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Amedeo Ricucci
La guerra in diretta
Irak, Palestina, Afghanistan, Kosovo:
il volto nascosto dellinformazione televisiva
^Pendragon
a Lello
Amedeo Ricucci
La guerra in diretta
Iraq, Palestina, Afghanistan, Kosovo:
il volto nascosto dell'informazione televisiva
c^Pendragon
Amedeo Ricucci
La guerra in diretta
Iraq, Palestina, Afghanistan, Kosovo:
il volto nascosto dell’informazione televisiva
Grafica: Studio GI&I
Tutti i diritti riservati
© 2004, Edizioni Pendragon
Via Albiroli, 10 - 40126 Bologna
www.pendragon.it
È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata,
compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico, non autorizzata.
Indice
Introduzione p. 9
Capitolo primo
Palestina: morire sul piccolo schermo 21
Check-point Kalandia; Informazione e propaganda; I
bambini di Rafah; La rabbia di Miriam; Hotel City Inn; I
soliti cecchini; Inattesa; Compagni di viaggio; La morte
dietro l’angolo; Una grave dimenticanza; Giornalismo
e/o militanza; “Real tv”; Piccole bugie e grandi menzo¬
gne; Una fine amara
Capitolo secondo
Afghanistan: la “guerra in diretta” 73
Una guerra che nessuno ha visto; Aria condizionata a Ja-
bal el Saraj; Quando il “pieno” diventa “vuoto”; Lo sposo
afghano; I soldati dell’informazione; Viaggio a Kandahar
Capitolo terzo
Kosovo: la guerra delle emozioni 111
Raccontare per immagini; Cronache dall’apartheid; Misti¬
ca del sangue e propaganda; Esche di guerra; La guerra
delle emozioni; Il circolo vizioso dell’informazione; Bugie
di guerra
Capitolo quarto
Il ventre molle della televisione 151
Truffe, bufale e scoop; I “media events”; Etica e giornali¬
smo; Vizi e virtù delle piccole telecamere; La Storia e le
storie
Conclusioni
185
Non mi pagano per essere obiettivo, ma per
raccontare tutto quello che vedo e che sento,
e per farlo con forza, con tutta la mia anima.
Ernie Pyle
Quando hai una storia, la prima cosa che
devi fare è lasciartela entrare nel sangue e se¬
guirla fin quando la puoi raccontare. E poi
devi raccontarla in un modo tale che nessuno
la possa dimenticare.
Paco Ignacio Taibo II
Introduzione
Questo libro nasce da un errore. Un errore banale ma dalle
conseguenze serie. Un errore - diciamo così - di percezione vi¬
siva. Come nelle incisioni di Escher, dove i giochi prospettici
creano mondi inesistenti; ma purtroppo senza la stessa magia.
Perché quell’errore ha finito per mutare la realtà di un tragico
evento. O meglio, ne ha alterato la rappresentazione televisiva:
che però per molti è la stessa cosa. E mi ha cambiato la vita.
Tutta colpa di un angolo, che in tv è apparso retto, quando
invece era ottuso e maledettamente sbilenco. Un angolo che ha
dato l’impressione della spavalderia laddove c’era prudenza.
Un angolo dietro al quale stava in agguato la morte, anche se
in tanti, troppi, hanno parlato di “incidente”. L’angolo di cui
parlo è l’angolo anonimo di un edificio anonimo dietro il qua¬
le ci siamo riparati, Raffaele Gridio e io, il 13 marzo del 2002.
Stavamo a Ramallah, in Cisgiordania. Sporgendosi per un atti¬
mo da quell’angolo, Raffaele è stato ucciso. Un assassinio a
freddo: nel senso che chi ha sparato aveva già deciso che chiun¬
que in quel momento si fosse affacciato sarebbe stato crivella¬
to di colpi. E così è stato.
A quello stesso angolo, un minuto prima, ero affacciato io.
E non era successo nulla. Avevo notato il carro armato israe¬
liano in fondo alla strada, lontano da noi, a prima vista inof¬
fensivo. E l’avevo filmato con la mia piccola telecamera, ripa¬
randomi poi di nuovo dietro l’edificio. Con calma. Senza sape¬
re che qualcuno su quel blindato stava prendendo la mira. Ha
messo a fuoco su di me per uccidere il prossimo che gli si fos¬
se presentato nel mirino. E l’ha fatto. Senza scrupoli. Raffaele
9
ha avuto appena il tempo di inquadrare quel tank nel display
della sua telecamera. Ed è subito crollato a terra, colpito a
morte da cinque proiettili calibro 7,62 Nato.
Ripensare a quella scena mi fa star male ancora oggi. E du¬
rata lo spazio di un attimo ma non sarà mai passato abbastan¬
za tempo per poterla cancellare. Mi è capitato di restare sveglio
intere notti, ripercorrendo minuto per minuto tutti gli avveni¬
menti del 13 marzo. Eppure, per diversi giorni mi sono rifiuta¬
to di rivedere le immagini che documentano quei momenti: le
mie, quelle di Raffaele e quelle girate da Norberto Sanna, il ca¬
meraman della Rai che mi affiancava in quella trasferta. Le ho
guardate solo una volta: durante la puntata di Sciuscià che Mi¬
chele Santoro organizzò per Rai 2 il 15 marzo, due giorni
dopo. E le ho guardate con la pancia, non con gli occhi. Anzi,
gli occhi li ho socchiusi più volte, perché quelle immagini sul
grande schermo erano sale sulle mie ferite. E il sangue mi sali¬
va alla testa.
Era più forte di me. Non ho voluto nemmeno occuparmi
del servizio che Tv7, il settimanale del Tgl per cui all’epoca la¬
voravo, volle subito dedicare alla morte di Raffaele Ciriello.
Chiesi perciò a una mia amica e collega, Cristina Fratelioni, di
sostituirmi.
Mi serviva tempo. Tempo per superare lo choc e tempo per
tamponare il dolore. Ma, soprattutto, tempo per capire. Per¬
ché in circostanze del genere non puoi non chiederti, senza
tanti sofismi, dove e quando hai sbagliato. Non ti bastano le
pacche sulle spalle degli amici e dei colleghi che cercano di
consolarti, ricordandoti che in questo mestiere la morte è sem¬
pre dietro l’angolo. Tutto vero, per carità. Ma non basta a far¬
ti star meglio. Perché stavolta è capitato davanti ai tuoi occhi.
E a morire, a un metro da te, così vicino da poter sentire sulla
pelle il leggero spostamento d’aria prodotto dalla raffica assas¬
sina, è stato un amico.
A chi tirava in ballo il destino, ho dovuto poi spiegare che
proprio il destino ci aveva giocato un brutto scherzo. Perché
10
quel maledetto 13 marzo doveva essere l’ultimo giorno del no¬
stro soggiorno in Palestina. Nel pomeriggio saremmo dovuti
infatti rientrare tutti e tre a Gerusalemme, per poi tornare in
Italia. Io e Norberto avevamo già fissato l’aereo di ritorno per
l’indomani; Raffaele invece sarebbe partito quella notte stessa
per raggiungere a Milano la moglie Paola e la piccola Carolina,
di appena diciassette mesi.
E invece no. Non è andata così. E questo ha aggiunto al do¬
lore per la morte di Raffaele il sapore crudele di una beffa. Una
beffa resa ancora più amara dal fatto che quella fatidica matti¬
na, a colazione, mentre si decideva assieme il da farsi, non ab¬
bia voluto dar retta al mio amico Norberto che saggiamente ci
consigliava di restare in albergo a preparare con calma i baga¬
gli. Una mezza giornata in più, sosteneva lui, non avrebbe ag¬
giunto granché al nostro lavoro. E poi potevamo già ritenerci
soddisfatti: eravamo riusciti ad intervistare il presidente Arafat
- che non parlava da mesi alla stampa italiana - e avevamo spe¬
dito a Roma due lunghi reportage da Nablus e Ramallah. Tre
settimane di duro lavoro, nella polvere e nel sangue. E, secon¬
do Norberto, era tempo di rientrare. Anche perché il giorno
prima Ramallah era stata occupata dall’esercito israeliano, che
stava mettendo a ferro e fuoco i campi profughi della città e
aveva già chiarito molto esplicitamente, con una pioggia di
proiettili sparati la notte prima sulle nostre camere d’albergo,
di non volere giornalisti fra i piedi1.
Se ho deciso di scrivere queste righe è per una serie di mo¬
tivi che reputo importanti. Per dovere, innanzitutto. Nei con¬
fronti di Raffaele e della sua memoria: che è stata volutamente
cancellata, ignobilmente beffata e che continua a reclamare un
briciolo di giustizia e verità. E poi per dignità, in un mestiere
che denota ormai una preoccupante caduta di tensione, etica e 11 Per una ricostruzione dettagliata dei fatti di Ramallah del 12 e 13 marzo
2002 si veda più avanti, nel primo capitolo, “Palestina: morire sul picco¬
lo schermo”.
11
deontologica: soprattutto in televisione, dove la guerra è ridot¬
ta sempre più a mero spettacolo e chi è chiamato a raccontar¬
la l’ha accettato senza battere ciglio (o quasi), rinunciando ai
suoi doveri di cronista scrupoloso per vestire i panni, eviden¬
temente più trendy, del mezzobusto vanitoso. Il rischio è che
vengano stravolte le regole di base che hanno contraddistinto
finora la professione dell’inviato di guerra, vale a dire: andare,
vedere e raccontare. E chi è cresciuto con l’idea che per far
bene questo lavoro bisogna innanzitutto consumare la suola
delle scarpe, viene considerato ormai un animale preistorico,
oggetto di compassione o di scherno. A rimpiazzarlo è scesa in¬
fatti in campo una nuova generazione, convinta che il grande
occhio virtuale - quello di internet, dei dispacci d’agenzia e
delle eveline2 - sia altrettanto efficace dell’occhio reale di chi
sta sul posto. Con buona pace di chi rischia ancora la vita pur
di stare “in mezzo” agli eventi che deve raccontare.
Ma andiamo per ordine. La morte di Raffaele Ciriello ha
fatto notizia, sui giornali e nelle tv italiane, per appena due
giorni. Nonostante infatti l’esercito israeliano non si fosse as¬
sunto la benché minima responsabilità dell’accaduto, già al ter¬
zo giorno sui fatti di Ramallah del 13 marzo è calato il più to¬
tale silenzio. Non era mai successo che la morte di un giornali¬
sta italiano venisse dimenticata così in fretta. Mai. Eppure, era¬
no passati appena quattro mesi dall’assassinio altrettanto bru¬
tale di Maria Grazia Cutuli, che Raffaele conosceva e della qua¬
le anzi era amico. E poi si trattava del primo giornalista occi¬
dentale ucciso in Terra Santa, per di più nella fase più calda del
2 La leggenda narra di una signora Evelina che, nel lontano 1955, venne de¬
signata a coordinare via radio, da Bruxelles, lo scambio di immagini fra le
neonate televisioni europee. In realtà l’ufficio preposto si chiamava Euro¬
vision News Exchange, Evn, ma evidentemente qualcuno preferì italianiz¬
zare e umanizzare questa sigla, dandole le sembianze di una gentile signo¬
ra. Da allora, tutte le immagini di repertorio che arrivano dai circuiti in¬
ternazionali vengono chiamate in gergo eveline.
12
conflitto fra israeliani e palestinesi. Infine, sul come e sul per¬
ché della morte di Raffaele restavano non pochi dubbi, che era
giusto e sacrosanto chiarire.
E invece niente. Sì, c’è stato qualche strascico polemico3,
ma il sipario è calato in fretta. Troppo in fretta. E io non ri¬
uscivo a capacitarmene. Mi svegliavo la mattina, sfogliavo i
giornali e non trovavo nulla. Nemmeno una riga. Non c’era
nessun collega che fosse andato a Ramallah per svolgere un’in¬
chiesta approfondita sui fatti del 13 marzo; né corrispondenti
che approfittassero dei loro contatti in Israele per incalzare i
capoccioni dell’esercito israeliano e farsi spiegare com’erano
andate veramente le cose; né politici, del governo o dell’oppo¬
sizione, che con uno scatto di orgoglio nazionale battessero il
pugno sul tavolo e chiedessero spiegazioni alle autorità di Tel
Aviv. Niente di tutto questo. Era come se Raffaele fosse stato
ucciso per la seconda volta, da una congiura del silenzio di cui
non comprendevo tutte le ragioni.
Poi ho capito. L’ho capito un po’ alla volta, facendomi for¬
za e cominciando a visionare i filmati di quel giorno. Prima il
mio, poi quello di Norberto, infine quello di Raffaele. E ho
scoperto che il vero problema, il “buco nero” che aveva in¬
ghiottito la morte di Raffaele, stava proprio nelle nostre imma¬
gini. In quelle immagini che la tv aveva mostrato a caldo, terri¬
bili. E da cui tutti si erano lasciati suggestionare, senza avere il
tempo e la possibilità di analizzarle con cura, scrupolosamen¬
te. Quindi, senza capire.
Quelle del 13 marzo sono infatti immagini reali ma non di¬
cono tutta la verità. Non presentano cioè i fatti per come si
sono svolti, bensì li rappresentano, ne sono cioè una messa in
scena. In un certo senso, è come se quelle immagini si fossero
sovrapposte ai fatti senza coincidere con essi. In tv sono state
inoltre presentate come un “documento”, ma non sono state
3 Si veda infra, sempre capitolo primo, p. 45 e ss.
13
trattate con l’accortezza che andrebbe riservata a tutte le fonti
di documentazione visiva4. Si è scelto invece di esibirle nude e
crude, in base a quella logica mistificatoria secondo cui “le im¬
magini parlano da sole”. Ma questo non è quasi mai vero. E in¬
fatti le conseguenze sono state disastrose.
Non sto cercando di arrampicarmi sugli specchi, facendo
della teoria a buon mercato. Semplicemente, ho cercato di ca¬
pire come mai, vedendo e rivedendo le immagini del 13 mar¬
zo, continuava ad esserci uno scarto fra l’occhio delle nostre te¬
lecamere e il mio occhio interiore. Fra le immagini e il mio vis¬
suto di quei momenti. Fra il documento visivo, freddo, e il mio
ricordo personale, ancora caldissimo.
Ed è per caso che mi sono accorto di quell’angolo ottuso di
cui parlavo all’inizio. Sì, perché vedendo le immagini si ha l’im¬
pressione che io prima, e dopo di me Raffaele, ci sporgiamo un
po’ troppo per filmare il carro armato in fondo alla strada.
Sembra quasi che ce ne stiamo impalati e allo scoperto, come
due sprovveduti. Invece è solo una percezione visiva errata,
dovuta alla posizione della telecamera: quella di Norberto, le
cui immagini sono state le più usate nelle ricostruzioni propo¬
ste in tv.
Lui si trovava una trentina di metri dietro di noi, sulla de¬
stra, troppo spostato per dar conto della nostra posizione esat¬
ta. L’edificio infatti ha una struttura irregolare, a cinque lati -
si vede bene nel fotogramma riproposto nella copertina di que¬
sto libro - e l’angolo dal quale ci sporgiamo è ottuso, non ret¬
to, con un’armatura di ferro che ostruisce un po’ la visuale. Il
che vuol dire che per sporgersi bisogna fare qualche passo e
4 Si legga al riguardo l’ottimo libro di Adolfo Mignemi (Lo sguardo e l’im¬
magine, Bollati Boringhieri, Torino 2003), in cui vengono analizzati gli
aspetti tecnici, culturali e documentali delle varie fonti visive. Questo testo
si occupa in particolare di fotografia ma molte riflessioni riguardano anche
l’immagine in movimento, dunque la televisione, e possono quindi essere
applicate a questa tragica circostanza.
14
scendere dal marciapiede - che non a caso è arrotondato - pur
restando però sempre coperti dal muro più esterno.
Perciò le immagini risultano ingannevoli. Perché, inqua¬
drati da dietro, prima io e poi Raffaele diamo l’impressione di
starcene spavaldamente in mezzo alla strada, mentre in realtà
per chi ci stava di fronte - l’equipaggio del tank - risultavamo
accostati al muro più esterno dell’edificio. La prova è che dei
sette colpi sparati su Raffaele due si sono conficcati proprio in
quel muro. E sono stati colpi precisi, sparati da un professio¬
nista che ha saputo concentrare in uno spazio molto ristretto la
potenza di fuoco della sua arma. Tanto da fare centro. Cinque
colpi su sette. Come al poligono di tiro.
Cambia molto. Perché il messaggio che molti media hanno
trasmesso all’opinione pubblica è che in fondo Raffaele Grid¬
io “se l’è cercata”. Sarebbe morto, cioè, perché è stato un po’
troppo “spericolato”. E vero semmai che le immagini dei fatti
di Ramallah sono state visionate con leggerezza, da colleghi che
non avevano il tempo o la voglia di capire. Nessuno ha pensa¬
to di dover “incrociare” i tre documenti filmati di quella tragi¬
ca mattina. E molti hanno applicato a quelle immagini uno
zoom esagerato, morboso, quando invece sarebbe stato più
corretto scegliere un grandangolo, che ne rispettasse la collo¬
cazione nello spazio e nel tempo5.
In nome di un presunto realismo - ma sarebbe meglio chia¬
marlo voyeurismo - al telespettatore è stata offerta una lente di
ingrandimento: che certo fa vedere meglio i particolari ma che
5 Fanno eccezione il già citato servizio di Cristina Fratelloni su Tv7, Rai 1,
del 17 marzo 2002, e un lungo servizio di Toni Capuozzo su Terra!, Canale
5, dello stesso giorno. In entrambi c’era voglia di capire più che di stupire.
Sulle reazioni che innescano le foto (e le immagini), così come sui meccani¬
smi complessi che ne caratterizzano la fruizione da parte del pubblico, è
molto interessante l’ultimo libro di S. Sontag, Davanti al dolore degli altri
(Mondadori, Milano 2003). Secondo Susan Sontag, le foto strazianti - e il
suo discorso mi pare che valga anche per le immagini in movimento - “non
sono di grande aiuto, se il nostro compito è quello di capire. Una narrazio¬
ne può farci capire. Le fotografie fanno qualcos’altro: ci ossessionano”.
15
non consente di vedere il tutto e quindi di capire. La morte di
Raffaele Gridio è stata così consumata come uno dei tanti fil¬
mati scioccanti di real tv, spettacolo offerto in pasto a milioni
di telespettatori, solo per catturarne le emozioni. Salvo poi di¬
menticarsi di quella morte, l’attimo dopo, per passare a un al¬
tro argomento.
Ho imparato molto da questa storia. Ho capito innanzitut¬
to che i tempi, l’organizzazione del lavoro e le finalità di chi fa
oggi informazione televisiva sono sempre meno vincolati alle
regole del buon giornalismo e sempre più assoggettati a quelle
dello spettacolo. A trionfare, infatti, anche nel racconto della
guerra, è Vinfotainment6: un format televisivo con una logica
tutta sua, terribilmente invasiva, che ha contagiato anche la se¬
lezione, la confezione e la fruizione delle notizie. Con conse¬
guenze serie, sia per chi fa questo mestiere che per l’opinione
pubblica, che attinge sempre più alla televisione per essere in¬
formata su quanto succede in Italia e nel mondo. E questo me¬
riterebbe una più attenta riflessione.
Questo libro prova a offrire il suo modesto contributo,
raccontando delle storie di guerra e di televisione. Non mi
pare che in Italia se ne sia parlato a sufficienza. O meglio, non
se n’è parlato abbastanza dal punto di vista delle trasforma¬
zioni del giornalismo televisivo, delle nuove regole che si
sono imposte con il racconto della “guerra in diretta” e dei
problemi ad essa connessi. Ma soprattutto, non se n’è parla¬
to quasi mai dal punto di vista del telespettatore, della sua
percezione e dei suoi diritti negati. E mentre ci sono ottimi li¬
bri sul lavoro dei giornalisti della carta stampata inviati di
guerra7, restano pochissimi i libri su come la televisione ita¬
6 È l’accoppiata fra information ed entertainment, vale a dire l’informazione
offerta sotto forma di intrattenimento, nel salotto dei talk show.
7 II più completo e avvincente resta quello di Mimmo Candito, Professione:
reporter di guerra (Baldini & Castoldi, Milano 2000). Molto ricca è inoltre
la sua bibliografia, cui si rimanda.
16
liana va oggi in guerra8: soprattutto, su come e perché vada
affermandosi un modo di raccontare la guerra che narcotizza
anziché scuotere il telespettatore, favorendone la passività
più che l’osservazione critica.
Forse devo ringraziare il caso, che ha voluto che l’ultima
guerra in Iraq la seguissi seduto in poltrona, e non al fronte,
per lavoro. Confesso che all’inizio ero molto deluso e non ri¬
uscivo a rassegnarmi all’idea di essere “declassato” da testimo¬
ne privilegiato a semplice telespettatore. Poi però la curiosità,
il dovere e la passione civile mi hanno tenuto incollato al pic¬
colo schermo per giornate intere, a seguire la valanga di tele-
giornali, talk show e approfondimenti che sono stati dedicati a
questo conflitto. E stato molto istruttivo. Perché, nel mio dop¬
pio ruolo di telespettatore e addetto ai lavori, ho colto per la
prima volta degli aspetti che noi giornalisti normalmente tra¬
scuriamo e che la “casalinga di Voghera”9 non vede nemmeno,
pur subendone le conseguenze.
E vero infatti che c’è stata su questa guerra - come si dice
in gergo - una copertura totale. Ma è vero anche che il lavoro
8 Ci sono in realtà molti libri teorici - di semiotica, sociologia della comuni¬
cazione e tecnica del linguaggio televisivo - a partire da quelli citati nei ca¬
pitoli che seguono. Ma pochissimi sono i libri scritti da giornalisti e opera¬
tori della comunicazione (videoreporter, registi, cameraman, fonici e pro¬
duttori). In questo deserto, che non ha paragoni nel panorama editoriale in-
tezionale, si segnala un manuale, scritto non a caso da un giornalista ameri¬
cano: W.M. Achtner {Il reporter televisivo, McGraw-Hill, Milano 1997). Ric¬
chi di informazioni sono anche ha televisione va alla guerra (Sperling & Kup¬
fer, Milano 2002), dell’inviato Rai Ennio Remondino e Inviato di guerra (La-
terza, Roma-Bari 2004), dell’inviato del Tg5 Pietro Suber.
9 Nei manuali e nelle scuole di giornalismo si parla della “casalinga di Vo¬
ghera” per definire il lettore o il telespettatore medio. L’espressione ha in¬
tenti nobili, perché presuppone che siano l’opinione pubblica e il suo di¬
ritto ad essere informata i punti di riferimento del lavoro giornalistico. Da
quando però anche l’informazione è diventata una “merce”, la “casalinga
di Voghera” è solo un consumatore-tipo, da imbonire con notizie “accat¬
tivanti” - indipendentemente dalla loro importanza - e soprattutto da
strappare alla concorrenza.
17
dei giornalisti non è servito a diradare la “nebbia di notizie”
che ha avvolto le operazioni di guerra. Fra: a) reportage dal
fronte iracheno che in realtà venivano confezionati a Doha, in
Qatar, nella sala stampa del comando anglo-americano, oppu¬
re alla frontiera iraniana; b) inviati molto speciali che raccon¬
tavano dal confine turco - e con dovizia di particolari - quello
che stava succedendo a 1000 chilometri di distanza, nel Kurdi¬
stan iracheno; c) corrispondenti da Baghdad che se ne stavano
ore in collegamento telefonico o video, senza aver nemmeno il
tempo per andare a verificare le notizie di cui erano chiamati a
parlare, i telespettatori italiani facevano fatica a capire l’anda¬
mento della guerra e a districarsi fra le tante notizie propagan¬
distiche e le poche autentiche.
Questa nebbia di notizie ha avuto come sempre un’abile re¬
gia. E a firmarla sono stati naturalmente i comandi militari, del-
l’una e dell’altra parte10 11. Ma mai come in questo caso c’è stata
l’accondiscendenza dei giornalisti - non tutti, a onor del vero11
- e soprattutto delle testate, che hanno investito molto sullo
10 Come sempre, tutto si è fatto più chiaro a guerra finita e riflettori spenti.
Con la scoperta, fra l’altro, che le famose “armi di distruzione di massa” di
cui doveva disporre Saddam Hussein - dall’uranio comprato dal Niger alle
armi chimiche - erano una grossa “bufala”, inventata di sana pianta dai
servizi di intelligence e dai governi inglese e americano. Vale la pena di leg¬
gere, su questo argomento, Vendere la guerra. La propaganda come arma di
inganno di massa, di Sheldon Rampton e John Stauber (Nuovi Mondi Me¬
dia, Bologna 2003), Bugie di guerra. L’informazione come arma strategica,
di Claudio Fracassi (Mursia, Milano 2003) e il dossier pubblicato dal set¬
timanale francese «Le Courrier International» il 28 maggio 2003.
11 Straordinarie, per sobrietà, ricchezza di analisi e capacità narrativa, sono
state ad esempio le corrispondenze di Bernardo Valli, su «La Repubblica»,
e dell’inglese Robert Fisk, inviato dell’«Indipendent», riprese in Italia
dalT«Unità». Sempre per sobrietà e competenza, virtù rare in televisione,
si sono segnalate sul piccolo schermo italiano le corrispondenze da Baghdad
di Gabriella Simoni, inviata per Studio Aperto e Canale 5. Non va poi di¬
menticato il lavoro fatto da molti colleghi che hanno scelto o si sono ritro¬
vati a raccontare questa guerra da unilateral e non da embedded - vale a
dire non al seguito delle truppe americane o inglesi - rischiando in molti
casi la vita per fare vero giornalismo e non mera propaganda.
18
spettacolo della guerra in diretta e l’hanno alimentato con gran¬
de disinvoltura, a rischio di veicolare disinformazione, propa¬
ganda e confusione.
Da questo punto di vista, bisogna avere il coraggio di ricoj-
noscere che questa guerra è stata il trionfo definitivo di uiji
nuovo paradigma giornalistico e comunicativo, che punta a of¬
frire la guerra in diretta senza però accompagnarla con un’iri-
formazione corretta, anzi svuotando sempre più il lavoro gior¬
nalistico e producendo una sostanziale perdita delle compe¬
tenze professionali. A venir meno è in particolare lo statuto dpi
verità cui faceva tradizionalmente riferimento il racconto delibi
guerra. E non perché la propaganda abbia avuto ormai la me¬
glio sulla verità. Semmai perché, con la sovraesposizione me-
diatica che caratterizza le guerre di oggi, la stessa opposizione
fra vero e falso ha perso la sua ragion d’essere, risucchiata in un
flusso permanente di comunicazione improntato alla “non-ve-
rità”: in cui cioè nulla è più credibile, tutto è opinabile, e tra
realtà e finzione non c’è più alcuna differenza12. ;
Questo paradigma è emerso per la prima volta nel 1991 j
con la prima guerra del Golfo e le famose “dirette” di Petef
Arnett, per poi perfezionarsi in Somalia (1992), nel Kosovo|
(1999), in Afghanistan (2001). Ed ora che si è strutturato al
punto da contagiare le televisioni di tutto il mondo, se ne
possono cogliere appieno tutte le distorsioni: dalla dramma¬
tizzazione eccessiva degli eventi bellici alla banalizzazione
delle notizie, dalla deresponsabilizzazione dell’opinione pub¬
blica - con la conseguente paralisi dell’azione sociale - alla
trasformazione del ruolo degli inviati di guerra, che non van¬
12 Si legga al proposito l’appassionante libro di Antonio Scurati, Televisioni
di guerra. Il conflitto del Golfo come evento mediatico e il paradosso dello
spettatore totale (Ombre Corte, Verona 2003). E un testo teorico che ho
saccheggiato a piene mani, come si vedrà meglio più avanti, nel secondo
capitolo, “Afghanistan: la ‘guerra in diretta’”. Di grande interesse è anche
Disinformation Technology. Dai falsi di internet alle bufale di Bush, di Wal¬
ter Molino e Stefano Porro (Apogeo, Milano 2003).
19
no più a cercare notizie ma diventano loro stessi “la notizia”.
Non a caso, la nuova war television produce giornalisti che
non sanno più come si fa un’inchiesta, o come si costruisce
un reportage, ma conoscono alla perfezione tutte le regole e i
trucchi delY infotainment.
Non so se questa tendenza prefiguri la morte del giornali¬
smo, ma certo ci somiglia molto. Almeno alla morte del gior¬
nalismo in cui credo io. Che è quello di chi preferisce raccon¬
tare con le immagini, invece che con la propria faccia in primo
piano sul piccolo schermo; di chi fa di tutto per stare in mezzo
agli avvenimenti, piuttosto che in collegamento o nei salotti te¬
levisivi; di chi si ferma infine a riflettere per capire, rinuncian¬
do magari a un servizio, invece che fabbricare servizi in serie
per esserci sempre e comunque.
Nelle pagine che seguono si parlerà proprio di questo. Del¬
la morte di un certo giornalismo e del trionfo dell’informazio¬
ne spettacolare. Delle guerre degli ultimi dieci anni e della dif¬
ficoltà di raccontarle. Di come si fa oggi televisione in Italia e
di come invece la si potrebbe fare, per rendere un servizio al
pubblico. Delle immagini che dicono la verità e di quelle che
mentono. Dei grandi network e delle piccole telecamere. Di
come si racconta una storia e di come si legge una evelina. Di
come si vive in zona di guerra e di come, a volte, ci si muore.
Sono solo storie. Ma è tutto vero.
20
Capitolo primo
Palestina: morire sul piccolo schermo
Dopo mezz’ora di fila, il tassista ha finalmente avuto il
permesso di passare. I soldati hanno alzato la sbarra e la sua
vecchia Mercedes è ripartita. Lentamente, molto lentamente,
perché al check-point di Kalandia c’è sempre da stare in
guardia. Basta un niente - un gesto, una parola, anche solo
uno sguardo di troppo - e ti ritrovi (senza averlo voluto) nel¬
la lista dei suhada, dei martiri. Era già capitato diverse volte,
in un anno e mezzo di Intifada, e niente lasciava credere che
la situazione potesse migliorare. Anzi, nelle ultime settimane
gli israeliani avevano inasprito la morsa attorno alle città del¬
la Cisgiordania. E per entrare o uscire da Ramallah bisogna¬
va ormai rassegnarsi a questa umiliante via crucis. Dalla qua¬
le non sapevi mai se saresti uscito. Vivo o morto.
Il vecchio tassista è stato fortunato. Gli è capitato di fo¬
rare proprio all’uscita del check-point, nemmeno 50 metri
dopo l’ultima postazione dei soldati. Che appena l’hanno vi¬
sto scendere dalla macchina, per cambiare la gomma, gli
hanno prima urlato con il megafono - in ebraico, però - e
non contenti hanno sparato un colpo in aria e poi hanno pun¬
tato i mitra su di lui. C’è stato un attimo lunghissimo di si¬
lenzio. La gente in fila si è fatta da parte, noi ci siamo guar¬
dati increduli. E sia la telecamera di Norberto che la macchi¬
na fotografica di Raffaele hanno iniziato un balletto nervoso,
avanti e indietro, dai soldati alla vecchia Mercedes e vicever¬
sa. Poi, imprecando, il tassista è risalito in macchina, ha ri¬
messo in moto e con il cerchione della ruota che ormai toc¬
cava terra ha guidato fino all’uscita dell’area militare. Noi
21
dietro. Lo sfortunato è sceso dall’auto continuando a impre¬
care. “Ormai sono impazziti” mi fa. “Non vogliono nemme¬
no che foriamo. Le sembra normale?”.
Check-point Kalandia
Eravamo in Palestina da qualche giorno. Io e Norberto
Sanna per conto del Tgl, mentre Raffaele Giriello era accredi¬
tato come fotografo dal «Corriere della Sera». Per comodità
avevamo deciso di stare a Ramallah e non a Gerusalemme,
come in genere facevano quasi tutti gli inviati della stampa in¬
ternazionale. Speravamo infatti di poter intervistare più facil¬
mente il presidente Arafat; e, soprattutto, contavamo di muo¬
verci più agevolmente fra i tanti, troppi check-point che affol¬
lavano in quei giorni le strade della Cisgiordania, complicando
non poco gli spostamenti dei civili, giornalisti compresi.
Ramallah non è granché. Ha l’aria di un paesone polvero¬
so cresciuto in fretta, per via della sua improvvisa nomina a
capitale di uno stato che ancora non c’è, la Palestina. Il traf¬
fico è troppo caotico per soli 80.000 abitanti, e molti quartie¬
ri sono anonimi: una sfilza di casermoni e niente verde. In
compenso sembra una città ricca, almeno rispetto a Gaza
City: protette dai muri di cinta si notano diverse belle ville dei
pezzi grossi dell’Autorità nazionale palestinese, e circolano
inoltre molte auto di grossa cilindrata, segno che gli uomini
di affari hanno continuato a lavorare bene, nonostante la cri¬
si economica profonda dovuta all’Intifada.
A tenere in pugno la città sono però gli israeliani. Che la
controllano dall’alto, in ogni suo punto, attraverso il grande
insediamento di Bisagot, abitato da pochissimi coloni - non
più di quaranta - e gestito di fatto dall’esercito, che scende a
scorrazzare in città quando e come gli pare. Più pesante an¬
cora è il controllo dal basso, con il famigerato check-point di
Kalandia, dove ormai da due anni sono i militari con la stella
22
di David, e non i poliziotti palestinesi, a decidere chi può en¬
trare in città e chi deve uscirne.
In realtà, si tratta di un sopruso. Sotto tutti gli aspetti: po¬
litico, legale e morale. Perché, secondo gli accordi di pace fir¬
mati a Oslo nel 1993, tutta la città di Ramallah appartiene alla
zona A, amministrata dall’ANP e sotto il controllo di sicurezza
palestinese1. Ed è sotto amministrazione palestinese anche la
zona che sta al di qua e al di là del check-point di Kalandia. Il
quale non ha perciò alcuna legittimità giuridica internazionale.
Né si può dire che serva da deterrente al passaggio di even¬
tuali terroristi. Ci sono infatti diversi sentieri che permettono
di uscire ugualmente dalla città, sia pure illegalmente e con una
certa fatica. Uno costeggia addirittura il check-point ed è ben
visibile dalla torretta dei soldati. Che spesso hanno consentito
ai palestinesi di utilizzarlo come “uscita di servizio”, anche
quando ufficialmente il check-point veniva chiuso per motivi
di sicurezza. Salvo poi sparare come al tiro a segno sulla folla
in transito, indifesa, se l’ufficiale di turno quel giorno non era
di buon umore.
La verità è che questi check-point sono serviti soprattutto
ad umiliare la popolazione. A fiaccarne la resistenza, a render¬
ne impossibile la vita quotidiana, a ferirne l’orgoglio. Siamo ri¬
masti giorni interi sotto il sole di Kalandia, per capire e rac¬
contare questa assurda via crucis a cui i palestinesi di Ramallah
devono sottoporsi tutti i giorni: per andare al lavoro, a scuola,
o anche solo a trovare un parente che sta un chilometro più in
là, oltre il check-point. Di solito non se ne parla, perché ben
più gravi sono le notizie che arrivano dalla Palestina. Ma è da 11 Sulla base degli accordi di pace sottoscritti da Isaac Rabin e Yasser Arafat,
la Cisgiordania è stata così suddivisa: 1) Territori di tipo A, zone ammini¬
strate dall’Autorità nazionale palestinese (Anp) e sotto il controllo di sicu¬
rezza dell’ANP; 2) Territori di tipo B, zone amministrate dall’ANP ma sotto
il controllo di sicurezza degli israeliani; 3) Territori di tipo C, zone destina¬
te a diventare palestinesi ma che venivano poste per il momento sotto l’am¬
ministrazione e il controllo di sicurezza di Israele.
23
storie come questa che mi sembrava si potesse capire meglio la
realtà di un conflitto che giorno dopo giorno si andava appro¬
fondendo e che aveva ormai minato, alle radici, le possibilità di
una convivenza pacifica fra i due popoli.
Ero venuto apposta in Palestina. Per raccontare dalTintemo
l’occupazione israeliana, nei suoi effetti concreti e quotidiani.
Lavorando infatti per un settimanale di approfondimento, 7V7,
Norberto e io avevamo sia il tempo che la possibilità di racco¬
gliere materiali filmati per delle vere e proprie features, storie di
personaggi reali e situazioni di vita quotidiana “in presa diretta”,
che restituissero meglio il senso degli eventi attraverso la sogget¬
tività dei protagonisti. Certo, il conflitto israelo-palestinese non
si esauriva lì. E, naturalmente, anche dall’altra parte della barri¬
cata c’erano situazioni e storie importanti da raccontare, con
uguali sofferenze e altrettanto dolore. L’avremmo fatto, con lo
stesso scrupolo e la stessa passione. Ma in un’altra occasione.
C’erano già sul posto troppi corrispondenti, della stampa e
della tv, costretti a lavorare con il bilancino del politically cor¬
rect. Da mesi non si poteva scrivere né raccontare nulla, se non
dosando le notizie in base a un’assurda par condicio. Col risul¬
tato che la guerra, sempre più complessa, si riduceva ormai alle
notizie politiche e alla cruda conta dei morti, purché sempre ri¬
gorosamente “bilanciata”. E l’opinione pubblica italiana, or¬
mai assuefatta, sembrava disinteressarsene.
D’altra parte, la via crucis ai check-point israeliani l’abbia¬
mo percorsa anche noi, tutti i giorni, per quattro settimane.
Esultando come bambini quando si riusciva a passare, e im¬
precando come pazzi quando i soldati ci trattenevano, a volte
per ore, nonostante il nostro accredito da giornalisti. E al
check-point di Kalandia, sotto il sole e nella polvere, ne abbia¬
mo vissute (oltre che viste) di tutti i colori.
Come quel giorno che i soldati, senza motivo, hanno deci¬
so di farci passare sotto le forche caudine riservate ai veicoli
“sospetti”. Anche se la nostra jeep aveva la scritta “Tv” stam¬
pigliata con lo scotch un po’ ovunque: sul cofano, sulle por¬
24
tiere e finanche sul tetto. “Non si sa mai”, mi aveva spiegato
Mahmoud, il nostro autista.
Era pomeriggio. D’improvviso, il check-point era stato
chiuso. E da Ramallah, quindi, non poteva uscire più nessuno.
Mahmoud aveva perciò spento il motore della macchina, men¬
tre noi cercavamo di farci notare dai soldati, con le tessere stam¬
pa bene in vista. Niente da fare. Con l’altoparlante ci venne
spiegato, per fortuna in inglese, che “per motivi di sicurezza”
non si poteva passare e che ci sarebbe convenuto tornare l’in-
domani. Di mattina, maybe. Avevo provato a insistere. Sbrai¬
tando, dal momento che i soldati stavano a 200 metri da noi.
Finché qualcuno, sempre con l’altoparlante, ci aveva invitati a
venire avanti, a piedi, uno alla volta.
Ero andato prima io. Camminavo lentamente, mani in alto.
Ma a 100 metri dalla prima postazione mi avevano bloccato.
Mi avevano invitato prima a fare un giro su me stesso, lenta¬
mente, poi mi avevano chiesto di spogliarmi. Mi ero levato il
giubbotto e la camicia, avevo mostrato il mio torace nudo, mi
ero girato di schiena ed ero tornato in posizione. E finita, ave¬
vo pensato. E invece no. Mi avevano chiesto di abbassare i
pantaloni, fino alle ginocchia, e di fare una nuova giravolta.
Solo a quel punto mi avevano fatto avvicinare al posto di bloc¬
co. Dove un soldato mi aveva spiegato molto cortesemente che
non c’era modo di passare, mentre un altro mi teneva il fucile
puntato contro. La trattativa era andata avanti per un po’, cor¬
tesemente, ma non c’era niente da fare. Ero tornato indietro e
avevamo fatto dietro front. Depressi ma anche soddisfatti, per¬
ché Norberto per fortuna aveva filmato tutta la sceneggiata.
Aggiungendo così una situazione emblematica, nella sua assur¬
dità, al nostro reportage.
Di norma, alle ambulanze della Mezzaluna Rossa andava
peggio. Non solo venivano fermate sempre a ogni check-point
e perquisite scrupolosamente, uomini e mezzi. Ma spesso veni¬
vano bloccate per ore, anche se trasportavano o andavano a
prendere feriti gravi, malati o donne partorienti. Nella viola¬
25
zione palese di tutte le convenzioni internazionali. E questo
perché, secondo gli israeliani, le ambulanze sarebbero state uti¬
lizzate a volte dai gruppi terroristici palestinesi per il trasporto
di uomini, armi ed esplosivo.
Può darsi che fosse vero. Quello però che ho visto con i miei
occhi è che decine di ambulanze sono state bloccate ingiusta¬
mente dai soldati, in situazioni in cui era palese il bisogno di per¬
sonale medico e di cure immediate: come davanti ai campi pro¬
fughi di Nablus e Tulkarem, i primi di marzo, dopo battaglie con
decine di morti e feriti. Ho anche visto dei dializzati respinti al
check-point di Kalandia, per i motivi più assurdi, e costretti a
saltare il loro turno nell’ospedale di Ramallah. Infine, mi sono
perso solo di qualche minuto il parto di una giovanissima don¬
na, la signora Fatima, che è rimasta mezza giornata ad aspettare
l’ambulanza fuori Ramallah e alla fine ha partorito per strada.
