le nuove macchine diventa
di qualità superiore e quindi, ad esempio, un’ora di
questo lavoro elevato al grado di lavoro semplice
equivale a 48 minuti (4/5 di ora) di lavoro medio.
Il capitalista, però, lo paga come lavoro medio. Un
minor numero di ore di lavoro sono in tal modo
equiparate ad un numero maggiore di ore di lavoro
medio. Il capitalista paga questo lavoro come lavoro
medio e lo vende per quello che in realtà è, un la¬
voro di qualità superiore, una data quantità del
quale corrisponde ad una quantità maggiore di la¬
voro medio.
Per produrre uno stesso valore l’operaio dovrebbe
lavorare in tal caso, a parità di ogni altra condizione,
meno dell’operaio medio.
[V-191]. Egli, in effetti, per produrre l’equiva¬
lente del proprio salario oppure dei mezzi di sosten¬
tamento necessari a riprodurre la sua forza lavoro,
lavora un lasso di tempo più breve in confronto del¬
l’operaio medio. Così fornisce al capitalista un mag¬
gior numero di ore di lavoro come fonte di plus¬
valore. Il capitalista realizza questo pluslavoro, o —
è la stessa cosa — plusvalore, solo all’atto della ven¬
dita; tale plusvalore, cioè, non trae origine dalla
vendita, ma si forma in seguito alla riduzione del
lavoro necessario e quindi al relativo aumento del
lavoro in quanto fonte di plusvalore. Persino quando
il capitalista, introdotta una nuova macchina, paga
un salario più elevato di quello medio, il plusvalore
realizzato al di sopra di quello ottenuto dagli altri
capitalisti nello stesso settore si forma solo perché
20
KARL MARX
il salario non aumenta nella stessa misura in cui il
lavoro con la nuova macchina supera quello medio e
quindi perché vi è sempre un aumento relativo del
pluslavoro. Così anche questo caso rientra nella legge
generale, secondo la quale il plusvalore è uguale al
pluslavoro.
La macchina, se impiegata in modo capitalistico,
supera la fase iniziale, in cui rappresenta soltanto un
più potente strumento dell’artigiano, e presuppone
la cooperazione semplice, la quale, come vedremo in
seguito, costituisce per essa un fatto più importante
che non nella manifattura basata sulla divisione del
lavoro. In quest’ultima la cooperazione semplice si
manifesta solo in relazione al principio della propor¬
zionalità, ossia non soltanto nel fatto che diverse
operazioni sono ripartite tra diversi operai, ma anche
nel fatto che qui sussistono proporzioni come quelle
numeriche, nelle quali determinati gruppi di operai
sono assegnati a singole operazioni e ad esse sotto¬
posti.
Nell 'officina meccanica, la forma più sviluppata
di impiego capitalistico delle macchine, è caratteri¬
stico che molti facciano sempre la stessa cosa. E’
questo il principio fondamentale del suo funziona¬
mento. L’uso delle macchine presuppone, inoltre, dap¬
prima come condizione di esistenza, la manifattura,
fondata sulla divisione del lavoro. Inoltre, la pro¬
duzione della macchina stessa — e quindi l’esistenza
della macchina — si effettua in quella officina, dove
si applica pienamente il principio della divisione del
lavoro. Solo in una successiva fase di sviluppo la
produzione delle macchine si svolgerà sulla base del¬
l’impiego delle macchine stesse nelle officine mec¬
caniche...
La divisione del lavoro sviluppatasi nella mani¬
fattura si ripeterà, per un verso, anche se in misura
notevolmente minore, nell’officina meccanica; per un
altro verso, come vedremo dopo, l’officina meccanica
MACCHINE
21
accantona i principi più essenziali della manifattura,
basata sulla divisione del lavoro. Infine l’impiego
delle macchine accresce la divisione del lavoro nella
società, moltiplica il numero delle branche a sé stanti
della produzione e delle sfere produttive autonome.
Il principio fondamentale che presiede all’impie¬
go delle macchine consiste nella sostituzione del la¬
voro di abilità con quello semplice; e quindi anche
nell’abbassamento su vasta scala del salario fino al
livello del salario medio o nella riduzione del lavoro
necessario degli operai fino al minimo medio e delle
spese di produzione della forza lavoro fino al livello
delle spese di produzione della forza lavoro semplice.
[V-192]. L’accrescimento della forza produttiva
attraverso la cooperazione semplice e la divisione del
lavoro non costano niente al capitalista. Queste due
cose infatti rappresentano altrettante forze naturali
gratuite del lavoro sociale nelle forme che questo
assume quando predomina il capitale. L’impiego del¬
le macchine non mette in opera solo le forze produt¬
tive del lavoro sociale — diversamente che per il
lavoro dell’individuo singolo. Ciò avviene indipen¬
dentemente dalla utilizzazione delle leggi della mec¬
canica, che operano nella parte propriamente funzio¬
nante della macchina (ossìa nella parte della mac¬
china, che elabora, meccanicamente o chimicamente,
la materia prima). Tuttavia, questa forma di accre¬
scimento delle forze produttive e, quindi, di ridu¬
zione del lavoro necessario, ha una sua caratteristica
peculiare; una parte della forza naturale semplice
impiegata costituisce, nella sua forma idonea all’im¬
piego, un prodotto del lavoro, come, ad esempio, la
trasformazione dell’acqua in vapore.
Lì dove la forza motrice, ad esempio l’acqua,
s’incontra in natura come cascata e così via (è estre¬
mamente significativo, tra l’altro, che i francesi nel
XVIII secolo costringessero l’acqua ad agire orizzon¬
talmente e i tedeschi orientassero sempre artificial-
22
KARL MARX
mente la corrente) essa costituisce il tramite, mediante
il quale il suo movimento si trasferisce alla macchina
stessa, per esempio alla ruota ad acqua, che costi¬
tuisce un prodotto del lavoro. Ciò può essere rife¬
rito, sotto ogni aspetto, anche alla macchina, la quale
trasforma direttamente la materia prima.
Così, la macchina, a differen2a della cooperazione
semplice e della divisione del lavoro nella manifat¬
tura, rappresenta una forza produttiva creata. Essa
ha un valore; si presenta come merce (direttamente
— come macchina, oppure indirettamente come mer¬
ce che deve essere impiegata per dare alla forza mo¬
trice la forma necessaria) nella sfera produttiva, in
cui agisce come macchina, come parte del capitale
fisso. Come qualsiasi parte del capitale fisso la mac¬
china aggiunge al prodotto il valore in essa conte¬
nuto, lo fa rincarare del tempo di lavoro occorso alla
sua produzione.
Perciò, sebbene in questo capitolo noi esaminia¬
mo soltanto il rapporto del capitale variabile con la
grandezza del valore nel quale esso si riproduce, in
altri termini, il rapporto del lavoro necessario speso
in una data sfera di produzione con il pluslavoro e
quindi intenzionalmente tralasciamo l’analisi della re¬
lazione intercorrente tra il plusvalore, il capitale fisso
e l’ammontare complessivo del capitale investito, non¬
dimeno l’impiego delle macchine richiede perentoria¬
mente, oltre all’analisi della parte del capitale inve¬
stita nel salario, anche l’analisi delle altre sue parti.
Il fatto è che il principio in base al quale l’im¬
piego dei mezzi capaci di aumentare la forza pro¬
duttiva fa aumentare il plusvalore relativo e perciò
anche il plusvalore relativo si fonda sulla riduzione
di costo della merce e sulla riduzione del tempo di
lavoro necessario alla riproduzione della forza lavoro
grazie ai meccanismi che fanno aumentare la forza
produttiva, permettendo ad uno stesso operaio di
produrre in un dato lasso di tempo una maggiore
MACCHINE
23
quantità di valori d’uso. Tuttavia, nel caso del ri¬
corso alle macchine questo risultato lo si ottiene solo
attraverso investimenti più massicci, attraverso l’im¬
piego di valori già disponibili, attraverso l’introdu¬
zione di un determinato elemento, che, in tal modo,
accresce il valore del prodotto e della merce dell’am-
mpntare del suo proprio valore.
Per quanto concerne, innanzi tutto, la materia
prima, Ü suo valore, naturalmente, resta sempre lo
stesso, qualunque sia il metodo della sua lavorazione;
il suo valore rimane quello col quale è stato inserito
nel processo produttivo.
[ V-193 ]. Inoltre, l’impiego delle macchine riduce
la quantità di lavoro assorbita da una data quantità
di materia prima, oppure — è lo stesso — fa aumen¬
tare la quantità di materia prima che si trasforma
in prodotto in un dato tempo di lavoro.
Da questi due fatti si deduce che la merce pro¬
dotta con l’ausilio delle macchine contiene meno tem¬
po di lavoro della merce prodotta senza di esse; essa
ha un valore minore, è diventata meno cara. Questo
risultato però viene conseguito solo attraverso l’uti¬
lizzazione industriale della merce — della merce che
esiste nella macchina, della merce il cui valore si
trasferisce nel prodotto.
Di conseguenza, poiché il valore della materia
prima rimane sempre lo stesso indipendentemente
dal fatto se sia o no impiegata la macchina, e poiché
la quantità di tempo lavorativo durante il quale una
certa porzione di materia prima si trasforma in pro¬
dotto e poi in merce diminuisce in seguito all’im¬
piego della macchina, la riduzione del costo delle
merci prodotte mediante macchine dipende soltanto
da una circostanza: dal fatto che il tempo di lavoro
contenuto nella macchina è minore di quello conte¬
nuto nella forza-lavoro che essa ha sostituito, dal
fatto che Ü valore della macchina, destinato a trasfe¬
rirsi nella merce, è inferiore al valore del lavoro da
24
KARL MARX
essa sostituito, corrisponde a un minor tempo di la¬
voro. Ma il valore del lavoro sostituito dalla mac¬
china è uguale al valore della forza-lavoro, la cui
consistenza numerica diminuisce con l’impiego delle
macchine.
Via via che escono dalla loro infanzia e si distacca¬
no, per dimensioni e carattere, dagli strumenti artigia¬
nali, ai quali sono inizialmente subentrate, le macchine
diventano più potenti e costose, richiedono maggior
tempo per la loro produzione ed accrescono il loro
valore assoluto, benché si riduca il loro valore rela¬
tivo. Questo significa che una macchina di elevata
potenza costa meno di un’altra di potenza inferiore,
vale a dire che la quantità di tempo lavorativo ne¬
cessario alla sua produzione aumenta meno della quan¬
tità di tempo lavorativo da essa sostituito. In ogni
caso il suo costo, in assoluto, aumenta progressiva¬
mente e perciò essa aggiunge alla merce prodotta un
valore assoluto maggiore, specie rispetto agli arnesi
artigiani o agli strumenti semplici e fondati sulla di¬
visione del lavoro, di cui ha preso il posto nel pro¬
cesso di produzione.
Il fatto che la merce prodotta con un mezzo di
produzione più caro sia meno costosa della merce
prodotta senza di esso, il fatto che il tempo lavora¬
tivo contenuto nella macchina sia minore di quello
da essa sostituito, dipende da due circostante:
1) Quanto più la macchina è efficiente, tanto più
accresce la forza produttiva del lavoro, oppure, la
massa dei valori d’uso e quindi delle merci prodotte
con l’ausilio della macchina aumenta nella stessa mi¬
sura in cui questa rende l’operaio capace di eseguire
il lavoro di più operai. In tal modo aumenta la quan¬
tità delle merci, nelle quali si trasferisce il valore
della macchina.
Il valore complessivo delle macchine ricompare
nella massa globale delle merci, alla cui produzione
esse hanno partecipato come strumenti di lavoro.
MACCHINE
25
Quel valore complessivo si ripartisce nelle singole
merci, che formano la massa della merce prodotta.
Quanto maggiore è questa massa, tanto minore è la
porzione del valore della macchina che si ripresenta
in ogni singola merce. Nonostante la differenza tra il
valore della macchina e quello di un arnese artigiano
o di uno strumento di lavoro semplice, la porzione
del valore della macchina contenuta nella merce è
minore della porzione del valore dello strumento e
della forza-lavoro che essa sostituisce; è minore nella
misura in cui il valore della macchina si distribuisce
su una maggiore quantità complessiva di prodotti e
quindi di merci.
Un filatoio che impiega lo stesso tempo lavora¬
tivo per filare 1.000 libbre di cotone ricompare co¬
me parte del valore (1/1.000 in questo caso) in ogni
libbra di filato; ma se essa nello stesso lasso di
tempo filasse solo 100 libbre di cotone, allora in
ogni libbra di filato ricomparirebbe soltanto 1/100
del suo valore. Pertanto, in questo secondo caso, una
libbra di filato verrebbe a contenere un tempo lavo¬
rativo, e un valore, dieci volte maggiore ed a costare
dieci volte di più.
[V-194]. Ne deriva (nel capitalismo) che la mac¬
china può essere impiegata solo quando, in generale,
è possibile la produzione di massa, la produzione su
vasta scala.
[Le macchine nel processo lavorativo e nel processo
di accrescimento del valore]
2) Già nella manifattura, fondata sulla divisione
del lavoro, come anche nella piccola produzione ar¬
tigianale e così via, si verifica che gli strumenti di
lavoro (e Paltro aspetto delle condizioni di lavoro,
ad esempio l’edificio) entrano nel processo lavorativo
in tutta la loro dimensione, o direttamente, come gli
26
KARL MARX
strumenti di lavoro, o indirettamente, come le con¬
dizioni di lavoro (l’edificio, ad esempio) necessarie per
lo svolgimento del processo lavorativo. Nel processo
di accrescimento del valore, però, essi entrano solo
per parti, o porzioni, ossia in quella misura in cui
sono impiegati nel processo lavorativo; nel processo
lavorativo, insieme al loro valore d’uso, viene utiliz¬
zato anche il loro valore di scambio. Il loro valore
d’uso entra completamente, come strumento, nel pro¬
cesso lavorativo, però si conserva per un periodo che
abbraccia una somma di processi lavorativi, nei quali
essi servono ripetutamente per la produzione di uno
stesso tipo di merce, cioè fungono in permanenza da
mezzi di lavorazione di sempre nuovo materiale. Il
loro valore d’uso come strumento di lavoro si esau¬
risce solo alla fine di questo periodo più o meno
lungo, nel corso del quale il medesimo processo la¬
vorativo si rinnova continuamente. Il loro valore di
scambio si riproduce in tutta la sua dimensione sol¬
tanto nel complesso delle merci, che essi hanno con¬
tribuito a produrre durante l’intero periodo, dal mo¬
mento in cui entrano nel processo lavorativo fino a
quando ne escono. Perciò ogni singola merce contiene
solo una determinata frazione del loro valore. Se lo
strumento è servito per 90 giorni, nelle merci pror
dotte in ciascuno di questi giorni si riproduce 1/90
del loro valore. Qui, per ovvia necessità, abbiamo
fatto un calcolo medio approssimativo, poiché il va¬
lore dello strumento ricompare totalmente solo alla
fine del processo lavorativo, nel corso del quale esso
si è consumato fino in fondo, e quindi nel complesso
delle merci che ha contribuito a produrre in quel
periodo. Per tale ragione abbiamo fatto il nostro
calcolo, partendo dal presupposto che ogni giorno
si consumi, in media, una certa frazione del valore
d’uso dello strumento (è un’ipotesi), ciò significa che
nella merce prodotta in un giorno ritroviamo una
frazione di quel valore.
MACCHINE
27
Con l’introduzione delle macchine, grazie alla qua¬
le i mezzi di lavoro acquistano un valore di grosse
dimensioni e si esprimono in una enorme quantità
di valori d’uso, la differenza tra processo lavorativo
e processo di accrescimento del valore aumenta e
diventa un momento importante nello sviluppo del¬
la forza produttiva e del carattere della produzione.
In uno stabilimento dotato di telai meccanici che
funzionano per 12 anni, il logorio delle macchine
ecc. nel processo lavorativo di un giorno è insigni¬
ficante, e perciò anche la frazione di valore della
macchina che si riproduce nella singola merce, o ad¬
dirittura nel prodotto di un anno intero, è relativa¬
mente insignificante. Il lavoro passato materializzato
entra qui nel processo lavorativo in grande quantità,
mentre solo una frazione relativamente insignificante
di questo capitale si esaurisce in quel processo, par¬
tecipa cioè al processo di accrescimento del valore e
quindi ricompare nel prodotto còme parte del valore.
Perciò, per quanto grande possa essere il valore rap¬
presentato dalla macchina che entra nel processo la¬
vorativo e dai fabbricati e altre cose impiegati insie¬
me ad essa, nel processo giornaliero di valorizzazione
[V-195] e quindi anche nel valore della merce ne entra
soltanto una parte relativamente insignificante in con¬
fronto alla massa globale del valore; essa rende re¬
lativamente più cara la merce, in misura tuttavia
esigua e molto meno di quanto l’avrebbe fatta rin¬
carare il lavoro manuale sostituito dalla macchina.
Cosi, per quanto grande possa sembrare la parte di
capitale contenuta nella macchina, rispetto a quella
parte compresa nel lavoro vivo e per la quale la mac¬
china funge da mezzo di produzione, tale proporzio¬
ne si rivelerà comunque assai insignificante, se si
confronterà la frazione di valore destinato a ripro¬
dursi nella singola merce con il lavoro vivo assorbito
da questa stessa merce. Le parti di valore — della
macchina e del lavoro — aggiunte al singolo pro-
28
KARL MARX
dotto risultano esigue, se paragonate al valore della
materia prima.
Il lavoro sociale su scala di massa acquista forza
solo con l’introduzione delle macchine; i prodotti che
rappresentano una grossa quantità di lavoro passato,
ossia una grande massa di valore, entrano per intero
nel processo lavorativo, esattamente come i mezzi di
produzione, mentre una parte relativamente piccola
del loro valore entra nel nuovo processo di valoriz¬
zazione, che si compie nel corso di ogni singolo pro¬
cesso lavorativo. Il capitale che in tal forma entra
in ogni singolo processo lavorativo è grande, ma per
quanto riguarda il suo valore d’uso che s’impiega,
si utilizza, durante questo processo lavorativo ed il
cui valore dev’essere rimborsato, va detto che esso
è relativamente piccolo. La macchina agisce piena¬
mente come un mezzo di lavoro, essa aggiunge al
prodotto valore, ma solo in quella misura in cui essa
lo perde nel processo lavorativo; questa sua diminu¬
zione di valore è determinata dal grado di logora¬
mento del suo valore d’uso durante il processo la¬
vorativo.
Le condizioni elencate ai punti 1) e 2), dalle quali
dipende il fatto che una merce prodotta con uno
strumento più caro sia meno costosa di un’altra pro¬
dotta con uno strumento meno caro; oppure che il
valore contenuto nella macchina stessa sia inferiore
al valore della forza-lavoro da essa sostituita, si ri¬
ducono a questo: la prima condizione è la produ¬
zione di massa; essa dipende dalla quantità di merci
che un operaio può produrre nello stesso tempo la¬
vorativo; questa quantità è maggiore di quella che
l’operaio produrrebbe senza le macchine. In altri ter¬
mini, la produzione di massa dipende dal grado in
cui il lavoro viene sostituito dalla macchina, quindi
la massa di forza-lavoro, calcolata in rapporto alla
massa di prodotto, si riduce al massimo; la massima
quantità possibile di forza-lavoro viene sostituita
MACCHINE
29
dalla macchina, e la parte di capitale investita nel
lavoro risulta relativamente piccola rispetto a quella
investita nella macchina.
In secondo luogo, però, per quanto possa essere
grande la parte di capitale compresa nella macchina,
la porzione del suo valore che ricompare nella sin¬
gola merce, ossia la porzione di valore che la mac¬
china aggiunge alla singola merce è insignificante ri¬
spetto alle porzioni di valore del lavoro e della ma¬
teria prima contenute nella stessa merce. Questo si
spiega col fatto che in un dato tempo di lavoro la
macchina entra per intero nel processo lavorativo,
mentre nel processo di valorizzazione entra soltanto
una esigua parte di essa. Nel processo lavorativo s’in¬
serisce tutta la macchina, mentre nel processo di va¬
lorizzazione entra solo una frazione del valore di
quella macchina...
[Macchine e plusvalore]
[ V-197]. Una delle prime conseguenze dell’intro¬
duzione delle nuove macchine, prima che esse diven¬
tino dominanti nella loro branca produttiva, è il pro¬
lungamento del tempo di lavoro di quegli operai
che continuano a lavorare coi vecchi e imperfetti
mezzi di produzione. La merce prodotta con le mac¬
chine, anche se venduta ad un prezzo superiore al
suo valore individuale, cioè alla quantità di tempo
di lavoro in essa contenuto, è pur sempre venduta
ad un prezzo più basso del precedente valore sociale,
generale del prodotto dello stesso genere. Pertanto,
è diminuito il tempo di lavoro socialmente necessario
per la produzione di quel determinato prodotto, ma
non il tempo di lavoro degli operai che impiegano
ancora i vecchi strumenti di produzione. Se, in tal
modo, per la riproduzione della propria forza-lavoro
sono necessarie 10 ore di lavoro, allora il prodotto
30
KARL MARX
di dieci ore di lavoro non contiene più 10 ore di
lavoro necessario, ossia di lavoro necessario per la
fabbricazione del prodotto nelle nuove condizioni so¬
ciali di produzione, ma forse solo 6 ore. Quindi, se
Poperaio lavora 14 ore, queste 14 ore del suo lavoro
rappresentano solo 10 ore di lavoro necessario e in
esse si realizzano solo 10 ore di lavoro necessario.
Perciò anche il prodotto di questo lavoro ha il valore
del prodotto di 10 ore di lavoro socialmente neces¬
sario. L’operaio, se avesse lavorato autonomamente,
avrebbe dovuto prolungare il suo tempo lavorativo.
Se invece lavora in qualità di salariato, e quindi di¬
venta obbligatorio anche il pluslavoro, allora per ogni
prolungamento del tempo di lavoro assoluto il capi¬
talista riuscirà ad ottenere il pluslavoro medio solo
nel caso in cui il salario dell’operaio si abbassa fino
al precedente livello medio. Questo significa che il
salariato si appropria di una porzione minore delle
ore supplementari in cui lui lavora, ma non perché il
suo lavoro è diventato più produttivo, ma perché
è diventato meno produttivo, non perché egli in un
minor tempo di lavoro fabbrica la stessa quantità di
prodotto, ma perché diminuisce la quantità di pro¬
dotto a lui spettante.
Il plusvalore, ossia il pluslavoro, assoluto e re¬
lativo, prodotto dal capitale grazie all’impiego delle
macchine, viene creato non dalla forza-lavoro rim¬
piazzata dalla macchina, bensì dalla forza-lavoro im¬
piegata dalla macchina.
« Secondo Baynes, un cotonificio di prim’ordine,
pieno di macchine e munito di installazioni a vapore
e impianto a gas, non può essere costruito con meno
di 100.000 sterline. Una macchina a vapore della
potenza di 100 HP fa girare 50.000 fusi, che produ¬
cono 62.500 miglia di sottile filato di cotone. In
una fabbrica come questa 1.000 persone sono in gra¬
do di produrre tanto filato quanto ne produrrebbero
250.000 senza l’uso delle macchine » (S. Laing, Na-
MACCHINE 31
tional distress; its causes and remedies. London„ 1844,
p. 75).
In questo caso il plusvalore del capitale non è
dovuto al lavoro risparmiato di 250 persone, ma al
lavoro di colui che le sostituisce, non deriva dal la¬
voro dei 250.000 operai rimpiazzati, bensì dal lavoro
dei 1.000 occupati. Il pluslavoro di questi 1.000 ope¬
rai si traduce in plusvalore. Il valore d’uso della mac¬
china, che corrisponde alla quantità di lavoro umano
da essa sostituito, non determina il suo valore (de¬
terminato dal lavoro necessario alla sua produzione).
Il valore che la macchina possiede ancora prima del
suo impiego, prima della sua partecipazione al pro¬
cesso produttivo, è l’unico valore che essa, in quanto
macchina, aggiunge al prodotto. Questo valore è stato
pagato dal capitalista al 'momento del suo acquisto.
Supponendo che le merci si vendano al loro va¬
lore, il plusvalore relativo che il capitale crea tramite
le macchine e l’uso di tutti i congegni moderni, che
accrescono la forza produttiva del lavoro e per questa
via riducono i prezzi del singolo prodotto, consiste
nel fatto che diventano meno costose le merci ne¬
cessarie alla riproduzione della forza-lavoro. Perciò il
tempo di lavoro necessario per la riproduzione della
forza-lavoro, equivalente solo al tempo di lavoro con¬
tenuto nel salario, si restringe. Così [V-198] pur ri¬
manendo inalterata la durata della giornata lavorativa
completa, aumenta il pluslavoro. (Esistono qui alcune
condizioni che modificano la situazione e di cui parle¬
remo più avanti). Questa riduzione del tempo di lavoro
necessario è il risultato che favorisce tutta la produ¬
zione capitalistica e, in generale, fa diminuire le spese
di produzione della forza-lavoro, poiché, conforme¬
mente alla premessa, la merce prodotta con le mac¬
chine, in generale, entra nel processo di produzione
della forza-lavoro. Questo non funge, tuttavia, da sti¬
molo all’introduzione delle macchine da parte del sin¬
golo capitalista, essendo il risultato complessivo di
32
KARL MARX
tale operazione non molto propizio al capitalista me¬
desimo.
In primo luogo. L’introduzione delle macchine —
sia che si soppianti la produzione artigianale (come,
ad esempio, nella filatura) e, quindi, si sottometta
al sistema capitalistico di produzione un’intera bran¬
ca produttiva; sia che si rivoluzioni la manifattura,
basata sulla divisione semplice del lavoro (come nel¬
lo stabilimento manifatturiero), o si verifichi l’espul¬
sione delle vecchie macchine da parte di quelle per¬
fezionate, o si allarghi la cerchia delle operazioni par¬
ziali prima non contemplate dall’officina — prolun¬
ga, com’è stato già osservato, il tempo di lavoro ne¬
cessario degli operai ancora sottoposti al vecchio si¬
stema di produzione, nonché la loro giornata lavo¬
rativa completa.
Tuttavia, d’altro canto, l’introduzione della mac¬
china riduce relativamente il tempo di lavoro neces¬
sario nelle officine dove essa ha cominciato a fun¬
zionare la prima volta. Mentre due ore di lavoro di
un addetto al telaio a mano equivalgono ad un’ora
sola di lavoro socialmente necessario dopo l’introdu¬
zione del telaio meccanico, un’ora di lavoro al telaio
meccanico equivarrà a più di un’ora di lavoro neces¬
sario finché questa macchina non sia impiegata in
tutto Ü settore. Il suo prodotto ha un valore supe¬
riore a quello del prodotto di un’ora di lavoro. E’
come se il lavoro semplice venisse elevato di rango
o in questo stesso lavoro si concretizzasse un lavoro
tessile di qualità più elevata. Tutto ciò si riferisce
alla misura nella quale il capitalista, servendosi del
telaio meccanico, vende il prodotto di un’ora di la¬
voro ad un prezzo inferiore a quello cui vendeva
prima il prodotto di un’ora di lavoro, inferiore cioè
al precedente valore socialmente necessario, ma su¬
periore al suo valore individuale, cioè al valore del
tempo di lavoro che egli deve impiegare per la fab¬
bricazione del prodotto mediante il telaio meccanico.
MACCHINE
33
Di conseguenza, l’operaio deve lavorare meno ore
per la riproduzione della sua forza-lavoro; il suo
tempo di lavoro necessario si è ridotto nella misura
in cui il suo lavoro è diventato, in una stessa branca
produttiva, di qualità più elevata. Pertanto, se la
normale giornata resta inalterata, vale a dire della
medesima durata, aumenta il pluslavoro, essendo di¬
minuito il tempo di lavoro necessario. Questo feno¬
meno avrebbe luogo anche nel caso di un aumento
del salario, tenendo ferma l’ipotesi che nelle nuove
condizioni l’operaio deve spendere una parte della
giornata non così grande come prima, per risarcire il
suo salario e riprodurre la sua forza-lavoro. Questa
riduzione del tempo di lavoro necessario, ovviamente,
è temporanea e viene eliminata appena la* generale
introduzione delle macchine nel determinato settore
riporta di nuovo il valore della merce al livello del
tempo di lavoro in essa contenuto.
Nello stesso tempo il capitalista si preoccupa che
l’introduzione di sempre nuovi piccoli miglioramen¬
ti non provochi un aumento del tempo di lavoro
da lui speso al di sopra del livello del tempo di lavoro
necessario dappertutto nella medesima branca produt¬
tiva. Ciò vale dovunque, indipendentemente dalla
branca di produzione nella quale la macchina è uti¬
lizzata e dal fatto che le merci da essa prodotte fac¬
ciano parte o no della gamma dei beni di consumo
dell’operaio.
In secondo luogo. L’esperianza generale ci dice
che, appena la macchina comincia ad essere usata
secondo i canoni capitalistici — cioè appena esce
dalla sua adolescenza nella quale all’inizio si trova
in parecchie branche, in quanto forma più produt¬
tiva dello stesso vecchio strumento artigiano, ancora
impiegata con il precedente sistema di produzione
[V-199] dagli operai autonomi e dalle loro fami¬
glie, — appena la macchina, come forma di capi¬
tale, diventa indipendente dall’operaio, il tempo di la-
34
KARL MARX
toro assoluto, ossia la giornata lavorativa completa,
non si accorcia, ma al contrario si allunga. L’analisi
di questa tesi si trova al capitolo III. Qui, tuttavia,
è bene trattare i punti fondamentali. A tale scopo è
indispensabile distinguere due momenti. Primo. Le
nuove condizioni nelle quali si viene a trovare l’ope¬
raio e che danno al capitalista la possibilità di pro¬
lungare forzatamente il tempo di lavoro. Secondo.
I motivi che spingono il capitalista a compiere que¬
sta operazione.
Per quanto riguarda il primo momento, occorre
considerare innanzi tutto la rinnovata forma di la¬
voro, la sua apparente leggerezza, il trasferimento
alla macchina di tutti gli sforzi muscolari, e anche del¬
l’abilità. Il prolungamento del tempo di lavoro non
viene spinto, per ovvie ragioni, fino all’impossibilità
fisica.
Per quanto riguarda il secondo momento, va ri¬
cordato che viene eliminata la resistenza dell’operaio,
il quale, dopo la perdita della perizia di cui s’avva¬
leva nella manifattura, non può più ribellarsi. Al
contrario il capitale ottiene la possibilità di sostituire
gli operai provetti con operai meno abili e quindi
più soggetti al suo controllo. Inoltre, la nuova cate¬
goria di operai, che ora appare come elemento de¬
terminante, muta il carattere di tutta l’officina e per
sua natura si rassegna più facilmente al dispotismo
del capitale. Questo elemento è rappresentato pro¬
prio dal lavoro femminile e minorile. Se d’un tratto
la tradizionale giornata lavorativa viene forzatamente
prolungata, poi occorre una generazione (com’è av¬
venuto in Inghilterra) perché gli operai siano in
grado di riportarla ai limiti normali. Pertanto, il pro¬
lungamento della giornata lavorativa al di là dei suoi
limiti naturali, il lavoro notturno, sono il frutto del
sistema di fabbrica.
La brama insaziabile di lavoro altrui (pluslavoro)
non è una caratteristica specifica del proprietario del¬
MACCHINE
35
le macchine, bensì la forza motrice di tutta la pro¬
duzione capitalistica. Poiché il proprietario della fab¬
brica si trova nelle migliori condizioni per seguire
questa forza motrice, è naturale che egli dia sfogo alle
sue passioni. Qui occorre però aggiungere qualcosa
sulle particolari circostanze che danno a queste passio¬
ni un’intensità insolita in caso di impiego delle mac¬
chine. Va rilevato anche quanto segue: la forza mo¬
trice, quando è spesa dall’uomo (e anche dall’anima¬
le), [V-200] può agire fisicamente solo per un deter¬
minato periodo del giorno. Una macchina a vapore,
ecc., non ha bisogno di riposo. Essa può funzionare
per un periodo indeterminato.
La macchina, ecc., viene impiegata in un periodo
di tempo più lungo, nel corso del quale lo stesso
processo lavorativo si ripete; per produrre nuove
partite di merce. Questo periodo è determinato, me¬
diamente, partendo dal presupposto che il valore com¬
plessivo della macchina deve trasferirsi nel valore
del prodotto.
In seguito al prolungamento del tempo di lavoro
oltre i limiti della normale giornata lavorativa, si ac¬
corcia il periodo durante il quale il capitale investito
nella macchina è sostituito dal prodotto globale. Sup¬
poniamo che tale periodo sia pari a 10 anni con una
giornata lavorativa di 12 ore. Se si lavora 15 ore al
giorno invece che 12, se cioè si prolunga di un quarto
la giornata lavorativa, si ha in una settimana un au¬
mento di una giornata e mezza oppure 18 ore. Poi¬
ché, secondo la supposizione iniziale, una settimana
di lavoro piena è di 72 ore, anche nell’arco dei sei
giorni si ha un aumento di un quarto. In dieci anni
in tal modo si risparmierebbe un quarto di questo
periodo, ossia 2 anni e mezzo. Così il capitale investi¬
to nelle macchine verrebbe ammortizzato in 7 anni
e mezzo.
Se in questo periodo la macchina si fosse effet¬
tivamente logorata, allora si sarebbe solo accelerato
36
KARL MARX
il processo di riproduzione; in caso contrario, cioè
se la macchina fosse ancora in grado di funzionare,
aumenta il rapporto del capitale variabile con quello
costante, poiché quest’ultimo continua a partecipare
al processo lavorativo, senza entrare nel processo di
valorizzazione. A causa di ciò aumenta, se non pro¬
prio il plusvalore (che è già cresciuto in seguito al
prolungamento del tempo di lavoro), il rapporto di
questo con la somma complessiva del capitale inve¬
stito e quindi il profitto. A quanto detto occorre ag¬
giungere che dopo l’introduzione di una nuova mac¬
china cominciano innovazioni dietro innovazioni. Per¬
tanto, in permanenza, una gran parte delle vecchie
macchine o in qualche misura si deprezza o diventa
del tutto inservibile prima che termini il suo ciclo
oppure prima che il suo valore si trasferisca nel va¬
lore delle merci. Quanto più si riduce il periodo di
riproduzione della macchina, tanto minore è il ri¬
schio di cui sopra e tanto maggiore la possibilità del
capitalista (dopo che il valore della macchina è tor¬
nato a lui in un periodo più breve) d’introdurre una
nuova macchina perfezionata e vendere a buon mer¬
cato la vecchia, la quale può ancora essere impiegata
con utilità da un altro capitalista, poiché entra nella
sua produzione come espressione di una quantità più
piccola di valore. (Di questo si parla più dettaglia¬
tamente nell’analisi del capitale costante, dove deb¬
bono essere pure riportati gli esempi da Babbage)l.
Quanto s’è detto sopra non si riferisce solo alla
macchina, ma a tutto il capitale costante, che implica
e determina l’uso delle macchine.
Inoltre il capitalista ha interesse non solo di ri¬
prendersi al più presto la massa di valore investita
nel capitale costante, prevenirne il deprezzamento 11 Ci si riferisce al libro: Ch. Babbage, On the economy
of machinery and manufactures, London 1832.
MACCHINE 37
e disporne di nuovo liberamente, ma anche, e soprat¬
tutto, di utilizzare con profitto questo capitale.
La grande massa di questo capitale ha assunto
una forma tale, da esistere senza profitto, sia come
valore di scambio che come valore d’uso, fino al mo¬
mento in cui viene messo in contatto con il lavoro
vivo, diventando capitale costante. Poiché la parte di
capitale investita nel salario è diminuita parecchio ri¬
spetto all’intero capitale e specialmente rispetto al ca¬
pitale costante, e poiché la quantità del plusvalore non
dipende solo dal suo saggio, ma anche dal numero de¬
gli operai contemporaneamente occupati, mentre il
profitto dipende dal rapporto di tale plusvalore con
tutto il capitale, si verifica una riduzione del saggio
di profitto. Lo strumento più semplice per impedire
questa riduzione è, naturalmente, il prolungamento,
per quanto è possibile, del plusvalore assoluto attra¬
verso il prolungamento della giornata lavorativa e,
quindi, la trasformazione del capitale costante in stru¬
mento di appropriazione della maggiore quantità pos¬
sibile di lavoro non retribuito. Se la fabbrica rimane
inoperosa, il fabbricante ritiene che l’operaio lo derubi,
poiché nel capitale costante il suo capitale ha assunto
una forma tale, da aspirare direttamente al lavoro al¬
trui. Tutto ciò è stato detto assai ingenuamente dal si¬
gnor Senior, il quale già nel 1837 espresse il parere che
[V-201] con il progressivo sviluppo della produzione
meccanica la giornata lavorativa e, quindi, il tempo
assoluto di lavoro avrebbero dovuto aumentare co¬
stantemente. Citando il rispettabile Eschwege come
un’autorità, Senior afferma:
« La differenza tra un’ora di lavoro in qualunque
cotonificio e un’ora di lavoro in altre attività sorge
per due ragioni: 1) prevalenza del capitale costante
su quello circolante, cosa che rende desiderabile il
prolungamento del tempo di lavoro » (W.N. Senior.
Letters on the Factory Act, as it affects the cotton
manifacture. London, 1837, p. 11).
38
KARL MARX
Via via che aumenta il capitale costante rispetto
a quello circolante,
« i motivi che, determinano il prolungamento del
tempo di lavoro diventano sempre più consistenti,
poiché questo è l’unico mezzo che consente ad una
grande massa di capitale costante di diventare red¬
ditizia ». « Quando un agricoltore lascia la sua vanga,
mi ha detto mister Eschwege, egli rende inutile per
un certo tempo un capitale di 18 pennies. Quando
uno di noi lascia una fabbrica, rende invece inutile
un capitale costato 100.000 sterline » (Op. cit., pp.
11-14).
« Rende inutile »! La produzione meccanica —
con gli ingenti capitali che vi sono stati investiti —
è stata avviata proprio perché questi capitali spre¬
mano lavoro. Per la verità essi compiono un grosso
crimine contro gli operai, ma Senior scrive invece che
« l’operaio compie di fatto un grosso crimine
contro un capitale di 100.000 sterline, quando ab¬
bandona la fabbrica! (Per questo all’inizio si è pra¬
ticato il lavoro notturno e in seguito le nostre fab¬
briche hanno lavorato normalmente 80 ore alla set¬
timana) » (Op. cit., p. 14).
« Una macchina a vapore o qualsiasi altra mac¬
china che funzioni solo alcune ore o alcuni giorni alla
settimana equivale ad una perdita di capacità pro¬
duttiva. Se funziona tutto il giorno, la macchina
produce di più, e ancora di più se funziona giorno e
notte » (J.G. Courcelle-Seneuil. Traité théorique et
pratique des entreprises industrielles, commerciales et
agricoles ou Manuel des affaires. 2-eme édition. Pa¬
ris, 1857, p. 48).
Le prime macchine per la produzione del tulle
erano molto care e all’inizio costavano dalle 1.000
alle 1.200 sterline. I proprietari di queste macchine
ammettevano di produrre di più, ma, poiché il tempo
di lavoro degli operai era stato limitato ad 8 ore,
essi non erano in grado di competere per quanto ri¬
MACCHINE
39
guardava i prezzi con il vecchio sistema di produ¬
zione. Questo elemento negativo veniva spiegato con
il fatto che inizialmente l’impianto delle macchine
costava ingenti somme. Presto, però, i fabbricanti si
sono accorti che con un identico stanziamento ini¬
ziale di capitale ed un lieve aumento del capitale cir¬
colante si sarebbe potuto costringere le macchine a
funzionare 14 ore (vedi Ch. Babbage. Traité sur l’éco-
nomie des machines et des manufactures. Paris, 1833,
p. 279).
In terzo luogo. Poiché con l’impiego delle mac¬
chine diminuisce il tempo di lavoro durante il quale
si può produrre una stessa quantità di merce, le mac¬
chine riducono il valore di tale merce e rendono il
lavoro più produttivo, producendo in uno stesso las¬
so di tempo una maggiore quantità di prodotto. Per¬
tanto la macchina influisce solo sulla forza produttiva
del lavoro normale. Però, a una certa quantità di
tempo di lavoro corrisponde la stessa quantità di
valore di prima. Perciò, appena la concorrenza ab¬
bassa il prezzo della merce prodotta con le macchine
fino al suo valore, l’uso della macchina può accre¬
scere il plusvalore, il profitto [V-202] del capitalista
solo in quanto il ribasso della merce fa diminuire il
valore del salario o il valore della forza lavoro o il
tempo necessario alla sua riproduzione.
Nel contempo qui occorre rilevare anche la cir¬
costanza, grazie alla quale, anche senza un prolun¬
gamento della giornata di lavoro, l’impiego delle mac¬
chine fa aumentare il tempo di lavoro assoluto e
quindi pure il plusvalore assoluto. Questo si ottiene
attraverso la cosiddetta condensazione del tempo di
lavoro, un fenomeno grazie al quale ogni frazione di
tempo viene riempita di lavoro più che in passato
e cresce l’intensificazione del lavoro. In seguito al¬
l’impiego delle macchine cresce, in ogni determinato
periodo di tempo, non solo la produttività (quindi
la qualità), ma anche la quantità del lavoro. Gli in¬
40
KARL MARX
tervalli di tempo, per così dire, si restringono per la
compressione del lavoro. In seguito a ciò un’ora di
lavoro equivale, forse, alla quantità di lavoro di 6/4
di ora di lavoro medio, durante il quale non s’im¬
piegano le macchine o se ne impiegano di meno per¬
fezionate.
Lì dove sono state introdotte le macchine, il per¬
fezionamento delle stesse, che riduce il numero degli
operai rispetto alla massa delle merci prodotte ed alla
massa delle macchine impiegate, s’accompagna, grazie
a quest’ultima, ad un aumento del lavoro del singolo
operaio, che sostituisce due o tre suoi compagni. La
macchina, quindi, dà ad un solo operaio la possibi¬
lità di fare ciò che prima facevano in due o tre,
costringendolo ad aumentare Ü proprio lavoro ed a
riempire con maggiore intensità ogni frazione di tem¬
po lavorativo. Per questo la forza di lavoro si logora
più rapidamente nel corso della medesima ora la¬
vorativa...
In quarto luogo. Sostituzione della cooperazione
semplice con la macchina.
La macchina, così come ha eliminato o rivoluzio¬
nato la cooperazione sviluppatasi prima della divi¬
sione del lavoro, in parecchi casi ha eliminato o ri¬
voluzionato anche la cooperazione semplice. Se, per
esempio, operazioni come la falciatura, la semina e
così via richiedono il lavoro simultaneo di tante brac¬
cia, queste ultime vengono sostituite dalla macchina
falciatrice o seminatrice. La stessa cosa capita nella
spremitura dell’usa, qunado la pressa sostituisce i
piedi dell’operaio. Ancora la stessa cosa si verifica
quando la macchina a vapore viene impiegata per
sollevare i materiali da costruzione in cima al fab¬
bricato e, in generale, in alto, dove essi [V-206] deb¬
bono essere utilizzati...
In quinto luogo. Invenzione e impiego delle mac¬
chine per contrastare gli scioperi, ecc., e le rivendi¬
cazioni di aumento del salario.
MACCHINE
41
Gli scioperi avvengono nella maggior parte dei
casi o per impedire la riduzione del salario, o per
costringere il capitalista ad aumentarlo, o per fissare
i limiti della giornata lavorativa normale. L’obiettivo
è sempre (nella maggior parte dei casi) quello di li¬
mitare la massa assoluta o relativa di pluslavoro op¬
pure quello di trasferire all’operaio una parte di que¬
sto pluslavoro. Per controbilanciare l’azione degli ope¬
rai il capitalista introduce le macchine. In tal caso
la macchina interviene direttamente come strumento
di riduzione del tempo di lavoro necessario.
Essa interviene anche, come forma del capitale,
come strumento del capitale, come potere del capi¬
tale sul lavoro — per reprimere ogni rivendicazione
di autonomia da parte del lavoro.
Qui, la macchina, anche intenzionalmente, si pre¬
senta come forma di capitale ostile al lavoro. I self
acting nella filatura, le macchine per la pettinatura
della lana, i cosiddetti « condenser » al posto del-
l’addoppiatoio a mano (sempre nella filatura della
lana), ecc. sono tutte macchine inventate per repri¬
mere gli scioperi.
L’effetto dell’impiego di queste nuove macchine
è quello di rendere del tutto superfluo il precedente
tipo di lavoro (quello del filatore nel caso dei self
acting) oppure di ridurre il numero degli operai ri¬
chiesti, e semplificare il nuovo lavoro rispetto al pre¬
cedente (il lavoro dei pettinatori, ad esempio, è stato
semplificato dalla introduzione della macchina petti-
natrice).
[V-208]. In sesto luogo. Aspirazione degli ope¬
rai ad appropriarsi parzialmente dei frutti della pro¬
duttività del loro lavoro, accresciuto attraverso le
macchine...
In settimo luogo. Maggiore continuità del lavoro.
Utilizzazione degli scarti, ecc. Nello stadio conclusivo
è possibile produrre di più, se con Vausilio delle mac¬
chine si fornisce più materia prima.
42
KARL MARX
La continuità del lavoro cresce con l’impiego
delle macchine e in generale del capitale costante...
La macchina inventata nel 1793 da Eli Whitney
(del Connecticut) per separare il cotone dai semi,
fornendo la fibra ai filatori, faceva la stessa cosa del
filatoio, che nell’industria tessile forniva il filato ai
tessitori. Il proprietario delle piantagioni aveva ab¬
bastanza negri per seminare una grande quantità di
cotone, non abbastanza però per separare la fibra dai
semi. Questo fatto riduceva sensibilmente la quan¬
tità di materia prima prodotta ed elevava il costo,
per esempio, di una libbra di cotone...
[Espulsione degli operai da parte delle macchine]
[V-211]. ...La macchina sostituisce un certo nu¬
mero di operai o realmente, prendendo il loro posto
(ciò avviene ogni volta che si tratta di operazioni
non nuove, precedentemente compiute senza macchi¬
na); o ipoteticamente, se dovesse essere necessario
sostituire un determinato numero di operai. Se noi,
ad esempio, parliamo dei milioni di operai (Hodgs-
kin)2 che oggi fabbricano i prodotti dell’industria
tessile, il discorso verte sul numero di operai che
occorrerebbe per sostituire le macchine. Altra cosa
è dire che tot tessitori finiscono sul lastrico in se¬
guito all’introduzione del telaio meccanico. In questo
caso il discorso verte su quegli operai che la mac¬
china ha sostituito. C’è una bella differenza. Una
volta introdotta e divenuta la base di una qualche
branca produttiva (non incontrando più la concor¬
renza della manifattura), la macchina espelle operai
nella misura in cui viene perfezionata. Ma la pro¬
duzione si allarga sulla base di un certo perfeziona¬
2 Hodgskin, Thomas (1787-1869), v. Popular politicai
economy, London 1837; Labour defended against the claims
of capital..., London 1825.
MACCHINE
43
mento delle macchine ancora prima di raggiungere
un più elevato grado di perfezione. Se, per esempio,
col telaio a mano lavoravano 10 persone, mentre con
quello meccanico ne lavorano 20, e se un telaio mec¬
canico rimpiazza 10 telai a mano, i 20 operai al telaio
meccanico producono tanto quanto producevano pri¬
ma 200 persone. Essi però non hanno espulso o so¬
stituito 200 persone. Il primo telaio meccanico ne
ha espulse 9. Agli altri 19 telai meccanici sono ad¬
detti 19 operai. Pertanto non si può affermare che
la forza produttiva ha rimpiazzato 190 persone, per¬
ché senza i telai meccanici ne sarebbero occorse 200.
La forza produttiva s’è soltanto decuplicata. Se fosse
stata inventata una nuova macchina, con la quale 10
persone avessero potuto produrre tanto quanto 20
con le precedenti, allora 200 persone sarebbero state
sostituite da 100 operai, oppure 100 persone sareb¬
bero finite sul lastrico. Se il numero di questi telai
meccanici salisse a 20, gli addetti diventerebbero 20,
mentre cui precedenti sarebbero occorse 400 persone.
Coi telai iniziali (a mano) ne sarebbero occorse 4.000.
Però non si sarebbe verificata la sostituzione di 4.000
persone, che non esistevano. Il primo telaio mecca¬
nico ha rimpiazzato 10 telai a mano, mentre il se¬
condo, a sua volta, ha sostituito solo due telai mec¬
canici obsoleti. Pertanto la forza produttiva è cre¬
sciuta nella proporzione di 20 a 1. La forza produt¬
tiva è aumentata di venti volte. Se un simile svilup¬
po si fosse verificato in tutte le branche, l’operaio
avrebbe avuto bisogno di un tempo venti volte in¬
feriore per riprodurre i propri mezzi di sostenta¬
mento. Perciò, se all’inizio all’operaio appartenevano
11 ore, adesso gli appartengono 11/20 di ora, e tutto
il resto della sua giornata lavorativa, 11 ore e 9/20,
appartiene al capitalista. Uno sviluppo di questo ge¬
nere si compirebbe, tuttavia, non uniformemente e
non dappertutto.
Si deve aggiungere che la massa del pluslavoro
44
KARL MARX
non è determinata da quegli operai che sono sosti¬
tuiti dalla macchina, ma da quelli che essa impiega.
Cherbuliez3 si dimentica proprio di questo elemento.
La produttività della macchina (ed il suo basso
prezzo) non è determinata dalla massa di operai che
essa sostituisce, ma dalla massa di operai che essa
aiuta nel lavoro. Eppure queste due espressioni
[V-212] sono in un certo senso identiche.
(Poiché il lavoro della macchina riduce il tempo
di lavoro necessario alla produzione di ogni singola
merce, cioè aumenta la massa di merci prodotte nello
stesso tempo di lavoro, possono verificarsi due casi.
Primo caso. La merce fa parte della gamma dei
beni consumati dagli operai. Allora, astraendo da
quanto detto sopra, aumenta la massa di lavoro che
può essere indirizzata alla produzione di merci non
appartenenti alla gamma dei beni consumati dagli
operai, nella qual cosa, di conseguenza, può trovare
una sua espressione anche il pluslavoro. Si allarga la
base sulla quale possono poggiare e la classe supe¬
riore, numericamente cresciuta, e contemporaneamen¬
te anche il consumo della stessa. Tuttavia, si allarga
pure la base sulla quale può poggiare una classe ope¬
raia più numerosa, ovvero la massa di materiale vivo
sui cui sforzi fa leva la classe superiore.
Secondo caso. La merce non fa parte della gam¬
ma dei beni consumati dagli operai. Allora, o diven¬
tano meno costosi i beni voluttuari o si libera forza-
lavoro che può essere applicata ad una nuova sfera).
Ripartizione del valore deìle macchine, dei fab¬
bricati, ecc. tra la massa delle merci prodotte.
Il capitale costante, dal momento che il suo va¬
lore relativo (proporzionale a tutto il capitale) entra
nel saggio di profitto come fattore determinante non
deve essere preso affatto in considerazione nell’ana¬
3 Cherbuliez, Antoine-Elisée (1797-1869), v. Ricbesse
ou pauvreté, Paris 1841.
MACCHINE
45
lisi del plusvalore in quanto tale. Perciò l’abbiamo
esaminato come una quantità indifferente C sia nella
sezione sul plusvalore assoluto che in quella della
cooperazione, della divisione del lavoro e così via.