Suo figlio, Ibrahim, per fortuna sta bene. Ma il padre, Ahmed,
mi ha spiegato che quel calvario - l’attesa estenuante al check¬
point, il tono sprezzante e canzonatorio dei soldati, la corsa per
arrivare in ospedale, la paura e infine l’incubatrice - agli israe¬
liani non glielo perdonerà mai. “Perché nemmeno gli animali si
trattano così”, mi ha confessato in lacrime.
Informazione e propaganda2
Certo, in Palestina è molto difficile districarsi nel gioco
sporco della disinformazione e della propaganda di parte.
Come in tutte le guerre, naturalmente. E per un motivo molto
semplice: perché in guerra, stampa e tv sono ormai considera¬
te da entrambe le parti belligeranti una risorsa preziosa, irri¬
nunciabile, da sfruttare al massimo per condizionare l’opinio¬
2 Questo paragrafo è la rielaborazione di un mio testo già apparso nel volu¬
me collettivo L’ informazione deviata, a c. di A. Ferrari, D. De Michelis, R.
Masto e L. Scalettari, Baldini & Castoldi, Milano 2002.
26
ne pubblica internazionale. Dalla quale dipende, almeno in
parte, l’esito politico del conflitto.
Il discorso vale soprattutto per chi lavora con le immagini:
fotografi e giornalisti della televisione. Fin dall’inizio infatti, da
quando cioè è scoppiata la seconda Intifada, il 27 settembre
del 2000, questo nuovo conflitto israelo-palestinese si è subito
trasformato in una “guerra per immagini”, per molti aspetti
più importante della guerra vera. E il risultato è che tutti i pro¬
duttori di immagini sono stati arruolati (più o meno) inconsa¬
pevolmente come “soldati dell’informazione”, con il compito
preciso di veicolare senso e produrre consenso a vantaggio del¬
l’uno o dell’altro belligerante.
Chi non si ricorda del piccolo Mohammed, il bambino pa¬
lestinese ucciso a Gaza il 30 settembre del 2000 durante una
manifestazione di piazza, mentre suo padre tenta invano, di¬
speratamente, di fargli scudo con il proprio corpo? Ebbene,
quell’immagine ha fatto il giro del mondo ed è diventata l’ico¬
na più amata dell’Intifada. Ha ispirato decine di poster, libri di
scuola, canzoni e francobolli, nel mondo arabo ma anche in
Occidente. E la propaganda palestinese l’ha sfruttata abilmen¬
te. Non a caso, pur essendo mutato il contesto militare - so¬
prattutto per l’irruzione sulla scena dei kamikaze - si è conti¬
nuato a credere per lungo tempo che l’Intifada fosse solo e
nient’altro che la “guerra delle pietre”, combattuta dal piccolo
David contro il gigante Golia.
Israele ha subito dichiarato guerra a quell’icona. Negando
fino alla nausea che fossero stati i suoi soldati a sparare sul pic¬
colo Mohammed. E sfruttando i giornalisti amici per ribaltare
la dinamica dei fatti e insinuare il dubbio che quella morte fos¬
se da attribuire a “fuoco amico”, cioè palestinese. Per mesi,
stampa e tv israeliane si sono accanite sulla “barbarie” dei pa¬
lestinesi e sull’uso “politico” che facevano dei loro bambini.
Insinuando che questi genitori snaturati mandassero apposita¬
mente a morire i loro figli, “per fare le vittime”. “Se non vo¬
gliono veramente vederli morire” mi spiegò un giorno, serissi¬
27
ma, una mia amica di Gerusalemme “non hanno che da tener¬
seli a casa, ben stretti. Come farebbe qualsiasi mamma”.
In questo contesto avvelenato venne bloccata sul nascere
l’inchiesta di un giornalista inglese che, dopo mesi di lavoro,
era riuscito a scovare e intervistare il soldato druso israeliano
dal cui fucile era partita la raffica che aveva ucciso il piccolo
Mohammed. Il suo giornale, il «Times», si rifiutò di pubbli¬
carla, con pretesti assurdi. E il giornalista, giustamente indi¬
gnato, fu costretto a dimettersi3.
A parti invertite, si è giocata la stessa guerra di propagan¬
da sulle immagini dei vari linciaggi di piazza organizzati dai
palestinesi. Le prime, le più famose, furono quelle girate il 12
ottobre del 2000 a Ramallah dall’operatore palestinese di Me¬
diaset che accompagnava Gabriella Simoni di Studio Aperto e
Anna Migotto di Rete 4. Due soldati israeliani vennero cattu¬
rati durante un fallito blitz e linciati dalla folla. Per di più, il
fatto avvenne davanti a una sede della polizia dell’ANP, che
non mosse un dito. Nelle immagini, raccapriccianti, si vedo¬
no i due corpi scaraventati giù da una finestra e dati in pasto
alla folla, che si accanisce su di loro, ancora vivi, fino all’ulti¬
mo respiro.
Anche queste immagini fecero il giro del mondo, susci¬
tando il giusto sdegno. E gli israeliani incassarono una prima,
grande vittoria mediatica, dimostrando che i palestinesi non
erano affatto degli “agnellini”, anzi combattevano una guerra
brutale e senza esclusione di colpi.
Non a caso, l’operatore palestinese che girò quelle immagi¬
ni - per dovere e diritto di cronaca, com’era giusto - dovette
darsi alla macchia e sparire per molto tempo. La sua “neutrali¬
tà” non gli venne mai perdonata, secondo la logica assurda -
5 II giornalista in questione si chiama Sam Kiley e all’epoca era corrispon¬
dente dal Medio Oriente per il «Times». E stato lui stesso a rivelare que¬
sta e altre pesanti censure esercitate dal suo editore, Rupert Murdoch, in¬
timo amico del primo ministro israeliano Ariel Sharon. Si veda a questo
proposito l’articolo apparso sul «The Guardian» il 20 febbraio 2003.
28
almeno per noi che facciamo informazione - che i panni spor¬
chi vadano sempre lavati in famiglia, senza mai mostrarli in
pubblico. Da allora, tutte le immagini “scomode” sono sparite
dai circuiti internazionali. Decine di cittadini palestinesi sono
stati giustiziati per presunti atti di “collaborazionismo” con gli
israeliani. Scene terribili, di uomini e donne, giovani e anziani,
impiccati senza alcuna pietà nelle pubbliche piazze, oppure
freddati platealmente con un colpo di pistola alla tempia. Ma
queste scene erano destinate solo ai presenti e all’opinione
pubblica interna, con l’intento di “educarla”. E rullini e cas¬
sette sono stati poi sistematicamente sequestrati dalle autorità
palestinesi, in modo da non infangare agli occhi dell’opinione
pubblica mondiale la purezza dell’Intifada.
Lavorare in un contesto così carico di implicazioni politi¬
che, dove ogni avvenimento è sfruttato a fini di propaganda,
amplificato oppure depotenziato, non è facile. Richiede uno
sforzo continuo e una certa abilità, per sottrarsi ai condizio¬
namenti più o meno sottili che vengono esercitati dall’una e
dall’altra parte. Ma soprattutto c’è bisogno di una grande
professionalità, vale a dire di una conoscenza il più possibile
approfondita degli uomini, dei fatti e delle situazioni di cui si
intende parlare. Senza cedere alla fretta, che in guerra è sem¬
pre una cattiva consigliera. Tanto più se lavori con le imma¬
gini, che mai come in questi casi ti possono ingannare.
Due esempi, per chiarire. Un giorno siamo arrivati a Na¬
blus, dove gli israeliani avevano occupato in forze il campo
profughi di Balata, incontrando una grossa resistenza. I tank
presidiavano l’entrata del campo, mentre i soldati stavano en¬
trando, un gruppo dopo l’altro, per i soliti rastrellamenti. Per
strada sembrava non esserci nessuno, anche se dalle raffiche
isolate si capiva che la battaglia non era finita. Abbiamo de¬
ciso di avvicinarci. C’era un lungo viale scoperto da attraver¬
sare. L’abbiamo percorso in fila indiana, molto lentamente,
col fiato sospeso, e per fortuna a nessuno è venuto in mente
di spararci addosso.
29
Nel campo erano appena arrivati altri colleghi: Nazeh
Darwazeh, cameraman palestinese della Associated Press4, e
tre altri operatori, della Reuters e di due tv locali. I segni del¬
la battaglia erano evidenti: case distrutte, buche scavate da
missili o granate, pianti sommessi dall’interno delle case.
L’arrivo delle telecamere ha subito cambiato la situazione.
D’un tratto, donne e bambini sono scesi per strada, e fra
pianti e urla hanno cominciato a inveire contro i soldati israe¬
liani. Una scena classica. Di quelle che si vedono in tutti i tea¬
tri di guerra. Peccato però che fosse finta, costruita cioè ad
arte, per gli occhi esterni che l’avrebbero guardata attraverso
le nostre telecamere.
A dirigere il tutto c’era infatti una signora molto dinamica,
velata ma con tanto di telefonino. Era lei a organizzare sapien¬
temente i movimenti della piazza, spingendo le donne a urlare e
a inveire, sempre guardando in camera, mentre col cellulare
chiamava a raccolta altra gente (e probabilmente riferiva ai suoi
capi i movimenti dei soldati israeliani). Certo, le nostre immagi¬
ni erano belle, forti ed eloquenti. Sullo sfondo c’erano le case di¬
strutte, davanti i bambini in lacrime, al microfono la disperazio¬
ne delle mogli. Ma messe in onda così, sarebbero state immagi¬
ni menzognere. Falsate a monte. Dall’arte della propaganda.
Ci è capitato anche con gli israeliani. Qualche mese prima,
a Gaza, con Norberto stavamo lavorando a un reportage sulle
conseguenze economiche dell’Intifada. A farci gentilmente da
guida si era prestato un colonnello di Tsahal. Che ci aveva con¬
sentito di filmare liberamente alla barriera di Erez e alla doga¬
na di Kami. C’era un discreto andirivieni di camion, con frut¬
4 Nazeh Darwazeh è stato ucciso proprio a Nablus il 19 aprile 2003, durante
un’incursione dell’esercito israeliano. Secondo un’inchiesta condotta dalla
giornalista israeliana Amira Hass, corrispondente nei Territori Occupati del
quotidiano «Haaretz», Darwazeh stava filmando gli scontri scoppiati quel
giorno fuori dalla casbah, dotato di un giubbotto antiproiettile giallo con la
scritta “Press” stampigliata sopra, a grandi lettere, quando è stato raggiunto
in volto dal fuoco esploso “di proposito” da un blindato israeliano.
30
ta, verdura e carne, sia in entrata che in uscita. E c’era invece
pochissima gente in transito, a parte qualche curioso e i soliti
giornalisti. A una decina di chilometri dalla barriera, nella zona
industriale, abbiamo intervistato alcuni imprenditori, che in
barba alla guerra continuavano a lavorare, impiegando centi¬
naia di palestinesi. Grazie al loro salario, questi operai riusci¬
vano a mantenere tutta la famiglia.
Quel servizio non è mai andato in onda. Quello che aveva¬
mo visto era infatti vero ma abbondantemente “addomestica¬
to”. Dall’inizio della guerra, la Striscia di Gaza è stata infatti
strangolata sul piano economico dagli israeliani, che ne hanno
bloccato gli approvvigionamenti alimentari dall’esterno. E i ca¬
mion che avevamo visto erano solo una bella “vetrina”, allesti¬
ta per noi giornalisti. Così come le fabbriche (di scarpe, se non
ricordo male) e i loro imprenditori illuminati: erano gli unici ri¬
masti a lavorare, mentre il 90% delle attività israeliane con ma¬
nodopera palestinese avevano in realtà chiuso i battenti, per
punire gli operai che avevano osato ribellarsi con l’Intifada.
Tutto questo l’abbiamo scoperto da soli, mentre il quadro for¬
nitoci dagli israeliani era invece idilliaco. C’era semmai lo
spunto per un’inchiesta interessante sulla guerra delle cifre, fra
palestinesi e israeliani. Ma avrebbe richiesto un lavoro supple¬
mentare. E noi purtroppo dovevamo ripartire.
I bambini di Rafah
Lavorare con le immagini dà grandi soddisfazioni ma richie¬
de un’attenzione particolare. Lo ammettono i diretti interessati
- fotografi, registi e cameraman - ma lo denunciano da tempo,
e con sempre maggior foga, esperti e studiosi dei media5. Posso
5 II libro più celebre sull’argomento è forse quello di Karl R. Popper (Cattiva
maestra televisione, a c. di G. Bosetti, “Reset”, Marsilio, Venezia 2002), in
cui il filosofo viennese chiede polemicamente l’introduzione di una “paten-
31
confermarlo anch’io, che del fascino della telecamera sono stato
una vittima al punto da tradire da un giorno all’altro la carta
stampata per la televisione, solo perché qualcuno mi aveva mes¬
so in mano una piccola ma straordinaria Video 86.
Troppe volte mi ero trovato in situazioni in cui la scrittura
mi sembrava insufficiente, imprecisa, inadeguata a raccontare
tutti i dettagli, i gesti, gli sguardi, per non parlare dei giochi di
luce, dei colori e delle atmosfere irripetibili di un evento im¬
portante. Ovviamente era un problema mio e basta. Innanzi¬
tutto perché la mia scrittura non era all’altezza delle situazioni;
e poi perché subivo, fortissimo, il fascino delle immagini in mo¬
vimento. Ai miei occhi solo le immagini erano in grado di resti¬
tuire, se non intatta quantomeno in modo più eloquente, la ma¬
gia degli eventi e la loro unicità. Ed è con questa idea fissa che
ho cominciato a lavorare come giornalista televisivo.
Col tempo ho poi imparato che il potere delle immagini va
gestito con cura, per non sciuparlo. E che ci sono molte rego¬
le da rispettare, professionali ed etiche. Le regole del buon
giornalismo e non solo. Perché in televisione sono le immagini
a prevalere sulle parole, con un impatto emotivo immediato,
che finisce per annullare la distanza fra il pubblico e gli eventi.
Non c’è più la mediazione del giornalista, almeno secondo il
modello che caratterizza la carta stampata. E questo impone a
chi fa informazione in tv un uso accorto e corretto delle imma-
te” per chi fa televisione. Grandi polemiche suscitò anche Sulla televisione,
del sociologo francese Pierre Bourdieu (Feltrinelli, Milano 1997). Di grande
interesse anche le riflessioni di Susan Sontag: oltre al già citato Davanti al do¬
lore degli altri, si veda anche Sulla fotografia (Einaudi, Torino 1973). Stermi¬
nata è infine la produzione letteraria in materia di Jean Baudrillard (si veda
in particolare La guerra del golfo non avrà mai luogo, in M. Perniola, Guerra
virtuale e guerra reale. Riflessioni sul conflitto del Golfo, Associazione cultu¬
rale Mimesis, Milano 1991, e Lo spirito del terrorismo, Raffaello Cortina, Mi¬
lano 2002) e di Paul Virilio (in particolare La strategia dell’inganno, Asterios,
Trieste 2000).
6 Si veda più oltre, nel quarto capitolo, il paragrafo Vizi e virtù delle piccole
telecamere.
32
gini. Che devono saper raccontare e spiegare, senza mai con¬
fondere o mistificare.
Non è ovvio. La forza espressiva di una sequenza televisi¬
va è straordinaria. Unica. Vive di luce propria, non è media¬
ta dalle parole. Come dice Susan Sontag a proposito della fo¬
tografia: “Le intenzioni del fotografo non determinano il si¬
gnificato della fotografia, che avrà vita propria, sostenuta dal¬
la fantasia e dalle convinzioni delle varie comunità che se ne
serviranno”.
Questo vale anche per le immagini in movimento. Ma pro¬
prio per questo la televisione va fatta con molta cautela. So¬
prattutto in guerra. Ci sono immagini che servono a non di¬
menticare. E ci sono immagini, invece, a cui è giusto rinuncia¬
re. L’importante è che il giornalista non si faccia scavalcare (e
quindi usare) dalla tecnologia, dall’intrinseca potenza dei mez¬
zi di cui dispone. Riuscendo sempre a ristabilire la giusta pro¬
spettiva degli eventi, senza rincorrere a tutti i costi il sensazio¬
nalismo, a scapito finanche della verità.
Invece, ogni giorno tantissime situazioni vengono ripro¬
dotte ad arte, per l’uso televisivo. Succede anche in campo in¬
formativo. Ci sono eventi che vengono ricostruiti ex-post, per
ricrearne un’autenticità che in realtà hanno perso irrimedia¬
bilmente: dialoghi, gesti, movimenti, perfino battaglie. E ci
sono finte interviste live, ma in differita, in cui i protagonisti
vengono riportati sul luogo dell’evento, fingendo che sia an¬
cora in corso. E capitato a tutti, anche a me. Ma non si riflet¬
te mai abbastanza sulle conseguenze di un meccanismo in cui
il giornalista rischia di perdere credibilità, dal momento che
il pubblico non riesce più a capire dov’è la differenza fra ve¬
rità e finzione.
In guerra, questa leggerezza professionale può diventare
un handicap. Perché è proprio su questa possibilità tecnica -
la produzione di immagini ad hoc - che fa leva la macchina del¬
la propaganda. Ben sapendo che in televisione sono le imma¬
gini e non le parole a veicolare il messaggio. Se il giornalista usa
33
normalmente delle immagini finte, “taroccate” - si chiede l’ad¬
detto stampa di turno - perché non possiamo fornirgliele di¬
rettamente noi? O aiutarlo a confezionarle?
C’è poi un altro aspetto, per nulla secondario. In fondo è il
paradosso della televisione, che non è soltanto un prodotto da
guardare ma anche una “vetrina” in cui apparire. Il pubblico,
infatti, sta sia davanti che dietro l’apparecchio7. E questo sca¬
tena una mania di protagonismo esagerata, che altera molte si¬
tuazioni reali e non può che nuocere al lavoro giornalistico. So¬
prattutto in zone di guerra, dove l’arrivo di una o più teleca¬
mere troppo spesso finisce per creare gli eventi bellici. Oppure
ne condiziona tempi e modalità, in base alle esigenze assurde
della televisione. Con effetti a volte terribili, che solo un cinico
potrebbe apprezzare.
E capitato anche a me a Gaza, nel 2001, qualche mese
dopo l’inizio della seconda Intifada. Con Norberto Sanna sta¬
vamo visitando il campo profughi di Rafah, nell’estremo nord
della Striscia, al confine con l’Egitto. Si sparava tutti i giorni.
Le postazioni israeliane erano state spostate proprio all’interno
del campo, a ridosso delle case, ufficialmente per contrastare i
cecchini palestinesi che sparavano sull’insediamento più vici¬
no. E la battaglia era quotidiana. Uno stillicidio che colpiva so¬
prattutto i bambini. Sedici piccole vittime in cinque mesi.
L’ultima si chiamava Ahmed, dodici anni, colpito in fronte
da una pallottola vagante mentre se ne stava davanti al porto¬
ne di casa. Per i suoi coetanei era diventato un idolo. E la sua
foto, con in fronte il drappo verde dei martiri dell’Islam, tap¬
pezzava tutti i muri di Rafah.
Quando io e Norberto siamo arrivati su quella che era di¬
ventata l’ultima linea del fronte, non c’era nessuno. Solo sac¬
chetti di sabbia posti di traverso sulla strada, a formare una
doppia barricata. E tutto attorno i segni degli scontri. Muri
7 Si veda A. Papuzzi, Professione giornalista, Donzelli, Roma 1998, in par¬
ticolare p. 146 e ss.
34
sfregiati dalle raffiche di mitra, vetri infranti, negozi chiusi. In
fondo, a 200 metri da lì, la bandiera con la stella di David in¬
dicava la postazione più avanzata dell’esercito israeliano. Che
dall’alto di una torretta controllava la situazione.
Non era il caso di avvicinarsi. Il giorno prima, una giorna¬
lista di Al Jazeera, che si era avventurata oltre i sacchetti di sab¬
bia per uno stand up, era stata ferita a un piede. Senza motivo.
Per evitare rischi inutili ce ne stavamo perciò addossati al
muro, sotto un portico. A filmare la desolazione dei luoghi. E
il loro silenzio surreale.
Non avevamo però fatto i conti con i bambini di Rafah.
Che dal mercatino vicino si sono spostati verso di noi, prima
incuriositi e poi eccitati dalla telecamera. E successo tutto in
fretta. Hanno cominciato a urlare contro i soldati, da lontano.
Poi, dopo le prime raffiche di mitra, sparate ad altezza d’uomo
ma senza mirare, i bambini si sono nascosti dietro i sacchetti di
sabbia. Senza tirare pietre o altro, ma rispondendo a ogni col¬
po con una salva di fischi. Fischiavano, con aria canzonatoria,
e nello stesso tempo guardavano in direzione della telecamera.
Volevano essere immortalati con l’immancabile mano chiusa a
V, in segno di vittoria.
La prima granata si è infranta sui sacchetti di sabbia. Ap¬
pena dietro di loro. Poi ne sono arrivate altre. Tre o quattro.
Ed è stato il panico. Nel fuggi fuggi generale due bambini sono
stati feriti, colpiti dalle schegge. Per fortuna non gravemente.
Al rientro in albergo, sia io che Norberto ci siamo sentiti tur¬
bati. Ne abbiamo discusso e ci siamo convinti che forse, senza
la nostra telecamera, la situazione sarebbe rimasta tranquilla. Il
giorno dopo, tornando per caso sugli stessi luoghi, Norberto
ha evitato di imbracciare la telecamera e l’ha tenuta sempre
bassa, spenta. C’era lo stesso gruppo di bambini, in attesa. Ma
non è successo niente.
33
La rabbia di Miriam
Se un giorno Miriam dovesse leggere queste righe, sono si¬
curo che arrossirebbe. Leggermente, con grazia. Come le acca¬
de già adesso, davanti alla telecamera. Non l’hanno “sciolta”
né le mie battute, né la confidenza che pure avevo con Amjad,
suo padre, e che ho esibito come un biglietto da visita speran¬
do di metterla a suo agio. Non è servito a granché. Forse per¬
ché in quel periodo, quando l’ho conosciuta e frequentata, Mi¬
riam era arrabbiata. Profondamente arrabbiata. E questa rab¬
bia le veniva fuori a vampate improvvise, tutte le volte che par¬
lava della sua nuova vita a Ramallah, in Palestina.
Miriam ha un padre palestinese e una madre italiana. Dopo
una vita passata in Italia, tutta la famiglia si è trasferita a Ra¬
mallah per lavoro. Da architetto pianificatore e plurilingue, al¬
l’inizio Amjad non ha avuto difficoltà a trovare delle buone
consulenze per i vari organismi internazionali che operavano in
Cisgiordania. Del resto, a Ramallah lui conosce tutti: dal presi¬
dente Arafat, che lo coccola come un figlio, all’ultimo dei bari¬
sti, soprattutto se serve un ottimo caffè espresso.
Ma è durato poco. Prima l’Intifada e poi l’occupazione israe¬
liana dei Territori hanno finito infatti per congelare molti pro¬
getti internazionali, nati con gli accordi di pace e seppelliti in
fretta, costringendo il mio amico Amjad ad arrangiarsi come tut¬
ti gli altri palestinesi, anche se da anni è cittadino italiano. Lui
non si è mai dato per vinto. E negli ultimi tempi ha rispolverato
quella che forse era una sua vecchia passione: lavorare con e per
la. stampa internazionale, in particolare quella italiana, in qualità
di giornalista, interprete, consulente, producer e quant’altro può
essere utile in Palestina. Sfruttando la sua perfetta conoscenza
dei Territòri, i suoi contatti e la sua vivida intelligenza.
Con Norberto e Raffaele abbiamo frequentato casa sua per
qualche settimana. Approfittando e abusando della cortesia (e
anche dell’ottima cucina) della moglie Antonella. E familiariz¬
zando inoltre con la più grande delle sue due figlie, Miriam. La
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quale è diventata anche la protagonista di un nostro reportage.
Per caso. Solo perché abbiamo scoperto, parlandone prima
con Amjad e poi con lei, che la sua realtà quotidiana era il sim¬
bolo perfetto dell’assurda condizione palestinese nei Territori
sotto occupazione israeliana.
La vita di Miriam è un piccolo inferno. Lo dico senza reto¬
rica. Che vita è mai quella di una ragazzina che cambia scuola
ogni tre mesi, perché i soldati al check-point le impediscono di
raggiungerla con continuità; che ogni mattina si ritrova a far la
conta dei compagni che sono in classe e di quelli che mancano,
assenti per un giorno oppure per sempre; che non può uscire
a giocare, nemmeno nel cortile di casa, ed è costretta a vivere
barricata fra quattro mura, guardando i bollettini di guerra tra¬
smessi dalla tv; che di notte dorme per terra, sotto l’arco della
cucina, perché il padre le ha spiegato che è il posto più sicuro,
a prova (si spera) anche di cannonate; e che infine si sveglia e
si addormenta da mesi fra raffiche di mitra, colpi di granate e
il rombo degli elicotteri? Beh, se tutto questo non è l’inferno,
allora è meglio non parlare di religione con i ragazzini.
In ogni caso, il racconto di Miriam mi ha colpito molto. A
differenza di molti suoi coetanei palestinesi, Miriam ha infatti
mantenuto sempre, nei suoi racconti, una grande dignità. Ed
elencandomi una dopo l’altra le varie “stazioni” di questa sua as¬
surda vita a ostacoli, non si è mai lamentata. Né ha recitato la
parte della vittima, come fanno molti palestinesi quando parlano
di sé e danno la colpa di tutto agli altri, i soliti israeliani. Natu¬
ralmente Miriam non sa nulla di politica. Ma è arrabbiata, e mol¬
to, perché la vita che fa, da quando la sua città è stata occupata,
non è quella che vorrebbe e a cui sa di aver diritto. “L’Italia è bel¬
la e ci tomo volentieri” mi ha spiegato una volta “ma la mia cit¬
tà è Ramallah e io la amo. Mi piace camminare per strada, mi pia¬
ce andare a scuola di Corano, mi piace tutto qui. Spero solo che
la guerra finisca, e che tutto possa tornare come prima”.
Prima di partire ho visto Miriam nella hall dell’hotel City
Inn dove alloggiavamo. Una sera Amjad era arrivato lì di corsa
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portandosi dietro tutta la famiglia. Era visibilmente preoccu¬
pato. Correva voce che gli israeliani quella notte sarebbero en¬
trati in città per debellare ogni resistenza armata all’occupazio¬
ne. Purtroppo casa sua si trovava in un quartiere a rischio,
dove di sicuro ci sarebbe stata battaglia. Per sicurezza, quindi,
aveva deciso di portare la famiglia in albergo. A casa c’era il pe¬
ricolo di non riuscire a chiudere occhio.
Non successe nulla. E la mattina presto Amjad riportò la
famiglia a casa. Ricordo di averlo salutato mentre saliva in mac¬
china, con il sorriso sulle labbra per lo scampato pericolo e
l’impegno a rivederci l’indomani, per lavoro. Fu l’ultima volta
che lo vedemmo. Perché gli eventi precipitarono. Dalla notte
successiva, quando i carri armati israeliani circondarono im¬
provvisamente l’hotel City Inn. Iniziava così la lunga battaglia
di Ramallah. Che noi - Raffaele, Norberto e io - abbiamo vis¬
suto in prima persona.
Hotel City Inn
Non ci sono alberghi costruiti per i giornalisti. Ci sono
però, soprattutto in zone di guerra, degli alberghi che i giorna¬
listi eleggono a propri e che tali restano per sempre, anche a
guerra finita. A volte possono essere delle catapecchie, non
avere l’acqua calda in camera o i vetri alle finestre; ma questo
non scoraggia la tribù dei mass media. Per noi, quello che con¬
ta è che ci sia un ristorante dove poter mangiare, magari anche
male ma a tutte le ore; e soprattutto che ci sia un bar dove af¬
fogare nell’alcol le fatiche della giornata e incontrare con un
minimo di riservatezza i vari esponenti delle tribù autoctone
che popolano anch’esse il mondo della guerra: autisti, inter¬
preti, informatori, politici, faccendieri, cooperanti, funzionari
internazionali e magari qualche bella donna.
L’hotel City Inn di Ramallah non presentava all’inizio nes¬
suna di queste caratteristiche. L’alcol era bandito - immagino
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dipendesse dai militanti di Hamas che si ritrovavano spesso in
una sala a pianterreno -, il ristorante serviva solo la colazione
e nella hall, troppo moderna, non c’era verso di appartarsi con
nessuno. In più era vuoto: l’avevano costruito in previsione
delle sorti “magnifiche e progressive” della città ma in giro non
c’erano più clienti disposti a crederci. A parte i giornalisti, che
da un giorno all’altro, per tutta una serie di coincidenze, ave¬
vano stabilito il loro campo base al City Inn, ridandogli un bar¬
lume di futuro.
E un po’ quello che è successo a Baghdad, con l’hotel Pa¬
lestine. Che si è ritrovato nell’ultima guerra in Iraq a dover so¬
stituire il più blasonato Rashid - quello di Peter Arnett, ai tem¬
pi della prima guerra del Golfo, nel ’91 - solo perché il co¬
mando americano aveva decretato che quest’ultimo era da con¬
siderarsi obiettivo militare. La fortuna del City Inn è da adde¬
bitare invece alla sua posizione: sta sulla strada più breve per
uscire da Ramallah, verso Gerusalemme; e soprattutto è a
meno di 300 metri dal campo profughi di Al Amari, che è con¬
siderato il centro nevralgico della resistenza palestinese.
Di quest’ultimo vantaggio abbiamo approfittato poco. Per¬
ché nella notte fra I’ll e il 12 marzo 2002 gli israeliani hanno
deciso di attaccare in forze il campo di Al Amari. E com’è suc¬
cesso nel 2003 a Baghdad con l’hotel Palestine, hanno deciso
anche di sparare alla cieca sull’albergo dei giornalisti. Senza uc¬
cidere nessuno, per fortuna, ma chiarendo cori estrema effica¬
cia che non volevano la stampa fra i piedi e che da quel mo¬
mento era meglio se ce ne stavamo alla larga dalle loro opera¬
zioni militari. Non scherzavano. E l’hanno poi dimostrato.
I primi carri armati li abbiamo sentiti verso mezzanotte.
Sono calati come avvoltoi dall’insediamento di Bisagot, hanno
costeggiato il nostro albergo e si sono posizionati all’entrata del
campo di Al Amari. Ci siamo svegliati un po’ tutti, perché il ru¬
more dei cingoli è inconfondibile: sinistro e assordante. Nor¬
berto è venuto con la sua telecamera nella mia stanza, perché
la visuale era migliore. Stavamo al quinto piano e il campo pro¬
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fughi di Al Amari si stendeva davanti ai nostri occhi, immerso
ancora per poco nel sonno. Abbiamo provato a telefonare per
avere notizie di Amjad e sapere se c’erano altri tank in città.
Niente da fare. Eravamo isolati.
L’attacco è iniziato con l’arrivo degli elicotteri. Mentre dal¬
l’alto i missili colpivano una dopo l’altra le case, i tank hanno
aperto un varco nella ridicola barriera posta all’entrata - qual¬
che copertone e un paio di blocchi in cemento - e sono pene¬
trati nel campo, seguiti dai soldati a piedi. Dalle nostre finestre
sentivamo nitidamente il rumore delle esplosioni e le raffiche
rabbiose di risposta. Nell’ombra abbiamo intravisto una lunga
fila di combattenti palestinesi che approfittava delle tenebre
per allontanarsi dal campo verso il centro della città. Non fos¬
se stato così buio, avremmo visto molto di più e meglio. Ma
non c’era da lamentarsi. Telecamere e macchine fotografiche
potevano comunque lavorare. La posizione era buona. Anche
troppo, devono aver pensato gli israeliani.
Lo sapevano tutti, anche loro, che la stampa intemazionale
presente in quei giorni a Ramallah alloggiava all’hotel City Inn.
E, d’altronde, in bella mostra all’entrata dell’albergo, sulla stes¬
sa strada percorsa prima dai tank, c’erano almeno cinque o sei
fuoristrada con la scritta “Press” o “Tv” stampigliata sopra, a
lettere cubitali. Per questo nessuno di noi si è preoccupato quan¬
do, passata ormai l’una di notte, due tank e un blindato si sono
posizionati sotto l’albergo, puntando cannoni e mitragliatrici
nella nostra direzione. Sono rimasti lì buoni per un po’, mentre
noi, stupidamente, ce ne stavamo affacciati alle finestre a filma¬
re, fotografare e commentare la situazione. Sicuri di non correre
alcun rischio. Eravamo al buio, certo, ma ben visibili. Se non al¬
tro ai soldati israeliani, che sono dotati di ottimi visori notturni.
Ma perché mai avrebbero dovuto sparare sui giornalisti?
L’esperienza ci insegnava che in guerra gli hotel dei giornali¬
sti rappresentano una specie di santuario: una zona franca che i
belligeranti rispettano per tacita convenzione. Non perché cre¬
dano nel ruolo positivo e democratico della stampa indipenden¬
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te. Piuttosto per uno strano pudore. E anche, forse soprattutto,
per evitare inutili rogne. In ogni caso, con gli israeliani non c’e¬
rano mai stati grossi problemi. Qualche angheria, sì, un malce¬
lato disprezzo - perché, a loro modo di vedere, la stampa euro¬
pea è troppo fìlopalestinese - ma nessun pericolo serio.
In realtà, il loro atteggiamento era stato chiarissimo: niente
giornalisti in zona di operazioni militari e niente immagini. Era
stato così a Nablus, a Jenin, a Tulkarem. E non c’era mai stato
verso di superare legalmente i loro check-point. Per entrare a
Nablus abbiamo dovuto fare i salti mortali, vagando per ore fra
stradine di campagna e sentieri sterrati. Ma una volta arrivati
in città, gli israeliani ci avevano lasciato lavorare più o meno
tranquillamente.
Che stavolta non sarebbe stato così l’ho capito alla prima
raffica. Che ha centrato il doppio vetro della mia stanza, finen¬
do sulla parete. Per fortuna ero sdraiato sul letto a telefonare.
Mentre mi rotolavo a terra, sorpreso, ho sentito un gran fra¬
casso di vetri rotti che veniva dal patio centrale e, subito dopo,
le urla e le imprecazioni dei fotografi e degli operatori che sta¬
vano lì a filmare. La confusione era totale. Ho sentito la voce
di Norberto che mi cercava: tutto a posto, lui stava bene, io
pure. A parte lo spavento. Raffaele abbiamo invece dovuto sve¬
gliarlo, perché la sua stanza dava sul retro dell’albergo e lui
non aveva sentito nulla.
Ma gli spari non erano finiti. Altre raffiche, alternate a una
pioggia fitta di colpi secchi, come al tiro a segno. Che hanno
bucherellato le finestre di diverse stanze, la grande vetrata sul¬
la tromba delle scale e le cisterne d’acqua sul tetto. A poco a
poco ci siamo ritrovati ammassati tutti nel patio, sdraiati a ter¬
ra; mentre dai piani superiori, e non capivo come, arrivava un
fiume d’acqua che ci cascava addosso, inzuppando la moquet¬
te. Eravamo una trentina: con noi, unici italiani, c’erano colle¬
ghi della Cnn, Reuters, Associated Press, Afp, della tv egizia¬
na e un gruppo di fotografi francesi.
Passavano i minuti - cinque, dieci, quindici - e la pioggia
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di proiettili non accennava a finire. Una telecamera è stata cen¬
trata proprio sull’obiettivo ma per fortuna era fissa sul caval¬
letto, senza l’operatore dietro. Ci muovevamo carponi, cercan¬
do ogni tanto di sbirciare fuori. Per capire e magari per fare
qualche ripresa. Ma i soldati sembrava si divertissero. A un cer¬
to punto, approfittando di un attimo di calma, ho cercato di ri¬
entrare in stanza. Avevo una voglia matta di fumare. E stavo
per pagarla cara. Due spari, di cui uno mi ha sfiorato la testa
prima di conficcarsi nel muro. Conservo ancora il bossolo,
come ricordo. Se non sbaglio, me l’ha regalato Norberto.
Verso le due, due e mezzo, il tiro al piccione è finito. Con
le ossa rotte ci siamo rialzati, cercando di fare il punto della si¬
tuazione. Non c’erano stati feriti. E a parte la telecamera cen¬
trata in pieno, non c’erano stati altri danni. Per noi. L’albergo
invece sembrava messo peggio. Diverse finestre fuori uso, vetri
ovunque, muri sbrecciati, acqua dappertutto. La furia dei sol¬
dati si era sfogata solo sul nostro piano. E sul tetto. Per il resto,
il City Inn era intatto. Una coincidenza quantomeno sospetta.
E che non faceva ben sperare per i giorni a venire. Comunque,
per quanto stravolti, abbiamo deciso di dormirci su. Vestiti,
con i materassi spostati a terra, e lontani dalle finestre.
I soliti cecchini
Sempre la stessa storia. Quando l’esercito spara sui giorna¬
listi è sempre “per errore”. Dappertutto, in qualsiasi guerra.
Tant’è che alla moglie di Josè Souto, il cameraman di Telecin-
co ucciso a Baghdad da una cannonata sparata dai soldati ame¬
ricani contro l’hotel Palestine8, è stata data la stessa, identica ri¬
8 L’8 aprile scorso un carro armato Abraham dell’esercito USA sparò un
proiettile da 120 metri sull’hotel Palestine, che ospitava buona parte della
stampa internazionale presente a Baghdad, uccidendo due cameraman,
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sposta che ha dato a noi, la mattina del 12 marzo, il portavoce
dell’lDF, l’esercito israeliano. “Siamo molto spiacenti, signori,
ma c’erano dei cecchini appostati sul tetto dell’albergo dai
quali avevamo il diritto di difenderci”.
Più che una risposta, sembra un copione. Una filastrocca
che i generali imparano a memoria, per casi del genere. In real¬
tà non c’era nessun cecchino la notte fra l’l 1 e il 12 marzo 2002
sul tetto dell’hotel City Inn di Ramallah, così come non c’era¬
no cecchini sul tetto dell’hotel Palestine di Baghdad la mattina
dell’8 aprile 2003. Non li ha visti nessun giornalista. E se noi a
Ramallah eravamo solo una ventina, a Baghdad ce n’erano più
di cento. Tutti ciechi e sordi, oppure collusi con il nemico? E
lecito dubitarne. Anche perché sia il City Inn che il Palestine
sono edifici isolati, monoblocco, che non offrono un riparo
adatto ai cecchini. I quali preferiscono operare in un contesto
urbano, meglio ancora nei quartieri popolari - come succede¬
va ad esempio durante la guerra in Bosnia - così da avere mol¬
teplici vie di fuga.
E poi ci sono i filmati, di entrambe le situazioni. Nei nostri
non si sente alcuno sparo che non provenga da di fronte, do-
v’erano posizionati i tank israeliani. Su Baghdad, ce n’è invece
uno girato da un free-lance francese, che l’ha poi venduto a
France 3, in cui si vede perfettamente il tank americano che
gira lentamente la torretta verso il Palestine, muove il cannone,
prende la mira e spara contro il quattordicesimo piano. Il tut¬
to avviene nel silenzio più assoluto, in un paio di minuti, senza
che ci sia traccia di fuoco nemico.
l’ucraino Taras Protyusk (Reuters) e lo spagnolo Josè Souto (Telecinco), e
ferendo gravemente tre giornalisti della Reuters. Il comando americano so¬
stenne subito che si era trattato di “legittima difesa” contro il fuoco nemi¬
co e non a caso, a conclusione di un’inchiesta interna, l’equipaggio del
tank e il suo comandante sono stati assolti. Secondo un’indagine promos¬
sa invece dal Committee to Protect Journalists, i generali americani sape¬
vano che quell’edificio era un albergo occupato dai giornalisti ma non ave¬
vano avvisato il comandante del tank.
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La verità è che non ci volevano fra i piedi. Non volevano
ficcanaso né testimoni scomodi. E stato lo stesso portavoce
dell’esercito ad ammetterlo, implicitamente, la mattina dopo.
“Vi consiglio di venir via” ci ha spiegato al telefono “se volete,
mandiamo delle camionette a prelevarvi”. E al nostro rifiuto,
gentile ma risoluto, ha poi aggiunto: “Da stanotte Ramallah è
zona di operazioni militari. Ricordatevi che voi giornalisti non
avete alcuna autorizzazione a restare”.
Erano le otto del mattino, quando abbiamo parlato con il
portavoce israeliano. E nessuno di noi ha accettato il suo invi¬
to. Anzi, tutti eravamo pronti a uscire dall’albergo per andare
a lavorare. Era infatti un’occasione unica. Per la prima volta ci
trovavamo già dentro la città, prima che scattasse l’operazione
dell’esercito. Una città che peraltro conoscevamo abbastanza
bene e dove la battaglia si annunciava lunga e difficile. Non
c’erano più posti di blocco a fermarci. C’era solo da pensare a
come non farsi cacciare via. E naturalmente, a come portare a
casa la pelle.
L’attesa
Invece, martedì 12 marzo non siamo mai usciti dall’albergo.
Né noi, né gli altri giornalisti. Solo due cameraman palestinesi,
della Reuters e di Ap, hanno provato a mettere il naso fuori, ri¬
entrando però dopo appena un’ora. Troppi pericoli. Secondo i
loro racconti, Ramallah era diventata una città fantasma. Per
strada non circolava nessuno, a parte i mezzi blindati israeliani.
Era impossibile inoltre accedere ai campi profughi di Al Amari
e Qaddura, all’interno dei quali infuriava la battaglia. E, infine,
anche negli altri quartieri c’erano scaramucce improvvise. Non
c’erano insomma le condizioni di sicurezza per poter lavorare.
Amjad, al telefono, ci disse la stessa cosa. E si scusò di non
poterci raggiungere, perché rischiava di finire nelle mani degli
israeliani. Che avevano avviato dei rastrellamenti a tappeto, in
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molti quartieri, mentre i loro mezzi blindati percorrevano in
lungo e in largo la città, invitando tutti i palestinesi maschi di
età compresa fra i sedici e i quarantacinque anni ad arrendersi
e a presentarsi nei luoghi di raccolta, predisposti in varie zone.
Le uniche immagini che da Ramallah arrivarono quel gior¬
no sui circuiti internazionali furono perciò quelle che riuscim¬
mo a girare dalle nostre stanze d’albergo, oppure dal parcheg¬
gio che stava sotto al City Inn, sulla strada. Immagini dei bull¬
dozer israeliani che sventravano il selciato, per ostruire il pas¬
saggio; immagini dall’alto del campo profughi di Al Amari im¬
merso nel fumo delle esplosioni; panoramiche della città, con
il sottofondo sinistro della battaglia in corso; immagini infine
di qualche palestinese che si arrendeva proprio davanti ai tank
che la notte prima ci avevano sparato addosso e che stavano
ancora sotto l’albergo.
C’è una sequenza in particolare, girata sia da Raffaele che
da Norberto, in cui si vede un ragazzo che va incontro al car¬
ro armato, mani in alto. Un soldato gli fa cenno di fermarsi, a
una ventina di metri. E il ragazzo viene costretto a starsene im¬
mobile per una decina di minuti, sempre con le mani in alto,
senza che succeda nulla. Dall’alto noi tre eravamo ammutoliti.
Perché non c’era pericolo, o almeno così ci sembrava, per l’e¬
quipaggio del tank. E quindi non c’era ragione di lasciare così
a lungo un ragazzo in quella posizione. Se non per umiliarlo.
Anche le urla di donne e bambini, provenienti dal campo di
Al Amari, ci turbarono molto. Con il teleobiettivo, guardinghi
per non innervosire l’equipaggio del tank che stava sotto la fi¬
nestra, abbiamo cercato a più riprese di vedere meglio e di ca¬
pire. Ma la telecamera faceva fatica a orientarsi nel dedalo di
viuzze interne al campo. E ci restituiva frammenti imprecisi,
evocativi più che descrittivi: un gruppo di soldati che correva, la
porta divelta di una casa, il fumo che usciva da un tetto. Assai
più eloquente era l’audio: detonazioni a catena, raffiche inter¬
mittenti, colpi di fucile, granate. Questo rumore di fondo ci ha
accompagnato per tutto il giorno, lasciandoci intuire gli eventi.
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Nel pomeriggio riuscì a raggiungerci da Gerusalemme una
macchina della Rai. A bordo c’era Mauro Maurizi, un collega
operatore che non si è mai tirato indietro nei momenti difficili
e che si era offerto di venire a ritirare la cassetta con le imma¬
gini dell’attacco notturno al nostro albergo girate da Norberto.
Erano immagini un po’ mosse, per di più notturne: quindi non
di grande qualità tecnica. Ma in ogni caso erano eloquenti e da¬
vano perfettamente l’idea dell’atmosfera che regnava a Ramal¬
lah. Sul nostro incidente, che era stato già riferito dai media ita¬
liani, avevo fatto un collegamento con il Tgl. Telefonico, però.
Per il telegiornale della sera mi avevano invece chiesto di mon¬
tare un nuovo servizio, con le immagini.
L’incontro con Mauro fu tragicomico. Scesi infatti a pian¬
terreno ma le entrate e le uscite dell’albergo erano chiuse. Ri¬
uscii a forzare un paio di porte e finalmente trovai una sorta
di garage. Purtroppo aveva l’inferriata, che dava però sulla
strada. Avvertii Mauro, che parcheggiò la macchina blindata
lì davanti, mentre io mi sforzavo di sollevare l’inferriata, in
modo da infilarci sotto la preziosa cassetta. Lo scambio fu ve¬
locissimo: il tempo di passarci il “malloppo” e stringerci la
mano, con in più qualche battuta in romanaccio, di quelle
che a Mauro non mancano mai. Poi la macchina è ripartita
per Gerusalemme.
Ma quel servizio non andò mai in onda, anche se costitui¬
va un “documento” prezioso. Ufficialmente, perché i miei
capi, a Roma, trovarono che le immagini girate quella notte da
Norberto erano “troppo buie” e “troppo mosse”: “impossibili
da montare”. Il mio sospetto è che invece si sia preferito non
indispettire ulteriormente gli israeliani, già sotto accusa. Ma
preferii rispondere con ironia alle stupide giustificazioni che
mi diedero dalla redazione. “Benissimo” dissi “vorrà dire che
la prossima volta che ci sparano addosso di notte chiederò ai
soldati se possiamo accendere il flash e montare il cavalletto”.
Il mio disappunto era legato a considerazioni sia “tecni¬
che” che politiche. Da anni la nostra televisione - sulla scia del
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successo registrato negli USA - si gingilla con le immagini del¬
la cosiddetta real tv, filmati amatoriali girati nelle occasioni più
disparate: dai terremoti alle rapine in banca, dalle alluvioni agli
omicidi. E nella messa in onda viene sempre sottolineata la loro
eccezionalità di “documenti” rari: questo ne legittimerebbe
l’uso, al di là delle imperfezioni tecniche. Ma il problema è che
in Italia questa prassi si applica solo ai filmati di cronaca
“pura”, senza cioè alcuna implicazione sociale o politica. Mol¬
to rari sono invece i casi alla Rodney King9: anzi, i filmati di de¬
nuncia sono banditi o minimizzati; mentre abbondano i fuori
onda, spesso smaccatamente falsi, con immagini e battute “ru¬
bate” ai personaggi della politica e dello spettacolo. Sembra
che facciano un ottimo ascolto. E sicuramente sono innocui.
Compagni di viaggio
Non era la prima volta che viaggiavo con Raffaele Ciriello.
Ceravamo conosciuti dieci anni prima, nel 1993, volando da
Pisa a Mogadiscio a bordo di uno scomodissimo Hercules C-
130 della nostra aeronautica militare. Con noi c’erano anche
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: patimmo con loro il freddo, la
noia per lo scalo tecnico a Luxor, il rumore assordante della
carlinga. Arrivati poi in Somalia ci separammo: io e Raffaele
decidemmo di far base nel compound dei militari italiani, men¬
9 Nel 1991 un ragazzo nero di nome Rodney King venne pestato a sangue
da una pattuglia di poliziotti bianchi di Los Angeles. La scena, di una
violenza brutale quanto gratuita, venne filmata casualmente da un video¬
amatore e il video, trasmesso dalle tv locali proprio nei giorni in cui un
tribunale federale assolveva i quattro poliziotti responsabili di quella vio¬
lenza, scatenò una rivolta urbana che paralizzò Los Angeles per diversi
giorni, provocando decine di morti e migliaia di feriti. Episodi del gene¬
re, in cui sono dei filmati amatoriali a smascherare abusi e malefatte del
potere costituito, negli Stati Uniti sono all’ordine del giorno. In Italia in¬
vece sono un’eccezione.
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tre Ilaria e Miran se ne andarono in albergo. Ma ci incrociam¬
mo spesso, nei quartieri di Mogadiscio, al campo-base dei no¬
stri soldati, negli ospedali di Merca o Johal, dove ognuno di
noi, ciascuno a modo suo, cercava di raccontare quella strana,
stranissima atmosfera di tensione che si era venuta a creare con
il fallimento di “Restore Hope” e la partenza prima del con¬
tingente militare americano e poi, proprio in quei giorni, di
quello italiano.
Due cose mi colpirono di Raffaele. Innanzitutto era gentile,
quando invece molti inviati di guerra sono altezzosi, scorbutici
e intrattabili. Si era ricordato ad esempio dei soldati che aveva
fotografato in occasione del suo primo viaggio in Somalia, mesi
prima. E aveva portato a tutti una stampa di quelle foto. Non
solo agli ufficiali, anche alla truppa. Decine e decine di foto, che
aveva catalogato con nome e cognome. Mi stupii. Perché non
era un gesto interessato. Ma solo un pensiero carino.
Rimasi poi ancora più sbigottito scoprendo che Raffaele
era un chirurgo. All’ospedale italiano di Johal aveva appog¬
giato la macchina fotografica e si era messo a operare su due
piedi un ragazzo somalo rimasto ferito, sorprendendoci tutti.
E la sera, allo spaccio del compound italiano, mi raccontò che
quello era il suo vero lavoro, mentre la fotografia per il mo¬
mento era solo una grande passione. Con gli anni questo rap¬
porto finì per invertirsi, ma Raffaele non smise mai di fare an¬
che il medico. Tant’è che a Ramallah si scapicollò per aiutare
due neonati siamesi, incontrati in ospedale. Avevano bisogno
di cure immediate ma lì mancava tutto. E Raffaele si attaccò al
telefono, di propria iniziativa, per organizzarne il trasferimen¬
to immediato in Italia.
Parlammo molto durante la nostra permanenza in Somalia.
Che fu lunga, faticosa e rocambolesca, soprattutto nel viaggio di
ritorno. Dovevamo rientrare in Italia tutti assieme, sfruttando un
passaggio aereo dell’ONU per Nairobi. Ma gli eventi purtroppo
precipitarono. Raffaele e io venimmo evacuati dalla Somalia il 17
marzo, tre giorni prima che uccidessero Ilaria e Miran. Perché la
48
situazione, così ci spiegarono i militari italiani, non era più tale
da poter garantire la nostra sicurezza. E così, assieme a Marcel¬
lo Ugolini e a Mauro Perna, del giornale Radio Rai, fummo ca¬
ricati a bordo di un elicottero e poi dell’incrociatore Zeffiro, con
destinazione Mombasa, Kenia. Settantadue ore dopo, appena
tornati a casa, ci accolse la notizia che Ilaria e Miran erano stati
uccisi durante un agguato brutale a Mogadiscio. Una doccia
fredda, la prima per me da quando avevo iniziato a fare questo
lavoro. E non sarebbe stata l’ultima.
Da quel viaggio in Somalia era nata però un’amicizia. Da
travelmate, come Raffaele avrebbe poi scritto nel suo sito in¬
ternet, intitolandone una sezione proprio ai suoi numerosi
“compagni di viaggio”: giornalisti soprattutto, con cui aveva
condiviso le sue fatiche nei tanti teatri di guerra. A tutti loro
scrisse una dedica molto affettuosa: “Per aver sopportato con
me le buche di quella pista africana che non finiva più e per
aver diviso il filo d’acqua regalato dal rubinetto di una sgan¬
gherata locanda afghana. Per lo sguardo che ci siamo scambia¬
ti salendo su quell’elicottero tenuto assieme dalla vernice e per
la delusione di quell’intervista negata all’ultimo momento. Per
quell’aereo mai partito e quel tassista atteso invano. Per quella
marcia di ventidue ore e per l’abbraccio che ci siamo scambia¬
ti quando già ci davano dispersi. Per le levatacce sotto quei cie¬
li di piombo e per i rientri a notte fonda nell’oscurità compli¬
ce di un coprifuoco, allegramente ignorata. Per le serate senza
cena e senza luce. Solo due chiacchiere, sempre le stesse. Do¬
mani, forse ci riusciamo, chissà. Per queste volte, e per quelle
che verranno”10.
Dopo la Somalia, con Raffaele ci siamo un po’ persi di vi¬
sta. Una volta ho cenato con lui a Milano, assieme alla moglie
10 La dedica è ripresa dalla sezione “Travelmate” del sito internet www.ci-
riello.com, tuttora consultabile. Vi si trovano i migliori lavori fotografici di
Raffaele, così come l’ultimo filmato da lui realizzato, in punto di morte.
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Paola, che al ritorno da Mogadiscio avevo solo intravisto. E di
tanto in tanto ci siamo sentiti al telefono, per programmare
viaggi che in realtà non facevamo mai, perché in questo me¬
stiere sono gli eventi a scegliere te e non il contrario. Un gior¬
no però Raffaele è ricomparso. Dal nulla, come capita spesso a
chi fa questo mestiere.
Era il 18 settembre del 2001 e mi trovavo a Dushanbé, in
Tajikistan. Assieme a un nugolo di giornalisti stressati e infero¬
citi, cercavo disperatamente di trovare un posto sugli aerei
scassati dell’Alleanza del Nord che andavano in Afghanistan.
La ressa era allucinante e non c’era da perder tempo. Solo die¬
ci giorni prima era stato ucciso il mitico comandante Massoud
e 1’ 11 settembre c’era stato il mostruoso attentato alle Twin To¬
wers. Questione di settimane, al massimo un mese, e gli Stati
Uniti d’America avrebbero dichiarato guerra all’Afghanistan
dei talebani, per scovare e punire il nuovo nemico numero
uno, lo sceicco fondamentalista Osama Bin Laden.
Il rischio per noi giornalisti era che le frontiere venissero
chiuse. E a quel punto, o si era già in territorio afghano, o si re¬
stava fuori per un bel pezzo. Da qui lo stress e l’impazienza dei
giornalisti, che stavano mettendo a dura prova l’efficienza dei
funzionari dell’ambasciata dell’Alleanza del Nord a Dushanbé.
Quel giorno in particolare, il 18 settembre, stavo litigando fu¬
riosamente con l’addetto stampa afghano che aveva appena
cancellato il mio nome dalla lista del volo successivo. Senza
motivo, probabilmente per favorire qualche collega che gli era
più amico. Nel bel mezzo del nostro litigio gli squilla il telefo¬
no, lui risponde e d’un tratto, sempre col cellulare all’orecchio,
mi dice: “Per fortuna, non tutti gli italiani sono aggressivi come
te. C’è anche chi mi considera un amico”. “Può darsi” gli ri¬
spondo seccato. “Con chi stai parlando?”. E lui: “Forse lo co¬
nosci. Si chiama Raffaele. Raffaele Ciriello. Parla con lui. E poi,
quando ti sarai calmato, vedrò di farti arrivare in Afghanistan”.
Raffaele era già stato in Afghanistan un paio di volte. Ri¬
uscendo a intervistare e fotografare Ahmed Shah Massoud, che
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gli era rimasto nel cuore. Aveva una gran voglia di tornarci, mi
disse al telefono. E lo fece. Dieci giorni dopo. Ci siamo ritro¬
vati entrambi a Jabal Saraj, nella valle del Panshir, a seguire da
lontano i bombardamenti su Kabul e da vicino i preparativi per
l’avanzata dell’Alleanza del Nord. Vivevamo in due guest hou¬
se diverse, ma ci incontravamo spesso in giro, fra una confe¬
renza stampa e una puntata al fronte. La sera passava da me e
Norberto a chiacchierare, approfittando del nostro telefono sa¬
tellitare, di cui era sprovvisto, per i suoi collegamenti da free¬
lance con la radio svizzera italiana. Piccoli favori, che rinsalda¬
no i rapporti.
Dall’Afghanistan in poi ci eravamo sentiti abbastanza spes¬
so. Ho comprato da lui, per conto della Rai, una miscellanea di
immagini sugli inviati di guerra italiani in Afghanistan, che ser¬
viva per un servizio sulla morte di Maria Grazia Cutuli. E a feb¬
braio, per caso, è nata l’idea di andare assieme a Gaza e in Ci-
sgiordania, per seguire l’escalation del conflitto israelo-palesti-
nese. Per lui era la prima volta, a parte una breve esperienza a
Hebron qualche anno prima. Io e Norberto eravamo invece già
stati da quelle parti diverse volte, dall’inizio della seconda Inti¬
fada. E per entrambi era un piacere condividere con un amico
questa nuova avventura in Palestina.
La morte dietro l’angolo
Mercoledì 13 marzo ci svegliammo tutti presto. E alle set¬
te di mattina la sala breakfast dell’hotel City Inn appariva già
stranamente animata da giornalisti, cameraman e fotografi. Da
un tavolo all’altro, trangugiando la solita ciofeca di caffè, ci si
punzecchiava con qualche battuta sulla nostra condizione di
“reclusi”, ci si aggiornava a vicenda sul bilancio della battaglia,
si facevano assieme progetti per la giornata. Dalle informazio¬
ni raccolte sia al telefono che fra il personale dell’albergo la si¬
tuazione in città sembrava ancora pericolosa ma praticabile. E
51
in ogni caso, nessuno era disposto a sopportare una nuova
giornata d’inattività forzata. Anche Amjad sembrava d’accor¬
do. Ci disse che si poteva provare a fare un giro in centro, dove
lui ci avrebbe raggiunto con una macchina, non appena l’aves¬
simo richiamato. A quel punto si convinse anche Norberto, ini¬
zialmente restio.
Non avevamo giubbotti antiproiettile né elmetti. Troppe
volte, non solo in Palestina, c’eravamo accollati quel peso in
più, fastidiosissimo, che spesso si era dimostrato inutile. E sta¬
volta c’era proprio scappato di mente, quando al nostro arrivo
eravamo passati dalla sede Rai per salutare amici e colleghi.
Una leggerezza imperdonabile, lo ammetto. Che continuerò a
rimproverarmi per tutta la vita.
Siamo usciti a piedi, uno dietro l’altro, concentrati e guar¬
dinghi. Per maggiore sicurezza, ognuno esibiva, gli attrezzi del
mestiere: Norberto la Betacam digitale nuova di zecca e Raf¬
faele la macchina fotografica, oltre a una piccola telecamera
palmare; io stesso avevo tirato fuori dallo zaino la telecamera
personale, che non usavo ormai da anni ma che mi identifica¬
va molto meglio del classico bloc-notes da giornalista.
C’era un silenzio strano, avvolgente. Niente macchine, nien¬
te passanti. Porte e finestre sprangate. Si sentivano solo il latra¬
re dei cani e l’eco della battaglia, lontano. Piegando verso il cen¬
tro città, abbiamo visto finalmente i primi segni di vita. Il nego¬
zio aperto di un fornaio: dentro c’era un po’ di gente in fila, fuo¬
ri si sentiva il delizioso profumo della pitta, il pane arabo. Un
anziano palestinese con la kefiah, che se ne stava davanti alla
porta di casa, tutto assorto a decifrare la situazione. Un gatto
che attraversava la strada, a caccia di un raggio di sole con cui
riscaldarsi. Un bambino che ci passava accanto, trafelato.
Siamo arrivati nei pressi di piazza Al Manara, in centro,
quando all’improvviso, da una stradina laterale, abbiamo senti¬
to delle voci maschili concitate. Ho deciso di dare un’occhiata,
seguito a ruota da Raffaele. Norberto era un po’ indietro. C’era
un gruppo di combattenti palestinesi, giovani, che stava discu¬
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tendo. Sembravano non accorgersi nemmeno della nostra pre¬
senza. Forse erano preoccupati. In lontananza si sentiva una raf¬
fica. Li abbiamo seguiti mentre scendevano lungo la stradina. Si
sono fermati all’angolo, schierandosi prudentemente in posizio¬
ne di tiro. Li ho filmati da vicino, mentre sentivo che Raffaele li
stava fotografando. C’era il clic ripetuto della sua Nikon che
sembrava scandire il tempo. Eravamo tutti e due fermi, in gi¬
nocchio. Norberto invece stava filmando da dietro, in piedi.
Il capo pattuglia impartiva ordini. O almeno così mi sem¬
brava. Era un ragazzo in jeans, con un Ak47 in mano e una ca¬
lotta nera in testa. Aveva l’aria seria, marziale, mentre gli altri
miliziani sembravano più inesperti. Parlavano a voce alta fra
loro, indicando la stradina che stava alla nostra sinistra. L’han¬
no imboccata. Li abbiamo seguiti ancora, percorrendo un cen¬
tinaio di metri, in silenzio ma tranquilli.
Al primo incrocio, il miliziano che stava davanti si è girato
verso la sua destra e ha sparato una breve raffica di mitra. Quat¬
tro colpi. Non si capiva perché. Il capo pattuglia lo ha raggiun¬
to, gli ha urlato qualcosa, si è affacciato anche lui all’angolo del
palazzo, restando un po’ a guardare e poi è tornato indietro. Ha
parlato con gli altri palestinesi, probabilmente stavano deciden¬
do cosa fare. Mi sono affacciato all’angolo e ho visto che in fon¬
do alla stradina di fronte c’era una macchia scura. Ho azionato
lo zoom e ho visto che era un carro armato israeliano. Stava an¬
dando in un’altra direzione, parallela rispetto alla strada in cui
ci trovavamo noi. E si era fermato, perché la torretta era girata
dalla nostra parte. L’ho filmato un attimo e sono rientrato die¬
tro l’angolo. Tranquillo. Ho pensato: non ne vale la pena. Ave¬
vamo cassette piene di immagini di tank israeliani: fermi, in
azione, da lontano, da vicino. Perché sprecare altro tempo?
Quando Raffaele mi ha raggiunto gli ho detto che in fondo
alla strada c’era un tank. Lui ha deciso di cambiare obiettivo
alla telecamera: ha svitato perciò il grandangolo per poter fil¬
mare meglio a distanza, con l’obiettivo fisso, che aveva uno
zoom. Con calma mi è passato davanti e si è affacciato all’an-
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golo. Gli ho voltato le spalle, per vedere dove stava Norberto.
Ma non ho fatto in tempo.
Più che la raffica, ho sentito lo spostamento d’aria. Poi, gi¬
randomi, ho visto Raffaele a terra. Non ho capito subito. O for¬
se non riuscivo a crederci. D’istinto, ho appoggiato l’occhio sul
mirino della mia telecamera e sono rimasto a guardare. Raffaele
era immobile. Non dava segni di vita. Mi sono passato le mani
fra i capelli e ho cominciato ad imprecare, mentre accanto a me
i palestinesi si agitavano. Da dietro, Norberto mi urlava di allon¬
tanarmi. “Via” diceva “vai via!”. Un miliziano, precedendomi,
mi è passato davanti e ha preso Raffaele per i piedi. In due l’¬
hanno spostato piano piano, per metterlo al riparo. Lui, senza
parlare, ha increspato il viso in una smorfia di dolore. O di sor¬
presa. E ha sollevato le mani come a dire: “Attenti, mi fate
male”.
Vedendo le chiazze rosse spuntare sul suo petto e allargarsi
poco alla volta, non ho capito più nulla. E arrivata una macchi¬
na civile, i palestinesi hanno caricato il corpo di Raffaele e sono
partiti di corsa verso l’ospedale. Per noi non c’era posto, li ab¬
biamo seguiti a piedi, di corsa. Per fortuna l’ospedale era vicino,
a 5 minuti o poco più. Siamo arrivati che avevano appena ada¬
giato Raffaele sul lettino del pronto soccorso. Lo stavano spo¬
gliando. C’era sangue dappertutto, troppo sangue. Lui era inco¬
sciente e i medici ci spiegarono gentilmente che le sue condizio¬
ni erano “molto, molto gravi”. Avrebbero dovuto operarlo subi¬
to per tentare di bloccare l’emorragia.
Aspettammo più di un’ora, seduti tristemente su una pan¬
ca. Talmente sconvolti da non riuscire nemmeno a parlare. Av¬
vertimmo solo la redazione del Tgl e la sede Rai di Gerusa¬
lemme per allertare l’ambasciata italiana. Le parole mi moriva¬
no in gola, come se avessero troppa paura ad uscire. Reagivo
fumando una sigaretta dopo l’altra. Vennero a trovarci diversi
colleghi del City Inn: c’era chi aveva già saputo la notizia e chi
invece aveva appena accompagnato Hubert Picard, un foto¬
grafo francese che era stato colpito al piede da un proiettile
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israeliano, anche lui nei pressi di piazza Al Manara. Un gior¬
nalista della tv palestinese cercò di intervistarci, ma declinam¬
mo l’invito. L’unica cosa che ci interessava era rivedere i medi¬
ci, sperando in una buona notizia.
Invece, solo una frase laconica, all’uscita dell’ascensore:
“Non ce l’ha fatta” disse il medico “ci dispiace”. Ci invitarono
poi a riprendere gli effetti personali di Raffaele: i vestiti intrisi
di sangue, la macchina fotografica, le scarpe, l’orologio. Lo
fece Norberto, anche se era penoso, straziante. Tutto finì in un
sacco nero, di plastica. E lì dentro finì anche la nostra avven¬
tura. Quest’ultima, maledetta avventura in Palestina.
Una grave dimenticanza
Da quel momento, smisi di pensare e rimasi ininterrotta¬
mente al telefono, per ore. C’era da richiamare la redazione,
parlare con l’ambasciata e, soprattutto, trovare il modo per dir¬
lo a Paola, la moglie. Non volevo che lo sapesse per caso, ma¬
gari dalla tv. Ma non me la sentivo nemmeno di essere io a co¬
municarglielo per primo. Parlai perciò con Gabriella Simoni,
di Studio Aperto, e la pregai di rintracciarla al più presto. Fu lei
stessa, Paola, a richiamarmi. Piangeva. Le dissi che Raffaele
non ce l’aveva fatta. E lei mi chiese subito se aveva sofferto. E
se aveva pronunciato qualche parola, prima di morire. Le ri¬
sposi di no. E aggiunsi che era caduto - questa almeno era sta¬
ta la mia impressione - con un’espressione di sorpresa dipinta
sul volto. Paola mi pregò di adoperarmi al massimo per evita¬
re che anche Raffaele subisse lo scempio mediatico che era toc¬
cato alla sua amica Maria Grazia Cutuli. Il cordoglio di rito, le
adulazioni postume, il falso santino. Le dissi di sì, che glielo
promettevo. Senza immaginare che Raffaele, a differenza di
Maria Grazia, avrebbero cercato tutti di dimenticarlo. Fin da
subito, addirittura dal giorno successivo alla sua morte.
Intanto, erano arrivati da Gerusalemme sia il console che
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un gruppo di colleghi italiani. Raccontammo a tutti quello che
era successo, mentre ci tempestavano di chiamate dall’Italia,
per lo stesso motivo. Chiamarono familiari, amici, colleghi so¬
prattutto, finanche la Presidenza della Repubblica. Ripetei fino
alla nausea sempre le stesse cose. Da giornalista, non potevo
esimermi. Ma era la prima volta che mi trovavo nei panni del
testimone oculare. E di un fatto così grave, che mi toccava da
vicino e nel profondo dell’animo.
Con le orecchie sempre incollate al cellulare, abbiamo poi
accompagnato il console in albergo, a prendere in consegna gli
altri effetti personali di Raffaele. Fu in quell’occasione che gli
demmo anche la telecamera palmare - che avevo raccolto da
terra, subito dopo la tragedia - e la cassetta con le ultime im¬
magini girate da Raffaele. Chiedendogli espressamente di con¬
segnarle solo alla moglie. Sapevo che in quella cassetta c’erano
filmati gli ultimi istanti di vita di Raffaele: la prova, se ce ne fos¬
se stato bisogno, per inchiodare chi l’aveva ucciso. E non vole¬
vo che finisse in mani sbagliate. Sarebbe stata Paola a decidere
come usarla. Era nel suo diritto.
Le cassette con le nostre immagini le consegnammo invece
all’ufficio Rai di Gerusalemme. Dove arrivammo nel tardo po¬
meriggio, grazie al solito Mauro Maurizi che venne a prender¬
ci con la macchina blindata. Le cassette vennero visionate, du¬
plicate e utilizzate per i telegiornali della sera. A commento dei
servizi sull’omicidio Ciriello realizzati dai tre colleghi della Rai
presenti a Gerusalemme: i due corrispondenti, Paolo Longo e
Marc Innaro, e l’inviato del Tg2, Franco di Mare.
Nessuno di loro, nemmeno chi visionò direttamente le im¬
magini, si accorse che la dinamica dei fatti, così come l’aveva¬
mo raccontata io e Norberto, difettava in un particolare im¬
portante. Sia io che Norberto ci eravamo infatti dimenticati
della raffica di mitra sparata dal miliziano palestinese prima
che dal carro armato partissero i colpi che hanno poi ucciso
Raffaele. Eppure, si vede benissimo. Sia nel mio filmato che in
quello di Norberto. Nel mio non si vede il palestinese ma si
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sentono distintamente i quattro spari, talmente vicini che ho
un sobbalzo e la Sony 1000 mi scivola dalle mani. Norberto in¬
vece accende la sua telecamera proprio in quell’istante, ri¬
uscendo ad inquadrare per un attimo il palestinese e a regi¬
strare solo due dei quattro colpi. Anche la telecamera di Raf¬
faele viene accesa tardi e registra solo due colpi.
Entrambi sconvolti, sia io che Norberto ci eravamo dunque
dimenticati di un elemento che non era affatto secondario. For¬
se per lo stesso motivo nessuno, nell’ufficio Rai di Gerusalem¬
me, lo notò o gli diede il giusto peso. Perché, dopo tre settima¬
ne passate nei Territori Occupati a seguire le operazioni milita¬
ri israeliane, eravamo come “assuefatti” agli spari. Non ci si ba¬
dava più di tanto. Come ho avuto poi modo di spiegare11, è sta¬
to un po’ come dimenticarsi di un colpo di clacson nel traffico
caotico di Napoli. Certo, per un buon cronista non è mai un
motivo di orgoglio. Ma può capitare. E comunque, se dimenti¬
canza c’è stata, anche grave, ribadisco che eravamo in buona
fede. Altrimenti ci saremmo comportati diversamente.
Avremmo potuto far sparire le cassette, oppure avremmo
potuto cancellare l’immagine incriminata, registrandoci sopra
qualcos’altro. E quanto al filmato di Raffaele, potevamo sempre
dire che la cassetta si era persa nella confusione. Non era diffici¬
le, viste le circostanze. Nessuno se ne sarebbe accorto e nessuno
ci avrebbe mai rimproverato nulla. Invece, abbiamo consegnato
com’era giusto le nostre cassette e solo il giorno dopo ci siamo
resi conto della nostra svista. Che non solo non era stata inten¬
zionale ma che, soprattutto, non aveva alcuna finalità politica.
Giornalismo e/o militanza
Non ho mai creduto al giornalismo “militante”, che sposa
una causa e la persegue ciecamente, nella scelta degli argo- 1111 In una lettera aperta pubblicata su «Il Giornale» del 24 marzo 2002.
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menti così come nella loro trattazione. Ricordo sempre con af¬
fetto, ma anche con un pizzico di angoscia, gli anni in cui la¬
voravo, occupandomi soprattutto di Africa, in un settimanale
talmente impegnato che non c’era verso di scrivere un pezzo
sulle ingerenze dei cubani in Angola oppure sulla corruzione
del governo del Mozambico. Solo perché, nella spartizione
ideologica del planisfero, stavano entrambi a sinistra, fra i pae¬
si “buoni”, da sostenere. E tutte le volte che mandavo dei re¬
portage c’era il caporedattore che mi chiamava in preda al pa¬
nico per chiedermi se quel paese o quel governo fossero “dei
nostri” oppure no, visto che dal mio testo “non si capiva ab¬
bastanza bene”. Senza immaginare minimamente che in Africa
- ma il discorso vale per tutto il mondo - le nostre categorie di
destra e sinistra non si possono applicare. Perché non spiegano
nulla e coprono spesso le stesse nefandezze.
Cascami del passato, spero. Ai quali sono allergico anche
oggi, quando c’è qualcuno che accusa o che difende il tuo la¬
voro coprendolo con la sua “bandiera”. Per questo mi sono
profondamente adirato quando sono stato accusato di aver
“mentito” per scelta politica e ideologica sulla dinamica dei
fatti del 13 marzo. Allo stesso modo in cui ho protestato quan¬
do ho appreso, a caldo, che c’erano dei palestinesi che stavano
speculando sulla morte di Raffaele. L’ho saputo al telefono, da
colleghi italiani che mi stavano intervistando. Qualche medico
dell’Arab Care di Ramallah aveva raccontato ai giornalisti che
la macchina con il corpo di Gridio era giunta in ospedale
dopo un lungo periplo, a causa dei check-point israeliani che
le impedivano di passare. Era falso, visto che Raffaele era stato
ucciso nel pieno centro di Ramallah, vicino all’ospedale. Così
com’era falsa la notizia, diffusa sempre dai medici, che Raffae¬
le avrebbe potuto salvarsi se gli israeliani avessero lasciato pas¬
sare un’ambulanza, che stava accorrendo con l’occorrente per
una trasfusione. Oltre che smentire, ho cercato anche di bloc¬
care la fabbricazione di queste stupide menzogne. Chiamando
il mio interprete, Amjad, perché riferisse “a chi di dovere” che
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la morte di Raffaele era già un fatto gravissimo e che non c’era
alcun bisogno di ricamarci sopra. Questo mio messaggio dev’es¬
sere arrivato a destinazione. Perché da quel momento le specu¬
lazioni sono cessate. Almeno a Ramallah.
In Italia, invece, le polemiche sono scoppiate per causa
mia. La notizia della morte di Raffaele è arrivata infatti nel bel
mezzo di un’intensa campagna mediatica per rilanciare la soli¬
darietà con lo Stato di Israele. Erano mesi terribili, in cui gli at¬
tacchi suicidi dei kamikaze palestinesi avevano cominciato a
mietere decine e decine di vittime fra la popolazione civile
israeliana. Mutava così il quadro militare del conflitto, mentre
non cambiava affatto - questa almeno era l’idea di molti auto¬
revoli e influenti commentatori - la rappresentazione che ne
davano i mass media italiani, con i palestinesi sempre nel ruo¬
lo delle vittime e gli israeliani in quello dei carnefici12.
La morte di Ciriello complicò le cose. All’inizio, sulla scor¬
ta anche delle dichiarazioni mie e di Norberto, lo sdegno e la
rabbia ebbero infatti il sopravvento, in tutte le testate. Si parlò
di assassinio “a freddo” e si sottolineò con la dovuta enfasi il
fatto che non c’era nessuna battaglia in corso quando Ciriello
era stato ucciso. Fu quindi con molta fatica che lo schieramen¬
to filo-israeliano riuscì ad evitare di esprimere un’aperta con¬
danna nei confronti del governo di Sharon, appellandosi in ex¬
tremis alla necessità di chiarire meglio la dinamica dei fatti13.
Due giorni dopo arrivò la svolta. Visionando in anteprima
12 Resta il fatto che al 24 marzo 2004 le vittime del conflitto, dall’inizio della
seconda Intifada, erano 3881, di cui 2922 palestinesi e 896 israeliani. Que¬
sto calcolo, macabro ma indicativo, è tratto dal settimanale «Internaziona¬
le» ed è basato su fonti Afp.
13 Significativa al riguardo fu l’aspra discussione svoltasi nella redazione del
«Corriere della Sera», il giornale per cui Raffaele Ciriello era accreditato.
A caldo, il «Corriere della Sera» propose un comunicato molto duro, de¬
nunciando il comportamento “barbaro e criminale” assunto dai militari
israeliani nei confronti sia dei civili palestinesi che degli operatori dell’in¬
formazione. Ci furono però diverse critiche, che contestavano “la presa di
posizione politica” e alla fine il comunicato venne bloccato.
59
il filmato di Raffaele, «Il Sole 24 Ore» si accorse della raffica
sparata dal palestinese prima dell’uccisione di Ciriello. E ne
sottolineò giustamente l’importanza, spiegando che la morte di
Raffaele andava attribuita “a una raffica israeliana sparata in ri¬
sposta ai tiri di un palestinese”14. Ma l’autore dello scoop, Al¬
berto Negri, precisò anche che “con ogni probabilità” l’arma
che aveva ucciso Raffaele “era già puntata in direzione di quel¬
l’angolo”. E intervenendo poi, quella sera stessa, a Sciuscià, la
trasmissione Rai di Michele Santoro, Negri aggiunse che dalla
visione di quel filmato si era fatto l’idea che Raffaele Ciriello
non fosse stato ucciso “completamente a freddo”. Come dire
(se non ho interpretato male): c’è stata sì una dinamica di azio¬
ne-reazione ma ciò non toglie che la reazione israeliana sia sta¬
ta eccessiva e in un certo senso premeditata.
Eppure, quel giorno furono in molti a tirare un sospiro di
sollievo. Perché lo scoop del «Sole 24 Ore» discolpava almeno
in parte i soldati israeliani, consentendo al governo Sharon di
uscire dall’angolo in cui sembrava essersi cacciato. E non a
caso, dalle testate più apertamente schierate con Israele partì
subito un’infamante campagna contro il sottoscritto, accusato
di aver manipolato i fatti a fini politici; mentre le altre testate
scelsero un profilo bassissimo, evitando molto semplicemente
di tornare sull’argomento e avallando di fatto l’idea che la mor¬
te di Ciriello fosse stata solo un “incidente”15.
Calava così il sipario. Tacito o esplicito, partì l’ordine di
scuderia che invitava giornalisti e commentatori a dimentica¬
re il “caso Ciriello”. Concentrandosi invece sul “caso Cogne”,
che proprio il 14 marzo aveva sfornato l’ennesimo colpo di
scena, con l’iscrizione nel registro degli indagati di Anna Ma¬
14 Si veda «Il Sole 24 Ore» del 15 marzo 2002.
15 Di “incidente” parlarono sia il Tgl che il Tg2, oltre a diversi organi di
stampa. Ma la campagna più infamante fu quella orchestrata dal sito in¬
ternet www.informazionecorretta.it, lobbista e filo-israeliano, che giunse a
chiedere ai vertici Rai il mio “allontanamento” dalla Palestina.
60
ria Franzoni, la mamma del piccolo Samuele. D’un tratto, sa¬
pere chi aveva ucciso il fotoreporter italiano Raffaele Ciriello
- e soprattutto perché - non importava più a nessuno. Trop¬
pe le implicazioni politiche, troppi i panni sporchi, troppe le
gatte da pelare16.
“Real tv”
I colleghi che hanno avuto modo di esaminare per primi
il filmato girato in punto di morte da Raffaele Ciriello hanno
erroneamente calcolato in 55 secondi il tempo che passa tra i
quattro colpi di kalashnikov sparati dal miliziano palestinese
e la raffica di reazione del cecchino israeliano. In realtà, ne
passano molti di più: almeno altri 10-15 secondi, forse un mi¬
nuto buono. Che non è poco, per stabilire se c’è stato un “ec¬
cesso di legittima difesa”. Il problema infatti è che nel video
di Raffaele ci sono dei “tagli”: dei momenti cioè in cui la te¬
lecamera è stata spenta perché non c’era niente di interessan¬
te da filmare. Mentre nel frattempo i secondi scorrevano.
E la norma, nel nostro mestiere. Di una qualsiasi situa¬
zione, anche la più interessante, è difficile che si decida di fil¬
mare tutto. E quindi l’operatore accende e spegne la teleca¬
mera a seconda di quello che succede davanti ai suoi occhi,
oppure seguendo i consigli del giornalista, e sperando sempre
di non perdere attimi preziosi e immagini cruciali. D’altron¬
16 A parte le implicazioni politiche, non bisogna infatti dimenticare tutti i
problemi creati dallo status professionale “ibrido” di Raffaele Ciriello, il
quale era free-lance ma lavorava, in questo suo ultimo viaggio, con un re¬
golare accredito del «Corriere della Sera». In Italia i rapporti di lavoro fra
le testate e i loro collaboratori esterni non sono regolati da leggi precise ma
sottostanno ad accordi verbali. In pratica è un mondo a sé, fatto di picco¬
le e grandi meschinità. E la morte di Ciriello ha finito per mettere il dito
nella piaga. Col risultato che in tanti hanno preferito stendere un velo di
omertà su tutta la vicenda.
61
de, è l’unico modo che consente a chi porta a spalla il fardel¬
lo della telecamera - quelle professionali pesano tra i 10 e i 15
chili - di non massacrarsi di fatica e soprattutto di risparmia¬
re batterie. Che quando sei in giro, magari all’estero, sono
una risorsa limitata e non sempre rinnovabile, quantomeno in
tempi brevi.
Raffaele usava una telecamera Sony digitale palmare. Ma
aveva anche lui il problema delle batterie. E infatti nel suo fil¬
mato ci sono due tagli. Il primo è evidente anche ad occhio
nudo, se si è del mestiere. La telecamera viene spenta quan¬
do Raffaele decide di raggiungermi all’angolo dell’edificio,
dove ho appena filmato il carro armato israeliano. Spegne e
poi riaccende: si vede chiaramente dal fatto che i personaggi
compresi all’interno dell’inquadratura cambiano posizione
all’improwiso, passando in un attimo da un punto all’altro
della scena. E solo una manciata di secondi: grosso modo una
quindicina, calcolando la distanza da percorrere. Ma non è
poco, rispetto ai tempi di reazione degli israeliani.