Nondimeno, nell’analisi della produzione meccanica
noi dobbiamo inevitabilmente occuparci, in modo spe¬
cifico, del capitale costante. E in questo non si deve
vedere una incoerenza. A tal fine si deve prestare
attenzione a due casi:
1. Il plusvalore relativo può essere creato solo
in quanto le merci appartenenti alla gamma dei beni
consumati dagli operai (mezzi di sussistenza) diven¬
tano meno costose e quindi il loro valore, cioè la
quantità di tempo di lavoro richiesta per la loro
produzione, diminuisce.
Ma il tempo di lavoro contenuto nella merce si
compone di due parti:
a) del tempo di lavoro passato, che è contenuto
nei mezzi di lavoro impiegati per produrre la merce
e nelle materie prime, se ce ne sono state;
b) del lavoro vivo aggiunto a queste ultime o,
per dirla in breve, del lavoro che si applica alla ma¬
teria prima per il tramite delle macchine.
Tutti i metodi di riduzione del tempo di lavoro
necessario per la produzione della merce e, quindi,
di diminuzione del valore di questa, non riguardano
il valore ohe entra nella produzione della materia
prima. (In caso estremo si risparmia sulla materia
prima nella produzione su più vasta scala). Pertanto,
questa parte di lavoro passato che entra nel valore
della merce qui non viene presa affatto in conside¬
razione. Tutti i metodi cui ci riferiamo hanno la
caratteristica generale di ridurre in misura più o
meno grande il lavoro vivo, che influisce sul lavoro
passato...
[V-213]. Adesso resta da esaminare ancora quel¬
la parte del lavoro passato che si trova nei mezzi e
nelle condizioni di lavoro (come, ad esempio, gli
46
KARL MARX
edifici, ecc.). Questa parte del lavoro passato resta
immutata nella cooperazione semplice e nella divi¬
sione del lavoro. I mezzi e le condizioni di lavoro,
al contrario, diminuiscono di costo in seguito alla
loro concentrazione ed alla globalità dell’uso. Con
l’impiego delle macchine, tuttavia, le cose cambiano.
Qui abbiamo un elemento specifico. La riduzione del
lavoro vivo si fonda qui su una rivoluzione in seno
a questa parte del capitale costante: per dirla in ter¬
mini più grossolani, al posto dello strumento di pro¬
duzione semplice ed a buon mercato ne succede un
altro complesso, in grande quantità e costoso.
Per questo, se dopo l’introduzione delle macchine
la merce rincarasse nella stessa misura (o anche di
più), in cui, nell’altro caso, diminuisse di prezzo in
seguito all’accelerazione della sua azione ed alla ri¬
duzione del lavoro vivo in essa investito, il suo va¬
lore non si abbasserebbe. Una parte integrante del
valore della merce si abbasserebbe a causa dell’eleva-.
mento dell’altra. Nella quantità complessiva del tem¬
po di lavoro necessario per la produzione della merce
non avverrebbe nessun cambiamento, ragion per cui
non vi sarebbe neppure produzione di plusvalore. Per¬
tanto, poiché questo metodo di creazione di plus¬
valore relativo si basa su un rivoluzionamento in
seno ad una determinata parte del capitale costante
e per questo si distingue dagli altri metodi, occorre
qui esaminare tale problema in maniera particolar¬
mente dettagliata. Se analizzato in generale, esso vie¬
ne risolto in modo tale, che la massa globale [V-214]
delle merci prodotte con le macchine è così grande
da attribuire ad ogni porzione di merce una parte
integrante del valore (la parte consistente nel valore
del logorio) delle macchine, dei fabbricati e dei mez¬
zi tecnici necessari al funzionamento delle macchine
più piccola di quella che si avrebbe, se la stessa
merce fosse prodotta con il vecchio sistema e con
l’ausilio dei vecchi strumenti artigiani. L’esistenza
MACCHINE 47
di queste due condizioni, però, dipenderà, a sua volta,
dalle seguenti circostanze:
a) dalla massa delle merci che ogni singolo ope¬
raio può produrre tramite le macchine in un dato
tempo di lavoro, per esempio in una giornata lavo¬
rativa;
ß) dalla massa degli operai — se è osservata
la condizione sopra indicata — il cui lavoro aiuta
contemporaneamente l’azione delle macchine e fa di¬
minuire relativamente la parte del valore di tutte le
macchine che tocca a ciascuno degli operai singolar¬
mente preso;
y) dallo scarto tra il periodo in cui la macchina
partecipa al processo lavorativo ed il periodo in cui
essa partecipa al processo di valorizzazione. Se, ad
esempio, la macchina funziona per 15 armi, in cia¬
scuno di questi anni essa entra per intero nel processo
lavorativo, mentre entra solo per un quindicesimo nel
processo di valorizzazione. Perciò il prodotto globale
annuo in forma di merce non contiene in nessun caso
più di 1/15 del valore della macchina.
2. Occorre fare una netta distinzione tra il pro¬
blema della misura in cui il capitale costante influi¬
sce sul saggio di profitto (questo conduce all’analisi
del problema del rapporto del plusvalore con il va¬
lore del capitale anticipato, senza considerare affatto
le funzioni delle sue varie parti) e il problema della
misura in cui una certa forma del capitale costante
(macchine, ecc.) fa diminuire il prezzo di ciascuna
merce oppure il tempo di lavoro (passato e presente)
contenuto in essa.
Naturalmente, per il loro contenuto ambedue i
problemi si riducono ad una identica cosa. Qui, però,
uno stesso fenomeno viene esaminato da due punti
di vista del tutto diversi. Nel primo problema noi
analizziamo come diminuisce il costo della merce
(e insieme, poiché questa entra nel novero dei beni
consumati dall’operaio, come diminuisce il costo della
48
KARL MARX
forza-lavoro), ossia come diminuisce la quantità com¬
plessiva di lavoro, passato e vivo, necessaria alla sua
produzione. Nel secondo problema esaminiamo come
una variazione nelle interrelazioni tra massa e valore
delle parti integranti del capitale incide sul rapporto
del plusvalore con Finterò capitale anticipato (ossia
sul saggio di profitto). L’analisi del secondo proble¬
ma presuppone la presenza del plusvalore, presup¬
pone cioè l’esistenza di tutta la produzione capitali¬
stica (ed anche del processo di circolazione). L’analisi
del primo problema non presuppone niente tranne
la legge generale sul valore della merce' e delle leggi
che ne derivano sul valore della forza-lavoro e sul
rapporto del plusvalore con quest’ultima.
3. La confusione di questi due problemi: dimi¬
nuzione del tempo di lavoro necessario per la pro¬
duzione di una singola merce (o di una massa di
merci) e la correlazione, da un lato, tra plusvalore e
lavoro necessario e, dall’altro, tra il valore e la massa
delle diverse parti integranti del capitale, è fonte di
grossi errori.
Occupiamoci inizialmente dell’errore più grave.
Se si è compresa la sostanza della produzione capita¬
listica, non sembrerà per niente una contraddizione
il fatto che il tempo di lavoro necessario per la fab¬
bricazione di una qualche merce diminuisce, mentre,
al contrario, il tempo totale che l’operaio deve spen¬
dere per la produzione di queste merci a minor costo
aumenta.
E invece ciò costituisce effettivamente un’incom-
prensibile contraddizione per gli economisti, i quali
ritengono che la macchina viene inventata ed impie¬
gata non per ridurre il tempo di lavoro necessario
all’operaio per produrre una certa merce, ma per
accorciare il tempo di lavoro che l’operaio deve in¬
teramente cedere come equivalente del suo salario.
Si crea inoltre una grande confusione quando,
da un lato, si spiega il profitto con il fatto che la
MACCHINE
49
macchina riduce il tempo di lavoro dell’operaio e,
dall’altro, si dimostra (Senior ed altri) che l’impiego
delle macchine porta necessariamente ad un prolun¬
gamento di questo tempo di lavoro.
In secondo luogo. Per quanto riguarda il lavoro
dell’operaio, si deve osservare che quello retribuito
si riduce, mentre aumenta quello non retribuito. Que¬
sto deriva [V-215] dal fatto che la massa di tempo
di lavoro contenuta nella merce e la proporzione in
cui questo tempo di lavoro si ripartisce tra il capi¬
talista e l’operaio sono due cose completamente di¬
verse. Se il capitalista vende una qualche merce ad
un prezzo più basso, non è detto affatto che egli ri¬
cavi dalla stessa un minor profitto, cioè realizzi in
essa meno plusvalore. Più spesso le cose stanno esat¬
tamente al contrario. A ciò si deve aggiungere che
non bisogna considerare prodotto del capitale la sin¬
gola merce, bensì la quantità complessiva delle merci
prodotte in un determinato periodo.
Prolungamento del tempo di lavoro assoluto nel
sistema di fabbrica (factory-system).
Un’organizzazione del lavoro sviluppata, corrispon¬
dente alla produzione meccanica su base capitalistica,
è quella del sistema di fabbrica o factory-system, che
predomina persino nella grande agricoltura moderna
con le dovute correzioni richieste dalle peculiarità
di questa sfera della produzione.
La tesi fondamentale è che il plusvalore ottenuto
dal capitalista non ha origine nel lavoro sostituito
dalla macchina, ma nel lavoro che viene impiegato
sulla base della produzione meccanica.
La dimensione del plusvalore è determinata da
due cose: in primo luogo, dal saggio di sfruttamento
di ciascun operaio o dalla massa di pluslavoro per
ogni giornata lavorativa di un singolo operaio; in
secondo luogo, dal numero degli operai contempora¬
neamente impiegati, sfruttati da un certo capitale.
L’introduzione delle macchine riduce l’incidenza
50
KARL MARX
del secondo fattore, mentre rafforza quella del primo.
Essa accresce il plusvalore di ogni singolo operaio,
ma fa diminuire il numero degli operai contempora¬
neamente sfruttati da un dato capitale. Pertanto lo
stesso metodo che tende ad accrescere il saggio di
plusvalore tende anche nella direzione opposta del¬
l’indebolimento dell’altro fattore di espansione della
massa del plusvalore. Se venti persone lavorano 12
ore al giorno, due delle quali costituiscono il plus¬
valore, la massa di plusvalore è uguale a 40 ore di
lavoro (2x20), cioè a tre giornate lavorative di 12
ore ciascuna più 4 ore. Se 10 persone lavorano 12
ore al giorno, 4 delle quali di pluslavoro, la massa
del plusvalore è ancora di 40 ore, come nel primo
caso. Sei persone, ciascuna delle quali faccia 6 ore
di pluslavoro, producono invece solo 36 ore di plus¬
valore. Se una stessa quota di capitale mettesse in
opera nel primo caso venti persone e nel secondo sei,
la massa di plusvalore subirebbe una riduzione, no¬
nostante l’aumento del suo saggio.
Questa tendenza antagonistica dello sfruttamento
basato sull’impiego delle macchine spinge all’aumento
del tempo di lavoro assoluto. Se ad esempio, nel
secondo caso gli operai invece di 12 ore ne lavoras¬
sero 14, otto delle quali di pluslavoro, il plusvalore
ammonterebbe in tutto a 48 ore (6x8).
Questa ragione che induce al prolungamento as¬
soluto del tempo di lavoro, all’aumento del plusla¬
voro assoluto e della durata della giornata lavorativa,
non viene affatto riconosciuta dai capitalisti e dai
loro esegeti.
Il fenomeno di cui trattiamo si manifesta appena
la produzione meccanica s’è sufficientemente diffusa
sotto la spinta della concorrenza e sviluppata tanto
da far abbassare il valore sociale, il valore di mercato
delle merci prodotto con l’ausilio delle macchine, fino
al loro valore individuale, impedendo in tal modo al
capitalista di mettersi in tasca questa differenza.
MACCHINE
51
Sta in questo il motivo del prolungamento asso¬
luto del tempo di lavoro, motivo che non dipende
affatto dalla realizzazione di quella parte del capitale
costante composta dalle macchine e dai fabbricati e
che, essendo più tangibile, penetra immediatamente
nella coscienza dei capitalisti e dei loro esegeti.
Il motivo indicato è assai semplice ed è general¬
mente valido per ogni pluslavoro, ma acquista un
particolare significato nei casi in cui il valore e la
massa del capitale investito nei mezzi di lavoro rag¬
giungono proporzioni enormi.
Innanzi tutto non vi è alcuna necessità di spese
supplementari per macchine ed edifici, se il lavoro
dura 24 ore invece di 12; per altro, se contempora¬
neamente si deve assorbire molto più lavoro, deb¬
bono essere aumentate le spese per i fabbricati e le
macchine [V-216] e in una certa misura per le mac¬
chine che producono forza motrice. Attraverso que¬
sta via si ottiene anche una diminuzione di costo
della merce. E’ indifferente che il valore delle mac¬
chine si distribuisca nello spazio, su una maggiore
quantità di lavoro, secondo il numero degli operai
che lavorano uno accanto all’altro, aiutati contempo¬
raneamente da quelle macchine, o si distribuisca in¬
vece nel tempo, come quando lo stesso numero di
operai è aiutato nel lavoro dalle medesime macchine
non 12 ma 24 ore.
Il tempo assoluto di riproduzione degli edifici
resta più o meno lo stesso, entrino essi nel processo
lavorativo come condizioni produttive 12 oppure 24
ore.
Il tempo assoluto di riproduzione della macchina
in sé non si riduce nella stessa misura in cui si pro¬
lunga Ü suo servizio attivo. Tuttavia il tempo di ri-
produzione del suo valore, al contrario, si riduce
proporzionalmente alla durata del suo servizio...
Sostituzione degli strumenti di lavoro e delle mac¬
chine.
52
KARL MARX
Qui va fatto notare che la macchina non sosti¬
tuisce solo il lavoro vivo, ma anche lo stesso operaio
ed il suo strumento artigiano. Quest’ultima sostitu¬
zione, naturalmente, può essere quanto mai insigni¬
ficante, come quando, ad esempio, le macchine da
cucire rimpiazzano il lavoro di cucitura. Nella mag¬
gior parte dei casi non si tratta neppure di una so¬
stituzione, poiché lo strumento di lavoro ricompare
nella macchina, anche se il numero di tali strumenti
cresce a. dismisura ed essi dal punto di vista mecca¬
nico mutano più o meno il loro aspetto.
Concentrazione degli operai nel sistema di fab¬
brica.
Ci occuperemo in seguito delle peculiarità della
cooperazione sorta nel sistema di fabbrica, fondata
sulla divisione del lavoro a differenza sia della coo¬
perazione semplice che della manifattura.
Qui però occorre rilevare innanzi tutto che la
produzione meccanica sviluppata — cioè il sistema
di produzione basato sull’impiego delle macchine —
presuppone la concentrazione degli operai in un po¬
sto, cioè la loro concentrazione spaziale sotto la di¬
rezione del capitale. Questa concentrazione costitui¬
sce una condizione della produzione meccanica.
La macchina che produce forza motrice — così
come il meccanismo di trasmissione, che distribuisce
e trasmette tale forza — diminuisce relativamente
di costo e diminuisce tanto più quanto maggiore è
il sistema di macchine in seno al quale essa viene
utilizzata. I costi diminuiscono, relativamente, anche
per i fabbricati, il riscaldamento, la sorveglianza, ec¬
cetera, cioè, in breve, per tutte le condizioni di la¬
voro oggettive e necessarie, di cui usufruisce nell'in¬
sieme la massa degli operai. Al sistema di macchine
che funzionano contemporaneamente deve corrispon¬
dere un esercito di operai impiegati contemporanea¬
mente, in parte per attuare una divisione del lavoro
propria del sistema delle macchine, in parte per rea¬
MACCHINE
53
lizzare il suo sistema specifico di cooperazione sem¬
plice, lo sfruttamento contemporaneo di parecchi ope¬
rai che debbono compiere le stesse operazioni. Per¬
ciò, sebbene il numero degli operai messi in azione
da un dato capitale ed il numero degli operai richiesti
per la produzione di una certa massa di merci dimi¬
nuiscano, il numero degli operai impiegati contem¬
poraneamente dai singoli capitalisti, o che lavorano
su loro ordine, aumenta. Aumenta cioè la concentra¬
zione degli operai che lavorano insieme sotto il pro¬
filo spaziale e temporale.
Poiché in un simile sistema il capitale operante
nella sfera produttiva assume la forma di una im¬
ponente massa di ricchezza sociale, pur appartenendo
in realtà al singolo capitalista, ed a questa massa di
ricchezza sociale non corrisponde nessuna possibile
capacità di lavoro e produttività di un singolo indi¬
viduo, anche il sistema degli operai che lavorano con¬
giuntamente assume la forma dei grandi raggruppa¬
menti sociali.
[V-217]. Intensificazione del lavoro
Se indichiamo il capitale variabile con la lettera
V, il capitale costante con la C ed il pluslavoro con¬
tenuto nel prodotto con la X, il valore delle merci
prodotto da un determinato capitale, supposto che
tutto il capitale costante entri nel processo di valo¬
rizzazione e considerando solo il plusvalore assoluto,
è dato da: C + V + X.
I metodi che accrescono il plusvalore relativo
non cambiano affatto questa formula. Essi non ele¬
vano il valore del prodotto globale. Il capitale co¬
stante può aumentare, perché aumenta la massa e
quindi anche il valore della materia prima. La stessa
cosa può accadere perché aumenta il valore delle
macchine. Tuttavia il valore di C resta immutabile.
Esso si ripresenta nel prodotto. Allo stesso modo
non cambia neppure X. Il capitale variabile (V) si
trasforma nel processo lavorativo in V + X, dove
54
KARL MARX
V è il tempo di lavoro necessario e X quello ecce¬
dente. In sostanza, V + X rappresenta Pintera gior¬
nata lavorativa. Essa non viene alterata dai metodi
con cui si crea il plusvalore relativo. In altri termini,
per quanto si accresca con questi metodi la massa
dei prodotti fabbricati in una giornata lavorativa, il
valore di tali prodotti non aumenta, anche se in se¬
guito alla riduzione di costo della produzione e quin¬
di anche dei mezzi necessari alla riproduzione della
forza lavoro cambia la ripartizione del tempo di la¬
voro in retribuito e non retribuito. (Il valore del
prodotto globale, di una giornata lavorativa ad esem¬
pio, può aumentare; diciamo che si può produrre
più filato di cotone, ecc.; in breve, questo si verifica
perché nello stesso tempo si adopera più capitale
costante).
Vi è però un 'eccezione. Una eccezione che si svi¬
luppa proprio in rapporto al lavoro delle macchine.
Alludiamo qui alla condensazione del lavoro o, se il
fenomeno deriva da uno sviluppo della forza produt¬
tiva sociale del lavoro, alla sua intensità, allorquando
i periodi di tempo lavorativo vengono riempiti con
ritmo talmente eccezionale, e ciò diventa talmente
una peculiarità del lavoro in particolari sfere pro¬
duttive, che un’ora di lavoro più intensivo è uguale
ad un’ora di lavoro più estensivo + X. Ad un certo
grado di sviluppo della produzione si deve perdere
in intensità di lavoro quello che si guadagna grazie
all’estensione. E viceversa. Ma in questi casi la so¬
stituzione della quantità con il livello non può essere
oggetto di ragionamenti speculativi. Se si ha un fatto,
si ha anche il semplice metodo sperimentale della
sua verifica; per esempio, adesso l’operaio spende
regolarmente durante la settimana la stessa quantità
di lavoro per 10 o 10,5 ore e non sarebbe fisicamente
in condizione di fare altrettanto per 12 ore.
Qui emerge la necessità di ridurre la giornata
lavorativa normale o completa in seguito alla mag-
MACCHINE
55
giore condensazione del lavoro, che comporta un
maggior consumo di energia intellettuale, una mag¬
giore tensione nervosa e insieme una maggiore ten¬
sione fisica. Con la crescita dei due momenti, cioè
della velocità e del volume (o massa) delle macchine
cui sono addetti gli operai, si giunge necessariamente
ad un punto critico, dopo il quale l’intensità e l’esten-
sività del lavoro non possono aumentare contempora¬
neamente; esse si escludono a vicenda inevitabilmen¬
te. In questo caso il pluslavoro non solo può rima¬
nere lo stesso, ma anche aumentare, nonostante la
riduzione del tempo di lavoro assoluto.
Ciò avviene per due ragioni: da un lato, perché
cresce la produttività del lavoro, e cioè per la legge
generale che definisce il plusvalore relativo; dall’al¬
tro, perché un’ora di lavoro più intenso, non viene
mai presa in considerazione, in quanto tale, e di con¬
seguenza il suo prodotto è pari, ad esempio, al valore
di un’ora e mezza di lavoro estensivo nel precedente
sistema di produzione. Un’ora di lavoro più intenso
— in tal caso per la normale e generale legge di una
specifica sfera produttiva e non per qualcosa di in¬
dividuale o casuale — non viene mai considerata
per ciò che essa realmente rappresenta, non viene
vista cioè come una maggiore massa di lavoro o come
tempo di lavoro più compatto, diverso da quello più
diluito. Finché l’intensità cresce contemporaneamen¬
te al tempo di lavoro assoluto, l’operaio non lavora
solo di più, ma lavora di più due volte, eppure
un’ora di lavoro più intenso non viene considerata
come tale. Comincia ad esserlo dal momento in cui
l’intensità in aumento diventa una barriera reale, tan¬
gibile e precisa contro il prolungamento del tempo
di lavoro medesimo.
Si spiega così il motivo, per cui con l’entrata in
vigore della legge sulla giornata lavorativa di dieci
ore è aumentata non solo la produttività di quei
settori dell’industria inglese, dove è stata applicata
56
KARL MARX
la legge, ma anche la massa del loro valore, mentre
il salario ha registrato una flessione, piuttosto che
[V-218] un aumento.
Naturalmente occorre sempre ricordarsi che, quan¬
do ci troviamo di fronte ad un fenomeno economico,
non dobbiamo applicare in modo semplice e imme¬
diato le leggi economiche generali. Ad esempio, nel
fatto citato più sopra è indispensabile considerare
una molteplicità di circostanze, che hanno una vaga
relazione con l’oggetto del nostro studio e la cui spie¬
gazione sarebbe persino impossibile senza indagini
preliminari relative a connessioni più concrete di
quelle di cui qui ci occupiamo. Si pensi, per esem¬
pio, all’aumento della domanda verificatosi di pari
passo con l’allargamento del mercato mondiale, dal
tempo delle scoperte delle miniere d’oro in California
ed Australia con la serie di circostanze che esse de¬
terminarono. Ricordiamo l’influenza esercitata dai
bassi prezzi e dall’importazione in massa della ma¬
teria prima (il cotone) e così via su singoli comparti
dell’industria tessile, proprio nel periodo in cui ebbe
luogo il fenomeno citato.
Infine, la misura del valore, ad esempio del co¬
tone, è determinata non dall’ora di lavoro inglese,
ma dal tempo di lavoro necessario, in media, sul
mercato mondiale. Tuttavia, indipendentemente da
tutto ciò, i resoconti aziendali inglesi ribadiscono una¬
nimemente due fatti: 1) dopo l’entrata in vigore
della legge sulla giornata lavorativa di dieci ore (in
seguito portata a IOV2) si apportarono alle mac¬
chine una quantità di miglioramento minuti e par¬
ziali assai maggiore che in ogni altro periodo pre¬
cedente, pur mantenendole immutabili come non mai;
2) la rapidità di funzionamento e la quantità di mac¬
chine affidate a ciascun operaio provocarono un sen¬
sibilissimo aumento dell’intensità del lavoro fisico e
intellettuale.
Andando avanti, questi resoconti non lasciano dub¬
MACCHINE
51
bi di sorta circa altri due fatti: 1) senza la legge sul¬
la giornata lavorativa di 10 ore, senza la limitazione
della giornata lavorativa assoluta, non sarebbe avve¬
nuto questo grosso sconvolgimento nella produzione
industriale, sconvolgimento conquistato tramite la fis¬
sazione per legge di un limite estremo di sfrutta¬
mento dell’operaio; 2) senza l’alto grado di svilup¬
po tecnologico già raggiunto e senza il conseguimen¬
to dell’attuale grado di sviluppo dei mezzi ausiliari
di cui dispone la produzione capitalistica, questo espe¬
rimento sarebbe stato impossibile, ossia non sarebbe
stato coronato tanto presto da un così brillante suc¬
cesso.
Se tutte le branche dell’industria fossero state
sottoposte ad una tale limitazione, e con lo stesso
successo, avessero cioè raggiunto un livello altret¬
tanto alto di intensità del lavoro, allora questa in¬
tensità sarebbe stata ritenuta una regola generale o
non si sarebbe manifestata invece come una peculia¬
rità di una certa branca del lavoro. Se così fosse stato,
si sarebbe solo fissato una nuova giornata lavorativa
normale media. Tutta la giornata lavorativa sarebbe
stata ridotta, e così anche il tempo di lavoro neces¬
sario e il pluslavoro dell’intera giornata lavorativa
(media) nelle diverse branche della produzione. (La
giornata lavorativa inglese, della durata di IOV2 ore,
non solo è più produttiva, ma contiene anche, pro¬
babilmente, la stessa quantità di lavoro compresa in
24 ore lavorative effettuate nelle fabbriche tessili
di Mosca).
Il sistema di produzione capitalistico, in gene¬
rale, rende più denso il tempo di lavoro, aumenta la
quantità di lavoro spesa in un determinato interval¬
lo di tempo, cioè la massa di lavoro che viene effet¬
tivamente spesa nel corso di un’ora o di 12 ore. Di
fatto ciò equivale ad un aumento della continuità
del lavoro del singolo operaio (proprio dell’operaio
singolo, astraendo dalla continuità del processo pro-
58
KARL MARX
duttivo, ossia dal suo svolgimento costante durante
tutti i periodi di tempo). Questo già di per sé porta
alla formale sottomissione del lavoro al capitale, pro¬
prio come la frusta nelle condizioni del sistema pro¬
duttivo fondato sulla schiavità. L’intensità viene ac¬
cresciuta ancora di più tramite la cooperazione, spe¬
cie col metodo della divisione del lavoro, e soprat¬
tutto tramite le macchine, quando l’azione continua
di ogni singolo operaio è legata e subordinata all’at¬
tività di un intero complesso, nel quale la persona
a se stante è soltanto un anello. Questa intensità
aumenta con particolare impeto nella officina mecca¬
nizzata, contraddistinta da una regolarità cadenzata
e dalla instancabilità della forza morta della natura,
del meccanismo di ferro. Un certo livello medio di
intensità del lavoro, cioè della massa di lavoro ef¬
fettivamente spesa in un dato lasso di tempo, e un
livello della stessa relativamente più elevato che nel¬
la produzione non capitalistica o solo formalmente
capitalistica (anche se l’intensità è per forza di cose
diversa nelle diverse branche produttive) costituisco¬
no qui, di regola, un presupposto generale. Si sup¬
pone che ci si riferisca a tutti gli operai, quando si
parla del tempo come misura del loro lavoro e anche
quando si parla del tempo di lavoro necessario per
la produzione di una certa merce. Qui non si tratta
di questo.
Ugualmente qui non si parla di una maggiore
(o diversa) produttività di uno stesso lavoro nel
medesimo tempo, a seconda del grado di capacità,
ecc. raggiunto grazie alla divisione del lavoro ed alla
maestria. Non si pone neppure il problema del con¬
tributo della macchina all’elevamento della produt¬
tività del lavoro. I due ultimi aspetti si collegano
alla più elevata forza produttiva del lavoro, mentre
in sostanza la massa effettiva di lavoro rimane im¬
mutata, e (nella produzione meccanica), forse, in una
certa misura potrebbe anche diminuire.
MACCHINE
59
[V-219]. Qui si parla di aumento della tensione
del lavoro, che accompagna lo sviluppo della forza
produttiva; così che in uno stesso arco di tempo non
solo si produce di più, ma si spende anche più la¬
voro, si spende più forza lavoro, proprio oltre la me¬
dia che è possibile eseguire regolarmente, da un gior¬
no all’altro, solo attraverso la limitazione della du¬
rata della giornata lavorativa. In questo caso si crea
non solo plusvalore relativo, ma anche plusvalore
assoluto, fino a quando il dato grado di intensità del
lavoro non diventa generale. Quest’ultimo caso, tut¬
tavia, presupporrebbe anche la riduzione generale del¬
l’orario di lavoro.
Del resto, sia la durata che l’intensità del lavoro
hanno dei limiti. Questi limiti si manifestano nel
fatto che ad un certo livello l’intensità può essere
elevata solo se diminuisce la durata del lavoro. Per¬
tanto, se, ad esempio, dieci ore sono la normale
giornata lavorativa media, con un corrispondente gra¬
di di intensità del lavoro o di densità del tempo di
lgvoro, cioè della massa di lavoro spesa in ciascun
intervallo di tempo, tutte le invenzioni che su questa
base, rendono il lavoro più produttivo, non accre¬
scendone la tensione, fanno aumentare solo il plus¬
valore relativo. Se con questo sviluppo delle forze
produttive fosse connesso un nuovo aumento della
densità del tempo di lavoro, sì da far crescere la
massa di lavoro spesa in uno stesso intervallo di tem¬
po, e non solo la sua produttività, si arriverebbe
presto ad una situazione in cui dovrebbe essere di
nuovo ridotta la giornata lavorativa.
Solo la spietata avidità senza scrupoli del capi¬
tale che oltrepassa brutalmente i limiti naturali del
tèmpo di lavoro (e inoltre, per una serie di circo¬
stanze, lo stesso lavoro diventa più intenso e teso
via via che si sviluppano le forze produttive), solo
questa avidità costringe la società medesima, fondata
sulla produzione capitalistica, a fissare rigidi limiti
60
KARL MARX
alla durata della giornata lavorativa normale (del re¬
sto la principale ragione che obbliga a tale passo sta,
naturalmente, nella lotta della stessa classe operaia).
Si giunge ad una situazione come questa, solo quan¬
do la produzione capitalistica esce dalla fase di non
sviluppo ed arretratezza e si costruisce una sua pro¬
pria base materiale. Alla limitazione forzata del tem¬
po di lavoro il capitale risponde con un aumento
ulteriore della densità del lavoro, che, a sua volta,
comporterà ad un dato momento una nuova ridu¬
zione del tempo di lavoro assoluto. Solo ad un più
elevato grado di sviluppo della produzione si mani¬
festa questa tendenza e sostituire il prolungamento
della giornata lavorativa con l’elevazione del grado
d’intensità del lavoro. E ciò ha rappresentato una
certa condizione del progresso sociale.
Traduzione di Stefano Trocini da « Voprosy istorii estest-
voznanija i techniki », n. 25, Mosca 1968.
Paul Mattick
Consigli e partito
I. Organizzazione e spontaneità
Poiché è un prodotto della società borghese, il
movimento socialista è legato alle vicissitudini dello
sviluppo capitalistico. Le sue caratteristiche varieran¬
no secondo le mutevoli fortune del sistema capitali¬
stico. In tempi e luoghi non adatti alla formazione di
una coscienza di classe rivoluzionaria, non si sviluppa,
o scompare. In condizioni di prosperità capitalistica
tende a trasformarsi da rivoluzionario in riformistico.
In tempi di crisi sociale può capitargli di esser to¬
talmente soppresso dalle classi dominanti. Poiché al
socialismo non si può arrivare senza un movimento
socialista, è il destino di quest’ultimo che decide se
il socialismo diverrà mai una realtà.
Tutte le organizzazioni dei lavoratori sono parte
della struttura sociale generale, e tranne che in un
senso puramente ideologico, non possono essere coe¬
rentemente anticapitalistiche. Per acquistare peso so¬
ciale entro il sistema capitalistico, devono esser op-
portuniste, vale a dire avvantaggiarsi, dei processi
sociali dati, al fine di servire i propri — limitati —
scopi. Opportunismo e realismo appaiono esser la
stessa cosa. L’opportunismo non può esser sconfitto
da un’ideologia che si opponga radicalmente alla to¬
talità dei rapporti sociali esistenti. Raccogliere len¬
62
PAUL MATTICK
tamente le forze rivoluzionarie in organizzazioni po¬
tenti pronte ad agire al momento favorevole, non
sembra cosa possibile. Soltanto organizzazioni che non
turbano i fondamenti dati della struttura sociale pos¬
sono riuscire ad acquistare una certa importanza. Se
partono con un’ideologia rivoluzionaria, la loro cre¬
scita implica l’emergere di una discrepanza tra la loro
ideologia e le loro funzioni. Contrarie allo status quo,
ma al tempo stesso operanti al suo interno, queste
organizzazioni alla fine soccombono alle forze del ca¬
pitalismo proprio in virtù dei loro successi organiz¬
zativi.
Alla svolta del secolo le organizzazioni operaie
tradizionali — partiti socialisti e sindacati — non
erano più movimenti rivoluzionari. Al loro interno
solo una piccola ala sinistra continuava ad interes¬
sarsi alle questioni della strategia rivoluzionaria, e
quindi ai problemi dell’organizzazione e della spon¬
taneità. Questo comportava il problema della coscien¬
za rivoluzionaria e del rapporto tra minoranza rivolu¬
zionaria e massa del proletariato capitalisticamente in¬
dottrinato. Era considerato improbabile che qualcosa
di più di una minoranza accettasse, mantenesse e appli¬
casse una coscienza rivoluzionaria. La massa dei la¬
voratori avrebbe agito in modo rivoluzionario soltan¬
to sotto l’impulso delle circostanze.
Questo problema acquistò una speciale impor¬
tanza a causa della scissione intervenuta nel Partito
socialdemocratico russo e del cristallizzarsi del con¬
cetto leniniano della necessità di un’avanguardia ri¬
voluzionaria costituita da rivoluzionari di professio¬
ne Avendo ben presente il fattore della spontanei¬
tà, Lenin sottolineò la specifica esigenza di una lea¬
dership e di un’attività organizzata e controllata dal 11 Vedi Che fare? (1902) e Un passo avanti e due indietra
(1904).
CONSIGLI E PARTITO
63
centro. Più i movimenti spontanei erano vigorosi e
diffusi, più diventava necessario controllarli e diri¬
gerli attraverso un partito rivoluzionario perfetta¬
mente disciplinato. I lavoratori andavano, per dir
così, protetti contro se stessi, giacché la loro man¬
canza di comprensione teorica poteva facilmente con¬
durre a dissipare la forza generatasi spontaneamente
e alla sconfitta della loro causa.
La più coerente opposizione di sinistra a questo
particolare punto di vista fu quella espressa da Rosa
Luxemburg2. Sia Lenin che la Luxemburg vedevano
la necessità di combattere l’evoluzionismo riformi¬
stico e opportunistico delle organizzazioni operaie co¬
stituite, ed entrambi esigevano il ritorno ad una linea
politica rivoluzionaria. Ma mentre Lenin perseguiva
quest’obiettivo attraverso la creazione di un nuovo
tipo di partito, Rosa Luxemburg preferiva puntare
sulla crescita dell’autodeterminazione operaia, sia in
senso generale sia entro le organizzazioni socialiste,
mediante l’eliminazione dei controlli burocratici e la
attivizzazione della base. Auspicava movimenti spon¬
tanei che contenessero l’influenza delle organizzazioni,
le quali aspiravano a concentrare il potere nelle pro¬
prie mani. Secondo la sua concezione, i socialisti do¬
vevano semplicemente contribuire a liberare le forze
creative presenti nelle azioni di massa, ed integrare
i propri sforzi con l’autonoma lotta di classe prole¬
taria. Il suo approccio postulava l’esistenza, in un
capitalismo sviluppato, di una classe operaia intelli¬
gente, capace di scoprire da sé i modi e i mezzi per
combattere per i propri interessi, e, infine, per il
socialismo.
La questione dell’organizzazione e della sponta-
2 Vedi Problemi di organizzazione della socialdemocrazia
russa (1904).
64
PAUL MATTICK
neità fu vista anche in altro modo. Georges Sorel3 e
i sindacalisti erano persuasi non solo che il proleta¬
riato potesse emanciparsi facendo a meno della guida
dell’intellighenzia, ma che dovesse liberarsi degli ele¬
menti borghesi che di solito controllavano le orga¬
nizzazioni politiche. Il sindacalismo rifiutò il parla¬
mentarismo a favore dell’attività sindacale rivoluzio¬
naria. Nella concezione di Sorel, un governo di so¬
cialisti non avrebbe minimamente modificato la po¬
sizione sociale degli operai. Se volevano essere liberi,
dovevano essere gli stessi operai a far ricorso ad
azioni e ad armi esclusivamente operaie. Il capitali¬
smo — pensava Sorel — aveva già organizzato l’in¬
tero proletariato nelle industrie. Tutto quel che re¬
stava da fare era sopprimere lo Stato e la proprietà.
E per realizzare questo obiettivo il proletariato ave¬
va bisogno non tanto della cosiddetta comprensione
scientifica delle tendenze necessarie della società,
quanto di una sorta di convinzione intuitiva che ri¬
voluzione e socialismo erano lo sbocco inevitabile
del suo continuo lottare.
Lo sciopero era visto come l’apprendistato rivo¬
luzionario degli operai. Il crescere del numero, del¬
l’ampiezza e della durata degli sciopftt tendeva ad
un possibile Sciopero Generale, vale a dire all’incom¬
bente rivoluzione sociale. Ciascun singolo sciopero
era una copia in miniatura dello sciopero generale, e
una preparazione della sollevazione finale. La cre¬
scente volontà rivoluzionaria andava misurata non sui
successi dei partiti politici, ma sulla frequenza degli
scioperi e sull’energia in questi dispiegata. La rivo¬
luzione si sarebbe svolta di azione in azione, in un
continuo fondersi — entro la lotta proletaria per
l’emancipazione — di aspetti spontanei e di aspetti
organizzativi.
Il sindacalismo, e con esso le sue filiazioni inter¬
3 Vedi Consideraizoni sulla violenza (1906).
CONSIGLI E PARTITO
65
nazionali come i Guild Socialists in Inghilterra e gli
Industrial Workers of the World negli Stati Uniti,
fu in parte una reazione alla burocratizzazione cre¬
scente del movimento socialista e alla sua politica di
collaborazione di classe. E poiché l’ideologia dei par¬
titi socialisti dominanti era il marxismo, l’opposizione
a queste organizzazioni e alla loro politica si espresse
anche come opposizione alla teoria marxiana nelle
sue interpretazioni riformiste e revisioniste. I sin¬
dacati vennero anch’essi attaccati per la loro strut¬
tura centralistica, e per l’importanza che attribuivano
agli specifici interessi sindacali a scapito dei bisogni
della classe proletaria. Ma tutte le organizzazioni —
non importa se rivoluzionarie o riformiste, se cen¬
tralizzate o federaliste — tendevano a vedere nella
propria crescita regolare e nelle propri attività quo¬
tidiane il fattore principale del mutamento sociale.
Quanto alla socialdemocrazia, essa pensava che la
società socialista sarebbe venuta come risultato fi¬
nale del crescere dei suoi iscritti e del suo elettorato,
dell’ampliarsi del suo apparato di partito e della
sua presenza nelle istituzioni politiche esistenti. Gli
Industrial Workers of the World, d’altra parte, ve¬
devano lo svilupparsi della propria organizzazione nel-
l’Unico Grande Sindacato come « la formazione della
struttura della nuova società entro il guscio della
vecchia »4.
Ma nella prima rivoluzione del Novecento fu la
massa dei lavoratori non organizzati che determinò
la natura del processo rivoluzionario. Essa realizzò
nei consigli operai, sorti spontaneamente, una sua
propria, nuova forma organizzativa. Il sistema con¬
siliare5, nato durante la rivoluzione russa del 1905,
4 Preambolo degli Industrial Workers of the World.
5 Per una storia particolareggiata dei soviet russi vedi
Oskar Anweiler, Die Rätebewegung in Russland 1905-1921,
Leiden 1958 [trad. it. Storia dei soviet 1905-1921, Roma-
Bari 1972].
66
PAUL MATTICK
scomparve con la disfatta della rivoluzione, ma solo
per tornare sulla scena, con maggior forza, nel feb¬
braio 1917. Questi consigli ispirarono la formazione
di analoghe organizzazioni spontanee nella rivoluzio¬
ne tedesca del 19186, e, in una misura alquanto
minore, nel corso delle agitazioni sociali verificatesi
in Inghilterra, Francia, Italia e Ungheria. Con il si¬
stema consiliare nasceva una forma organizzativa ca¬
pace di dirigere e coordinare — per scopi limitati o
per obiettivi rivoluzionari — le autonome attività di
masse molto vaste, in piena indipendenza, in oppo¬
sizione, o in collaborazione con le organizzazioni ope¬
raie esistenti. Cosa più importante di tutte, l’emer¬
gere del sistema consiliare provò che i movimenti
spontanei non si risolvevano necessariamente in in¬
formi tentativi di massa, ma potevano produrre strut¬
ture organizzative non meramente temporanee.
IL II 1905
Sebbene prima della rivoluzione russa del 1905
ci fossero state sporadiche organizzazioni sorte sul
luogo di lavoro, il loro pieno significato fu ricono¬
sciuto soltanto nel corso della vicenda rivoluzionaria.
I consigli — o soviet — sorsero da una serie di
scioperi, e dal bisogno, da questi emerso, di comitati
di azione e di rappresentanza per trattare con le a-
ziende interessate e con le autorità statali. Gli scio¬
peri, risultato di condizioni di vita della popolazione
lavoratrice sempre più intollerabili, furono spontanei
nel senso che non furono indetti da organizzazioni
politiche o sindacali, ma furono lanciati da operai
non organizzati, i quali per agire non avevano altra
6 Per il ruolo dei consigli operai nella rivoluzione te¬
desca vedi Peter von Oertzen, Betriebsräte in der Novem¬
berrevolution, Düsseldorf 1963.
CONSIGLI E PARTITO
67
scelta che utilizzare come trampolino e centro dei
loro sforzi organizzativi il loro luogo di lavoro. Nel¬
la Russia del tempo le organizzazioni politiche non
esercitavano ancora alcuna reale influenza sulla mas¬
sa degli operai, e i sindacati non esistevano che in
forma embrionale. Va però aggiunto che lo sviluppo
e delle organizzazioni socialiste e dei sindacati rice¬
vette un grande impulso proprio dagli scioperi spon¬
tanei e dalle successive agitazioni.
Nel 1905 c’erano nella Russia zarista circa tre
milioni di operai industriali. Oltre due milioni par¬
teciparono nel corso dell’anno ad un’ondata di scio¬
peri che, intervenendo in una situazione di crisi so¬
ciale generale, ulteriormente aggravata dalla sconfitta
della Russia nella guerra contro il Giappone, assun¬
sero ben presto un carattere politico. Benché coin¬
volgesse strati non proletari della popolazione, e an¬
che segmenti delle masse rurali, dell’esercito e della
marina, la rivoluzione trovò il suo punto di forza
decisivo negli operai in sciopero delle grandi città,
e specialmente di Pietroburgo e Mosca.
Essenzialmente la rivoluzione del 1905, natural¬
mente, fu una rivoluzione borghese, appoggiata dalla
borghesia liberale per spezzare l’assolutismo zarista
e aprire alla Russia, mediante la convocazione di
un'Assemblea costituente, la via verso le condizioni
già in atto nei paesi capitalistici più avanzati. Nella
misura in cui pensavano in termini politici, gli ope¬
rai in sciopero condividevano largamente il program¬
ma della borghesia liberale. E lo stesso vale per tutti
i partiti socialisti esistenti, i quali accettavano la ne¬
cessità di una rivoluzione borghese come pre-condi-
zione della formazione di un forte movimento ope¬
raio e di una futura rivoluzione proletaria, possibile
soltanto in più avanzate condizioni economiche e so¬
ciali. I soviet erano visti come strumenti temporanei
in una lotta che mirava da un lato a soddisfare spe¬
68
PAUL MATTICK
cifiche rivendicazioni operaie, e dall’altro ad instau¬
rare una società democratico-borghese.
Di tutti i soviet nati in Russia nel corso degli
eventi rivoluzionari, il Soviet di Pietroburgo, durato
dall’ottobre al dicembre 1905, fu forse il più rap¬
presentativo. Esso trovò il suo primo storico in Lev
Trockij, che era stato uno dei suoi dirigenti. Trockij
vide nei soviet « la risposta ad una esigenza ogget¬
tiva... per una organizzazione che fosse autorevole
senza avere una tradizione, che abbracciasse imme¬
diatamente le grandi masse disperse senza subire gli
intoppi dell’organizzazione... che fosse capace di pren¬
dere l’iniziativa, che controllasse automaticamente se
stessa e, soprattutto, che potesse sorgere dal nulla
in non più di ventiquattro ore »7.
I soviet attirarono la parte più matura — e quin¬
di, in linea generale, politicamente più avvertita —
della popolazione lavoratrice, e trovarono appoggio
nelle organizzazioni socialiste e nei nascenti sinda¬
cati. I soviet cittadini comprendevano i delegati del¬
le varie fabbriche, costituendo cosi una sorta di « par¬
lamento operaio », e avevano un comitato esecutivo.
I delegati potevano esser revocati in qualsiasi mo¬
mento. Rispetto alle organizzazioni socialiste, i soviet
erano neutrali: esse erano autorizzate ad inviare le
loro delegazioni, che potevano esprimere la loro opi¬
nione, ma non avevano diritto di voto. La differen¬
za tra queste organizzazioni tradizionali e i soviet
fu riassunta da Trockij nell’osservazione che i partiti
« erano organizzazioni nel proletariato... Il soviet di¬
venne invece subito un’organizzazione del proleta¬
riato »8.
7 Russland, in der Revolution, Dresden 1909, p. 82. [Ab¬
biamo utilizzato, qui e in seguito L. Trockij, 1905, a cura
di V. Zilli, Firenze 1971 (le righe qui citate sono a p. 110).
Come è noto, in 1905 Trockij rifuse, aggiungendovi altri
scritti, il libro del 1909. N.d.T.].
8 Ivi, p. 228 [trad, cit., p. 248].
CONSIGLI E PARTITO
69
La rivoluzione russa del 1905 rinvigorì le oppo¬
sizioni di sinistra nei partiti socialisti dell’Occidente,
ma più per la spontaneità dei suoi scioperi di massa
che per la forma organizzata assunta da queste azio¬
ni9. Non mancò però qualche eccezione. Anton Pan-
nekoek, ad esempio, si disse convinto che con gli
scioperi di massa e i soviet « le masse passive diven¬
tano attive, e la classe operaia diviene un organismo
indipendente che tealizza la propria unificazione. Nel
suo momento conclusivo, questo processo rivoluzio¬
nario dà luogo ad un’entità altamente organizzata e
fornita di coscienza di classe, pronta ad assumere il
controllo della società e a trasferire nelle proprie
mani la direzione del processo produttivo » 10 11.
Ciononostante, l’atteggiamento positivo verso la
esperienza russa non arriva ancora a trasformarsi nel
rifiuto dei metodi parlamentari dei partiti riformisti
della Seconda Internazionale.
Per Lenin, i soviet del 1905 « sono gli organi
della lotta di massa immediata. Sono sorti come or¬
gani della lotta mediante lo sciopero. La necessità li
ha spinti a diventare molto rapidamente organi della
lotta rivoluzionaria generale contro il governo... Non
una qualche teoria, non gli appelli di qualcuno, non
una tattica inventata da qualcuno, non la dottrina di
un partito, ma la forza delle cose ha condotto questi
organi apartitici di massa alla convinzione della ne¬
cessità dell’insurrezione ed ha fatto di essi gli organi
dell’insurrezione »11.
9 Vedi ad esempio R. Luxemburg, Massenstreik, Partei
und Gewerkschaften, Hamburg 1906.
10 Massenaktion und Revolution, in « Die Neue Zeit »,
XXX, Bd. 2, pp. 545, 550.
11 Die Auflösung der Duma und die Aufgaben des Pro¬
letariats (1906), in Ausgewählte Werke, Bd. III, 1932, p.
371 [trad. it. Lo scioglimento della Duma e i compiti del
proletariato, in V.I. Lenin, Opere complete, 45 voli., Roma
1955-1970, voi. XI (giugno 1906-gennaio 1907), p. 112].
70
PAUL MATTICK
Se da un lato vedeva nei soviet « gli embrioni
del governo provvisorio », che « si sarebbero inevi¬
tabilmente impadroniti del potere se l’insurrezione
fosse stata vittoriosa », ed affermava la necessità di
« spostare il centro di gravità appunto sullo studio
di questi organi embrionali del nuovo potere che la
storia ci ha dato, sullo studio delle condizioni che
possono garantire il loro lavoro e il loro sucesso » u,
dall’altro Lenin continuava ad insistere sulla indivisa
leadership rivoluzionaria del Partito socialdemocrati¬
co. Per lui « Il soviet dei deputati operai non è (...)
un organo di autogoverno proletario; in generale non
è un organo di autogoverno, ma un’organizzazione di
lotta per il raggiungimento di determinati fini »13.
Se « il POSDR non si è mai rifiutato di utilizzare
(...) determinate organizzazioni apartitiche, come i
soviet dei deputati operai », lo ha fatto « per raffor¬
zare l’influenza della socialdemocrazia sulla classe ope¬
raia e intensificare il movimento operaio socialde¬
mocratico »14.
III. Il 1917
Lenin concepiva la rivoluzione russa come un
processo che conduceva senza soluzioni di continuità
dalla rivoluzione borghese alla rivoluzione socialista.
Egli temeva che la borghesia propriamente detta
avrebbe preferito un compromesso con lo zarismo
n Ivi, p. 375 [trad, cit., p. 115].
13 Sozialismus und Anarchismus (1905), ivi, p. 335 [trad,
it. Socialismo e anarchia, in Lenin, Opere complete cit., voi.
X (novembre 1905-giugno 1906), p. 62].
14 Aus den Resolutionsentwurfen für den 5. Parteitag
der SD APR, ivi, p. 477 [trad. it. Progetti di risoluzione per
il quinto congresso del POSDR, in Lenin, Opere complete
cit., voi. XII (gennaio - giugno 1907), p. 129].
CONSIGLI E PARTITO
71
piuttosto che rischiare una rivoluzione compiutamen¬
te democratica. Spettava dunque agli operai e ai con¬
tadini poveri assumere la guida della rivoluzione in¬
combente. Era un punto di vista condiviso da altri
osservatori della scena russa, come Trockij e Rosa
Luxemburg. Nel contesto della prima guerra mon¬
diale, Lenin guardò alla rivoluzione russa da un’an¬
golazione internazionale, contemplando la possibilità
di una sua estensione ad occidente, la quale avrebbe
potuto a sua volta fornire la possibilità di distrug¬
gere il dominio borghese in Russia proprio sul na¬
scere. Ma, quale che ne fosse lo sbocco, il Partito
bolscevico doveva tentare di dominare il corso della
rivoluzione per spingerlo il più in avanti possibile
in direzione del socialismo, o quanto meno verso la
realizzazione di una trasformazione radicale in senso
democratico-borghese della società zarista.
Dopo il 1906 l’iniziativa socialista era passata di
nuovo nelle mani dei partiti politici e dei sindacati,
che andavano sviluppandosi. Queste organizzazioni
avevano guardato ai soviet come a meri surrogati
di più efficaci organismi operai a carattere perma¬
nente. Accettando la rivoluzione democratico-borghe¬
se come la tappa successiva nello sviluppo russo, i
socialisti riformisti pensavano che, in condizioni che
consentissero l’esistenza legale e la crescita delle or¬
ganizzazioni operaie tradizionali, non ci sarebbe più
stato bisogno dei soviet. Il caso dei bolschevichi era
diverso: data la loro disponibilità a prendere il po¬
tere entro la cornice di una rivoluzione borghese,
per essi l’esperienza dei soviet restava un problema.
Considerandosi l’avanguardia del proletariato, e con¬
siderando quest’ultimo l’avanguardia di una « rivo¬
luzione popolare », i bolscevichi riconoscevano che
la conquista del potere avrebbe richiesto non soltanto
il partito rivoluzionario, ma anche organizzazioni di
massa sul tipo appunto dei soviet. Ma fu solo nel
1917 che il concetto della dittatura del proletariato
72
PAUL MATTICK
attraverso i soviet divenne, per un certo tempo, la
linea ufficiale del Partito bolscevico.
Anche la rivoluzione di febbraio fu il risultato
di movimenti spontanei di protesta contro le condi¬
zioni sempre più intollerabili del tempo di guerra.
Scioperi e dimostrazioni crebbero d’intensità sino a
sboccare in un’insurrezione generale, ^che trovò l’ap¬
poggio di alcune unità militari e condusse al crollo
dello zarismo. Dietro la rivoluzione stavano vasti
strati borghesi, e da questo settore nacque il primo
Governo provvisorio. Benché non avessero avuto par¬
te nell’avviare il processo rivoluzionario, partiti so¬
cialisti e sindacati giocarono stavolta un ruolo mag¬
giore che nel 1905. Come già allora, anche nel 1917
i soviet da principio non mirarono a sostituire il
Governo provvisorio. Ma, a mano a mano che la
vicenda rivoluzionaria si svolgeva, l’ambito delle loro
responsabilità si allargò; in pratica, il potere venne
a trovarsi diviso tra i soviet e il governo. L’ulteriore
radicalizzazione del movimento, dovuta all’aggravarsi
della situazione e al carattere oscillante della politica
dei partiti socialisti e borghesi, diede ben presto ai
bolscevichi la maggioranza nei soviet più importanti,
e condusse alla fine al colpo di Stato dell’ottobre,
che chiuse la fase democratico-borghese della rivo¬
luzione.
Poiché i soldati passavano alla rivoluzione, i pri¬
mi soviet si trovarono composti da consigli dei sol¬
dati e degli operai, in cui i primi erano la grande
maggioranza. Per fare un esempio, nella seconda
metà del marzo 1917 il Soviet di Pietrogrado aveva
3.000 delegati, di cui 2.000 soldati. Nel 1917 l’in¬
fluenza dell’intellighenzia rivoluzionaria fu molto mag¬
giore rispetto al 1905, come può vedersi dal fatto
che sui 42 membri del Comitato esecutivo del Soviet
di Pietrogrado soltanto 7 erano operai di fabbrica.
Politicamente, menscevichi e socialisti-rivoluzionari
furono dapprima predominanti. Nel Soviet di Pietro-
CONSIGLI E PARTITO
73
grado la frazione bolscevica contava 40 delegati su
tremila. Ma nel settembre 1917 i bolscevici avevano
già conquistato la maggioranza.
La forma crescente dei bolscevici nel corso della
vicenda rivoluzionaria fu dovuta al loro incondizio¬
nato adattarsi agli obiettivi reali delle masse in ri¬
volta. A parte rivendicazioni immediate relative ai
bisogni più drammaticamente urgenti, queste doman¬
davano la fine della guerra e l’espropriazione e di¬
stribuzione dei latifondi. La rivoluzione russa fu al
contempo borghese, proletaria e contadina; ma fu il
suo aspetto contadino ad assicurarne il successo. Sui
174 milioni della popolazione totale, soltanto 24 vi¬
vevano nelle città, e le sterminate masse contadine
furono spinte dalle loro terribili condizioni di vita
ad allearsi con il proletariato industriale. La borghe¬
sia, pronta ad attuare una serie di riforme agricole,
non era però disposta ad accettare l’espropriazione
senza compenso dei grandi proprietari fondiari, per¬
ché ne sarebbe uscito violato quel principio della pro¬
prietà privata su cui poggiava il suo stesso dominio.
E neppure era disposta a chiedere comunque la pace,
poiché continuava a sperare in una vittoria alleata e
in una partecipazione alla divisione del bottino di
guerra. I bolscevichi erano invece per la fine imme¬
diata della guerra e per la distribuzione della terra
ai contadini. E poiché i soldati erano in maggioranza
di origini contadine, i consigli dei soldati non meno
dei consigli degli operai trasferirono la loro adesione
dai partiti borghesi e socialriformisti ai bolscevichi.
Gli interessi contadini erano stati rappresentati
prevalentemente dal Partito socialista rivoluzionario,
organizzatosi nel 1905 a partire da un certo numero
di gruppi populisti. Le teorie populiste15 agitarono
15 Tra i fondatori del movimento populista furono Her¬
zen e CemySevskij. Bakunin, Lavrov e Tkaéév influenzarono
74
PAUL MATTICK
la Russia dal 1860 circa alla fine del secolo. Esse
poggiavano sull’idea che la Russia potesse eludere
lo sviluppo del capitalismo attraverso una rivoluzione
sociale basata sulla comunità di villaggio tradizionale
(il mir). Il programma agrario socialista-rivoluziona¬
rio chiedeva la nazionalizzazione di tutta la terra e
la sua distribuzione su base egualitaria sotto il con¬
trollo di comuni di villaggio democraticamente elette.
Ciò doveva realizzarsi entro la cornice di una repub¬
blica democratica basata sul suffragio universale e su
una struttura federativa. Come negli altri partiti so¬
cialisti, anche tra i socialisti-rivoluzionari si forma¬
rono una destra e una sinistra, e durante la prima
guerra mondiale il partito si scisse in un’ala di so¬
stenitori della presunta guerra difensiva e un’ala di
oppositori intransigenti.
Da un punto di vista marxiano il programma dei
socialisti-rivoluzionari era uotpistico. Il marxismo fa¬
vorisce la produzione su larga scala, che presuppone
la liquidazione dell’azienda individuale contadina. Poi¬
ché contempla il socialismo come successore del ca¬
pitalismo, e poiché anzi nella sua concezione è lo
stesso capitalismo a sbarazzarsi della piccola agricol¬
tura contadina, il marxismo si attendeva che la que¬
stione contadina sarebbe stata in gran parte risolta
all’interno della fase capitalistica, e non avrebbe quin¬
di più posto grossi problemi alla fase socialista. La
precoce opposizione di Lenin al populismo e ai suoi
eredi socialisti-rivoluzionari poggiava sulla convinzio¬
ne che una distribuzione egualitaria della terra ai con¬
tadini fosse irrealistica, e non avrebbe condotto ad
alcuna specifica forma russa di socialismo. Egli fa¬
voriva certo la liquidazione dei latifondi feudali ba¬
sati sulla servitù, ma al fine di affrettare lo sviluppo
il movimento, ch’era organizzato in società segrete, come
« Terra e libertà », il Circolo Cenysevskij e « La Volontà del
popolo ».
CONSIGLI E PARTITO
75
dell’agricoltura capitalistica, la quale avrebbe con¬
dotto ad una nuova concentrazione — ma più « pro¬
gressiva » — della proprietà fondiaria. « Dal giogo
del capitale i piccoli contadini possono liberarsi —
scrisse — solo schierandosi al fianco del movimento
operaio, appoggiandolo nella sua lotta per un ordi¬
namento socialista, per trasformare la terra, come an¬
che gli altri mezzi di produzione (fabbriche, officine,
macchine, ecc.), in proprietà sociale. Cercare di sal¬
vare i contadini difendendo la piccola azienda e la
piccola proprietà dall’assalto del capitalismo vorrebbe
dire frenare inutilmente lo sviluppo sociale » 16.
Ma i contadini erano attirati dal programma dei
socialisti-rivoluzionari, e non da quello marxista. Pro¬
grammi a parte, c’è poi il fatto che subito dopo la
rivoluzione di febbraio i contadini cominciarono ad
espropriare e dividere la terra per conto loro. Fino
a quel momento il Governo provvisorio aveva pre¬
stato scarsa attenzione alla questione contadina; solo
ora, sotto la pressione delle sollevazioni nelle cam¬
pagne, cominciò a considerarla seriamente. Ma tutto
quel che tirò fuori furono indicazioni assai vaghe cir¬
ca l’espropriazione e la distribuzione della terra, la
cui attuazione era per di più rinviata alla futura As¬
semblea costituente. Poiché menscevichi e socialisti-
rivoluzionari erano ora rappresentati in seno al Go¬
verno provvisorio, l’atteggiamento ambiguo e l’iner¬
zia di questo in campo agrario costò a tali partiti
l’appoggio dei contadini.
« Abbiamo vinto in Russia — avrebbe detto
Lenin più tardi — e abbiamo vinto con tanta facilità
perché avevamo preparato la nostra rivoluzione du¬
rante la guerra imperialistica... Vi erano in Russia
16 The Workers Party and the Peasantry (1901), in Col¬
lected Works, Moscow, voi. IV, 1960, p. 422 [trad. it. Il
partito operaio e i contadini, in Lenin, Opere complete cit,
voi. IV (febbraio 1898 - febbraio 1901), pp. 459-60].
76
PAUL MATTICK
dieci milioni di operai e contadini armati la nostra
parola d’ordine era: pace immediata, ad ogni costo.
Abbiamo vinto perché masse grandissime di conta¬
dini erano animate da spirito rivoluzionario contro i
grandi proprietari fondiari. I socialisti-rivoluzionari...
propugnavamo i mezzi rivoluzionari, ma... non ave¬
vano coraggio a sufficienza per agire in modo rivo¬
luzionario... Abbiamo vinto in Russia, non soltanto
perché avevamo con noi la maggioranza incontesta¬
bile della classe operaia... ma anche perché la metà
dell’esercito, subito dopo la presa del potere, fu con
noi, e i nove decimi dei contadini, nello spàzio di
alcune settimane, passarono dalla nostra parte; ab¬
biamo vinto perché non abbiamo preso il nostro pro¬
gramma agrario, ma quello dei socialisti-rivoluzionari
e lo abbiamo attuato praticamente » 17.
Già al suo arrivo in Russia, nell’aprile 1917, Le¬
nin chiarì che per lui l’esistenza dei soviet rendeva
superata l’aspirazione ad un regime democratico-bor¬
ghese. A questo si doveva sostituire una repubblica
di consigli degli operai e dei contadini. Ma, dete¬
nendo tuttora menscevichi e socialisti-rivoluzionari,
impegnati sull’obiettivo dell’Assemblea costituente, la
maggioranza in seno ai soviet, tutto quel che per il
momento i bolsceviohi potevano fare era criticare il
Governo provvisorio e adoperarsi per modificare (o
attendere comunque che si modificasse) la composi¬
zione dei soviet. Nella misura in cui questi conti¬
nuavano a collaborare con il governo, Lenin vedeva
in tale politica una volontaria rinuncia al potere sta¬
tale a favore della borghesia; e ad una siffatta auto¬
17 Discorso in difesa della tattica dell’Internazionale Co¬
munista al Terzo Congresso dell’IC (luglio 1921), in Against
Dogmatism and Sectarianism in Working-class Movement, Mo¬
scow 1965, pp. 179-81 [trad. it. Discorso in difesa della
tattica dell’Internazionale Comunista, in Lenin, Opere com¬
plete cit., voi. XXXII (dicembre 1920-agosto 1921), p. 449].
CONSIGLI E PARTITO
77
liquidazione si oppone con lo slogan « Tutto il po¬
tere ai soviet ». Non certi peraltro della piega che
gli eventi avrebbero assunto all’interno dei soviet, i
bolscevichi si riservarono il diritto di partecipare al
futuro regime parlamentare, come mostrano la tem¬
poranea freddezza manifestata verso il potere consi¬
liare e i preparativi fatti in vista dell’Assemblea co¬
stituente.
Gli eventi favorirono i bolscevichi. Al primo Con¬
gresso panrusso dei soviet (giugno 1917), i bolsce¬
vichi controllavano il 13 per cento dei 790 delegati;
al secondo (ottobre 1917, e 675 delegati) controlla¬
vano il 51 per cento dell’assemblea. E già nel set¬
tembre avevano la maggioranza nei Soveit di Pietro-
grado e di Mosca. Va notato che Lenin avrebbe co¬
munque sostenuto la presa del potere anche se la
situazione fosse stata diversa: « I bolscevichi —
scrisse — sarebbero degli ingenui se attendessero di
avere ’formalmente’ la maggioranza: nessuna rivo¬
luzione aspetta questo » 18. Malgrado l’opposizione
presente all’interno stesso del partito, Lenin chiedeva
un’insurrezione armata prima che venisse convocato
il secondo Congresso panrusso dei soviet. L’insurre¬
zione doveva sloggiare il Governo provvisorio e con¬
segnare tutto il potere, per il tramite dei soviet ad
egemonia bolscevica, nelle mani del Partito bolscevico.
A questo fine il Soviet di Pietrogrado organizzò un
Comitato militare rivoluzionario sotto la direzione di
Trockij, ohe passò all’azione il 25 ottobre. Nel giro
di poche ore dal colpo di Stato, Lenin poteva dichia¬
rare l’avvenuta vittoria della rivoluzione operaia e
contadina, e più tardi nello stesso giorno ottenne
l’approvazione del Congresso panrusso dei soviet, fa¬
18 Lettera al Comitato centrale e ai comitati di Pietro¬
grado e di Mosca del POSDR (settembre 1917), in Ausge¬
wählte Werk cit., Bd. VI, p. 216, trad. it. I bolscevichi
devono prendere il potere, in Lenin, Opere complete cit.,
voi. XXVI (settembre 1917 - febbraio 1918), p. 11].
78
PAUL MATTICK
cilitata dal fatto che socialisti-rivoluzionari di destra
e menscevichi avevano abbandonato l’assemblea per
protestare contro il colpo di Stato. L’indomani il
primo governo degli operai e dei contadini era for¬
mato.
Quando insisteva per la preparazione del colpo
di Stato, Lenin aveva in mente non l’assunzione del
potere statale da parte dei soviet, ma la gestione di¬
retta del potere da parte dei bolscevichi. Con una
maggioranza nei soviet di deputati bolscevichi o filo-
bolscevichi, egli dava per scontato che il governo for¬
mato dai soviet sarebbe stato un governo bolscevico.
E naturalmente così fu, anche se del nuovo governo
fecero parte alcuni socialisti e socialisti-rivoluzionari
di sinistra. Ma perché il controllo bolscevico del go¬
verno potesse continuare, operai e contadini dovevano
continuare ad eleggere ai loro soviet deputati bolsce¬
vichi. E di ciò non v’era alcuna garanzia. Mensce¬
vichi e socialisti-rivoluzionari, una volta in maggio¬
ranza, s’erano ritrovati minoranza; e la stessa cosa
poteva avvenire ai bolscevichi. Mantenere indefinita¬
mente il potere significava assicurare al Partito bol¬
scevico il monopolio del governo.
Ma, se da un lato assimilava il potere sovietico
al potere del Partito bolscevico, dall’altro Lenin non
scorgeva nel monopolio governativo di questo altro che
la realizzazione del dominio dei soviet. Dopo tutto,
la scelta era soltanto tra il capitalismo democratico
e un governo degli operai e dei contadini capace di
impedire il ritorno del dominio borghese. Era quindi
necessario far sì che i soviet non potessero favorire
il ritorno alle istituzioni politiche borghesi e ad una
economia di mercato capitalistica. Lasciati a se stessi,
i soviet erano capacissimi di abdicare alle loro posizio¬
ni di potere perché allettati dalle promesse della bor¬
ghesia liberale e dei suoi alleati socialriformisti. Per¬
ché il carattere « socialista » della rivoluzione fosse as¬
sicurato, occorreva dunque che i soviet rimanessero
CONSIGLI E PARTITO
79
soviet bolscevichi, anche se ciò avesse richiesto la
soppressione, dentro e fuori il sistema sovietico, di
tutte le forze antibolsceviche. In breve tempo, il
regime sovietico divenne pertanto la dittatura del
Partito bolscevico, e solo per mascherare questa realtà
i soviet, svirilizzati, furono mantenuti formalmente
in vita.
Dapprincipio i bolscevichi si mossero peraltro con
una certa cautela, sottolineando. la natura democra¬
tica del loro nuovo regime e la loro disponibilità ad
accettare le decisioni delle masse popolari anche quan¬
do non li trovavano d’accordo. Non sconfessarono
immediatamente le elezioni per l’Assemblea costitu¬
ente, che diedero una larga maggioranza ai socialisti-
rivoluzionari, e misero in minoranza i bolschevichi.
Ma, nonostante il successo elettorale, i socialisti-ri¬
voluzionari non erano un partito unito. L’ala sinistra
era più vicina ai bolscevichi che all’ala destra del suo
stesso partito. Mentre si svolgevano le elezioni per
l’Assemblea costituente, era in sessione un Congres¬
so panrusso dei deputati contadini. Qui si verificò
una scissione all’interno del Partito socialista-rivolu¬
zionario, la cui ala sinistra formò una coalizione con
i bolscevichi. I risultati elettorali avevano chiarito
che l’Assemblea costituente avrebbe distrutto il do¬
minio politico dei bolscevichi, e con esso le conquiste
della rivoluzione. Pertanto i bolscevichi, con il con¬
senso dei socialisti-rivoluzionari di sinistra e di una
parte della sinistra socialista, semplicemente sciolsero
l’Assemblea.
I bolscevichi avevano vinto con lo slogan « Tutto
il potere ai soviet »; ma il governo bolscevico ne ri¬
dusse il contenuto al « controllo operaio ». Dai lavo¬
ratori non ci si attendeva che amministrassero le im¬
prese industriali (tuttora nelle mani dei capitalisti),
ma semplicemente che vi sovrintendessero. Il primo
decreto sul controllo operaio stabiliva eh’esso si esten¬
deva « alla produzione, conservazione e compraven¬
80
PAUL MATTICK
dita di materie prime e prodotti finiti, nonché al fi¬
nanziamento delle imprese. I lavoratori esercitano
questo controllo mediante le loro organizzazioni elet¬
tive, come i comitati di fabbrica e di reparto, i rap¬
presentanti eletti nei soviet, ecc. Anche gli impiegati
degli uffici e il personale tecnico debbono esser rap¬
presentati in questi comitati... Gli organi del con¬
trollo operaio hanno il diritto di dirigere la produ¬
zione. I segreti commerciali sono aboliti. I proprie¬
tari debbono mostrare agli organi del controllo ope¬
raio tutti i libri e i documenti relativi all’anno in
corso e all’anno precedente » ,9.
Ma produzione capitalistica e controllo operaio
sono incompatibili; e questa soluzione improvvisata,
con cui i bolscevichi speravano di conservare la col¬
laborazione degli organizzatori capitalisti del processo
produttivo, e soddisfare tuttavia al tempo stesso l’ar¬
dente desiderio degli operai di prender possesso del¬
l’industria come i contadini avevano fatto per la
terra, non poteva durare a lungo. « Noi non decre¬
tammo immediatamente, d’un colpo, il socialismo nel¬
l’intero campo industriale — spiegò Lenin qualche
mese dopo il decreto sul controllo operaio — perché
il socialismo può prender forma e infine costituirsi
soltanto quando la classe operaia ha imparato a ge¬
stire l’economia... Questa è la ragione che ci ha in¬
dotto ad introdurre il controllo operaio, ben sapendo
che si trattava di una misura contraddittoria e par¬
ziale. Ma consideriamo sommamente importante e
prezioso il fatto che i lavoratori hanno preso diretta-
mente di petto il problema, e che dal controllo ope¬
raio, che nelle industrie principali doveva fatalmente
rivelarsi caotico, dilettantistico e parziale, siamo pas- 1919 J. Bunyan e H.H. Fischer, The Bolshevik Revolu¬
tion, 1917-1918, Stanford 1934.
CONSIGLI E PARTITO 81
sati all’amministrazione operaia dell’attività produt¬
tiva su tutto il territorio nazionale » 20.
Ma il mutamento dal « controllo » all’« ammini¬
strazione » finì con il comportare l’abolizione di en¬
trambi. Certo, come l’opera di esautoramento dei
soviet prese un certo tempo, perché richiese la for¬
mazione e il consolidamento dell’apparato statale bol¬
scevico, così l’influenza diretta degli operai nelle fab¬
briche e nelle officine fu eliminata solo gradualmente,
attraverso metodi quali il trasferimento dei diritti di
controllo dai soviet ai sindacati, e la successiva tra¬
sformazione di questi in organismi statali incaricati
non più di esercitare il controllo operaio, ma piut¬
tosto di controllare gli operai.
Il collasso economico, la guerra civile, l’opposi¬
zione contadina, le agitazioni nell’industria e il par¬
ziale ritorno a relazioni di mercato condussero il go¬
verno ad una varietà di politiche, dalla « militariz¬
zazione del lavoro » alla sua subordinazione a rinate
libere imprese. L’obiettivo era di assicurare ad ogni
costo l’esistenza del regime bolscevico. Nella conce¬
zione di Lenin, era essenziale tenersi stretti al potere
a prezzo di qualsiasi compromesso o violazione dei
principi, finché una rivoluzione in Occidente non
venisse ad aggiungersi a quella russa, consentendo
il costituirsi di una collaborazione intemazionale en¬
tro il cui quadro l’obiettiva impreparazione della Rus¬
sia ai fini del socialismo avrebbe contato meno. Il
persistente isolamento della rivoluzione russa cancel¬
lò questa prospettiva. Rimanere al potere nella situa¬
zione effettivamente determinatasi significava accet¬
tare il « molo storico » della borghesia, ma con isti¬
tuzioni sociali e un’ideologia differenti. Contro al go¬
verno dittatoriale stavano non soltanto i suoi nemici
— capitalisti e oppositori politici — ma anche gli
20 Questions of the Socialist Organization of the Eco¬
nomy, Moscow, p. 173.
82
PAUL MATTICK
operai. L’esigenza prioritaria era l’incremento della
produzione; e poiché le mere esortazioni non pote¬
vano bastare ad indurre gli operai a sfruttarsi da sé
più che nel passato, lo Stato bolscevico assunse, al
fine di ricostruire l’economia e accumulare i capitali
necessari, le funzioni di nuova classe dominante.
Naturalmente, tenersi stretti al potere era ormai
indispensabile ai bolscevichi anche solo per salvare
la pelle. Ma, a parte questo, Lenin era persuaso che
l’accumulazione avrebbe avuto, se condotta sotto gli
auspici dello Stato, un carattere più « progressivo »,
e che quindi questa via era preferibile al lasciare lo
sviluppo nelle mani di una borghesia liberale. Era
anche convinto che il suo partito fosse all’altezza del
compito. La Russia, aveva detto una volta, « era abi¬
tuata ad esser governata da 150.000 proprietari ter¬
rieri. Perché 240.000 bolscevichi non potrebbero as¬
sumersi il compito di governarla? »21. E in effetti
10 fecero, costruendo uno Stato gerarchico ed auto¬
ritario ed estendendone la giurisdizione alla sfera eco¬
nomica; e ciò malgrado insistendo tutto il tempo
che il controllo economico dello Stato significava con¬
trollo economico del proletariato. Il che non impedì
a Lenin di dichiarare che « qualsiasi grande industria
meccanica — cioè appunto la fonte materiale, pro¬
duttiva e il fondamento del socialismo — esige una
assoluta e rigorosissima unità di volontà, che diriga
11 lavoro comune di centinaia, migliaia e decine di
migliaia di uomini... Ma come può essere assicurata
la più rigorosa unità di volontà? Con la sottomissio¬
ne della volontà di migliaia di persone alla volontà
di uno solo. Se i partecipanti al lavoro comune dan¬
no prova di una coscienza e di uno spirito di disci¬
plina ideali, questa sottomissione può ricordare più
che altro la direzione delicata di un direttore d’or¬
chestra. Se non c’è questa disciplina e questa coscien-
Sämtliche Werke, XXI, p. 336.
CONSIGLI E PARTITO
83
za ideale, può assumere le dure forme della ditta¬
tura. Ma, in un modo o nell’altro, la sottomissione
senza riserve ad un’unica volontà è assolutamente ne¬
cessaria per il successo dei processi di lavoro orga¬
nizzati sul modello della grande industria mecca¬
nica »22.
Se prendiamo sul serio questa affermazione, dob¬
biamo concludere che coscienza e spirito di disciplina
mancarono totalmente in Russia, giacché il controllo
della produzione, e della vita sociale in generale, vi
assunse forme dittatoriali che vanno oltre tutto ciò
che è stato sperimentato nei paesi capitalistici, e che
hanno escluso, e ancor oggi escludono, la benché
minima autodeterminazione operaia.
IV. La Comune di Parigi
Che il processo rivoluzionario russo sia sboccato
in un capitalismo di Stato autoritario, non modifica
il fatto ch’erano stati i soviet a rovesciare e lo zarismo
e la borghesia. Se non riuscirono a mantenere il con¬
trollo del proprio destino, ciò fu dovuto principal¬
mente all’oggettiva generale impreparazione della Rus¬
sia ai fini di uno sviluppo socialista. Ma giovò anche
il fatto che né i soviet né i partiti socialisti sapevano
come muoversi per organizzare una società socialista.
Non c’era alcun precedente storico, e la teoria mar¬
xiana non s’era occupata sul serio né della presa del
potere né delle forme organizzative del susseguente
processo di socializzazione. E’ però vero che, in un
senso molto generale, si era postulato che lo Stato
socialista sarebbe divenuto il guardiano delle risorse
22 Questions of the Socialist Organization of the Eco¬
nomy dt., p. 127 [trad, it., I compiti immediati del potere
sovietico, in Lenin, Opere complete dt., voi. XXVII (feb¬
braio-luglio 1918), p. 240].
84
PAUL MATTICK
produttive della società, e il regolatore della sua vita
economica riguardo sia alla produzione che alla di¬
stribuzione. Solo in una fase di sviluppo ulteriore
questo assetto avrebbe ceduto il passo ad una libera
associazione dei produttori socializzati e all’estinzione
dello Stato.
I sindacalisti la pensavano naturalmente in modo
diverso, poiché temevano che lo Stato, con i suoi
controlli centralizzati, avrebbe finito semplicemente
col perpetuare se stesso, impedendo l’autodetermina¬
zione della popolazione lavoratrice. Avevano in men¬
te — benché, anch’essi, in modo assai vago — una
società in cui ciascuna industria sarebbe stata diretta
dai suoi operai. Tutti i diversi sindacati industriali
si sarebbero volontariamente uniti per costituire fe¬
derazioni nazionali, le quali non avrebbero avuto il
carattere di un governo, ma avrebbero semplicemente
assolto le funzioni statistiche e amministrative ne¬
cessarie alla realizzazione di un sistema produttivo
c distributivo collettivistico.
Se è vero che mancavano i precedenti in materia
di esperimenti socialisti, le rivoluzioni passate con¬
servavano però una certa importanza per la Russia,
che non aveva ancora completato la sua rivoluzione
borghese. Dopo il 1905 apparve chiaro che una ri¬
voluzione democratica poteva riuscire soltanto come
rivoluzione operaia, anche se il proletariato indu¬
striale restava una piccola minoranza rispetto alla po¬
polazione totale. Sulla traccia di Marx ed Engels, i
marxisti russi si rifecero in genere alla Comune di
Parigi come ad un esempio di rivoluzione della classe
operaia effettuata in condizioni analogamente sfavo¬
revoli. Trockij, tra gli altri, scrisse che « non è esclu¬
so che in un paese arretrato, con uno sviluppo capi¬
talistico meno avanzato, il proletariato arrivi alla su¬
premazia politica prima che in uno Stato capitalistico
altamente sviluppato. Avvenne così che nel 1871,
nella Parigi borghese, il proletariato assunse consa¬
CONSIGLI E PARTITO
85
pevolmente nelle sue mani il governo dei pubblici
affari. E’ vero che il regno del proletariato durò
soltanto due mesi; ma è notevole che in Inghilterra
o negli Stati Uniti, entrambi paesi di gran lunga più
avanzati, Ü proletariato non sia mai stato al potere
neppure per un giorno » a.
Anche Lenin trovò nella Comune parigina un ar¬
gomento a favore del suo atteggiamento circa la que¬
stione della rivoluzione russa e della dittatura sovie¬
tica. Rifacendosi a Marx, scrisse che la Comune pa¬
rigina aveva mostrato — e qui stava la sua grande
lezione — che il proletariato non può limitarsi ad
impossessarsi dello Stato borghese, ma deve distrug¬
gerlo e sostituirlo con un nuovo Stato proletario, o
semi-Stato, il quale comincia ad estinguersi nel mo¬
mento stesso in cui al dominio di una minoranza
(proprio della società borghese) succede il dominio
della maggioranza. « Una volta abbattuti i capitalisti
— leggiamo in Stato e rivoluzione — spezzata con la
mano di ferro degli operai armati la resistenza di
questi sfruttatori, demolita la macchina burocratica
dello Stato attuale, avremo davanti a noi un mec¬
canismo mirabilmente attrezzato dal punto di vista
tecnico, sbarazzato dal ’ parassita ’, e che i lavoratori
uniti possono essi stessi benissimo far funzionare as¬
sumendo tecnici, sorveglianti, contabili e pagando il
lavoro di tutti costoro, come quello di tutti i fun¬
zionari ’ dello Stato ’ in generale, con un salario da
operaio. E’ questo il compito concreto, pratico, im¬
mediatamente realizzabile nei confronti di tutti i trust
e che libererà dallo sfruttamento i lavoratori, tenen¬
do conto delPesperienza praticamente iniziata (soprat¬
tutto nel campo dell’organizzazione dello Stato) dalla
Comune »M. 23 2423 Our Revolution, New York 1918, p. 85.
24 State and Revolution, New York 1932, p. 44 [trad,
it. Stato e rivoluzione, in Lenin, Opere complete cit., voi.
XXV (giugno - settembre 1917), p. 402].
86
PAUL MATTICK
Ma l’esperienza pratica della Comune in quanto
Stato proletario fu modesta; e in effetti non si trattò
tanto, come afferma Trockij, di un’esperienza avvia¬
ta « consapevolmente », quanto di un processo emer¬
so spontaneamente dalle particolari condizioni della
guerra franco-prussiana e dell’assedio di Parigi. Quali
che fossero le specifiche circostanze, è peraltro un
fatto che la popolazione di Parigi era percorsa da
umori di ribellione, e avversava il neocostituito go¬
verno borghese, non meno reazionario del defunto
regime bonapartista. Data appunto la situazione ri¬
voluzionaria esistente a Parigi, il governo borghese
fissò la sua sede a Versailles, preparandosi alla ricon¬
quista della capitale. Le elezioni municipali parigine
del 26 marzo 1871 diedero all’opposizione di sinistra
una maggioranza di quattro a uno, e condussero alla
proclamazione della Comune. La dichiarazione di sco¬
pi di questa comprendeva: « il riconoscimento e con¬
solidamento della Repubblica... L’assoluta autonomia
della Comune estesa a tutte le località della Francia...
I diritti specifici della Comune sono: il controllo del
bilancio comunale, entrate e uscite; la fissazione e
la ripartizione dell’imposta; la direzione dei servizi
locali; l’organizzazione della magistratura, della po¬
lizia e dell’istruzione... L’assoluta garanzia della li¬
bertà individuale, della libertà di coscienza, della liber¬
tà di lavoro ». La dichiarazione continuava afferman¬
do il proposito della Comune parigina di intraprende¬
re « le riforme economiche e amministrative richie¬
ste dalla sua popolazione », e l’esigenza di « univer¬
salizzare il potere e la proprietà conformemente alle
necessità del momento, al desiderio degli interessati
e alle regole fornite dall’asperienza ». E concludva:
« La Rivoluzione comunale, avviata dall’iniziativa del
popolo il 18 marzo, inaugura una nuova era di po¬
litica sperimentale, positiva, scientifica. E’ la fine del
vecchio mondo governativo e clericale, del milita¬
rismo, dei monopoli, dei privilegi cui il proletariato
CONSIGLI E PARTITO 87
deve la sua servitù e la Nazione le sue sventure e i
suoi disastri »25.
Da un lato la forza delle circostanze, e dall’altro
la diversità delle opinioni che si agitavano in seno
alla Comune impedirono un programma di socializ¬
zazione coerente, di vasta portata. Vanno tuttavia
registrati i decreti che abolivano l’esercito a favore
della Guardia nazionale, la limitazione degli stipendi
governativi al livello dei salari operai, l’espropria¬
zione dei beni ecclesiastici, l’eliminazione delle multe
imposte agli operai dai loro datori di lavoro, l’abo¬
lizione del lavoro notturno nei forni, la nazionaliz¬
zazione delle officine abbandonate dai loro proprie¬
tari borghesi, e così via. Ma queste misure non ave¬
vano ancora di mira una trasformazione sociale ra¬
dicale. Inoltre, nel Consiglio esecutivo della Comune
gli operai erano tuttora una minoranza. Su 90 mem¬
bri, soltanto 21 appartenevano alle classi lavoratrici;
il resto era formato da elementi piccolo-borghesi, tra
cui piccoli commercianti, impiegati, giornalisti, scrit¬
tori, pittori ed intellettuali. Solo pochi tra i membri
in vista della Comune aderivano alla Prima Interna¬
zionale. La maggioranza era costituita da proudho-
niani, blanquisti e giacobini, interessati principalmen¬
te alle libertà politiche e al mantenimento della pic¬
cola proprietà in una società decentralizzata. La va¬
rietà degli interessi operanti al suo interno lasciava
così la Comune aperta a differenti interpretazioni.
Marx vide la Comune come « essenzialmente un
governo della classe operaia », come « la forma po¬
litica finalmente scoperta nella quale si poteva com¬
piere l’emancipazione del lavoro ». Egli argomenta
che « il dominio politico dei produttori non può
coesistere con la perpetuazione del loro asservimento
sociale. La Comune doveva dunque servire come leva
25 Cit. da A. Horne, The Fall of Paris, New York 1965,
pp. 331-2.
88
PAUL MATTICK
per distruggere le basi economiche su cui riposa resi¬
stenza delle classi, e quindi il dominio di classe »26.
In questo passo, un peso speciale ha l’avverbio « es¬
senzialmente ». Tutte le manchevolezze della Comu¬
ne, soprattutto alla luce delle posizioni centralistiche
di Marx, non potevano cancellare il fatto eh’essa era
fondamentalmente un potere antiborghese, nel cui
quadro i lavoratori esercitarono concrete attività di
governo e dimostrarono la loro capacità a dominare
la società. Questo aspetto capitale dell’esperienza co-
munarda ebbe nella valutazione di Marx un peso
maggiore di tutti gli altri aspetti contrastanti con la
sua personale concezione del socialismo.
La Comune non si dovette all’iniziativa dell’In-
ternazionale, e non ebbe affatto un carattere socialista
nel senso marxiano. Il fatto che ciononostante Marx
identificasse se stesso e l’Internazionale con la Co¬
mune fu visto dai suoi avversari politici come un op¬
portunistico tentativo di annettere al marxismo la
gloria dei comunardi. Secondo Bakunin, « l’impres¬
sione' suscitata dalla Comune fu così potente che per¬
sino i marxisti, le cui idee furono sconfessate dalla
sollevazione, si videro costretti a levarsi il cappello
dinanzi ad essa. Non solo, ma contro ogni logica, e
contro le loro effettive convinzioni, adottarono co¬
me proprio il programma della Comune. Fu una ma-
scheratura comica, ma inevitabile: la passione susci¬
tata dalla rivoluzione in tutto il mondo era tale che,
se si fossero comportati altrimenti, avrebbero perso
tutti i loro seguaci » 27.
Il fenomeno stesso delle passioni risvegliate dal¬
la Comune sia tra gli operai che nella borghesia indica
26 Der Bürgerkrieg in Frankreiàb, in K. Marx, F. Engels,
Werke, 44 voll., Berlin 1964-1968, voi. XVII, p. 342 [trad,
it. La guerra civile in Francia, Roma 1970, p. 67].
27 Cit. da F. Brupbacker, Marx und Bakunin, Zürich,
pp. 114-5.
CONSIGLI E PARTITO
89
che le divisioni di classe prevalgono nettamente sulle
differenziazioni ideologiche, o magari anche mate¬
riali, presenti all’interno di ciascuna classe. Quel che
contò non fu lo specifico programma adottato dalla
Comune — se fosse di orientamento centralistico o
federalistico, se implicasse realmente, o solo poten¬
zialmente, l’espropriazione della borghesia — ma il
semplice fatto che una parte della classe operaia
s’era momentaneamente liberata del dominio borghe¬
se, s’era armata, e s’era impadronita della macchina
statale. Nella risposta brutale che la borghesia diede
a questo primo, ancor piuttosto debole tentativo di
autodeterminazione degli operai parigini, tutti i la¬
voratori forniti di una coscienza di classe riconobbero
la ferocia e l’irreconciliabilità del nemico borghese,
non solo a Parigi, ma in tutto il mondo. Con l’istinto
oltre che con la coscienza, essi si schierarono al fian¬
co degli operai francesi; e nulla contarono tutte le
questioni teoriche e pratiche che altrimenti divide¬
vano il movimento operaio. Non c’era bisogno di
mettere in dubbio i motivi di Marx nello sposare la
causa della Comune, tanto più che, secondo le sue
parole, « la classe operaia non attendeva miracoli
dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte...
Sa che per realizzare la sua propria emancipazione...
dovrà passare per lunghe lotte, per una serie di pro¬
cessi storici che trasformeranno le circostanze e gli
uomini. La classe operaia non ha da realizzare degli
ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società,
di cui è gravida la vecchia e cadente società bor¬
ghese » a.
Resta naturalmente vero che le idee rivoluzio¬
narie della Comune non erano le idee di Marx. Ma
la lotta della Comune interessava da vicino il prole¬
tariato internazionale. La distruzione dello Stato bor¬
ghese e la conquista del potere politico avevano senso
28 Der Bürgerkrieg cit., p. 343 [trad, cit., p. 68].
90
PAUL MATTICK
soltanto se utilizzate per liquidare anche la relazione
capitale-lavoro. Non si. può avere uno Stato operaio
in una società capitalistica. Marx sembrava convin¬
to che, se la Comune fosse sopravvissuta, le sue stes¬
se necessità l’avrebbero costretta a liberarsi delle sue
deficienze. « La molteplicità di interpretazioni che
sono date della Comune — scrisse — e la molte¬
plicità degli interessi che hanno trovato in essa la
loro espressione, mostrano che essa fu una forma
politica eminentemente capace di espansione, mentre
tutte le precedenti forme di governo erano state es¬
senzialmente repressive »29. La caduta della Comune
impedì ulteriori speculazioni circa la sua capacità e-
spansiva, e la direzione in cui questa si sarebbe svi¬
luppata. Dal canto suo, Marx non vedeva alcuna ne¬
cessità di accentuare le divergenze del suo pensiero
dall’esperienza comunarda, e si preoccupò piuttosto
di sottolinearne quegli aspetti che sarebbero potuti
riuscire utili alle lotte future del proletariato.
A questo fine, Marx eluse puramente e sempli¬
cemente il problema del federalismo e del centrali¬
smo, ch’era tra quelli che dividevano i marxisti dai
proudhoniani, le cui idee dominarono la Comune.
Egli descrisse la Comune e la sua autonomia come
strumenti per spezzare lo Stato borghese e realizzare
l’autogoverno dei produttori. « La Comune di Parigi
— scrisse — doveva naturalmente servire di mo¬
dello a tutti i grandi centri industriali della Francia.
Una volta stabilito a Parigi e nei centri secondari il
regime comunale, il vecchio governo centralizzato
avrebbe dovuto cedere il posto anche nelle province
all’autogoverno dei produttori. In uno schizzo som¬
mario di organizzazione nazionale che la Comune non
ebbe il tempo di sviluppare, è detto chiaramente che
la Comune doveva essere la forma politica anche del
più piccolo villaggio, e che nei distretti rurali l’eser¬
29 Ivi, p. 342 [trad, cit., p. 67].
CONSIGLI E PARTITO
91
cito permanente doveva essere sostituito da una mi¬
lizia nazionale, con un periodo di servizio estrema-
mente corto. Le comuni rurali di ogni distretto avreb¬
bero dovuto amministrare i loro affari mediante una
assemblea di delegati con sede nel capoluogo, e que¬
ste assemblee distrettuali avrebbero dovuto a loro
volta mandare dei rappresentanti alla delegazione na¬
zionale a Parigi, ogni delegato essendo revocabile in
qualsiasi momento e legato dal mandato imperativo
dei suoi elettori. Le poche ma importanti funzioni
che sarebbero ancora rimaste per un governo centrale,
non sarebbero state soppresse, come venne afférmato
in mala fede, ma adempiute da funzionari comunali,
e quindi strettamente responsabili. L’unità della na¬
zione non doveva essere spezzata, ma anzi organiz¬
zata dalla costituzione comunale, e doveva diventare
una realtà attraverso la distruzione di quel potere di
Stato che pretendeva essere Pincarnazione di questa
unità indipendente e persino superiore alla nazione
stessa, mentre non ne era che un’escrescenza paras-
sitaria »30.
Limitandosi a constatare la contemplata federa¬
zione nazionale di comuni autonome, Marx dà l’im¬
pressione di condividere completamente e il progetto
e la convinzione della sua concreta fattibilità; in una
parola, dà l’impressione di accettare il federalismo
proudhoniano. E’ invece ovvio che l’intera opera di
Marx parla contro questa conclusione: mai egli riuscì
a concepire il ritorno di forme politiche già soppian¬
tate da forme più avanzate. Gli parve così necessario
dichiarare: « E’ destino comune di tutte le creazioni
storiche completamente nuove di esser prese a torto
come la riproduzione di vecchie e anche di defunte
forme di vita sociale, con le quali possono avere una
certa rassomiglianza. Così questa nuova Comune, che
spezza il moderno potere dello Stato, venne presa a
30 Ivi, p. 340 [trad, cit., pp. 64-5j.
92
PAUL MATTICK
torto per una riproduzione dei comuni medioevali,
che prima precedettero e poi diventarono il fonda¬
mento di quello stesso potere di Stato. La Costitu¬
zione della Comune è stata presa a torto per un
tentativo di spezzare in una federazione di piccoli
Stati, come era stata sognata da Montesquieu e dai
girondini, quella unità delle grandi nazioni, che se
originariamente è stata realizzata con la forza, è ora
diventata un potente fattore della produzione sociale.
L’antagonismo tra la Comune e il potere dello Stato
è stato preso a torto per una forma esagerata della
vecchia lotta contro l’eccesso di centralizzazione »31.
Dunque, a giudizio di Marx il carattere federale
della costituzione della Comune non era in contrasto
con un’organizzazione centralizzata della società; sem¬
plicemente il centralismo vi veniva realizzato in modi
differenti da quelli propri dello Stato capitalistico,
in modi che assicuravano l’autogoverno dei produt¬
tori. In breve, come più tardi avrebbe insistito Lenin,
Marx considerò « la possibilità di un centralismo vo¬
lontario, di un’unione volontaria delle comuni in
nazione, di una volontaria fusione delle comuni pro¬
letarie nell’opera di distruzione del dominio borghese
e della macchina statale borghese »32.
Ma la verità sembra essere che, su questo punto,
Marx non si preoccupò gran che di arrivare ad una
formulazione precisa delle sue idee. Scritto in gran
fretta e con propositi commemorativi della Comune
sconfitta, il suo Indirizzo sulla guerra civile in Fran¬
cia non ebbe realmente di mira un esame ed una
soluzione organici dei problemi posti dalla rivoluzio¬
ne proletaria e dalla formazione della società socia¬
lista. Questo è tanto più vero in quanto Marx non
credette, né prima né durante né dopo la Comune,
alla possibilità del suo successo, il che rendeva di
31 Ivi, p. 341 [trad, cit., p. 65].
32 State and Revolution cit., p. 46 [trad, cit., p. 405].
CONSIGLI E PARTITO
93
per sé estremamente difficile dare un qualche conte¬
nuto reale ai problemi posti nell’Indirizzo. Dieci
anni dopo la Comune, egli la descrive come la « ri¬
bellione di una sola città in condizioni specialissime,
con una popolazione che non era — né poteva es¬
sere — socialista. Con un tantino di buon senso in
più, sarebbe forse stato possibile raggiungere un com¬
promesso con Versailles favorevole ai comunardi. Ma
non si poteva fare nulla di più »33.
Benché senza speranza, la lotta conteneva una le¬
zione, nel senso che additava la necessità di una dit¬
tatura proletaria per spezzare il potere dello Stato
borghese. Ma ciò non fa della Comune, come pretese
Lenin, un modello per la costruzione di uno Stato
comunista. E in ogni caso non uno Stato, ma una
società comunista il proletariato deve costruire. Il
suo obiettivo reale non è questo o quello Stato —
federalistico o centralisti«), democratico o dittatoria¬
le — ma l’abolizione dello Stato e una società senza
classi.
Traduzione di Giovanni Ferrara
33 Marx an Ferdinand Domela Nieuwenhuis, 22 febbraio
1881, in K. Marx, F. Engels, Werke cit., voi. XXXV, p. 160.
Alfred Sohn-Rethel
Elementi di una teoria
storico-materialistica della conoscenza
Premessa
Il testo che segue è essenzialmente la versione
tedesca di un articolo comparso sulla rivista del par¬
tito comunista inglese ” Marxism Today ” nell’aprile
1965. Dico ” essenzialmente ”, in quanto ho amplia¬
to qua e là la traduzione perché potesse servire me¬
glio come materiale di discussione sulla problematica
della forma di valore, sollevata dai miei lavori su
lavoro intellettuale e lavoro manuale. Poiché un tale
scopo era assolutamente estraneo al saggio inglese,
si sono resi necessari ampliamenti della materia e una
più dettagliata argomentazione, in particolare nell’ul¬
tima parte, dove la forma di valore ha rilevanza più
centrale. L’ultimo paragrafo, « Conclusioni », è stato
completamente riscritto. Anche nella forma attuale,
comunque, non avrebbe incontrato opposizioni da
parte della redazione della rivista del partito.
Sarà utile premettere alcune osservazioni teoriche
per una migliore comprensione del saggio attuale e
dei suoi scopi. In primo luogo riguardo al titolo. L’ho
conservato nella sua forma originaria, sebbene oggi
non utilizzerei più questa espressione. L’espressione
« teoria storico-materialistica della conoscenza », pre¬
sa in senso stretto è una contradictio in subiecto. Il
concetto di « conoscenza », assunto nel significato
96
ALFRED SOHN-RETHEL
con cui esso sta alla base di tutta la filosofia teore¬
tica e della teoria della conoscenza dai suoi inizi con
Pitagora, Eraclito e Parmenide fino a Wittgenstein
e Bertrand Russell, ecc., è un concetto feticistico che
stabilisce una figura ideale di ” conoscenza in gene¬
rale ” priva di ogni connessione storica ed economica.
Il fatto che Marx abbia escluso dal suo pensiero la
teoria della conoscenza intesa in questo senso, è ben
fondato nei fatti, e non è per nulla motivato dalla sua
dipendenza da Hegel, come spesso si sostiene. Ma, a
considerarlo dal punto di vista storico, questo con¬
cetto feticistico mostra di avere alla sua base, in
realtà, un tipo di ’ conoscenza ’ che si caratterizza per
il distacco dal lavoro manuale, una conoscenza, cioè,
che è essenzialmente espressione e strumento del do¬
minio di classe esercitato dalla parte che non lavora
su quella che lavora, di questa o quella formazione
sociale. Solo questo tipo di conoscenza intellettuale
autonomizzata ha fornito il fondamento alla filosofia
teoretica, e il pensiero speculativo dei « primi filoso¬
fi » ne fu la prima manifestazione. L’attività di pen¬
siero legata al lavoro manuale, ossia l’apporto del¬
l’intelletto dei produttori nel loro lavoro, non ha
mai dato avvio alla ’ filosofia ’ sistematica e specu¬
lativa. Solo la divisione tra mente e mano ha pro¬
dotto la scissione dell’essere umano, mediante la qua¬
le l’uomo prese le distanze dalla natura come « uo¬
mo », per il fatto di essere dotato di autocoscienza
filosofica.
E’ per ultimo al marxista che compete di presen¬
tarsi come spregiatore della filosofia, giacché egli è
l’unico che comprenda quali siano i suoi fondamenti.
Ma il concetto feticistico e atemporale di una cono¬
scenza per sé, corrente nella teoria della conoscenza
dominante, è per lui inaccettabile, poiché un simile
concetto di conoscenza già a priori è appropriato solo
a canoni idealistici di pensiero. Per un pensiero ma¬
terialistico conseguente è importante che la proble-
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 97
matica della conoscenza sia inserita nel quadro dei
riferimenti spazio-temporali della storia. La cosa è
possibile se, anziché di « conoscenza », si parla piut¬
tosto di lavoro intellettuale e della sua separazione
dal lavoro manuale o, eventualmente, della sua unità
con esso. A questo punto i problemi della conoscen¬
za cessano di costituire l’oggetto di una disciplina
metafisica specifica, appunto la « teoria della cono¬
scenza », e diventano parte integrante della compren¬
sione storico-materialistica dell’epoca, determinata e
nella sua totalità, per la quale quei problemi ven¬
gono posti.
La dissoluzione critica della teoria della cono¬
scenza nel materialismo storico, però, non significa
in alcun modo l’estinguersi dei problemi della cono¬
scenza. Ma al contrario, in tanto parliamo di disso¬
luzione « critica », in quanto i problemi che sul
piano feticistico ricevono semplicemente delle solu¬
zioni apparenti o vengono del tutto rifiutati, nel
materialismo storico devono essere portati ad una
soluzione reale. D’altronde, con l’assorbimento della
teoria della conoscenza la comprensione materialisti¬
ca della storia si arricchisce dal punto di vista meto¬
dologico; e precisamente se ne avvantaggia la com¬
prensione dei seguenti tre punti: lo sviluppo delle
forze produttive, naturalmente, la formazione delle
ideologie che crescono sulla struttura e la spiegazio¬
ne genetico-formale dei modi di pensiero socialmente
necessari. Qui, in questi ultimi, le questioni della
»teoria della conoscenza si presentano di nuovo, ma
trasformate ora in questioni significative a livello di
prassi, importanti per l’avvenire e suscettibili di ri¬
sposte significative a livello politico.
L’espressione qui usata « spiegazione genetico-for¬
male », ha bisogno di essere brevemente precisata, da¬
to che io me ne servo come di un possibile sinonimo
di « dialettica ». La separazione antitetica fra trattazio¬
ne genetica del contenuto e concezione atemporale
98
ALFRED SOHN-RETHEL
della forma è una caratteristica del modo borghese
di considerare la storia, empiristico quando tratta del
contenuto, idealistico quando tratta della forma. La
forma viene identificata con lo spirito, più risoluta-
mente che mai nella filosofia classica tedesca; il
campo delle forme costituisce l’immanenza spirituale.