Di un secondo taglio non ho la certezza, perché non sono
un tecnico, ma lo ritengo molto probabile. Nella dinamica tem¬
porale dei fatti arriva una trentina di secondi dopo, quando
Raffaele decide di cambiare l’obiettivo della telecamera per po¬
ter filmare meglio il tank. In quel momento svita perciò il gran¬
dangolo, come si intuisce dalle sue stesse immagini. E a questo
punto la telecamera resta puntata contro il muro bianco dell’e¬
dificio, come se fosse in pausa, per poi spostarsi, purtroppo
per l’ultima volta. E lì, su quel muro bianco, che c’è a mio av¬
viso un taglio. Ma per stabilirlo con una certa precisione servi¬
rebbe in questo caso una perizia dell’audio, perché nel video
ovviamente manca ogni riferimento che possa essere d’aiuto:
bisognerebbe cioè decifrare quello che si dice (e si sente) in
quel momento - in arabo - per capire se ci sono delle frasi ta¬
gliate e quindi delle pause.
In ogni caso, la presunta reazione degli israeliani non è
stata così immediata. Se c’è anche questo secondo taglio, vuol
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dire che sono trascorsi infatti molto più di 55 secondi: alme¬
no un minuto e mezzo, forse di più, òÆazione dei palestine¬
si. E questo intervallo di tempo a me pare francamente ec¬
cessivo per giustificare quello che poi è successo. E come
dare un pugno a qualcuno, che corre a casa, prende un fuci¬
le e torna indietro a spararti. Certo, va riconosciuto che è sta¬
to provocato. Ma ciò non lo giustifica affatto. Anche perché
Raffaele impugnava una telecamera e non un’arma. E chi gli
ha sparato aveva un ottimo mirino in cui guardare.
Non ce l’ho con i colleghi che hanno visionato il video di
Raffaele nei giorni immediatamente successivi alla sua morte.
Immagino che anche loro fossero sconvolti dal dolore, pro¬
babilmente avevano fretta e difettavano forse di una serie di
cognizioni tecniche che invece sono necessarie per la visione
corretta di un filmato che ha tutte le caratteristiche di un “do¬
cumento” e va esaminato perciò con molta cura. Dico però
che quando le cose vanno storte sarebbe meglio tacere. Per
rispetto nei confronti di chi stava solo cercando di fare il suo
lavoro. E per pudore.
In effetti, guardando dopo quello che è successo prima, ma¬
gari seduti in poltrona, con il telecomando in mano per i fer¬
mo immagine, tutto assume fatalmente un aspetto diverso. E
come leggere un giallo conoscendo già il finale: inevitabilmen¬
te, l’attenzione si concentra non sull’azione ma sull’efficacia
della costruzione, non sui personaggi ma sulla trama. Così è
stato per il filmato di Raffaele. Chi l’ha visto non ha pensato
che, conoscendo già in anticipo quello che sarebbe successo,
finiva per distoreere - in termini di percezione - la dinamica
effettiva di quell’evento, creando una concatenazione di cause
che in realtà non c’era. E traendone delle conclusioni errate.
Piccole bugie e grandi menzogne
La propaganda palestinese si nutre quotidianamente di
63
piccole bugie. Che vorrebbero - nelle intenzioni di chi le
“fabbrica” - ribaltare o almeno modificare il rapporto di for¬
za con gli israeliani. Un rapporto impari, sul piano militare,
politico e sociale. Ragion per cui la “debolezza” palestinese
viene esibita, esagerata, a volte falsata, per trasformarla in
forza e consenso a livello internazionale. In quest’ottica, può
succedere che vengano gonfiati il numero dei morti, l’inven-
tario dei danni o l’elenco dei soprusi. Così come può capita¬
re di leggere libri per le scuole o di vedere trasmissioni tele¬
visive in cui lo Stato di Israele diventa l’unico colpevole, il ca¬
pro espiatorio di tutti i mali del Medio Oriente.
La propaganda israeliana è costretta invece a fabbricare
grandi menzogne. Come la presunta libertà di stampa che vie¬
ne concessa ai giornalisti stranieri all’interno dei confini di
Israele, libertà che è sempre “a termine”, subordinata cioè alle
esigenze dei militari e alle vigenti misure di sicurezza. Ma che
è soprattutto un’affermazione vuota, se poi si traduce in dis¬
prezzo per i giornalisti, intimidazioni costanti e violazioni si¬
stematiche dei loro diritti. Fanno fede le molteplici denunce
presentate da Reporters sans Frontières (Rsf) e dalla Federa¬
zione internazionale dei giornalisti (Jif): 6 sono a tutt’oggi i
giornalisti morti in Palestina dall’inizio della seconda Intifada
e 75 quelli che sono rimasti feriti da colpi di armi da fuoco, per
responsabilità accertate dell’esercito israeliano17. Ma l’aspetto
più grave è che queste responsabilità non sono mai state per¬
seguite penalmente dallo Stato di Israele, né hanno mai com¬
17 Oltre a Raffaele Ciriello sono stati uccisi in Palestina: il fotografo Imad
Abu Zahra, trentacinque anni, free lance, morto a Jenin il 12 luglio 2002;
il giornalista Issam Hamza Tilawi, trentadue anni, presentatore alla radio
Voce della Palestina, morto a Ramallah il 22 settembre 2002; il cameraman
dell’APTN Nazeh Darwazeh, quarantadue anni, morto a Nablus il 19 apri¬
le 2003; il giornalista britannico James Miller, quarantatré anni, free-lance,
morto a Rafah il 2 maggio 2003. Sulle circostanze della loro morte si pos¬
sono consultare i comunicati stampa, le inchieste e i rapporti di Reporters
sans Frontières, sul sito internet www.rsf.org.
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portato sanzioni di sorta per gli autori.
Il “caso” Gridio ne è l’esempio più evidente. A caldo, le
autorità di Tel Aviv sono state costrette a scusarsi, con la fa¬
miglia di Raffaele e con il governo italiano, senza peraltro as¬
sumersi la piena responsabilità dell’accaduto. Nella puntata
di Sciuscià andata in onda su Rai 2 il 15 marzo, il portavoce
del governo di Tel Aviv chiarì infatti che nessun giornalista
era “autorizzato” quel giorno ad entrare nella città di Ramal¬
lah e che quindi la morte di Raffaele era da considerarsi un in¬
crescioso incidente. “Come è già capitato in Bosnia” precisò
poi “e in altre zone di guerra, durante una battaglia”.
Dieci giorni dopo, in una nota ufficiale indirizzata all’am¬
basciatore italiano Giuseppe Baldocci - in qualità di segretario
generale del Ministero degli Esteri - l’ambasciatore israeliano
a Roma, Ehud Gol, chiariva meglio la posizione ufficiale di
Israele, secondo le informazioni ricevute dal proprio ministro
della Difesa, Shaoul Mofaz. Questo il testo integrale della nota,
trasmessa in fotocopia anche al padre di Raffaele, il dottor
Giuseppe Gridio: 11. La zona in cui si è verificato l’incidente era stata dichia¬
rata zona militare interdetta 24 ore prima. La notifica è stata
debitamente trasmessa alla stampa estera nel corso della sera
precedente. Nella zona in cui il fotografo operava si trovava¬
no palestinesi armati.
2. Da quell’area, palestinesi armati hanno sparato colpi di
arma da fuoco contro le forze di difesa israeliane appostate
nelle vicinanze.
3. Le forze di difesa israeliane hanno risposto al fuoco e in
quel preciso momento Gridio, trovandosi tra un gruppo di
palestinesi armati, è rimasto accidentalmente colpito.
4. Esprimiamo il nostro rammarico per la morte di Raffae¬
le Gridio che, come indicato nel punto 3, si trovava in mez¬
zo a terroristi palestinesi armati impegnati in atti di provoca¬
zione violenta contro le forze di difesa israeliane.
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Diverse sono sia le falsità che le inesattezze contenute in que¬
sta nota. Ma bisogna riconoscere che in essa lo Stato di Israele si
assumeva, se non altro, la paternità della morte di Raffaele Ci-
riello. Cosa che invece cinque mesi dopo ha negato, con un coup
de théâtre degno del miglior prestigiatore.
Ma procediamo con ordine. In questa nota del 25 marzo il
ministro della Difesa Shaoul Mofaz dimentica innanzitutto che
Ciriello si trovava già a Ramallah quando la città è stata dichia¬
rata off limits per i giornalisti. Raffaele non ha perciò trasgredi¬
to nessun ordine militare, per il semplice fatto che quest’ordine
non gli è mai stato trasmesso, non avendo egli partecipato al
briefing con la stampa estera organizzato a Gerusalemme I’ll
marzo dal colonnello Gal Hirsh, capo delle operazioni militari
del comando centrale dell’lDF.
Semmai Raffaele Ciriello - come tutti noi giornalisti stranie¬
ri presenti a Ramallah - ha respinto l’invito a lasciare la città ri¬
voltoci dal portavoce dell’lDF al telefono, dopo che peraltro gli
israeliani avevano crivellato di colpi le nostre stanze d’albergo.
Ma c’è una bella differenza, sul piano formale e sostanziale. Il
fatto che noi sapessimo di trovarci in zona di operazioni militari
non poteva certo autorizzare nessuno a sparare su di noi. Né lo
giustifica, a tragedia avvenuta.
In secondo luogo, Mofaz sostiene che “al momento della sua
morte” Ciriello si trovava con un gruppo di palestinesi armati,
mentre invece - ci sono tre filmati che lo provano - quando è
stato ucciso Raffaele era l’unico uomo a quell’angolo maledetto,
intento a filmare. Chi ha sparato ha mirato, cioè, su di lui, non
sul gruppo, sapendo di colpire un uomo inerme che non poteva
certo rappresentare un pericolo, visto che maneggiava solo una
piccola telecamera.
Infine, le autorità israeliane ammettono implicitamente
che sul luogo dell’omicidio non era in corso nessuna batta¬
glia, ma c’erano stati solo degli “atti di provocazione violen¬
ta”. Può sembrare una sottigliezza lessicale, ma non lo è. Per¬
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ché i militari sono molto puntigliosi e se avessero potuto par¬
lare di “battaglia” l’avrebbero certamente fatto, visto che c’e¬
ra solo da guadagnarci.
Mi chiedo dunque: questi “atti di provocazione” giustifica¬
no la reazione che c’è stata? Oppure c’è stato un uso eccessivo
della forza? Questo è il problema. Quel giorno a Ramallah ci
sono state più vittime fra i giornalisti. Raffaele, il fotografo fran¬
cese ferito alla gamba, ma anche un giornalista della tv egiziana,
Tarek Abdeljaber, che è stato colpito da due proiettili al torace
che gli hanno perforato il giubbotto antiproiettile, sempre nei
pressi di piazza Al Manara. Poco distante, a più riprese, sono
stati oggetto di intimidazione i colleghi di Al Jazeera. Al matti¬
no, quando i soldati israeliani hanno sparato in direzione di un
cameraman che stava filmando il campo di Qaddura dal tetto
dell’edificio dove ha sede la tv del Qatar. E nel pomeriggio,
quando lo stesso edificio è stato bersagliato a più riprese da col¬
pi d’arma da fuoco sparati dalle postazioni israeliane.
La mia impressione perciò è che l’esercito israeliano il 13
marzo abbia perso il controllo militare della situazione. E che
per domare la resistenza palestinese ci sia stato un uso eccessivo
e sconsiderato della forza. Sarà stata anche legittima difesa, ma
in alcuni casi, perlomeno nel caso di Raffaele Gridio, si può par¬
lare di un eccesso di legittima difesa. Inoltre, sarei curioso di sa¬
pere quali erano le regole d’ingaggio dei soldati, quel giorno e in
quell’area. Perché in effetti Raffaele è stato ucciso all’esterno del
campo profughi di Qaddura, dov’erano concentrate le opera¬
zioni militari. Il che potrebbe far supporre che il tank da cui
sono partiti i colpi non avesse licenza di uccidere. O perlomeno
non così alla leggera.
A molte di queste domande avrebbe potuto fornire una ri¬
sposta chiara e definitiva l’inchiesta aperta nel maggio 2002
dalla Procura di Milano. Ma il Pubblico ministero Massimo
Baraldo e il sostituto procuratore Giuliano Turone si sono do¬
vuti arrendere davanti al muro di gomma eretto dalle autorità
israeliane e alla vergognosa indifferenza delle autorità italiane.
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Le prime si sono arrogantemente rifiutate di collaborare; le se¬
conde hanno preferito chiudere un occhio, svendendo gli ulti¬
mi residui di orgoglio nazionale e adottando un profilo bassis¬
simo, da pavidi struzzi.
Eppure i giudici avevano fatto un buon lavoro. Sulla base
dei tre filmati di quel giorno, confortati inoltre dalle nostre te¬
stimonianze (mia e di Norberto), dai risultati dell’autopsia e del¬
la perizia balistica, erano giunti infatti ad appurare - senza aver¬
ne la prova certa perché i bossoli non sono mai stati ritrovati -
che Raffaele è stato ucciso da cinque proiettili calibro 7.62
Nato, del tipo in dotazione all’esercito israeliano per le mitra¬
gliatrici coassiali montate sui blindati Merkava. Restava solo da
capire meglio il perché. E proprio per questo avevano avanzato
una rogatoria alle autorità israeliane, chiedendo che fossero
identificati, per poterli interrogare, gli occupanti del blindato
che si vede nell’ultimo fotogramma girato da Raffaele.
Purtroppo, com’era facilmente prevedibile, le autorità di
Tel Aviv hanno risposto di no, sfacciatamente, rigettando la ro¬
gatoria. E i giudici di Milano, nel settembre 2003, sono stati
costretti ad archiviare la loro inchiesta sulla morte di Ciriello,
perché gli autori del fatto “sono rimasti ignoti”18.
Non era mai successo che un governo straniero rifiutasse
formalmente di collaborare con la giustizia italiana. Dal 1959,
da quando cioè è stata firmata la prima convenzione interna¬
zionale in materia, la Convenzione di Strasburgo, centinaia di
rogatorie sono state trasmesse ai quattro angoli del mondo.
Alcuni stati hanno risposto con ritardo, in maniera incomple¬
ta o addirittura sbagliata. Altri non hanno risposto, per i mo¬
tivi più disparati. Ma nessuno si era mai permesso di rigettare
una rogatoria con tanta tracotanza. Le autorità di Tel Aviv, in¬
18 A dare la notizia che Israele aveva rigettato la rogatoria avanzata dai giu¬
dici di Milano è stato il «Corriere della Sera», con uno striminzito colon¬
nino apparso il 9 settembre 2003. Nessun giornale nazionale ha ripreso la
notizia nei giorni successivi.
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fatti, non solo hanno contestato la competenza dei giudici ita¬
liani a indagare su una morte avvenuta fuori dal territorio na¬
zionale, ma hanno anche giudicato del tutto “infondata” la
loro richiesta di interrogare i soldati che hanno sparato su Raf¬
faele Gridio. Perché a loro avviso si è trattato di un semplice
“incidente” e non c’è stata “alcuna responsabilità” da parte
israeliana.
D’altra parte, che non ci fossero grosse speranze di sapere
la verità e di ottenere giustizia lo si era capito da tempo. Già
nel luglio 2002 i soldati israeliani si erano permessi di fare a
pezzi la lapide che i palestinesi avevano eretto sul luogo dove
Raffaele era stato ammazzato. Pare che non fossero d’accordo
con l’intestazione, che annoverava Raffaele Gridio tra i “mar¬
tiri dell’informazione”. E un mese dopo, per la precisione il 22
agosto, si erano esibiti in un gioco ancora più sporco. Antici¬
pando i risultati della loro inchiesta interna - e ribaltando la
posizione sostenuta fino ad allora dalle autorità di Tel Aviv - i
generali di Tsahal avevano infatti dichiarato alle autorità italia¬
ne: “Non ci sono prove, né conoscenza, che alcuna delle nostre
unità abbia aperto il fuoco in direzione di Gridio”. Come dire:
non sappiamo chi l’ha ammazzato ma di certo non sono stati i
soldati israeliani.
Era un’assurdità, dal momento che il filmato girato da Raf¬
faele dimostra, senza possibilità di equivoci, chi sia stato a spa¬
rare. E infatti un anno dopo, a giugno, i militari israeliani sono
stati costretti a cambiare di nuovo versione. In un dossier tra¬
smesso al Ministero degli Esteri italiano, le autorità di Tel Aviv
hanno ammesso infatti, a denti stretti, il loro coinvolgimento
nella morte di Gridio. Salvo poi arrampicarsi sugli specchi per
cercare qualche giustificazione a quello che è stato etichettato
come uno “sfortunato e tragico incidente”.
Fine della storia, dunque. Con l’ennesima, assurda men¬
zogna. Secondo il portavoce dell’lDF, che si è premurato di ri¬
spondermi personalmente per darmi la sua versione dei fatti
ufficiale e definitiva, Raffaele Gridio sarebbe stato ucciso
69
“per errore”. Il motivo? I soldati israeliani lo avrebbero
“scambiato” per un palestinese armato, “pronto a sparare
contro il carro Merkava con un lanciagranate”. “Non è stato
possibile” scrive il portavoce dell’esercito israeliano “in quel¬
le circostanze, identificarlo come un cameraman” e i soldati
hanno aperto il fuoco “convinti di sparare su un palestinese
armato”. “Raffaele Ciriello”, continua il rapporto dell’lDF,
“si è affacciato a quell’angolo di strada qualche secondo dopo
il combattente palestinese. E ha puntato la sua telecamera
verso il tank”. “Dopo aver esaminato attentamente tutte le
circostanze dell’incidente” conclude il portavoce dell’lDF
“siamo giunti alla conclusione che da parte dei nostri soldati
coinvolti nell’incidente non c’è stata alcuna infrazione”.
In realtà, si tratta di una ricostruzione falsa e assurda, che
non regge nemmeno per un attimo. E vero infatti che a oc¬
chio nudo e a una certa distanza è oggettivamente difficile di¬
stinguere fra un cameraman che regge a spalla la sua teleca¬
mera e un combattente che punta, aiutandosi sempre con la
spalla, un lanciarazzi tipo Rpg. Per questo tutte le volte che i
militari - di ogni bandiera - ammazzano un cameraman, si
scusano dicendo di aver scambiato la telecamera per un Rpg.
Ma in questo caso la giustificazione è ridicola. Perché Raffae¬
le aveva in mano una telecamera amatoriale, poco più grande
di un pacchetto di sigarette. E inoltre non la teneva incollata
agli occhi - nella tipica posizione di ripresa, che può indurre
in equivoco - bensì bassa, fra le mani, guardando nella fine¬
strella che funge da display. Per cui nessuno mai - tanto
meno un soldato, che disponesse di un mirino - avrebbe po¬
tuto scambiare la sua piccola Sony per un Rpg.
D’altra parte, non si può non restare allibiti di fronte a
questa girandola di versioni fornite dall’esercito israeliano.
Che a caldo ammette le proprie responsabilità, poi le nega, e
infine si rassegna, fornendo però ogni volta una giustificazio¬
ne diversa per legittimare la raffica che ha ammazzato Raf¬
faele e proteggere così il soldato che ha sparato. Ce n’è per
70
tutti i gusti. E se non fosse una storia così maledettamente se¬
ria, ci sarebbe da divertirsi di fronte a tanta fantasia. L’im¬
pressione infatti è che ai capoccioni di Tsahal non interessi af¬
fatto dare una versione credibile dell’accaduto, quanto piut¬
tosto evitarne ogni possibile conseguenza, politica e legale.
Altrimenti non si spiega l’assurdità delle loro tesi, che cozza¬
no con l’evidenza dei filmati. E molto curioso, ad esempio,
che la telecamera di Raffaele diventi in una prima versione -
quella fornita alla giornalista israeliana di «Haaretz» Sara
Leibovich-Dar19 - così piccola da non permettere ai soldati
israeliani di identificarlo come un giornalista; e poi, nell’ulti¬
ma versione ufficiale, così grande da essere scambiata da que¬
gli stessi soldati per un lanciagranate tipo Rpg. Eppure, nei
nostri filmati si vede benissimo di che telecamera si tratti e
quale sia stata la dinamica dei fatti.
Non regge nemmeno la storia che Raffaele Gridio non
portasse addosso nessuna scritta “Press” o “Tv” che lo di¬
stinguesse dai combattenti palestinesi che stavamo seguendo.
E infatti gli israeliani, dopo averla tirata fuori, a caldo, l’han¬
no poi riposta nel cassetto. Gli altri cinque giornalisti uccisi
nei Territori Occupati portavano tutti una scritta del genere.
E questo non ha salvato loro la vita. Per giustificarne l’ucci¬
sione, Tsahal ha dovuto arrampicarsi sugli specchi, come ha
fatto per Raffaele. Giungendo a negare l’evidenza, sfacciata¬
mente, pur di garantire l’impunità ai propri soldati.
Una fine amara
Ucciso da ignoti. E questo l’amaro verdetto cui ha portato
l’ignobile congiura del silenzio imbastita attorno alla morte di
Raffaele Gridio. Era prevedibile, diranno i colleghi più scaltri
e avveduti, alludendo alle pressioni di cui è capace la potente
19 Si veda «Haaretz», 25 agosto 2002.
71
lobby filo-israeliana. Ma io continuo a non capire perché la
proposta di istituire una Commissione parlamentare d’inchie¬
sta sulla morte di Raffaele Ciriello - avanzata nel settembre
2003 dal parlamentare lucano Mario Lettieri - sia rimasta let¬
tera morta. Perché? Per non dispiacere Israele?
Certo, a due anni di distanza dai fatti del 13 marzo 2002,
non posso fare a meno di notare che a Raffaele è stato riserva¬
to un trattamento un po’ diverso dagli altri colleghi morti sul
lavoro. Su di lui non c’è nessuno “scandalo” da denunciare,
nessun “mistero” da alimentare, nessuna “ricorrenza” da ri¬
spettare. Come mai? Lui sta in coda alla lista, ucciso da ignoti
e trattato da ignoto, senza l’aureola da martire che troppo spes¬
so si tende ad appiccicare ai giornalisti morti, per ripagarli dei
rospi che hanno dovuto ingoiare da vivi. E vero, da morto gli
hanno dato addirittura la tessera di giornalista. Ma né l’Ordi¬
ne né la Federazione nazionale della stampa si sono mai seria¬
mente interessati alla sua vicenda. Né l’hanno fatto i nostri po¬
litici, del governo come dell’opposizione, che pure sono degli
specialisti nell’abbracciare tante cause nobili.
Forse esagero perché sono di parte. Ma a me sembra tutto
semplice. A uccidere Raffaele è stato un soldato in divisa, fa¬
cilmente identificabile, di un esercito regolare, di un paese che
si dice democratico. E giusto o no che questo soldato venga
chiamato a rispondere delle sue azioni, spiegandoci perché ha
premuto il grilletto? Nessuno vuole condannarlo a morte, per¬
ché sappiamo bene che in un certo senso ha agito per legittima
difesa. Ma almeno che ci dica cosa gli è passato per la testa in
quei momenti e perché ha sparato. E solo una questione di ri¬
spetto. Nei confronti di Raffaele Ciriello, della sua memoria,
del dolore dei suoi familiari e della verità.
72
Capitolo secondo À
Afghanistan: la “guerra in diretta”
L’uomo aveva piazzato la sua tenda in mezzo al cimitero e
se ne stava chiuso lì dentro, da giorni. A pregare. Incurante
del via vai di gente che continuava a seppellire morti. Era se¬
duto sui talloni, alla maniera afghana. Lo sguardo fisso e il ro¬
sario in mano. L’avevo notato già da qualche minuto, ma non
osavo avvicinarmi. Finché qualcuno non mi ha spiegato, in
lingua pashtun: “Lo vede quello lì? Ha avuto dodici morti. Ed
è rimasto solo come un cane”.
A questo punto, l’uomo si è accorto della mia presenza e
mi sono fatto coraggio. Accostandomi alla tenda gli ho chiesto
se aveva voglia di raccontarmi la sua storia. “Cosa vuole che le
dica” mi ha risposto con voce pacata. “Non mi è rimasto nes¬
suno. Moglie, figli, genitori, fratelli: tutti morti. Ero un com¬
merciante agiato e ora non sono più nessuno. La vita per me
non ha più valore. Sono solo e sarà l’Onnipotente a decidere
cosa fare della mia esistenza. Perciò prego. Prego e aspetto. In
attesa che Allah mi illumini”. Non mi disse nient’altro. Si alzò
e mi indicò le sue tombe. Erano veramente dodici, perfetta¬
mente allineate: sei grandi, quattro più piccole, due minusco¬
le. E si vedeva che il cemento era fresco. Le baciò una dopo
l’altra, lentamente. Poi, sempre in silenzio, se ne tornò a pre¬
gare, rivolto verso il deserto del Belucistan. E verso la Mecca.
Il suo villaggio si chiama Darveshan e si trova 80 chilome¬
tri a sud-ovest di Kandahar. Si era sparsa la voce di una terri¬
bile strage e siamo andati a verificare. Era tutto vero. C’erano
macerie ovunque. E gente che, una settimana dopo la trage¬
dia, continuava ancora a scavare. Case distrutte e cimiteri pie¬
73
ni. Il silenzio interrotto solo dai pianti. Il giorno prima erano
state recuperate una mano e una testa, ma si cercava ancora il
resto di quel corpo. Secondo i calcoli delle autorità locali i
morti erano 150, di cui almeno 40 bambini: un quarto della
popolazione del villaggio, uccisa per errore dalle bombe ame¬
ricane destinate ai talebani.
Il perché non lo sapeva nessuno. Un uomo mi ha spiegato
che un convoglio di jeep con a bordo un gruppo di talebani era
passato dal villaggio il giorno prima del bombardamento, per
inerpicarsi poi sulle montagne che lo circondano. Qualcun al¬
tro mi ha assicurato invece che era tutta colpa delle caverne
alle quali è addossata la parte più alta del villaggio. Le quali, es¬
sendo abitate, potrebbero aver ingannato i B-52 che andavano
a caccia dell’ultimo rifugio di Bin Laden. Certo è che a mezza¬
notte del 9 dicembre è iniziata una pioggia di bombe durata
due giorni. Il primo raid non ha fatto molti morti; ma la gente
invece di fuggire si è chiusa in casa per la paura. Ed è stato peg¬
gio. Hanno fatto la fine dei topi. Anche se a Darveshan nessu¬
no aveva mai conosciuto Bin Laden, né sosteneva i talebani. Da
queste parti, sono tutti contadini: non amano i forestieri, anche
se musulmani; e non sopportano le prediche.
Rientrando a Kandahar, mi ero ripromesso di denunciare
subito questa strage di innocenti, che ci era stata confermata
anche dalla Croce Rossa Internazionale e dalla Mezza Luna
rossa. Il nostro reportage sarebbe andato in onda su 7V7, il
settimanale del Tgl, solo dopo una settimana. Troppo tardi.
Ho chiamato quindi un collega italiano che stava a Quetta, in
Pakistan, e che lavora per una grossa agenzia di stampa. Gli
ho raccontato l’episodio e l’ho pregato di fare un lancio. In
fondo, era uno dei più gravi “errori” fatti dagli americani da
quando era iniziata la guerra in Afghanistan. E uno dei pochi
di cui la stampa fosse venuta a conoscenza, direttamente, e
con tanto di prove. Mi sembrava dunque una notizia ghiotta,
su cui valeva la pena scrivere qualche riga. Invece mi ero sba¬
gliato. Il collega infatti mi richiamò da Quetta spiegandomi
74
che a Roma l’episodio non interessava. Anche perché - ag¬
giunse con un certo imbarazzo - “non è molto in sintonia con
la nostra linea editoriale”. “Come non detto”gli risposi. “D’al¬
tra parte, i danni collaterali sono insignificanti per definizio¬
ne. Sempre”.
Una guerra che nessuno ha visto y
A due anni e mezzo di distanza dall’inizio delle operazio¬
ni militari in Afghanistan, non si sa ancora quante vittime ci¬
vili abbia fatto - e stia ancora facendo, dato che non è finita -
questa prima crociata americana contro Bin Laden e il terro¬
rismo internazionale. Sembra incredibile ma è così. Nessun
bilancio è stato mai fornito né dai comandi militari degli Stati
Uniti né dal nuovo governo afghano presieduto da Ahmid
Karzaj. E le uniche cifre disponibili sono il frutto di stime in¬
duttive, che pochi si sono presi la briga di accorpare in ma¬
niera sistematica ed esaustiva.
Probabilmente, il lavoro più attendibile è quello svolto dal
professor Marc Herold, dell’Università del New Hampshire1.
Esaminando e confrontando i rapporti dell’ONU, delle Ong
presenti sul posto, dei giornalisti e dei testimoni oculari, He¬
rold stima che almeno 3767 civili siano stati uccisi dalle bom¬
be americane tra il 7 ottobre e il 10 dicembre, durante cioè la
fase più dura della guerra. Questa cifra resta però parziale.
Tant’è che non comprende i civili morti in un secondo tempo,
per le ferite riportate nei bombardamenti, né i morti di fred¬
do, fame e altre “complicanze” legate alla guerra. Restano
inoltre fuori dal calcolo i combattenti militari - qualcuno ha 11 Lo studio di Herold è tuttora consultabile, in inglese, sul sito internet
www.cursor.it. Gli aggiornamenti sono disponibili invece sulla pagina web
http://pubpages.unh.edu. Una traduzione italiana dello studio di Herold
è stata pubblicata nella primavera 2002 dalla rivista «Altra economia».
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stimato in oltre 10.000 le vittime fra talebani e miliziani di Al
Qaeda - e le centinaia, anzi migliaia di prigionieri massacrati
a Mazar-i-Sharif, a Qala-i-Janghi, all’aeroporto di Kandahar e
altrove. Lo stesso Herold ha poi fornito dei successivi aggior¬
namenti, in base ai quali le vittime civili della guerra in Af¬
ghanistan dovrebbero aggirarsi, ad oggi, attorno alla cifra di
5000. Questo computo coincide grosso modo con la stima fat¬
ta dalla Bbc, anche se rimane più alta della cifra fornita da al¬
tri analisti, più vicini al Pentagono, che a fine 2001 stimavano
in 1300 le vittime dirette dei bombardamenti2.
Non è comunque una questione di numeri. O almeno, non
solo. Il problema vero è che le vittime di questa guerra sono
state deliberatamente oscurate. Cancellate. Rese invisibili. E
questo nonostante la guerra in Afghanistan sia stata tra le più
filmate, fotografate e raccontate di tutti i tempi. E stata una
guerra in diretta, dalla copertura pressoché totale. Come lo era¬
no state la prima guerra del Golfo (1991), Somalia (1992) e
Kosovo (1999). Al lavoro c’erano infatti migliaia di giornalisti,
cameraman e fotografi che, ora dopo ora, giorno dopo giorno,
hanno portato lo spettacolo della guerra nelle case di tutto il
mondo. In tempo reale. Eppure, la visibilità di molti eventi è
stata appannata. A volte addirittura oscurata. Per via non tan¬
to, o non solo, della censura, ma per gli strani meccanismi e la
logica perversa che sottendono alla “spettacolarizzazione” del¬
la guerra, alla sua trasformazione in evento mediatico, e in pri¬
mo luogo televisivo. La guerra in diretta, infatti, non compor¬
ta una maggiore visibilità degli eventi; anzi, paradossalmente,
la inibisce, così come inibisce la comprensione di tali eventi3.
2 Si veda ad esempio l’inchiesta di Cari Conetta, del gruppo di lavoro Pro¬
ject on Defense Alternatives, Strange victory: a critical appraisal of operation
Enduring Freedom and the Afghanistan War (Research Monograph, PDA,
Cambridge, MASS, 6 gennaio 2002).
3 È la tesi sostenuta ad esempio da A. Scurati, che parla di una legge di “pro¬
porzionalità inversa” esistente nella war television fra spettacolo e visibili¬
tà. Secondo Scurati (Televisioni di guerra, cit., p. 18) “ad un progressivo
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È una questione cruciale, su cui spesso si equivoca, finen¬
do fuori strada. E vero infatti che il Pentagono aveva diramato
una direttiva ben precisa, invitando la stampa americana a non
focalizzare la propria attenzione sulle vittime civili dei bom¬
bardamenti in Afghanistan. Ed è vero anche che il presidente
della CNN, Walter Isaacson, aveva prontamente recepito que¬
st’invito, seguito a ruota dai suoi colleghi della Fox News Tv
e di altri grandi network. Va cioè riconosciuto che patriotti¬
smo, retorica e propaganda hanno finito per coinvolgere un
po’ tutti i media dell’Occidente, traumatizzati anch’essi dalle
immagini scioccanti dell’ll settembre e troppo sensibili all’i¬
deologia della nuova campagna antiterrorismo. »
Ma questo non vuol dire che la stampa si sia fatta passiva¬
mente condizionare o soggiogare dagli apparati di propagan¬
da e dalla censura militare4. Piuttosto, c’è stata una straordi¬
naria comunione d’intenti, una sorta di simbiosi, che ha con¬
sentito alla censura militare di operare con efficacia e, con¬
temporaneamente, allo spettacolo della guerra di andare in
onda nelle migliori condizioni possibili, senza intoppi. Crean¬
do anzi ottimi profitti.
L’“inganno” c’è stato, cioè, ma ha radici complesse. Mol¬
to più complesse di quanto credano gli analisti che riducono
il rapporto fra apparato militare e mondo dei mass media a
uno scontro, secondo quello schema mitologico in base al qua¬
le i militari sono sempre pronti a dichiarare il falso e i giorna-
aumento della capacità apparente di vedere la guerra da parte della televi¬
sione (cioè di un aumento della sua capacità di vedere le apparenze delle
guerre) corrisponde, a livello della comprensione e della partecipazione ai
processi democratici di decisione politica da parte dell’opinione pubblica,
un sempre maggiore oscuramento”.
4 E la tesi sostenuta ad esempio da Giulietto Chiesa, in particolare in La
guerra infinita (Feltrinelli, Milano 2002), che svela molti retroscena inedi¬
ti della guerra in Afghanistan e della strategia di “guerra preventiva” inau¬
gurata da Bush, attribuendo però ai mass media un ruolo di sudditanza
piuttosto che di complicità, e per ragioni politiche più che strutturali.
77
listi sempre impegnati nella ricerca della verità. In realtà da
anni questo rapporto è di collaborazione e complicità a tutto
campo, nell’interesse di entrambi. Una vera e propria part¬
nership, che produce menzogne non più smascherabili: per¬
ché, essendo diventate sia le notizie che gli eventi delle merci
da “produrre” per l’uso televisivo, non devono rispondere più
a uno statuto di verità, bensì agli standard commerciali della
verosimiglianza.
Prendiamo l’esempio delle vittime civili. Da sempre, la cen¬
sura militare è stata applicata alla morte e ai morti. Perché la
morte costituisce il centro nevralgico dell’immaginario collettivo
in tempo di guerra. Prima la censura riguardava solamente i pro¬
pri soldati. Poi si è estesa anche al nemico, soprattutto alle vitti¬
me civili, per evitare una perdita di consenso in patria. Ma que¬
sto non ha mai impedito alla stampa di contrastarla ed eluderla,
quando questo era funzionale ai propri interessi. In Vietnam, ad
esempio, le foto e le immagini dei massacri di civili perpetrati
dalle forze d’occupazione americane non solo hanno condizio¬
nato l’esito della guerra, fino a ribaltare il rapporto militare fra
le forze in campo, ma hanno ridato slancio e nuova linfa al mito
del Quarto Potere, che poté ergersi a “coscienza critica” del pae¬
se, in nome e per conto dell’opinione pubblica.
Nel corso degli anni Ottanta, invece, con lo sviluppo delle
tecnologie elettroniche di comunicazione, con l’avvento dei
grandi network e con l’affermarsi progressivo della neo-televi¬
sione, cambiano sia le priorità che le strategie5. Per la prima
volta c’è infatti la possibilità di mandare in onda contempora¬
neamente in tutto il mondo qualsiasi evento. Anche la guerra.
E per di più in tempo reale, da qualsiasi angolo del pianeta e
con una presenza multipla e simultanea di telecamere su tutto
5 Per capire meglio questa trasformazione fondamentale, si veda l’opera col¬
lettiva Seeing Through the Media, curata da S. Jeffords e L. Rabinovitz
(Rutgers University Press, New Brunswich [Ny] 1994), incentrata sulla
prima guerra del Golfo vista come il debutto della televisione totale.
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il fronte dei combattimenti. L’opportunità tecnologica che si è
creata è un’occasione unica per ricavarne vantaggi economici.
Ma è anche il modo per assorbire le pressioni politiche, che da
sempre assillano il mondo dei mass media, in un modello tele¬
visivo che può finalmente occultarle nella spettacolarizzazione
crescente.
E questo il paradigma su cui nasce la Cnn, che proprio
con la prima guerra del Golfo, nel 1991, si impone come il
nuovo colosso mondiale dell’informazione. Un colosso con
cui gli apparati militari preferiscono venire a patti, in modo da
sfruttarne meglio le potenzialità, a fini di propaganda. Ma la
Cnn è anche un colosso che ha deciso di abolire ogni stecca¬
to fra informazione e intrattenimento, capace perciò di tra¬
smettere qualsiasi evento secondo un modo nuovo di fare te¬
levisione, orientato al profitto e non all’informazione e alla
formazione critica dell’opinione pubblica. Non c’è perciò da
stupirsi se ha accettato di fare delle vere e proprie “co-produ¬
zioni” con il Pentagono e più in generale con chi le guerre le
decide e le pianifica nei minimi dettagli.
Forse qualcuno si ricorda ancora lo spot con cui la Cnn
lanciò la sua massiccia campagna autopromozionale il 17 gen¬
naio 1991, dopo la prima lunga “diretta” da Baghdad sotto le
bombe. Questo era il testo:
Mentre divampa la guerra nel Golfo Persico c’è una sola
fonte di informazione che è seguita in tutto il mondo. La se¬
guono gli uomini di governo, per controllare come evolve il
conflitto; la seguono gli uomini importanti, per tenere d’oc¬
chio le reazioni delle singole nazioni; e la segue la gente co¬
mune, che attende notizie di speranza e di pace. Ora più che
mai è il momento di sintonizzarsi sulla CNN6.
6 Sulla “guerra” della CNN, nel 1991, si legga l’ottimo contributo di Mimi
White, in Seeing Through the Media, cit., pp. 121-143.
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Fu una novità epocale. Fu il debutto cioè della televisione
totale, in cui la produzione delle notizie viene perfettamente
integrata in uno schema manageriale di alta efficienza e reddi¬
tività, secondo le tecniche di marketing applicate a tutti gli al¬
tri settori di mercato7. E nessuno grida allo scandalo quando,
già nel deserto kuwaitiano di “Desert Storm”, spariscono i
morti dalle rappresentazioni televisive della guerra. Fa como¬
do ai militari ma è anche un’esigenza televisiva: è l’unico modo
per rendere il massacro su larga scala compatibile con lo spet¬
tacolo della guerra in diretta, che è destinata al prime time per
il grande pubblico planetario e non può quindi permettersi im¬
magini troppo “forti”. Da questo punto di vista c’è anzi una
perfetta coincidenza fra la strategia militare, il cui scopo è vin¬
cere la guerra senza perdere consensi nell’opinione pubblica, e
la strategia televisiva, che mira a conquistare l’audience anche
attraverso l’informazione. E in questo nuovo quadro di riferi¬
mento, generali e manager televisivi finiscono per andare a
braccetto, uniti in un patto segreto che esclude l’opinione pub¬
blica e la penalizza nel suo diritto all’informazione8.
7 Secondo Tom Engelhard (in Seeing Through the Media, cit., pp. 81-97) è
un errore credere che nella guerra del Golfo abbiano trionfato censura e
propaganda, provocando una sostanziale “sconfitta” dei media. Piutto¬
sto, il 16 gennaio 1991 è la data di nascita di un nuovo modo di far tele¬
visione, in cui questi criteri non possono più essere applicati. Innanzitut¬
to, perché le frontiere tra l’azione militare e gli eventi mediatici sono ca¬
dute, al punto che la pianificazione militare è diventata essa stessa una
nuova forma di realtà mediatica.
8 Nella rappresentazione televisiva della prima guerra del Golfo sparirono
sia i (pochi) morti americani, sia i morti iracheni. Di questi ultimi si è visto
qualcosa solo a guerra finita: in particolare, le immagini raccapriccianti dei
cadaveri carbonizzati trovati all’interno dei carri armati iracheni distrutti
dalle forze della coalizione. Come nota giustamente Scurati (Televisioni di
guerra, cit., p. 20), nella prima guerra del Golfo “la negazione dell’imma¬
gine della morte fu talmente radicale da rendere il seppellimento di mi¬
gliaia di soldati ancora vivi nelle trincee nemiche (compiuto nel deserto
iracheno dalla prima divisione di fanteria meccanizzata, che avanzava pre¬
ceduta da ruspe) una metafora appropriata dell’azione di disinformazione
portata avanti dall’ufficio stampa del Pentagono”.