In tal modo la forma appare come il campo spiritua-
le-interno, e l’insieme dei fenomeni come il mondo
esterno spazio-temporale. Tra i due non c’è nulla in
comune, e pertanto non c’è genesi spazio-temporale
delle forme. Questo limite domina l’intera area delle
scienze storiche borghesi; e oggi in maniera più rigida
che mai. La grandezza della filosofia classica tedesca
consiste in effetti nell’aver gettato le basi per la li¬
quidazione critica dell’antitesi. Già in Kant la sin¬
tesi trascendentale è una funzione del tempo, e in
Hegel il mondo della verità e dei valori e quello de¬
gli eventi spazio-temporale vanno infine a confluire
in unità nella storia. Questo, almeno secondo la lo¬
gica, che in Hegel è diventata logica della verità
temporalmente condizionata, e cioè dialettica. Il ter¬
mine « dialettica » ha per noi rilevanza in forza di
tutto ciò che Marx ci ha messo dentro. Ma circa il
valore esatto da dare al termine c’è oggi tanta poca
chiarezza e tanta disparità di opinioni da rendere con¬
sigliabile l’uso di un termine alternativo, capace di
condurre fuori della discussione terminologica e ad
una intesa sui contenuti effettivi. Per questo non
intendo in alcun modo irrigidirmi io stesso dogma¬
ticamente sull’affermazione secondo cui spiegazione
genetico-formale e spiegazione dialettica sarebbero
esattamente la stessa cosa: non vorrei accendere sul¬
l’argomento una nuova discussione terminologica. Sarà
sufficiente sottolineare che non potrà mai avanzare
pretesa al carattere dialettico un modo di pensiero
in cui non venga dato il giusto rilievo alla storicità
della forma o in cui essa vada smarrita del tutto,
come accade in buona misura presso gli strutturalisti
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 99
francesi. La differenza essenziale che distingue quel¬
lo marxiano da tutti gli altri modi di pensiero, sta
nel fatto che il primo concepisce la forma come parte
inseparabile del mondo spazio-temporale, nel quale
essa stessa si modifica e si evolve, ed inoltre che un
simile enunciato non è solo una proclamazione di
buone intenzioni, ma trova verifica effettiva nell’ope¬
ra di Marx.
Non c’è contesto particolare in cui il postulato
della spiegazione genetico-formale rivesta maggiore
importanza metodologica che quello della genesi sto¬
rica dei modi di pensiero, specialmente di quelli del-
l’intelletto astratto, cui è connessa la separazione tra
mente e mano. A questo punto l’indagine storico¬
materialistica si trova ad affrontare direttamente il
terreno d’origine dell’idealismo della teoria della co¬
noscenza. Al centro della nostra ricerca c’è dunque
il problema se una forma astratta di conoscenza,
come la logica o la matematica, esiga un’interpreta¬
zione atemporale e nessun’altra, o se invece sia ad
essa applicabile una spiegazione genetica; la nostra
ricerca è pertanto impegnata nell’analisi della forma
in una misura sconosciuta agli scritti marxisti. Una
cosa però dovrebbe essere chiara: se ci occupiamo
tanto della forma non è perché nutriamo una qual¬
che predilezione per il formalismo, ma perché la na¬
tura stessa dell’oggetto della ricerca lo richiede. Quel¬
lo che ci interessa è di recuperare nei problemi di
forma presentatisi nella storia il loro vero significato
pratico^politico, anziché lasciarli alla formalizzazione
ed estraniazione che hanno ricevuto nell’idealismo e
nel positivismo.
L’attenzione agli aspetti formali dell’economia e
delle categorie economiche è già in Marx stesso il
tratto che caratterizza il suo modo di pensare in con¬
fronto a quello borghese. Quanto ciò sia istruttivo,
risulta chiaro dal notevole testo in cui, trattando
dell’analisi della merce, Marx critica sotto questo
100
ALFRED SOHN-RETHEL
punto di vista gli economisti borghesi. Sarà utile
riportare ancora una volta questo passo anche per
la comprensione del mio orientamento:
« Uno dei difetti principali deireconomia politica
classica è che non le è mai riuscito di scoprire, partendo
dall’analisi della merce, e più specificatamente del va¬
lore della merce, quella forma del valore che ne fa, ap¬
punto, un valore di scambio. Proprio nei suoi migliori
rappresentanti, quali A. Smith e il Ricardo, essa tratta
la forma di valore come qualcosa di assolutamente in¬
differente o d’esterno alla natura della merce stessa. La
ragione non sta soltanto nel fatto che l’analisi della gran¬
dezza di valore assorbe completamente la loro attenzione;
è più profonda. La forma di valore del prodotto di la¬
voro è la forma più astratta, ma anche la più generale
del modo borghese di produzione, ed essa perciò viene
caratterizzata come forma particolare di produzione so¬
ciale, e così viene insieme caratterizzata storicamente.
Quindi ritenendola erroneamente l’eterna forma naturale
della produzione sociale, si trascura necessariamente an¬
che ciò che è l’elemento specifico della forma di valore,
quindi della forma di merce e, negli ulteriori sviluppi,
della forma di denaro, della forma di capitale, ecc. »
(Il Capitale, Roma 1974, voi. I, p. 112, n. 32).
E’ chiaro che qui la storicità delle epoche e dei
modi di produzione viene agganciata alle loro carat¬
teristiche formali, e quindi proprio agli elementi che
nel pensiero borghese vengono trasposti dalla sfera
storica a quella atemporale. Sicché anche in Marx la
concezione ^genetica, storica, della forma, quindi l’at¬
tenzione genetico-formale, è manifestamente una ca¬
ratteristica portante del suo metodo dialettico. L’uso
volutamente parco del vocabolo « dialettica » e la sua
sostituzione,. nel mio lavoro, con una nuova espres¬
sione, non indicano in alcun modo un allontanamento
dalla dialettica. Sottolineano soltanto il carattere auto¬
nomo della mia ricerca, che vuole essere giudicata
per i suoi propri meriti e non intende farsi forte del¬
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 101
l’autorità del nome di Marx e della terminologia
marxiana. Essa tende altresì a sollecitare anche nel
lettore l’apporto della sua autonoma attività di pen¬
siero. In fondo è compito di tutti noi ritrovare il
marxismo su nuove basi a proposito dei temi relativi
alla logica del pensare e del conoscere. La discus¬
sione sulla problematica della forma di valore, cui si
propone di essere utile il testo che segue, vuol essere
un passo in questa direzione.
A. S.-R.
102
ALFRED SOHN-RETHEL
« Non è la coscienza degli uo¬
mini che determina il loro es¬
sere, ma è, al contrario, il loro
essere sociale che determina la
loro coscienza »l.
Seguendo queste formulazioni marxiane, possiamo
distinguere, dal punto di vista dell’analisi formale
della « coscienza », tre epoche principali dell’« essere
sociale » a cui appartengono specifiche forme di co¬
scienza:
1. Società tribale naturale (comuniSmo primitivo)
- Linguaggio.
2. Prima società di classe (età del bronzo) - Nu¬
mero e scrittura.
3. Società produttrice di merci (antica e moder¬
na) - Pensiero concettuale.
Il saggio che segue si occupa dei fondamenti ori¬
ginari del pensiero concettuale, quindi solo del terzo
stadio; ma, per inquadrare il nostro problema nella
sua prospettiva storica, è necessario toccare, almeno
di sfuggita, gli stadi precedenti.
1. Il linguaggio e le prime forme della coscienza
umana
« Il linguaggio è antico quanto la coscienza, il lin¬
guaggio è la coscienza reale, pratica, che esiste anche
1 Introduzione alla critica deireconomia politica (1839),
in K. Marx, Ver la critica dell'economia politica, Roma 1969,
p. 5.
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 103
per altri uomini e che dunque è la sola esistente anche
per me stesso, e il linguaggio, come la coscienza, sorge
soltanto dal bisogno, dalla necessità di rapporti con altri
uomini... La coscienza è dunque fin dall’inizio un pro¬
dotto sociale e tale resta fin tanto che in genere esistono
uomini »2.
Questa caratteristica intuizione marxiana è stata
confermata in seguito da Pavlov, nelle sue ricerche
sui riflessi condizionati. In queste ricerche l’essenza
del linguaggio e della parola è spiegata conformemen¬
te alla natura del « sistema secondario di segnalazio¬
ne », che include astrazione e pensiero. Basandosi su
questi risultati, George Thomson ha poi tentato di ri¬
costruire storicamente l’origine della coscienza umana.
In pieno accordo con Engels3, questo studioso
marxista ha dimostrato che la coscienza si è svilup¬
pata come un prodotto del « lavoro collettivo, il quale
implica strumenti e discorso articolato » (Thomson,
op. cit., p. 26). « Le tre caratteristiche che abbiamo
segnalato, strumenti, discorso articolato, cooperazio¬
ne, sono quindi elementi di un unico processo: il
lavoro produttivo. Tale processo è peculiarmente
umano e l’unità che lo organizza è la società » (ivi,
p. 27).
Tratti distintivi della coscienza in questa prima
epoca sono:
a) che essa è interamente di natura pratica; è
un sapere di come fare le cose, non di come spie¬
garle (un giudizio secondo il metro della « scienza »
può essere applicabile solo ad una coscienza che, con¬
siderata secondo il nostro punto di vista, si occupa
di spiegare);
b) che il singolo non ha alcuna coscienza di se
2 L’ideologia tedesca, Roma 1958, p. 7.
3 Si veda « Il ruolo del lavoro nel processo di umaniz¬
zazione della scimmia», in Dialettica della natura.
104
ALFRED SOHN-RETHEL
stesso al di fuori del suo gruppo sociale e non si
contrappone alla natura come individuo; al contrario,
la sua concezione dell’ordine naturale porta i tratti
del suo ordine sociale;
c) che « fin tanto che il lavoro rimase un fatto
collettivo questa attività era di necessità incompren-
sibile ai suoi singoli partecipanti »; per questi esso
non può essere distinto dalla magia; « possiamo dire
che la magia ha avuto origine nel processo del la¬
voro, rappresentandone l’aspetto soggettivo » (ivi, p.
41).
2. Scrittura e numero
Dal punto di vista economico la proprietà comune
del comuniSmo primitivo era basata su un livello di
produzione che garantiva ancora a malapena la mera
sussistenza. La produttività si elevò stabilmente al di
sopra di questo livello solo al principio del Neolitico,
rendendo cosi possibili lo sfruttamento e la società
di classe. La crescente divisione del lavoro con conse¬
guente differenziazione fra lavoratori, gli inizi della
metallurgia (rame e bronzo), infine la bonifica e
l’irrigazione delle valli alluvionali dei grandi fiumi
orientali del Nilo allo Huang-Ho, posero con uno
sviluppo graduale le fondamenta economiche per le
grandi civiltà dell’età del bronzo. Possiamo limitarci
come modello all’antico Egitto.
Il plusprodotto ampiamente accresciuto delle co¬
munità di villaggio, che producono ancorà colletti¬
vamente, viene appropriato — raccolto, immagazzi¬
nato, venduto — da una classe superiore di funzio¬
nari, sacerdoti e generali al servizio dell’onnicompren¬
siva teocrazia del faraone. Il plusprodotto, in mezzi
di sussistenza, accumulato, viene sistematicamente
utilizzato come capitale in forma naturale. Serve al
mantenimento di una massa variamente occupata di
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 105
produttori secondari, arruolati nell’esercito e schiavi
catturati in guerra, lavoratori impiegati nelle costru¬
zioni (templi, piramidi, canali di irrigazione e così
via), artigiani (armi, navi, ecc., e produzione di lusso
altamente sviluppata per la classe superiore), lavora¬
tori dei trasporti, marinai, minatori, ecc.; e serviva
pure per pagare i materiali ' importati da altre zone
nell’attività statale di commercio estero. Solo questo
traffico con l’esterno ha la forma dello scambio di
merci, e quindi dell’appropriazione reciproca dei pro¬
dotti del lavoro altrui, mentre la base economica
interna di tutto l’insieme poggia sull’appropriazione
diretta e unilaterale del plusprodotto ed ha quindi,
come dice Marx, la forma di un « rapporto diretto
di signoria e servitù »4.
Grandi conquiste intellettuali furono realizzate in
questi rapporti di produzione, e siamo dell’avviso
che esse si fondarono sulle forme prodotte dalla pras¬
si del rapporto di appropriazione diretta e unilaterale
tra classe superiore e classe inferiore. Questa appro¬
priazione come istituzione regolare rese necessari l’uso
di numeri sistematici e l’elaborazione di elementari
metodi di calcolo, e per di più in forma scritta onde
assicurare controlli documentari di questi affari e del
loro dare e avere. Vennero usate unità di misura di
ogni genere, calendari comuni, calcolo e determina¬
zione della capacità dei magazzini usati per i diffe¬
renti prodotti. Tutto ciò presupponeva la scrittura.
Qui venne sviluppata col ricorso a dei simboli, a
4 « Per i popoli i primitivi rapporti di produzione col¬
lettivi si sono trasformati in rapporti tributari, senza però
implicare alcun cambiamento più radicale » (George Thom¬
son, I primi filosofi, Firenze 1973, p. 182).
A parte l’esposizione di George Thomson si veda per la
società dell’età del bronzo Gordon Childe, e specialmente il
suo breve e brillante saggio The social implications of the
three ages in archeological classification, in « Modern Quar¬
terly », voi. 1, 2 (marzo 1946).
106
ALFRED SOHN-RETHEL
segni che stavano ad indicare i prodotti, i produttori
e la loro attività di produzione, non però dalla parte
dei produttori, bensì dalla parte dei loro sfruttatori.
Queste conquiste intellettuali non trovarono quindi
il loro punto di partenza nel rapporto tra uomo e
natura, ma nel rapporto degli uomini tra loro, e tra
loro non come individui naturali, ma come classi
sociali ben determinate e distinte; sono questi rap¬
porti di classe storicamente determinati che devono
essere quindi considerati come « il fondamento dal
punto di vista genetico e formale, ossia, possiamo
dire, il fondamento genetico-formale di quelle attività
dell'intelletto. Ed è anche evidente come un tale
fondamento segni conseguentemente la separazione
delle attività intellettuali dal lavoro manuale, dal la¬
voro e dall’esistenza dei produttori sfruttati.
Una buona illustrazione di tutto ciò è fornita dal-
l’origine della geometria presso gli Egiziani, che Ero¬
doto riconduce, come è noto, alla necessità di rimi¬
surare i campi dopo gli straripamenti del Nilo. A
prima vista ciò costituiva un servizio reso ai conta¬
dini, teso a facilitare la coltivazione dei campi nel¬
l’anno nuovo; e questa sembra essere stata l’opinione
anche della maggior parte degli storiografi dell’anti¬
chità greca e romana. Ma, come accade non di rado
agli storici, essi hanno seguito la loro fonte, Erodoto,
soltanto in maniera superficiale, tenendosi alle loro
idee preconcette. Erodoto stesso è di gran lunga più
preciso. Egli informa che queste misurazioni dei cam¬
pi avevano luogo al fine di imporre i tributi che do¬
vevano essere pagati per ogni campo nel nuovo anno.
Il misuratore dei campi non appariva quindi ai con¬
tadini come uno di loro, ma nella veste gallonata di
funzionario del faraone, e solo in tale qualità egli
portava con se i suoi geometri. Questi geometri ve¬
nivano chiamati con un nome che Erodoto traduce
in greco harpedonaptin, letteralmente ’ annoda-corde ’,
come specialisti o piuttosto virtuosi di un’arte di cui
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 107
si servono ancora oggi i giardinieri per delimitare le
aiuole. Una simile attività non è certo così altamente
intellettuale come ancora i nostri storici amano dire
dei sapienti Egiziani, ma spiega, molto meglio di
qualsiasi studio degli antichi papiri, come gli Egi¬
ziani possano essere pervenuti alla loro conoscenza
sorprendentemente precisa, tra l’altro, delle gran¬
dezze. In generale, le attività intellettuali degli Egi¬
ziani non hanno ancora la qualità teoretica della
scienza: quelli che le esercitavano erano sacerdoti,
non ancora filosofi. D’altra parte, nella civiltà dell’età
del bronzo, le classi dominanti non avevano ancora
perso il controllo sul processo sociale, e può darsi
ci sia, tra questi due fatti, un’interna connessione.
Solo presso i Greci, agli inizi della produzione di
merci, troviamo i primi filosofi.
3. Pensiero concettuale
Il pensiero filosofico sorge nell’antica Grecia ini¬
zialmente con i primi filosofi ionici della natura, an¬
cora semi-mitologizzanti, e poi, intorno al 500 a.C.
con i primi pensatori rigorosamente concettuali, Pi¬
tagora, Eraclito, Parmenide. Il sorgere del ragiona¬
mento filosofico, astratto e concettuale, può essere
considerato un attributo della civiltà, intesa nel sen¬
so di Engels.
« La civiltà è... lo stadio di sviluppo della società,
nel quale la divisione del lavoro, lo scambio tra individui
da essa generato e la produzione di merci che li abbraccia
entrambi, giungono al completo dispiegamento e rivolu¬
zionano tutta quanta la precedente società. La produ¬
zione di tutti i precedenti stadi della società era essen¬
zialmente una produzione comune, ...e la produzione;
finché viene condotta su questa base, non può sover¬
chiare i produttori... il che accade regolarmente ed ine-
108
ALFRED SOHN-RETHEL
viabilmente nella civiltà. Ma... gradatamente, la produ¬
zione delle merci diventa la forma dominante »5.
E cioè non solo forma delle relazioni con l’ester¬
no tra le diverse comunità e i diversi Stati, com’era
negli stadi precedenti, ma anche forma dei rapporti
sociali di produzione aH’intemo. Potremmo aggiun¬
gere che la prima coniazione di moneta (intorno al
700 a.C. in Ionia) cade in quella svolta decisiva in
cui la produzione di merci penetra anche la struttura
interna della società e diventa così la forma econo¬
mica universalmente dominante. Engels la include
senz’altro nella sua definizione riassuntiva.
« Lo stadio della produzione delle merci con cui
comincia la civiltà, viene, in termini economici, indicato
dall’introduzione 1) del denaro metallico e con esso del
capitale monetario, dell’interesse e dell’usura; 2) della
classe dei commercianti come classe intermediaria tra i
produttori; 3) della proprietà fondiaria privata e del¬
l’ipoteca; 4) del lavoro degli schiavi come forma di
produzione dominante » 6.
Le conclusioni raggiunte da Engels nella sua ri¬
cerca, in relazione agli effetti della produzione di
merci e dell’economia monetaria sulla vita sociale,
sono state in tempi più recenti portate avanti e fatte
progredire di un passo essenziale da George Thom¬
son che, nel libro già citato, ha persuasivamente so¬
stenuto che lo sviluppo della produzione di merci
è la radice dalla quale anche la filosofia trae origine.
Egli formula come segue la sua concezione com¬
plessiva:
« Nel Capitale Marx ha fornito la prima analisi
scientifica di quelle cose misteriose che si chiamano
5 F. Engels, L’origine della famiglia ecc., Roma 1963,
p. 204.
6 Ivi, p. 206.
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 109
’ merci Una merce è un oggetto materiale che diviene
merce solo in virtù dei suoi rapporti sociali con altre
merci. La sua esistenza, in quanto merce, è una realtà
puramente astratta. E’ nello stesso tempo..; il contras-
segno della civiltà... Per questo il pensiero civilizzato è
stato dominato, dalle fasi più arcaiche ai giorni d’oggi,
da quello che Marx definì feticismo delle merci, cioè la
falsa coscienza generata dai rapporti sociali caratteristici
della produzione di merci. Nella filosofia greca arcaica
vediamo che tale falsa coscienza emerge gradualmente e
si impone sulle categorie universali di pensiero derivate
dalla produzione di merci, come se tali categorie appar¬
tenessero non alla società, ma alla natura »7.
Questa conclusione sembra però sollevare una
questione importante.
a) Due concezioni materialistiche palesemente con¬
traddittorie
Come si accorda, con la teoria ortodossa della
conoscenza del materialismo dialettico, la derivazione
delle categorie fondamentali del pensiero della pro¬
duzione di merci, suggerita da Thomson? Le cate¬
gorie in questione sono concetti come « sostanza »,
« essere », « grandezza », « quantità », spazio e tempo
astratti, moto puro o uniforme, ecc., concetti e prin¬
cipi quindi non dissimili da quelli di cui Engels,
nell’Anti-Diihring dice:
« Ma da dove il pensiero prende questi principi?
Da se stesso? No,... il dominio puramente ideale si limita
a schemi logici...; qui si tratta, invece, solo di forme
dell’essere, del mondo esterno, e queste forme il pen¬
siero non può mai crearle né dedurle da se stesso, ma
precisamente solo dal mondo esterno. Ma con ciò tutto
il rapporto si inverte: i principi non sono il punto di
partenza dell’indagine, ma invece il suo risultato finale;
non vengono applicati alla natura e alla storia dell’uomo,
7 G. Thomson, op. cit., pp. 307-8.
110
ALFRED SOHN-RETHEL
ma invece vengono astratti da esse; non già la natura
e il regno dell’uomo si conformano ai principi, ma i
principi, in tanto sono giusti, in quanto si accordano
con la natura e con la storia. Questa è l’unica conce¬
zione materialistica dell’argomento e quella del sig. Diih-
ring, ad essa contrapposta, è idealistica »8.
Questa posizione engelsiana fu ripresa da Lenin
ed elaborata come teoria del rispecchiamento9. Ma
la concezione di Thomson, sebbene mostri evidenti
differenze da questa, non è certamente idealistica,
poiché anche secondo lui il penseiro non trae da se
stesso le sue categorie fondamentali, ma dalla realtà
esterna, e precisamente da quella della produzione
di merci; quindi da una forma dell’« essere sociale
degli uomini », come dice Marx nella formulazione
citata in principio sull’elemento che determina la
« coscienza ».
Engels, d’altronde, parla di « mondo esterno »,
ed è difficile dubitare che una derivazione come quel¬
la suggerita da Thomson non fosse ciò che Engels
aveva in mente quando scrisse il passo citato. Sembra
così imporsi qui, almeno a prima vista, una certa
incompatibilità tra due modi di pensare materiali¬
stici, dei quali uno fa risalire i principi della cono¬
scenza ad una radice presente nel nostro proprio
« essere sociale », l’altro li deriva attraverso « astra¬
zione » e « rispecchiamento » dal « mondo esterno ».
Questa palese discrepanza richiede un chiarimento,
che può esser condotto nel modo migliore tramite
una ricerca sistematica sulle implicazioni della con¬
cezione di Thomson. Ricerca che sembra degna di
essere intrapresa, dato che la teoria di Thomson con¬
ferma perfettamente l’idea direttrice del materialismo
8 F. Engels, Anti-Diihring, Roma 1956, p. 44.
9 Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo. Su ciò an¬
che Adam Schaff, Zu einigen Frage der marxistischen Theo¬
rie der Wahrheit, Dietz (DDR), 1955.
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 111
storico, secondo il quale è P« essere sociale » degli
uomini che, come scrive Marx nel passo citato al¬
l’inizio, « determina la loro coscienza ». In secondo
luogo questa teoria promette, cosa che nessuna teoria
materialistica ha ancora potuto fare, di derivare cate¬
gorie specifiche da specifici fondamenti dell’essere.
In terzo luogo essa mira a comprendere le determi¬
nate forme di conoscenza esistenti in riferimento alle
diverse epoche storiche, e potrebbe avviare così una
teoria della conoscenza realmente storico-materialistica.
La chiave per la comprensione che cerchiamo può
trovarsi solo in una minuziosa analisi formale dello
scambio di merci, perché è proprio questo, secondo
la tesi di Thomson che è qui in questione, la fonte
dell’astrazione dalla quale dovrebbe derivare il modo
astratto di pensare che caratterizza le epoche nelle
quali la produzione di merci è pienamente svilup¬
pata. U nostro punto di partenza è perciò l’analisi
marxiana della merce nei primi capitoli del Capitale.
b) L’analisi marxiana della merce
Marx insiste particolarmente sulla natura astratta
della merce e parla di « astrazione di valore » e
« astrazione di merce ». Ciò che queste espressioni si¬
gnificano è astrazione dal valore d’uso delle merci,
che ha luogo nello scambio. A proposito delle merci
si dice: « Le loro proprietà corporee si considerano,
in genere, soltanto in quanto le rendono utilizzabili,
cioè le rendono valori d’uso. Ma d’altra parte è pro¬
prio tale astrarre dai loro valori d’uso che caratteriz¬
za con evidenza il rapporto di scambio delle merci » 10.
Il valore d’uso delle merci si fonda sulla loro qualità
materiale, sulla loro realtà sensibile, empirica, di cose.
L’astrazione dal valore d’uso che caratterizza un rap¬
porto di scambio, è indice perciò di una astrattezza
10 K. Marx, Il Capitale, Roma 1974, voi. I, p. 69.
112
ALFRED SOHN-RETHEL
che ha manifestamente una stretta parentela con
raffermarsi, nella conoscenza, delle categorie dell’in¬
telletto ’ puro Solo la qualità di valori d’uso delle
cose produce la loro differenziazione nel tempo e nel¬
lo spazio, sicché le forme conseguenti all’astrazione
si rivestono necessariamente di un carattere di uni¬
versalità atemporale.
L’astrazione dal valore d’uso è concepita da Marx
come una conseguenza oggettiva, puramente fattuale
e cieca, dello scambio. Ben lungi dal fondarsi sulle
intenzioni e sulle considerazioni dei soggetti agenti,
essa si compie senza che coloro che la mettono in
atto se ne accorgano. « Non sanno di far ciò, ma lo
fanno »11. I proprietari di merci sono le vittime
ignare delle azioni e reazioni in cui l’astrazione che
essi stessi mettono in atto irretisce i soggetti agenti.
Solo post festum, dice Marx, a risultato compiuto
del processo, comincia la riflessione su quelle che
sono diventate le forme nelle quali è nascosta la ve¬
rità. Infatti « il movimento mediatore scompare nel
proprio risultato senza lasciar tracce »11 12.
Ma da dove lo scambio di merci prende la sua
funzione astraente? Qual’è in ultima analisi la causa
che la produce? Questo è naturalmente il problema
decisivo. Agli occhi della maggior parte degli econo¬
misti e dei sociologi borghesi la dottrina del carattere
feticistico delle merci è tutt’al più una speculazione
non vincolante, senza un sufficiente fondamento nel¬
la realtà, che a loro parere può essere compresa be¬
nissimo come realtà empirica. Ma su che cosa pog¬
gia Marx la sua tesi, su che cosa è fondata? Se, at¬
traverso i numerosi passaggi logici, ripercorriamo at¬
tentamente fino alle sue premesse originarie la de¬
duzione marxiana cui tale tesi è ancorata, scopriamo
che il punto di partenza essenziale è il riferimento
11 Ivi, p. 106.
12 Ivi, p. 125.
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 113
alla funzione propria dello scambio di equiparare le
merci scambiate. Già nella terza pagina leggiamo che
le diverse merci che si scambiano nelle più differenti
proporzioni « debbono essere valori di scambio so¬
stituibili l’un con l’altro o di grandezza eguale fra
loro. Perciò ne consegue: in primo luogo, che i va¬
lori di scambio validi della stessa merce esprimono
la stessa cosa. Ma, in secondo luogo: il valore di
scambio può essere in generale solo il modo di espres¬
sione, la « forma fenomenica » di un contenuto di¬
stinguibile da esso » 13. Più avanti, all’inizio dell’ana¬
lisi della forma di valore, troviamo: « x merce A = y
merce B, oppure: x merce A vale y merce B... L’ar¬
cano di ogni forma di valore sta in questa forma
semplice di valore. La vera e propria difficoltà sta
dunque nell’analisi di essa » 14. E ancora: « Per sco¬
prire come l’espressione semplice di valore di una
merce stia nel rapporto di valore fra due merci si
deve in primo luogo considerare tale rapporto in
piena indipendenza dal suo aspetto quantitativo...
Tela = abito è il fondamento dell’equazione » 15.
c) Il postulato di equivalenza
Questa equazione venne accettata da Marx come
un postulato fondamentale, che a parte la semplice
esposizione non aveva bisogno di essere ulteriormen¬
te provato. In effetti essa costituiva la base comune
di ogni teoria economica del valore fino a Marx, in¬
clusa l’economia classica premarxiana. E’ ben noto,
però che solo 4 o 5 anni dopo la comparsa del primo
volume del Capitale, gli economisti borghesi svilup¬
parono una teoria soggettivistica del valore, la teoria
dell’utilità marginale, il cui motivo più penetrante
13 Ivi, p. 69.
14 Ivi, p. 80.
15 Ivi, p. 82.
114
ALFRED SOHN-RETHEL
è la negazione del postulato di equivalenza. Questa
scuola riduce il valore alla « logica della scelta »
(Pareto), e la scelta presuppone differenza, non ugua¬
glianza dei valori. Certo questa posizione fa dell’idea¬
lismo il principio metodologico dell’economia, ma,
comunque sia, d’allora in poi l’uguaglianza dei valori
nello scambio non può più essere trattata come verità
assiomatica. Il postulato di equivalenza dev’essere
fondato, la sua validità dimostrata. Ciò non ricon¬
fermerà semplicemente l’analisi marxiana della mer¬
ce; questa subirà inevitabilmente un ampliamento e
un approfondimento, e questo ampliamento compren¬
de, se non vado errato, anche l’inclusione della pro¬
blematica della conoscenza nell’analisi della merce
e dell’economia.
Ci sono più modi di affrontare questo compito,
e innanzitutto quello di intraprendere una critica
complessiva dell’economia soggettivistica e di rischia¬
rare dalle fondamenta la sua concezione della razio¬
nalità del calcolo economico del valore. Ciò è evi¬
dentemente impossibile in un breve articolo. Sce¬
glieremo dunque, in alternativa, un percorso abbre¬
viato che, oltre alla brevità, ha anche il vantaggio
di eliminare l’intera problematica economica della
grandezza del valore e della sua determinazione e di
permettere così una concentrazione esclusiva sulla
questione della forma dello scambio di merci e del
valore.
d) Atto d’uso e atto di scambio
Per il nostro procedimento abbreviato ci servia¬
mo di una definizione di valore d’uso e di valore di
scambio che da un lato soddisfa la teoria marxiana,
e dall’altro non può venir respinta a limine neppure
dai teorici soggettivisti. Tale definizione, ridotta ai
minimi termini, è la seguente: come valore d’uso
deve intendersi l’aspetto di una merce come oggetto
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 115
di atti d’uso, come valore di scambio il suo aspetto
come oggetto di atti di scambio. Ciò è meno tauto¬
logico di quanto non sembri. La questione viene
spostata dalle cose alle azioni che le concernono, e
quindi alla prassi (si veda la prima tesi su Feuerbach).
Si mostra così che oltre all’oggettiva differenza dei
due modi di agire, è importante la circostanza che
essi si escludono reciprocamente nello spazio e nel
tempo. Atto d’uso e atto di scambio non sono solo
materialmente differenti, ma anche imprescindibilmen¬
te separati nel tempo l’uno dall’altro. Questa circo¬
stanza contiene il fondamento dell’astrattezza del pro¬
cesso di scambio. Il processo è astratto perché in
generale può aver luogo solo nella ’ astrazione ’ ef¬
fettiva dagli atti d’uso. Il rapporto di esclusione an¬
titetica spazio-temporale tra uso e scambio come
azioni ha quindi per la nostra analisi uno specifico
significato e dev’essere compreso con esattezza nella
sua essenza.
Su che cosa si fonda la separazione temporale, di
che tipo è la sua necessità? Mentre sono oggetto di
scambio tra i loro proprietari, le merci devono ri¬
manere esenti da ogni atto d’uso. La ragione è che
gli atti di scambio servono a un solo tipo di cam¬
biamento, e precisamente a un mutamento di posses¬
so, a un mutamento cioè che riguarda soltanto lo
stato sociale delle merci in quanto proprietà. Affin¬
ché questo mutamento puramente sociale possa aver
luogo come prassi riconosciuta e secondo le sue pro¬
prie regole, l’uso materiale delle merci deve essere
escluso per tutto il tempo necessario al mutamento
stesso. Oppure, per dirla in maniera ancora più pre¬
cisa, lo status naturale o materiale delle merci, il loro
status come oggetti di atti d’uso deve conservarsi in
modo tale che possa essere considerato come immu¬
tato. Se questo presupposto, in un caso determinato,
trovi riscontro nei fatti, è cosa che può restare inde¬
finita. Quel che è necessario perché lo scambio di
116
ALFRED SOHN-RETHEL
merci sia realmente possibile è che le parti contraen¬
ti siano in grado di supporre, e postillino di fatto,
che nel corso della transazione (consistente nella con¬
trattazione e nella consegna delle merci) lo status
fisico delle merci, nella misura in cui esso riguardi
il loro valore d’uso, rimanga intatto. E fintantoché
questo postulato si riferisce ad azioni umane, gli può
essere riconosciuta piena validità. Perciò, ogni qual¬
volta ha luogo uno scambio di merci, esso avviene
sotto l’effettiva eliminazione o ’ astrazione ’ dall’uso.
Non si tratta di una astrazione nel pensiero, ma nella
realtà, nella prassi spazio-temporale dello scambio. Il
fatto che non si verifichino atti d’uso è la condizione
previa perché si verifichino atti di scambio. L’istitu¬
zione che serve alla realizzazione di una situazione
di tal genere è il mercato.
L’eliminazione dell’uso come azione non significa
certamente che l’uso come scopo delle merci, e quin¬
di il loro valore d’uso, non giochi alcun ruolo nello
scambio. Al contrario, il valore d’uso riveste per i
soggetti che operano lo scambio un interesse vivissi¬
mo. Ma il valore d’uso, li occupa solo a livello delle
rappresentazioni e della fantasia, ossia solo soggetti¬
vamente; sul mercato l’interesse non può tradursi in
azione. Sul mercato, nelle vetrine, le merci stanno
ancora ferme e mute in attesa solo di cambiare pro¬
prietario. In rapporto all’uso esse sono soltanto in
esposizione. La merce contrassegnata da un prezzo
fisso viene a trovarsi, per una sorta di finzione, in
una condizione di identità fissa, che non può essere
mutata né dalla natura né dalla mano dell’uomo.
Questo non esclude che la si possa esaminare e pro¬
vare accuratamente, saggiare e collaudare, e persino
che se ne possano avere dimostrazioni pratiche, seb¬
bene al limite queste non si possano distinguere dal¬
l’effettivo uso della merce. Comunque tutte queste
iniziative servono, sul mercato, solo per una adeguata
informazione e per una valutazione da parte dei dien-
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 117
ti, e restano separate con un limite invalicabile dal¬
l’uso pieno della merce in tutta la sua identità. Una
barriera invisibile, dura come vetro, divide sul mer¬
cato l’uno dall’altro soggetto e oggetto. Le merci pas¬
sano dal sortilegio del mero fenomeno alla realtà
della prassi oggettiva solo grazie al trasferimento
dalla sfera pubblica del mercato alla sfera privata dei
nuovi proprietari. Con uno sviluppo sufficientemente
ampio del modo di produzione capitalistico la sfera
del mercato si estende a tutto lo spazio ed il tempo
della società, e l’offerta delle merci a un dato prezzo
si generalizza. L’idealismo soggettivo del XVIII se¬
colo si adatta come fosse fatto su misura alle regole
qui dominanti.
La separazione tra atto di scambio e atto d’uso è
fin dal principio caratteristica dello scambio (nel
senso di uno scambio di proprietà tra possessori di
merci fondato sulla reciprocità e sull’accordo). Ogni
scambio di merci presuppone che la loro realtà fisica
resti inalterata durante la transazione. Ciò non toglie
che l’atto di scambio sia a sua volta un evento fisico,
un atto dotato di realtà spazio-temporale. Solo a cau¬
sa della loro uguale realtà spazio-temporale scambio
ed uso si escludono a vicenda. Viene a verificarsi
così la situazione paradossale per cui un’azione, che
ha a che fare solo con lo status sociale delle merci
ed esclude come contraddittorio il fatto che ci si oc¬
cupi del loro status fisico, è non di meno dotata di
realtà fisica.
L’astrattezza ohe scaturisce dalla eliminazione del¬
l’uso è di conseguenza proprietà di una azione fisica-
mente reale, quantunque solo per gli uomini che ne
comprendono il senso come atto di scambio.
Come la situazione che abbiamo così analizzato
contribuisca a fondare il postulato di equivalenza, è
una questione che qui dobbiamo limitarci ad accen¬
nare appena. E’ immediatamente evidente che la ne¬
gazione soggettivistica della equivalenza procede dal
118
ALFRED SOHN-RETHEL
disconoscimento del fenomeno dello scambio, dalla
sua interpretazione in termini di uso e di soddisfa¬
cimento di bisogni, con una totale ignoranza della
sua realtà come forma di relazioni sociali e della sua
conseguente determinazione formale. Il postulato di
equivalenza si sviluppa dall’astrazione dello scambio
o, più precisamente, dall’identità di forma che l’astra¬
zione stabilisce tra le due merci, i due soggetti che
operano lo scambio ed i loro rapporti reciproci. E
l’astrazione, dal canto suo, è legata alla reciprocità
del mutamento di possesso come « scambio », ossia
alla sua natura sociale e interumana. Una appropria¬
zione soltanto unilaterale, che sia fondata sul furto
o sulla riscossione di tributi o anche sull’appropria¬
zione della natura, non richiede alcuna separazione
dell’appropriazione dall’uso (il consumo può costi¬
tuire l’appropriazione). Perciò agli oggetti dell’appro¬
priazione unilaterale non si aggiunge alcun valore
astratto diverso dalla loro utilità fisica. Il valore a-
stratto è un concetto che viene in generale concepito
solo ai fini di una possibile equiparazione di diffe¬
renti oggetti di uso neU’ambito delle relazioni di
scambio. All’astrazione dello scambio come base del¬
la forma-valore si riallaccia ora l’analisi ulteriore.
e) Gli elementi formali dell'astrazione dello scambio
Uso l’espressione ” astrazione dello scambio ” nel
senso di un’astrattezza che inerisce all’atto di scambio
per il fatto che esso ha luogo per sua natura in ef¬
fettiva separazione da ogni atto d’uso. L’espressione
non si identifica quindi con i concetti marxiani di
astrazione di valore e astrazione di merce, che si ri¬
feriscono al lavoro astratto; essa si riporta invece a
termini come forma di merce e forma di valore 15a.
15a Per esempio nella frase: « Il processo di scambio
non dà alla merce che esso trasforma in denaro il suo valore,
ma la sua forma specifica di valore» (Capitale, cit., p. 123).
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 119
L’astrazione dello scambio ha tuttavia in comune con
l’astrazione della merce il fatto che è sottratta alla
coscienza dei soggetti mentre compiono le azioni con
le quali la producono. Mentre agiscono, infatti, i
possessori di merci sono tutti presi dai loro interessi
economici, e non possono prestare contemporanea¬
mente attenzione alle implicazioni formali del loro
agire. La coscienza dell’astrazione in atto è una im¬
possibilità logica, poiché l’astrazione non avrebbe luo¬
go se la coscienza fosse rivolta ad essa anziché all’at¬
to di scambio.
Poiché questo articolo riguarda la teoria della
conoscenza, quello che più importa a proposito del¬
l’astrazione dello scambio è di determinare con pre¬
cisione l’atto di scambio in senso stretto: in tal atto,
infatti, sono raccolti gli elementi costitutivi dell’astra¬
zione e il definirlo nelle sue parti consente di colle¬
gare i diversi elementi in uno schema. Lo schema
dunque descrive l’atto del trasferimento del possesso
delle merci tra gli operatori dello scambio come un
puro movimento, attraverso spazio astratto e tempo
astratto, di sostanze le quali durante il processo non
subiscono alcun mutamento materiale, capaci di dif¬
ferenziazione meramente quantitativa. Queste deter¬
minazioni, anche senza una deduzione formale su cui
non possiamo attardarci in questa sede, dovrebbero
apparire abbastanza credibili nella loro origine dal¬
l’astrazione dello scambio, perché se ne possa far uso
ai fini della nostra spiegazione.
L’accento è posto sul fatto che gli elementi del¬
l’astrazione dello scambio sono elementi puramente
formali che, sottratti ad ogni percezione sensibile,
non ammettono altro modo per essere colti che la
riflessione in puri concetti. Essi, però, non nascono
nel concetto, non procedono dal pensiero! Essi han¬
no origine invece dall’« essere sociale », cioè scatu¬
riscono come risultato cieco ma tuttavia comprensi¬
bile e deducibile del processo di scambio, e quindi
120
ALFRED SOHN-RETHEL
dalla causalità delle azioni umane, cioè da processi
spazio-temporali, storici. Non è il pensiero umano a
produrre per sua interna spontaneità queste astra¬
zioni formali, ma è al contrario l’astrazione formale
dello scambio di merci nella società che produce il
puro pensiero e crea con esso la divisione tra lavoro
intellettuale e lavoro manuale.
La dimostrazione di questa tesi, comporta per
sua natura delle difficoltà. E’ però, possibile, anche
se non facile, giungere, sulla scorta delle indicazioni
della descrizione qui data dell’astrazione dello scam¬
bio, ad una determinazione completa e precisa dei
suoi elementi formali. Chiunque si accinga a questo
compito scoprirà che viene in tal modo fornita la
spiegazione genetico-formale di quei concetti che so¬
no tradizionalmente noti come categorie dell’intellet¬
to puro e che, nella interpretazione ontologica o in
quella epistemologica, costituiscono il problema cen¬
trale sul quale si è inutilmente rotta la testa la filo¬
sofia dai ’ primi filosofi ’ a oggi.
f) II nucleo razionale della teoria della conoscenza
Chiediamoci perciò dov’è, da un’angolazione mar¬
xista, il nocciolo razionale della filosofia teoretica.
Esso sta nella questione: come è possibile una valida
conoscenza della natura su una base diversa dal la¬
voro manuale? Si può dire che la filosofia è vecchia
quanto questo problema. Nell’antichità toccò proprio
ai filosofi ricercare col lavoro intellettuale la cono¬
scenza della natura; nell’età moderna la conoscenza 1616 « L’astrazione dell’oggettività borghese è dovuta al¬
l’analoga astrazione nella società » (C. Caudwell, Crisis in
Physics, 1939, p. 80).
Caudwell è, oltre a Thomson, uno dei pochi marxisti
che ha intrapreso una direzione di pensiero affine alla mia.
(Caudwell cadde nella guerra di Spagna).
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 121
della natura divenne compito della scienza, mentre i
filosofi, da Descartes in poi, tentarono di rendere con¬
to proprio della scienza e della sua possibilità. Essi
sono ancora occupati in questo compito. In entram¬
be le epoche la conoscenza della natura a livello in¬
tellettuale era una necessità indispensabile per le
classi dominanti della società basata, nell’antichità sul¬
la produzione di merci semplice e, nell’età moderna,
sulla produzione di merci capitalistica. Qui come là,
il controllo sul processo di produzione è passato dai
produttori manuali a una classe di non-lavoratori che
esercitano il loro dominio di classe come capitalisti,
cioè come detentori del potere del denaro. Una va¬
lida conoscenza della natura da fonti diverse dal la¬
voro manuale era perciò, ed è ancora, un’indispen¬
sabile necessità sociale.
Naturalmente non abbiamo in questa sede né
l’opportunità né l’intenzione di addentrarci nelle di¬
verse risposte che questo problema ha ricevuto in
2.500 anni di storia della filosofia fino a noi, fino a
Wittgenstein, Dewey e Bertrand Russell. E’ sufficien¬
te qui accennare al fatto che queste risposte sono
tutte concepite in termini atemporali, astorici, cosic¬
ché i bisogni particolari della società, che scaturisco¬
no dalla produzione di merci, appaiono come immu¬
tabili necessità naturali. A questo modo di pensare
noi contrapponiamo una risposta marxista: la cono¬
scenza della natura che diventa necessaria nelle so¬
cietà produttrici di merci è basata, per quel che
riguarda le categorie, sull’astrazione dello scambio.
L’astrazione dello scambio è l’origine spazio-tempo¬
rale, storica, del pensiero atemporale, astorico. La
natura compresa nelle forme di questo pensiero è
natura in forma di merce 17.
17 Caudwell parla nel luogo già citato di ’mercato co¬
smico ’ e mette in relazione lo schema newtoniano del mo¬
vimento puro con l’astrazione dello scambio.
122
g) Movimento e materia
ALFRED SOHN-RETHEL
Questa indicazione dovrà restare qui una tesi
senza dimostrazione, poiché è impossibile fornire in
questo luogo adeguata conferma nei particolari.
A sostegno di essa, comunque, consideriamo due ca¬
ratteristiche generali della scienza moderna e dello
schema di pensiero che vi è sotteso. Una la si trova
in Engels:
« Il movimento è il modo di esistere della materia.
Mai e in nessun luogo c’è stata o può esserci materia
senza movimento. Movimento nello spazio cosmico, mo¬
vimento meccanico di masse più piccole nei singoli corpi
celesti, vibrazione molecolare come calore o come cor¬
rente elettrica o magnetica, scomposizione e combinazio¬
ne chimica, vita organica: sono queste le forme di mo¬
vimento, nell’una o nell’altra o contemporaneamente in
parecchie delle quali si trova, in ogni dato istante, ogni
singolo atomo di materia cosmica » 18 (sottolineatura di
Engels).
L’altra in Bertrand Russell:
« La teoria che il mondo fisico sia costituito solo
di materia in movimento fu la base delle teorie general¬
mente accettate sul suono, sul calore, sulla luce e sul¬
l’elettricità » 19.
La connessione necessaria di materia e movimen¬
to discende dalla definizione galileiana del principio
d’inerzia20. Questa definizione fu il tocco finale per
l’elaborazione del metodo matematico e sperimentale,
18 F. Engels, Anti-Dühring, cit., p. 70.
19 Storia della filosofia occidentale, Milano 1968, p. 793.
20 Nella formulazione di Newton la definizione suona:
« L’inerzia è quella proprietà della materia in virtù della
quale essa conserva lo stato di quiete o di moto rettilineo
uniforme finché non lo muti una causa esterna ».
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 123
che fece di Galileo il fondatore della scienza moderna
della natura. Come spieghiamo, a partire dalla nostra
tesi, la sua interna possibilità conoscitiva?
Alla luce della definizione galileiana di inerzia
lo schema di movimento dell’astrazione dello scam¬
bio assume il valore di quel minimo che in generale
può ancora essere considerato un evento fisico. Lo
schema di movimento dell’astrazione dello scambio
diventa qui, dal punto di vista metodologico, l’ele¬
mento di congiunzione tra matematica e natura. Un
fenomeno naturale, che in conformità a questa forma
elementare si lascia costruire come ’ movimento com¬
binato ’, diventa con ciò ipso facto sussumibile sotto
gli elementi formali dell’astrazione dello scambio e
riconducibile a trattamento matematico. A tale fe¬
nomeno si adatta perfettamente il procedimento ef¬
fettivamente seguito da una .conoscenza che quanti-
fica la natura. Un’ipotesi teoretica in formulazione
matematica viene enunciata e verificata mediante il
confronto con la natura, o meglio mediante il con¬
fronto con quello specifico processo naturale accura¬
tamente isolato nel quale l’ipotesi contiene la defi¬
nizione. Questo confronto è realizzato dall’esperi¬
mento. Se l’esperimento fornisce una verifica convin¬
cente, l’ipotesi si eleva a ’ legge di natura ’ che ga¬
rantisce ora, in una ripetizione uguale nelle condi¬
zioni di isolamento dell’esperimento, la stessa cau¬
salità. Questa garanzia è uno degli innumerevoli ri¬
sultati della moderna indagine quantificante della na¬
tura, di cui gli imprenditori capitalistici hanno biso¬
gno per l’installazione di produzioni in serie di mer¬
ci per il mercato, e quindi per il processo di valoriz¬
zazione del loro capitale. Queste produzioni in serie
sono la copia ingrandita, precisa, degli esperimenti
di laboratorio delle moderne scienze esatte. Con ciò
si chiude il circolo scienza, tecnologia, economia po¬
litica, di cui la tesi qui sostenuta promette di render
conto sul terreno marxiano. La conoscenza della na¬
124
ALFRED SOHN-RETHEL
tura da fonti diverse dal lavoro manuale, e precisa-
mente da parte di un lavoro intellettuale irrimedia¬
bilmente separato dal lavoro manuale, è in realtà
un’indispensabile necessità per la produzione capita¬
listica di merci.
h) La riflessione dell’astrazione dello scambio
Nel corso dei due ultimi paragrafi (f e g) abbia¬
mo lasciato intendere che l’astrazione dello scambio
è entrata nella coscienza ed ha assunto un’adeguata
forma concettuale. Ma sulla base della nostra espo¬
sizione dell’astrazione dello scambio questa è una
supposizione inammissibile. In primo luogo perché
non è astratta la coscienza di coloro che scambiano,
ma solo il loro agire. In secondo luogo una coscienza
dell’astrazione può in generale sorgere solo post fe-
stum e non in actu. In terzo luogo una coscienza
dell’astrazione è possibile solo in pura forma con¬
cettuale, senza passaggi intermedi, senza 'possibili te¬
stimonianze dirette della sua genesi. Come si può al¬
lora rendere comprensibile questa genesi?
Ancora una volta dobbiamo qui limitarci ad una
risposta astrattamente generalizzante, per così dire
ad una risposta di principio. Una coscienza dell’astra¬
zione dello scambio è possibile solo se l’astrazione
assume una rappresentazione peculiare. Ciò avviene
solo nella forma del denaro, e propriamente della^
moneta coniata. « La forma semplice di merce è il
germe della forma di denaro », dice Marx nella frase
conclusiva della sua analisi della forma-valore21. Qui
presupponiamo come nota quest’analisi, sebbene ven¬
gano sviluppati in particolare alcuni punti centrali.
21 Op. cit., p. 103.
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 125
i) L’evoluzione della moneta
Nello stadio iniziale della « forma di valore sem¬
plice, isolata o accidentale », l’astrazione dello scam¬
bio non trova ancora un’espressione distinta di nes¬
sun genere, sia che ora si tratti di scambi tra comu¬
nità naturali a livello preistorico o di atti isolati di
scambio in natura. Allo stadio più alto della « for¬
ma di valore totale o dispiegata », compare una molte¬
plicità di possessori di merci in una rete di rapporti
di scambio multilaterali di un’ampia varietà di mer¬
ci. In questo scambio indiretto, una merce viene ad
emergere su tutte le altre, fino a diventare media¬
trice dello scambio. Sebbene questa merce che funge
da « forma particolare di equivalente » non assuma
ancora una « forma di valore » differente dalla sua
« forma naturale » di valore d’uso, la particolarità
della sua funzione risalta tuttavia nel postulato che
essa, durante il periodo in cui svolge questa funzione,
debba essere considerata esente da ogni mutamento
materiale. Questo postulato non trae certamente ori¬
gine dal suo valore d’uso. D’altra parte la merce che
funge da equivalente viene scelta in modo tale da
essere potenzialmente adatta a tale scopo. E pur-
tuttavia in questo modo la caratteristica fondata sulla
forma di valore per la coscienza comune continua
ancora ad essere collegata con la particolarità del suo
determinato valore d’uso. La forma di valore, in altri
termini è ancora nascosta dalla forma naturale, seb¬
bene o proprio perché quella conferisce a questa
uno splendore feticistico. E’ proprio ciò che accade
quando questa forma particolare di equivalente ade¬
risce ai metalli nobili. Certo questi ultimi svolgono
questa funzione già su scala internazionale, e rice¬
vono così per la loro forma di equivalente una va¬
lidità praticamente universale. « Tutto ciò però era
ancora assai poco sviluppato; i metalli nobili comin¬
ciavano a diventare merce-denaro prevalente e uni-
126
ALFRED SOHN-RETHEL
versale, ma non erano ancora coniati e venivano scam¬
biati ancora in base al loro peso grezzo »22 23. Per molti
secoli essi svolgono questo ruolo di equivalente ge¬
nerale conservando la loro grezza forma metallica in
barre, lingotti o grani, «e devono ogni volta essere
tagliati o fusi, pesati, deve esserne accertato il titolo
di purezza e cosi via; in breve, devono venir trattati
conformemente alla loro forma naturale metallica.