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Chi ha deciso, dunque, di oscurare le vittime civili della
guerra in Afghanistan? Tutti e nessuno. L’ha deciso il Penta¬
gono, che non voleva sporcare con il sangue la sua guerra “chi¬
rurgica”, col rischio di veder scemare il patriottismo. Ma l’¬
hanno deciso anche i responsabili dei grandi network, che per
fare profitti hanno programmato lo spettacolo della guerra nei
minimi dettagli, segmentandolo in tanti piccoli spot patinati,
che non potevano certo prevedere il disgusto o l’orrore, col ri¬
schio che il telespettatore cambiasse canale. L’ha deciso poi il
singolo operatore dell’informazione - giornalista, cameraman
o fonico - che a questo spettacolo si è adeguato oppure si è as¬
sociato per scelta, credendo di fare informazione mentre inve¬
ce stava solo facendo televisione. Infine e soprattutto, l’ha de¬
ciso la guerra, che ridotta e trasformata in evento televisivo, ha
finito per perdere sia la sua materialità che la sua intelligibili¬
tà. Questa guerra, cioè, poteva anche non essere più vista, dal
momento che a nessuno dei decision-makers in questione, ge¬
nerali e manager televisivi, interessava che fosse capita.
In realtà questo processo è iniziato a Baghdad nel 1991 e
sempre a Baghdad, nel 2003, ha avuto il suo plateale corona¬
mento9. In mezzo ci sono state però altre guerre, che hanno
consentito al paradigma della guerra in diretta di mettere a
punto i suoi meccanismi e di affinare la sua logica. Con la Cnn
a fare da capofila, ma in modo da contagiare tutte le reti tele¬
visive, che infatti nella seconda guerra del Golfo si sono mos¬
se in perfetta sincronia, di tempi e di scelte. L’Afghanistan in
questo senso è stato uno speciale banco di prova. Che ha per¬
messo all’apparato militare e alla macchina televisiva di sin¬
cronizzare logistica e tempistica, di moltiplicare le sinergie, di
superare le residue incomprensioni. E che proprio per questo
vale la pena analizzare.
Aria condizionata a Jabal el Saraj
9 Sulla seconda guerra in Iraq come “evento mediatico” si veda il quarto
capitolo.
81
Per il circo dei media l’avventura afghana è cominciata
male. Polvere, sete e dissenteria hanno funestato infatti la lun¬
ga e lentissima marcia di avvicinamento al teatro di guerra, dal
Tajikistan fino alla valle del Panshir, a ridosso di Kabul. E an¬
data un po’ meglio, forse, all’esercito dei giornalisti che si era
invece attestato in Pakistan, fra Peshawar e Quetta, in attesa
che si aprisse un varco in quella frontiera. Tutti hanno dovuto
comunque attendere diversi giorni, anche settimane, prima di
entrare in Afghanistan. E questo ha finito per decimare la trup¬
pa, su basi classiste e non di merito. Com’è successo a una trou¬
pe della tv polacca, partita con tanta buona volontà ma pochi
soldi in tasca. Sono rimasti dieci giorni in attesa a Dushanbé,
in Tajikistan, hanno impiegato poi una settimana per arrivare
in macchina nella valle del Panshir, e dopo una decina di gior¬
ni sono stati costretti a fare marcia indietro, per mancanza di
soldi. Era il 4 o 5 ottobre, non ricordo bene. So solo che l’at¬
tacco americano non era ancora iniziato, eppure i polacchi do¬
vettero rientrare a casa, sconfitti dalla potenza del denaro, che
in guerra conta più di ogni altra cosa.
Vero è che nessuno di noi se la passava benissimo. A orga¬
nizzarci il viaggio e l’accoglienza era stata l’Alleanza del Nord,
che aveva bisogno di avere molti giornalisti nella propria area,
in modo da sostenere e rafforzare il proprio ruolo politico e
militare agli occhi degli americani. Ma il risultato è che un’or¬
da di giornalisti - 150 solo con la prima ondata; e a metà otto¬
bre eravamo già più di 300 - era stata catapultata su un pae-
setto, Jabal el Saraj, che era sì a ridosso di Kabul, sulla linea del
fronte, ma non aveva né le strutture né le risorse per assorbire
una tale onda d’urto.
Mancava tutto. Acqua, luce, cibo. Dormivamo ammassati
in fatiscenti guest house, su dei materassi sporchi appoggiati
sulla nuda terra, spesso in 10-15 per stanza. Il bagno, uno solo
per tutti, uomini e donne, era all’aperto: una piccola casupola
di fango con un buco a terra, per niente profondo, che veniva
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svuotato ogni tanto, se e quando qualcuno se ne ricordava. In¬
vidiavo con tutto il cuore la stanzetta che Ettore Mo e Luigi
Baldelli, del «Corriere della Sera», erano riusciti ad avere tutta
per loro: se non altro potevano chiudere a chiave le loro cose,
evitando i furti e la polvere. La mattina, fra italiani - con noi
c’era anche Alberto Stabile di «Repubblica» - ci si ritrovava a
bere una tazza di Nescafé pakistano e a imprecare: contro la
dissenteria, che a turno colpiva tutti, e contro gli altri mille in¬
convenienti di questa nostra “vacanza organizzata”.
Accanto, c’era però il paradiso: il quartier generale della
CNN, attrezzato superbamente con decine di gruppi elettroge¬
ni, aria condizionata, fiumi d’acqua minerale e cibo a volontà,
di cui a noi poveracci arrivavano gli avanzi. Non mancava nul¬
la. C’erano tutti i comfort che servono ad alleviare le fatiche
della vita in tempo di guerra. Ma c’erano soprattutto le condi¬
zioni politiche, logistiche e strategiche che servono a garantire
la perfetta messa in onda della guerra in diretta.
Tanto per cominciare, il portavoce e ministro degli Esteri
dell’Alleanza del Nord, Abdullah Abdullah, era ospite fisso,
anzi aveva i suoi uffici, nella guest house della Cnn. A spese ov¬
viamente del network, che in compenso aveva l’esclusiva su
tutte le informazioni politiche, diplomatiche e militari. Un so¬
dalizio completo ed esclusivo: a noi altri, giornalisti di serie B,
veniva offerta una conferenza stampa ogni due, tre giorni; la
Cnn veniva invece aggiornata in tempo reale sugli sviluppi del¬
la situazione, senza doversi neanche spostare dalla propria
sede. La situazione era talmente impari e sbilanciata che la
Cnn (seguita a ruota dalla Nbc) aveva la priorità assoluta su
tutti i voli da e per la valle del Panshir, in modo da poter assi¬
curare un adeguato ricambio del proprio personale ed evitare
inoltre qualsiasi inconveniente tecnico.
Ricordo ancora con una punta d’orgoglio il ruolo di sobil¬
latori che noi italiani abbiamo avuto nella rivolta generale che
dilagò fra i giornalisti nel piccolo eliporto di Changaran, nella
valle del Panshir, a metà novembre10. C’era una lista d’attesa di
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oltre cento nomi, per gli elicotteri MI 8, scassatissimi, che L’Al¬
leanza del Nord aveva promesso di metterci a disposizione, a
caro prezzo, per rientrare a casa dopo due mesi di permanenza
in Afghanistan. Ma da giorni nessun mezzo decollava o atterra¬
va, ufficialmente per il maltempo. Finché una mattina si è pre¬
sentato ai cancelli un lungo convoglio della CNN, che a detta
delle guardie tagike aveva la priorità per l’imbarco immediato.
Ci siamo ribellati, perché non c’era nessun nominativo della
CNN nella lista d’attesa che era stata fatta, su basi democratiche,
per la data di arrivo di ciascuno di noi all’eliporto. E solo pic¬
chettando il cancello d’ingresso siamo riusciti a evitare il sopru¬
so. Solo per qualche ora però, il tempo di spostare gli elicotteri
in un’altra zona. Infatti la Cnn è partita lo stesso, al riparo dai
nostri sguardi indiscreti e dalle nostre maledizioni.
Il problema vero era che un abisso separava la Cnn e i
grandi network televisivi dagli altri media. In termini innanzi¬
tutto di risorse, uomini e mezzi. Ma anche in termini di logisti¬
ca, strategia e organizzazione del lavoro sul campo. La Cnn
disponeva infatti di una trentina di professionisti, solo nella
valle del Panshir: giornalisti, cameraman, fonici e, soprattutto,
manager e producer di madrelingua afghana (sia dari che pash-
tun), in grado di comunicare meglio con la popolazione locale
e con l’esercito dell’Alleanza del Nord. Col risultato che le
troupe della Cnn non avevano bisogno di andare a caccia di
notizie o di eventi. Perché erano sempre al posto giusto nel
momento giusto, già pronte al “ciak: si gira”.
Inoltre, Cnn, Bbc e gli altri network avevano speso cifre
astronomiche per allestire una rete logistica molto articolata,
che coprisse nei limiti del possibile tutto l’Afghanistan. E nes¬
sun comandante del fronte anti-talebano avrebbe mai dato un 1010 Di questo inedito “comitato di agitazione” facevano parte - oltre a me e a
uno scatenatissimo Norberto Sanna - Luigi Baldelli, Ettore Mo, Ennio Re¬
mondino e i suoi Belgrado Boys (Boban e Michi), Francesco Fossa di Rete
4 e Gabriella Simoni di Studio Aperto.
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ordine ai suoi uomini senza prima avvertire la Cnn e i grandi
network televisivi11.
I militari, dal canto loro, da questo patto informale con la
Cnn avevano tutto da guadagnare. In termini di autorevolezza,
perché le telecamere del network americano garantivano al-
l’ormai debole Alleanza del Nord un rinnovato prestigio e, so¬
prattutto, una straordinaria capacità di proiezione sullo scena¬
rio internazionale. Per anni, il comandante Massoud aveva do¬
vuto faticare per farsi aiutare dall’Occidente nella sua battaglia
contro il regime dei talebani. Ora, grazie alla Cnn, leader af¬
ghani molto meno carismatici, autorevoli e rappresentativi ave¬
vano il mondo intero ai loro piedi. Inoltre, tramite la Cnn, an¬
che l’Alleanza del Nord poteva partecipare al Great Game, al
grande gioco geopolitico e diplomatico che l’attuale crisi in Af¬
ghanistan aveva riawiato e a cui erano interessati tutti gli stati
della regione. Insomma, la Cnn dava una mano all’Alleanza ta-
gika e questa ricambiava, con gli interessi. Il network si acca¬
parrava una sorta di “esclusiva” su un evento mondiale con cui
riempire il proprio palinsesto, mentre i comandi militari - del¬
l’Alleanza del Nord, ma il discorso vale anche per il Pentago¬
no - si garantivano uno straordinario ritorno d’immagine, gra¬
zie alla copertura televisiva della guerra, j
Naturalmente, questo patto lasciava qualche spiraglio alle
esigenze della propaganda e della disinformazja. Ma non era
più basato sulla stretta, ineludibile dipendenza del sistema in¬
formativo dalle fonti politico-militari. In questo caso, come già
era accaduto durante la prima guerra del Golfo, la dipendenza
era reciproca.
Non a caso, le troupe della Cnn erano già allertate quando
alle 18.28 ora italiana di domenica 7 ottobre 2001 scoppiò la
guerra in Afghanistan. E se è vero che a darne notizia per primo 1111 Sui grossi sforzi produttivi fatti dai grandi network dopo gli attentati
dell’ll settembre 2001 si leggano i contributi contenuti in 11 settembre: i
nuovi media nelle emergenze, a c. di L. Cornero, G. Mazzone, RAI-Nuova
Eri, Torino 2002.
85
fu un cameraman russo della Reuters, Sergej Karazj, che stava
con noi a Jabal el Saraj, è vero anche che furono le telecamere
della Cnn ad accendere ancora una volta i riflettori, come a
Baghdad nel ’91, sul vero spettacolo della guerra in diretta. Sa¬
pevamo tutti che era questione di ore: nel pomeriggio c’era sta¬
ta un’improvvisa conferenza stampa del ministro degli Esteri ta-
giko Abdullah Abdullah, che aveva annunciato, serissimo, che
l’attacco americano era ormai imminente. Ne aveva anche speci¬
ficato i primi obiettivi: Kabul, Jalalabad, Kandahar e la valle di
Shamalli, nella nostra area, dove i talebani avevano concentrato
le loro forze. E alla domanda di un collega che aveva chiesto se
dunque era “una questione di giorni”, Abdullah aveva risposto,
col sorriso sulle labbra: “Prima, molto prima”.
Le telecamere della Cnn erano già pronte, quando i pri¬
mi missili caddero su Kabul. C’era una troupe che da diversi
giorni era stata posizionata sulla strada per Rabat, l’ultimo
avamposto sulla linea del fronte. E non capivo perché, visto
che l’edificio sul quale avevano piazzato la telecamera non of¬
friva alcuna vista particolare. Era piuttosto alto, a tre piani,
quando invece le case afghane sono quasi sempre a un piano
solo. Ma di fronte non c’erano postazioni militari, solo la val¬
le di Shamalli che si stendeva a perdita d’occhio fino alle al¬
ture dietro Kabul. La notte del 7 ottobre capii invece che
quello era il posto ideale per riprendere i bombardamenti
notturni sulla capitale: i lampi nel cielo, la scia dei missili, l’e¬
co lontana delle esplosioni, le colonne di fumo. Certo, nulla
che servisse a capire veramente quello che stava succedendo.
Ma la guerra in diretta deve soprattutto emozionare. E dare
al telespettatore l’illusione di poter vedere tutto, anche quan¬
do non vede nulla.
Con lo stesso tempismo lavorò la Cnn due mesi dopo,
quando, con la resa dei talebani a Kandahar, la guerra sembrò
volgere alla fine. Ero tornato in Afghanistan dal sud, perché ci
tenevo ad arrivare tra i primi nella roccaforte del mullah Omar.
In fondo, tutto era iniziato a Kandahar, nel 1994: con l’arrivo
86
di questi talib, studenti delle scuole coraniche di Quetta e Pes¬
hawar, decisi a riportare pace, religione e integrità morale nel¬
l’Afghanistan devastato dalla guerra. E ora tutto finiva a Kan¬
dahar: con la fuga del mullah Omar, il crollo del regime e l’ar¬
rivo vittorioso degli americani.
C’erano quasi duecento giornalisti a Quetta, in attesa di
poter entrare in Afghanistan. I più pigri gravitavano attorno al-
l’hotel Serena, dove, seduti comodamente alla scrivania, con
computer e agenzie di stampa a disposizione, confezionavano
grandi reportage virtuali sulla caccia a Bin Laden tra le caver¬
ne di Torà Bora, oppure sulla fuga misteriosa - in moto o a ca¬
vallo, se non ricordo male - del mullah Omar. I più seri face¬
vano invece la spola fra Quetta e il posto di frontiera di Cha-
man, a caccia di informazioni e con la speranza di poter prima
o poi passare dall’altra parte del confine.
Nick Robertson, della Cnn, scelse invece di piantarci le
tende, a Chaman. Nonostante la polvere, il rischio e mille sco¬
modità. Affitto una casa, arruolò uno stuolo di guardie armate
e cominciò a ricevere, uno dopo l’altro, i vari signorotti della
guerra e capiclan pashtun. Che tutti i giorni venivano alla fron¬
tiera da Kandahar e Spin Boldak, a tessere le loro trame per la
formazione del nuovo governo afghano.
Una mattina mi svegliai e vidi alla televisione che Nick Ro¬
bertson stava già in Afghanistan. Alla faccia di noi tutti. Era in
collegamento da Spin Boldak: teso ma soddisfatto. Seppi in se¬
guito che la Cnn aveva pagato 16.000 dollari per poter arriva¬
re senza problemi fino a Kandahar. Nessun altro avrebbe mai
pagato quella cifra. O almeno non la Rai, che aveva autorizza¬
to me, il collega Enrico Bellano e il montatore Fabio Casali¬
nuovo a spendere al massimo 1000 dollari per un eventuale
passaggio “clandestino”.
Quei soldi ci servirono comunque, tre giorni dopo, per pa¬
gare un ufficiale pakistano disposto a chiudere un occhio su
una nostra “bravata” da teppisti: abbattere in velocità la bar¬
riera di filo spinato ed entrare in Afghanistan con la jeep lan-
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data a tutta birra in mezzo al deserto del Belucistan. Riuscim¬
mo così ad arrivare a Kandahar con i primi giornalisti, che era¬
no passati legalmente con un visto pakistano che noi non ave¬
vamo. Ma la CNN era già lì a trasmettere, con diverse troupe,
quando noi dovevamo ancora cominciare.
Si parla spesso dello “strapotere” della Cnn e del fatto che,
quando ci sono in giro le sue troupe, cambiano radicalmente le
condizioni di lavoro per gli altri giornalisti. Ma di solito si fa ri¬
ferimento al suo ruolo “inflattivo”, al fatto cioè che i costi in
zona di guerra schizzano alle stelle non appena arriva sul posto
il colosso di Atlanta. Si fanno più salate le tariffe di autisti, in¬
terpreti e informatori, aumentano i prezzi dell’acqua e dei ge¬
neri alimentari, anche gli alberghi ritoccano a volte il costo del¬
le stanze. Il tutto perché la Cnn adotta standard americani, an¬
che in posti sperduti dove dieci dollari in più possono cam¬
biarti l’esistenza. E così riesce a sbaragliare la concorrenza, ri¬
uscendo spesso ad arrivare per prima, solo grazie ai soldi.
In realtà, questo modo di operare risponde a precise rego¬
le produttive, senza le quali lo spettacolo della guerra in di¬
retta non potrebbe mai andare in onda. Quest’ultimo richiede
infatti la presenza di più troupe su tutti i fronti di guerra, in
modo da garantire un adeguato flusso comunicativo, per ri¬
empire i palinsesti. La guerra vista in televisione deve cioè co¬
incidere il più possibile con la guerra reale. Bisogna esserci,
mobilitando uomini e mezzi, senza badare a spese. Perché
solo se l’evento si confonde con la sua rappresentazione, solo
cioè se c’è una perfetta integrazione spazio-temporale fra
guerra e televisione, lo spettacolo della guerra in diretta può
andare in onda e funzionare12.
Questo vale per la Cnn, ma non solo. E l’ho vissuto sulla
mia pelle. Nel primo mese di guerra io e Norberto Sanna per
12 Si veda M. White, Seeing Through the Media, cit., in particolare il para¬
grafo dedicato ai Baghdad Boys della CNN, durante le dirette da Baghdad,
nel 1991 (pp. 126-134).
88
il Tgl, assieme a Raffaele Fichera e Carlo Ruggiero per il Tg3,
eravamo gli unici inviati Rai presenti in Afghanistan. In tale
veste, sono stato coinvolto in diversi talk show televisivi sulla
guerra. Che venivano regolarmente concepiti e realizzati non
tanto per approfondire l’argomento, quanto per dare al tele-
spettatore il “brivido” della guerra in diretta, tramite il colle¬
gamento con 1’“inviato al fronte”. Raramente sono riuscito ad
approfondire le notizie. Spesso non mi lasciavano nemmeno
parlare. L’importante era enfatizzare l’idea del collegamento
in diretta, creare suspense, sfruttare gli inevitabili inconve¬
nienti tecnici. Ricordo che una volta, prima di un collega¬
mento, il giornalista che stava dall’altra parte del telefono, a
Roma, mi chiese gentilmente se potevo piazzare la cornetta
“in modo da far sentire l’audio dei bombardamenti”. Erano
gli effetti speciali che gli interessavano, molto più del mio rac¬
conto e delle mie analisi. D’altronde, mi capitò anche di re¬
stare in collegamento per ore senza che mi dessero la linea;
oppure che mi escludessero l’audio se cercavo di cambiare o
allargare il discorso. Tanto non era importante quello che rac¬
contavo. Bastava solo che ci fossi. O meglio, che dallo studio
di Roma potessero dire: “Siamo in attesa di collegarci con il
nostro inviato in Afghanistan”. Tutta qui, la magia. Perché,
con il mio tramite, i telespettatori potevano illudersi di parte¬
cipare anch’essi all’evento bellico. Anche se non capivano as¬
solutamente nulla di quello che succedeva laggiù, né tanto
meno il perché.
Quando il "pieno” diventa “vuoto”
I primi talebani che ho visto erano ammassati in una pri¬
gione, nella valle del Panshir, prima ancora dell’inizio della
guerra. Saranno stati 100-150, in maggioranza afghani e paki¬
stani, più un nutrito drappello di miliziani di Al Qaeda: ye¬
meniti, ceceni, maghrebini, cinesi uighuri. Solo a quest’ulti¬
89
mo gruppo era stato applicato un regime di sorveglianza
stretta: erano in catene, mani e piedi, isolati dentro celle buie
sorvegliate giorno e notte da guardie armate. Avevano tenta¬
to già diverse volte il suicidio, mentre a contatto con gli altri
detenuti diventavano - ci disse il direttore del carcere - “mol¬
to aggressivi”.
La prigione sembrava in realtà un’oasi di pace. Stava su
un isolotto in mezzo al fiume, nella parte alta della valle, la più
fertile e ricca di verde. L’edificio era a un piano solo, con un’u¬
nica torretta di guardia che dava su quattro grandi celle comu¬
ni. Impossibile fuggire, anche perché la valle del Panshir è da
più di vent’anni il feudo dei muyahiddin tagiki del comandan¬
te Massoud. E nessuno può entrarvi o uscirne senza il loro per¬
messo. Chi non ci crede, può chiedere ai russi, che non sono
mai riusciti a espugnarla e da queste parti hanno perso migliaia
di uomini e centinaia di mezzi.
In ogni caso, la sicurezza era talmente garantita che i dete¬
nuti erano liberi di trascorrere tutti i giorni qualche ora sulle
rive del fiume, all’esterno della prigione. C’erano due secondi¬
ni che dall’alto li sorvegliavano pigramente, col fucile in mano;
ma niente di più. I detenuti utilizzavano queste ore d’aria per
lavarsi e soprattutto per pregare.
Pregavano sempre, questi talebani. Anche in cella. Da lon¬
tano si sentiva un mormorio incessante, se poi ti avvicinavi li
vedevi anche, chini sul Libro Sacro e con la testa ciondoloni
che ritmava ossessivamente un lamento sussurrato. Andavano
avanti così per ore, indifferenti a tutto quello che succedeva
attorno. Salvo che alla telecamera. Che non sembrava incon¬
trare la loro approvazione. Mi fissavano infatti con uno sguar¬
do severo, di fuoco. Senza dire nulla; ma forse, proprio per
questo, ancor più eloquenti. Li sentivo ostili, ostili a tutto quel¬
lo che ai loro occhi rappresentavo: avevo una telecamera in
mano e i talebani erano contro tutte le icone e immagini; ero
un giornalista televisivo e loro erano contro qualsiasi tecnolo¬
gia; ero infedele e occidentale, mentre loro erano musulmani,
90
fondamentalisti e perciò anti-occidentali. Continuavano a fis¬
sarmi, senza smettere di pregare, e col loro sguardo era come
se volessero indicarmi l’abisso che ci separava. Un abisso di ci¬
viltà, di concezione del mondo. Che la guerra imminente ri¬
schiava di allargare.
La stessa sensazione di estraneità e di fastidio l’ho provata
tre mesi dopo a Kandahar, girando per la città dopo la resa,
prima dell’arrivo degli americani. Noi giornalisti eravamo pro¬
babilmente i primi occidentali, almeno in così grande numero,
che la popolazione vedeva dopo otto anni di regime talebano e
di oscurantismo. C’erano folle di curiosi che si accalcavano
sorridenti davanti ai laboratori di fotografia e ai negozi di cas¬
sette musicali, che avevano appena riaperto. Ma c’erano anche
folle silenziose e ostili che ci venivano addosso non appena ci
fermavamo in mezzo alla strada per telefonare con il satellitare
oppure solo per parlare. All’inizio l’ostilità era visibile solo ne¬
gli sguardi. Poi, col passare dei giorni, quando il numero dei
giornalisti andò assottigliandosi, venne fuori con gesti e atti
inequivocabili.
Ci sputavano addosso e ci lanciavano arance marce. Tutte
le volte che eravamo in luoghi affollati: nei mercati e nelle piaz¬
ze. Non era affatto piacevole, soprattutto per i miei amici En¬
rico Bellano e Riccardo Venturi, che in qualità di cameraman e
fotografo finivano sempre per catalizzare l’ostilità della folla. E
un venerdì, mentre facevamo delle riprese in un rudimentale
parco giochi che era stato allestito nel centro di Kandahar, ab¬
biamo subito un’aggressione vera e propria. Sempre a base di
sputi e lanci di frutta marcia. Ma stavolta, in quantità indu¬
striale. Ci siamo salvati solo rifugiandoci in macchina. E grazie
al fatto che quella volta, nonostante la folla stesse tentando di
rovesciarla, la macchina è partita.
Dieci giorni prima eravamo stati presi a sassate nel campo
profughi allestito dall’ONU a Chaman, alla frontiera con il Pa¬
kistan. C’erano in quelle tende diverse migliaia di profughi af¬
ghani, sfuggiti ai bombardamenti e alle battaglie in corso fra i
91
talebani e le milizie dei leader pashtun schieratesi con gli ame¬
ricani. Ma in mezzo alla gente c’erano anche decine o forse
centinaia di talebani in fuga. Che, con un turbante nuovo in te¬
sta - non più nero, com’era la norma ai tempi del mullah
Omar, ma bianco oppure celeste - non avevano rinunciato af¬
fatto ai loro sentimenti anti-occidentali.
Riuscimmo a lavorare non più di mezz’ora, protetti dalle
guardie di frontiera pakistane, che tenevano a bada la folla
con scudisci e manganelli. Poi le guardie ci cacciarono via,
perché la situazione rischiava di diventare incontrollabile.
Era già partita la prima, minacciosa sassaiola. Nella stessa
zona, qualche giorno prima, era stato aggredito il collega Ro¬
bert Fisk, dell’«Indipendent». Sempre a sassate. E senza mo¬
tivo. Era appena sceso dalla macchina, per dare una mano al¬
l’autista che stava cambiando una gomma forata, quando un
sasso l’aveva colpito in fronte.
Era una situazione da analizzare a fondo. Perché alle ra¬
dici di quell’ostilità c’era un groviglio di problematiche che la
guerra non aveva affatto risolto. E con cui gli americani si sa¬
rebbero scontrati nei mesi a venire. C’era il fatto che i taleba¬
ni forse non erano stati sconfitti dalle bombe; ma avevano
preferito tornare in mezzo alla popolazione, senza per questo
rinunciare alle loro idee. E c’era anche il fatto che l’anti-occi-
dentalismo non era forse un obbligo ideologico imposto da
Bin Laden o dal mullah Omar, quanto piuttosto un senti¬
mento diffuso, che il regime aveva solo esasperato. C’erano
tante cose su cui poter lavorare, tante tracce che, alla luce di
quanto è poi successo in Afghanistan - e succede tuttora -
era giusto e doveroso seguire, per dare un’informazione pun¬
tuale e corretta.
Invece, ci richiamarono in Italia. Eravamo infatti alla vigi¬
lia del Natale 2001 e per i nostri capi, così come per i manager
di tutti i network televisivi, la guerra in Afghanistan era finita.
Certo, c’erano ancora da scovare Bin Laden e il mullah Omar.
Ma con la bandiera americana che ormai sventolava sull’aero¬
92
porto di Kandahar, si erano spenti i riflettori sulla guerra e si
era decretata la fine dello show. A suggello, c’era già stata una
valanga di servizi televisivi sulle donne afghane che a Kabul
avevano smesso il burqa e sugli uomini afghani che si erano ta¬
gliati le barbe. Insomma, si girava pagina. In attesa della pros¬
sima guerra.
Non credo però che la scelta di spegnere i riflettori abbia
una spiegazione esclusivamente “politica”. Non mi convince
cioè l’idea che il sistema dei mass media si sia passivamente
uniformato all’apparato di propaganda americano, che aveva
bisogno di dare un’immagine positiva della guerra in Afghani¬
stan, enfatizzandone a fini patriottici i successi e oscurandone
gli insuccessi oppure i nodi irrisolti. Credo semmai che per i
media, soprattutto per i grandi network televisivi, lo spettaco¬
lo della guerra in diretta debba per forza avere una durata li¬
mitata, con delle caratteristiche ben precise. Altrimenti, perde
sia in efficacia sia in profittabilità economica. Queste esigenze
produttive hanno coinciso e si sono sovrapposte alle esigenze
politico-militari. E il cerchio così si è chiuso. Con buona pace
dei telespettatori che si sono sentiti traditi, nel loro diritto al¬
l’informazione e nel loro bisogno di comprensione.
D’altronde, basta fare i conti. Con PAuditel, innanzitutto,
dai cui dati dipendono in definitiva gli introiti pubblicitari del¬
le televisioni. In tempo di guerra, le televisioni all-news regi¬
strano sempre dei picchi d’ascolto eccezionali, che scemano
però nel tempo: è così per la Cnn, e vale anche per la Bbc, Al
Jaazera e gli altri grandi network. Cito qualche esempio: ai
tempi della prima guerra del Golfo lo share della Cnn si im¬
pennò mediamente del 27 % ; e il costo di uno spot pubblicita¬
rio da 30 secondi passò, sempre sulla Cnn, da 3500 dollari a
più di 20.000.
Con il passare delle settimane, subentrò però un fisiologi¬
co “logoramento” negli ascolti, che non causò danni alla Cnn
ma provocò grosse perdite agli altri grandi network, che ave¬
vano cercato di stare al passo con la Cnn senza averne le pos¬
93
sibilità tecniche e logistiche13.
Fatte le dovute distinzioni, questo trend riguarda anche
l’Italia. Non mi risulta che ci siano dati precisi sugli ascolti te¬
levisivi durante la guerra in Afghanistan. Ma c’è uno studio sul
recente conflitto in Iraq del 2003, dai risultati abbastanza elo¬
quenti, che si possono estendere anche agli altri conflitti. Nel¬
la prima settimana di guerra, le uniche reti che si sono date
una strutturazione all-news, La7 e Rai News 24, hanno avuto
un incremento negli ascolti rispettivamente dell’8,5% e del
6,5%. Inoltre, le televisioni “generaliste” che hanno investito
di più sulla guerra in diretta hanno avuto impennate
dell’11,5% (Rai 1) e 5,6% (Rai 3). Negative sono state invece
le performance delle reti che sulla guerra hanno investito di
meno: Canale 5 (-7%), Rete 4 (-6%), Italia 1 (-4%), Rai 2 (-
2%). Questo andamento non si è sostanzialmente modificato
nelle tre successive settimane di guerra ma si è stabilizzato al
ribasso. Segno cioè che la guerra fa buoni ascolti, purché però
la si sappia dosare nei tempi, in modo da evitare la caduta di
attenzione del pubblico14.
Anche la guerra in Kosovo, che pure per l’Italia è stata un
evento molto coinvolgente - per la vicinanza geografica del
teatro bellico e soprattutto per l’attiva partecipazione dei con¬
tingenti italiani - aveva fatto registrare un trend analogo. E non
a caso, secondo una ricerca commissionata dalla Rai15, il “li¬
vello di attenzione” dei tg italiani era andato scemando nel cor¬
13 Sul piano economico, l’esperienza della prima guerra del Golfo fu un fia¬
sco totale per i primi tre colossi televisivi americani: Nbc, Cbs e Abc. Solo
per la NßC, le perdite furono stimate in 55 milioni di dollari. E questo per¬
ché da un lato la televisione totale era al suo debutto, dall’altro i grandi
network non si erano attrezzati come la CNN. Si veda T. Engelhard, in
Seeing Through the Media, cit., p. 88 e ss.
14 Cfr. «Il Corriere della Sera» del 30 marzo 2003 e «Il Sole 24 Ore» del 2 apri¬
le 2003. I dati citati sono del servizio Auditel, elaborati dallo Studio Frasi.
15 Si tratta di uno studio sulla comunicazione giornalistica in televisione du¬
rante la guerra del Kosovo, curato da Maria Pia Pozzato e pubblicato nel
2000 da RAI-Nuova Eri con il titolo Linea a Belgrado.
94
so dei tre mesi di guerra in maniera irreversibile, per via di una
sostanziale “usura” dell’evento bellico: indipendentemente
cioè dall’evolversi reale del conflitto, era subentrato nel corso
di quei tre mesi di guerra un logoramento sia “passionale” che
di attenzione “cognitiva”, in termini di qualità e di tempo de¬
dicato alle notizie di guerra16.
All’esperienza televisiva della guerra in Kosovo sono inol¬
tre riconducibili altre caratteristiche della war television che
sono poi state perfezionate durante la guerra in Afghanistan.
La prima è che la guerra in diretta va “spalmata” sull’intero pa¬
linsesto, in modo da amalgamarla in profondità con il flusso te¬
levisivo e integrarla alla vita quotidiana del telespettatore. Da
qui l’esigenza di aprire “finestre” sulla guerra in tutti i conte¬
nitori, anche quelli ritenuti più leggeri e meno votati all’infor¬
mazione: si pensi, per restare in Italia, a programmi come I fat¬
ti vostri, Chi l’ha visto?, La vita in diretta, Domenica in17.
D’altra parte, anche i programmi di approfondimento gior¬
nalistico preferiscono in tali circostanze “alleggerire” i propri
moduli narrativi, in modo da offrire chiavi di lettura più sem¬
plici e più efficaci di un flusso informativo che, come capita
molto spesso in guerra, risulta disordinato. E una scelta che ov¬
viamente va a scapito di una comprensione corretta degli av¬
venimenti ma che, come si dice in gergo, “funziona”, perché
produce effetti emotivi immediati.
Un’altra caratteristica fondante della war television è infat¬
ti la spettacolarizzazione dell’informazione, che diventa così un
16 Si veda Linea a Belgrado, cit., in particolare pp. 171-186.
17 Questa prassi già di per sé discutibile ha toccato il fondo nel corso della
recente guerra in Iraq, compattando un’assurda “compagnia di giro” - c’e¬
rano lo Psicologo, il Giornalista, l’Analista geopolitico, l’Amico america¬
no, il Cattivo “antiamerikano” e via dicendo - che ha fatto la spola fra i sa¬
lotti dell’informazione televisiva. Per una critica feroce ma illuminante di
questo modello restano insuperabili le pagine del già citato Sulla televisio¬
ne di Pierre Bourdieu. Si veda anche Ignacio Ramonet in La tyrannie de la
communication (Gallimard, Parigi 1999).
95
prodotto di facile e largo consumo. Si punta alle emozioni più
che alle spiegazioni; ma soprattutto si cerca una drammatizza¬
zione costante, da realizzare con il concorso dei vari inviati sul
fronte - più sono e meglio è - e con l’uso ripetitivo, spasmodi¬
co del feedback tra inviati e studio. L’importante è creare il pie¬
no, anche se questo pieno si trasforma in vuoto, sul piano del¬
le notizie. A tal fine viene confezionata anche tutta una serie di
spot info-spettacolari, dal valore esclusivamente propagandi¬
stico - e quindi fuorviami - ma che per la loro veste patinata e
per il linguaggio brioso sono di facile fruizione, a tutti gli ora¬
ri, pasti inclusi.
Lo sposo afghano
Un giorno, nel Panshir, siamo stati invitati a una festa di
matrimonio. Io, Norberto Sanna, il fotografo Luigi Baldelli e
il mio interprete russo, Jacov Sverdlov. Quest’ultimo era il più
felice di tutti, perché da mesi si lamentava per la scarsità e la
pessima qualità del cibo. Noi, invece, eravamo soprattutto cu¬
riosi. Fino ad allora, infatti, per via del lutto generale decreta¬
to dopo l’assassinio del comandante Massoud, erano state
bandite tutte le occasioni ludiche. Compresi i matrimoni e il
famoso buskascv. un gioco che somiglia molto al polo, con una
testa d’agnello al posto della palla, in modo da esaltare sia l’a¬
bilità dei cavalieri tagiki che il loro spirito guerriero, un po’
sanguinoso.
La festa era a casa dello sposo. Ci fecero accomodare pri¬
ma dentro, per il solito tè, assieme agli ospiti più importanti.
Poi ci spostammo all’aperto, per la vestizione, il taglio dei ca¬
pelli e l’acconciatura della barba dello sposo. Eravamo tutti
maschi. Senz’alcuna eccezione. Delle donne si sentivano solo le
voci provenienti dall’area dove si stava preparando il cibo. Ma
le bevande e il cibo che arrivavano dalle nostri parti erano por¬
tati sempre, rigorosamente, dai maschi della famiglia. Tutti
96
gentili, vestiti per bene e lusingati dalla presenza di telecamere
e macchine fotografiche, in mano per di più a degli stranieri. I
quali conferivano alla cerimonia una grande importanza, ac¬
crescendo il prestigio sociale della famiglia.
Ma la cosa più strana era la faccia dello sposo. Giovane, sui
venticinque anni, Abdulmalek non aveva infatti l’aria di chi
convola felicemente a nozze. Se ne stava lì mogio mogio, men¬
tre il barbiere prima e il sarto poi lo agghindavano per la festa,
tra gli schiamazzi generali. Sembrava tristissimo, mentre attor¬
no a lui gli altri urlavano, ballavano e cantavano. Estraneo, più
che emozionato. E il suo sguardo tradiva una sostanziale indif¬
ferenza, a tutto e a tutti. Parlava pochissimo e non partecipava.
O almeno questa era la nostra impressione.
E per tentare di capirci qualcosa, non per stakanovismo
professionale, che ho deciso di fare qualche intervista ai pre¬
senti. A cominciare dallo sposo. Il quale mi ha spiegato, a mo¬
nosillabi, di non conoscere la sua promessa sposa. E di non
averla mai vista. Anche se da quel momento avrebbe condivi¬
so con lei tutta la sua vita. Non ne conosceva neppure il nome,
Abdulmalek. Ma in questo suo vuoto - non di memoria, pur¬
troppo - era in buona compagnia, perché lì dentro, fra i ma¬
schi, nessuno lo sapeva. Di fronte al nostro visibile sconcerto,
si è fatto avanti per fortuna uno zio dello sposo, che con gran¬
de trasporto e con dovizia di particolari ci ha spiegato come si
convola a nozze in Afghanistan e perché.
La situazione stava in questi termini. Abdulmalek era un
bravo ragazzo e aveva ormai raggiunto l’età giusta per sposar¬
si. A voler essere precisi - mi spiegò lo zio - i suoi genitori gli
avevano fatto capire che servivano “altre braccia, in casa e nel
lavoro nei campi”. E sempre loro, una volta ottenuto l’assen¬
so del figlio, si erano dati da fare per trovargli una moglie
“adeguata”. Dopo qualche mese di ricerche, avevano saputo
che nel villaggio vicino c’era una buona famiglia, con una ra¬
gazza da sposare. “Non giovanissima” precisò lo zio “ma bra¬
va e devota”. L’avevano contattata - la famiglia - e si erano
97
accordati sul prezzo. I due sposi non si erano visti prima d’al-
lora. Ma una sorella minore di Abdulmalek era stata manda¬
ta in avanscoperta nel villaggio vicino per vedere la promessa
sposa. Era tornata soddisfatta. “Va bene per Abdulmalek”
aveva riferito. “Quindi possiamo fissare la data per il matri¬
monio”.
Il pranzo fu il momento meno surreale di tutta la cerimo¬
nia. Con grande soddisfazione del mio interprete, Jacov, che
riuscì a ingurgitare quantità industriali di riso speziato e mon¬
tone. Poi, nel pomeriggio, arrivò l’auto nuziale. Lo sposo salì a
bordo, con enfasi, e un lungo corteo lo accompagnò fino al vil¬
laggio della sposa. Ci fermammo tutti all’entrata. Lui scese, sa¬
lutò, fece le foto di rito e si incamminò a piedi, finché non spa¬
rì dietro il primo gruppo di case. Il solito zio mi spiegò che Ab¬
dulmalek sarebbe andato a casa di lei, per conoscere e ringra¬
ziare la famiglia. Quindi, al calar del buio, avrebbe finalmente
incontrato (ma non visto) la sposa e l’avrebbe portata via, nel¬
la nuova casa comune. E solo dopo aver varcato la soglia, lei,
la fortunata, avrebbe potuto levare il suo burqa.
Ho voluto raccontare questa storia perché si capissero me¬
glio lo stupore che provai e le risate che mi feci quando, cadu¬
ta Kabul, l’8 novembre 2001, le televisioni di tutto il mondo
mandarono in onda una valanga non di servizi ma di spot info¬
spettacolari per festeggiarne la liberazione. Il più ricorrente ri¬
guardava le donne afghane, finalmente libere di buttare alle or¬
tiche l’odiato burqa. Ma non erano male nemmeno i servizi sui
maschietti che facevano la fila davanti al barbiere per poter fi¬
nalmente tagliare la barba, imposta dagli odiati talebani. A co¬
rollario, c’erano infine i flash sui cinema che riaprivano, sulla
neonata televisione afghana di stato e tante altre piccole novità
propagandistiche.
Tutti questi spot: a) ripagavano gli americani dello sforzo
bellico sostenuto fino ad allora, inducendo il telespettatore me¬
dio ad esclamare soddisfatto “allora ne è valsa la pena”; b) da¬
vano una patina di modernismo democratico ai nuovi padroni
98
di Kabul, i tagiki dell’Alleanza del Nord; c) davano un lieto
fine, com’era doveroso, allo spettacolo della guerra in diretta,
che andava avanti ininterrottamente da sessanta giorni.
Certo, c’era anche qualcosa di vero in quelle immagini. Ma
bastava conoscere un po’ l’Afghanistan, oppure aver letto
qualche buon libro18, per rendersi conto che le cose non stava¬
no proprio in quel modo, né poteva essere altrimenti. Che il
burqa, cioè, era una tradizione preesistente al regime dei tale-
bani - come d’altronde la barba - e che la democrazia era un
concetto estraneo alla cultura politica dei tagiki come degli al¬
tri gruppi etnici del paese. Tant’è che l’euforia durò poco. E
giornalisti, telespettatori e militari si accorsero ben presto che
in Afghanistan la guerra non era affatto finita e che la situazio¬
ne - per le donne, per gli uomini e per la democrazia - era mol¬
to meno rosea del previsto.
Ma come si arrivò a quest’ennesimo “inganno”? Ancora
una volta perché la propaganda ideologica, politica e militare
riuscì a trovare un ottimo alleato nel sistema televisivo e nel suo
modo di operare al fronte. Gli spot info-spettacolari sono in¬
fatti un classico ingrediente della guerra in diretta: servono a ri¬
empire il palinsesto quando mancano le emozioni dal fronte;
oppure, come in questo caso, servono a celebrare un lieto fine.
Spesso vengono confezionati in redazione, con immagini di re¬
pertorio e qualche live preso dai circuiti internazionali. Oppu¬
re vengono affidati agli inviati più disciplinati rispetto agli or¬
dini di scuderia, o disposti a tutto pur di comparire in video.
Anche a dire scemenze.
In effetti, si tende troppo spesso a ignorare come funziona il
18 Due classici, usciti in italiano proprio alla vigilia della guerra, sono Taleba-
ni. Islam, petrolio e il Grande scontro in Asia Centrale del giornalista e scrit¬
tore pakistano Ahmed Rashid (Feltrinelli, Milano 2001) e Jibad, ascesa e
declino di Gilles Kepel (Carocci, Roma 2001). Un ottimo libro è anche II
giardino luminoso del re angelo del gesuita inglese Peter Levi, compagno di
viaggio di Bruce Chatwin (Einaudi, Torino 2002). Infine, restano sempre
emozionanti le pagine dedicate all’Afghanistan da Ettore Mo nel suo La
peste, la fame e la guerra (Hoepli, Milano 1987).
99
meccanismo produttivo della televisione. E a volte si vedono
complotti e dietrologie politico-ideologiche laddove invece c’è
soprattutto ignoranza, incompetenza e superficialità. Che sono
tutti difetti compatibilissimi con il fare televisione. Anzi, posso¬
no diventare una qualità, nella televisione che va alla guerra.
Faccio un esempio. Mi trovavo a Gaza dopo un gravissimo
attentato kamikaze. Si decise di impiantare un collegamento
notturno in diretta, in previsione dell’attacco che gli israeliani
avevano già annunciato. A un certo punto mi chiamarono da
Roma e mi chiesero: “Dobbiamo fissare il satellite. Non è che
puoi dirci a che ora è previsto il bombardamento?”. “E come
faccio a saperlo?” rispondo io, esterrefatto: “Chiedetelo a Sha¬
ron!”. Il collegamento si fece senza l’attacco in diretta - per la
fortuna degli abitanti di Gaza - e non a caso venne chiuso in
fretta. Perché la guerra in tv necessita di effetti speciali. E sen¬
za bombardamenti in diretta non ha senso sprecare soldi per
un collegamento via satellite. “Manca la sostanza”, si saranno
detti a Roma.
I soldati dell’informazione
In Italia se ne sono accorti in pochi ma il più importante gior¬
nalista televisivo fra quelli che hanno seguito la guerra in Afgha¬
nistan è stato probabilmente Geraldo Rivera, della Fox News di
Rupert Murdoch. Uno dei primi reporter a portare la pistola, al¬
meno nella storia delle guerre contemporanee19, senza prendersi
nemmeno la briga di nasconderla più di tanto. Ma soprattutto un
eroe da cartoni animati, che negli Stati Uniti ha spopolato.
Rivera si è dichiarato fin da subito “entusiasta” dell’inter¬
vento americano: i musulmani, ha aggiunto, sono “diabolici e
traditori”. Arrivato in Afghanistan ha poi dichiarato di voler
19 Si veda M. Candito, Professione: reporter di guerra, cit., pp. 176-177.
100
incontrare Bin Laden, “ma non per intervistarlo”, solo per
“svuotargli addosso l’intero caricatore del mio revolver”. Infi¬
ne, a chi ha osato contestare la scelta di girare armato, ha ri¬
sposto, da vero macho: “Non mi faccio una doccia da due set¬
timane e mi devo difendere perché porto una pistola? E sem¬
plicemente ridicolo”.
In effetti, Geraldo Rivera ha fatto solo da apripista. Met¬
tendo a nudo un ulteriore aspetto della simbiosi che si è crea¬
ta in guerra fra apparati militari e macchina dell’informazio-
ne, dopo decenni di diffidenza reciproca20. Una simbiosi che
ha finito per indurre anche una parziale ma pericolosissima
“militarizzazione” di molti giornalisti. Nelle idee, nelle con¬
dizioni di lavoro, nel metodo e nei contenuti. Prova ne è
quanto è successo nella recente seconda guerra del Golfo,
con quasi 600 embedded: giornalisti, fotografi e cameraman
che sono stati costretti a farsi “incastonare” nella macchina
militare della coalizione anglo-americana per poter seguire le
operazioni in Iraq.
Le prove generali di questa “nuova alleanza” sono state
fatte proprio in Afghanistan, dove l’inviato della Cnn Martin
Savidge, il suo cameraman e due giornalisti dell’AFP sono sta¬
ti autorizzati a seguire “dall’interno” l’operazione “Anacon¬
da”, lanciata per dare la caccia a Osama Bin Laden e trasfor¬
matasi ben presto nella più importante operazione militare
terrestre lanciata dagli USA dopo la prima guerra del Golfo
del 1991. Era la prima volta che i giornalisti venivano am¬
messi sulla linea del fronte per raccontare la guerra. E i risul¬
tati sono stati positivi, sia per i comandi americani che per le
testate prescelte.
Queste ultime hanno infatti rispettato i patti, limitandosi
a dare solo le informazioni, le immagini e le foto che di volta
in volta venivano autorizzate. E il comando USA le ha ripaga¬
20 Si veda al proposito la prima parte di Seeing Through the Media, cit.
101
te con Vesclusiva, mentre le altre testate si sono dovute ac¬
contentare del repertorio distribuito sui circuiti internaziona¬
li. Certo, esistono immagini e foto dei soldati americani in Af¬
ghanistan, a Kandahar come a Torà Bora. Ma nessun giorna¬
lista, a parte quei pochi prescelti, ha potuto avvicinarsi alle
“zone di operazioni”. Da cui sono filtrate solo le informazioni
concordate.
E andata talmente bene che in Iraq gli americani hanno
deciso di fare le cose in grande. Ma prima hanno imposto a
tutti i giornalisti un’adeguata e accurata preparazione. Sono
nati così i “corsi di guerra” per reporter: seminari teorico-pra¬
tici di una o due settimane per imparare a muoversi e a com¬
portarsi in zona di guerra. Della serie: come sopravvivere sen¬
za acqua e cibo per qualche giorno, come tenere in vita un fe¬
rito in attesa dei medici, come nascondersi in caso di guerri¬
glia urbana ecc. Negli Stati Uniti, questi corsi sono stati orga¬
nizzati direttamente dal Pentagono, a un prezzo che variava
fra i 300 e i 5000 dollari. La CNN ha chiesto a oltre 400 suoi
dipendenti di seguirli, arrivando a spendere - per ammissione
del suo stesso presidente Chris Kramer21 - più di un milione
di dollari. E tutti gli altri grandi network televisivi americani
si sono adeguati.
Anche in Francia questi stage sono gestiti in proprio dal
Ministero della Difesa, ma a un prezzo irrisorio: 100 euro a
persona. Sono d’altronde una tradizione, che va avanti dal
1992 e ha sfornato finora 250 giornalisti. Sia pubbliche che pri¬
vate sono invece le società che organizzano questi stage in In¬
ghilterra e in Italia. Da noi, proprio con l’avvicinarsi della se¬
conda guerra in Iraq, la Rai ha deciso di far seguire ai suoi in¬
viati dei corsi di preparazione psicofisica gestiti in parte dall’e¬
sercito, presso la scuola di guerra di Civitavecchia, e in parte
da una società privata di Pavia. Non era la prima volta che si
21 Si veda «Il Manifesto», 29 marzo 2003.
102
tentava un esperimento del genere. Ma in passato gli esiti si
erano rivelati purtroppo tragici22.
Per completare poi il riposizionamento degli inviati di
guerra, in vista della campagna in Iraq, è nata l’idea di un De¬
calogo del giornalista, da sottoscrivere a mo’ di contratto, con
tutte le regole d’ingaggio per gli embedded al seguito delle
truppe. Fin dalle prime bozze, le limitazioni per i cronisti sono
apparse pesanti: niente auto proprie, niente informazioni sulle
attività militari in corso, censura preventiva su immagini e foto.
Ma nessuno dei grandi network televisivi ha protestato: non
c’era scelta, visto che il Pentagono aveva chiarito che nessun
aiuto sarebbe stato fornito ai not embedded; e d’altronde la
possibilità di poter filmare dalla torretta di un carro armato
Abrahams, oppure di poter raccontare in diretta la marcia su
Baghdad, ai loro occhi valeva bene qualche concessione, anche
di sostanza23.
In realtà, legati mani e piedi ai militari USA, perfettamente
integrati nelle unità combattenti, i giornalisti hanno smesso di
essere tali e sono diventati soldati dell’informazione, al servizio
della macchina militare e non più dell’opinione pubblica. Per
tutti loro è scattata infatti una specie di “sindrome di Norim¬
berga”: troppo vicini alla truppa per poter raccontare con il
dovuto distacco la guerra, e troppo schiacciati dal dettaglio per
poter mantenere una sana visione d’insieme. Ma nessuno dei
22 Già a metà degli anni Novanta, dopo la morte prima di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin, poi di Marcello Palmisano, la Rai aveva deciso di mandare “a
scuola” i suoi inviati di guerra. I corsi vennero però interrotti bruscamen¬
te per via di un tragico incidente durante il corso che costò la vita all’ope¬
ratore Giacomo Cerina.
2’ Si è discusso e si è scritto molto sul ruolo degli embedded nella recente
guerra in Iraq e sui rischi che questa scelta comporta in generale per l’in¬
formazione in tempo di guerra. Per avere una “panoramica” delle diverse
posizioni si leggano i contributi raccolti da Bill Katovsky e Timothy Carl¬
son in Embedded. The media at war in Iraq (The Lyons Press, Guilford
[Ct] 2003) e quelli contenuti nel dossier “Iraq” sul sito ww.rsf.org, di Re¬
porters sans Frontières.
103
grandi network nutriva scrupoli del genere. E tutti hanno fat¬
to degli embedded il loro fiore all’occhiello, l’arma impropria
con cui spettacolarizzare ancor di più la guerra.
I loro reportage sui panni stesi ad asciugare nelle trincee
del deserto iracheno, sul freddo delle notti promiscue in tenda
con i marines, o sulle meraviglie tecnologiche degli armamenti
anglo-americani, hanno fatto bella mostra nei palinsesti della
guerra in diretta, con grande soddisfazione sia del Pentagono24
che dei manager televisivi. Al telespettatore veniva infatti of¬
ferto il “brivido” della guerra ravvicinata, live ma soft: una can¬
did camera efficace quanto innocua, che stimolava solo il vo¬
yeurismo e l’identificazione con i soldati al fronte, inibendo in¬
vece sul nascere, per empatia, qualsiasi critica. Guerra sì, ma
senza turbare le coscienze.
A completare infine la “militarizzazione” dei giornalisti,
la seconda guerra del Golfo ha fatto emergere un’ultima, pe¬
ricolosa tendenza, di cui Geraldo Rivera, il giornalista con la
pistola, era stato solo un precursore. Mi riferisco alla scelta,
fatta dalla CNN e da molti altri network, di ricorrere a socie¬
tà private di body guard per la sicurezza dei propri giornalisti
not embedded.
Una scelta che è passata sotto silenzio, anche quando i
fatti hanno dimostrato che c’era il rischio di inaugurare un
nuovo modo di fare giornalismo, contrario a tutte le regole
della professione.
E successo infatti che il 12 aprile, a Tikrit, città natale di
Saddam Hussein: una troupe della CNN ha risposto al fuoco
aperto da un gruppo di fedayin che ne ostacolava l’ingresso in
città. A sparare sono state le guardie del corpo di Brent Sadler,
volto noto del network di Atlanta: per legittima difesa ma con
24 In un comunicato stampa datato 28 marzo 2003, il Pentagono si è dichia¬
rato non a caso “molto soddisfatto” del lavoro degli embedded. “Grazie a
loro” vi si legge “vediamo come sono ben equipaggiate e addestrate le no¬
stre forze armate, come sono ben dirette e quanto siano professionali e de¬
vote alla patria”.
104
molta disinvoltura. D’altronde si trattava di ex militari ameri¬
cani e inglesi, della Delta Force e delle Sas, ingaggiati da una
società che si chiama Ake Group ed è specializzata nell’opera-
re in “ambienti ostili”, garantendo la “sopravvivenza” dei pro¬
pri clienti. E stata la Ake a garantire alla CNN, armi in pugno,
il passaggio clandestino della frontiera fra Turchia e Iraq, per
poter seguire meglio le operazioni militari nel Kurdistan ira¬
cheno. Ed è stata sempre la Ake ad organizzare il primo con¬
voglio della CNN e di altri network americani che hanno attra¬
versato ITI aprile la frontiera giordana, in direzione di Bagh¬
dad, dopo la caduta del regime.
Reporters sans Frontières ha duramente stigmatizzato que¬
sta nuova prassi. “Una cosa è indossare giubbotti antiproietti¬
le e spostarsi in auto blindate” ha spiegato il segretario dell’or¬
ganizzazione, Robert Menard, “altro è ricorrere a società pri¬
vate che non esitano a sparare. Così si finisce per non distin¬
guere più i giornalisti dai combattenti”25.
Ma forse l’obiettivo è proprio questo. Quella distinzione
che un tempo era doverosa, perché il giornalista fosse credibi¬
le, ha ormai poco senso. Perché nella guerra in diretta non c’è
più distinzione fra vero e falso, realtà e propaganda: l’impor¬
tante è che lo spettacolo funzioni, garantendo al telespettatore
la sua dose quotidiana di emozioni, anche in tempo di guerra.
E se per ottenere ciò bisogna sacrificare la verità, oppure la
mediazione intelligente del giornalista - che verifichi le fonti,
valuti i fatti e contestualizzi le analisi - è solo un peccatuccio
veniale, di cui molti non si accorgeranno nemmeno e che nes¬
suno poi contesterà.
Sono ben altri i doveri imposti al giornalista televisivo. Che
deve innanzitutto favorire il transfert del telespettatore, con
grande maestria, accompagnandolo mano nella mano nel mon¬
do virtuale della guerra in diretta. Deve perciò diventare tele¬
25 Comunicato stampa di Reporters sans Frontières del 13 aprile 2003. Si veda
il mio articolo La polizia dei giornalisti, in «Il Manifesto», 15 aprile 2003.
105
spettatore anche lui, pensare con la pancia più che con la testa,
emozionarsi e non analizzare. Infine - perché no? - deve di¬
ventare anche un po’ soldato, perché il patriottismo serve a
mantenere buoni rapporti con le proprie fonti militari e, so¬
prattutto, fa audience.
A parte questo, c’è anche il paradosso che accettando la
nuova divisa da embedded, o comunque sfumando le diffe¬
renze fra giornalisti e soldati, si perde in credibilità ma anche
in sicurezza. In Afghanistan, i talebani avevano dichiarato
guerra anche a noi giornalisti, additandoci come “forze spe¬
ciali” al servizio dell’invasore americano. Sbagliavano, ma il
patriottismo di una certa stampa - che di fatto aveva indos¬
sato l’elmetto e si era avvolta nella bandiera a stelle e strisce
- ha prestato il fianco a questa strumentalizzazione ottusa e
pericolosa. Talmente pericolosa che undici colleghi sono sta¬
ti uccisi, fra cui Maria Grazia Cutuli del «Corriere della
Sera». In terra afghana sono morti anzi più giornalisti che sol¬
dati americani, almeno nei tre mesi di guerra guerreggiata.
Potevano essere protetti? Si poteva garantire a loro e a tutti i
giornalisti una maggiore sicurezza? Può darsi. Ma certamen¬
te non “incastonandoli” e costringendoli a fare un mestiere
diverso. Con o senza elmetto.
Viaggio a Kandahar
Un manipolo di soldati, qualche rotolo di filo spinato e una
corda d’acciaio tesa in mezzo al deserto del Belucistan: la fron¬
tiera fra Pakistan e Afghanistan è tutta qui. Il posto si chiama
Chaman e, nonostante la guerra, c’è un via vai incessante. Per¬
ché, da una parte e dall’altra, è gente della stessa etnia pashtun,
che ha sempre avuto metà della famiglia a Kandahar, in Afgha¬
nistan, e l’altra metà a Quetta, in Pakistan. Fanno docilmente la
fila, coi loro fagotti, e si scambiano saluti, merci o informazioni.
Passano tutti. Tranne i giornalisti, che i talebani non hanno
106
mai voluto fra i piedi, fin dall’inizio dell’operazione “Enduring
Freedom”. Chi ha provato a infiltrarsi, come Michel Peyard,
inviato di «Paris Match» - che si era addirittura travestito da
donna, infilandosi un burqa - è stato immediatamente arresta¬
to. Era il 9 ottobre. Da allora, alle centinaia di giornalisti par¬
cheggiati a Quetta o a Peshawar non è rimasta altra scelta che
l’attesa. Accontentandosi nel frattempo dei rari viaggi-lampo
oltre frontiera organizzati dagli stessi talebani, per mostrare al
mondo intero i “danni collaterali” provocati dai bombarda-
menti americani.
Con la caduta di Jalalabad, in novembre, venne riaperta la
frontiera a Peshawar. Consentendo ai giornalisti di affrontare il
mitico Kyber Pass e puntare su Kabul, caduta nelle mani del¬
l’Alleanza del Nord. Restava Kandahar, dove si era concentra¬
ta l’ultima resistenza dei talebani, guidati dal mullah Omar. La
sua caduta si protrasse fino a dicembre, con i bombardamenti
americani che continuavano a bersagliarla dall’alto e le milizie
pashtun filo-occidentali che da terra ne stringevano l’assedio.
La resa - mercanteggiata a peso d’oro, come è la norma fra
pashtun - avvenne solo I’ll dicembre. E due giorni dopo, fra
paura e curiosità, per i giornalisti di tutto il mondo, noi com¬
presi, iniziò il tanto sospirato viaggio a Kandahar.
Fin da subito, fu chiaro che la guerra non era affatto finita.
Sulla strada incrociammo infatti decine di pick-up carichi di
miliziani armati e sovraeccitati, che si dichiaravano al servizio
di questo o quel signorotto locale. Troppi. E l’uno in guerra
contro l’altro. Se poi chiedevi a qualcuno che fine avessero fat¬
to i talebani, la risposta era una sonora risata collettiva. “Lui,
lui stava coi talebani”, si prendevano in giro l’un l’altro. Salvo
poi darsi una pacca sulle spalle e abbracciarsi, come fratelli.
C’era un tramonto da cartolina. Rosso fuoco con striature
più scure, bluastre, per via della terra scura del deserto. Ai
margini della carreggiata, le carcasse annerite di auto, cisterne
e camion centrati dai missili USA. Ogni tanto un villaggio, con
segni evidenti dei bombardamenti. Macerie di fango e di pa¬
107
glia. Bandiere afghane ridotte a stracci. In controluce, tutto as¬
sumeva un aspetto magico, più importante. Insomma, un viag¬
gio ideale per telecamere e macchine fotografiche.
Ma l’impatto visivo più forte, straniante, ci aspettava a
Kandahar. Arrivammo di notte, un po’ in ritardo rispetto agli
altri, quando la città era già immersa nel buio più totale. Ci
scortarono al palazzo del nuovo governatore, Gul Agha, che
aveva indetto una conferenza stampa per dare il benvenuto ai
giornalisti occidentali. E in un attimo ci trovammo catapultati
dal silenzio vigile del viaggio, in mezzo a una baraonda di uo¬
mini e armi. C’erano centinaia di miliziani che si aggiravano ur¬
lando nel cortile, trasportando di tutto: materassi, mitragliatri¬
ci, cibo, Rpg, taniche d’acqua e bazooka. A spinta ci infilarono
in una grande sala a pianterreno, gremita di turbanti. In un an¬
golo, seduti a terra a gambe incrociate, c’erano Gul Agha e i
suoi fedelissimi. Di fronte, i giornalisti. Attorniati da una folla
vociante che faceva impressione. I flash ripetuti delle macchi¬
ne fotografiche e i faretti delle telecamere che si accendevano
e spegnevano davano alla scena un sapore ancor più inquie¬
tante. Barbe e turbanti creavano strani giochi di luce, esaltan¬
do i profili già spigolosi degli afghani e attirando i loro sguar¬
di, neri e profondi. Era impossibile muoversi. Ed era impossi¬
bile seguire la conferenza stampa. Anche perché il vociare del¬
la gente e il rumore delle armi - kalashnikov che si urtavano,
caricatori che venivano accatastati, sicure azionate per noia o
per gioco - sovrastavano di gran lunga la voce del governato¬
re, del suo traduttore e dei giornalisti.
Del resto, alla confusione fummo costretti ad abituarci. A
quella delle cifre, tanto per cominciare. Dalle informazioni in
nostro possesso nelle ultime settimane di guerra si erano con¬
centrate a Kandahar decine di migliaia di talebani in fuga - da
Kabul, Mazar-i-Sharif, Herat, Jalalabad e dalle altre città cadu¬
te in mano all’Alleanza del Nord - nonché migliaia di milizia¬
ni arabi legati a Bin Laden. Ebbene, si erano volatilizzati tutti.
O quasi. Nei cimiteri, ad esempio, le tombe fresche dei com¬
108
battenti erano qualche centinaio, non di più. E nelle prigioni
ce n’erano ancora meno, strettamente sorvegliati in attesa del¬
l’arrivo degli americani e non intervistabili. Certo, circolavano
voci di fosse comuni, soprattutto nella zona dell’aeroporto,
dove la battaglia era durata diversi giorni. Ma in ogni caso i
conti non tornavano. Anche perché in giro circolavano troppi
uomini armati. Che non erano tutti miliziani di Gul Agha.
Era evidente soprattutto la notte, quando in diversi punti
della città si sentiva sparare per ore, anche con armi pesanti. La
nostra guardia del corpo insisteva nel dire che era solo un gio¬
co, “per festeggiare la liberazione”. Ma la mattina dopo, all’o¬
bitorio e negli ospedali incontravamo cadaveri e feriti veri. Inol¬
tre, nei punti di raccolta delle armi si batteva visibilmente la
fiacca. In una situazione per nulla pacificata, nessuno era così
stupido da consegnare oggetti tanto preziosi per la difesa per¬
sonale e della propria famiglia.
La verità è che i talebani erano tornati a casa. La maggio¬
ranza in Afghanistan, il resto - i più “puri e duri” - in Paki¬
stan. Con il beneplacito dei nuovi padroni di Kandahar, scel¬
ti dagli americani, cui avevano consegnato il potere in cambio
dell’immunità. In questa trattativa erano stati coinvolti anche
i miliziani di Bin Laden: diverse migliaia, considerando anche
le famiglie. A loro era stato consentito di dileguarsi fra le
montagne, in attesa di tempi migliori. Ce lo confermò con pa¬
role sibilline lo stesso imam della grande moschea di Kanda¬
har, Bari Qari Abdul, il quale mostrò tutto il suo apprezza¬
mento per l’Islam rigoroso del vecchio regime, esortando i
nuovi governanti a “preservare l’unità del paese”, “contro
tutte le divisioni”.
L’intervista avvenne proprio nello spiazzo dove, nel lon¬
tano 1994, il mullah Omar aveva indossato il mantello del
profeta Maometto, staccando la sacra reliquia dalla teca in
cui era custodita, per autolegittimarsi davanti al popolo e
dare la sua benedizione alla nuova guerra intrapresa dai suoi
talib per la purificazione dell’Afghanistan e la creazione di un
109
vero stato islamico.
Si chiudeva così la prima parte dell’operazione “Enduring
Freedom”, lanciata l’8 ottobre dagli americani per vendicare i
morti dell’ll settembre. In termini militari e strategici era sta¬
to un fallimento, visto che Bin Laden era ancora vivo e vegeto,
come pure il mullah Omar e lo stato maggiore di Al Qaeda. Ma
il crollo del regime dei talebani permetteva di sfruttare la si¬
tuazione a livello mediatico: allontanando i riflettori dalla
“grande caccia” ed enfatizzando la “liberazione” dell’Afghani¬
stan dal giogo degli odiati talebani.
D’altra parte, alla CNN e ai grandi network il patto non po¬
teva che star bene. Oltre due mesi di guerra in diretta, venti-
quattr’ore su ventiquattro, avevano dissanguato le loro finanze.
E il pubblico cominciava a stufarsi. Meglio voltare pagina. Con
un po’ di sani consigli pubblicitari, j x
110
Capitolo terzo
Kosovo: la guerra delle emozioni
I luoghi della memoria vanno rispettati. Sempre. Rispettati
e interrogati con dovizia. Perché gli avvenimenti della storia
permeano non solo gli uomini ma anche lo spazio. E se si san¬
no leggere le orme del passato, vale a dire ciò che il tempo ha
depositato sull’ambiente e sulle cose, si può decifrare più facil¬
mente il presente e intuire così il futuro. L’importante, come
sempre, è fare le domande giuste. Altrimenti, gran parte di
quanto accade oggi sotto i nostri occhi finisce per apparirci ca¬
suale, anodino e incomprensibile. Come se fosse orfano. Men¬
tre invece non lo è1.
A Kosovo Polje la storia ci parla soprattutto tramite i mer¬
li. Sono stormi imponenti, un continuo andirivieni di macchie
nere e gracchianti, che percorrono il cielo con traiettorie da
brivido e si spostano per questa valle come fossero impazzite,
facendo la spola fra le sue reliquie. Qui ebbe luogo, nel 1389,
la battaglia che vide capitolare l’orgogliosa e indomita Serbia
davanti all’Impero ottomano che avanzava verso Occidente.
Era il 28 giugno, giorno di San Vito. In questa spianata lunga
70 chilometri, il Kosovo Polje, i biondi guerrieri del principe
Lazzaro vennero decimati e fatti a pezzi dal soverchiante eser- 11 Fra i viaggi più affascinanti nei luoghi della memoria vanno doverosamen¬
te ricordati quelli di Ryszard Kapuscinski (Il Negus, Imperium, Lapidarium
ed Ebano) e quelli di Bruce Chatwin (In Patagonia, Le vie dei canti). Per re¬
stare in Italia, sono da segnalare i viaggi di Stefano Malatesta (Il cammello
battriano e II grande mare di sabbia), Paolo Rumiz (La linea dei mirtilli, Ma¬
schere per un massacro, E Oriente) e Stenio Solinas (L'onda del tempo).
Ili
cito turco del sultano Murad I. Da allora Kosovo Polje si è tra¬
sformato in un luogo della memoria. Un simbolo. Per gli uni e
per gli altri.
E diventato terra sacra per i serbi, che proprio nel ricordo
bruciante di quella sconfitta hanno forgiato la loro identità na¬
zionale, rafforzata dalla presenza, in questa stessa regione, dei
loro più importanti luoghi di culto: un patriarcato (a Pec) e di¬
versi grandi monasteri (a Decani e Gracanica). Ma è diventato
terra sacra anche per gli albanesi del Kosovo, che hanno utiliz¬
zato la stessa mistica del sangue sei secoli dopo, per preserva¬
re la loro identità nazionale dall’apartheid imposto con la nuo¬
va e spietata dominazione serba - dopo il 1912 e, soprattutto
dopo il 1989, negli anni di Milosevic - attingendo a piene mani
anche all’Islam e ai suoi luoghi di culto: il monumento sepol¬
crale di Murad I (a Kosovo Polje), le moschee (come quella del
pascià Sinan), le antiche università.
Il risultato è che la toponomastica di questa terra si è com¬
plicata. Per ogni luogo c’è un nome serbo e un nome albanese.
E guai al cronista che sbaglia, quando chiede informazioni. Ogni
interlocutore finge di non conoscere la lingua degli altri. E l’uni¬
ca simbologia in comune riguarda i merli. Sono considerati da
tutti un Segno di lutto e disgrazie: dai serbi come dagli albanesi.
Ce n’erano tanti, quando sono arrivato per la prima volta a
Pristina, nel marzo 1998. Con Maurizio Carta, l’operatore, e
Peppe Vitale, il fonico, abbiamo fatto i salti mortali per avere
sia in video che in audio il volo di uno stormo. E alla fine ci sia¬
mo riusciti. Un lunghissimo piano sequenza, stupendo, girato
proprio nella valle, a Kosovo Polje. Quei merli volavano bas¬
sissimi e sinistri, scomparendo per poi riapparire fra campi de¬
serti e fattorie bruciacchiate. Per avere un sonoro migliore, più
pulito, Peppe l’ha poi rifatto diverse volte, nel silenzio dell’al¬
ba e della sera, dalle nostre stanze all’hotel Grand di Pristina.
Ho utilizzato quelle immagini per un lungo reportage di
Mixer, realizzato a quattro mani con Massimiliano De Santis. E
stato l’unico approfondimento sul Kosovo prodotto dalla Rai
112
prima della guerra. Eppure, già allora tutti gli elementi lascia¬
vano presagire una guerra imminente. Che ufficialmente sa¬
rebbe scoppiata solo un anno dopo, nel marzo 1999, ma in
realtà era già annunciata. Dai merli di Kosovo Polje e, soprat¬
tutto, dalla miopia dell’Occidente.
Raccontare per immagini
Può sembrare inutile ricordarlo in continuazione, ma fare
informazione in televisione vuol dire soprattutto “raccontare
per immagini”. Questo significa che di una qualsiasi situazione
o evento le immagini non vanno considerate semplicemente
l’illustrazione del testo scritto, bensì l’elemento portante, il lin¬
guaggio specifico con cui il giornalista dovrebbe confrontarsi.
D’altronde sono le immagini ad avere il primo, decisivo impat¬
to sul telespettatore. Mentre invece il testo scritto dovrebbe so¬
prattutto aiutare la lettura di quelle immagini, la loro conte¬
stualizzazione e decodificazione.
In Italia non è così. Anzi, funziona al contrario. Soprattutto
nei tg, dove la stragrande maggioranza dei servizi prevede un te¬
sto che viene scritto dal giornalista e successivamente “coperto”
con le immagini, spesso di repertorio. La notizia cioè viene data
attraverso il testo (l’audio), mentre le immagini (il video) servo¬
no da corredo o sono solo un riempitivo. Tant’è che a volte il
giornalista non entra nemmeno in sala di montaggio, oppure si
limita a far presenza. Ed è il montatore che sceglie le immagini,
adattandole al testo come meglio può o sa fare2.
Nelle altre grandi televisioni, in Europa o negli USA, questa
2 Si veda l’introduzione di Rodolfo Brancoli al già citato II reporter televisi¬
vo, di W. Achtner. Inoltre, si legga nello stesso libro il capitolo sui “Prin¬
cipi fondamentali del giornalismo televisivo”, pp. 35-44. Anche Alberto
Papuzzi, in Professione giornalista, cit., pp. 148-149, fa le stesse considera¬
zioni sulla “miseria” dei nostri telegiornali.
113
prassi vale solo per alcune notizie, di politica estera soprattutto,
perché è ovvio che non si possono coprire con proprie troupe
tutti gli eventi che accadono ogni giorno nel mondo. A volte ca¬
pita perciò che si utilizzino le eveline oppure l’archivio. Ma non
è un caso che negli Stati Uniti le immagini che le tv sono co¬
strette ad utilizzare “a copertura” vengono chiamate wallpaper,
“carta da parati”. Il termine è ovviamente dispregiativo e sottin¬
tende l’idea che non si possa fare vera televisione con immagini
di repertorio generiche, oppure specifiche ma girate da altri, e
prive perciò di una connessione “personalizzata” con l’evento o
la situazione di cui si intende parlare: ogni fatto va raccontato in¬
fatti attraverso le proprie immagini, che vanno realizzate per quel
servizio specifico, con il taglio giornalistico che si decide di adot¬
tare, in modo da avere allo stesso tempo il massimo di informa¬
tività e la migliore possibilità di comunicazione3.
Paradossale, a questo proposito, è la Babele di immagini
con cui è stata raccontata proprio la guerra in Kosovo, con la
scusa che questo conflitto “non era visibile” e documentarlo in
proprio era troppo difficile. Per sopperire a questa carenza,
peraltro oggettiva, è stato infatti utilizzato materiale di ogni
sorta: filmati della televisione serba, immagini di repertorio o
dei circuiti internazionali, materiale propagandistico della
NATO e video amatoriali. Salvo dimenticarsi sistematicamente
di far passare sul piccolo schermo delle scritte in sovrimpres¬
sione che chiarissero la provenienza di quelle immagini e le da¬
tassero, in modo da non confondere il telespettatore. Si è crea¬
to perciò un regime separato di “enunciazione verbale e visi¬
va ”4, al punto che non ci si aspettava più di veder documenta¬
to con le immagini quello che veniva detto con le parole.
E successo così - ma è solo un esempio fra i tanti - che il
Tg2 mandasse in onda il 15 aprile un servizio da Belgrado, il¬
3 Si veda A. Papuzzi, Professione giornalista, cit., p. 149.
4 M.P. Pozzato, Linea a Belgrado, cit., p. 141 e ss.
114
lustrato con immagini di repertorio che venivano invece da
Pristina: nel filmato si vedevano dei poliziotti che stavano mal¬
menando delle donne, vestite alla maniera musulmana, all’in¬
terno di un negozio situato in un quartiere bombardato; e l’im¬
pressione che se ne ricavava è che Belgrado fosse in preda al
caos, con la gente spinta a rubare per fame, malmenata dai cat¬
tivi scherani di Milosevic. Un errore grave, rispetto a quello
statuto di verità cui dovrebbe attenersi il racconto della guer¬
ra. E anche un precedente pericoloso, che non a caso si è ripe¬
tuto in Afghanistan e nella più recente guerra in Iraq.
Il problema è che la tv viene fruita come flusso e non per sin¬
gole pagine. Mentre il lettore può leggere un giornale come me¬
glio crede - soffermandosi su un articolo, su un titolo o su una
singola frase - il telespettatore non ha la possibilità di operare
delle scelte e subisce le notizie una dopo l’altra, trattenendo e fis¬
sando solo quelle che presentano le immagini per lui più sugge¬
stive. L’organizzazione dei materiali visivi risulta perciò di estre¬
ma importanza. E anzi prioritaria rispetto alla scelta stessa delle
notizie, la cui comunicabilità varia a seconda che si abbiano o
meno le immagini giuste per accompagnarle.
Che ci sia un’anomalia tutta italiana lo dimostrano poi al¬
tre caratteristiche della nostra televisione. Da noi, ad esempio,
solo da noi, una troupe è composta ormai da due sole figure
professionali: il giornalista e il cameraman. Per problemi di
budget ma non solo: da quindici anni a questa parte è stata in¬
fatti eliminata la figura del fonico5, che invece è essenziale per
5 Sarebbe ora che qualcuno si decidesse a scrivere la storia scandalosa dell’e¬
voluzione che hanno subito le varie figure professionali all’interno della Rai
e, più in generale, della televisione italiana. Per spiegarci come mai tante se¬
gretarie sono diventate giomaliste, mentre gli elettricisti diventavano assi¬
stenti di regia, i montatori facevano i cameraman e questi, a loro volta, ve¬
nivano promossi a capi-struttura. In questa girandola di “promozioni” sono
state eliminate da un giorno all’altro figure tecniche e funzioni chiave per
poter fare una buona televisione. Senza che si levassero molte voci di pro-
115
fare della buona tv, dal momento che la produzione tecnica
delle immagini non può che andare di pari passo con la regi¬
strazione del sonoro. Le due cose richiedono la stessa accura¬
tezza e necessitano dunque di altrettanta professionalità6.
Il risultato è che in molti dei nostri servizi giornalistici, nei tg
e non solo, manca il sonoro originale, vale a dire gli “effetti am¬
bientali”. Oppure il sonoro c’è ma distorto o soffocato, perché è
stato inciso attraverso l’audio automatico della telecamera e sen¬
za l’apporto di un fonico. Non sono dettagli di poco conto, so¬
prattutto se si lavora in situazioni di guerra: se si racconta una
battaglia, è doveroso infatti farla sentire, oltre che vedere.
Può anche darsi che il telespettatore medio non si accorga
della differenza. Ma basta guardare la CNN, la BBC o le tv fran¬
cesi per accorgersi che il lavoro del fonico restituisce a chi guar¬
da molte sfumature della realtà che il video non può dare. Si
pensi solo al rumore dei cingoli di un carro armato: nei nostri tg
non lo si sente quasi mai, quando invece è un elemento fonda-
mentale per descrivere molte situazioni di conflitto, perché in
questo caso l’audio precede il video - un tank prima si sente e
poi si vede - e molto spesso muta la dinamica dei fatti.
Il problema è che molti giornalisti televisivi italiani snob¬
bano lo specifico tecnico del loro medium - sia in fase di ri¬
presa che di montaggio - e ne sottovalutano l’importanza. Di
fatto, lavorano come se dovessero scrivere e non raccontare
con le immagini. Ma questo ai nostri caporedattori, direttori di
testata e manager televisivi interessa poco. E sono ben pochi i
servizi che vengono cestinati oppure rifatti per “errori” di
grammatica televisiva.
testa, nemmeno dai sindacati - a cominciare da quello dei giornalisti - che
hanno preferito spesso chiudere un occhio in cambio di qualche “favore”.
Non c’è troupe seria, all’estero, che non preveda un fonico professionista,
con tanto di mixer audio, per miscelare il sonoro ambientale. Sull’impor-
tanza e la delicatezza della registrazione del sonoro si veda W. Achtner, Il
reporter televisivo, cit., pp. 99-109.
116
Gli esempi possono essere tanti. Ci sono colleghi che
mandano in giro il cameraman da solo, perché non ritengono
importante essere sempre presenti sul posto quando si “gira”.
Oppure ci sono colleghi che si limitano a fare uno stand-up
sul luogo del fatto - per far vedere che anche loro c’erano -
ma per raccontare l’evento stesso utilizzano le immagini for¬
nite dalle agenzie internazionali (APTN o Ebu). Naturalmente
c’è chi lo fa per necessità, come i corrispondenti che si trova¬
no oberati dai “collegamenti” e non possono essere ubiqui.
Ma tanti lo fanno per pigrizia, malafede e ignoranza: da per¬
fetti hotel warriors, guerrieri da hotel, per citare un libro ame¬
ricano sull’argomento7.
Spesso, troppo spesso, ci si dimentica che la televisione of¬
fre delle possibilità straordinarie per raccontare gli eventi: per¬
ché riduce al massimo le distanze, rendendo visibile ciò che la
parola scritta può solo evocare; perché può tradurre le notizie
in azione, in sequenze cioè di movimenti, potenziando così la
rappresentazione della realtà; infine, perché permette di rac¬
contare al meglio le features, cioè le “storie” di interesse uma¬
no, trasformando gli eventi in esperienze “soggettive”.
Per raccontare con le immagini occorre però sapere cosa,
come e quando filmare. Scegliere cioè, assieme al cameraman e
al fonico, tutti gli elementi di una determinata situazione che si
vogliono sottolineare per “metterla in scena”. E per farlo oc¬
corre avere un team affiatato e motivato. Composto da profes¬
sionisti che abbiano voglia di sgobbare tutto il giorno - perché
fare tv costa fatica - e che sappiano cercare le situazioni giuste,
rendendole fruibili dai telespettatori e quindi comunicative. 11 Con il titolo Hotel Warriors. Covering the Gulf War (Johns Hopkins Uni¬
versity Press, Baltimore 1992), il giornalista americano John Fialka ha scrit¬
to un resoconto molto realistico e autocritico sulle condizioni materiali in
cui si trovò a operare la stampa internazionale durante la prima guerra del
Golfo. “Guerrieri da hotel” erano naturalmente i colleghi costretti a com¬
battere (e molto spesso contenti di farlo) con l’alluvione di comunicati
stampa e briefing del comando centrale delle operazioni nel Golfo.
117
L’Italia, occorre riconoscerlo, non ha una grande tradizio¬
ne in questo campo. Pur disponendo infatti di buoni profes¬
sionisti - sia giornalisti che tecnici - la nostra televisione non è
riuscita infatti a fare scuola nel settore dei documentari e dei
reportage. O almeno, non ai livelli della televisione inglese -
per i documentari storici e naturalistici - o della televisione
francese - per i reportage d’attualità. Eppure, abbiamo avuto
una grande scuola di cinema, alla quale si è formata gran parte
del personale che è poi passato alla televisione8 9.