Proprio queste operazioni fisiche costituiscono però,
in vista delle esigenze del mercato, imperfezioni e
intralci fastidiosi che prima o poi vengono rimossi
mediante la coniazione. Questo passo fu fatto per la
prima volta nella storia intorno al 680 a.C. sulla spon¬
da ionica del Mar Egeo, in Lidia o in Frigia. « Dalla
Ionia il nuovo mezzo di scambio si diffuse attraverso
l’Egeo fino ad Egina, all’Eubea, Corinto, Atene e
più tardi anche alle colonie greche in Italia e in Si¬
cilia. Cosi la società greca fu la prima a basarsi su
di un’economia monetaria; molto raramente è stato
valutato appieno il significato di tale sviluppo »B.
L’introduzione e la rapida espansione della coniazio¬
ne è uno degli indici più sicuri dell’ampliamento dei
traffici nell’epoca in cui la produzione di merci, per
dirla con Engels, « entrò nello stadio del suo pieno
sviluppo ».
j ) Vintelletto autonomo
In seguito alla coniazione si è invertito il rapporto
che aveva dominato fino a questo punto e che vedeva
la forma di valore della merce subordinata alla sua
forma naturale: ora la forma sociale di valore si serve
per i suoi scopi di ima determinata e particolare forma
naturale. Un materiale naturale porta ora savraimpres-
so, in una forma qualsiasi, che esso non è più destinato
22 F. Engels, L'Origine della famiglia, cit., p. 194.
23 G. Thomson, op. cit., p. 197.
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 127
all’uso, ma solo allo scambio. L’autorità che batte
moneta — sia essa costituita inizialmente da privati
commercianti o da un « tiranno » che si è arrogato
un potere regale — garantisce il peso e il titolo delle
monete e promette di rimborsare nel loro pieno va¬
lore quelle che abbiano subito un certo logoramento.
Una moneta è perciò una cosa conforme ai postulati
dell’astrazione dello scambio, una cosa astratta, una
forma astratta fatta sensibile. Del suo materiale la
prassi commerciale afferma che esso è fisicamente
immutabile, un materiale su cui il tempo non ha al¬
cun potere e che circola tuttavia nel mondo delle
cose materiali, le domina e fa loro da « equivalente ».
E’ quindi ovvio e, a mio avviso, di stringente
forza persuasiva, che il denaro coniato, in quanto è
una cosa conforme ai postulati dell’astrazione del
denaro, costituisce quell’elemento di congiunzione cer¬
cato attraverso il quale l’astrazione dello scambio
passa dall’essere sociale alla coscienza e può divenire
astrazione concettuale. Chiunque porti moneta in ta¬
sca e ne comprenda l’uso funzionale, deve avere in
testa astrazioni concettuali pienamente determinate,
che ne sia cosciente o meno. Egli, infatti, tratta in
concreto queste monete come se consistessero di una
sostanza indistruttibile e increata e capace inoltre di
uno specialissimo tipo di movimento fra le merci sul
mercato. Il possessore di denaro può rendersi conto
solo molto vagamente dei suoi nuovi concetti, po¬
trebbe anzi sfuggirgli del tutto il fatto che (e come
è che) essi divergono dalla natura fisica della sua
moneta e in generale del mondo percepibile. Il dato
di fatto storicamente databile è ciò non di meno che
da questo momento diventano disponibili concetti nel
senso proprio e formale del termine, concetti che si
riferiscono a quello stesso mondo delle cui qualità
fisiche la percezione fornisce Soggettiva testimonian¬
za. Non è certo necessaria una coscienza riflessa delle
astrazioni con ciò messe in atto per servirsi del de¬
128
ALFRED SOHN-RETHEL
naro per i propri evidenti scopi commerciali, per
assicurarsi tutte le occasioni di profitto che con esso
possono essere colte. La presa di coscienza di esse
nei dettagli, invece, cioè una configurazione del pen¬
siero ad esse adeguate, l’assegnazione di nomi e pa¬
role e l’elaborazione di definizioni, la ricerca delle
loro connessioni interne e delle contraddizioni (come
quiete e moto, sostanza e atomo, continuo e discreto,
ecc.), come anche la loro relazione, ma insieme con¬
trapposizione al mondo dei sensi, e così via, tutto ciò
non è più questione che occupi l’ingegno del com¬
merciante che aveva inventato la moneta, ma risul¬
tato del poderoso sforzo del pensiero che i Greci
chiamarono « filosofia » e i cui inizi risalgono a una
o due generazioni dopo la più antica coniazione di
moneta. Con ciò si vuol dire che la presa di coscienza
dell’astrazione dello scambio non va intesa come ne¬
cessità automatica attraverso una determinazione mec¬
canica, ma costituisce una potenzialità condizionata
e perciò chiaramente e distintamente definibile dello
sviluppo economico. E ciò che dà stimolo a un tale
sforzo non è l’interesse economico in senso stretto
ma sono interessi di classe, nei quali gli uomini si
identificano rappresentativamente con la loro società.
Se siamo nel giusto, con la nostra teoria la filosofia
greca dovrebbe diventare accessibile alla « critica »
(prendendo il termine nel senso pieno di Hegel e
Marx) fin nei particolari; la filosofia greca dunque,
in questa luce, può essere vista come l’apporto ideo¬
logico degli antichi capitalisti del commercio e del
denaro, delle classi cioè che organizzarono la società
greca e romana come comunità di appropriazione dei
detentori del denaro, cui i produttori non partecipa¬
vano in alcun modo ma di cui costituivano, in quanto
schiavi, il principale oggetto di appropriazione. Gli
schiavi non avevano diritto di possedere denaro, e,
in base a questo criterio, non erano « uomini ».
Ciò che con la concettualizzazione dell’astrazione
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 129
dello scambio prende forma e si affaccia all’esistenza
è l’intelletto logicamente autonomo, costituzionalmen¬
te separato dal lavoro manuale. La sua indipendenza
si spiega col fatto che le forme nelle quali esso si
muove sono immediatamente forme sociali e cioè gli
elementi dell’astrazione dello scambio che, sulla base
della produzione di merci, è portatrice del nesso so¬
ciale. Di qui la generale universalità dei concetti del¬
l’intelletto « puro ». Ma sebbene dovuta esclusiva-
mente alla natura immediatamente ed originariamen¬
te sociale delle sue forme concettuali, l’autonomia
dell’intelletto appartiene però solo all’individuo che
pensa in queste forme. Per quanto mediata, si tratta
sempre di autonomia delPintelletto individuale, in
cui la mediazione scompare.
k) Falsa coscienza
Abbiamo già accennato che nell’astrazione dello
scambio il tempo diviene tempo non storico e lo spa¬
zio uno spazio non geografico; essi diventano « tempo
astratto » e « spazio astratto », tempo infinito e spa¬
zio illimitato. In questa determinazione essi diventano
la cornice di una concezione della natura come mero
mondo oggettuale, che sta in opposizione antitetica
al mondo umano della società. Questo concetto di
natura non esisteva prima, ed è totalmente incompa¬
tibile con le connotazioni umane e sociali che anima¬
vano le rappresentazioni magiche e mitologiche della
natura. Natura e mondo umano stanno l’uno di fron¬
te all’altro senza mediazione concettuale, senza istan¬
ze antropomorfiche che li colleghino. La natura in
questo nuovo senso oggettuale costituisce l’immedia¬
to ed eletto oggetto di conoscenza dell’intelletto au¬
tonomo, attrezzato coi mezzi appropriati per compren¬
derlo e indagarlo grazie alle fonti dell’astrazione del¬
lo scambio. Tutti i concetti derivati dall’astrazione
dello scambio hanno in comune il carattere atempo-
130
ALFRED SOHN-RETHEL
rale, astorico, che contrassegna anche questo concet¬
to di natura come mondo oggettuale quantificabile.
Nell’astrazione dello scambio la società svanisce. Qui
sta l’arcano di questo concetto di oggetto e della sua
genesi sociale non meno che della sua validità per
la natura.
L’intelletto puro e autonomo che così sorge in
questo processo genetico, non reca alcuna traccia
della sua origine. Questa è svanita per lui lungo il
processo genetico, nella genesi stessa. Esso è giunto
all’uomo come il più misterioso di tutti i misteri,
come il suo incomprensibile potere di comprendere.
L’intelletto astratto è in grado di soddisfare alle ne¬
cessità sociali, ma lo fa con falsa coscienza. Il mistero
è siglato nella storia della filosofia con una lunga
lista di nomi — logos, nous, intellectus purus, ego
cogitans, spirito, soggetto trascendentale e altri an¬
cora. Ma il velo della falsa coscienza non nasconde
all’intelletto solo la sua essenza; si estende su tutto
il campo dei rapporti e delle attività sociali, e rende
irriconoscibile agli uomini la loro stessa storia24.
La facoltà dell’intelletto astratto sorge per l’uomo
in maniera visibile in quella svolta storica decisiva
in cui egli perde il controllo sul processo sociale. La
sua ratio autonoma, che segue una logica sua propria,
non ha altra funzione per lui che quella di una luce
indispensabile per orientarsi in un mondo immerso
nell’oscurità. Ma proprio questa costellazione forni¬
sce al suo pensiero l’idea di verità, il senso critico e
autocritico. L’idea di verità compare nella storia come
dominio della falsa coscienza. Essa è una falsa idea di
verità, falsificata dal fatto che l’intelletto astratto è
staccato dal lavoro manuale, dal « lavoro vivo » nel
senso di Marx. All’interno di questa scissione, essa è
24 Sul problema della falsa coscienza si veda G. Thom¬
son, op. cit., e A. Sohn-Rethel, Necessary False Conscious¬
ness, in « Modem Quarterly », voi. 3, n. 1 (inverno 1947-8).
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 131
l’irresolubile questione a priori della verità assoluta,
atemporale. Questa connessione contraddittoria di falsa
coscienza e idea di verità costituisce il fenomeno biz¬
zarro e meraviglioso della filosofia e della sua comuni¬
tà di discussione che attraversa tutte le epoche della
produzione di merci. La filosofia si fonda sul comune
denominatore concettuale radicato nell’astrazione dello
scambio. Essa attinge la soglia del suo autosuperamen¬
to in Hegel, che riconosce nella sua natura universale
ed originaria l’oscurità che regna nei concetti del¬
l’intelletto e si avvia ad una concezione dialettica
della verità come condizionata temporalmente, pro¬
cessuale. Ma anch’egli comprende il compito ancora
come meramente immanente allo spirito — « portare
l’intelletto alla ragione » — come egli dice. Solo
Marx esce fuori dalla filosofia (non però dalla co¬
munità della discussione filosofica) e capisce che « si
tratta di cambiare il mondo », e quindi di eliminare
la produzione di merci che genera l’oscurità e di
sostituirla con la libera associazione dei produttori.
Conclusioni
Siamo ora in grado di chiarire la palese contrad¬
dizione emersa tra le concezioni della conoscenza di
Engels e Lenin da un lato, di G. Thomson e mia
dall’altro. In verità non c’è contraddizione. Da ambo
le parti i fondamentali concetti dell’rntelletto ven¬
gono concepiti come astrazioni che scaturiscono dal¬
l’essere, non dal pensiero. Su questa fondamentale
posizione del materialismo non c’è alcuna differenza
di opinioni. C’è differenza solo sul problema di co¬
me si debba pensare il processo di astrazione median¬
te il quale l’intelletto viene in possesso dei suoi in¬
dispensabili concetti. Su questo problema però Engels
e Lenin non si sono espressi, mentre da G. Thom¬
son e da me viene esposta in proposito una precisa
132
ALFRED SOHN-RETHEL
teoria. Espressioni come ’riproduzione’, ’riflessio¬
ne ’, ’ rispecchiamento ’, che spesso vengono impiega¬
te nelle discussioni sul materialismo, sono mere pa¬
role, che indicano l’assenza di una teoria compiuta
piuttosto che rappresentarla o renderla superflua. Ca¬
ratteristica di ciò è la loro vaga generalità, che non
intraprende neppure un chiarimento specifico di par¬
ticolari concetti. Queste parole sono per così dire
etichette per un recipiente il cui contenuto è ancora
da trovare. G. Thomson e io ci occupiamo di questo
contenuto. Con i miei concetti, esso si può riassu¬
mere come segue.
Il processo di astrazione, che contiene la spiega¬
zione dei concetti conoscitivi dell’intelletto, è il pro¬
cesso sociale complessivo della produzione di merci.
E’ il processo storico di un’astrazione reale che ha
luogo nello scambio di merci e grazie alla quale que¬
sto può fungere da veicolo della socializzazione in
luogo della collettività di produzione delle epoche
passate. Questa svolta coincide con la comparsa della
moneta coniata, nella quale l’astrazione dello scambio
perviene a raffigurazione sensibile. Il modo in cui,
per mezzo di ciò, l’astrazione reale dello scambio
perviene alla coscienza e forma l’intelletto astratto
può essere designato, in senso non metaforico, come
’ riflessione ’, perché Tessere riflesso è già in se stesso
astratto, è denaro, cosa astratta. Il processo di scam¬
bio non è pensiero, ma ha la forma del pensiero,
l’astratta forma del ’ puro ’ pensiero. Le forme della
coscienza astratta sono immediatamente prodotti del¬
la base sociale, ma la coscienza di queste forme è una
parte molteplicemente mediata e faticosamente con¬
quistata della sovrastruttura. Questa relazione fornisce
un chiarimento specifico di concetti particolari. Essa
offre altresì la spiegazione della funzione conoscitiva
cui questi concetti sono idonei. Lo scambio di merci
infatti non crea, ma soltanto astrae le forme, che esso
media per la coscienza riflettente. E in verità le astrae
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 133
dalla natura, dalla base naturale che sta a fondamento
della società25 26. Nell’attività conoscitiva dell’intelletto
la natura astratta perviene così, come risultato di
cieche, obiettive mediazioni, ad un’applicazione alla
natura concreta. Si spiega in questo modo l’enigma
di come la conoscenza della natura indispensabile per
la prassi dello sfruttamento derivi da fonti diverse
da quella del lavoro manuale.
Questa teoria espone una precisa conferma della
tesi marxiana che abbiamo posto in cima a questo
saggio, e che formula la quintessenza del materiali¬
smo storico meglio di ogni altra proposizione. Con
la nostra teoria si dimostra in particolare come nel
caso dell’« intelletto puro » e dei suoi concetti « l’es¬
sere sociale determini la coscienza ».
Questo modo di spiegare i concetti dell’intelletto,
atemporali nel loro contenuto, è profondamente e in¬
timamente storico. Viene così mostrato come questa
astorica forma della coscienza ha una causa storica
L’astratta forma della conoscenza intellettuale si
rivela legata alle determinate formazioni sociali fon¬
date sulla produzione di merci. Se queste formazioni
sociali volgono alla fine, volge alla fine anche la va¬
lidità del tipo di conoscenza e di coscienza contras-
segnato della separazione del lavoro manuale. Una
formazione sociale socialista dev’essere fondata sulla
determinatezza strutturale del processo lavorativo
della attuale produzione altamente socializzata. Non
è necessaria una lunga analisi delle crescenti connes¬
sioni formali che ne derivano per capire che una tale
base sociale esige l’unità di lavoro intellettuale e la¬
voro manuale. Una ricerca su come questa unità sia
25 Per la dimostrazione di ciò devo rimandare alla prima
parte del mio libro nel frattempo apparso Geistige und
körperliche Arbeit, Frankfurt 1970.
26 Prima di compilare la prossima teoria positivistica
della scienza, si senta il dovere di demolire la teoria qui
esposta.
134
ALFRED SOHN-RETHEL
possibile esige analisi formali su un piano diverso
da quello presente. Per la costruzione di una società
socialista (e comunista) non basta certo riconoscere
la possibilità dell’unità di mente e mano, ma bisogna
produrla e praticarla coscientemente, e ciò esige l’in¬
tera e compiuta indagine storico-materialistica sulle
cause dei tipi di pensiero socialmente necessari in ge¬
nerale. Parlando in generale le forme di conoscenza
socialmente necessarie di un’epoca sono determinate
mediante la formazione della sintesi sociale, della
connessione sociale di questa epoca. La sintesi sociale
sta a fondamento dei radicali mutamenti storici, e
con esse muta il tipo di pensiero socialmente neces¬
sario.
Connessa alla divisione tra mente e mano è quel¬
la fra economia e conoscenza. Non c’è mediazione
logica tra le categorie dell’economia delle merci e
quelle della conoscenza della natura. Questo duali¬
smo antitetico è espressione dell’incontrollabilità e
della mancanza di pianificazione del processo sociale
basato sulla produzione di merci; il socialismo ne
postula la scomparsa. Entrambe le parti del dualismo
risalgono al rapporto di merce e si sviluppano da
questo come gemelli da uno stesso uovo, ciascuna
con la sua essenza separata, ciascuna col suo sviluppo
secondo la sua propria legge interna. La forma em¬
brionale del dualismo dovrebbe poter essere conosciu¬
ta sulla base dell’analisi della merce. Il fatto che ciò
non si verifica, nell’analisi marxiana della merce, dà
fondamento ad una sua critica. La carenza si rivela
nella poco chiara discriminazione tra « forma di va¬
lore » e « sostanza di valore », forma astratta e la¬
voro astratto. Forma e lavoro sono entrambi astratti
per il loro fondamento, o invece l’astrazione si fonda
solo nella forma, e il lavoro non è che l’oggetto reso
astratto? « Il processo di scambio non dà alla merce
che esso trasforma in denaro il suo valore, ma la
sua forma specifica di valore ». In questa frase già
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 135
precedentemente citata dal 2° capitolo la discrimina¬
zione è chiaramente espressa. Ma nell’analisi del pri¬
mo capitolo non viene portata avanti in maniera
chiara, viene di frequente oscurata mediante un uso
metaforico, caratteristico del senso critico marxiano,
di concetti analitici. Ma in un luogo significativo la
commistione di forma di valore e sostanza di valore
diviene evidente. Nel passo sul carattere di feticcio
della merce si dice:
« Gli oggetti d’uso diventano merci, in' genere, sol¬
tanto perché sono prodotti di lavori privati, eseguiti
indipendentemente l'uno dall'altro. Il complesso di tali
lavori privati costituisce il lavoro sociale complessivo.
Poiché i produttori entrano in contatto sociale soltanto
mediante lo scambio dei prodotti del loro lavoro, anche
i caratteri specificamente sociali dei loro lavori privati
appaiono soltanto all’interno di tale scambio »27.
Donde però i lavori traggono, finché sono lavori
privati, i « caratteri specificamente sociali » che non
derivano loro dal processo di scambio, ma al con¬
trario « appaiono soltanto all’interno di tale scam¬
bio », e quindi chiaramente esistono già prima dello
scambio e indipendentemente da questo? Le frasi che
seguono sembrano in verità eliminare di nuovo la
contraddizione:
« Ossia, i lavori privati si effettuano di fatto come
articolazioni del lavoro complessivo sociale mediante le
relazioni nelle quali lo scambio pone i prodotti del lavoro
e, attraverso i prodotti stessi, i produttori. Quindi a
questi ultimi le relazioni sociali dei loro lavori privati
appaiono come quel che sono, cioè, non come rapporti
immediatamente sociali tra persone nei loro stessi lavori,
ma anzi, come rapporti di cose fra persone e rapporti
sociali fra cose ».
27 II Capitale, cit., p. 105.
136
ALFRED SOHN-RETHEL
Analizzare criticamente questo robusto dettato
marxiano è possibile, anche se non facile. « Rapporti
immediatamente sociali fra persone nei loro stessi
lavori » sono la caratteristica di una produzione col¬
lettivamente gestita, dove il lavoro sociale comples¬
sivo si effettua nella sua vera identica figura. Nella
produzione di merci accade il contrario. Qui il la¬
voro sociale complessivo si effettua in forma contrad¬
dittoria. Quésta forma contraddittoria ha la figura
delle « relazioni nelle quali lo scambio pone i pro¬
dotti del lavoro e, attraverso i prodotti stessi, i pro¬
duttori ». Il processo sociale di scambio dei prodotti
del lavoro come merci, e quindi la forma di merce
dei prodotti del lavoro, è così una figura contraddit¬
toria del lavoro sociale complessivo. Ma così abbia¬
mo ancora a che fare con i « caratteri specificamente
sociali dei loro lavori privati », i quali ai produt¬
tori privati neiratto di scambiare si presentano nella
forma inautentica di rapporti dei loro prodotti in
qualità di merce scambiata e perciò come rapporti
sociali fra cose o rapporti di cose fra persone. In
realtà i caratteri sociali del lavoro, propri della pro¬
duzione collettiva, perdurano anche in seguito, seb¬
bene ora ci si trovi sul terreno della produzione pri¬
vata. La funzione socializzante dello scambio di mer¬
ci non deriva così da questa forma di circolazione,
benché questa dia « alla merce che... trasforma in
denaro,... la sua forma specifica di valore », verrebbe
a discendere invece dall’attività dei lavori privati co¬
me lavoro sociale complessivo, in virtù dei « carat¬
teri specificamente sociali » a loro a torto attribuiti.
Questo spostamento della funzione socializzante dallo
scambio di merci al lavoro spiega perché in Marx
l’analisi formale dello scambio di merci è interrotta.
Non viene così colto il ruolo della forma di merce
per la formazione della coscienza dei possessori di
merci. La determinatezza formale dell’intelletto a-
stratto, in realtà un epifenomeno della forma di mer¬
TEORIA STORICO-MATERIAL. DELLA CONOSCENZA 137
ce, resta, con lo sviluppo complessivo delle scienze
naturali, chiusa alla comprensione materialistica della
storia, e non viene percepito il rapporto gemellare e
antitetico di economia e conoscenza.
Devo però insistere con molta energia sul fatto che
la mia critica all’analisi marxiana della merce non im¬
plica ovviamente il suo globale rifiuto. La stessa mia
critica si muove fondamentalmente proprio sul ter¬
reno della prospettiva marxiana, ricalcando il model¬
lo esemplare del suo metodo che Marx ha dato nel¬
l’analisi della merce. Questa critica implica perciò,
al contrario, il chiarimento e l’ampliamento dell’ana¬
lisi marxiana della merce. Resta in particolare intatto
il suo significato per la critica dell’economia politica.
Si aggiunge invece il suo significato per la critica
della filosofia teoretica e in un senso più ampio per
la critica dell’ideologia.
Titolo originale: Grundzüge einer geschichtsmateridisti-
schen Erkenntnistheorie, nel volume Materialistische Erkennt¬
niskritik und Vergesellschaftung der Arbeit, Merve Verlag,
Berlin 1971.
Notizia su Alfred Sohn-Rethel
11 saggio qui pubblicato è uno dei pochissimi che
Sohn-Rethel dette alle stampe prima del 1970. Può
essere quindi utile fornire alcune informazioni ri¬
guardanti il suo lungo quanto taciturno itinerario
intellettuale. Di lui, si è cominciato a discutere nella
sinistra solo in questi anni, per quanto egli faccia par¬
te di quella stessa generazione di studiosi che, for¬
matasi negli anni Venti, ha dato numerosi contributi
ad un ripensamento, in direzioni diverse, della pro¬
spettiva marxista. Nato nel 1899 a Parigi, Alfred
Sohn-Rethel studiò infatti ad Heidelberg e a Berlino
con Emil Lederer, Alfred Weber ed Ernst Cassirer.
Il suo sviluppo intellettuale discende, come dichiara
egli stesso, « da contatti con Ernst Bloch, Walter
Benjamin, Theodor W. Adorno, Siegfried Kracauer
e dall’influsso dei lavori di Georg Lukàcs, Max Hork¬
heimer ed Herbert Marcuse » (Geistige und körper¬
liche Arbeit, Frankfurt a.M. 70, II ed. riveduta
e accresciuta 1972). L’attento studio del Capitale cui
S.-R. si dedicò negli anni d’università lo lasciò con
« l’irremovibile certezza della decisiva verità del pen¬
siero marxiano, insieme con un irremovibile dubbio
sull’adeguatezza dell’analisi della merce nello stato
in cui essa si trovava ». Il compito che S.-R. si pro¬
pose di risolvere fu quello di ritrovare, nella più
intima struttura formale della merce, il soggetto tra¬
SU ALFRED SOHN-RETHEL
139
scendentale. Proprio alla difficoltà di questa impresa
S.-R. attribuisce il fatto di essere rimasto, per tutta
la vita, un outsider con la sua idée fixe. Tra i pochi
che si interessarono alla sua ricerca già prima della
seconda guerra mondiale S.-R. annovera Adorno; do¬
po il ’36, anno in cui l’autore si rifugiò, per sfuggire
al nazismo, in Inghilterra, dove vive tuttora, egli man¬
tenne una costante collaborazione con G. Thomson,
un marxista interessato anch’egli alla relazione fra
filosofia ed economia monetaria.
A parte lo scritto che qui si pubblica, ed altri
due saggi di argomento affine, i risultati della cin¬
quantennale ricerca di S.-R. non vennero resi noti
che con la pubblicazione, nel 1970, di Geistige und
köperlicbe Arbeit. (Lavoro intellettuale e manuale).
Il problema teoretico, sul quale è incentrata que¬
st’indagine, è quello di comprendere, da un punto
di vista materialistico, la tecnologia e la scienza mo¬
derna della natura; la diagnosi storica, su cui questo
programma si fonda, è quella del ruolo sempre cre¬
scente delle « potenze intellettuali del processo di
produzione » nelle società tardo-capitalistiche. Pro¬
prio dall’esame di questo ruolo S.-R. prende le mos¬
se, per delineare una critica della divisione tra lavoro
manuale e intellettuale, funzionale al dominio capi¬
talistico, e per mostrare la necessità e Fattualità sto¬
rica del suo superamento. Il riferimento alla rivolu¬
zione culturale cinese, come contestazione del coman¬
do burocratico sul lavoro, l’interesse per le più re¬
centi modificazioni dei processi produttivi e per lo
sviluppo di forme di lotta operaia ad essi corrispon¬
denti, gli studi dedicati a più riprese alle contraddi¬
zioni del tardo capitalismo, fanno di S.-R. uno degli
esponenti più significativi di un marxismo adeguato
ai problemi del presente.
a cura di Stefano Petrucciani
Karl Korsch
A Brecht e a Partos
Versione italiana a cura di Gabriella M. Bonaechi.
A Brecht
CCB [London] 17-3-1934
1) Dopo esser stato tormentato fino all’ultimo
momento dall’indecisione, ieri sera ho scelto di ri¬
manere temporaneamente qui. Quando ritorna voglio
veramente cercare di portare con me un « pegno di
ospitalità ». Nel frattempo qui si sta apparecchiando,
prima di quanto avessi previsto, la battaglia decisiva
tra fascismo e socialismo per tutta l’Europa.
2) Sfogliando una vecchia Bibbia (con Vimpri¬
matur della Chiesa locale) ho scoperto che non si dice
« pound » bensì « talent » che suona — a mio pa¬
rere —anche molto meglio. Il suo titolo va dunque
assolutamente in man is man's talent (e: the poor
man’s talent). Nell’inglese odierno il doppio senso
esattamente come in tedesco, ma ciò non nuoce af¬
fatto, a mio parere. Ho anche fatto delle prove con
inglesi colti ma semplici (uomini e donne) ed ho
trovato che essi
1 ) con « pound » pensavano soltanto a cose sba¬
gliate,
2) con « talent » a) pur non pensando diretta-
mente al passo biblico, tuttavia b) venivano suffi¬
cientemente interessati e stimolati nella direzione de¬
siderata dal titolo.
142
KARL KORSCH
Non è dunque un male che questo rimanga un
po’ osceno.
Con ciò non voglio assolutamente decidere in
merito alla questione se non si debba alla fine pre¬
ferire come titolo generale « The three pence Novel »
o qualcosa di simile. Voglio solo comunicarle il ri¬
sultato dei miei esperimenti1 ! Le faccio ancora pre¬
sente la profonda concordanza tra « Bibbia » e « Ca¬
pitale » rivelata dal fatto che anche nella « Bibbia »
il carattere di capitale di una somma di denaro di¬
pende dalla grandezza della somma (dal numero dei
talenti!) 5 talenti e 2 talenti fruttano profitto, un
talento non ne frutta alcuno. Il passo in cui Marx
affronta la questione lo trova citato nella mia intro¬
duzione al I voi. del « Capitale » e più esattamente
nel punto in cui alla fine del paragrafo sulla dialettica
nel Capitale facevo menzione del concetto di « rove¬
sciamento »1 2. Per questo motivo nel suo testo la
bottegaia non ha affatto operato un buon tentativo
con la sartina, perché con tanto poco denaro, anche
usato altrimenti, non ne vale proprio la pena.
3) Le spedirò presumibilmente domani uno sche¬
ma riassuntivo, adeguato alla situazione locale, sui
mezzi relativamente migliori e più a buon mercato
per abortire. Ho fatto del mio meglio per indirizzare
nella direzione giusta le persone che lo stendono e
prima di spedirlo lo farò controllare anche da Her¬
bert Levi3.
In sé queste persone erano più per gli anticon¬
cezionali e ho detto loro di scriverlo nel loro exposé:
Sono del parere che Lei potrebbe inserire anche que¬
1 L’allusione è evidentemente all ’Opera da tre soldi di
Brech la cui prima edizione apparve ad Amsterdam nel 1934).
2 Cfr. Introduzione al ’ Capitale in K. Korsch, « Dialet¬
tica e scienza del marxismo », Bari 1974, p. 70.
3 H. Levi, medico, apparteneva, a cavallo tra gli anni
’20 e '30 alla cerchia più ’ristretta del gruppo di Korsch a
Berlino; in seguito emigrò a Londra.
A BRECHT E A PARTOS
143
sta circostanza, perché da un lato è utile per la pras¬
si, dairaltro potrebbe offrirle il destro di dire delle
cose divertenti, nella misura in cui Polly in questo
momento non può più servirsi di questi mezzi. E’
infatti tipico che si abbiano questi consigli solo quan¬
do non servono più.
Assolutamente le pèrsone ritengono anche che
nessun mezzo (all’infuori dell’intervento medico, qui
assai difficile da ottenere) è sicuro e nessuno è senza
controindicazioni e pericoli per la madre. Ho detto
loro che se non ci sono buoni consigli, essi devono
indicare i migliori e quelli peggiori, dicendo che e
perché sono sconsigliabili. Spero che ne venga fuori
qualcosa di utilizzabile.
4) Penso spesso con intima allegrezza a Lei, a
Helli, ai bambini, alla casa e al suo ambiente. Saluti
per me tutti!
Il Suo K.
P.S.
Se dovesse inserire il passo, dovrà usare degli ac¬
corgimenti, come accenni allusivi, concreto montag¬
gio nell’azione ecc. Altrimenti, dato il rigore delle
leggi locali, Lei rischia non solo una condanna (che
potrebbe, se comunicata al momento giusto, procu¬
rare più pubblicità che danni), ma anche la censura
del suo editore.
Non mi sembra del tutto escluso che già il con¬
siglio della cipolla non abbia tali conseguenze. Sono
molto favorevole alla sua idea di fungere anche da
consigliere pratico.
5) Ho ricontrollato ancora una volta tutta la
parte giuridica. Le cose rimangono dunque nei se¬
guenti termini: 3) la prima fase, Coroner’s Inqui¬
sition (coi giurati, ed esattamente 7-11) può proce¬
dere in forme abbastanza classicamente procedurali:
144
KARL KORSCH
il Coroner interroga sotto giuramento tutte le per¬
sone che depongono spontaneamente sui fatti con¬
cernenti il caso di morte,ed anche tutte le persone
che, secondo il suo libero giudizio, possono sapere
qualcosa in proposito. Egli può anche costringere i
testimoni a comparire e a deporre.
Dopo di ciò i giurati emettono una sentenza
{verdict) su
chi era il morto
come quando e dove è morto,
e se sia morto per mano di un assassino o per un
colpo, ed eventualmente persone riconosciute dai giu¬
rati come
colpevoli o non colpevoli.
In sé il Coroner può: 1) far arrestare subito
ovvero ordinare l’arresto delle persone in questione,
questa è la procedura in caso di assassinio; 2) ri¬
mettere i protocolli con le deposizioni dei testimoni
ed il verdetto al Tribunale competente per il dibat¬
timento principale.
Apparentemente verrebbe così a cadere la secon¬
da fase, perché la Coroner's inquisition ha già il ca¬
rattere di una causa (indictment). Ma io ho consta¬
tato esattamente come in caso di assassinio (o anche
di colpo mortale o infanticidio) non solo è possibile
ma anche usuale che prima che la causa arrivi da¬
vanti alle Assise (cioè praticamente la Central Cri¬
minal Court, dunque la Old Bailey) debba in pre¬
cedenza passare ancora attraverso il Gran Iury, ben¬
ché abbia già avuto luogo una Coroner's inquisition
in sé già sufficiente.
Dunque:
seconda fase: procedimento davanti al gran Iury
(almeno 12, potrebbero essere di più, ad es. 30,
ma ciò che importa è che devono essere 12 per la
causa). Il gran Iury si riunisce come poi i giurati
nel dibattimento principale (trial presso le Assise (cioè
praticamente anche già nelTOld Bailey, come credo
A BRECHT E A PARTOS
145
di poter ricavare dai libri, non è necessario che Lei
dica qualcosa di preciso in proposito!). Il procedi¬
mento è però diverso che nel caso del dibattimento
principale in quanto
1) Il Grand Iury dopo essere stato chiamato in
seduta pubblica del tribunale, dopo avere giurato ed
aver ricevuto dal giudice la richiesta di controllare
determinate cause, si riunisce in un’altra stanza dove
accerta le prove in una seduta a porte chiuse e decide
se considerare la causa come buona oppure rifiutarla.
Nei casi difficili un avvocato (solicitor) viene con¬
cesso per la (prosecution)
2) in prima linea viene esaminato secondo la
procedura giudiziaria (analogamente a quanto avvie¬
ne nel dibattimento principale) solo il materiale per
l’istruzione della causa (testimonianze). Il Grand Iury
controlla dunque soltanto se la causa ha delle basi
plausibili. In caso affermativo, esso fa ritorno alla se¬
duta pubblica del tribunale, dove il giudice chiede
all’accusato di dichiararsi innocente o colpevole.
Poi, a volte nella stessa seduta, più spesso però
solo successivamente, tuttavia sempre nello stesso pe¬
riodo fissato per le sedute (Lei lo pone 8 giorni dopo)
nel corso della
Terza fase: tutta la faccenda viene decisa nel di-
battimento principale davanti ad un giudice e a 12
giurati. Il procedimento è il seguente:
1) Il rappresentante dell’accusa (counsel for the
prosecution) pronuncia un’arringa davanti ai giurati,
illustrando le basi su cui si fonda l’accusa e le prove
da produrre. Poi egli (e non il giudice) chiama i te¬
stimoni a carico e li interroga sotto giuramento. Ad
ogni suo interrogatorio segue subito il controinter¬
rogatorio da parte del rappresentante della difesa e
poi ancora un interrogatorio da parte del rappresen¬
tante nell’accusa.
2) La stessa cosa in termini rovesciati, sotto la
146
KARL KORSCH
direzione del rappresentante della difesa (counsel for
the defence).
3) Arringa riassuntiva del giudice al.Jury.
4) Verdetto (all’unanimità).
5) Sentenza conforme al verdetto.
Penso che ciò basti ed addirittura avanzi rispetto
a ciò che io e Lei volevamo. Se tuttavia ci dovesse
essere ancora qualcosa di poco chiaro, adesso sono in
grado di chiarire tutto esattamente.
Di nuovo cordiali saluti,
Il suo K.K.
PPS.
Ho dimenticato il nome dell’uomo che dovevo
pregare, dopo che non aveva mantenuto la sua pre¬
messa nei confronti di Maria Lazare4, di rispedirle
immediatamente il manoscritto sulle teste a punta
e le teste rotonde! A che punto siete Lei e il com¬
pagno Eisler con questo lavoro? E’ già uscito il loro
libro di poesie? 5. A che cosa sta lavorando adesso?
Io sto per il momento guardandomi ancora un
po’ di letteratura sulla rivoluzione in generale e cerco
al contempo di ricavare teoricamente e praticamente
il vero significato del marxismo nel movimento ope¬
raio inglese contemporaneo. Ci sarebbe ancora molto
da dire in proposito, ma non ho un dattilografo e lei
non conosce la stenografia. Rimandiamo dunque ad
una successiva conversazione a voce!
4 Maria Lazar - Strindberg (1895-1948), temporanea col¬
laboratrice di Brecht nell’esilio danese).
5 Bertold Brecht / Hanns Eisler, Lieder Gedichte Chöre,
Paris 1934.
A BRECHT E A PARTOS
147
A Partos London, 26-4-1935
Con la tua critica ai miei ultimi « prodotti di
questo tempo » (come tu, giustamente caratterizzan¬
doli, li chiami), sono in generale d’accordo. Ti spe¬
disco ancora una volta fra l’altro, l’ultima recensione
che tu hai dato a Dudoff *. Nonostante che essa sia,
per il suo contenuto, la meno importante di tutte,
in quanto aveva (come ti ho detto nell’ultima car¬
tolina) il significato del tutto personale di permet¬
termi di dimostrare che anche l’interpretazione « fi¬
losofica », « critica », « tesa a porre teoria = prassi »,
e « rivoluzionaria » del marxismo può essere (e di
fatto viene) utilizzata in funzione della ideologizza-
zione del fascismo e della capitolazione di fronte al
fascismo, esattamente come le opposte tendenze inter¬
pretative della teoria marxiana da me attaccate nei
miei precedenti scritti. (Punti nodali, Marxismo e Fi¬
losofia, Antikautsky).
Ciononostante ti rispedisco la recensione perché
ne ho ancora una copia.
Detto per inciso, non avresti dovuto dare al com¬
pagno Dudoff i miei appunti privati sullo stesso
libro e se non ti costa troppa fatica, ti pregherei di
riprenderglieli prima che lui li abbia ricopiati. Mi
ricordo ancora che le mie tesi sulla crisi del marxi¬
smo (Frankfurt 1927)1 2, furono diffuse, nonostante
la mia opposizione molto più di quanto io avessi al¬
lora gradito. Quelle attuali3, sono nuovamente fin
troppo anticipatorie, possono facilmente venire usate
1 Zlatan Dudov, produttore, assieme a Brecht, del film
proletario « Kuhle Wampe » del 1932).
2 Si tratta forse del testo Crisi del marxismo, pubblicato
per la prima volta in calce a Die materialistische Geschichtsa
ufjassung, gennaio 1971, e tradotto in italiano nella raccolta
di scritti di Korsch curata da G.E. Rusconi, Dialettica e
scienza nel marxismo, Bari 1974).
3 Cfr. K. Korsch, Marxism as a Religion, in « Interna¬
tional Council Correspondence» n. 9 (Juni-Juli 1935).
148
KARL KORSCH
contro di me e la mia tendenza. L’imprudenza da te
commessa non è peraltro molto grave, non ti preoc¬
cupare. La cosa più interessante di questa piccola in¬
discrezione è, per me, il fatto che essa dimostra quan¬
to divergenti siano tuttavia, le nostre idee circa la
funzione ancora positiva di alcune componenti della
teoria marxiana. Ti posso dire soltanto che qui nella
stampa del Labour Party vedo articoli (come ad es.
quello sulla festa pasquale) che fanno drizzare i ca¬
pelli in testa da quanto sono reazionari e al di sotto
del livello « socialista » quale quello oggi raggiunto,
diciamo pure (per dire molto), perfino dal national-
« socialismo » tedesco medio. Forse la prossima volta
ti spedisco uno di questi articoli di un giornale di
provincia, che ho prestato a Herbert; questo giornale
ha la particolarità, per noi ancora stuzzicante, di mo¬
strarci veramente le devastazioni ohe un moderno
atteggiamento scientifico, quale quello di Eddington
(ma anche di un Russell et similia) produce quando
viene posto immediatamente in rapporto alla tenden¬
za del movimento operaio. Quando si vedono queste
cose, verrebbe voglia di convertirsi formalmente alle
posizioni di Lenin nell’« Empireo-criticismo » (cosa
che, però, quando rifletto in modo serio e del tutto
svincolato da tali impressioni momentanee, natural¬
mente non faccio).
Nei prossimi giorni riceverai anche il preambolo
ad una nuova formulazione della mia attuale posi¬
zione nei confronti della Russia e del Partito Co¬
munista4, che ho abbozzato stanchissimo la mattina
di questo — per me peraltro infelicissimo — 31
marzo, e che spero di portare avanti al più presto.
Ivi troverai la conferma quasi letterale dell’impres¬
4 Pubblicata in appendice alla lettera a Mattick del
12-5-1935. Cfr. K. Korsch, Briefe an Partos, Mattick und
Brecht, in Arbeiterbewegung. Theorie und Geschichte, Jahr¬
buch 2, Marxistiche Revolutions-theorien, Ffm 1974, pp. 146-
148.
A BRECHT E A PARTOS
149
sione da te dedotta, come mi scrivi, dai miei lavori
— che a mio avviso oggi i tempi non permettono
ancora, in senso determinato di fare delle afferma¬
zioni positive sull’azione di domani.
In assoluto, naturalmente una tale situazione non
si dà. Sono ampiamente d’accordo con te che oggi è
possibile per il teorico fare alcune affermazioni nel
senso in cui alcuni decenni fa le faceva Sorel, dotate
di un significato mediatamente anche pratico e a
volte — anche utili. Ma per Sorel c’era ancora alme¬
no la realtà di un movimento operaio in lento disfa¬
cimento e di una tradizione borghese rivoluzionaria
non ancora completamente logoratasi. Se invece con¬
sidero lo sviluppo degli USA vedo come qualcosa
di assolutamente soggettivo bensì il semplice svilup¬
po « spontaneo » — nel senso del più volgare e stu¬
pido economicismo — della crisi sia decisivo di più
della sostituzione di Roosvelt da parte di Huly Lang
(a Coughlin)5, oppure dell’arresto improvviso di que¬
sto travolgente processo, magari in conseguenza di
un reale superamento della crisi. Ed io posso, in
senso rigorosamente marxista, ancora una volta sol¬
tanto dire: più dura la crisi, più chiaramente emerge,
in cento diversi fenomeni,che il superamento della
crisi può venir raggiunto veramente solo mediante
un aumento del saggio del profitto ma anche in
questa forma può venir perseguito e in parte rag¬
giunto.
Non sono riuscito ad afferrare bene, dalle tue
espressioni generali, che cosa tu abbia in mente con
la formulazione di una posizione del proletariato,
indipendente dalla posizione del proletariato russo,
5 Huly Land, senatore della Luisiana, inventore del fa¬
moso Share -Our -Wealth Programm — un misto di corruzione
amministrativa e di demagogia volgarmente anticapitalistica
— sostenne, a partire dall’inverno 1934-35 la candidatura
presidenziale di un «.Third Party », per il 1936 assieme al
predicare cattolico Conghlin, e fu considerato, fino al suo
assassinio nel 1935, un esponente del fascismo americano).
150
KARL KORSCH
nei confronti del «problema, del giorno (? KK) di
una nuova guerra mondiale ». Forse il congresso mon¬
diale del Komintern che si riunisce in presenza di
così gravi problemi di politica estera e di un rifiuto
da parte nella Russia ufficiale quasi pronunciato pri¬
ma dell’inizio dei lavori, farà qui un così grande
passo in avanti (in avanti nel senso della direzione
fin qui perseguita) che anche la nostra critica pre¬
cedente a questa posizione riacquisterà, in tal modo
un significato concreto. Nel frattempo si era giunti
alla sgradevole situazione per cui ciò che noi, cioè
gente come Rolf Katz6 avevamo detto in proposito
dieci anni fa e in presenza di determinate condizioni
che facevano apparire almeno come ancora pensabile
un intervento pratico, era stato stravolto e trasfor¬
mato in un dogma del tutto astratto, negativo, pas¬
sivo e scettico, di cui io non sapevo più che farmene.
Io non sono peraltro dell’avviso (come traspare
anche dal mio punto interrogativo) che la nuova
guerra mondiale sia già diventata un « problema del
giorno » per il movimento operaio. In primo luogo
anche in questa questione tutto dipende, in un modo
palesemente « economicistica », dallo sviluppo o dal
superamento della crisi. In secondo luogo io vedo la
classe operaia, ad esempio qui in Inghilterra, occu¬
parsi di questa questione ancora in forme destinate
a mio parere a dissolversi come neve al sole di fronte
alla brutale realtà di una guerra. A mio avviso in
merito a questa questione la classe operaia non solo
non ha attualmente alcun programma, ma non ha
neanche la possibilità di averne uno concretamente
autonomo, e cioè basato su di un progetto: di azio¬
ne futura. Né mi sembra necessario un nuovo « Spar¬
takus » per rilanciare le parole d’ordine dell’incondi¬
zionato Internazionalismo e del « nemico del proprio
6 Rolf Katz fu, accanto a Boris Roniger, uno dei più
stretti collaboratori di Korsch nella rivista « Kommunistische
Politile ».
A BRECHT E A PARTOS 151
paese ». Un tale rilancio sarebbe inevitabilmente me¬
ne efficace del ricordo degli anni 1914-1919.
Vo da tempo rimuginando l’idea di esporti un
ragionamento riferito al significato dell’« assiomati-
cità » nel marxismo. Il problema ha un lato negativo
e uno positivo.
Dal punto di vista negativo sarai probabilmente
d’accordo con me, quando dico che tutti i fenomeni
della statica e della dinamica economica (quest’ulti¬
ma nel senso dello sviluppo, dello sviluppo rivolu¬
zionario e, contemporaneamente così come la dina¬
mica sopprime, la statica — assorbendola come caso
particolare —, così lo sviluppo rivoluzionario rias¬
sorbe quello evolutivo in un concetto complessivo
di « rivoluzione », laddove a questo termine viene
assegnato un significato analogamente ampio a quel¬
lo di cui già gode, nell’uso comune, il termine « evo¬
luzione », benché quest’ultimo sia storicamente sorto
solo come termine « contrapposto » a quello di « ri¬
voluzione ». Ma il termine « rivoluzione » è, stato
così poco approfondito in questo senso lato, (che ha
tendenzialmente in Marx, così quanto la materia che
è chiamato a definire) che, dunque, tutti questi fe¬
nomeni possono benissimo venir ricostruiti e « ge¬
stiti » tanto a partire dalla « produzione » che dalla
« distribuzione » o dal « mercato » (circolazione) ma
non altrettanto indifferentemente a partire dalla « po¬
litica » (dall’ideologia o da altri ambiti « sovrastrut-
turali»!). A me personalmente ciò è già venuto in
mente una prima volta in una polemica peraltro ab¬
bastanza stupida coi seguaci tedeschi di Sylvio Ge¬
sell7 e mi torna in mente adesso quando mi capita
sotto gli occhi qualcosa della folle discussione che
viene qui condotta tra i sostenitori — pazzi ma sem¬
7 Cfr. K. Korsch, Der geschichtliche Charakter der mar¬
xistischen Wissenschaft, Die gesellschaftliche Wirklichkeit des
Warts, Kommentare zur Deutschen Revolution und ihrer Nie¬
derlage, Gravenbage 1927.
152
KARL KORSCH
pre più numerosi, in virtù della crescita del fascismo
— della teoria della moneta del maggiore Douglas8,
e gli economisti neoclassici (sia quelli ancora « saldi »
che gli esponenti già un po’ « scossi »), con tutta la
loro appendice marxista più « ortodossa ».
Non si può nemmeno dire che a partire dalla
produzione i fatti siano in se afferrabile più ampia¬
mente, più profondamente e in modo più funzionale
all’intervento pratico (attuale) di quanto non avvenga
da altri punti di partenza; tutto dipende dal procedi¬
mento complessivo.
Ma, di fatto, probabilmente con gli assiomi « vol¬
gari » non si può (nel lungo periodo) andare così a
fondo e lavorare così ampiamente e così funzional¬
mente ai fini pratici, come con gli assiomi classica-
mente marxisti sulla produzione. Ciò va però dimo¬
strato sin nei più minuti dettagli.
Questo sarebbe, schematicamente, uno dei due
lati del problema. L’altro lato è strettamente legato
ai problemi organizzativi del movimento: consigli, sin¬
dacati, partito ecc. E’ indubbiamente un grosso van¬
taggio che i teorici marxisti (marxisti in quel senso
generale, critico ed elastico del termine in cui anche
tu ed io ci consideriamo tali — tu poi sempre, ap¬
pena cominci a lavorare su di un particolare proble¬
ma!) non debbano misurarsi dettagliatamente con ogni
stupida affermazione di avversari ed estranei, e pos¬
sano spesso limitarsi — ad esempio — a dimostrare
(tenendo fermo, per brevità, all’esempio sopra ricor¬
dato) che il personaggio in questione pensa e vuole
intervenire « a partire dalla distribuzione » o dal mer¬
cato (forse persino dalla « politica », dall’« ideolo¬
gia » o da altre province « sovrastrutturali » invece
che dalla produzione. Capisci bene dove voglio an¬
dare a parare (...).
8 II programma di « credito sociale » di Clifford H.
Douglas si presentava come una variante inglese della teoria
geselliana della libera moneta.
A BRECHT E A PARTOS
A Paul Partos
153
Skovsbostrand, 25-11-1935
Caro Paul,
Oggi ho ripreso a lavorare al mio libro. A que¬
sto proposito devo notare che l’interruzione pluriset-
timanale, il contatto col mondo, in parte anche i tuoi
rilievi critici e le tue osservazioni relative a risultati
marxianamente critici da me già raggiunti in prece¬
denza, renderanno forse necessari alcuni cambiamenti
non secondari di paragrafi già pronti, e a quelli (eco¬
nomici) cui sto adesso lavorando, nonché all’idea ge¬
nerale che informa il volume.
Nella maggior parte dei casi non mi sono potuto
valere, come tu sai, delle tue osservazioni critiche.
Tu, hai nei confronti della teoria marxiana, una po¬
sizione più critica della mia, addirittura ostile, talora
ingiustamente. Ancora più importante mi sembra, pe¬
rò, una lacuna formale della tua critica a Marx, che
è per lo più del tutto astratta, più una pretesa idea¬
listica che un risultato o una via praticabile o —
perlomeno da te — già parzialmente praticata. Que¬
sto è quanto ho dedotto da tempo, osservando co¬
me nei tuoi lavori specifici, tu continui ad applicare
il metodo marxiano nella stessa forma — la buona
forma rivoluzionaria — in cui noi teorici di sinistra
lo abbiamo elaborato nel dopoguerra (cioè prima del
nostro passaggio dalla critica delle deformazioni di
Marx ad una critica più o meno totale del marxismo
stesso). Nel corso delle nostre ultime conversazioni,
che vertevano direttamente sulle mie formulazioni di
alcune « leggi » marxiane, è emersa la tua incapacità
di completare la tua aspra (e testardamente ripetuta)
critica con una positiva proposta di cambiamento.
C’è da chiedersi se un tale genere di critica possa
venir considerata, da un punto di vista materialistico
e scientifico, una vera critica — (come tu ricorderai
ho posto di recente la stessa questione in relazione
alla critica delle forme attualmente esistenti di una
154
KARL KORSCH
— presunta, o reale — politica marxisticamente ri¬
voluzionaria e pratica). —
Ciononostante già a Parigi ho dovuto conveni¬
re con te su di un punto importante dei tuoi ri¬
lievi. Già prima di partire (durante il lavoro ai pa¬
ragrafi economici 8-10) *, avevo messo, nella mia di¬
sposizione, il vecchio paragrafo 3 (materialismo pro¬
letario) come paragrafo 6, cioè immediatamente pri¬
ma del paragrafo 7, che tratta dello « sviluppo rivo¬
luzionario ». Avevo però lasciato alla fine del « nuo¬
vo » paragrafo 6 la « Lode della dialettica » nata nel¬
la discussione con B(ert) B(recht) e quindi espressio¬
ne di una sorta di equilibrio tra il mio e il suo punto
di vista. Questa chiusa « positiva » del paragrafo
stava però in oscura contraddizione con le mie pre¬
cedenti osservazioni critiche sul carattere borghese e
restauratorio della dialettica hegeliana e sulla impos¬
sibilità (marxista) di un metodo generale in sé ri¬
voluzionario, vale a dire dunque anche di una corri¬
spondente « depurazione » della dialettica hegeliana
dal carattere borghese e restauratorio, ad essa pecu¬
liare. L’apparente soluzione era all’incirca così, che
la dialettica hegeliana veniva rappresentata come un
modo di pensare esso stesso non più meramente bor¬
ghese, bensì imposto alla borghesia dall’offensiva pro¬
letaria e da essa subito sabotato.
Ma una tal concezione corrisponde più che altro
all’idea fondamentale di B.B., quell’idea, cioè, che sta
alla base anche della sua posizione, ad esempio, sulla
costruzione del Socialismo in Russia, sulla colloca¬
zione del proletariato nel capitalismo e sul rapporto
tra rivoluzione proletaria 6 rivoluzione borghese (e 11 I riferimenti di Korsch sono ai cambiamenti — cotn’è
noto ampi ed importanti — da lui apportati, nel corso delle
diverse stesure, al suo Karl Marx. Per tutta la questione si
veda la nota introduttiva di Göetz Langkau all’ediz. Frankfurt
1967 di questo scritto, che compare anche nella traduzione
italiana, Bari 1969.
A BRECHT E A PARTOS
155
in cui si possono trovare riecheggiati certi motivi già
di Lenin e forse anche della teoria marxiana della
rivoluzione).
La mia tendenza fondamentale in questa questio¬
ne consisteva e consiste, invece, nel riconoscere tali
tratti « impuri » della teoria e della prassi marxiana
sì come storicamente necessari ed infinitamente su¬
periori ad ogni critica « pura » prigioniera di uno
spazio privo di realtà pratica e persino teorica, ve¬
dendo però in essi, al contempo, un segno del fatto
che la teoria (e prassi) marxiana rappresenta una
teoria (e prassi) della rivoluzione proletaria, ma non
come movimento autonomo di sviluppo bensì come
prosecuzione della rivoluzione borghese, bloccata o
sospinta ai margfiini periferici dal consolidarsi dello
sviluppo della società capitalistica; del fatto, dunque,
che la teoria marxiana è, sotto ogni rispetto, gravata
ancora, teoricamente come praticamente, dall’eredità
della forma, storicamente obsoleta, della rivoluzione
borghese.
Ho deciso dunque di riformulare il paragrafo 6
in questo modo: il titolo sarà « materialismo » non
più « proletario », bensì « storico »; la « lode dia¬
lettica » verrà decisamente trasformata nella dimo¬
strazione di come queste forme di pensiero siano sorte
come primo insufficiente tentativo di pensare la real¬
tà del processo rivoluzionario (meglio ancora: la real¬
tà della rivoluzione proletaria dal punto di vista bor¬
ghese). La dialettica si presta tanto poco a spiegare
il processo rivoluzionario da poter essere, a sua vol¬
ta, speigata soltanto a partire dalla conoscenza del
processo rivoluzionario. Specialmente la dialettica he¬
geliana deve la sua caratteristica teoricamente più
rilevante — l’eccezionale acutezza dell’inconciliata
oppisizione e contraddizione — molto più all’esisten¬
za — da Hegel filosoficamente (come economicamen¬
te da Ricardo) assolutizzata — delle classi sociali,
che non al processo rivoluzionario (che ancora Hegel
156
KARL KORSCH
e Fichte possono ipostatizzare nella forma ascensio¬
nale da esso posseduta, nel corso reale della rivolu¬
zione borghese, solo durante la breve fase della Con¬
venzione rivoluzionaria del 1792-94). Questa acutez¬
za può venir resa utilizzabile dalla teoria rivoluzio¬
naria solo dopo una riformuiazione: per la teoria
proletaria l’antagonismo di classe è così assoluto, co¬
me per Hegel sempre, solo finché esistono le classi;
le classi sono però destinate a venir soppresse, assie¬
me — dunque — al loro assoluto antagonismo, dalla
rivoluzione proletaria, di cui la teoria rivoluzionaria
— proletaria costituisce l’aspetto teorico. Delle molte
differenze analoghe a questa e come questa elimina¬
bili solo in virtù di una riformulazione (che ne sot¬
tolinei il carattere simbolico), voglio ancora ricordar¬
ne soltanto una: Hegel comprende nella sua antitesi
e sintesi dialettica le fasi passate di un processo or¬
mai conchiuso; per la teoria rivoluzionaria del pro¬
letariato deve essere, invece, resa passabile e gestibile
soprattutto la transizione della fase attuale — retro¬
spettivamente irreversibile — del suo movimento ad
un pluralismo di fasi sottratte, per l’avvenire, ad ogni
sorta di irreversibilità.
A questa critica della dialettica segue, a mo’ di
conclusione del paragrafo 6, la dimostrazione che il
più importante progresso del materialismo proletario
rispetto a quello borghese (di cui mi occupo all’inizio
del paragrafo) consiste nel carattere storicamente de¬
terminato degli enunciati della teoria proletaria. A
ciò fa poi immediatamente seguito nel paragrafo 7,
la vera e propria teoria della rivoluzione, cui si ag¬
giunge l’indicazione che i marxisti rivoluzionari pren¬
dono le mosse dallo sviluppo delle forze produttive,
mentre i riformisti partono dallo sviluppo dei rap¬
porti di produzione o, addirittura, da quello delle
forme di coscienza sociali, cioè dalle « ideologie po¬
tenzialmente progressive ». (Ma forse questo punto
può anche venir spostato al paragrafo 11). Questo
A BRECHT E A PARTOS
157
criterio, adoperato già in precedenza e (se non ricor¬
do male) sempre con un discreto successo da noi
marxisti rivoluzionari, mi è tornato in mente allorché,
dando una fuggevole occhiata alla (superflua) critica
marxista di Grossmann al libro sull’immagine del
mondo di Borkenau2, libro peraltro privo di valore
sia teorico che storico-pratico (a differenza di Kautshy
che è stato storicamente importante, anche se dal
punto di vista teorico l’ho preso un po’ troppo sul
serio, dedicandogli una critica così serrata e detta¬
gliata), mi sono imbattuto, dicevo, in una buona ap¬
plicazione di questo criterio da parte di Grossman 3.
Ciò mi deve adesso servire, accanto agli argomenti
già sviluppati nel paragrafo 7, a dimostrare che in
Marx il concetto di forze produttive non è affatto
un cencetto mistico, come oggi sono invece propensi
a credere alcuni critici di Marx (come Arthur Ro¬
senberg, il quale vuole tuttavia conservarlo perché
ritiene che un marxista abbia bisogno di un po’ di
« misticismo », vale a dire perché ad un volgare sto¬
rico borghese come lui capace soltanto di sfruttare
astutamente lo strumentario suppletivo fornito dal
marxismo, non ha alcun particolare interesse alla ve¬
rità — e come te, che per questo motivo vorresti
abbandonare il concetto di forze produttive in senso
marxiano).
11 secondo punto importante, nel quale non con¬
vengo tanto con i tuoi rilievi critici (dal momento
che su questo punto nelle nostre conversazioni non
c’è più capitato di tornare), come anche più avanti
controllare con il testo originale (pag. 160). Tradu¬
zione pag. 13), riguarda la concezione dell’economia
2 Cfr. di F. Borkenau, Der Übergang vom feudalen zum
bürgelichen Weltbild, Paris 1934.
3 Cfr. H. Grossmann, Die gesellschaftlichen Grundlagen
der mechanistischen Phisolophie und die Manifaktur, in « Zeit¬
schrift für Sozialforschung», Bd. 4 1935, pp. 161-231.
158
KARL KORSCH
e della critica dell’economia marxiane, portando a-
vanti la suddetta revisione del paragrafo 6, della sem¬
plice esposizione di Marx ad una certa critica. Come
tu sai, nel mio periodo « ortodosso » ho sempre so¬
stenuto che il vero nocciolo rivoluzionario della teo¬
ria economica di Marx sta nella sua « critica », cioè
nella sua dissoluzione critica dell’« economia politi¬
ca », che è nella sua essenza borghese.
Alla fondazione, sempre più articolata, di questa
tesi ho dedicato diversi anni di lezioni e qualcosa di
questo mio lavoro teorico-critico è emerso anche nei
miei primi lavori a stampa. Nel mio ultimo ciclo di
lezioni (inverno 1932-33) ho poi un po’ mutato il
mio punto di vista, mostrando quanto sia limitato,
a guardar bene, il contributo critico rispetto al con¬
tenuto economico fondamentale del Capitale e quan¬
to poco sviluppato sia l’approccio critico e come una
vera critica anche dell’economia classica sia propria¬
mente rintracciabile solo nel primo volume — da
Marx stesso revisionato — del Capitale, mentre nei
manoscritti marxiani rielaborati e curati da Engels e
Kautsky (voi. II e III del Capitale, Teorie sul Plus¬
valore) Marx si confronti criticamente solo con l’eco¬
nomia volgare, presentandosi invece come obbediente
scolaro dell’economia classica e suo prosecutore in
particolare per ciò che concerne la teoria del denaro,
della rendita, ecc. Tanto per cambiare presi allora
come punto di partenza della mia separazione di ciò
che è vivo da ciò che è morto del marxismo, la po¬
sizione teorica e pratica di Marx nei confronti della
« politica ». Da tutto ciò scaturì l’esistenza di un
nesso tra il carattere borghese della politica marxiana
e la mancata realizzazione della sua dissoluzione cri¬
tica dell’economia borghese in una scienza diretta-
mente sociale e — corrispondentemente — in una
prassi direttamente social-rivoluzionaria.
Venne anche alla luce che Marx si è maggior¬
mente avvicinato ad una teoria della rivoluzione di¬
A BRECHT E A PARTOS
159
rettamente proletaria allorché nel 1844 in Francia,
attraverso il concetto con gli operai comunisti fran¬
cesi e il primo confronto positivo con Proudhon, si
allontanò dai suoi amici rivoluzionari-borghesi della
sinistra hegeliana arrivando invece, alPapprossimarsi
della pratica rivoluzione del 1848, a sostituire alla
rivoluzione economicamente sociale ancora una rivo¬
luzione « totale », cioè — per lui — « politica » e,
in questo modo, a prender parte alla rivoluzione te¬
desca, fino alla sua sconfitta nel 1849, da democra¬
tico borghese, restio ad accogliere gli obbiettivi e
l’organizzazione autonoma degli operai. (Anche negli
anni della riorganizzazione della Lega dei comunisti
e della Lega con i blanquisti nel 1850-51, l’accentua¬
zione del carattere rivoluzionario ebbe luogo in for¬
me prevalentemente politiche: parole d’ordine blan-
quiste della « dittatura » rivoluzionaria-politica « del
proletariato » ecc.). Già nel corso della preparazione
della mia edizione nel Capitale — 1932 — avevamo
abbondantemente constatato quanto Marx, nei suoi
ultimi anni in Inghilterra, sia caduto sotto l’influenza
dei teorici radical-borghesi del luogo, arrivando ad¬
dirittura nel Capitale ad esaltare gli usuali ispettori
di fabbrica borghesi come una riedizione dei Com¬
missari rivoluzionari della Convenzione giacobina.
(Ecco qui anche una delle radici del tono partico¬
larmente rivoluizonario del capitolo sull’accumulazio¬
ne originaria specialmente per ciò che concerne la
lotta contro gli eccessi della rendita nel « clearing
of estates », ecc.).
Nell’ultimo dei 3 paragrafi economici, quello che
affronta il nocciolo compiutamente materialistico e
scientifico della marxiana Critica dell’economia, avrò
ora da dimostrare che Marx ha svolto relativamente
bene la critica storica delle categorie economiche (e
che, la critica di Sorci che nega anche questo, si spin¬
ge dunque troppo in là), mentre si limita a procla¬
mare solo astrattamente, dell’economia in una scienza
160
KARL KORSCH
direttamente sociale, il « superamento » senza por¬
tarlo a termine, a prescindere da alcuni slogan (ad
es. « politica-economia concentrata »; « la violenza è
essa stessa una potenza economica ») spesso tirati in
ballo dalla cattiva coscienza di alcuni marxisti, che
fanno maggiormente risaltare la conservazione nella
« normale » trattazione scientifica. Anche qui la teo¬
ria corrisponde esattamente alla prassi: partito poli¬
tico, e lotta « economica » dei sindacati ricondotti
alla « totalità » attraverso la direzione politica del
partito rivoluzionario. Per essere storicamente più
precisi si può anche dire che la radicalizzazione della
lotta politica mediante l’economia e il rinvio al ca¬
rattere parimenti « politico » della proprietà sono
veramente di stampo giacobino.
Tutto ciò non costituisce però una critica nega¬
tiva del marxismo bensì ad una rettifica storica ed
una, di conseguenza, diversa posizione pratica nei
confronti del problema di una futura « ricostituzio¬
ne » del vecchio movimento « marxista » socialde¬
mocratico e sindacale, distrutto dalla guerra mondiale,
dai riformisti e dai comunisti di partito, da Musso¬
lini, da Hitler, ecc., (sia questa ricostituzione diretta,
oppure mediata attraverso un « ritorno » al marxi¬
smo « autentico » di Marx stesso), come pure nei
confronti delle corrispondenti aspirazioni nel campo
della teoria. Non costituisce certamente una debolez¬
za della teoria marxiana Ü fatto che essa abbia pre¬
visto 90-70 anni fa lo sviluppo, allora effettivamente
imminiente, della politica operaia e dell’economia eu¬
ropee, più correttamente di quanto non abbiano pen¬
sato alcuni dottrinari ed utopisti rivoluzionari-pro¬
letari, sviati dalle loro proprie illusioni. Anche que¬
sto era « materialismo storico ». Se, però, l’attuale
e futuro capitalismo rimane ancora, per profonde che
siano le trasformazioni subite, il « capitalismo », sarà
possibile anche in futuro chiamare ancora socfiali-
A BRECHT E A PARTOS
161
smo]-com[unismo]-marxismo, la teoria e la prassi
dell’unico movimento veramente anticapitalistico, per
mutate che siano le forme sotto cui esso si presen¬
terà.
K.K.
A. P. Partos [Skovsbostrand] 16-17/17/35
Eccoti intanto Ü frammento dei manoscritti di
Proudhon, editi da Rochel, Paris 1898 (ma forse nel
frattempo apparsi anche nella edizione completa del¬
le opere curate dal Bouglé) su « Napoleon I », pp.
36-37: (Esiste un momento in cui Napoleone svela
il suo segreto, il segreto della sua politica; ciò av¬
viene allorché egli, dopo il ritorno dalla Russia, ac¬
cusa in Senato la Philosophie e gli idéoloques. Il
signor Thiers, che ci fornisce una lunga descrizione
di questa scena, non ha capito niente di tutto ciò).
« line voit pas que sous les noms de philosophes
et idéologues, Napoléon accuse les liberaux, les par-
lamentaires, les économistes, les hommes de ’89, la
queue de Sièyès et Mirabeau, tous ceux qui récla-
maient de liberté et des garanties politiquesf...] La
France se dérobait sous l’Empereur; elle allait dans
un autre sense que lui; elle ne pouvait vaincre les
alliés, qui étaient ses amis, comme elle avait veinsu,
en 93, ’95 et ’98, la coalition ».
Come vedi Proudhon smaschera molto bene l’idea
consueta dei borghesi sentimentali i quali inventano
che « l’uomo d’azione », il « materialista » Napoleo¬
ne si sia rivolto contro il puro pensiero. Perfino un
uomo intelligente come Lévy — Bruhl pensa ancora
nella sua storia (inglese) della filosofia francese (o
forse addirittura anche nel suo libro francese — del
1900: su Auguste Comte) che gli attacchi di Napo-
162
KARL KORSCH
leone dimostrassero il grande significato scientifico
della scuola degli ideologhi!
Veniamo ora alla tua breve ma interessantissima
lettera:
Nel frattempo ti ho già scritto che io stesso sono
dell’avviso che nella mia sintesi dei risultati della
discussione parigina ho un po’ esagerato le differen¬
ze tra di noi. Peggio ancora, ho addirittura strumen¬
talizzato i tuoi più acuti rilievi critici nei confronti
di Marx, « interpolandoli » alla mia propria critica a
Marx per poterla presentare pur sempre come una
difesa di Marx. Purtroppo, ormai è fatta. -
E’ anche vero che tu non hai usato l’espressione
« mistico » in relazione al concetto marxiano di forze
produttive. Io l’ho usato una volta, nel nostro col¬
loquio, per delineare un rilievo critico che credevo
di poterti attribuire e ho preso il tuo sorriso come
un cenno di assenso. Prendo dunque atto del fatto
che tu trovi il concetto soltanto troppo astratto e
credi di poter rintracciare in esso una sostanziale
subalternità nei confronti delle reificate forme reali
e di pensiero del modo di produzione borghese che
« degradano fortemente il carattere empirico dell’eco¬
nomia classica e, poi, di quella marxiana ». Tu ri¬
tieni che l’espressione « forze produttive » faccia pen¬
sare troppo al « capitale produttivo sociale » piutto¬
sto che alla « forza produttiva della società nel suo
sviluppo ». Come avrai nel frattempo visto dal pa¬
ragrafo 10 del mio libro oggi stesso spedito, io sono
di diverso avviso.
Marx distingue accuratamente tra la parvenza fe¬
ticistica, per la quale il capitale produce, ha forze
produttive che esso stesso sviluppa, ecc., e la reale
forza produttiva del lavoro sociale, il cui accresci¬
mento è legato allo sviluppo del lavoro sociale stesso.
Il concetto di « forza produttiva » non viene mai
applicato da Marx al « capitale ». Riferendosi a que¬
st’ultimo egli parla piuttosto dell’incomprensibile « fe¬
A BRECHT E A PARTOS
163
nomeno » di un « valore che cova plusvalore ». An¬
che nel caso dell 'accumulazione (che tu chiami in cau¬
sa come ulteriore esempio del permanere della reifi¬
cazione) è tutt’al più la terminologia che può indur¬
re a pensare una cosa del genere.
Ma anche qui il processo reale (1’« allargamento
della scala della produzione ») è, nella sostanza, ri¬
gorosamente distinto dalla formale « accumulazione
del capitale ». Solo nel caso della « riproduzione »
semplice esiste una certa ambiguità terminologica.
« Riprodotti »vengono da un lato le reali basi della
produzione, le condizioni necessarie per la prosecu¬
zione immutata della produzione; — dall’altro lato
il capitale in una grandezza immutata. Ma, in com¬
penso, viene detto molto chiaramente che questa
« riproduzione semplice » è solo un’astrazione e che
nella realtà della produzione capitalistica anche la ri-
produzione semplice è possibile soltanto per il tra¬
mite di una riproduzione su scala allargata (accumu¬
lazione). Trovo dunque che la tua obiezione a Marx
su questo punto è assai scarsamente fondata. Per
contro sono dieci o quindici anni che non mi stanco
di ripetere nei miei corsi, che nella successiva di¬
scussione marxista sul problema dell’accumulazione,
dalla Luxemburg fino (ad es.) a Boris, questa « rei¬
ficazione » si fa penosamente avvertire, soprattutto
negli oracoli su C e V e P, ovvero nei C(f) e C(c)
aggiuntivamente inventati da Boris come formula del¬
la nuova fondazione delle crisi sul lodoramento del
capitale fisso costante scoperta da Baris 1
1 Boris Roniger, militante dal 1923 della KPD. In Zur
Programmfrage aveva aspramente criticato la bozza di pro¬
gramma dell’I.C. scritta da Bucharin e Thalheimer. Proprio
per aver pubblicato questo articolo di Boris in « Intemazio¬
nale » (7Jg. Heft 10-11, 1924), Korsch venne attaccato al V
Congresso Mondiale dell’Intemazionale (con Rolf)2 (nota 2:
Rolf Katz).
164
KARL KORSCH
(Questa teoria era, del resto, effettivamente l’an¬
ticipazione di una spiegazione oggi abbastanza gene¬
ralmente diffusa delle particolarità dell’attuale crisi
« cronica »: ad es. Varga nel ultimo resoconto eco¬
nomico sulla «Basler Rundschau» del 4-12-1935).
Sul problema generale tornerò poi, ora voglio
fare innanzitutto alcune precisazioni su alcuni punti
meno importanti: la tua proposta di espungere in un
punto la parola « pianificato » per l’ambiguità che
questo termine ha attualmente assunto, è inaccetta¬
bile perché in questo caso si tratta di una citazione
letterale dal Capitale (p. 92 della nostra edizione)
(come probabilmente ti sarai, nel frattempo, tu stesso
reso conto dal testo e dalle note del paragrafo 10).
Mi sembra un po’ esagerato espungere dal testo mar¬
xiano, che risale a 76 anni fa il termine « pianifi¬
cato » solo perché oggi è diventato un vocabolo alla
moda tra i sostenitori del capitalismo di stato. L’unica
cosa che posso fare è metterlo tra virgolette.
Per quanto riguarda l’ultima delle tue proposte
— spostare l’accento, nella esposizione del paragrafo
10, dalla critica «trascendentale» alla critica «im¬
manente » dell’economia, vale a dire la teoria econo¬
mica stessa, avevo io stesso provveduto, come avrai
visto, a cambiare l’impostazione in tal senso. Mi ha
fatto molto piacere il fatto che, in separata sede,
fossimo pervenuti entrambi allo stesso risultato. Ciò
mi sembra una prova della correttezza della forma
adesso scelta. Certo, forse adesso dovrò cambiare in
questo senso anche il capoverso della penultima frase
di pagina 1 sulla « forma normale e tipica », in quan¬
to, pur non essendo formalmente sbagliato (per le
diverse forme della critica vera e propria), esso ri¬
sente fortemente della mia impostazione precedente,
ormai obsoleta. Gli ultimi residui di divergenza spero
di averli eliminati con le mie — a mio parere del tutto
nuove — riflessioni sulla natura sociale ed economica
del valore d’uso. Mi preme soprattutto di sapere se
A BRECHT E A PARTOS
165
sei d’accordo con me su questo punto. Concordo
senz’altro e anticipatamente con l’obiezione che tu
muoverai presumibilmente a Marx su questo punto,
rimproverandogli di non aver dato sufficiente rilievo
a questo aspetto.
Vedi però adesso il quaderno di appunti del 1882
e rifletti (secondo le indicazioni che ho spesso fornito
nelle mie lezioni) sulla duplice costruzione del siste¬
ma concettuale del « Capitale » da un lato sulla base
del valore d’uso e del lavoro specificamente utile
(entrambi considerati nella loro forma sociale), e dal¬
l’altro sulla base del valore di scambio e della sua
misura: le quantità relative di « lavoro » incorpo¬
rate nelle merci e socializzate a posteriori e in ma¬
niera incompleta (in altri termini i concetti, svilup¬
pati dall’economia, di valore e « lavoro »).
17-12-1935
A questo punto mi sono arrestato ieri sera. In
realtà volevo, però, scriverti di tutt’altre cose. E
cioè dei nuovi paragrafi che trattano delle « forme
di coscienza sociale » economiche o meno. Qui emer¬
gono, oltre al solito embarras de richesse già riscon¬
trato a livello dell’economia, anche determinate dif¬
ficoltà logiche. L’excursus filosofico allegato ieri alla
prima lettera ti avrà forse già fatto capire di che cosa
si tratta. Marx distingue effettivamente (ed esatta¬
mente soprattutto nella sezione, peraltro generalmen¬
te un po’ ambigua, sul feticismo) in maniera insuf¬
ficiente tra: 1) la materiale dipendenza dei concetti
ecc., dal loro oggetto; 2) l’unica questione che ab¬
bia davvero un senso per una libera posizione « ma¬
terialistica » della filosofia, vale a dire la questione
della dipendenza dello stato di realtà sociale della
coscienza (prescientifica e scientifica) dagli strati del¬
l’essere materiale sociale (che, dal punto di vista eco¬
166
KARL KORSCH
nomico-feticistico, è da caratterizzare come « essere
economico » mentre dal punto di vista direttamente
storico-sociale non può che essere considerato come
produzione materiale, rapporti sociali di produzione
nel loro sviluppo e nella lotta di classe pratica). Così,
ad esempio, quando Marx dice che alla coscienza
feticistica i rapporti sociali dei produttori appaiono
loro nella produzione di merci come ciò « che sono ».
Neanch’io mi ero, all’inizio, del tutto liberato da
questa parziale confusione e neanche tu hai notato
che nel primo abbozzo sul « carattere fetictistico del¬
la merce » sono rimasto un po’ impigliato nella que¬
stione della possibilità o meno, nell’attuale fase « pia¬
nificata » e « monopolistica di Stato » dello sviluppo
capitalistico, di arrivare prima o poi alla compren¬
sione, rappresentazione e trattazione direttamente sto¬
rica e sociale delle reali formule sociali della produ¬
zione. Si tratta del resto di una questione già fin
troppo dibattuta (nella polemica tra marxisti, rivo¬
luzionari e centristi, nonché nell’attuale discussione
sull’economia capitalistica di piano, oltre che sulla
tesi di Mosca secondo la quale le forme di merce,
denaro, lavoro salariato, calcolo della profittabilità
ecc.; non rappresenterebbero ormai altro che momen¬
ti « secondari » di un modo di produzione nel com¬
plesso « socialista » in virtù « del piano », dell’as-
-senza dei capitalisti privati e della dittatura di un
partito proletario, cioè di un modo di produzione di¬
rettamente sociale). In verità, però, non è affatto così
importante che uno possa o meno descrivere suffi¬
cientemente l’una o l’altra forma di produzione di
merci mediante concetti direttamente sociali.
Ciò è in effetti quasi sempre possibile anche se
un’operazione del genere è talora difficile per i mo¬
tivi da me esposti. Ciò che più importa è se la co¬
scienza sociale, determinata nella sua struttura dal
modo di produzione materiale, dagli interessi di clas¬
se ecc., possa svilupparsi solo in diretta connessione
A BRECHT E A PARTOS
167
con lo sviluppo reale {storico e pratico) di questa
produzione materiale oppure in modo più o meno
relativamente indipendente da tali nuove forme. Il
risultato cui entrambe le problematiche approdano è
abbastanza simile. Mi sembra necessario separarle
teoricamente in modo un po’ più rigoroso di quanto
non sia stato fatto fin’ora perché questo mi sembra
l’unico modo per eliminare definitivamente dalla di¬
scussione della concezione materialistica della storia
e della teoria delle ideologie gli ultimi resti (presenti
sia negli avversari che negli amici) di metafisica, fi¬
losofia e gnoseologia. (Ancora pochi anni fa il mio
editore russo Bammel « scusava » le mie deviazioni
da ciò che là viene chiamato materialismo, con la
cortese motivazione che « al compagno Korsch sono
ignoti i problemi della gnoseologia »).
Colgo l’occasione per soffermarmi anche su di
un punto di secondaria importanza: tu usi ancora
l’espressione lukacsiana della « reificazione ». E’ vero
che Marx parla effettivamente a volte, di « guscio
cosale » e di « cosalizzazione » del carattere sociale
della produzione. Ma l’espressione « feticismo » è in¬
finitamente più appropriata per una concezione ma¬
terialistica e sociologica e per la descrizione di que¬
ste forme di pensiero. Nel caso di Lukàcs, che am¬
plia questo concetto in modo del tutto smisurato,
si tratta in sostanza soltanto della protesta di una
« filosofia della vita » contro il freddo mondo delle
pietrificate cose materiali.
Le categorie economiche assumono del resto al¬
trettanto facilmente di una forma cosale anche una
forma personale. Pensa ad esempio a « Monsieur le
Capital »; e « Madame la Terre » in Pecqueur (quale
è citato nel « capitale ») e alle molteplici personi¬
ficazioni del denaro, del capitale come Moloch, come
gigante che si tira all’indietro nella sua spelonca le
vittime perché tutte le orme partano dalla sua spe¬
lonca stessa: sublime simbologia dell’annessione della
168
KARL KORSCH
forza produttiva sociale del lavoro da parte del Ca¬
pitale.
« Feticcio » è, invece, innanzitutto già nella sua
forma, una categoria sociologica. Inoltre esprime an¬
che ciò di cui in realtà si tratta: la trasposizione
delle forze umane. sociali, alle cose, la produttività
del lavoro immediatamente vivo al lavoro morto ac¬
cumulato come capitale.
Del tutto incidentalmente (e detto privatamente
a te) voglio ancora osservare che mi è venuto in
mente come Marx tiri sempre subito in ballo la re¬
ligione come termine di confronto per spiegare il
feticismo delle merci. Si tratta qui di una semplice
trasposizione all’economia delle relazioni da lui sco¬
perte in gioventù nel rapporto di religione e filosofia.
Anche per questo dunque meglio «feticismo»!
Con tanti cordiali saluti a te e a Käte.
AA (...) Il vostro vecchio K.K.
A Partos [Skovsbostrand] 26-6-1936.
Caro Paul,
rispondo subito alla tua lettera giuntami oggi
assieme al capitolo 3 che hai provveduto a rispedirmi
subito... e al tuo interessante articolo che ho letto...
subito. Di questo ti scriverò poi a parte, mi sembra
straordinario. Sono rimasto colpito dal fatto che esso
rappresenta per così dire la risposta ai miei — in sé
cordialmente insignificanti — pensieri con la schiera
dei teorici della rivoluzione (Marx, Lenin, Proudhon,
Sorel... Mussolini?). Trovo poi molto gentile da par¬
A BRECHT E A PARTOS
169
te tua 11 riservarmi sempre un trattamento partico¬
lare nonostante l’acuta — talora — divergenza di
idee e il considerarmi sempre e comunque un alleato
— in parte anche perché tu hai continuato a muo¬
verti esattamente sulla linea da me perseguita fin
verso il 1928 .prima di cominciare a riflettere sulla
impossibilità di condurre una lotta contro il mondo
intero con niente dietro e davanti a sé; non perché
io fossi per principio contrario alle lotte prive di
prospettive — lotte di tal genere ne avevo — in
precedenza — condotte sempre — tuttavia mi appariva
ormai del tutto inutile fare una cosa del genere sol¬
tanto nel pensiero, ritenendo la peggiore realtà sem¬
pre preferibile alla migliore delle idee! E’, natural¬
mente, vero che quando si « rompe » in questo modo
si è costretti — dopo un po’ di tempo — dopo, cioè,
aver accumulato una quantità sufficiente di nuova
realtà — a « ricominciare »; e il tuo punto di par¬
tenza in questo articolo mi appare, nonostante il suo
carattere di tabula rasa, di nuovo reale. Non sarebbe
affatto un cattivo programma per una nuova rivista
se soltanto una cosa del genere fosse possibile! Dun¬
que o ci vediamo in autunno in Francia [...] e co¬
minciamo già a preparare qualcosa, oppure io mi
procuro prima ciò che c’è in proposito, in America,
0 vieni tu stesso in America (dove la congiuntura
da te prevista un anno fa non solo si è già verificata,
ma ha addirittura già superato il suo culmine)! Cfr.
1 dodici milioni di disoccupati ufficiali!
Assieme alla tua lettera me ne è giunta oggi una
di Rummey...; è stato dall’editore e non crede che
essi approveranno un secondo volume, ma farà di
tutto per ottenere la pubblicazione o presso questo
o presso un altro editore. Sono abbastanza deciso a
conservare solo la seconda parte del 2° capitolof...]
Per quanto concerne le tue osservazioni sul 3°
capitolo:
[...]in proposito mi è apparso chiaro una volta
170
KARL KORSCH
di più ciò che sapevo anche prima, vale a dire che la
prova decisiva del fatto che Marx ed Engels non
potevano immaginarsi un socialismo altrimenti che
come prosecuzione del capitalismo (ad esempio qual¬
cosa come un « comuniSmo originario ») sta nella
loro posizione (apparentemente opposta) nei confronti
del mir russo; cfr. le lettere di Engels a Danielson
(una forma sociale superiore possibile in Russia solo
se « questa forma superiore esisteva già in un altro
paese ». « Dal momento che questa forma superiore,
laddove sia possibile storicamente, è sempre la con¬
seguenza necessaria del modo di produzione capitali¬
stico ecc. ecc. Citerò eventualmente questo punto,
ma riprendendo preferibilmente una espressione di
Marx, ed utilizzando Engels solo a completamento
del paragrafo.
Quando avremo dunque completamente rotto col-
sistema tornerà utile aver prima trattato ancora una
volta, in questo modo così disinvolto, l’atteggiamen¬
to complessivo di Marx ed Engels nella teoria e nella
prassi. Ma questa era solo una divagazione.
2. Non credo che faccia molta differenza se io
scrivo: le norme di Marx valgono solo per i rapporti
di una determinata epoca storica, oppure: Marx pre¬
tende solo la validità specifica. La seconda formula¬
zione concorda meno precisamente della prima con
il contesto filologico-storico pur suonando, per il let¬
tore che non sia già straordinariamente diffidente,
esattamente allo stesso modo.
In queste questioni mi sembra che tu dia dei
giudizi un po’ formalistici. Mi dici sempre che non
vuoi mettere in discussione il mio atteggiamento po¬
sitivo verso Marx in questa opera e poi metti in
discussione la costruzione perfino in tali piccolezze!...
3. Credo fermamente — te lo ripeto — che,
sebbene io stesso abbia reso al lettore sospetto ab¬
bastanza il voi. 3°, locuzioni quali quella del « regno
della libertà » potrebbero stare altrettanto bene nel
A BRECHT E A PARTOS
171
voi. 1°. L’idea è, nella sostanza, molto più giusta del-
l’engelsiano « salto nel regno della libertà ». L’unica
cosa brutta nell’esposizione di Marx è l’affermazione
che il « pluslavoro deve esistere sempre ». In un
precedente abbozzo del mio lavoro avevo posto questa
affermazione in contrasto con i Manoscritti econo-
mico-filosofici del 1844 le cui analisi conducono, se
portate alle ultime conseguenze (cosa che invece Marx
non ha fatto), alla necessità dell’eliminazione del
« lavoro » *(nel suo significato specifico). La mia ar¬
gomentazione mi apparve poi, però, non del tutto
convincente, a causa della sua brevità e del suo
essere basata su vaghe espressioni di Marx (invece
che su di una precisa analisi materiale, ed ho can¬
cellato tutto il passo).
Per questo posso tranquillamente affermare di
non aver misticizzato questa frase. Mi interesserebbe
però sapere alcune espressioni, per me troppo logi-
cistico-lukacsiane, del tuo saggio, che tu continui ad
usare per comodità (ma fino ad un certo punto):
« alienazione ed espropriazione » del movimento ope¬
raio » e della sua « coscienza » ecc., mi danno qui
motivo di sospetto), se l’espressione engelsiana del
« salto nel regno della libertà » non ti appaia (pre¬
scindendo per una volta dal fatto che proviene da
Engels!) più simpatica e giusta di quelle locuzioni
marxiane, da te accattate, sul « regno della libertà
sulla base del regno della necessità ». Per quanto mi
concerne considero l’uso che Lenin fa di questa ul¬
tima, idealistica, espressione, già direttamente bor¬
ghese; ma nella forma originariamente marxiana mi
sembra ancora sopportabile, a differenza del « salto »
engelsiano!
Ma forse non ti comprendo appieno. Tu dici che
il « materialismo coerente » non sarebbe privo di uno
spiacevole gusto collaterale a causa di una troppo
grande cautela e di una troppo tollerante (concilian¬
te?) autocritica. Forse che ho mai parlato di «eoe-
172
KARL KORSCH
rente materialismo »? Non mi pare. O forse pensi che
Marx faccia qui (a differenza di Engels) una conces¬
sione? Io sono d’opposta opinione: Marx non dice
qui « ancora » qualcosa che proviene dalla sua edu¬
cazione hegeliana, bensì dice « nuovamente », con
un cosciente ritorno ad Hegel, qualcosa contro il so¬
cialismo utopistico. Se la questione ti sembra im¬
portante, ti prego di rispondermi. Altrimenti puoi
farne anche a meno.
4. La fonte principale per questo capitolo è l'In¬
troduzione alla critica ma solo nel senso che le sue
argomentazioni: 1) vengono usate per trovare una
osservazione ragionata, come si fa effettivamente nel
capitale, dunque per motivi di brevità[...]; 2) ven¬
gono usate criticamente per dimostrare che la trat¬
tazione engelsiana dell’« azione reciproca » non è « né
carne, né pesce », né filosofia hegeliana, né moderna
scienza esatta. (Quando parlo così tu consideri cu¬
riosamente questo mio modo di esprimermi un « bel¬
l’esempio di relativa concordanza»!).
5.11 confronto critico con Spencer mi sembra, al
pari di quello con Comte, utile e necessario. Ad
Huxley, che non ho mai letto, dedico solo una frase!
Allegato
Sulla politica mondiale e nazionale non c’è molto
da aggiungere a ciò che ci siamo detti nel nostro ul¬
timo colloquio. Le cose che più mi interessano: I)
in Europa sono, soprattutto per la loro forma, gli
stay-in-strikes francesi (scriverò sicuramente il mio
prossimo libro, che si avvarrà di studi direttamente
empirici, sulle nuove forme di lotta di classe, sulla
loro genesi all’interno dei mutati rapporti di produ¬
zione, dei rapporti di mercato a livello mondiale, del
nuovo rapporto di guerra e « pace », delle nuove for¬
me statali, soprattutto delle del tutto nuove condi¬
A BRECHT E A PARTOS
173
zioni del lavoro salariato e delle altre forme di la¬
voro non emancipato in generale... e, naturalmente
sulle loro prospettive!).
II) Laggiù in America, è invece soprattutto il
movimento del sindacalismo industriale (Lewis-Diss-
mann, Robertl, adesso di nuovo in ascesa (anche se,
io credo, non più stabilmente di quanto lo sia stato
negli ultimi 50 anni.
Cfr. in proposito le speranze di Marx ed Engels,
che corrispondono esattamente a quelle che capita di
leggere oggi!). L’ultimo dibattito sulla politica estera
nella camera bassa inglese mi ha solo confermato
quanto avevo già da tempo indovinato, ma anche la
conferma è triste quanto basta!
Il tuo K.K.
1 [John L. Lewis (1880-1969), presidente del sindacato
minatori americano e, nel 1935, figura di primo piano nella
fondazione del C.I.O.; Robert Dissman (1878-1926), dirigente
di primo piano dei fiduciari rivoluzionar idurante la la guer¬
ra mondiale].
A Partos [Seattle] 12-6-1939.
Caro Paul,
mi affretto a rispondere alla tua lettera del 31-5,
appena giuntami per rompere finalmente il circolo
vizioso delle lettere non più scritte per la paura di
« incrociarci » nella corrispondenza. Finora ti ho scrit¬
to solo due lettere direttamente, entrambe stenogra¬
fate e della stenografia mi accingo a far uso anche
adesso.
Ho ricevuto da te dapprima una lunga lettera ed
174
KARL KORSCH
alcuni giorni dopo l’annunciato resoconto su « gli
ultimi giorni di guerra » \
Aspetto dunque da te ancora una lettera nel me¬
rito della questione che ci interessa e rimanderò,
da parte mia, la discussione « scientifica » fino al
ricevimento di questa lettera.
A cominciare da oggi numererò in forma progres¬
siva le mie lettere:
Questa è dunque la lettera numero 1.
Veniamo subito al problema praticamente più im¬
portante.
Non so come sia la situazione in Messico. Io ero
per il Messico solo perché pensavo che là tu riuscissi,
in un modo o nell’altro, ad andare avanti meglio che
altrove. Io potrei, ad esempio, venirti a trovare lag¬
giù con la mia macchina o con una vettura presa in
prestito. E potrei forse addirittura fermarmi un po’
di tempo a vivere vicino al confine, dal momento
che posso disporre a mio piacimento del mio per¬
messo di soggiorno. Non posso immaginarmi che il
Canada offra prospettive altrettanto interessanti, an¬
che se non so assolutamente se quelle del Messico
siano davvero interessanti. Ma il Canada fa parte
del mondo inglese; non so proprio su che cosa si
fondi la tua speranza di ottenere là .un permesso
di soggiorno una volta scaduto il permesso per la
tua terra d’origine, o di riuscire in qualche modo a
farti tollerare una volta giuntovi. Tutto il mondo
inglese mi sembra così spiacevole che anche solo per
questo preferisco, finché non vi si oppongono motivi
precisi, il Messico. Il mio vero obbiettivo è sempre
stato, fin dall’inizio, di portarti in qualche modo
qui negli States. Sia nel tuo interesse, che in quello 11 Si trattava di un resoconto del crollo della resistenza
repubblicana a partire dal 25-3-1939, poi ancora una breve
lettera con l’annuncio del tuo viaggio nel continente, ed al¬
cuni giorni fa la lettera ad Hanna del 28-5-1939.
A BRECHT E A PARTOS 175
del mondo e della scienza, oltreché del mio perso¬
nale! [...]
Se non riesci ad ottenere un visto di emigrazione
dobbiamo vedere se puoi mettere le mani su di
uno « students visa ». Si tratta, per ora, di un so¬
gno del tutto vago ma in situazioni disperate bisogna
prendere in considerazione anche le più labili possi¬
bilità. Mi sono così chiesto, ad esempio, se tu non
potresti lavorare come assistente o segretario scien¬
tifico di Kurt Lewin. Lewin è qui uno studioso mol¬
to considerato, ma non so quando diventerà citta¬
dino americano. E’ possibile che non lo diventi pri¬
ma di me e della mia famiglia perché è stato troppo
a lungo professore-ospite qui col pensiero sempre
rivolto alla Palestina; non so dunque quando ha co¬
minciato a decorrere, per lui, il periodo obbligatorio
di 5 anni. Se diventasse americano entro un periodo
di tempo utile (cioè, nel migliore dei casi, non prima
di alcuni anni), ciò favorirebbe molto il sogno di cui
parlavo sopra; ma anche nel caso contrario la cosa
non dovrebbe essere impossibile.
Ti sarà utile, in ogni caso, leggere il suo ultimo
libro, (che ti avevo consigliato da tempo anche nel
solo e puro interesse della scienza): The Conceptual
Representation and the Measurement of Psychological
Theory, apparso come voi. 1, n. 4 dei « Contribu¬
tions to Psychological Theory ». Duke University
Press, Durham, N.C. 1938 (250 pagine). Si tratta,
in pratica, della seconda parte del precedente ilbro
di Lewin sui Principles of Topological Psychology,
Me Graw-Hill Book Co. 1936. Oltre a ciò sta per
uscire un resoconto di alcuni interessantissimi espe¬
rimenti sociologici con gruppi di bambini organizzati
in modo rispettivamente autoritario e democratico.
Lewin si trova comunque proprio sul punto di pas¬
sare dalla psicologia alla sociologia.
Già che ci sono ti consiglio ancora (arrivando
forse in ritardo) i libri di epistemologia psicologica
176
KARL KORSCH
di Arne Ness, Truth, ecc. Oslo 1938 (118 pagine;
li ricevo in questo momento e li recensirò per la
Zeitschrift] f[ü] S[ozialforschung] inoltre un libro
tedesco del 19362, e l’ultimo numero di « American
Journal of Sociology » (voi. XLIV, n. 6, maggio 1939)
che contiene un ragguaglio molto buono ed interes¬
sante sull’attuale livello della sociologia americana.
Si tratta di un simposio su « The Individual and the
Group » e quello di « gruppo » è un concetto cen¬
trale nella sociologia americana già a partire dagli
anni ’20. [...]
Non capisco bene che. cosa intenda dire doman¬
dandomi perché non abbia preso posizione nei con¬
fronti di Silone. Nella mia recensione della sua Scuo¬
la dei dittatori su « Living Marxism »3, ho messo
sufficientemente in rilievo — mi sembra — sia teo¬
ricamente la sua lacunosa esposizione della questione
economica che praticamente la sua ambigua presa di
posizione nei confronti del fascismo. Nonostante que¬
sti limiti trovo il libro eccellente anche se non di
grande valore scientifico né degno di essere consi¬
derato, sotto nessun aspetto « straordinario ».
Hanna manda cordiali saluti a te e a Käte. Lo
stesso farebbero anche Hedda, Sybille e Barbara, se
fossero qui e potessero esprimere i loro sentimenti.
Anche da parte mia saluta Käthe cordialmente. Posso
perfettamente capire, spila base delle esperienze de¬
gli ultimi anni, che un viaggio in America la terro¬
rizzi. Ma in Francia non potrà rimanere più per mol¬
to tempo ed in Inghilterra non la lasceranno entrare;
quantomeno non prima di aver ottenuto il visto per
un altro paese.
I tuoi giudizi sull’opera di soccorso durante e
2 Cfr. A. Ness, Erkenntnis und Wissenschaftliches Ver¬
halten, Oslo 1936.
3 Cfr. K. Korsch, Ignazio Silone. The school for Dicta¬
tors, in « Living Marxism », voi. IV, n. 6, aprile 1939.
A BRECHT E A PARTOS
177
dopo la guerra civile spagnola non mi sorprendono
ma lasciano un po’ perplesso per il loro carattere
assoluto. Le tue opinioni circa la possibilità di orga¬
nizzare la resistenza meglio in Spagna che in Germa¬
nia e in Italia, sono abbastanza interessanti. Ma io
credo ohe, perlomeno per i prossimi anni, ciò con¬
durrebbe soltanto ad una ripetizione della tragedia
appena vissuto dal popolo spagnolo. E questo a di¬
spetto della più grande energia e del più esaltante
valore, nonché di tutto l’insegnamento tratto dagli
eroi passati, da parte del popolo spagnolo. Per que¬
sto motivo penso che sarebbe meglio che non si
arrivasse affatto ad una cosa del genere prima di un
decisivo mutamento della situazione a livello europeo.
Della buona notizia di Langerhans hai già sen¬
tito da me e da Herbert. Nel frattempo ho ricevuto
da Use una lettera che riportava dei passi della sua
ultima lettera ed ho già anche risposto. Per quanto
concerne lui, ho buone speranze che Y Institut, sotto
mia pressione, intervenga decisamente in suo favore,
in quanto egli è un antico collaboratore dell’Istituto
e là tutti lo conoscono e hanno quindi maggiore com¬
prensione nei confronti dei patimenti da lui sofferti.
Ma anche per il tuo — più difficile — caso spero
di ottenere da loro alcuni affidavits in più; ma du¬
bito che essi siano capaci di mettere insieme il va¬
lore e il coraggio necessari per questo ulteriore sfor¬
zo. Tenterò comunque di tutto...
Quanto a me, purtroppo neanche in questo paese
sono riuscito ad approdare a qualcosa. Questa volta
ciò è da ascrivere, molto più del solito, alle mie —
a te ben note — « qualità » di inerzia e di inetti¬
tudine al comportamento realistico. Certo potrei an¬
cora trovare, nonostante l’età, un job accademico; i
miei libri sul marxismo, la mia fama tra gli emigrati
tedeschi e last non least, la assai attiva resistenza del
C.P. sono handicaps molto forti per tutto, perfino
per la collaborazione alle riviste, per la pubblicazione
178
KARL KORSCH
di libri e per conferenze e corsi, gratuiti o meno. Ad
esempio, quando otto giorni fa in una piccola città
industriale di non più di 30.000 abitanti ho tenuto
in una People’s Church [...] una conferenza sulla
.situazione in Russia, sono stato boicottato al 100%
dal locale gruppo del C.P.
La mia impotenza mi fa star male, soprattutto
per la perdita di ogni effettiva possibilità di aiutare
gli amici che essa comporta. Temo che quando, tra
due anni e mezzo, avrò la cittadinanza americana,
sarò troppo vecchio con i miei 55-56 anni, se non
sarò già diventato qualcuno.
Di Brecht ho visto recentemente non solo un
buon inizio di un romanzo su Gli affari del signor
Giulio Cesare, bensì anche — e soprattutto — un
nuovo, straordinario, dramma teatrale, già tutto pron¬
to ma non ancora stampato, su « La vita di Galilei ».
Un colpo veramente grosso; un grande tema e alla
fine l’incomparabile nettezza brechtiana della nega¬
zione. Benché solo raramente la gente conformi la
propria vita privata alle regole delle proprie convin¬
zioni generali, dopo questa rappresentazione del Ga¬
lilei, non riesce ad immaginare che Brecht possa con¬
tinuare a rimanere così fedele alla linea. Non gli ho
più scritto da tempo, praticamente dal mio arrivo
negli USA, ma ho intenzione di rompere questo lun¬
go silenzio. Ho sentito da più parti che egli ha in¬
tenzione di venire qui.
Non ho ancora del tutto abbandonato il mio pro¬
gramma di lavorare su rivoluzione, e controrivoluzione,
benché negli ultimi tempi mi sia soprattutto occu¬
pato ancora una volta di questioni di metodologia
sociologica e di calcolo logico. Proprio adesso ho
assunto nuovamente un atteggiamento critico nei con¬
fronti del calcolo, nonostante che qui agli emigrati
tedeschi (Carnap, Mempel, ecc.) non abbia fatto male
il contatto con l’America; essi appaiono molto disin¬
volti e tutto è fin troppo in movimento. Molto pro-
A BRECHT E A PARTOS
179
babilmente farò un salto al prossimo Congresso a
Cambridge (settembre del ’39). Sto lavorando per
l’appunto ad una conferenza che terrò domani sera
ad un piccolo gruppo di graduate studens e di gio¬
vani docenti del luogo, su A materialistic theory of
thought. Ho recentemente lavorato intensamente in
questo campo e proprio su questo tema scriverò pro¬
babilmente il mio prossimo libro o almeno il mio
prossimo lungo saggio.
Qui il paesaggio e il clima sono indescrivibil¬
mente belli. Mi vergogno quasi di trovarmi io solo
così bene. Il tuo vecchio.
K.K.
Salutami tanto Herbert e, se le scrivi, anche Use
e, attraverso di lei, Heinz.
A Partos [Seattle] 26-29/7/1939.
Caro Paul,
ho deciso di dedicare oggi un po’ di tempo a
studiare se per
Cx) (’y) f(x,y)
posso trovare un contenuto cp che ci consenta di
porre prima un E!:
I-: cp (’x) (’y) f(x,y).). E! (’x) (’y) (f(x,y) ». 11 Le formule matematiche che, anche se non del tutto
coerentemente, seguono il linguaggio logico di Carnap, signi¬
ficano: (’x) (’y) (x, y) è da leggere: « un rapporto f tra un
singolo individuo x ed un singolo individuo y ». In questo
modo l’intera formula va letta così: «Quando il rapporto
f tra un singolo individuo x e un singolo individuo y ha
la proprietà (o il contenuto) q> allora si può anche affer¬
mare che esistono due singoli individui di genere x ed y
che stanno in un reciproco rapporto di f ».
180
KARL KORSCH
A prescindere dai sempre possibili errori di for¬
mulazione logica, dal momento che XX, e PP sono
in ogni caso costanti, questa formula sarebbe anche
più facile da esprimere. Mediante l’affermazione che
noi vogliamo domandarci quale contenuto abbia un
f supposto come esistente, che soddisfi f(KK, PP); e
dal momento che perfino il nostro rapporto è sempre,
a prescindere dal suo contenuto, una costante, possia¬
mo tentare subito di determinare B in B(KK, PP),
e così via).