Il problema è che questo patrimonio è andato disperso.
Anche e soprattutto perché documentari e reportage sono
due settori su cui da noi, negli ultimi vent’anni, si è investito
pochissimo. E le uniche strutture valide esistenti in Rai sono
state smantellate una dopo l’altra, con delle motivazioni risi¬
bili, che avevano a che fare più con la politica che con la te¬
levisione.
Il primo riferimento obbligato è a Sergio Zavoli, che da
Tv7 a Diario di un cronista - passando per Nascita di una dit¬
tatura,, ha notte della repubblica e Viaggio nel Sud9 - può esse¬
re considerato il “grande vecchio” dell’approfondimento gior¬
nalistico televisivo. Ancora oggi la sua capacità di racconto,
con le immagini e con le parole, resta per molti versi inegua¬
gliato. Ma la Rai l’ha confinato nel palinsesto notturno, dopo
la mezzanotte, costringendolo infine alla resa.
Altrettanto grave è stata la sparizione repentina delle due fac-
8 Non è casuale che sul mercato intemazionale dei reportage e dei docu¬
mentari la tv italiana sia oggi scarsamente presente e poco competitiva. Ep¬
pure, l’inchiesta e il documentario erano un tratto distintivo della televi¬
sione italiana delle origini, eredi entrambi della grande scuola del neorea¬
lismo. Si leggano al proposito A. Grasso, Storia della televisione italiana,
Garzanti, Milano 2000, pp. 777-784 e L. Castellani, La Tv dall’anno zero,
Studium, Roma 1995, passim.
9 Sono i titoli delle trasmissioni televisive più famose fra le tante realizzate per
la Rai da Sergio Zavoli. Per seguire con maggiori dettagli il suo percorso in
tv, si leggano le pagine a lui dedicate da Aldo Grasso nel libro sopra citato.
118
tones create rispettivamente da Giovanni Alinoli e Michele San¬
toro: il primo con le svariate produzioni che sono nate attorno a
Mixer e Format, il secondo con la serie di Samarcanda e con i
suoi Sciuscià10 11. Entrambi hanno lavorato per anni, con grande
intelligenza e professionalità, sullo specifico del linguaggio tele¬
visivo, sviluppando una capacità di racconto molto elaborata,
ricca di suggestioni e fortemente caratterizzata, nel campo delle
inchieste e dei reportage, dall’estero e in Italia. Per fare due soli
nomi, alcune inchieste di Riccardo Iacona per Sciuscià e alcuni
reportage di Marcella De Palma per Mixer restano delle pagine
di ottima televisione, di cui la Rai può andare fiera11.
E nella factory di Giovanni Minoli che sono nati inoltre gli
esperimenti più interessanti della televisione italiana degli ulti¬
mi vent’anni: dalle inchieste di Professione Reporter di Milena
Gabanelli ai documentari de La Grande Storia, dai “gialli” di
Top Secret ai primi reportage di Turisti per caso, solo per citare
alcuni format che tuttora vanno in onda12. Avventurandosi sui
sentieri meno battuti e più innovativi della “contaminazione”
10 Mixer è nato nel 1980 da un’idea di Aldo Bruno, Giovanni Minoli e
Giorgio Montefoschi e si è imposto subito come il nuovo, moderno ro¬
tocalco di attualità. Samarcanda invece è nato nel 1987 da un’idea di Mi¬
chele Santoro e Giovanni Montanari, diventando ben presto il talk show
“impegnato” di Rai 3, a cui si sono poi affiancati (a partire dal 1996) i
reportage di Sciuscià.
11 Mi riferisco in particolare ai reportage di Marcella De Palma sui covi del¬
la ’ndrangheta in Aspromonte (1992), su Sarajevo assediata (1994), sulle
carceri del Ruanda (1996) e sulla tragedia dell’Aids in Africa (1998). Di
Riccardo Iacona vanno segnalati soprattutto i reportage sulla prostitu¬
zione infantile in Brasile (1996) e sugli indios dell’Amazzonia (1998), ol¬
tre alle inchieste su Tutti ricchi (2000) e sul business delle discoteche in
Romagna (2001).
12 A partire dal 1994 Giovanni Minoli creò Format, struttura produttiva e
marchio per l’identificazione di nuovi programmi e linguaggi televisivi.
A Format approdarono negli anni tanti registi, autori e giornalisti che
non trovavano interlocutori validi in Rai (da Piero Marrazzo a Silvestro
Montanaro, per citare solo due nomi noti) e che qui ebbero la possibili¬
tà di tradurre in programmi le loro idee.
119
di generi e linguaggi, Giovanni Minoli è riuscito d’altronde a
coinvolgere nel suo progetto di televisione alcune fra le mi¬
gliori teste pensanti del nostro mondo giornalistico e intellet¬
tuale: da Alberto Moravia a Leonardo Sciascia e Giorgio Man¬
ganelli, da Adriano Sofri a Enrico Deaglio13.
Purtroppo sembrano passati anni luce dai tempi in cui la
televisione italiana riusciva a stare al passo con i migliori. Il pa¬
norama attuale è sempre più dominato dai pallidi cloni del pas¬
sato, che riescono a blaterare ma non a raccontare belle storie
e che dell’immagine hanno una cultura molto approssimativa e
falsamente innovativa.
Cronache dall’apartheid
Una megera. Con quella vestaglia sdrucita e i capelli in
disordine, lo sguardo torvo e un ghigno che le dilatava le ru¬
ghe, sembrava proprio una megera. Se ne stava appoggiata al
balcone, a mugugnare, mentre sotto casa sua sfilava silenzio¬
sa la lunga fiaccolata degli albanesi. E lei li sfidava, col brac¬
cio alzato e tre dita della mano aperte - pollice, indice e me¬
dio -, a simboleggiare l’identità serba: patria, chiesa e alle sue
spalle campeggiava un grande manifesto col volto sorridente
di Milosevic.
Da giorni il centro di Pristina era percorso da continui
cortei. Contrapposti. Gli albanesi protestavano contro la re¬
13 Di Alberto Moravia e Giorgio Manganelli vanno ricordati diversi reporta¬
ge all’estero: ad esempio nell’URSS in disfacimento (Moravia, 1989), in Iraq
(Moravia, 1990), in Israele (Moravia, 1990), in Norvegia (Manganelli,
1987), nella Spagna postfranchista (Manganelli, 1986). Di Leonardo Scia-
scia era invece la striscia settimanale 100 secondi di..., andata in onda su
Mixer nel 1984 e 1985. Di Enrico Deaglio sono da ricordare le Piccole sto¬
rie di mafia (1988), il documentario su Giorgio Perlasca (1990) e quello su
Evita Peron (1995). Infine, di Adriano Sofri vanno ricordati sia il reporta¬
ge I cani di Sarajevo (1994) che quello sulla Cecenia (1995).
120
pressione delle forze di polizia serba, chiedendo libertà e indi-
pendenza per il Kosovo. E i serbi manifestavano per rivendi¬
care i loro “diritti” su quella terra, forti di una costituzione sui
generis, che fra l’altro assegnava loro, minoranza etnica (20%
della popolazione), l’80% degli impieghi pubblici, mentre agli
albanesi, che invece rappresentavano la maggioranza (l’80%),
ne toccava solo il 10%. Era una situazione insostenibile, in cui
ogni forma di convivenza pacifica era ormai saltata. E i tambu¬
ri di guerra si facevano ogni giorno più assordanti, con gli al¬
banesi che dalla resistenza pacifica erano passati alla guerriglia
aperta e i serbi che, con la scusa delle operazioni “antiterrori¬
smo”, avevano inaugurato la pulizia etnica nei villaggi, lascian¬
dosi dietro le spalle una lunga scia di sangue.
Che la guerra fosse inevitabile l’abbiamo capito proprio
parlando con quella vecchia signora serba. Non ricordo il suo
nome ma devo esserle grato, perché ha accolto senza far storie
la nostra troupe, offrendoci un buon tè e un mare di chiac¬
chiere. Utilissime. Non ci interessava infatti fare un’intervista:
ci eravamo accorti - come capita spesso nelle situazioni di con¬
flitto ad alta esposizione mediatica - che davanti alla telecame¬
ra e a un microfono si ottenevano risposte quasi sempre sche¬
matiche, di rito, che non ci aiutavano granché a capire e non ci
avrebbero poi permesso di spiegare.
Noi non stavamo lavorando per un telegiornale ma per una
rete, Rai 3, che voleva un approfondimento, da 30 o 50 minu¬
ti. Più che interviste ufficiali, buone al massimo per una battu¬
ta, cercavo perciò personaggi, situazioni e storie attraverso cui
si potesse capire meglio quello che stava succedendo in Koso¬
vo. E non bastavano i morti, le case bruciate, i pianti delle don¬
ne, le fiaccolate e i cortei. Bisognava entrare in punta di piedi
nelle case e ascoltare. Ascoltare i discorsi dei serbi e degli al¬
banesi. Senza essere visti o quasi.
Senza Maurizio e Peppe non ci sarei mai riuscito. Ci vuole
infatti professionalità, pazienza e una grande sensibilità per
fare in modo che telecamera e microfoni non vengano perce¬
pì
piti come corpi estranei all’interno di una situazione chiusa, fa¬
miliare. E ci vuole una grande sintonia - fatta di sguardi, oltre
che di parole - per rappresentare al meglio una situazione del
genere, cogliendone luci e ombre, rumori e silenzi. Ma Mauri¬
zio Carta è bravissimo a trasformare la sua telecamera in un og¬
getto invisibile, in grado di fissare sia i personaggi che le situa¬
zioni in poche, efficacissime inquadrature. E Peppe Vitale è
l’unico fonico che può lavorare nell’ombra per ore, senza stan¬
carsi, con un’attenzione maniacale al sonoro che viene prodot¬
to da una determinata situazione.
In casa, oltre alla “megera”, c’erano un’amica e due sue ni¬
poti. Venivano tutte dalla regione delle Krajine, povera gente
costretta a scappare di casa per via delle persecuzioni dei croa¬
ti. Vittime, trasformatesi a loro volta in carnefici, come è capi¬
tato spesso in questo assurdo gioco al massacro che sono state
le ultime guerre balcaniche. Era stato Slobodan Milosevic a in¬
gannarle con la promessa di una patria nuova, che le ricompen¬
sasse dei torti subiti. Senza però spiegare loro che su quella ter¬
ra viveva un altro popolo, che da sempre la rivendicava come
propria. Quando il trucco era stato scoperto, non c’era più ver¬
so di tornare indietro. Ormai bisognava aggrapparsi all’idea che
il Kosovo fosse dei serbi e andare avanti. Credere e combattere.
Siamo rimasti in quella casa non meno di tre, quattro ore.
E abbiamo dedicato lo stesso tempo, il giorno dopo, a una fa¬
miglia albanese, che aveva gentilmente accettato di riceverci.
In entrambi i casi, ho lasciato che i nostri ospiti parlassero più
o meno a ruota libera. Senza mai interromperli. Solo ogni tan¬
to intervenivo con qualche battuta, perché non si perdesse il
filo del racconto. E dopo un po’ hanno abbondonato tutti l’i¬
niziale diffidenza, permettendoci di capire meglio quello che
per strada o nelle interviste “ufficiali” si riusciva solo a intuire.
Ad esempio che in Kosovo vigeva l’apartheid, la separa¬
zione razziale. Come in Sudafrica, con la differenza che qui
era stato introdotto proprio quando laggiù avevano deciso di
abolirlo, per la vergogna. Era infatti il 1990 quando Slobodan
122
Milosevic decise di emendare la Costituzione della Jugosla¬
via, cancellando da un giorno all’altro l’ampia autonomia di
cui il Kosovo aveva goduto dai tempi di Tito. E l’anno dopo,
in risposta alla dittatura dei serbi imposta per legge, la mag¬
gioranza albanese aveva scelto la strada dell’apartheid volon¬
tario: la creazione cioè di un Kosovo “parallelo”, con ospe¬
dali, scuole, università, banche e negozi gestiti dagli albanesi
per gli albanesi. Il tutto era stato realizzato nella semiclande¬
stinità: nei garage, nei seminterrati, nelle case private; mentre
i serbi facevano man bassa del Kosovo istituzionale, invitan¬
do al banchetto anche i profughi delle Krajine.
Sette anni dopo, si fronteggiavano a Pristina due società
distinte. Due mondi separati e senza alcun contatto. “Se ho
un problema alla macchina” mi aveva spiegato Sami, un ra¬
gazzo albanese, “non vado dal primo meccanico che trovo
per strada. Ne cerco uno albanese. Anche se ci vuole tempo”.
La topografia della città svelava così la sua vera essenza: divi¬
sa quanto più possibile per zone etniche, coi punti di contat¬
to che restavano aree morte, no mans land, prive di socialità.
La vecchia signora serba abitava proprio in una di queste
zone “miste”. E mi aveva raccontato che per paura non usci¬
va più di casa. Stava però incollata alla tv, quella serba natu¬
ralmente, che non aveva mai parlato di massacri compiuti
dalla polizia ai danni degli albanesi. “Quelli mentono di na¬
tura” si era affrettata a spiegarmi “e cercano solo di cacciarci
via”. “D’altra parte” aveva aggiunto “non mi stupirei se fos¬
sero gli albanesi stessi ad ammazzare i loro figli, per dare poi
la colpa a noi serbi. Tanto loro figliano come conigli”.
La cosa che mi colpì di più, in questi “gruppi d’ascolto”
improvvisati a Pristina, fu il candore folle, l’assoluta traspa¬
renza con cui serbi e albanesi riuscivano a odiarsi reciproca¬
mente. Non sono mai stato in Sudafrica prima che venisse
abolito l’apartheid. Ma immagino che le relazioni fra bianchi
e neri - con le dovute differenze - fossero ispirate a senti¬
menti analoghi, della stessa famiglia. In fondo, anche lì come
123
in Kosovo - e per molto più tempo - era prevalsa “l’inno¬
cenza del male”14. Quella stessa innocenza che scorgevo a
Pristina nell’immancabile sorriso dei miei interlocutori quando
facevo domande volutamente stupide. “E lei non ha amici al¬
banesi?” avevo chiesto uscendo alla mia megera. “Certo che
no” mi aveva risposto “perché dovrei?”.
Mistica del sangue e propaganda
Prekaz, Orahovac, Gornje Obrinje, Racak: l’intervento del¬
la NATO in Kosovo è stato preceduto, in perfetto stile balcanico,
da una lunga guerra della propaganda, combattuta sia dai serbi
che dagli albanesi con l’uso spettacolare di tutta una serie di stra¬
gi, vere e false. Per un anno intero centinaia di cadaveri sono sta¬
ti branditi come armi, dagli uni e dagli altri, per alimentare l’o¬
dio reciproco e le rispettive mistiche del sangue. Inoltre, decine
di fosse comuni sono state scavate, occultate o scoperte ad arte,
per conquistare o spostare il consenso dell’opinione pubblica in¬
ternazionale, sfruttando la complicità attiva o passiva dei grandi
mass media assetati di scoop.
A inaugurare questa guerra della propaganda furono i
morti di Prekaz, il 6 marzo 1998. Più che di una strage, si era
trattato di un lungo conflitto a fuoco tra le forze speciali serbe
e il clan albanese degli Jashari, affiliato all’UCK, l’Esercito di
Liberazione del Kosovo. Ma per stanare dalla sua roccaforte il
capoclan, Adem Jashari, i serbi avevano usato la mano pesan¬
14 L’ innocenza del male (Laterza, Roma-Bari 2003) è il titolo di un libro di
Guido Rampoldi, inviato di «Repubblica», in cui viene proposta una sug¬
gestiva rilettura delle grandi tragedie degli ultimi quindici anni, dalla Bosnia
all’Afghanistan, dalla Cambogia all’Indonesia. Secondo Rampoldi, “quan¬
do lo sterminio colpisce una parte che noi percepiamo estranea, e quando
le sue fauci non sono per noi un pericolo, siamo straordinariamente dispo¬
nibili a riconoscere l’innocenza di ciò che in teoria chiamiamo Male”.
124
te, uccidendo senza pietà tutti i suoi familiari, che si erano as¬
serragliati in casa. Il bilancio finale era stato di venti morti, fra
cui diverse donne e bambini. E i funerali furono non solo l’oc¬
casione per mostrare a tutto il mondo l’orrore di cui i serbi era¬
no capaci, ma anche il megafono per chiamare a raccolta il po¬
polo albanese contro gli oppressori. Sangue chiama sangue,
come impone il Kanun15.
Quel giorno le bare vennero riaperte apposta per le teleca¬
mere. E con grande zelo ci furono mostrati i cadaveri bruciati, i
volti sfigurati, le mani mozzate. Uno scempio. In silenzio gli uo¬
mini scavavano le fosse, le donne invece piangevano. Alla fine un
signore anziano, che probabilmente era il capovillaggio, pro¬
nunciò un’orazione funebre da far venire i brividi. “Vorrei rivol¬
germi a tutti gli albanesi della diaspora” urlò il vecchio, con la
voce rotta dall’emozione “perché non dimentichino la terra del
Kosovo, che ogni giorno viene annaffiata con il nostro sangue al¬
banese. Onore ai martiri della nazione. Onore a tutti loro”.
Questa “guerra dei cadaveri” si intensificò mese dopo
mese. Non passava settimana senza stragi o eccidi. Che però, a
una verifica più approfondita, risultavano quasi sempre scontri
a fuoco, anzi vere e proprie battaglie tra la polizia serba e il
neonato Esercito di Liberazione del Kosovo, la cui presenza si
faceva sempre più massiccia. Ma il governo degli Stati Uniti e i
suoi alleati europei avevano già deciso che il Kosovo doveva es¬
sere la tomba di Slobodan Milosevic. E si adoperarono per sof¬
fiare sul fuoco, più che per spegnere l’incendio, sfruttando
abilmente la passione per i titoli strillati e il sensazionalismo dei
mass media nostrani16.
15 II Kanun è il codice consuetudinario albanese. Elaborato da Lek Dugagjin
secoli fa, è tuttora in vigore nel nord dell’Albania e fra gli albanesi del Ko¬
sovo e della Macedonia. Si tratta di un codice fondato sull’onore e sul san¬
gue, di cui le faide familiari sono l’inevitabile corollario.
16 Per una ricostruzione delle lunghe trattative diplomatiche e degli scontri
politici che precedettero l’intervento della Nato in Kosovo si può consul¬
tare il lungo resoconto fatto dal giornale francese «Libération» il 9 luglio
125
Un esempio valga per tutti. Il 5 agosto 1998 il tam-tam dei
media lancia la notizia che a Orahovac, poco lontano dal con¬
fine con l’Albania, è stata trovata una fossa comune con 561 ca¬
daveri albanesi, di cui 430 bambini, trucidati dai serbi. Lo
scoop è dell’inviato in Kosovo del quotidiano tedesco «Tages¬
zeitung», Eric Rathfelder. Che in realtà nel suo reportage invi¬
ta a una certa prudenza: lui le fosse le ha cercate ma non le ha
trovate - a parte qualche cadavere isolato - perché il testimo¬
ne che gliene ha parlato non ha fornito prove evidenti, e gli
stessi inviati dell’Unione europea che si sono recati sul posto
hanno dovuto smentire la notizia.
Ma tant’è. Giornali e televisioni rilanciano la notizia a tito¬
li cubitali, corredandola in alcuni casi con foto pesantemente
manipolate. E il caso ad esempio di una foto dell’Associated
Press del 4 agosto, in cui si vede un gruppo numeroso di pro¬
fughi in marcia. Secondo la didascalia fornita dalla Ap, si trat¬
ta di “profughi di etnia albanese che ritornano nelle loro case
a Orahovac”. Sulla prima pagina di alcuni giornali italiani di¬
ventano invece “profughi in fuga da Orahovac”17.
Intendiamoci: non è che i serbi fossero agnellini e che le
centinaia di civili albanesi uccisi fossero un’invenzione della
propaganda. Ma un’abile regia ha istillato per un anno intero -
dal marzo 1998 al marzo 1999 - l’idea che in Kosovo fosse in
corso una massiccia operazione di pulizia etnica e che, di con¬
seguenza, il popolo albanese rischiasse addirittura il genocidio.
Ma questo non era vero. E vero semmai che l’entrata in scena
dell’UCK, nel novembre del 1997, ha trasformato lo scontro già
1999 (ripubblicato su «Internazionale» del 16 luglio 1999). Di grande in¬
teresse è anche un documentario realizzato dalla Bbc un anno dopo la fine
della guerra. Il titolo è Moral Kombat e fa riferimento all’accanimento con
cui gli Stati Uniti hanno preparato la guerra, condizionando fin dall’inizio
la missione dell’OsCE e manipolando senza scrupoli la coscienza dell’opi¬
nione pubblica mondiale in modo da demonizzare Milosevic.
17 A scoprirlo fu Tommaso Di Francesco, sul «Manifesto» del 7 agosto 1998,
confermandosi ancora una volta cronista attento e gran conoscitore del
puzzle balcanico, su cui lavora da anni.
126
durissimo fra serbi e albanesi in Kosovo in una guerra “a bas¬
sa intensità”, di cui ha pagato le conseguenze soprattutto la po¬
polazione civile albanese, vessata dagli uni (i serbi) e sacrifica¬
ta dagli altri (I’Uck).
Ed è vero altresì che le operazioni “antiterrorismo” con¬
dotte dalla polizia e dall’esercito serbo si sono trasformate
sempre più in rastrellamenti di massa e operazioni di pulizia et¬
nica, che hanno fatto anche molte vittime innocenti, nell’illu¬
sorio tentativo di fare terra bruciata attorno ai combattenti del-
l’UCK. In ogni caso, nulla a che vedere con la fantomatica ope¬
razione “Ferro di cavallo”, il piano segreto di Milosevic per lo
sterminio degli albanesi di cui si fantasticò a nove colonne pri¬
ma della guerra; salvo poi scoprire che era tutta un’invenzione
della propaganda NATO18.
Altrettanto esemplare è la storia della “strage” di Racak. Fu
quella la goccia che fece traboccare il vaso, la prova definitiva che
convinse governi e opinioni pubbliche occidentali a intervenire
in Kosovo, con una guerra “umanitaria”. Cos’era successo? Il 16
gennaio 1999, a Racak, un piccolo villaggio del Kosovo meridio¬
nale, vengono ritrovati i cadaveri di 45 albanesi. “Un massacro di
civili inermi, un crimine contro l’umanità”, stabilisce il capo del¬
la missione OSCE, William Walker, che in una conferenza stam¬
pa convocata in fretta a Pristina precisa anche: “Tutti i corpi che
ho visto erano in borghese, tutti apparivano come umili abitanti
del villaggio. Tutti erano stati giustiziati là dove giacevano”.
18 A svelarlo è stato un generale tedesco in pensione, Heinz Loquai, che all’e¬
poca era a capo dei consiglieri militari di Bonn presso l’OsCE. Nel suo libro
di memorie, Der Kosovo-Konflikt. Wege in einen vermeidbaren Krieg (Il con¬
flitto in Kosovo. Percorsi di una guerra evitabile) (Baden Baden 2000), Lo¬
quai rivela che il famoso piano segreto di Milosevic denominato operazio¬
ne “Ferro di cavallo” fu in realtà un’invenzione del ministro degli Esteri te¬
desco Rudolf Scharping. “Prima dell’inizio dei bombardamenti della
Nato” scrive inoltre Loquai “non esisteva in Kosovo una situazione che
potesse essere definita di catastrofe umanitaria, tale cioè da giustificare una
guerra”. Alle stesse conclusioni è giunto il generale italiano Fabio Mini, in
La guerra dopo la guerra (Einaudi, Torino 2003).
127
Nel rapporto stilato dall’OscE si legge che 23 cadaveri
sono di uomini uccisi da distanza “estremamente ravvicinata”,
che 3-4 uomini sono stati colpiti “mentre fuggivano” e che 18
uomini sono stati uccisi fuori dal villaggio, anche se i cadaveri
“sono stati riportati a casa dalle famiglie”.
La notizia fa talmente scalpore che la missione dell’OsCE
viene ritirata dal Kosovo. E tutto il mondo si scandalizza per
tanta atrocità, anche se l’inchiesta aperta dalle autorità serbe
dimostra fin da subito che le parole di Walker vanno prese con
le pinze. Innanzitutto, perché le prime quindici autopsie di¬
mostrano che non c’è stata alcuna esecuzione sommaria, visto
che le ferite non sono state causate da proiettili sparati a bru¬
ciapelo. In secondo luogo, la prova del guanto di paraffina ri¬
leva tracce di polvere da sparo su quasi tutti i cadaveri. Che
quindi non erano civili inermi ma, molto verosimilmente, com¬
battenti dell’UCK.
Ma il mondo intero è già convinto delle responsabilità ser¬
be e accusa perciò di faziosità i medici di Belgrado. L’Unione
europea reclama nuove autopsie e invia in Kosovo un team di
medici finlandesi. Intanto, in fretta e furia viene convocata per
la metà di marzo una Conferenza di pace a Rambouillet, in
Francia. Lo scopo - è ormai acciarato19 - è stilare un docu¬
mento che sia accettabile per la delegazione albanese ma che
venga rifiutato da Milosevic, in modo da spianare la strada, una
volta per tutte, a un intervento militare.
Non a caso, proprio alla vigilia del fallimento della Confe¬
renza di Rambouillet, vengono resi noti i “risultati delle autop¬
sie” condotte dai medici finlandesi inviati dall’OscE. In verità,
non si tratta dei risultati veri e propri ma dell’opinione persona¬
le della dottoressa finlandese Melena Ranta. La quale, pressata
19 Sui negoziati di Rambouillet e, più in generale, sulla lunga crisi che portò
alla guerra in Kosovo, si consulti il ricco dossier Kosovo, histoire d’une cri-
se su www.monde-diplomatique.fr.
128
da richieste “politiche”, si limita a dichiarare che, secondo lei,
non ci sono elementi per dedurre “che non si trattasse di civili
disarmati, uccisi nel luogo del loro ritrovamento”.
La notizia dà il colpo di grazia al “cattivo” Milosevic, che
guarda caso si rifiuta di sottoscrivere gli accordi di pace stabi¬
liti a Rambouillet. Ai governi occidentali non.resta perciò che
intervenire. La guerra può finalmente scoppiare per motivi
“umanitari”.
Quando invece, molti mesi dopo, vengono resi noti i ri¬
sultati completi delle autopsie effettuate dal team finlandese
della Ue20, si scopre che avevano ragione i medici di Belgrado.
Per tutti i morti di Racak meno uno - si legge nel protocollo
finlandese, a lungo secretato - “non c’è prova di proiettili spa¬
rati a bruciapelo o a distanza fortemente ravvicinata”. Inoltre,
i cadaveri “non presentano mutilazioni” e le ferite da arma da
fuoco “sono in molti casi numerose e di tipo diverso”. A Ra¬
cak dunque non ci fu alcun massacro di civili inermi. Ma la
notizia arrivò troppo tardi. Quando la guerra era già finita da
un pezzo.
Esche di guerra
“Correte, correte, si combatte nella zona di Pec”.
La notizia ci raggiunge a pranzo, in una giornata apparen¬
temente tranquilla del marzo 1998, mentre cori un gruppo di
20 È stata la «Berliner Zeitung» a rendere noti i risultati delle autopsie sui
corpi di Racak. Ma pochi media italiani hanno dedicato alla notizia il ri¬
lievo che meritava. Ha fatto eccezione, come accade spesso, «Il Manife¬
sto», con un lungo articolo firmato da Tiziana Boari (15 aprile 2000). E da
segnalare anche che molti media internazionali avevano espresso dubbi fin
dall’inizio sulla versione dell’OsCE e degli albanesi. Ad esempio l’inviato di
«Le Figaro», Girard Renaud (con un articolo datato 20 gennaio 1999) e
quello di «Le Monde», Christophe Chatelot (21 gennaio).
129
colleghi italiani stiamo provando l’ebbrezza di un’improbabile
pizza in stile kosovaro. Fatte le opportune verifiche al telefono
e appurato che non c’è niente di certo e preciso, qualcuno ri¬
prende a mangiare, altri invece - e noi tra quelli - decidono di
andare a verificare.
Se lavori per il telegiornale, puoi anche permetterti il lusso
di non correre dietro a tutti i fatti che ti vengono segnalati. Tan¬
to, male che vada, puoi sempre “recuperarli” tramite il raccon¬
to dei colleglli e le immagini d’agenzia. Se sei ancora più furbo,
chiami la redazione in Italia e ti fai leggere le agenzie, restando
comodamente seduto nella hall dell’albergo. Lavorando invece
per un settimanale di approfondimento o comunque su un re¬
portage d’attualità ti ritrovi a correre tutti i giorni come una le¬
pre. Perché non puoi sapere prima quello che racconterai alla
fine, a lavoro finito; e finisci quindi per voler essere dappertut¬
to, dovunque succeda qualcosa che valga la pena raccontare e si
possa filmare. Salvo poi ritrovarti con una montagna di mate¬
riale, decine e decine di cassette con cui, dopo aver spompato
l’operatore di turno, farai venire l’ulcera al montatore.
Quella volta non filmammo nulla. Ma rischiammo di ficcar¬
ci nei guai. Distratti dalle nostre chiacchiere, ci ritrovammo in¬
fatti a sbattere il muso contro un blindato delle forze speciali
serbe, nel bel mezzo di una grossa operazione “antiterrorismo”.
L’abbiamo capito solo dopo, ricostruendo tutta la scena a fini
“terapeutici”, per superare lo choc.
Seguendo le indicazioni dei contadini albanesi, ci eravamo
immessi con la nostra sgangherata Renault 5 su uno sterrato
micidiale. Con i finestrini ben chiusi, vedevamo la lunga fila di
gente che scappava dai villaggi, con tanto di masserizie, ma
non sentivamo l’eco della sparatoria, che invece si faceva sem¬
pre più vicina. Finché non abbiamo attraversato un villaggio
completamente deserto, con i segni evidenti della battaglia. Si
vedevano case bruciate, vetri spaccati e porte sfondate. E su
tutto sembrava regnare una strana calma.
All’improvviso, dietro una curva, ci si para davanti un blin¬
130
dato dell’esercito, con dietro un gruppo di soldati in mimetica,
mentre sulla sinistra vediamo altri mezzi militari e decine di sol¬
dati appostati. Tutti i fucili sono puntati verso qualcuno o qual¬
cosa che stava alle nostre spalle. Non so chi si sia stupito di più,
se noi o loro. In ogni caso, i soldati sono stati più svelti a reagire.
Ci hanno prima circondato; poi, scoperto che eravamo no¬
vinari, giornalisti, hanno deciso brutalmente di farci sloggiare,
scortandoci fuori dalla zona di operazioni. Purtroppo, Mauri¬
zio non ha avuto né il tempo né il modo di tirar fuori la picco¬
la telecamera digitale, per rubare qualche inquadratura. Ma
lungo il percorso siamo riusciti a scorgere uno o due cadaveri,
in abiti civili, e diversi prigionieri con le mani legate dietro la
schiena. Sul ciglio della strada giaceva invece una vacca morta,
in una pozza di sangue.
A un chilometro circa dall’uscita del villaggio siamo stati
presi in consegna da un altro gruppo di militari, che ci ha bloc¬
cati per almeno un’ora con la scusa di controllare i nostri ac¬
crediti. La stessa sorte è toccata al collega di «Le Monde», che
evidentemente era caduto nella nostra stessa trappola. Con la
differenza che mentre noi avevamo sprecato il nostro tempo
senza riuscire a filmare nulla, lui almeno era riuscito a scrivere
il suo “pezzo”, riportando l’unica vera notizia che compensas¬
se la nostra disavventura: il fatto che i serbi avessero comincia¬
to a impiegare l’esercito, e non più solo le forze di polizia, per
le loro presunte operazioni “antiterrorismo”, con tanto di mez¬
zi blindati, elicotteri e truppe d’assalto. Se non eravamo alla
guerra vera, poco ci mancava.
Va detto poi che la copertura della situazione in Kosovo, su
stampa e tv italiane, è peggiorata man mano che ci si è avvici¬
nati alla guerra, con un’eccessiva e progressiva semplificazione
del quadro geopolitico e conflittuale, quando era necessario in¬
vece evidenziarne tutta la complessità. Dal febbraio 1998 e per
tutto quell’anno, infatti, hanno fatto la spola tra Pristina e Bel¬
grado i nostri migliori esperti in fatto di guerre balcaniche, che
hanno avuto il merito di inquadrare scrupolosamente la situa¬
li!
zione, senza esagerare e senza “tifare” per l’una o per l’altra par¬
te. Col passare dei mesi, quando il confronto politico e militare
si è fatto più acceso - ma anche meno decifrabile - la copertu¬
ra giornalistica ha invece cambiato toni e contenuti.
Innanzitutto perché, per continuare a proporre lo stesso
argomento, stampa e tv hanno preteso dai loro inviati notizie
sempre più clamorose, da “strillare”, con contenuti sempre
meno politici e di interesse sempre più “umano”. Va poi ag¬
giunto che per esigenze ovvie, di normale avvicendamento,
sono giunti in Kosovo nuovi inviati. E a dare il cambio agli
esperti sono stati mandati anche molti colleghi della cronaca:
ottimi giornalisti, ma con minore dimestichezza con le menzo¬
gne balcaniche e l’arte subdola della propaganda21.
E in questo contesto che hanno cominciato a circolare le
piccole e grandi “esche di guerra”: dalle finte stragi di civili
fino alla presunta operazione “Ferro di cavallo”. A pianificar¬
ne l’uso sono stati gli apparati politici, militari e diplomatici,
per condizionare a favore degli albanesi le simpatie e gli orien¬
tamenti dell’opinione pubblica internazionale, preparandola a
una guerra che era stata già preventivata (se non decisa) a ta¬
volino. E i media hanno abboccato: non perché succubi e
schiavi della propaganda ma in quanto alleati, con motivazioni
e fini diversi, nello stesso gioco “al rialzo”.
Non è casuale, ad esempio, che sia stato dato poco spazio
su stampa e tv nostrane al tentativo di mediazione fra serbi e
albanesi fatto dalla Comunità di Sant’Egidio. Eppure la notizia
c’era. Dal lontano 1993 don Vincenzo Paglia e i suoi collabo¬
ratori facevano la spola tra Pristina e Belgrado per riaprire il
dialogo fra le due comunità. Un primo accordo venne firmato
21 E lungi da me la tentazione, stupida, di dare pagelle ai colleghi. Quello che
mi preme è evidenziare dei trend e dei modi di lavorare che sempre più
spesso trascendono le responsabilità dei singoli giornalisti e che - come si
vedrà meglio nel seguito di questo libro - non rendono un buon servizio
all’opinione pubblica e all’etica del giornalismo.
132
nel 1996, per consentire ai giovani albanesi il rientro nelle
scuole e nelle università a cui non avevano più accesso dal
1991. Ma purtroppo rimase lettera morta. E proprio nel mar¬
zo 1998 venne firmato a Pristina un secondo accordo sulle
scuole, che riaccese le speranze di quanti si adoperavano per
una soluzione politica e non militare del conflitto.
Il momento era assai delicato: da un lato il moderato Ibra¬
him Rugova si giocava la leadership degli albanesi, scegliendo
nuovamente la strada del dialogo e non quella dello scontro
aperto, auspicato e praticato dai suoi rivali dell’UCK; dall’altro,
il presidente serbo Slobodan Milosevic si giocava le ultime
chance con l’Unione europea e gli Stati Uniti, che già minac¬
ciavano di intervenire con le armi in Kosovo.
Ma alla conferenza stampa in cui venne firmato quell’ac¬
cordo, il 20 marzo, c’erano pochissimi giornalisti italiani22. E in
seguito nessuno tornò sulla notizia. Tutti o quasi preferirono
cimentarsi, piuttosto che con il linguaggio asciutto della pace,
con quello assai più colorito delle armi. D’altra parte, come re¬
cita una vecchia massima del giornalismo: good news no news.
E noi tutti, chi più chi meno, facciamo spesso buon viso a cat¬
tivo gioco.
La guerra delle emozioni
La guerra in Kosovo è durata settantotto giorni: dal 24
marzo 1999, quando le prime bombe della NATO vennero
sganciate sulla Jugoslavia, al 9 giugno, quando venne firmata fi¬
nalmente la pace, a Kumanovo, in Macedonia. Solo per quei
tre mesi sono stati mobilitati più di 150 giornalisti italiani ac¬
creditati, fra stampa e tv, senza contare i free-lance. Una co¬
pertura pressoché totale, che andava da Belgrado ai campi pro¬
22 A parte noi di Mixer, per Rai 3, mi ricordo solo di Ennio Remondino e
Mauro Maurizi, per il Tgl.
133
fughi allestiti in Macedonia e Albania, passando per il quartier
generale della NATO, a Bruxelles, per la base di Aviano e per le
maggiori capitali europee, i cui governi erano coinvolti in que¬
sta guerra “umanitaria”. In più, i telefoni cellulari garantivano
a tutti gli inviati un’ottima possibilità di comunicazione; men¬
tre, per quanto riguarda la trasmissione delle immagini, la Rai
disponeva di mezzi propri al confine albanese, oltre al suppor¬
to fornito come sempre dall’EBU (European Broadcasting
Union) e dall’Aptn (Associated Press Television Network),
presenti con diversi feeds.
Per la televisione italiana è stata la seconda guerra in di¬
retta, dopo l’esperienza fatta nel Golfo nel 1991. E sia Rai che
Mediaset non hanno badato a spese, dedicando all’aweni-
mento - com’era giusto - un notevole spazio, sia all’interno
dei telegiornali che in altre trasmissioni. Il problema semmai è
che la guerra del Kosovo vista in tv è stata soprattutto una
guerra delle “emozioni”, in cui si è preferito puntare sul pa¬
thos piuttosto che sull’analisi: da un lato, per dissipare ogni
dubbio morale sull’intervento della NATO; dall’altro per evita¬
re la progressiva assuefazione del telespettatore a un conflitto
che in realtà è stato ben poco visibile e non ha offerto di per
sé molti elementi di spettacolarità23.
Non è stata una scelta solo italiana. Quasi tutte le tv dei
paesi impegnati nello sforzo bellico hanno fatto una scelta ana¬
loga. E questo la dice lunga sulla longa manus della propagan¬
da, se si considera che, in Italia come negli altri stati membri
della NATO, i governi si sono ritrovati a fronteggiare un’opi¬
nione pubblica che all’inizio soprattutto non era molto favore¬
vole alla guerra.
In Gran Bretagna, ad esempio, l’ex leader laburista Roy
Hattersley ha pubblicamente ammesso che i suoi dubbi sulla
guerra “sono stati spazzati via da sette giorni di immagini”24. In
23 Si veda M.P. Pozzato, Linea a Belgrado, cit., p. 147 e ss.
24 «The Guardian», 5 aprile 1999.
134
Francia, il leader comunista Robert Hue ha rinunciato alle cri¬
tiche perché “le immagini in tv hanno scosso molto l’opinione
pubblica. E io sono sensibile a questa evoluzione”25. Infine, un
filosofo della barbarie come André Glucksmann è arrivato a
scrivere: “Ci sono sguardi di bambini che pesano più di tante
pile di libri [...]. I nostri politici esitano. Non guardano più la
tv. Non hanno intravisto la loro madre, il loro fratello, non han¬
no immaginato il loro bambino e l’avvenire stremati nel fan¬
go”26. In Italia, infine, il Tgl del secondo giorno di guerra apri¬
va la sua edizione delle ore 20 annunciando che “in Kosovo è
in corso la più grande catastrofe umanitaria mai avvenuta in
Europa dopo la seconda guerra mondiale”, citando solo en
passant che la fonte di tale notizia era la NATO e spazzando via
con una sola frase tutti gli orrori della guerra in Bosnia27.
Comunque, non mi interessa in questa sede discutere della
legittimità di quella guerra e delle sue ragioni, vere o presun¬
te28. Così come non mi interessa parlare dell’atteggiamento del
governo italiano in questo conflitto, delle sue scelte e del suo
tentativo di legittimarle anche attraverso i media. Dico solo che
la tv italiana, nell’offrirci lo spettacolo della guerra in diretta,
ha scelto la strada di una drammatizzazione eccessiva, a senso
unico, in cui l’importante era emozionare più che spiegare,
parlare al cuore più che alla mente. E a questo risultato si è ar¬
rivati per ragioni televisive, che certo hanno finito per sposare
la logica e la propaganda di guerra della NåTÒ; ma senza per
questo esserne succubi, anzi instaurando ampie sinergie, che
nell’ottimizzare 1’infotainment di guerra hanno creato consen¬
25 Radio Europe 1, 11 aprile 1999.
26 «L’Express», 15 aprile 1999.
27 Tgl, 28 marzo 1999, ore 20.
28 Resta il fatto che molti media a guerra finita hanno cambiato atteggiamen¬
to e toni. Si consulti al proposito il libro di Ph. Hammond, E. Herman, De¬
graded capability. The Media and the Kosovo (Pluto Press, London 2000),
che ha anche il pregio di fornire dei case studies, paese per paese.
135
si attorno alle scelte del nostro governo, favorendo anche la
strategia dei militari.