Ho letto con grande piacere e con altrettanto
grande interesse la tua lettera del 20 giugno e del
4 luglio, e non capisco proprio perché fino ad oggi
non ha affatto risposto oppure [...] l’ho fatto in
modo del tutto insufficiente.
Certo, nel frattempo ho affrontato un viaggio di
sedici giorni (tra andata e ritorno) fino a Berkeley
(San Francisco) California, dove ho energicamente la¬
vorato assieme a Kurt Lewin, e, a parte questo, ho
avuto una montagna di cose da fare; tutto ciò non
costituisce tuttavia una spiegazione sufficiente. In¬
nanzitutto ti comunico che quando questa lettera ti
perverrà, avrò nuovamente cambiato indirizzo. La
prossima settimana, probabilmente lunedì, parto nuo¬
vamente verso la costa orientale ed arriverò verso il
fine settimana (5-6) agosto o a New York oppure già
a Boston. Il mio indirizzo è dunque: 337 Charles
Steet Boston, Mass.
A questo punto ti comunico che ho dato il tuo
indirizzo e quello di Herbert a Londra (consiglian¬
doli di far visita innanzitutto a te) ad uno studioso
mio amico, di nome Easton Rothwel, che ho assistito
l’anno scorso nella preparazione della sua tesi di lau¬
rea su Rosa Luxemburg, e che vuol compiere un
breve viaggio, assieme alla moglie, in Europa. Si trat¬
ta di uno storico, di un instructor (all’incirca un li¬
bero docente con un incarico di insegnamento) della
Stanford University (California); molto simpatico u¬
A BRECHT E A PARTOS
181
manamente, è politicamente un « rivoluzionario » che
ha molto subito l’influenza dello studio delle opere
di Rosa Luxemburg. Vedrai che ti piacerà; non so
però di sicuro se arriverà fino a Londra. Forse pre¬
ferirà recarsi soltanto in Francia ed in Olanda, in
quanto ha poco tempo e gli preme soprattutto infor¬
marsi sul movimento operaio europeo passato e pre¬
sente. Ma veniamo adesso ad un altro argomento.
Ciò che mi hai scritto sulle tue buone prospettive
di continuare a soggiornare in Inghilterra, fa natu¬
ralmente cadere tutte le mie speculazioni su imme¬
diate soluzioni d’emergenza a questo tuo problema.
In una situazione del genere anch’io preferirei aspet¬
tare fino al momento di poter definitivamente emi¬
grare negli USA. Spero soltanto che tu non soprav¬
valuti la stabilità della situazione inglese.
Non credo che al consolato americano ti chiedano
referenze americane. Al momento opportuno spero
di essere in grado (come lo sono già adesso) di pro¬
curarti degli affidavits di cittadini americani di prima
classe. Se tuttavia ti dovessero chiedere qualcosa, puoi
fare, per il momento, il nome di Mrs. Mary Farqu-
harson; questa signora è membro del Senato dello
stato di Washington (da non confondere con Was¬
hington DC!), buona amica di Hanna, ed anch’io co¬
nosco suo marito, che è un professore della locale
Università; sono entrambi persone molto gentili e
senza alcun pregiudizio politico. Io stesso mi farò
premura di avvisarli (chiedendo loro eventualmente
il permesso formale) che il loro nome può venir ti¬
rato in ballo nella tua faccenda. Sono sicuro, in ogni
caso, del loro incondizionato assenso. Se ti dovessero
chiedere in dettaglio i termini della tua amicizia con
questa signora, devi renderla il più personale possi¬
bile: conoscenti comuni, a Berlino o a Parigi, e co¬
mune amicizia con la dott. Hanna Kosterlitz, resi¬
dente negli Stati Uniti fui dal 1934 a qui molto
stimata come eccellente oculista; del resto già l’anno
182
KARL KORSCH
prossimo Hanna stessa può richiedere la citizenship
e all’inizio del 1941 sarà essa stessa cittadina ameri¬
cana. Per quanto mi riguarda io potrò farlo, com’è
noto, non prima dell’inizio del 1942, ma nell’attuale
situazione neanche questa scadenza sembra del tutto
priva di significato!
Ancora un’ultima cosa, a proposito di Heinz.
Trovo il suo atteggiamento molto interessante e non
incomprensibile, ma sono pienamente d’accordo con
te sul fatto che si debba parlare [con] Use affinché si
adoperi con ogni mezzo per lasciare Deutschland] 2;
se lo ritiene utile Use può presentare questo come
un mio consiglio. Del resto ho intenzione di scriver¬
gli io stesso dall’Est, forse riceverò nel frattempo,
da te, o da lei, altre notizie a proposito di questa
faccenda. Detto fra noi, al momento mi preoccupa
più lo stato spirituale di Use che quello di Heinz; è
maledettamente un peccato che ella non riesca ad
uscire da questi stadi intermedi; ogni soluzione è,
per lei, migliore di questa perdurante attesa piena
di dubbi e di timori.
Vengo adesso, siamo ormai a giovedì 27 luglio,
alla parte « scientifica » della tua lettera e non so,
di nuovo, da che parte cominciare. Farò dunque, in¬
nanzitutto, un paio di osservazioni sulla tua lettera,
scrivendo poi a parte un resoconto-utilizzabile, spero,
anche da altre persone — e miei propri pensieri e
programmi.
Sulla Spagna: sono d’accordo con tutto ciò che
dici, benché io da solo non sarei mai stato in grado
di pensare con tanta determinatezza. L’unico punto
su cui non concordo pienamente è la tua prospettiva
di un futuro in cui « comincerà Soggettivo processo
di dissoluzione del fascismo su scala europea ».
2 In realtà Heinz Largerhans si trovava in questo periodo
in Belgio, come risulta da una lettera di Use Bloch a Norsch
del 20-8-1939.
A BRECHT E A PARTOS
183
Io non vedo un tale fujturo, né vicino né lontano,
bensì credo piuttosto in un « terzo » sviluppo. Ma
tutto ciò concerne soprattutto la situazione generale.
« Se » lo sviluppo da te descritto avesse luogo in
Europa entro un tempo non troppo lontano, allora le
conseguenze sarebbero per la Spagna, quelle da te
descritte.
Altrettanto poco concordo col tuo term, nuova
forma di espressione politica del capitalismo. Perché
« politica »? A me pare che quello « economico »
diventi sempre più il fatto principale e domini, in
ogni caso, tutte le espressioni politiche. Né vedo V
« insorgere di una reazione cosciente, formata e po¬
liticamente orientata, della classe operaia nell’imma¬
gine che io ho del futuro (e che non è naturalmente
molto più definita e chiara della tua; oggi la scelta
è soltanto tra idee chiare ma indubbiamente errate
ed obsolete, ed una fondata incertezza sul futuro più
o meno prossimo!). Noi siamo stati sempre d’accordo
■sul fatto di vedere nella schiera (decrescente) Germa¬
nia, Italia, ecc. Russia, USA, democrazie occidentali,
più una comunanza di caratteristiche che un’opposi¬
zione. Le cose si complicano se in questa schiera si
vuole unire Giappone e Cina ma anche in questo caso
il presupposto fondamentale, a mio parere, rimane.
Credo dunque che in questo complesso mondiale non
sia rintracciabile alcuna tendenza verso quel movi¬
mento della classe operaia da te previsto. L’« idea »
schematica, veteromaterialistica di una pressione co¬
stantemente prodotta in un sistema chiuso » mi ap¬
pare tuttora di grande valore teorico, la cosa migliore
del marxismo; ma « teorico » non significa qui per
me altro che il ^significato puramente scientifico del
concetto di opposizioni « interne » e della dinamica
« interna » in generale, in contrasto con le narrazioni
e discussioni descrittive, geo-storiche e propriamente
« prescientifiche », dei politici e scrittori contempo¬
ranei. Ma proprio perché, sulla base di tali concetti
184
KARL KORSCH
e leggi autenticamente scientifiche si possono fare
quelle che sono chiamate « previsioni » sicure (nel
caso delle scienze sociali sarebbe meglio, a mio pa¬
rere, parlare non di previsioni, bensì di qualche cosa
che includa la prassi) è del tutto insensato, su questa
base, prevedere qualcosa sullo stato complessivo di
un sistema totale. Sotto questo rispetto il materiali¬
smo, il positivismo ed il pragmatismo, le filosofie
dominanti del nostro tempo, mi sembrano tutte e tre
ugualmente sbagliate ed ormai obsolete dal punto di
vista dell’impostazione. Di uno stato complessivo par¬
la in fondo soltanto il « buon senso comune » che
non parla, secondo la sua natura, attraverso accenni
frammentari, contraddittori ed arbitrari, senza cer¬
care altro.
Perfino quando la « nuova sociologia » (prof Pic¬
kup) 3 gli ricorda di tanto in tanto che A è uguale
ad A, ciò assume il carattere di una violenza, di una
limitazione autoritaria del pensiero, della vita e del-
l’agire «naturali». [...]
Vengo così pertanto al tuo terzo punto: mi com¬
piaccio che tu abbia letto subito Arne Ness e ciò che
scrivi in proposito mi sembra interessante e preciso.
Temo tuttavia che sia stato preso un po’ troppo sul
serio (come ben sai, io scrivo fin troppo seriamente
sulle cose che ho appena letto o pensato). Credo an¬
che che egli non abbia detto niente di particolarmente
nuovo né nell’ambito della « psicologia ’ obiettiva ’ »
né in quello più generalmente epistemologico; anche
i suoi uomini di fiducia come Brunswik4 ecc., hanno
aggiunto poco al patrimonio ormai acquisito della
tradizione psicologcia tedesca. Tuttavia il suo è un
libro piacevole e fresco, come del resto il suo autore,
3 Si tratta del « consigliere segreto » dell’aspirante ame¬
ricano alla dittatura Döbbl Juh nella Scuola dei dittatori di
Silone.
4 Egon Brunswick (1903-1955) psicologo della scuola di
Karl Buhler.
A BRECHT E A PARTOS
185
soprattutto se lo paragona con i professionisti della
logica, compreso Carnap, che richiamano troppo alla
mente la philosophia perennis (e sembrano mante¬
nere il loro spirito per così dire al punto zero meta¬
fisico). Ma fai fin troppo onore alla sua « sociolo¬
gia » caratterizzandola come « timida » e ancora « po¬
co sociologica ». Essa è ancora una volta da tenere
in conto solo per contrasto con gli altri, nei quali
la sociologia non compare neanche come accenno o
come spazio vuoto.
Riassumendo, io credo che non ci sia molto da
aggiungere dal momento che esiste, fra noi, un so¬
stanziale accordo sui suoi caratteri positivi come ne¬
gativi. Lo stesso vale per le osservazioni da te fatte,
alla fine dell'analisi di Arne Ness nella lettera del 7
luglio, sulla tua posizione personale. In parte ho già
dettò lo stesso manifestando la mia opinione sulle
tue argomentazioni del 20 giugno. L’unica differenza
è che tu dichiari inutili praticamente affermazioni po¬
sitive ed eventualmente anche critiche che travalichi¬
no i confini dell’attuale contesto mondiale capitali-
stico-fascista, cosa che fa pensare quasi che tu le
consideri praticamente utili per « un po’ più tardi »
e che tu prenda ovunque le mosse da un concetto
di scienza che ti dà adito di considerare non vera
la scienza del presente e vera soltanto la scienza del
futuro.
Credo di aver qui rotto un po’ più radicalmente
col nostro comune passato, come ho già acennato
prima. Io penso che si faccia tanto più scienza quanto
meno scienza si voglia fare e che nessuno scienziato
possa fare di più. Una semplice « positivizzazione »
e « computerizzazione » di determinate parti dei si¬
stemi di norme che adesso valgono « positivamente »
pur non essendo ancora stati formulati, mi sembra
un’occupazione del tutto oziosa, o tutt’al più, una
mera preparazione alla vera critica. Per così dire,
dunque, « atto copernicano » sempre soltanto a dif¬
186
KARL KORSCH
ferenti livelli di maturazione; ma questo « atto » non
è affatto un atto bensì sempre un indicatore di atti
storici. Stavo per chiudere la lettera quando ho sco¬
perto un ultimissimo spunto delle tue « osservazioni
(teorico-pratiche) generali » che pur non dicendomi
molto mi ha tuttavia indotto ad aggiungere ancora
qualcosa. « Problemi pratici dell’attività rivoluzio¬
naria ».
A. L’azione rivoluzionaria diretta quale contral¬
tare dell’azione fascista diretta posso immaginarla
come effettuabile, ad esempio, nel caso di una grande
guerra, da me a da te insiepie. Anche allora essa
avrebbe, ancora per molto tempo, il solo effetto di
conservare in sé e negli altri una preparazione gene¬
rale e relativamente indeterminata ed a condurre il
più possibile a ridosso della prassi; a reagire, ecc.
ai « nuovi » eventi, sviluppi e conflitti caso per caso.
B. L’attuale movimento sindacale fascista e « de¬
mocratico »? Qui negli USA tutto è ancora preistoria
che prelude ad una storia grande e radicale. Man¬
cano i « punti di contatto ». Qui si possono fare e
dire solo cose sbagliate, incomprese ed incomprensi¬
bili, se non ci si vuol limitare a partecipare anche
solo parzialmente al lavoro di Sisifo della lotta con¬
tro l’opera di mistificazione del C.P. Ma anche qui
non credo che si potrebbe evitare di fomentare in
questo modo la lotta degli intellettuali borghesi con¬
tro la classe operaia. Lo stesso vale direttamente per
il « lavoro sindacale rivoluzionario ». Chi volesse com¬
battere i closed shops od altri « caratteri fascisti »
dei sindacati americani oppure anche soltanto i più
potenti e corrotti orrori della burocrazia contro gli
operai stessi ecc. si troverebbe inevitabilmente a la¬
vorare per la borghesia ed il capitale contro la classe
operaia. Al momento infuria qui, ad esempio, la
pseudo-campagna intorno alla deportazione di Harry
Bridges, della quale parleranno senz’altro anche i
giornali inglesi. Compaiono, uno dopo l’altro, decine
A BRECHT E A PARTOS
187
di spie della polizia che affermano di avere le prove
del ruolo di primo piano giuocato da Bridges nel
C.P., un partito che è chiaramente — si dice — in¬
surrezionale. Diversi dirigenti operai (Lund[e]berg
e Bridges in primo luogo) lottano per il primato.
Repubblicani, « democratici moderati », New Dealers,
misurano le loro forze in una sorta di tug of war!
Nessuno ha la minima intenzione « di vincere » da
qualche punto di vista. In giuoco sono soltanto obiet¬
tivi tattici secondari. Perfino la lotta per le elezioni
presidenziali, che è in procinto di scoppiare oscuran¬
do tutto il resto, non è, almeno per il momento,
decisiva. Il nocciolo reale della situazione è un grande
sciopero dei longshoremen e della maritime federa¬
tion (C.I.O., sotto la direzione di Bridges e, quindi,
sotto la pravalente influenza comuinsta di partito)
previsto per il 10 settembre5. Ma anche di altri
(FAL)6 gruppi operai ma gli imprenditori che ten¬
gono costantemente il governo sotto l’aggressiva egi¬
da dei repubblicani, tentano non tanto di liquidare
sul serio Bridges, bensì di discreditarlo sufficiente-
mente per poter poi, allo scoppio dello sciopero, li¬
quidare più facilmente lui stesso ed il movimento.
Com’è che possiamo noi trovare un collegamento con
questa situazione? Io penso che se tu fossi qui, for¬
niresti risposte almeno « ipotetiche » a queste do¬
5 Gli sicoperi per la ricostruzione dell’organizzazione sin¬
dacale nell’ambito del trasporto marittimo della costa occi¬
dentale, avevano condotto nel 1934 alla nascita della Mari¬
time Federation of the Pacific sotto la direzione di Harry
Bridges (nato nel 1901 in Australia) e di Harry Lunderberg
(nato nel 1901 in Norvegia).
Nel 1938 Lunderberg lasciò, con la Sailors Union of the
Pacific, la MFP, che continuò ad essere dominata dalla In¬
ternational Longshoremen and Warehou semen’S Union che
sotto la direzione di Bridges si unì al C.I.O.
6 Si tratta evidentemente di un errore per AFL: Ame¬
rican Federation of Labor.
188
KARL KORSCH
mande retoriche e forse ti seguirei quanto meno per
un tratto.
Ma ciò che il nostro uomo relativamente più at¬
tivo, Paul Mattick, fa in questo contesto, mi sembra
troppo isolato e di troppo breve respiro, „perché io
mi ci possa impegnare pienamente. Così mi scrive
adesso che egli sta scrivendo con Auerbach, che è
ospite da lui a Chicago assieme alla moglie, un opu¬
scolo su quanto sta oggi avvenendo nella W[ork]
[P]rogress [Administration. Ma prima ancora di
ricevere la lettera ho sentito che il movimento nella
W.P.A. era già morto7.
Benché adesso il C.P. (cioè in questo campo la
sua organizzazione dei disoccupati, la workers allian¬
ce) faccia così poco che gente come Paul Mattick
sembrano / credono (di) avere possibilità di inter¬
vento, tutto ciò è solo una nuova strofa della vecchia
nota canzone per la quale la K.A.P. (etichetta che
mi sembra definire meglio di quella imposta dal par¬
tito stesso, di trotskismo, tutto ciò che è a sinistra
della K.P.) dovrebbe potere e dover fare ciò che sa¬
rebbe propriamente compito della K.P., solo quando
la situazione è assolutamente disperata ed ogni in¬
tervento può condurre alla delusione e al danneg¬
giamento degli operai e al discredito degli autori del¬
l’intervento. Io credo che il « compito dei rivoluzio¬
nari » che non è stato assolto negli ultimi 20 anni,
potrebbe essere formulato come il loro fallimento
nel trovare la via per rappresentare qualcosa di più
puro « completamento » ideale del partito comunista.
Gli anarchici spagnoli sono stati gli unici a fornire
un reale contributo storico in questo senso e tu sai
bene quanto doloroso e di breve respiro sia risultato
7 Gli scioperi contro la riduzione dei salari del perso¬
nale nel W.P.A. raggiunsero il culmine nel luglio del 1939;
cfr. commento di Mattici, Security with 40yS-what you
ought to know about relief and W.P.A., in « Living Mar¬
xism », voi. 4, n. 8 (Sept. 1939), pp.225-233.
A BRECHT E A PARTOS 189
questo contributo — storicamente il migliore — al¬
l’assolvimento del compito generale.
Se si vuole andare avanti e continuare a pensare,
bisogna dunque convincersi che anche questo com¬
pito è stato posto in maniera sbagliata. Tutto il pas¬
sato movimento operaio, in tutte le sue forme, ha
veramente preparato soltanto un progresso tutto in¬
terno al capitalismo che, promosso dall’attuale forma
controrivoluzionaria del « fascismo » si sta consoli¬
dando e perfezionando in tutti i sistemi capitalistici
del mondo. La tua « crescita del potenziale significato
della classe operaia »; il suo « formale organizzarsi »
su « di una scala sorprendentemente vasta », benché
non « come classe » sia pur fornita di « una falsa
coscienza »; e le « altre ’ contraddizioni interne ’ »
(da te giustamente poste tra virgolette): si tratta in
tutti questi casi di descrizioni parziali di questo dato
di fatto. Se il movimento operaio dell’epoca più re¬
cente fosse stato più decisamente e più attivamente
rivoluzionario, se avesse fornito un maggior contri¬
buto diretto o anche solo indiretto, provocatorio, al¬
l’instaurazione del presente stato di cose, il suo « po¬
tenziale significato » e la « vasta scala del suo orga¬
nizzarsi » sarebbero probabilmente fenomeni diversa-
mente (e più significativamente) atteggiati. Tipica¬
mente diverse sono tuttavia le forme in cui questi
fenomeni si presentano in Russia rispetto all’Europa
occidentale e all’America; tipicamente diverse sono
a loro volta le forme che assumono in Germania ri¬
spetto all’Italia e diventano poi del tutto peculiari,
secondo la tua descrizione, nella Spagna capitalistica¬
mente « arretrata » e quindi « meno profondamente
dominabile dalla controrivoluzione capitalistica » (?)
Credo che un lavoro preparatorio molto utile per
la realizzazione del tuo programma (studio dell’« ideo¬
logia fascista » e della « guerra »), sarebbe una dif¬
ferenziata analisi molto chiara ed empiricamente fon¬
data: a) del reale significato della classe operaia
190
KARL KORSCH
nell’economia e nella società; b) del suo significato
ideologico « potenzialmente » rivoluzionario, fenome¬
nologicamente controrivoluzionario ).
Sulla scienza americana (o già tradotto in Dialet¬
tica e scienza nel marxismo p. 105) (da una lettera
a P.P. della fine di luglio del 1939).
Quando si passa a comunicare qualcosa dei pro¬
pri attuali pensieri, idee e programmi di lavoro, è
inevitabile che tutto risulti soggettivistico, contingen¬
te ed estremizzato, rispetto alla precedente — già
sistematizzata — impostazione. Ma è, in effetti, molto
difficile dare un chiaro rilievo al « nuovo » senza in¬
correre in qualche esagerazione.
Comincio con l’America.
La prima cosa da dire è che questa America è
veramente diversa dall’Europa, quanto meno della
« vecchia » Europa in cui tutti noi abbiamo vissuto
e condotto le nostre lotte.
In primo luogo questa America non può essere
« rifiutata » in linea di principio come lo è stato, da
parte nostra, l’intero status quo in Europa. In Eu¬
ropa si aveva un’idea abbastanza precisa dell’« ordi¬
ne nuovo » che doveva essere sostituito al vecchio
ordine dello stato e della società. Si pensava di sa¬
pere più o meno come sarebbe proceduto questo mu¬
tamento, e si vedevano almeno alcuni punti dello
sviluppo in cui « incuneare » il proprio intervento
soggettivo. Si era riusciti in un movimento che da
un ben noto passato conduceva; attraverso un noto
presente, verso un futuro sufficientemente noto. Si
aveva una teoria di fronte alla quale potevano atteg¬
giarci tanto più criticamente quanto più solidamente
eravamo ancorati ad essa.
Qui non c’è niente di tutto ciò. Soprattutto dopo
lo sfumare delle nebbie della prima impressione al¬
l’europeo che comincia ad orientarsi teoricamente e
praticamente (ma anche all’americano, anche se egli
è privo della coscienza di una possibile alternativa)
A BRECHT E A PARTOS
191
tutto appare troppo grande, troppo frammentario e
dispersivo, perché egli possa assumere un atteggia¬
mento simile. Il singolo si sente qui piccolo, impo¬
tente e ignorante di fronte all’ampiezza, alla moltepli¬
cità e alla mutevolezza dell’esistenza e dell’accadere
generali. L’individuo — e i singoli gruppi, correnti
ed imprese — si trovano in uno spazio molto meno
determinato e differenziato in cui muoversi e vivere.
Qui non esiste, nel senso europeo, né uno stato, né
una storia né una determinata articolazione della so¬
cietà in classi, interessi o idee vigenti. Le « possibi¬
lità illimitate » constestualizzano una realtà casuale
nel passato, nel presente e nel futuro. Una astratta
infinitezza e libertà esistono per tutti e per nessu¬
no. E’ difficile, tutt’oggi, evitare le categorie della
« nuova frontiera » per descrivere la struttura del
tutto singolare di questo spazio americano. O meglio,
« foresta vergine » e « steppa » erano entità più de¬
terminate e meno impenetrabili alla teoria e alla pras¬
si dello sviluppo degli odierni stati e agglomerati ur¬
bani americani, di tutto questo mondo « botanico »
in cui crescono gli uni accanto agli altri — diversi
ma indistinguibili — fili d’erba, fiori ed alberi, o
di questa massa statistica di mondi molecolari, in cui
si stratifica con rigorosa coordinazione e ripetizione,
un numero infinito di elementi uguali, che vanno a
costituire e ad attivare, in modi tipicamente uguali,
formazioni tipicamente uguali.
Non meno diversa dal suo equivalente europeo è
la scienza americana. Non intendo la fisica che, come
la tecnica, è cosmopolita e internazionale e si diffe¬
renzia solo dal punto di vista quantitativo. Voglio
dire l’intera scienza dell’« uomo » o, per usare un
termine americano, la scienza del « behavior » (so¬
ciology, psychology, education, marriage, « economics
and business; social work, advertising, political scien¬
ce, mental hygiene, public relations, ecc. ecc.).
Se in Europa teoria « positiva » e « critica » si
192
KARL KORSCH
contrappongono Tuna all’altra essendo la prima sta¬
tica e la seconda dinamica, la prima dotata di una
tecnica razionale per la soluzione dei problemi cor¬
renti, e la seconda attenta a scoprire l’irrazionalità
di queste tecnica di fronte ai problemi reali, qui ne¬
gli USA questa oppisizione non ha alcun senso. Pro¬
gressiva trasformazione dei fatti studiati, scoperta di
nuovi campi e di nuovi metodi, immediato assorbi¬
mento di ogni controtendenza, neutralizzazione di
ogni anormalità e illegalità, istituzionalizzazione de¬
gli affari, della politica, della corruzione, della vio¬
lenza, della criminalità: tutto ciò è qui un così ovvio
presupposto ohe con la comparsa del « nuovo » nella
scienza non significa né conflitto né tensione, bensì
normale routine — laddove dal punto di vista fun¬
zionale non conta molto che il nuovo sia veramente
nuovo, in quanto nell’incessante passaggio del noto
all’« ignoto », anche la vecchissima quotidianità vie¬
ne sempre riscoperta come qualcosa di nuovo. Si po¬
trebbe dire che in questa scienza americana il muta¬
mento è altrettanto « positivo » quanto in Europa
l’immutabilità e che proprio per questo i salti evolu¬
tivi, in sé dinamici, del meccanismo esistente sono
garantiti da ogni critica radicale in una misura del
tutto sconosciuta all’Europa degli ultimi secoli. In
questo moto continuo, soltanto in superficie vorti¬
coso, non c’è nessun pericoloso ingorgo critico, nes¬
sun conflitto che non venga neutralizzato, e nessuna
idea che non venga subito ideologizzata ed incorpo¬
rata nell’ideologia dominante come gradita novità.
Nessuno si aspetta che Vapproach di oggi conduca a
qualcosa di diverso da un altro approach per domani,
e come al tocco di Mida tutto si trasformava in oro,
qui il rinnovamento costante di ogni giorno si tra¬
sforma immediatamente in ovvia componente della
opinione pubblica. Con tutto ciò sotto l’apparenza
dell’apparenza si cela un reale progresso. Lo svilup¬
po della teoria tiene il passo con lo sviluppo della
A BRECHT E A PARTOS
193
società. Il progresso reale ed apparente della società
fornisce alla scienza in continuo avanzamento un ma¬
teriale inesauribile e, contemporaneamente, al suo
prodotto un mercato sempre recettivo. Là dove, tut¬
tavia, l’offerta supera la domanda del momento, vie¬
ne in soccorso (come nel campo della produzione
materiale al tempo della « prosperity overlasting »,
e, in questo più elastico medium, temporaneamente
senza alcun serio sconvolgimento) la produzione an¬
ticipata per il consumo futuro. Una scienza co-istitu¬
zionalizzata dal grande capitale istituzionalizzato pro¬
duce per una nuova forma di domanda sociale pro¬
dotta dagli stessi canali. Il capitalismo monopolistico
riproduce qui, in questa sua non più ingenua prima¬
vera, la stessa felice costellazione die aveva un tempo
caratterizzato la prima fase del capitalismo concorren¬
ziale; « fioriscono le scienze, prosperano le arti, è
una gioia vivere ».
Seattle, Washington 30-7-1939.
Karl Korscb
nel frattempo siamo arrivati al
29-7
Caro Paul!
La lettera è un po’ cresciuta su se stessa: il pen¬
siero di un pubblico più vasto vi ha fatto scivolare
dentro un po’ troppa lirica e un certo mal control¬
lato sentimentalismo. Per questo non voglio oggi scri¬
vere più tutto quello che intendevo scriverti sulla
mia attuale posizione scientifica e sui tuoi problemi.
Lo farò la prossima volta. Oggi mi limito pertanto
ad allegarti la scaletta della conferenza che terrò per
194
KARL KORSCH
Kurt Lewin (che non ci sarà) e me al Congresso dei
logici a Harvard, all’inizio di settembre l.
So che non sarai particolarmente d’accordo con
il suo contenuto, ma mi sono dovuto limitare (data la
ristrettezza dei tempi) a rielaborare in un giorno di
intenso lavoro assieme a Lewin, l’abbozzo steso dal
solo Kurt e già spedito per la stampa nei preprints
che vengono presentati al congresso, e in modo tale,
naturalmente da non « tradire » la posizione general¬
mente « filosofica » e scientifica di Lewin. In verità
non credo a tutto il discorso, portato avanti da Bridg¬
man1 2 sui cosiddetti constructs cui non dovrebbe cor¬
rispondere alcuna esperienza immediata. Si tratta qui,
in generale, soltanto della differenza tra « formazio¬
ne pre-scientifica e scientifica di concetti » (questo
termine è altrettanto poco simpatico soltanto perché
è stato elaborato dai Kantiani tedeschi, Rickert ecc.)
e specialmente nel caso dei consrtucts dinamici per
il fatto che questo particolare gruppo di concetti o
terms si riferisce non ai fatti cosiddetti isolati (For¬
men), bensì ad intieri gruppi e alle leggi dinamiche
che sussistono fra loro. [...]
In secondo luogo, trovo che in questa conferenza
non emerge chiaramente l’altro e (nella misura in
cui è qui possibile usare un comparativo) più impor¬
tante lato della psicologia lewiniana, il suo carattere
rigorosamente sperimentale nel senso della fisica. A
partire dal punto III (infra, p. 2) l’introduzione dei
constructs avrebbe dovuto precedere di pari passo con
l’esposizione del loro significato per il lavoro speri¬
mentale. In ultimo luogo, ma ciò concerne più i due
libri lewiniani che non questa breve trattazione, sono
poco d’accordo con la maniera lewiniana di usare le
1 K. Lewin, K. Korsch, Mathematical Consrtuct in Psy¬
chology and Sociology, in «Journal on Unified Science»,
•voi. 9, Cambridge Mass. 1939.
2 Probabilmente si tratta di P.W, Bridgmam, The In¬
telligent Individual and Society, New York 1938.
A BRECHT E A PARTOS
195
formule matematiche (ad esempio l’uso di segni di
addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione, ecc.)
nell’ambito dell’espressione di una funzione altrimen¬
ti ignota, ad esempio:
F(/t(S') — t(S") / Ti-/t(S')-t(S") / Ti"
fi =
Ti" —Ti'
invece di porre semplicemente
fi = F/t(S'), t(S"), Ti', Ti", in una formula discus¬
sa proprio adesso fra noi sulla « fluidità » psicolo¬
gica, misurata sulla velocità di riequilibrio della ten¬
sione tra ambiti limitrofi alPintemo di una persona.
Non dubito che su questo punto concorderai perfet¬
tamente con me, se riesci a capire qualcosa da questi
miei rapidi accenni. Nonostante tutte queste obie¬
zioni tengo il metodo di lavoro lewiniano, dacché ne
conosco meglio le basi sperimentali, l’effetto pedago¬
gico negli allievi e collaboratori ecc. in un conto an¬
cora maggiore di prima, e, a dispetto dei molti aspet¬
ti insoddisfacenti degli esperimenti tentati degli al¬
lievi di Lewin nel campo veramente sociologico (e
non puramente socialpsicologico!), credo che con me¬
todi analoghi si potrà lavorare in modo eccellente
nella sociologia, se si comincia seriamente a farlo.
[...]
Forse darò una spinta in questa direzione con un
libro su social forces and social movementes [...],
in cui, dovrebbero, fra l’altro, vedere finalmente l’in¬
chiostro dello stampatore anche i miei studi su ri¬
voluzione e controrivoluzione. Prima di questa ope¬
ra, il cui completamento richiederà ancora molto tem¬
po, vorrei scrivere eventualmente, per motivi esterni,
il Textbook sulle social theories (di cui si avverte
molto la mancanza). In questo modo potrei non solo
diventare noto ed influente, ma anche ottenere un
196
KARL KORSCH
Job accademico. I testi esistenti di Beach, Sorokin,
Hankins, Barnes, ecc., sono straordinariamente in¬
sufficienti, perfino come testi scolastici, e non mi
sembra troppo difficile produrre una cosa del genere;
credo che basterà sfogliare tutti i libri sull’argomen¬
to, aggiungendoci i propri pensieri e trucchi pedago¬
gici, ed utilizzando forse alcuni dei libri migliori
apparsi in Europa. Che ne pensi? Peccato che tu non
sia qui ad aiutarmi. Nei due grossi volumi dell’assai
fecondo Barnes3, che per i tempi antichi di Ibn
Chaldun ecc. non è neppure privo di valore, non si
fa neanche il nome, ad esempio, di un Sorel! Oggi
come oggi una cosa del genere non mi sarebbe im¬
possibile, anche perché comincio finalmente a padro¬
neggiare sul serio questo benedetto inglese che co¬
nosco non solo teoricamente da più di 25 anni ma
anche, dopo il soggiorno a Londra, praticamente. A
questo proposito mi ha giovato molto la traduzio¬
ne del libro su Marx ma non ho ancora avuto modo
di mettere a frutto il buon effetto da essa prodotto.
Il mio inglese risulta così paurosamente inglese da
non esserlo più affatto — e tanto meno americano!
D’altro canto, mi è forse di impedimento presso gli
editori competenti in materia — Mac Graw Hill ecc.
— il fatto che sono conosciuto come marxista e che
ho un job accademico; ma questo ostacolo potrebbe
essere forse superato con l’aiuto di amici ecc. Ho
dunque veramente scritto delle cose più esteriori e
non voglio cominciare un foglio nuovo, benché la
nave parta probabilmente non prima del prossimo
mercoledì. Ma, come tu stesso vedi, sono sul punto
di diventare un vero sociologo americano, e una cer¬
ta ambivalenza dei sentimenti è qui una cosa stret¬
tamente privata...
Stanimi bene, saluta Käthe cordialmente, anche
3 H.E. Barnes, H. Becker, Social thought from Lore
to Science, Boston 1938.
A BRECHT E A PARTOS
197
da parte di Hanna. Forse nel frattempo avrò altre
tue notizie, ma aspetto in ogni caso una tua pronta
risposta a questa lettera a Boston. E salutami molto
cordialmente anche Use, erano proprio bei tempi
quando a Parigi lavoravano giorno e notte insieme
nel suo appartamento e ci sedevamo assieme, al mat¬
tino, al tavolo della prima colazione!
Il tuo K.K.
A Brecht Seattle 31-7-1939.
Caro Bert Brecht,
Le scrivo di nuovo in tutta fretta e molto bre¬
vemente, semplicemente per rompere il silenzio. Do¬
podomani ritorno sulla costa orientale (allo stesso
indirizzo di Boston Mass 337 Charles Str.) e chissà
quando avrò tempo di tornare a scriverle. Voglio
e devo innanzitutto manifestarle il mio entusiasmo
per il Galilei, speditomi qui da Hedda; l’ho già letto
due volte ma lo leggerò un’altra volta prima di scri¬
vere qualcosa in proposito.
Trovo il testo forte e buono — forse un po’
greve di pensieri per provocare come « giuoco » sul
palcoscenico del resto inesistente, le impressioni, i
sentimenti, le emozioni, e la « catarsi », da Lei per
altro non desiderati. Ma, detto tra noi, nella terribile
tragicità della fine emerge tuttavia in me, (o si im¬
merge, non so) una sorta di catarsi. Costruire una
figura così colossale soltanto sullo spirito è una bella
prestazione da parte del materialismo storico...
Ho letto, rispendendolo subito — come richiesto¬
mi — ad Eisler (attraverso Auerbach che mi era
venuto a trovare a Boston) « Il signor Giulio Cesare »
198
KARL KORSCH
speditomi da Herbert, e aspetto con ansia la « con¬
tinuazione ».
Da parte mia avrei molto da raccontare. Qual¬
cosa potrà ricavare: 1) dall’allegato frammento di
una lettera a Paul Partos *, l’ultimo cavaliere dell’or¬
mai conclusa prima epoca rivoluzionaria del movi¬
mento operaio europeo fortunatamente rimpatriato
alYultima ora — da Valencia (indirizzo attuale: 75
Healthcroft Hampstend London N.V. II). E’ un
pezzo che ho scritto proprio pensando a lei, a Kurt
Lewin, a Hedda, e a Herbert Levy, si tratta natural¬
mente solo di un primo abbozzo e la cosa più im¬
portante viene accennata solo alla fine!
2) Dall’estratto (che le allego) di un paper scrit¬
to per una conferenza che terrò per me e Kurt Lewin
all’imminente Congresso di logici alla locale Cam¬
bridge. [...]
A ciò aggiungo per adesso soltanto che sono in
effetti in procinto di riqualificarmi, passando dal
« marxismo » alla sociologia, ovvero alla « Logic of
Social Science ». Ho in programma due libri:
1) Social Forces and Social Movements dovrebbe
suddividersi in una prima parte molto astratta e in
una parte quasi ideografica: applicazione a rivoluzio¬
ne e controrivoluzione.
Tempo di lavoro: circa due anni (almeno);
2) Social Theory deve essere un libro di testo
per uso accademico e procurarmi eventualmente un
job.
Tempo di lavoro: circa un anno (al massimo!)
Sento dire talora che Brecht (o i Brecht) ha in¬
tenzione di emigrare negli USA, e già gioioso al pen¬
siero! Che c’è di vero in queste voci? E quando
pensate di venire? La scarsa sicurezza della situazio¬
ne in Danimarca mi preoccupa sempre di più, benché 11 Korsch allude qui al frammento Sulla scienza ameri¬
cana allegato alla lettera a Partos della fine di luglio 1939.
A BRECHT E A PARTOS
199
non abbia mai pensato alla possibilità di un imme¬
diato scoppio della guerra in Europa. Ma si sa bene
quanto grande sia il mistero che circonda Pinizio di
una guerra moderna. E’ tuttavia chiaro che già al¬
cuni giorni prima della dichiarazione di guerra {if
any) i soldati e i poliziotti tedeschi invaderanno tutta
la Danimarca con tutte le conseguenze del caso.
In mancanza di altro mi farebbe molto piacere
sapere dove Lei e gli altri (Helli, Steff, Barbara che
non è forse più così piccola...?) siete adesso e sarete
nelPimmediato futuro!
Hedda si trova in questo momento in un campo
di addestramento per immigrati quaccheri non lonta¬
no da New York, in parte per lavoro in parte per
riposarsi. Alla fine della settimana ci incontreremo
a Boston e le ferie durano fino a metà settembre.
Hedda ha una bella Ford che guida con molta disin¬
voltura. Anch’io ho usato spesso nelle ultime setti¬
mane la ancora più elegante e « giovanile » Chevro¬
let di Hanna; fra le altre cose abbiamo fatto alter¬
nandoci alla guida, mille miglia che portano lungo
il Pacifico a San Francisco dove ha visitato Kurt
Lewin, professore-ospite per Pestate all’università di
Berkeley, nel frattempo ormai famoso negli USA ed
anche veramente molto bravo ed attivo. Con Lewin
ho un programma di lavoro comune anche se io do¬
vrò fare, credi, il lavoro più oscuro, avendo io in¬
contrato maggiori difficoltà, rispetto a Lewin, ad
emergere nel campo accademico.
Il mese prossimo esce la Master-Thesis di Sy-
billa nella collana di scritti del maestro e dei suoi
allievi diretta da Lewin.
Barbara lavora durante le ferie, con alterna for¬
tuna, come cameriera in un luogo di villeggiatura
chiamato « The Balsams » nella White Mountains
nel New Hampshire. Forse ce la riportiamo a Boston
per il resto delle ferie. E’ per il resto una brillante
studentessa del biennio di medicina. Il mio libro ha
200
KARL KORSCH
avuto un certo numero di recensioni in Inghilterra
(gliene allego una, quella non pessima di Borkenau),
mentre negliUSA, nonostante i miei modesti ma in¬
tensi sforzi personali, non è apparsa niente a causa
del boicottaggio del CP; a parte tre recensioni di
ultra-sinistra: 1) di Sidney Hook (nel repubblicano
« New York Herald Tribune »); 2) di Paul Mat-
tick (in « Living Marxism »); 3) di Arthur Rosen¬
berg (in « Modem Quarterly »).
Uno è molto, — ma Laski, Klaus Mann ed altri,
che volevano recensire il mio libro per « New Re¬
public » ecc., mi. hanno raccontato di essere stati im¬
pediti dalle rispettive redazioni, che hanno frapposto
ogni sorta di ostacolo. Oltreacciò la casa editrice ame¬
ricana Wiley & Sons — un editore peraltro molto
buono — non ha purtroppo alcun interesse a questo
libro, e poiché ne ha ricevute solo 100 copie dall’edi¬
tore londinese, ha spedito solo 10 (letteralmente:
10) esemplari per recensione per gli USA!
Adesso sono costretto a salutarla, altrimenti que¬
sta lettera non parte più dopodomani con il « Nor¬
mandie ».
Il suo vecchio e, nonostante le apparenze, fedele
K.K.
Mi saluti tutti, tutti, oltre ad Helli (naturalmen¬
te!), Steff, Barbara e particolarmente anche Karin,
Mary e gli eventuali ospiti estivi, incalliti giocatori
di scacchi e bevitori di caffè; anche il gatto Korsch!
Versione tedesca a cura di Michael Buckmiller e Goetz
Lankau in «Jahrbuch Arbeiterbewegung » band 2, diretto
da Claudio Pozzoli.
Riviste tedesche
ALTERNATIVE [Alternativa]
Alternative è la rivista che più ha contribuito all’apertura in Ger¬
mania della discussione su tematiche e filoni del marxismo fran¬
cese ed italiano fino a pochissimo tempo fa estranei al dibattito
teorico tedesco. In modo particolare è ad Alternative che si deve
la riproposizione ad un pubblico più vasto rispetto a quello rag¬
giunto, ad esempio, da un volume come Storia e struttura di
Alfred Schmidt, della riflessione su Althusser — che, come
vedremo, giuoca un ruolo importante anche nel progetto di
nuovo approccio alla teoria marxiana proposto da Gesellschaft —
e poi su Della Volpe. Il n. 97 di Alternative (17 Jg., August
1974) contiene ad esempio i seguenti articoli:
Louis Althusser, Ideologia/Letteratura!Scienza (titolo generale del
fascicolo).
l. Althusser, Bertolazzi e Brecht. Osservazioni sul teatro mate¬
rialistico.
k.m. bogdal, Arte/Ideologia,/Conoscenza. Sulle determinazioni di
Althusser su arte e letteratura.
p. SCHÖTTLER, Filosofia/Politica/Scienza. Osservazioni sulla trasfor¬
mazione della problematica teorica in L. Althusser.
o. kallscheuer, ' Anti-hegelismo ' in seno al movimento operaio
Ipotesi sulla scuola di Althusser e Della Volpe.
DAS ARGUMENT [L'argomento]
Questa « rivista per la filosofia e le scienze sociali » (così il sotto¬
titolo), edita da Wolfgang Fritz Haug, si colloca, come segnala
la composizione del comitato dei collaboratori permanenti, tra i
quali troviamo oltre a Wolfgang Abendroth altri significativi espo¬
nenti della (dekapista) « scuola di Marburg » come Frank Deppe,
Hans Dieter Boris, Kurt Steinhaus e K.H. Tjaden, nell’area della
sinistra tedesca più vicina — anche se in forma non settaria —
alla DKP. Orientata a coprire uno spazio teorico che potremmo
definire di « critica dell’ideologia », Das Argument ha dato vita,
nel corso del 1973/4 ad una discussione — la Widerspiegelungs-
Diskussion [Discussione sul rispecchiamento] protrattasi per tre
fascicoli doppi il cui tema, la teoria del rispecchiamento come
202
RIVISTE
presupposto gnoseologico e problematico del dibattito sulla dia¬
lettica materialistica, mette bene in luce l’indirizzo di ricerca
divenuto recentemente dominante in seno alla rivista. Sollevato
nel n. 81 dai saggi di W.F. Haug, Qual è il compito di una
gnoseologia marxista?, di A. Leist, Rispecchiamento della realtà -
realtà del rispecchiamento?, Friedrich Tomberg, Sul senso pratico
del teorema del rispecchiamento, il dibattito sul « rispecchiamen¬
to » ha visto prima due interventi (n. 85), Semantica, ' rispecchia¬
mento ’ e gnoseologia marxista, di R. Zimmermann, e Con Marx
e il linguaggio contro il materialismo? Replica a Leist e Zimmer¬
mann di J. Meyer-Ingwersen, orientati a privilegiare al suo in¬
terno la questione del ruolo del linguaggio per la conoscenza, e
poi le prese di posizione (n. 87) di H.J. Sandkühler e R. Roter-
mundt, anch’essi critici anche se da un opposto punto di vista,
nei confronti del citato articolo di Haug in Argument 81. L’intento
che presiede all’apertura del dibattito sulle Streitfragen materia¬
lisier Dialektik, è illustrato nell’editoriale che, nel numero 81
(Heft 7/8, Oktober 1973), si propone di fare il punto sulla svolta
coscientemente affrontata dalla rivista giunta alla sua XV annata.
« Per la prima volta dalla fine della guerra — si legge nell’edi¬
toriale — si assiste alla crescita, tra gli intellettuali della Germania
Occidentale, di una nuova leva scientifica che, pur essendo affetta
dal peccato originale dello scissionismo, ha una forma non super¬
ficiale di dimestichezza col metodo ed una serie di lavori fonda-
mentali del marxismo. Questo sviluppo si riflette in maniera cre¬
scente nei manoscritti che arrivano alla redazione di Argument.
Soprattutto la relativamente ampia recezione del Capitale dì Marx
— non più limitata ai cultori delle materie immediatamente socio¬
logiche — comincia evidentemente a dare i suoi frutti. Nel¬
l’appropriazione e nella riflessione specifica sull’opera principale
di Marx hanno inoltre trovato un piano comune d’intesa orga¬
nizzazioni e gruppi studenteschi di una sinistra altrimenti assai
frazionata, ed alla redazione della rivista appare oltremodo im¬
portante — detto incidentalmente — rafforzare e per cosi dire
completare questa unità in fieri di una concettualità e razionalità
scientifica socialista quale procede dall’opera principale di Marx...
Grazie all’accumulazione di sostanza scientifica, questo tentativo
a livello di una rivista teorica ha acquisito maggiori probabilità
di successo... Sul piano della prassi redazionale però, la ‘ facili¬
tazione ’ si è rivelata, almeno nell’immediato, una ‘ complicazione ’
che ha reso sempre più difficile fare i ‘ tipici quaderni tematici
di Argument ’ nella forma usuale. E questo per due motivi:
1) l’aumento impetuoso, a partire dal ’69/’71 sia dei lettori che
dei collaboratori; 2) l’approfondimento qualitativo e quantitativo
di campi e problematiche all’interno dei quali dieci anni fa era
ancora relativamente facile prestare un lavoro pioneristico. Quando
Argument mosse i primi passi nel ‘ Nuovo Cohtinente ’ con temi
e problematiche come Sessualità e dominio, Mezzi di comunica¬
zione di massa e manipolazione, Scuola ed educazione, e Teorie
del fascismo, era sufficiente aggredire con alcuni contributi la
problematica, nel senso di una teoria critica dinamicamente pronta
a divenire concretamente politica... Solo così fu possibile dare
impulso, specialmente negli ultimi 5 anni, ad un vasto movi¬
mento di critica della scienza borghese... ». Contro le accuse,
provenienti anche dal ‘ campo anti-revisionista ’ della sinistra te-
GERMANIA OCC.
203
desca, di « stretta • osservanza tedesco-orientale », la redazione
prende quindi ancora una volta posizione, rifiutando l’appellativo
di « sinistra ortodossa » derivantele dalla sua vicinanza agli am¬
bienti della DKP, e ribadendo che proprio al rifiuto di percorrere
« vecchie strade » secondo una « linea presumibilmente già pronta
e data » va ricondotta anche la meditazione della sua passata
concezione tecnico-teorica di intervento che prende avvio con le
Controversie della dialettica materialistica. Assai illuminanti del¬
l’impostazione complessiva della redazione sono le motivazioni
addotte per la scelta di un siffatto argomento che, si afferma, ha
il merito di mettere immediatamente a fuoco le conseguenze poli¬
tiche dei diversi schieramenti sul fronte dell’interpretazione di
aspetti non solo gnoseologicamente rilevanti della teoria marxiana
e marxista. « Chi ritenga — si dice sempre nell’editoriale — che
nel caso delle ‘ controversie della dialettica materialistica ’ si
tratti di cose ultraspecialistiche che andrebbero lasciate ai ‘ filo¬
sofi di professione ’, si sbaglia di grosso. Dietro al rifiuto pla¬
teale, come ‘ filosofia ’, del lavoro specificamente teorico, si cela
spesso la semplice volontà di continuare a fare tranquillamente uso,
senza alcun ripensamento, della filosofia elaborata per comodità
a proprio esclusivo uso e consumo. Ciò che viene chiamato in
causa sotto il concetto di dialettica materialistica, riguarda le basi
e lo strumentario concettuale di ogni lavoro scientifico e, contem¬
poraneamente, i problemi fondamentali di un’epoca quali si espri¬
mono nella regione delle astrazioni ideali. Ciò che con questo
quaderno prende inizio come Discussione sul rispecchiamento verrà
portato oltre la definizione ristretta dell’oggetto, con l’appoggio
ed il contributo diretto della redazione. In modo particolare dovrà
essere affrontato il rapporto di società e natura, e specialmente
il rapporto di scienza della società e scienza della natura. D’altro
canto Sarà necessario analizzare più di quanto non sia stato fatto
in passato i campi di forza e le funzionalizzazioni che a partire
dalla lotta di classe ideologica determinano tacitamente tali di¬
scussioni ‘ astratte ’, conferendo loro in modo incontrollato
l’accentuazione specifica. ' Dialettica della natura ’ e ' lotta di
classe ideologica ’ definiscono i poli tra i quali dovrà muoversi la
delucidazione delle ‘ controversie della dialettica materialistica ’ ».
ASPEKTE DER MARXSCHEN THEORIE 1
Zur metodischen Bedeutung des 3. Bandes des « Kapital ».
Herausgegeben von Friedrich Eberle. es 632. DM10. - Suhrkamp.
Beiträge von Böhm-Bawerk, R. Hilferding, Grossmann Peter
Dobias, Ronald L. Meek, Alfredo Medio, Geoffrey Pilling. P.
Mattick, Friedrich Eberle.
ÄSTHETIK UND KOMMUNIKATION [Estetica e comunicazione]
Ästhetik u. Kommunikation è sorta per iniziativa dell’Institut
für Ästhetik und Kommunikation costituito, intorno al ’69, da
un gruppo di allievi di Adorno che dell’insegnamento di quest’ul¬
timo aveva recepito soprattutto, a differenza del gruppo raccolto
attorno a Gesellschaft, le istanze di critica dell’ideologia come cri¬
tica delle forme di cultura dominanti. L’attenzione costante al
complesso intreccio di problemi attinenti alla « riproduzione »
del capitale costituisce infatti il « filo rosso » dello sforzo com-
204
RIVISTE
piuto dal collettivo redazionale (recentemente trasferitosi da Fran¬
coforte a Berlino) per dare agli interventi della rivista il carattere
di contributi per una riproblematizzazione in senso dinamico ed
antidogmatico del vecchio schema struttura/sovrastruttura, essere/
coscienza, rispecchiamento, ecc. Quale sia, ad esempio, l’intento
della riproposizione, nel numero 21 (che comprende i seguenti
interventi):
o. popping a, Pionieri della frontiera. Sulla storia sovversiva di un
paese della Frisia orientale.
h. DiLLY, j. RYDiNG, Storiografia culturale prima e dopo la rivo¬
luzione borghese del 1848.
c. kambas, Protosocialismo e prostituzione. Sul sospetto di una
socializzazione immorale.
b. brändli, Casa, cucina & socialismo. Il calendario tedesco-orien¬
tale per la donna del 1975. Note.
f.e. schrader, La bella parvenza delle macchine. Appendice alla
concezione di una ' ingenuità della macchina ’.
d. hoffmann-axthelm , Appunti di discussione sull’uso marxista
della storia culturale.
G. Goebel, Introduzione alla letteratura della moda agli inizi del¬
l’epoca borghese.
G. Goebel, Il ' sistema della moda ’ di R. Barthes.
e. CÖRLIN, m. keiten, Esperienze durante la programmazione, rea¬
lizzazione ed elaborazione successiva dell’insegnamento sul tema
moda/comportamento.
E. karrenberg, Illusioni dell'obbiettivo di insegnamento sul com¬
portamento giovanile nei confronti della moda.
h. joas, W.M. JOHNSTON, Storia della cultura e dello spirito
austriaco.
r. Paris, Il Soggetto come fattore), di un tema come Marxismus
und Kulturgeschichte, viene espresso chiaramente nell’editoriale.
Qui si afferma, infatti, che il « problema politico della tematica
della storia culturale è contemporaneamente anche un problema
di metodo scientifico. L’incapacità ad esempio di Rühle (ma
questo vale per molti altri, in particolare per tutta la discus¬
sione in seno alla nuova sinistra che fa riferimento zW Origine
della famiglia... di Engels, ecc.) di recepire — per non dire
di utilizzare trasformandoli in senso rivoluzionario — gli stru¬
menti e i risultati dell’analisi borghese della storia della cul¬
tura —, questa incapacità nasce da un’idea ingenua e superficiale
della storia, nella quale il dettaglio ha solo un valore illustra¬
tivo, senza che però si confidi nel fatto che la concrezione storica
e solo essa sia il luogo di sedimentazione del mutamento storico e,
quindi, la preistoria della propria situazione, vale a dire di ciò
che è oggi la realtà del rovesciamento dei rapporti. Qui non si
tratta tanto di accento o di interesse, quanto piuttosto di vedere,
sia che si critichi Rühle, Fuchs ecc. o si faccia personalmente
storia della cultura, se si è in grado di capire metodicamente la
concrezione.
Cosa ciò significhi emerge con più chiarezza laddove questa
comprensione manca. La storia della cultura ha una sottosezione:
GERMANIA OCC.
205
la cultura della classe operaia che ha i suoi specialisti ed abbozzi
di elaborazione. Ma come si perviene propriamente dalla storia
della cultura borghese a quella della cultura proletaria?... Chi
scrive sulla storia della cultura borghese descrive — per la pro¬
pria legittimazione politica — la sua marcia verso la decadenza.
Chi scrive sulla cultura della classe operaia si sente probabilmente
sufficientemente legittimato confrontandosi con la tesi delle due
culture. E’ questo un modo di prendere sul serio la transizione
rivoluzionaria dall’una all’altra?... Il rinnovamento del concetto
di storia culturale — e noi non ci proponiamo niente di meno —
è possibile solo se la critica della storia della cultura borghese
viene portata avanti fino al punto in cui può essere discussa e
legittimata al suo interno la questione della cultura proletaria ».
AUTONOMIE - Materialen gegen die Fabrikgesellschaft [Autonomia.
Materiali contro la società-fabbrica]. Il sommario del numero 1,
ottobre 75 comprende: Kritik der Marxorthodoxie; Taylor in
Russland; Facing reality: Für eine Politik in erster Person;
Reisenotizen aus Portugal und Afrika; Rezension: Mario Tronti,
Arbeiter und Kapital. E’ un trimestrale di militanti dell’autonomia
con i quali è impegnato anche Daniel Cohn-Bendit. Il numero 3,
aprile 76, è dedicato all’« ideologia rivoluzionaria delle regioni »
(Sardegna, Corsica, Bretagna, Paesi Baschi, Irlanda, ecc.) che, mo¬
dificata dalle lotte operaie, si presenta ora — generalmente —
con caratteristiche di lotta di classe. Al progetto di questa rivista
ha dato un sostanziale contributo Karl Heinz Roth (il suo saggio
L’altro movimento operato. Storia della repressione capitalistica
in Germania dal 1880 a oggi, è stato recentemente pubblicato
da Feltrinelli). Roth si trova in carcere dal 9 maggio 1975, in
condizioni di salute gravissime, in seguito ad una provocazione
poliziesca. E’ necessario battersi per la vita di Roth, contro
l’annientamento fisico perseguito dai suoi carcerieri. Sottoscri¬
zioni per il Comitato di difesa e solidarietà: Spendekonto Roth,
Hamburger Sparkasse, Nr. 1238/495590. Per scrivere a Karl
Heinz Roth indirizzare a: Amtsgericht Köln, Abt. 205, Appell¬
hofplatz 1, Gs. 1251/76, 5 Köln 1. Il «caso Roth» è tra i più
gravi dell’attuale fase repressiva che ha colpito, nella Repubblica
Federale Tedesca, numerosi militanti e intellettuali.
CIRKULAR Marxistische Gruppe / Theoriefraktion Politladen Er¬
langen, 852 Erlangen, Postfach 2849.
ERZIEHUNG UND KLASSENKAMPFS Verlag Rote Stern, Frank¬
furt.
EXPRESS Verlag 2000 GmbH, 605 Offenbach 4, Postfach 591 Zeit¬
ung für sozialistische Betriebs und Gewerkschaftsarbeit.
GESELLSCHAFT [Società]
Dal punto di vista editoriale, più che come una rivista, Gesell¬
schaft si presenta come una collana di volumetti curata per la
Edition Suhrkamp di Francoforte sul Meno da un comitato reda¬
zionale formato da H.-G. Backhaus, H.-D. Bahr, G. Brandt, F.
Eberle, W. Euchner, Chr. Helberger, E. Hennig, J. Hirsch,
E.Th. Mohl, W. Müller, O. Negt, H. Reichelt, G. Schäfer e
A. Schmidt.
206
RIVISTE
Come suggeriscono i nomi dei responsabili della redazione, in
parte già noti al pubblico italiano come legati, anche se in modo
talora molto critico, alla vicenda teorica della « Scuola di Franco-
forte » — basti pensare ad Alfred Schmidt, a Helmut Reichelt
o a Oskar Negt — questa serie di « contributi per la teoria mar¬
xiana » (così il sottotitolo) rappresenta il tentativo di fornire
una collocazione organica aigli sforzi compiuti da un gruppo di
giovani teorici marxisti « francofortesi » per ricondurre sul ter¬
reno della critica dell’economia politica gli implicati più fecondi
dell’analisi del rapporto Marx-Hegel sviluppato dalla « teoria
critica » in un ambito più segnatamente filosofico. Nel primo
volume della serie di Gesellschaft. Beiträge zur Manschen Theo¬
rie 1, [Società. Contributi per la teoria marxiana.] Frankfurt am
Main 1974, sono comparsi i seguenti articoli: Helmut Reichelt,
Note sul saggio di Sybille von Flatows e Freerk Huiskens « Sul
Problema della deduzione dello Stato borghese »; Claudia von
Braunmühl, Accumulazione capitalistica nel contesto del mercato
mondiale. Per un approccio metodico ad una analisi dello Stato
nazionale borghese-, Hans-Georg Backhaus, Materiali per la rico¬
struzione della teoria marxiana del valore-, Joachim Hirsch, Per
l’analisi del sistema politico-, Friedrich Eberle, Per un confronto
della teoria marxiana con gli approcci borghesi-, Cristina Penna-
vaja, La recezione dell’opera di P. Sraffa in Germania. Per una
problematizzazione dell’approccio neoricardiano; Winfried Schwarz,
Il ‘ capitale in generale ’ e la ' concorrenza ’ nell’opera economica
di K. Marx. Sulla scorretta interpretazione di Rosdolsky dell’ar¬
ticolazione del ‘ Capitale ’.
Com’è detto nell’editoriale, l’intento principale di questo « forum
per la discussione di lavori teorico-metodologici ed empirico-ma¬
teriali sulla teoria marxiana » è quello di dare forma sistematica
al processo, solo frammentariamente avviato, di riflessione sulla
scissione esistente tra le ricerche orientate alla ricostruzione cate-
goriale-astratta del metodo di esposizione e del metodo materia¬
listico di Marx da un lato e le analisi, prevalentemente empiriche,
più esplicitamente riferite alla critica dell’economia politica,
dall’altro.
Al legame, espressamente evocato da una citazione di Grossmann,
con la tradizione teorica degli anni ’20 e ’30, tragicamente spez¬
zata dal nazismo, di cui non a caso si recupera il piano del di¬
battito sulle categorie della marxiana critica dell’economia poli¬
tica lasciato in ombra o, meglio, cristallizzato dalla « teoria cri¬
tica », si accompagna la recezione critica, quantomeno dell’istanza
presente nella althusseriana « lettura sintomale », come corretta
segnalazione dell’esistenza nell’opera marxiana di problemi a tut-
t’oggi irrisolti. « Da ricostruire — si afferma — sono dunque le
problematiche che Marx ha definito nel rapporto tra modo di
ricerca e modo di esposizione e che condussero ad una forma
di esposizione che — nella sua esplicazione delle leggi di movi¬
mento del modo di produzione capitalistico — si ritiene abbia
validità finché esiste l’oggetto stesso esposto in questa forma.
Ciò significa però che per fare questo non basta immergersi nel
materiale storico, in quanto diventa di importanza primaria innan¬
zitutto interpretare il metodo marxiano alla luce dei problemi
attuali. »
Questa piattaforma teorica muove a sua volta da una precisa
GERMANIA OCC.
207
presa di posizione rilevante in senso più strettamente politico.
All’esigenza di dare un avvio sistematico al superamento reale
dello scarto esistente tra i lavori « astrattamente » metodologici
e quelli « riduttivamente » empirici, corrisponde il rifiuto di ope¬
rare ogni sorta di escamotage nei confronti dell’aporia, definita
« inevitabile », tra problemi teorici e necessità pratico-politiche.
Poiché laddove si neghi l’esistenza di questa aporia — e la più
recente esperienza della sinistra tedesca sembra sufficientemente
confermare questa affermazione — e, di conseguenza, la necessaria
provvisorietà di ogni sforzo, sia teorico che politico, teoria e
prassi cadono facilmente preda di assolutizzazioni dogmatiche,
mentre è necessario « comprendere e promuovere la teoria come
un processo di riflessione della prassi politica capace di guidare
l’azione ».
Lungi quindi dall’essere emanazione di una qualche definita
organizzazione politica, Gesellschaft è portatrice della proposta di
« aggregazione » teorica di un gruppo la cui unica forma di omo¬
geneità è costituita (per sua stessa ammissione) dal comune inte¬
resse per la « rimessa in movimento » delle categorie marxiane,
« imbalsamate » dagli esponenti dello Institut für Sozialforschung
nella adeterminata universalità del valore di scambio, alla luce
delle istanze emancipatrici espresse anche a livello teorico, oltre
che pratico, dalla Revolte studentesca.
I contributi finora apparsi su Gesellschaft testimoniano della
priorità accordata dagli animatori della rivista a temi legati alla
problematica dell’intervento statuale e delle modificazioni appor¬
tate dalla nuova « forma » assunta dallo Stato contemporaneo
allo stesso terreno teorico della critica dell’economia politica. Del
numero 5 (Gesellschaft, Beiträge zur Marxschen Theorien 5. Critica
della politica degli armamenti. Analisi storica ed attuale. Ricerca
sociale empirica e marxismo, Frankfurt am Main, 1975) segna¬
liamo i seguenti contributi:
m.g. smith, Politica della spesa pubblica e sviluppo dell’accumu¬
lazione nel settore degli armamenti nella RFT.
E. HENNIG, Riarmo industriale e preparazione bellica nel fascismo
tedesco (1933-39). Note sullo stato ‘della’ più recente discus¬
sione sul fascismo.
KOSMAS PSYCHOPEDis, La possibilità della filosofia della società
in Hegel.
Ursula Müller, Sul possibile significato della ricerca sociale em¬
pirica per la teoria marxiana.
hartmann-sünderer, Materiali per la sociologia del corpo degli
iscritti e del corpo elettorale del KPD al tempo della Repubblica
di Weimar.
HANDBUCH Europäische Verlagsanstalt, Frankfurt/Köln.
N. 1 Perspektiven des Kapitalismus, hg. von Volkhard Brandes.
N. 2 Unterentwicklung, hg. von Bassam Tibi und Volkhard
Brandes.
N. 3 Inflation-Akkumulation-Krise, hg. von Elmar Altvater, Volk¬
hard Brandes, Jochen Reiche. (Questo terzo numero sta per
uscire e conterrà il saggio di Paul Mattick sull’inflazione apparso
su Marxiana 1.)
208 RIVISTE
INFORMATION DISKUSSION KRITIK c/o Kramer Verlag, 1
Berlin 44, Postfach 106.
INFORMATION DIENST zur Verbreitung unterbliebener Nach¬
richten 6 Frankfurt 1 Homburger Str. 36.
INTERNATIONALE WISSENSCHAFTLICHE KORRESPONDENZ
Zur Geschichte der deutschen Arbeiterbewegung Im Aufträge der
Historischen Kommission zu Berlin herausgegeben von Henryk
Skrzypczak. 1 Berlin 45, Tietzenweg 79.
JAHRBUCH ARBEITERBEWEGUNG Fischer Taschenbuch Verlag,
Frankfurt. Herausgegeben von Claudio Pozzoli.
I numeri di questi Annali del movimento operaio, teoria e storia,
diretti da Claudio Pozzoli, sono per metà monografici (n. 1, Karl
Korsch; n. 2, Teorie marxiste della rivoluzione; n 3, Sinistra nella
Socialdemocrazia; n. 4, che uscirà tra qualche mese, Fascismo e
capitalismo), e per l’altra metà forniscono indicazioni bibliogra¬
fiche, censimenti di materiali, notizie su archivi, biblioteche, isti¬
tuti, ecc. Lo Jahrbuch organizza regolarmente dei dibattiti legati
ai temi dei numeri monografici e a problemi generali di storiografia,
i cui resoconti vengono poi pubblicati. Non è solo uno strumento
di studio con saggi e informazioni ma anche un luogo di dibattito
nel tentativo di rinnovare la storiografia del movimento operaio
in senso marxista, cioè cercando di superare la storiografia come
storia di idee o di organizzazioni.
La ricostruzione della teoria marxiana costituisce quindi un ele¬
mento centrale. La rivista cioè rifiuta la riduzione della storio¬
grafia del movimento operaio a storia tout court, nel senso che
il rinnovamento del movimento di emancipazione della classe ope¬
raia passa anche attraverso un recupero critico della teoria rivo¬
luzionaria di Marx.
II tentativo di rinnovamento della storiografia in Germania, a
parte l’importante esempio di Karl Heinz Roth (si veda qui la
rivista Autonomie che è una delle più avanzate nel panorama della
sinistra tedesca), è stato condotto soprattutto dagli storici bor¬
ghesi i quali, sulla scia degli Annales francesi, hanno scoperto la
« storia sociale » in contrapposizione alla storia delle idee e delle
istituzioni, ed egemonizzano ora anche la storiografia del movi¬
mento operaio. Perciò lo Jahrbuch, prima di essere un tentativo
importante ed organico di riscrivere la storia del movimento ope¬
raio e del marxismo, si può dire l’unico punto di riferimento
della sinistra per riavviare il dibattito sulla storiografia. La scelta
dei temi monografici tuttavia, nonostante questa necessità di rivol¬
gersi a tutta la sinistra, lo caratterizza in modo preciso e ne fa
uno strumento tra i più significativi della sinistra tedesca di
questi anni.
Band 3
Die linke in der Sozialdemokratie
Inhalt
I. Sozialdemokratie vor 1914 (I)
1. Georges Haupt: Lenin, die Bolschewiki und die Zweite Inter¬
nationale (1905-1914).
GERMANIA OCC.
209
Anhang - Sozialdemokratische Arbeiterpartei Russlands: Bericht
und Anträge des ZK der SD APR an das ISB (Dezember 1913).
2. Enzo Collotti: Karl Liebknecht und das Problem der soziali-
Stichen Revolution in Deutschland.
3. Annette Jost: Gewerkschaften und Massenaktion. Rosa Luxem¬
burgs Kritik der deutschen Gewerkschaftsbewegung.
II. Archiv - Sozialdemokratie vor 1914 (II)
Hans Manfred Bock-. Anton Pannekoek in der Vorkriegs-Sozial-
demokratie. Bericht und Dokumentation.
III. Diskussion
1. Die Linke in der SPD nach 1945
Diskussionsbeiträge und schriftliche Stellungnahmen von Eberhard
Schmidt, Jürgen Seifert, Karsten Voigt, Oskar Negt, Fritz Lamm,
Michael Buckmiller, Volkhard Brandes und Dieter Höhne.
2. Geschichte und Sozialwissenschaften. Beispiel: Arbeiterbe¬
wegung.
Diskussionsteilnehmer: Theo Pinkus, Georges Haupt, Elmar Alt¬
vater, Oskar Negt, Urs Jaeggi, Berthold Rothschild und Esther
Modena-Burkhardt.
IV. Aufsätze
1. Sven Papcke: Karl Kautsky und der historische Fatalismus.
2. Peter Kühne: Die Arbeiterkorrespondenten-Bewegung der Ro¬
ten Fahne (1924-1933).
3. Helmut Dahmer: Rückblick auf Wilhelm Reich.
4. Enzo Modugno: Arbeiterautonomie und Partei. Das Proletariat
zwischen politischem Staat und bürgerlicher Gesellschaft.
V. Bibliographie
VI. Rezensionen
VII. Hinweise.
JAHRBUCH ZUM KLASSENKAMPF Herausgegeben von Harald
Wieser Rotbuch Verlag, Berlin 31, Jena es tr. 9.
KRITISCHE JUSTIZ Europäische Verlagsanstalt, Frankfurt.
KURSBUCH [lett. « Orario ferroviario »]
Kursbuch, la rivista sorta per iniziativa di Hans Magnus Enzen-
sberger, ed attualmente (con un ritmo di pubblicazione di almeno
4 numeri all’anno, è ora giunta al quaderno 40) edita per il
Rotbuch Verlag oltre che da Enzensberger, da Karl Markus Michel
e Harald Wieser, è stata, com’è noto, per un certo arco di tempo
la « bandiera » della APO (opposizione extra-parlamentare) te¬
desca, essendo rimasta, dopo l’estinzione di Neue Kritik (la ri¬
vista del SDS francofortese) l’unico « forum » di discussione
teorico-politica dei settori « anti-autoritari » più autenticamente
legati alla Revolte degli anni sessanta. Da queste radici politiche
nasce, ad esempio, l’approccio — in qualche misura caratteristico
della rivista — vigilato ma attento ad evitare ogni forma di ridut-
tivismo, alla tematica della « soggettività », forse l’elemento più
specifico ed originale della « riscoperta » operata dalla Revolte
studentesca della dimensione potenzialmente eversiva del valore
d’uso nella sua contrapposizione al valore di scambio. A questo
tema sono infatti dedicati i due quaderni (nn. 35 e 37) sulle
210 RIVISTE
Verkehrsformen [Forme di comunicazione] I e II di cui ripor¬
tiamo gli assai significati indici:
Kursbuch 35:
Verkhersformen I (che potremmo tradurre con Forme di comu¬
nicazione)
La sinistra gli uomini e le donne - Sulla difficoltà della loro
emancipazione.
r. zur lippe, Il fattore oggettivo soggettività.
Colloqui con operai della LIP.
de BEAUVOiR/sARTRtf, Sul nostro rapporto.
s. de beauvoir, Sulla lotta per la liberazione della donna.
anna/laura/louise/mary/wera, La causa delle donne.
p. Schneider, La faccenda della ' virilità
T. Schulz, La lotta come esperienza interiore.
pohrt/SCHWARZ, Rapporti da buttare.
Kursbuch 37:
Verkehrsformen II
Emancipazione nel gruppo e i ' costi ’ della solidarietà.
l. BiNGER, Arringa critica in difesa del gruppo.
l. Steffen, Le mie difficoltà coi compagni.
Protocollo di un colloquio con tre operai, di H. Reidemeister.
A. jovic, Ero scisso da me stesso...
AHRENS/brUNS/v. HEDEN STRÖM / HOFFMANN / V .d. MARWITZ, L’omO-
sessualità in noi.
RED collective, Rapporto su di un rapporto a tre. Un esperi¬
mento sessuologico.
F. graf, Rapporto su di una ' comune \
K. laermann, Discorsi da osteria.
L’istanza anti-autoritaria è di fatto il tratto più saliente dell’impo-'
stazione tematica ma estremamente « aperta » dei quaderni di
Kursbuch, la cui omogeneità al tema di volta in volta prescelto
non toglie loro minimamente il carattere di intervento attivo e
vigile nei confronti dell’attualità, come dimostrano anche soltanto
i titoli degli ultimi numeri apparsi, tra cui segnaliamo:
21: Capitalismo nella RFT.
23: Transizioni al socialismo.
24: Scuola, istruzione, lezione.
25: Politicizzazione-, critica ed autocritica.
26: Lotte di classe in Italia.
27: Programmare, costruire, abitare.
28: La miseria della psiche - I: psichiatria.
29: La miseria della psiche - II: psicoanalisi.
30: Il socialismo come potere statale: un dilemma e 5 rapporti.
31: Potere statuale e riformismo.
32: Tortura nella RFT. Sulla situazione dei prigionieri politici.
GERMANIA OCC.
211
33: Ecologia e politica o il futuro della industrializzazione.
34: Bambini.
36: Denaro (contiene un saggio di Paul Mattick).
38: Lavoro salariato.
39: Provincia (con un importante intervento di Ernst Bloch sulla
Ungleichzeitigkeit, la « non contemporaneità »).
40: Professione: lunga o breve marcia, con i seguenti interventi:
trakl/dienstag, Prospettive professionali? Discorso e contro¬
discorso.
kamp/merten, Istruzione elementare.
a. Berger, Aggiustaossi o avvocato dei sofferenti? Rapporto dal¬
l’ambulatorio sociale prassi medica e lavoro politico in ospedale.
Esperienze di un gruppo di medici ospedalieri berlinesi.
u. wesel, Dell’influenza dei giuristi sulla società.
K. eschen, Davanti alle sbarre. Esperienze di un avvocato di
sinistra.
R. bosshard, A chi Dio ha dato una carica...
h.m. ENZENSBERGER, Carriere.
m.a. MACCIOCCHI, Visita nella torre d’avorio.
K. stiller, Professioni di sogno.
w.-D. narr, Interrogatorio. Sul problema se io stia o meno sul
teneno dell’ordinamento fondamentale libertario-democratico. Uno
psicogramma e conseguenze generalizzanti.
DER LANGE MARSCH Zeitung für eine neue linke c/o Buchladen
« Commune », 1 Berlin 45.
LEVIATHAN Zeitschrift für Sozialwissenschaft Herausgeber: Klaus
Horn, Claus Koch, Wolf-Dieter Narr, Claus ,Offe, Dieter Senghaas,
Winfried Vogt 4 Düsseldorf, Postfach 1507.
LINKS Sozialistische Zeitung, für Theorie der Praxis und für Praxis
der Theorie. Verlag 2000 GmbH, 605 Offenbach 4, Postfach 591.
MARXISMUS DIGEST [Selezione del marxismo] e MARXISTI¬
SCHE BLÄTTER [Fogli marxisti]
Ad Argument, la voce più interessante e meno dogmatica del
settore della sinistra tedesca orientato al recupero della tradizione
comunista di partito della Germania Occidentale, la cui difesa
essa si assume anche nel quadro di una coerente lotta contro
ogni forma di anticomunismo, compreso quello a volte presente
in forma strisciante anche nel campo della sinistra ‘ antirevisio¬
nista ’, fanno invece riscontro gli organi più o meno ufficiali del
« marxismo di partito » della DKP: il Marxismus Digest e i
Marxistische Blätter. Il primo, che pubblica « contributi teorici
da riviste marxiste ed antimperialiste » (così il sottotitolo), è edito
dallo « Institut für marxistische Studien und Forschungen » di
Frankfurt am Main, con una periodicità trimestrale. La sua IV
annata (1973) contiene, come riportiamo di seguito per dare
un’idea degli orientamenti della rivista, la discussione dei se¬
guenti temi:
212 RIVISTE
Heft 1: Pedagogia e società. Sulle concezioni fondamentali della
pedagogia nei paesi socialisti (fine gennaio 1973).
Heft 2: Settore economico statale-pubblico e nazionalizzazione nei
paesi del capitalismo monopolistico di stato (fine aprile 1973).
Heft 3: Bisogni, condizioni di riproduzione della forza-lavoro e
consumo nel capitalismo (metà luglio 1973).
Heft 4: Problemi filosofici delle scienze naturali (fine ottobre
1973).
I Marxistische Blätter, « rivista per i problemi della società, della
scienza e della politica », edito con periodicità bimestrale dal
Verlag Marxistische Blätter di Frankfurt am Main, ha invece
un’impostazione più « politologica ».
MEHRWERT [plusvalore]
Molto più del cenno che per ragioni di spazio siamo costretti a
dedicarle, meriterebbe Mehrwert, i cui « contributi per la critica
deH’economia politica » (così il sottotitolo) testimoniano della
presenza, anche nel campo più specificamente economico, di quella
esigenza di problematizzazione e dinamizzazione delle categorie
marxiane che abbiamo visto — sebbene con differenziazioni anche
forti — permeare tutte le riviste del campo non-dogmatico della
sinistra tedesca. Nel n. 6 (giugno ’74) è apparso infatti un arti¬
colo di Carlo Jaeger, Arbeiterstandpunkt und politische Ökonomie
(Punto di vista operaio ed economia politica), assai significativo
del livello di penetrazione delle problematiche sviluppatesi ad
esempio — in discussione è qui, come suggerisce il titolo, il
contributo dato da un autore come Mario Tronti alla « rimessa
in moto » delle categorie marxiane e, più in generale, alla ridi¬
scussione del peso specifico della eritica delTeconomia politica
nell’ambito della teoria marxiana — in seno alla « nuova si¬
nistra » italiana. Ma significativi dell’impostazione generale della
rivista sono anche gli altri contributi: nel quaderno 6, accanto
all’articolo di Jaeger (un giovane economista svizzero allievo di
Bertram Schefold), si vedano anche
di a. gronert, Le tesi di J. Robinson sul rapporto della teoria
keynesiana e marxiana;
di m. deutschmann, La deproblematizzazione sistemologica della
teoria sociale marxiana;
e di h. Holländer, La legge della caduta tendenziale del saggio
del profitto. La fondazione di Marx e le sue implicazioni.
Dei numeri finora usciti (con peiiodicità irregolare) segnaliamo
inoltre i seguenti contributi:
mehrwert 1
H.U. FOERDERREUTHER, J. GL0MB0WSKI, R. KÜNZEL, W. PFAFFENBER-
ger, I concetti fondamentali e i rapporti economico-complessivi.
Teoria del valore e del prezzo; materiali di studio - 1 parte,
mehrwert 2
w. vogt, Per la critica della teoria economica borghese.
r. HiCKEL, Sull’interpretazione degli schemi di riproduzione mar¬
xiani. Con un’appendice di Jörg Glombowski).
b. schefold, Valore e prezzo nella teoria marxiana e neokeyne¬
siana dell’accumulazione.
GERMANIA OCC.
213
mehrwert 3
L. HEILIGENSTADT, R. HEINRICH, SÖNKE HUNDT, 2. KÜNZEL, E. LIEBAU,
G. ortmann, Singoli concetti fondamentali e rapporti economici.
Per la critica della teoria dell’economia aziendale, I parte: La
produzione.
mehrwert 4
j. Schubert, La teoria dello staatsmonopolistischen Kapitalismus
(STAMOKAP) - Critica delle affermazioni centrali.
H. u. foerderreuther, Produzione di merci socialista - produzione
di merci nel socialismo. Un raffronto di 3 libri.
mehrwert 5
d. freiburghaus/h.p. MÜLLER, Sulla struttura del problema della
crisi in K. Marx,
mehrwert 7
B. koch, Moneta mondiale e legge del valore. Sulla sostituibilità
della merce-denaro col denaro-segno.
MERVE Internationale Marxistische Diskussion. Merve-Verlag, 1
Berlin 15, Postfach 327. Si tratta in realtà di una collana di
volumetti in cui è apparso anche il saggio di Sohn-Rethel pub¬
blicato in questo numero di « Marxiana ».
POLITIKON Spartakus-Buchversand, 2 Hamburg 13, Postfach
132251.
PROBLEME DES KLASSENKAMPFS (PROKLA) [Problemi della
lotta di classe]
Sorta nel 1971 (il primo numero è del novembre 1971) per ini¬
ziativa della ex-frazione di maggioranza di Sozialistische Politik
(SOPO) [Politica socialista] — 1’« organo teorico » delle « cel¬
lule rosse » dell’Università Libera e Tecnica di Berlino Ovest —
(si veda in proposito la Erklärung redazionale pubblicata nel
primo Quaderno speciale di PROKLA), Probleme des Klassen¬
kampfs si è fin dall’inizio caratterizzata per l’accento posto dai
suoi esponenti di maggior rilievo — fra i quali ricordiamo Elmar
Altvater, già noto al pubblico italiano, fra l’altro, per il lavoro
scritto assieme a Freerk Huisken, pubblicato (1975) negli Opu¬
scoli marxisti di Feltrinelli col titolo Lavoro produttivo e impro¬
duttivo — sulla necessità di far costante riferimento, nel lavoro
di analisi dello stato attuale delle leggi di movimento della forma¬
zione economico-sociale capitalistica, alla forma « classica », oppor¬
tunamente ripristinata, delle categorie marxiane. Il tentativo del
collettivo redazionale procede dunque (e non a caso si è parlato
in proposito di neo-ortodossia) nel senso di un recupero dello
strumentario metodico-analitico marxiano, liberato dalle deformazioni
« revisionistiche », e di una verifica della sua fecondità ermeneu¬
tica anche sul terreno, profondamente modificate dall’intervento
statuale, del capitalismo monopolisticamente maturo dell’epoca
odierna. Le analisi contenute nella rivista, il cui collettivo reda¬
zionale (e, ora come Vereinigung zur Kritik der politischen
Ökonomie e.V., [Associazione per la critica dell’economia politica]
anche editoriale, dopo la rottura ed il fallimento del precedente
editore, il Politladen di Erlangen) è politicamente schierato sulle
214
RIVISTE
posizioni del Sozialistisches Büro (Offenbach-Frankfurt/Main), si
lasciano quindi agevolmente articolare, come del resto viene fatto
nell’ultimo numero apparso (il Sonderheft 19/20/21, Crisi e di¬
soccupazione - Influenza del mercato mondiale sullVRSS - Dibat¬
tito sulla teoria del rispecchiamento - Critica del sionismo, Ber¬
lin 1975), in filoni tematici. La riproponiamo pertanto in questa
veste, scegliendo i contributi più caratterizzanti dell’impostazione
della rivista, con la ovvia avvertenza che l’intenzione che presiede
a questa articolazione tematica non sta nella settorializzazione
della teoria marxiana, bensì nell’orientamento del lettore:
Critica dell’economia politica ed analisi storiche dei paesi capita¬
listici sviluppati
Heft 1: NEUSÜSS, BLANKE, Altvater, Mercato mondiale capitali¬
stico e crisi monetaria mondiale.
Heft 2: semmler, hoffmann, Accumulazione capitalistica, in¬
tervento statuale e movimento del salario.
Heft 4: salvati, L’origine dell’attuale crisi in Italia.
Heft 10: Fassbinder, Formazione del prezzo, monopolio e specu¬
lazione sul suolo urbano.
Heft 11/12: bruhn, wölfing, koch, Il denaro nell’imperialismo.
Heft 13: Altvater, hoffmann, SCHÖLLER, semmler, Fasi e ten¬
denze di svilupo del capitalismo nella Germania occidentale -
I parte.
Heft 14/15: yaffe, La crisi della valorizzazione capitalistica - Una
critica delle Tesi di Glyn/Sutcliffe.
Heft 16: schöller, semmler, Altvater, hoffmann, Fasi e ten¬
denze di sviluppo del capitalismo nella Germania Occ. - II parte.
Heft 17/18: dombrowsky, Per la critica delle teorie borghesi del¬
l’inflazione.
Heft 17/18: altvater, hoffmann, künzel, semmler, Inflazione
e crisi della valorizzazione capitalistica.
Heft 19/20/21: hoffmann, semmler, Crisi capitalistica e disoc¬
cupazione nella RFT.
Analisi di classe ed analisi dei gruppi sociali
Heft 3: baumgartner, Tendenze di sviluppo nell’agricoltura te¬
desco-occidentale.
Heft 4: armanski, Per la critica della teoria del nuovo ceto
medio.
Heft 7: Wagner, Il 'bluff - L’istituzione 'Università’ nel suo
effetto sul modo di lavorare e sulla coscienza dei suoi membri.
Heft 13: kostede, Accumulazione e classi medie - Per la discus¬
sione sulla teoria del nuovo ceto medio.
Heft 16: armanski, Salariato statale nel capitalismo.
Heft 16: graf, steglitz, Oppressione digli omosessuali nella
società borghese.
Heft 17/18: redaktionskollektiv, klassenanalyse, Notizie sulla
analisi di classe nella RFT da parte del ‘ Progetto analisi di classe ’.
GERMANIA OCC.
215
Heft 17/18: g. hoffmann, v.d. marwitz, runze, Come possono
delle donnette essere socialiste? Per una critica di Graf /Steglitz
in PROKLA Nr. 16.
Heft 19/20/21: hildebrandt, Sviluppo della struttura dell’occu¬
pazione e della disoccupazione della RFT.
Movimento sindacale e processo di produzione
Heft 2: redaktionskollektiv Gewerkschaften, Tesi per l’analisi
del sindacato.
Heft 3: redaktionskollektiv Gewerkschaften, Su alcuni aspetti
delle lotte di classe nell’Europa occidentale degli anni ’60 alla
luce di ricerche concrete.
Heft 4: redaktionskollektiv Gewerkschaften, Sull'intensifica¬
zione del lavoro nella RFT - I parte.
Heft 5: redaktionskollektiv Gewerkschaften, Intensificazione
del lavoro nella RFT e sindacati - II parte.
Heft 6: Ulrich, La valutazione dello sviluppo capitalistico e del
ruolo dello stato da parte della Confederazione generale tedesca
dei sindacati.
Heft 7: betriebsgruppe bei bmw/münchen, (« Projektgruppe
Technologie München »), Intervento in fabbrica alla BMW - Cri¬
tica di « Arbeitersache » [« Causa operaia»].
Heft 11/12: KLASSENKAMPF, BETRIEBSGRUPPE BEI OSRAM WEST¬
BERLIN, Il tamburo chiara - Le bandiere sventolano o: come la
KPD scioperò alla OSRAM.
Heft 13: redaktionskollektiv Gewerkschaften, Condizioni di
un lavoro sindacale socialista.
Heft 13: Lopez, Materiale sul movimento di sciopero spagnolo
negli ultimi anni.
Heft 19/20/21: redaktionskollektiv Gewerkschaften, Crisi ca¬
pitalistica, disoccupazione e crisi della politica sindacale nella RRD.
Heft 19/20/21: funke, neusüss, Crisi dell’economia e crisi della
politica sindacale.
Heft 19/20/21: roemer, Crisi e politica sindacale in Italia.
Heft 19/20/21: fuhrke, heimann, Il sistema di assicurazioni so¬
ciali nella RFT.
Tattica del movimento operaio
Heft 1: REDAKTIONSKOLLEKTIV THEORIE DES STAMOKAP, Tattica ri-
voluzionaria?
Heft 1: petrowsky, Per lo sviluppo della teoria del capitalismo
monopolistico di stato (STAMOKAP).
Heft 4: möcklinghoff, Aspetti della storia e teoria della politica
di alleanze del Partito comunista di Germania e del Partito co¬
munista tedesco - I parte.
Heft 5: möcklinghoff, Aspetti della storia e teoria della poli¬
tica di alleanze di KPD e DKP - II parte.
Heft 5: ARMANSKi, Tesi sulla critica del 'revisionismo’.
Heft 8/9: kadritzke, Fascismo come realtà sociale e come irrea¬
listico concetto di lotta.
216
RIVISTE
Heft 8/9: baumgärtner, Note sulla politica contadina della DKP.
Heft 11/12: rabehl, spohn, wolter, Debolezze nel superamento
del leninismo. Sulla critica a Lenin del ‘ Progetto analisi di
classe ’.
Heft 14/15: meschkat, Nuove forme organizzative della classe
operaia cilena durante il periodo di Unidad Popular.
Heft 14/15: heimann, zeuner, Una nuova ideologia dell1 inte¬
grazione. Sulle Tesi per la strategia e la tattica del socialismo
democratico di Peter von Oertzen.
Heft 17/18: rabehl, spohn, wolter, L’influsso della tradizione
giacobina e socialdemocratica sul concetto leninista di organiz¬
zazione.
Movimento del mercato mondiale, imperialismo e sottosviluppo
Sonderheft 2: autorenkollektiv/desai, Rivoluzione in India?
Heft 3: Autorenkollektiv, Il Cile tra legalità borghese e rivo¬
luzione socialista.
Heft 6: schöller, Trasferimento del valore e sottosviluppo -
Sulla recente discussione attorno al mercato mondiale, il sotto-
sviluppo e l’accumulazione del capitale nei paesi sottosviluppati
(alla luce di: e. mandel, Il tardo capitalismo).
Heft 8/9: busch, Scambio ineguale - Per la discussione sul saggio
di profitto medio internazionale, lo scambio ineguale e la teoria
comparativa dei costi alla luce delle tesi di Arghiri Emmanuel.
Heft 11/12: altvater, Crisi energetica, crisi petrolifera o crisi
del capitalismo? Premessa agli articoli di Massarat e Tahmassebi *
Heft 11/12: massarat, Crisi energetica o la crisi del capitalismo.
Heft 11/12: tahmassebi, Sulla situazione dei paesi esportatori di
petrolio del Medio Oriente.
Heft 14/15: hurtienne, Per una critica dell’ideologia delle teorie
latino-americane del sottosviluppo e della dipendenza.
Analisi delle società di transizione
Sonderheft 5: damus, Categorie del valore come strumenti di
pianificazione - Sulla contraddittorietà della pianificazione dei
processi sociali complessivi nella Repubblica Democratica tedesca.
Heft 11/12: olle, Sulla teoria del capitalismo monopolistico di
stato - Problemi di teoria e storia nelle teorie della transizione.
Heft 19/20/21: spohn, La dipendenza tecnologica dell’Unione So¬
vietica dal mercato mondiale - Rapporto e commento ad uno
studio empirico di A.C. Sutton.
Discussióne sullo stato
Sonderheft 1: w. Müller, neusüss, L’illusione dello stato so¬
ciale e la contraddizione di lavoro salariato e capitale.
Sonderheft 1: Fassbinder, Pianificazione urbana capitalistica e
l’illusione della iniziativa dei cittadini democratici.
Heft 3: altvater, Su alcuni problemi dell’intervento statale.
Heft 7: von flatow, huisken, Sul problema della deduzione
dello stato borghese.
Heft 8/9: katzenstein, Sulla teoria dello STAMOKAP.
GERMANIA OCC.
217
Heft 8/9: wirth, Per una critica della teoria dello STAMOKAP.
Heft 8/9: Sulla teoria della costituzione storica dello Stato
borghese.
Heft 14/15: blanke, Jürgens, kastendieck, Sulla nuova discus¬
sione marxista sull’analisi di forma e funzione dello Stato bor¬
ghese. Riflessione sul rapporto di politica ed economia.
Discussione gnoseologica
Heft 16: von greiff, h. herkommer, La teoria del rispecchia¬
mento e ‘ Das Argument ’.
Heft 19/20/21: unger, a. neusüss, Il più recente problema della
lotta di classe - La lotta contro la teoria del rispecchiamento.
ROTE ROBE
Beiträge zur materialistischen Kritik des bürgerlichen Rechts,
Analysen zur Entwicklung des staatlichen Herrschaftasapparats,
Berichte zu politischen Prozessen. 69 Heidelberg I, Postfach 1410.
SOZIALISTISCHE POLITIK (SOPO)
1 Berlin 41, Postfach 410269. Nr. 33 - Juli 1975.
Werner PESTSCHIK, Gerd siebert, Grundsätze gewerkschaftlicher
Politik.
Stephan albrecht, Verhältnis DGB-SPD - am Beispiel der Aus¬
einandersetzung um die Mitbestimmung.
Jutta Ahrweiler, Kritik der Konzeption gewerkschaftlicher Ju¬
gendbildungsarbeit.
JOHANNA HUND, ' Humanisierung der Arbeit ’ - Humanisierung
dar .Ausbeutung?
hörst löffler, ulrich schreyer, Das Lohnrahmentarifabkommen
der IG Metall in Nordwürttemberg/Nordbaden - eine Wende in
den tariflichen Auseinandersetzungen.
Jürgen a.e. meyer, Aktuelle Probleme und Tendenzen im Ar¬
beitsrecht.
Rolf geffken, öffentlicher Dienst und gewerkschaftliche Aufgflben.
Rezensionen zur internationalen Gewerkschaftsbewegung.
SOZIALISTISCHES JAHRBUCH Hrsg. Wolfgang Dressen Verlag
Klaus Wagenbach, 1 Berlin 31, Jenaestr. 6.
TINTENFISCH Jahrbuch für Literatur. Hrsg. Michael Krüger und
Klau6 Wagenbach - Verlag Klaus Wagenbach, 1 Berlin 31,
Jenaerstr. 6.
a cura di L. G.
Indice
Premessa
p. 5 Nuova sinistra parlamentare. Lavoro manuale e
intellettuale: Alfred Sohn-Rethel. Inedito sulle
macchine: Panzieri e il PCI.
Karl Marx
Macchine. Impiego delle forze naturali e della
scienza
Parte prima. Pagine 190-219, Quaderno V, del
Manoscritto 1861-63 Per la critica dell’economia
politica
17
[Macchine e lavoro]
25
[Le macchine nel processo lavorativo e
processo di accrescimento del valore]
nel
29
[Macchine e plusvalore]
42
[Espulsione degli operai da parte delle
macchine]
Paul Mattick
Consigli e partito
61
Organizzazione e spontaneità
66
Il 1905
70
Il 1917
83
La Comune di Parigi
Alfred Sohn-Rethel
Elementi di una teoria storico-materialistica
della conoscenza
95 Premessa
102
1.
Il linguaggio e le prime forme della coscienza
umana
104
2.
Scrittura e numero
107
3.
Pensiero concettuale
109
a) Due concezioni materialistiche palesemente
contraddittorie
111
b) L’analisi marxiana della merce
113
c) Il postulato di equivalenza
114
d) Atto d’uso e atto di scambio
118
e) Gli elementi formali dell’astrazione dello
scambio
120
f) Il nucleo razionale della teoria della
conoscenza
122
g) Movimento e materia
124
h) La riflessione dell’astrazione dello scambio
125
i) L’evoluzione della moneta
126
j) L’intelletto autonomo
129
k) Falsa coscienza
131
Conclusioni
138
Notizia su Alfred Sokn-Rethel
Karl Korsch
141 A Brecht e a Partos
201 Riviste tedesche
AUT AUT
n. 152-153 - marzo-giugno 1976
Discussioni: Intellettuali e classe operaia. Pier Aldo Ro¬
vatti, L’ideologia della mediazione; Roberta Tomassini, Il
« Principe » e la classe; Maria Grazia Meriggi, I gruppi e le
classi socialt; Umberto Curi, Da Gramsci a Tronti.
Saggi e interventi: Antonio Negri, Esiste una dottrina mar¬
xista dello Stato?; Edoarda Masi, La gerarchia della cono¬
scenza e il problema dell’informazione in Cina; Paolo Gam-
bazzi, Hegel e il mondo borghese. Appunti per un discorso
su normalità e follia; Guido Lucchini, Dalla liberazione dal
soggetto alla liberazione dalla prassi. Un nuovo modo di
leggere Nietzsche?.
Psicologia e critica dell’ideologia: Franco Rella, Nota intro¬
duttiva a « Costruzioni nell’analisi » di Sigmund Freud; Sig¬
mund Freud, Costruzioni nell’analisi; Angela Fabietti Pelle¬
grino; Edipo tragico e Edipo semiotico.
Contributi: Umberto Curi, La critica marxiana dell’economia
politica nell’« Einleitung»; Bruna Giacomini, Marx o Sraffa?
Nota su un dibattito recente; Anna Duso, Il dopo Keynes;
Mario Piccinini, Sul concetto di lavoro produttivo; Nadia
Tempini, Su marxismo ed epistemologia; Giuliana De Cocchi,
Lavoro, valore e scambio nello Hegel di Jena; Giangiorgio
Pasqualotto, L’«Hegel politico» di Tronti; Michele Bertag-
gia, Su critica, crisi e politica in Hegel; Giuseppe Duso,
Su teoria ed epoca in Hegel.
Discussioni: A. Vigorelli, Crisi del metodologismo e analisi
di classe.
PRIMO MAGGIO, N. 7
Saggi e documenti per una storia di classe. Quadrimestrale.
Redazione e amministrazione: libreria-editrice Calusca, Cor¬
so Porta Ticinese 106, Milano. Direttore responsabile Ser¬
gio Bologna. L. 1.500.
Lapo Berti, Tra crisi e compromesso storico; Franco Gori,
Per una ricerca sul bilancio dello stato; Sergio Bologna, Pro¬
letari e stato di A. Negri: una recensione; Mike Davis, Il
cronometro e lo zoccolo; Bruno Zavatta, I camionisti; Peter
Martin, Operai e crisi dell’auto in Gran Bretagna.
Lotta all’Innocenti. Dati sulla vertenza. Testimonianze ope¬
raie. La questione Innocenti nel dibattito operaio.
« QUADERNI PIACENTINI »
n. 60-61, ottobre 1976
C. Donolo, Oltre il ’68. La società italiana tra mutamento e
transizione.
G. Jervis, Il mito dell’antipsichiatria.
F. Rella, Nel nome di Freud. Il mito dell’Altro.
M. Fruire, Il movimento delle donne: due passi avanti, uno
indietro.
S. Montefoschi, Il mito del femminile.
R. Canosa, Il sistema carcerario e la rivolta dei detenuti.
R. Parboni, Una nuova fase dello sviluppo capitalistico.
Discussione sulla base statistica del Saggio di Sylos Labini-
interventi di P. Sylos Labini, L. D'Agostini, L. Ricolfi.
F. Ciafaloni, Cultura e controllo operaio.
A. Pitassio, La storiografia marxista in Italia e l’autonomia
operaia.
LIBRI: L’antimarxismo tascabile di D. Settembrini (5. Bar¬
bera); Un mugnaio del Cinquecento (G. Sofri); Le due (o
tre) schiavitù di B. Placido (F. Marenco); Celan: estetica del
silenzio e silenzio dell’estetica (A. Berardinelli); Poesia e
realtà nell’ultimo Kundera {G. Raboni); Simili a donne (L.
Muraro); Terracini anni ’30 (AI. Flores); I nipotini del Pro¬
fessore (A. d’Orsi).
Redazione-amministrazione: via Poggiali 41, 29100 Piacenza
(telef. 31669). Abbonamento a cinque numeri lire 4.000 (so¬
stenitore 6.000, benemerito 10.000) per l’estero lire 5.000.
Versamenti sul c.c.p. 25/19384.
Si ringrazia Luigi Garzone per la preziosa collaborazione.
Finito di stampare nel mese di aprile 1977
dalla Dedalo litostampa in Bari
MARXIANA2
Critica della politica e dell'economia politica
L'inedito di Marx costituisce la prima,
più vasta ed articolata stesura del capitolo « Macchine e
grande industria » del Libro I del « Capitale », e riconferma
la lettura fattane da Panzieri sui « Quaderni Rossi ». Vi
sono trattati temi come I'* autonomia del lavoro », l'uso
antioperaio delle macchine, la dequalificazione, l'uso della
scienza, al centro delle lotte di questi anni. Il manoscritto
<■ Per la critica dell'economia politica », dal quale è tratto
questo inedito, consta di 1472 pagine, ripartite in 23
quaderni (solo le pagine 220-972 furono pubblicate col titolo
di «Teorie del plusvalore»; il resto è inedito e si trova
negli archivi di Mosca. Delle pagine che appaiono qui
tradotte per la prima volta, esiste solo una traduzione russa).
Alfred Sohn-Rethel può essere considerato oggi uno dei
maggiori teorici marxisti. Della generazione di Adorno,
Bloch, Benjamin (è nato nel 1899), ha studiato ad Heidelberg
e Berlino ed è poi emigrato, per sfuggire ai nazisti, in
Inghilterra, dove vive tuttora. Il saggio qui tradotto, l'unico
finora pubblicato in Italia, costituisce la prima, densissima
formulazione della sua opera maggiore, intitolata « Lavoro
intellettuale e manuale » (Francoforte 1970), già largamente
nota in Germania, dove ha avuto una profonda influenza
segnando una svolta nello sviluppo dell’analisi marxista che
ha allarmato i comunisti « ortodossi ». La conoscenza, scrive
Sohn-Rethel, è legata al lavoro manuale. Così la classe che
non lavora sarebbe tagliata fuori dalla conoscenza se la
necessità di dominare il processo produttivo non la
costringesse a conoscerlo: filosofia e scienza — cioè lavoro
intellettuale separato dal lavoro manuale — sono nate ed
esistono appunto per questo. Il loro procedere per astrazioni
poggia sull’astrazione reale del loro oggetto, la merce,
e scomparirà con essa. E' un tipo di « conoscenza » che si
caratterizza per il distacco dal lavoro manuale, una
conoscenza cioè che è essenzialmente espressione e
strumento del dominio di classe esercitato dalla parte che
non lavora su quella che lavora.
Premessa
Nuova sinistra parlamentare. Lavoro manuale e
intellettuale: Alfred Sohn-Rethel. L’inedito sulle macchine,
Panzieri e il PCI
p. 5
Karl Marx — Macchine.
Impiego delle forze naturali e della scienza
Inedito. Parte prima. Pagine 190-219 - Quaderno V - del
Manoscritto 1861-63
p. 17
Paul Mattick — Consigli e partito
Organizzazione e spontaneità. Il 1905. Il 1917. La Comune
di Parigi
p. 61
Alfred Sohn-Rethel — Elementi di una teoria
storico-materialistica della conoscenza
Per la critica della scienza e della filosofia
p. 95
Karl Korsch — A Brecht e a Partos
Un carteggio teorico-politico
p. 141
Riviste tedesche
Una rassegna critica dei periodici della sinistra nella Germania
occidentale
p. 201
Pubblicazione bimestrale. Anno I, numero 2, ottobre 1976.
Spedizione in abbonamento postale, gruppo IV 70%.
Distribuzione in libreria: Edizioni Dedalo
Lire 1.500 (...)
CL 22-2702-9