Non bisogna in effetti dimenticare che la televisione va a
nozze quando sono in ballo gli interessi di un governo. E ri¬
esce, proprio in nome del consenso sociale e della solidarietà
nazionale, a fare ottimi affari. E un aspetto poco dibattuto, su
cui conviene soffermarsi. All’apparenza, infatti, può anche
sembrare che sia il pubblico (cioè l’audience) il destinatario ul¬
timo dei messaggi veicolati dal piccolo schermo. Non a caso, si
dice che le tv siano “schiave” dell’audience, che decreta il suc¬
cesso di un programma solo sulla base degli ascolti, penaliz¬
zando perciò la qualità.
Ma in realtà l’esistenza di molte televisioni, pubbliche e pri¬
vate, è legata soprattutto alla loro capacità di produrre visibilità
per gli editori di riferimento e gli inserzionisti pubblicitari, che
sono i veri destinatari dei tele-messaggi. Nasce da qui la vera os¬
sessione per l’audience: dal fatto che “catturare” pubblico e uni¬
formarne le scelte - forgiando idee e comportamenti - è l’attivi¬
tà principale, anzi l’unico parametro su cui gli sponsor - palesi e
occulti, commerciali e politici - valutano oggi una televisione,
condizionandone perciò la sopravvivenza economica29.
In guerra poi, tanto più se il proprio governo è coinvolto,
questa funzione della tv non può che essere potenziata al mas¬
simo. In guerra il consenso sociale è fondamentale. E la solida¬
rietà nazionale va promossa e stimolata. Tutte cose che le tv di
oggi sanno fare benissimo, grazie alle loro tecniche di persua¬
sione altamente sofisticate.
L’ultima guerra in Iraq fornisce a questo proposito un
esempio illuminante. A fine maggio, cioè a conflitto appena
terminato, l’amministrazione di George W. Bush ha cercato di
far passare una deregulation senza precedenti nel campo dei
29 Si veda il contributo di T. Engelhard in Seeing through the Media, cit.,
pp. 84-90.
136
media, il cui maggior beneficiario sarebbe stato - guarda caso
- il magnate australiano Rupert Murdoch, proprietario di quel¬
la Fox News Tv che fra i grandi network si era più apertamen¬
te schierato a favore dell’intervento nel Golfo. Per ora, questa
nuova legge antitrust è stata bloccata con un intervento in ex¬
tremis della Corte federale di Philadelphia. Ma la posta in gio¬
co è talmente alta che il governo potrebbe riprovarci.
Il progetto, messo a punto dalla Federai Communication
Commission - presieduta dal figlio di Colin Powell -, avrebbe
consentito ai grandi network televisivi di accrescere ulterior¬
mente le loro quote di mercato, allargando inoltre la loro pre¬
senza sia nel settore radiofonico che in quello della carta stam¬
pata30. Insomma, l’amministrazione Bush intendeva pagare
così il “debito di guerra” contratto con i grandi network che
hanno partecipato all’avventura nel Golfo, ricambiando con
moneta sonante la dedizione alla causa e il grande impegno
profuso dalle televisioni per creare consenso sociale attorno
alle difficili scelte del governo.
Tornando alla guerra in Kosovo, la mia impressione è che fra
i governi occidentali e il sistema dei media si sia giocata una par¬
tita analoga, in termini di “favori”. In questo senso, almeno per
quel che riguarda la televisione, la “sconfitta dei media”31 inizia¬
30 A lanciare il grido d’allarme è stato proprio il boss della CNN, Ted Turner,
con un editoriale apparso sul «Washington Post» il 30 maggio 2003, inti¬
tolato Monopoly or Democracy. Meno interessato e più pungente l’edito¬
riale dell’economista Paul Krugman apparso due giorni dopo sul «New
York Times». Sul provvedimento e sulle polemiche che ha scatenato, si ve¬
dano gli articoli di Vanna Vannuccini e Federico Rampini su «La Repub¬
blica», rispettivamente del 3 giugno e del 5 settembre 2003.
31 E il titolo di un libro di Marco Guidi, inviato del «Messaggero», uscito
nel 1993 (Baskerville, Bologna). Vi si racconta con grande lucidità e pas¬
sione il dramma interiore di chi, facendo questo mestiere, pur potendo
rivolgersi direttamente all’opinione pubblica non è riuscito a coinvolger¬
la abbastanza, spiegando nel modo giusto la tragedia che si andava con¬
sumando nell’ex Jugoslavia. Secondo Marco Guidi il carnaio bosniaco è
stato, appunto, “la sconfitta dei media”.
137
ta con le prime guerre nell’ex Jugoslavia è per molti versi pro¬
seguita in Kosovo e si è anzi trasformata in una disfatta. Nel
senso che la nostra tv ha trovato proprio in questo conflitto il
suo modus vivendi ottimale con gli apparati di propaganda che
pianificano e gestiscono le guerre, rinunciando per motivi
“strutturali” a un ruolo critico, autonomo e giornalistico, per
assumere invece quel ruolo di “megafono” e quella funzione di
“narcosi” che le sono ormai più congeniali.
Com’è stato giustamente notato32, l’accento messo sulla
componente passionale ha avuto in effetti una duplice deriva¬
zione. Da un lato ha pesato il ruolo politico-militare dell’Italia,
vissuto in maniera particolarmente sofferta. Il che ha reso il
racconto della guerra molto meno lineare e molto più contrad¬
dittorio, improntato al “non avrei voluto ma ho dovuto”: è sta¬
ta cioè veicolata l’idea che il governo italiano avrebbe voluto
star fuori dalla mischia ma non ha potuto e quindi ha dovuto
partecipare a questa guerra perché è membro della NATO e so¬
prattutto perché si doveva intervenire in difesa dei poveri ko-
sovari. Per condire tutto questo non si è badato a spese, affi¬
dando alle emozioni il compito di dissipare gli ultimi dubbi e
di giustificare quindi l’uso della base aerea di Aviano per i
bombardamenti della NATO.
Al concerto emotivo era però largamente predisposta la
nostra televisione. Se è vero infatti che in ogni guerra si assiste
a un’impennata del “tenore patemico” dei notiziari, è vero an¬
che che la guerra in Kosovo ha fatto registrare picchi inauditi,
di un lirismo stucchevole. Ineguagliabili, da questo punto di vi¬
sta, sono stati i servizi mandati in onda sul Tg2: dalla musica di
Chopin, utilizzata come sottofondo per un servizio su alcuni
bambini kosovari operati in un ospedale di Roma (27 aprile
1998), ai primi piani strazianti di un altro bambino kosovaro
ferito da una mina (29 aprile); il Tg2 ha scelto in effetti come
suo registro guida per raccontare la guerra la drammaticità
,2 M.P. Pozzato, Linea a Belgrado, cit., pp. 97-98.
138
spinta fino al suo limite estremo, con scarse concessioni all’a¬
nalisi e a un discorso critico.
L’acme passionale si è raggiunta dopo il 27 marzo, quando
è iniziato il grande esodo degli albanesi. Preceduto da settima¬
ne di boatos sul “genocidio in corso” e sulle “migliaia di fosse
comuni”, l’esodo dei profughi verso l’Albania e la Macedonia
ha assunto in tv dimensioni bibliche. Non tanto nei numeri,
che pure erano esagerati - si è parlato di oltre un milione di
profughi ma in realtà erano 250.000 - quanto nei racconti. Tut¬
ti immancabilmente “strazianti”, “commoventi”, “terribili” e
“allucinanti”: storie di uomini, donne e bambini sfuggiti alla
“ferocia” dei serbi e ai “massacri” ordinati da Milosevic laggiù
in Kosovo, “dove le telecamere non possono arrivare”33.
In un servizio trasmesso il 14 aprile dal Tgl, un intrepido
cronista ha il coraggio di chiedere a un bambino albanese che
aveva visto ammazzare i suoi genitori: “Ma tu riuscirai a torna¬
re felice?”. Il Tg2 del 31 marzo decide invece di far tradurre
dalla doppiatrice italiana anche i singhiozzi della giovane pro¬
fuga intervistata - ce n’era bisogno? - mentre il 22 maggio su¬
pera se stesso, con una bambina albanese che racconta pian¬
gendo la sua storia terribile, mentre la mamma la incoraggia
sorridendo.
Non bisogna poi dimenticare che al coro dei telegiornali si
è aggiunto, dopo le prime settimane, quello delle trasmissioni
di rete: da Serata Tgl a Porta a Porta, da Tg2 Dossier a Pinoc¬
chio e Finestre, finendo con Chi l’ha visto? e La cronaca in di¬
retta. Queste ultime due in particolare hanno sguinzagliato i
loro inviati nei campi profughi a caccia di storie strazianti ed 3535 Non è vero che in Kosovo non ci fossero giornalisti al lavoro durante i tre
mesi di guerra. Ce n’erano, anche se pochi - ad esempio il nostro Antonio
Russo, per Radio Radicale - così come c’è stato chi è riuscito ad effettua¬
re delle brevi sortite, spesso con grande coraggio e spirito di abnegazione.
Va detto però che queste “voci” sono rimaste inascoltate e comunque ai
margini della guerra in diretta che le nostre televisioni hanno mostrato al
loro pubblico: per una scelta editoriale prima che politica.
139
emozioni forti, per non deludere il proprio pubblico. E il ri¬
sultato è stato un chiacchiericcio spesso inutile, che dava po¬
che informazioni utili e serviva solo a tenere incollati allo
schermo i telespettatori.
Il circolo vizioso dell’informazione
I giornalisti sono un gruppo sociale fra i meno conosciuti e
studiati. Almeno in Italia34. Mancano in particolare studi appro¬
fonditi sull’organizzazione che sovrintende la loro attività, sia in
tempo di pace che di guerra, che resta dunque avvolta nel miste¬
ro. L’unica cosa certa è che il mondo del giornalismo è un mi¬
crocosmo dotato di leggi proprie, con una spiccata tendenza al-
l’autoreferenzialità. Per capirne le pratiche quotidiane - e per in¬
dividuarne le leggi - c’è bisogno perciò di una frequentazione as¬
sidua, di uno spiccato senso di osservazione e di tanta pazienza.
Prendiamo ad esempio il mestiere dell’inviato di guerra.
Sono cresciuto in un’epoca in cui l’Italia vantava ancora diver¬
si “cavalli di razza”, in grado di coprire le aree calde del nostro
pianeta con una professionalità invidiabile e una grande carica
di umanità. Erano gli anni Settanta-Ottanta, gli anni delle guer¬
re a ripetizione, nel cui teatro si giocava, a distanza, il grande
scontro Usa-UrsS: in Africa (Angola, Mozambico, Somalia,
Etiopia, Ciad), in Medio Oriente (Yom Kippur, Libano, Iran-
Iraq), in Asia (Cambogia, Ceylon, Afghanistan), in Centro e
Sudamerica (Panama, Malvinas, Salvador, Guatemala, Nicara¬
gua). E io sfogliavo i giornali con bramosia, a caccia dei repor-
34 Forse perché, in Italia più che altrove, il mondo dei giornalisti continua ad
essere molto “incestuoso”, malgrado il tasso sempre più elevato di appa¬
rente competitività. E in ogni caso siamo ben lontani dalla situazione che
caratterizza gli Stati Uniti - dove si dibatte apertamente, con nomi e co¬
gnomi, sulla crisi del giornalismo - oppure la vicina Francia, con le sue po¬
lemiche arroventate.
140
tage dei vari Ettore Mo, Bernardo Valli, Mimmo Candito, Lu¬
cio Lami, Maurizio Chierici, Antonio Ferrari, Edgardo Bartoli
o Piero Benettazzo, convinto che il loro fosse il mestiere più
bello del mondo, l’unico per cui valesse la pena studiare tanto
e fare sacrifici.
L’idea che mi ero fatto era che per fare l’inviato di guerra,
oltre alle qualità comuni a tutti gli altri campi del giornalismo,
servisse innanzitutto una buona dose di individualismo e poi,
nell’ordine, una grande capacità di adattamento alle situazio¬
ni più disparate, un forte spirito di osservazione e tanto san¬
gue freddo per controllare la paura. Per il resto, tutto si pote¬
va acquisire con l’esperienza e la passione: la conoscenza delle
lingue, una solida preparazione storica e geopolitica, una buo¬
na rete di contatti e finanche un pizzico di fortuna, che se non
la coltivi non ti darà mai una mano.
Quando ho cominciato a fare questo lavoro ho dovuto inve¬
ce ricredermi. O meglio, ho scoperto che tutte queste qualità
contavano relativamente, perché la macchina editoriale andava
acquisendo un ruolo sempre più invasivo e preponderante, men¬
tre il giornale diventava sempre più un prodotto standardizzato,
in cui l’abilità dei cronisti contava meno di quella dei deskisti.
Con lo sviluppo impetuoso delle tecnologie - prima i computer,
poi i telefoni cellulari e satellitari, infine internet - questa ten¬
denza si è via via rafforzata, trasformando in profondità l’orga¬
nizzazione del lavoro giornalistico, anche per un settore “margi¬
nale” come quello degli inviati di guerra, che tradizionalmente
era improntato a una sostanziale “artigianali”.
Mi spiego meglio. Una volta la macchina del giornale era al
servizio dell’inviato; il quale, ritrovandosi molto spesso in un
contesto di oggettive difficoltà, aveva bisogno del massimo di
assistenza per poter lavorare bene. Erano i tempi in cui già tro¬
vare un telex o un telefono per dettare il proprio pezzo, dal¬
l’Afghanistan come dal Mozambico, era un’impresa; e le paro¬
le affettuose scambiate in fretta con chi stava giorno e notte ai
dimafoni, in redazione, servivano per un attimo a riconciliarti
141
con la vita. Oggi invece è l’inviato che deve adeguarsi alla mac¬
china del giornale, che esige da tutti un rispetto maniacale dei
tempi, delle esigenze tecniche e delle priorità. Annullando le
distanze, la tecnologia ha infatti semplificato il lavoro all’este¬
ro ma lo ha anche mortificato, costringendolo cioè dentro una
gabbia e degli schemi organizzativi che molto spesso nuoccio¬
no alla qualità dell’approfondimento giornalistico.
Valga per tutti l’esempio di Ennio Remondino ai tempi del¬
la guerra in Kosovo: in quanto unico inviato della Rai, Ennio è
stato costretto ad allestire una decina di collegamenti via satel¬
lite al giorno, tutti i giorni, a detrimento oggettivo delle sue ca¬
pacità di osservazione e analisi. In questi casi, infatti, si finisce
per passare più tempo al telefono, per organizzare i collega-
menti, che in giro a cercare fatti, notizie e impressioni da co¬
municare. E se è vero che la televisione presenta oggi una com¬
plessità tecnico-organizzativa che vincola maggiormente la li¬
bertà d’azione dell’inviato, occorre riconoscere che anche chi
lavora per la carta stampata da qualche anno a questa parte
non se la passa meglio.
Fra giornali che hanno varato le edizioni on line - preten¬
dendo, com’è giusto, di aggiornarle di continuo - e sinergie
editoriali instaurate con altri giornali, radio e tv, molti colleghi
si ritrovano a scrivere diversi pezzi al giorno, rinunciando trop¬
pe volte ad andare in giro, come vorrebbero e dovrebbero fare.
Insomma, un tempo l’inviato usciva la mattina e rientrava in al¬
bergo la sera, per scrivere (o montare e trasmettere) un pezzo
che era il resoconto di una giornata di lavoro, passata ad os¬
servare, discutere e riflettere; oggi invece si programmano le
uscite (e si calcolano le distanze) sulla base dei collegamenti e
dei pezzi da fare, sperando di aver trovato nel frattempo qual¬
cosa da raccontare.
In questa corsa al massacro c’è chi protesta e c’è anche chi si
adegua. Proponendo magari più pezzi al giorno, anche se non si
ha niente da raccontare e ci si deve accontentare di “cucinare”
le notizie di agenzia o di orecchiare i resoconti dei colleghi.
142
Non è una novità. Scansafatiche e imbroglioni ci sono sem¬
pre stati, fra gli inviati di guerra. Ma l’avvento dei telefoni sa¬
tellitari e soprattutto di internet - con l’accesso in tempo reale
alle agenzie di stampa e ai giornali di tutto il mondo - ne han¬
no moltiplicato il numero e reso più sofisticate le pratiche, al
punto che è sempre più difficile smascherarli.
Devo a questo proposito esprimere la mia più sincera am¬
mirazione nei confronti di quel collega della carta stampata, in¬
viato di un grande quotidiano italiano, che è riuscito a scrivere
un emozionante reportage del suo ingresso a Kandahar, in Af¬
ghanistan, nel dicembre 2001, anche se lui non c’era perché
aveva preferito restare nel suo comodo albergo di Quetta. C’e¬
ra però l’inviato del giornale italiano direttamente concorren¬
te. E questo gli è bastato, per invogliarlo a guardare la BBC e a
improvvisare, sfruttando le immagini che scorrevano in diret¬
ta, un racconto impressionistico di grande efficacia. Al punto
che la mia amica Alessandra, avendolo letto, mi chiamò a Kan¬
dahar per segnalarmelo; e rimase molto sorpresa - “non può
essere falso”, ricordo che mi disse “è un reportage ricco di par¬
ticolari” - quando le spiegai che quel collega non c’era affatto
nel gruppo di giornalisti occidentali che assieme a noi era ri¬
uscito a passare il confine.
Un tempo questo episodio sarebbe rientrato al massimo nel¬
la casistica del malcostume giornalistico. Oggi invece è la spia di
un fenomeno molto più serio e pericoloso: la circolarità circolare
dell’informazione7’'5. Contrariamente infatti a quello che si pensa, 3535 In Sulla televisione Pierre Bourdieu sostiene che la caratteristica più para¬
dossale dell’informazione, al giorno d’oggi, sarebbe la sua “circolarità cir¬
colare”: il fatto cioè che le notizie derivino da altre notizie, più che da fat¬
ti, e che giornali e giornalisti si spiino, si copino e si rincorrano gli uni con
gli altri, in un’orgia di autoreferenzialità che non ha paragoni nelle altre
professioni. Sullo stesso tema sono molto utili Les nouveaux chiens de gar¬
de, di Serge Halimi (1997; trad. it. I nuovi cani da guardia: giornalisti e po¬
tere, Pironti, Napoli 2000) e Contre-feux, dello stesso Pierre Bourdieu
(1998; trad. it. Controfuochi, Reset, Milano 1999).
143
non è più il giornalista a trasformare i fatti in notizie, in qualità
di intermediario scrupoloso fra la realtà e l’opinione pubblica. E
semmai la macchina editoriale che decide, in maniera del tutto
autoreferenziale, quali siano i fatti su cui puntare e quali quelli
da minimizzare. E se un tempo era il cronista a portare i fatti in
redazione, nell’epoca del villaggio globale le redazioni sono in¬
tasate dalle notizie, che i giornalisti spesso si limitano a confe¬
zionare, senza avere nemmeno il tempo di verificarle.
In questo contesto, l’inviato di guerra non è più l’occhio
prezioso del giornale in una situazione di cui altrimenti non si
saprebbe nulla; è solo un occhio in più, a cui si ricorre molto
spesso non per necessità ma per fare bella figura. E se nel suo
lavoro dall’estero l’inviato si limita a fare salotto nelle hall de¬
gli alberghi, sfruttando le eveline e le notizie di agenzia, glielo
si può anche perdonare: l’importante è che sia efficace e tele¬
genico - o che abbia una penna fluida, se lavora per la carta
stampata - tanto serve solo a creare un contatto con il pubbli¬
co, indipendentemente da quel che dice (o scrive).
La logica cieca della concorrenza fra testate porta inoltre i
giornali a rincorrersi fra di loro - e a rincorrere tutti assieme la
televisione - col risultato paradossale che le notizie si assotti¬
gliano nel numero e si somigliano nel contenuto. Avanza cioè
un’ineluttabile tendenza a uniformare e standardizzare i conte¬
nuti, che è il prodotto più perverso della circolarità cui soggia¬
ce il mondo dell’informazione. Con buona pace di chi crede
ancora che la concorrenza sia una garanzia di pluralità e diver¬
sificazione dei prodotti.
Per rendersene conto basta fare la prova: ogni giorno i
giornali (e i telegiornali) hanno più o meno le stesse notizie,
veicolate più o meno allo stesso modo, fatto salvo - e neanche
tanto - l’orientamento politico di ciascuno. Si crea infatti un
circolo vizioso: i giornali non possono non parlare di quello di
cui parla la televisione - e viceversa - anche quando in ballo c’è
solo il salotto della politica, il gossip o il solito sondaggio a
buon mercato. Inoltre, ogni testata non può non parlare di
144
quello di cui parla la concorrenza, soprattutto da quando si è
scelto di “strillare” le notizie, lanciandole a tutta pagina e cor¬
redandole con una valanga di box, foto e schede informative.
In questa logica del tutto autoreferenziale ci si dimentica di
mettersi al servizio dell’opinione pubblica, del suo diritto a es¬
sere informata su quanto accade nel mondo. E si finisce per cre¬
dere che gli scoop siano solo le notizie che mancano alla con¬
correnza e che l’unica cosa che conti in questo lavoro sia non
“bucare” quello che gli altri hanno in prima pagina. Vale per la
politica, per la cronaca e anche per gli esteri: non a caso gli in¬
viati si affollano come mosche in situazioni la cui valenza gior¬
nalistica è quantomeno discutibile - vedi il caso Cogne - e lati¬
tano invece in altre, dove la loro presenza sarebbe opportuna.
Anche il racconto della guerra non è al riparo da queste lo¬
giche. Soprattutto da quando la rivoluzione tecnologica ha con¬
cesso di superare tutta una serie di difficoltà che prima non per¬
mettevano il dispiegamento massiccio e micidiale delle grandi
macchine editoriali. La guerra del Kosovo, da questo punto di
vista, ha rappresentato un notevole salto di qualità. E per un
motivo semplice: la vicinanza al teatro delle operazioni militari.
Non a caso, con l’eccezione di Belgrado, la Rai è riuscita a per¬
mettersi un eccezionale dispiegamento di uomini e mezzi. Il che
le ha consentito per la prima volta di sperimentare la guerra in
diretta, in tutte le sue componenti: drammatizzazione, visibilità
ridotta al minimo, enfasi sul ruolo dell’inviato, banalizzazione
del discorso geopolitico, effetto narcosi sul pubblico.
Non è un caso perciò se la copertura degli avvenimenti è ap¬
parsa straordinariamente omogenea. Salvo infatti rare eccezioni,
ogni sera i vari tg hanno offerto gli stessi servizi, in termini di
contenuti. Come se i vari inviati avessero deciso di comune ac¬
cordo, malgrado la loro sfrenata e proverbiale competizione, gli
argomenti su cui lavorare: oggi la situazione collettiva nei campi
profughi, domani le storie personali più “forti”, dopodomani l’e¬
logio della solidarietà, e così via. E vero però che gli inviati mol¬
to spesso non avevano scelta: quando si è in centinaia a caccia di
145
immagini e interviste, come è successo a Kukes, a Blace e al vali¬
co di Morini, si fa presto ad esaurire i punti di vista originali sul¬
la situazione. Ed è vero anche che c’è stata una regia occulta, re¬
dazionale, nel creare quel mare artificiale di emozioni in cui è sta¬
ta affogata la guerra del Kosovo. Si è scelto di emozionare a tut¬
ti i costi, pur di evitare l’assuefazione del pubblico. E forse il ten¬
tativo è in parte riuscito, almeno rispetto all’indifferenza in cui si
era consumata negli anni precedenti la tragedia bosniaca. Ma di
certo non è servito a raccontare correttamente la guerra, né ha
fornito all’opinione pubblica tutte le informazioni che le erano
necessarie per riflettere e giudicare in piena autonomia.
Bugie di guerra
Solo a guerra finita si è capito quello che era veramente
successo in Kosovo. Si è scoperto ad esempio che le fosse co¬
muni c’erano sì, ma non “a migliaia”: ne sono state trovate in¬
fatti “solo” 529, in maggioranza individuali, per un totale di
2108 cadaveri riesumati, alcuni dei quali uccisi prima dell’ini¬
zio della guerra. Si era dunque ben lontani dal “genocidio” de¬
nunciato dai militari della NATO e dai governi occidentali che
avevano chiesto e sostenuto l’intervento contro il nuovo “Hit¬
ler dei Balcani”. Secondo le inchieste svolte a guerra finita da
diversi e autorevoli giornali, questa profonda discrepanza tra la
realtà e le informazioni diffuse durante la guerra era da adde¬
bitare sia alla propaganda dell’UCK, sia alla “sindrome bosnia¬
ca” che aveva colpito molti giornalisti, a caccia di premi Pulit¬
zer e disposti a credere a qualsiasi racconto di atrocità36.
36 Di “sindrome bosniaca” parlò il «Wall Street Journal». Secondo il quoti-
diano americano, “la Bosnia aveva fatto guadagnare tre premi Pulitzer ai
giornalisti che ne avevano denunciato le atrocità. E non appena le frontie¬
re del Kosovo vennero aperte alla stampa internazionale, in giugno, la hall
dell’hotel Grand di Pristina si riempì di trafficoni albanesi che cercavano di
146
Più grave ancora fu poi la scoperta che l’esodo albanese era
stato provocato anche dai bombardamenti della NATO e non
solo dalla pulizia etnica ordinata da Milosevic. Fu un rapporto
dell’OsCE, pubblicato I’ll gennaio 2000, a stabilire che le vio¬
lenze della polizia serba in Kosovo si erano “generalizzate” ed
erano diventate “quotidiane” con l’inizio della campagna aerea
della NATO, costringendo così la popolazione albanese ad ab¬
bandonare le proprie case. E questo dava per molti versi ra¬
gione, anche se a posteriori, alle poche voci discordanti che nei
tre mesi di guerra si erano levate contro il coro unanime e ad¬
domesticato della stampa occidentale: dallo scrittore tedesco
Peter Handke al giornalista del «Los Angeles Times» Paul
Watson, dalla rivista «Le Monde Diplomatique» all’intellettua¬
le francese Régis Debray.
Quest’ultimo in particolare era stato protagonista di una
violenta polemica mediatica, in Francia e non solo, per via di
un suo viaggio-reportage dal Kosovo sotto le bombe della
Nato. Il reportage venne pubblicato nel maggio 1999 sul set¬
timanale «Marianne» e anticipato, sotto forma di Lettera di un
viaggiatore al Presidente della Repubblica, su «Le Monde» del
13 maggio. In entrambi gli articoli Debray contestava dura¬
mente le scelte belliche dei governi occidentali, le giustificazio¬
ni addotte davanti all’opinione pubblica e il punto di vista del¬
la Nato sull’andamento della guerra. Sulla base di quanto ave¬
va visto in Kosovo, in un viaggio solitario durato quattro gior¬
ni - a Pristina, Pec, Prizren e Podujevo - Debray negava riso-
adescare i giornalisti con la storia delle fosse comuni”. Anche «El Pals» pre¬
se le distanze, con un articolo di Pablo Ordaz del 27 settembre, in cui si de¬
nunciava “la mancanza di prove” del genocidio. «Der Spiegel» se la prese in¬
vece, il 10 gennaio 2000, con i governi occidentali che avevano utilizzato in¬
formazioni dubbie per giustificare la guerra. E sull’altra sponda dell’oceano,
nella sua edizione del 22 novembre, «Newsweek» fu costretto a rivedere la
contabilità del massacro, criticando apertamente il gioco al rialzo fatto dal
Dipartimento di Stato. Si veda anche il dossier già citato di «Le Monde Di¬
plomatique», in particolare l’articolo Cronaca di un genocidio annunciato.
147
lutamente che in Kosovo fosse in atto un “genocidio”; e quan¬
to all’esodo degli albanesi, innegabile, ne contestava sia la di¬
namica che le cause e l’entità.
A sostegno delle sue impressioni, Régis Debray citava le
conversazioni avute con i pochi giornalisti occidentali rimasti a
Pristina dopo l’inizio della guerra: in particolare, con il corri¬
spondente (di origini serbe) dell’agenzia France Press, Alexan¬
der Mitic, e con l’inviato del «Los Angeles Times» Paul Wat¬
son. Il primo gli confidò che era stato “l’attacco della Nato a
scatenare la catastrofe umanitaria”. “Prima” avrebbe detto Mi-
tic “nessuno moriva di fame, né si faceva uccidere per strada,
né cercava di fuggire verso l’Albania o la Macedonia”37. Wat¬
son gli avrebbe invece confermato che le peggiori violenze con¬
tro la popolazione albanese da parte della polizia serba “sono
state commesse durante i primi tre giorni di guerra. Con in¬
cendi, saccheggi e assassinii. E stato allora che diverse migliaia
di albanesi hanno ricevuto l’ordine di partire”. Lo stesso Mitic
precisò che i serbi, non potendo battersi contemporaneamen¬
te su due fronti - contro le incursioni aeree della NATO e con¬
tro l’UCK - avevano deciso all’inizio della guerra di evacuare
manu militari tutti i villaggi in cui fosse presente l’UCK. Eva¬
cuazioni “all’israeliana”, certo, che hanno sì provocato la fuga
di civili “ma sempre all’interno del Kosovo e comunque in nu¬
mero limitato”.
Il reportage di Debray scatenò il finimondo. E com’era
prevedibile, la sua sfida al “pensiero unico” calato sulla guerra
del Kosovo finì per infrangersi contro un muro di gomma. Non
solo in Francia. Approfittando delle diverse lacune, impreci¬
sioni e inesattezze del suo reportage, Debray venne infatti ac¬
cusato - da destra e da sinistra - di aver indossato anche lui
l’elmetto da soldato, per mettersi al servizio della propaganda
,7 SulXaffaire Debray e i suoi strascichi si leggano gli articoli pubblicati nel
dossier già citato di «Le Monde Diplomatique».
148
serba. E politici, giornalisti e maitre-à-penser non persero l’oc¬
casione per celebrare - come scrisse Bernard Henry Lévy - “il
suicidio in diretta di un intellettuale”. E poco importa se qual¬
che mese dopo, a guerra finita, molti di loro dovettero ricre¬
dersi, almeno in parte.
Ma il problema non è stabilire quante e quali siano state le
“bugie di guerra”. E capire perché e come sono arrivate in tv,
denotando al tempo stesso gambe lunghissime e memoria cor¬
ta. Si tratta cioè di verificare se l’informazione televisiva non
abbia un “ventre molle” che la renda permeabile alle bugie, di
guerra e non solo. In altre parole: se la tv stessa - per come vie¬
ne ormai concepita e fatta - non incentivi la produzione di bu¬
gie, supportandole con il fascino perverso delle immagini ed
edulcorandole con l’ambiguità delle parole. In breve, allun¬
gando loro la vita.
149
Capitolo quarto
Il ventre molle della televisione
Qualche anno fa una mia amica, cronista di un noto setti¬
manale televisivo, finì in Albania per seguire gli sviluppi di un
caso spinoso di cui si stava occupando. Traffico di bambini:
questo era lo scenario inquietante in cui sembrava inscriversi la
sua vicenda di cronaca e che l’aveva spinta ad andare fino a
Fier, sull’altra sponda dell’Adriatico, in una regione già nota
per i traffici di ogni genere.
Al rientro mi chiamò soddisfatta, perché pensava di aver
fatto un buon lavoro, anche in virtù di un’intervista in attesa.
Si trattava, mi spiegò, di “un grosso trafficante albanese” che
da tempo si era specializzato nella tratta dei minori. Questo
personaggio non era direttamente collegato al caso di cui lei si
stava occupando, ma offriva diversi spunti interessanti per ca¬
pire un fenomeno che cominciava allora - era il 1999 - ad as¬
sumere proporzioni allarmanti.
Dubbioso come sempre - anche perché l’Albania era un
paese che conoscevo abbastanza bene - le chiesi maggiori spie¬
gazioni: in particolare, su come fosse riuscita ad ottenere quel¬
l’intervista. Lei mi spiegò che aveva chiesto al suo interprete al¬
banese, con cui lavorava per la prima volta, se conosceva qual¬
che trafficante di bambini disposto a parlare con la televisione
italiana, ovviamente con la garanzia dell’anonimato. Lui le ave¬
va risposto che non era una cosa semplice ma che avrebbe
chiesto in giro. E per incoraggiarlo la mia amica aveva aggiun¬
to: “Siamo disposti anche a pagare”.
Qualche giorno dopo, l’interprete aveva comunicato che
forse l’intervista si poteva fare. A patto però di pagare. I due
151
contrattarono un po’ e si accordarono per un prezzo decisa¬
mente buono: 800.000 delle vecchie lire, da versare in anticipo,
almeno una parte. L’appuntamento venne fissato per il giorno
dopo, in un villaggio della regione di Fier.
Era la prima volta che la mia amica, una brava cronista di
nera, si trovava in una situazione così ambigua e un po’ a ri¬
schio. Inoltre era all’estero, in un paese conosciuto - ma solo
dai giornalisti che avevano avuto modo di frequentarlo - per
le truffe e i raggiri. E quindi comprensibile l’eccitazione con
cui mi raccontò dei lunghi giri fatti in macchina prima di rag¬
giungere il luogo dell’appuntamento, della tensione che atta¬
nagliava tutti - interprete compreso - dei falsi arrivi e delle
repentine partenze, degli accordi che aH’improwiso sembra¬
vano saltati e poi, per fortuna, venivano confermati. Insom¬
nia, ore di attesa per un incontro di pochi minuti col cuore in
gola e le pulsazioni a mille. Senza però accorgersi che alla fine
lo scenario era troppo “teatrale” e l’intervistato molto, molto
sospetto.
Dalla voce e dai gesti l’uomo pareva abbastanza giovane e
spavaldo. Ma del tutto inadatto al ruolo: non tanto per il passa¬
montagna nero che gli copriva il viso, rendendolo oltremodo lu¬
gubre, quanto per i due kalashnikov che troneggiavano alle sue
spalle, a mo’ di sentinelle, ai quali se ne aggiungeva un terzo che
teneva in mano, smontandolo e rimontandolo nervosamente,
con una cartucciera in bella vista che gli fasciava il torace.
Sembrava di essere tornati indietro nel tempo, alla prima¬
vera del 1997, quando una rivolta di popolo aveva cercato di
rovesciare il regime del presidente Sali Berisha, che per tutta
risposta aveva fomentato il caos e la guerra civile. Svuotate le
caserme e i depositi di armi, per tre mesi l’Albania si era tra¬
sformata in un grottesco tiro a segno, dove la gente sparava
in aria mentre i boss facevano affari. Da allora, Valbanese-con-
kalashnikov era diventata l’icona più diffusa all’estero. Ma
nessun trafficante di bambini si sarebbe mai fatto immortala¬
re da una telecamera armato fino ai denti. Non solo perché le
152
armi rappresentavano un ornamento inutile per un boss de¬
dito a questo traffico, ma soprattutto perché sarebbe stato
decisamente stupido e controproducente dare di se stesso
un’impressione così negativa.
L’intervista si era poi conclusa bruscamente, con il sedi¬
cente trafficante che si era alzato ed era andato via, probabil¬
mente perché pensava di aver già parlato troppo per 800.000
lire. Insomma, si trattava di un falso clamoroso non solo per¬
ché non diceva nulla di rilevante sul piano delle informazioni
ma, peggio ancora, perché riproduceva degli stereotipi televisi¬
vi che diventavano ogni giorno più duri a morire. Pur essendo
falsa, l’intervista produceva “effetti di realtà” assai pericolosi.
Non era la prima volta che accadeva riguardo all’Albania. E
non sarebbe stata l’ultima.
Truffe, bufale e scoop
Sarà colpa della miseria e dell’isolamento in cui l’ha co¬
stretto per troppo tempo la dittatura comunista di Enver Hoxa
ma certo è che il popolo albanese ha sviluppato in pochi anni
uno spiccato senso degli affari e della finanza, al punto da im¬
porsi subito, non solo nei Balcani, come un punto di riferi¬
mento per i traffici di ogni genere, anche criminali.
Non c’è perciò da stupirsi se nel corso degli anni Novanta
il fenomeno delle “piramidi finanziarie”, comune a tutti gli sta¬
ti dell’Europa dell’Est appartenuti all’ex blocco comunista, ab¬
bia attecchito, proprio nel paese delle aquile, con un’ampiezza
e un vigore sconosciuti altrove. Decine di migliaia di famiglie -
due su tre, secondo le stime fatte dopo il crack - hanno inve¬
stito tutto quello che avevano in questi “casinò dell’alta finan¬
za” che offrivano percentuali altissime, fino al 50% al mese, a
chiunque investisse denaro fresco. In totale, più di 42 miliardi
di dollari risultavano investiti nel 1996 su questa popolare rou¬
lette russa del capitalismo d’assalto. D’altronde, il meccanismo
153
era di una semplicità straordinaria, come succede sempre nel¬
la finanza speculativa: una bella piramide con i dollari al posto
dei mattoni, la cui base veniva allargata sempre più con l’ap¬
porto di nuovi capitali, finché un bel giorno il faraone di turno
non faceva bancarotta o decideva di scappare con la cassa. Ma
gli albanesi hanno preferito rischiare, tirando la corda fino al¬
l’ultimo secondo. E hanno venduto la loro terra, affittato le
case, impegnato le rimesse dei parenti emigrati all’estero, pur
di rincorrere il grande sogno che gli veniva offerto così a buon
mercato dai signori delle piramidi, eroi del nuovo capitalismo
nostrano, emulo dell’Occidente1.
Ho ancora un debito di riconoscenza con il mio amico Pol¬
lo, insegnante a tempo perso e scafista gentiluomo, che nell’e¬
state del 1996 mi accolse a Valona con un’ospitalità da princi¬
pe arabo, offrendomi l’unico appartamento che gli era rimasto,
due stanze fatiscenti in zona porto, in cui si era ridotto a vive¬
re con la moglie e i suoi tre figli dopo aver investito nelle pira¬
midi tutto quello che aveva - ed era tanto - compresa la pen¬
sione dei suoi poveri genitori. Pollo non si scompose più di
tanto all’idea di dover chiedere ospitalità per sé pur di poter
offrire casa sua a un amico. E d’altra parte nella sua vita non
c’era più spazio per le preoccupazioni materiali, dal momento
che aveva già gustato le gioie dei paradisi finanziari.
Passava il tempo a fare grandi calcoli sugli interessi che ma¬
turava ogni giorno, senza dover lavorare. E se avesse potuto
avrebbe impegnato anche la moglie, una bella parrucchiera
greca, solo per il piacere di poterle poi offrire un negozio tre
volte più grande, attrezzato “come si deve”, con tutti quei so¬
fisticati macchinari italiani di cui mi faceva vedere ogni giorno
la pubblicità sui cataloghi che richiedeva per posta.
1 Sull’ascesa e poi sul crollo delle “piramidi finanziarie” si leggano gli inter¬
venti di Fron Nazi su «War Report», 50, aprile 1997, e quello di Emin Bar-
ci su «Koha Jone», entrambi consultabili sul sito internet www.ecn.org, al¬
l’interno del dossier Albania in rivolta.
154
Quando sono tornato a Valona, nel marzo 1997, il mio
amico Pollo era già scappato in Grecia. Povero in canna, ave¬
va preferito emigrare, penso - come si addiceva al suo spirito
anarchico e individualista - piuttosto che scendere in piazza e
protestare, come fece la stragrande maggioranza del popolo
albanese, trovatosi sul lastrico per l’improwiso crollo delle
più importanti piramidi finanziarie.
Uno dopo l’altro, infatti, a partire dal mese di gennaio, i
vari faraoni avevano sospeso il pagamento degli interessi sui
depositi; e molti avevano tagliato la corda, fuggendo all’este¬
ro. Cinque piramidi dichiararono ufficialmente fallimento e
altre quattro si ritrovarono improvvisamente sulla soglia del¬
la bancarotta, con perdite gravissime. Nel giro di qualche
mese un miliardo di dollari andò in fumo, nella disperazione
generale. E il paese piombò subito nel caos. La gente scese
per strada, chiedendo al governo di intervenire, a difesa dei
propri risparmi. E la protesta assunse ben presto una valenza
politica.
Agli occhi dei cittadini albanesi il sistema delle piramidi era
in effetti legato a filo doppio con il sistema di potere costruito
dal presidente Sali Berisha e dal suo partito di governo, il Par¬
tito democratico. Che di fatto ne era stato lo sponsor ufficiale,
favorendone l’espansione in cambio del sostegno politico alle
elezioni del 1996 e incoraggiando gli investimenti della gente.
E tutto ciò a dispetto della fragilità strutturale del meccanismo
piramidale, della collusione losca fra il suo mondo e quello del¬
le mafie locali e internazionali, per non parlare infine degli ef¬
fetti perversi che questa enorme razzia di capitali non poteva
non produrre sulla debole economia albanese.
Ed erano stati sempre Berisha e la sua gang - a cominciare
dagli uomini dello Shik, il servizio segreto albanese - a zittire,
con le buone e con le cattive, quei pochi che avevano osato lan¬
ciare un grido d’allarme contro l’euforia generalizzata creata
da questa finanza facile. Giornali e partiti dell’opposizione
subirono infatti arresti, minacce e intimidazioni, mentre la po¬
155
litica del governo in fatto di diritti civili subiva una repentina
impennata repressiva2.
Non fu dunque casuale se fin dal gennaio 1997 la protesta
contro il crollo delle piramidi finanziarie prese di mira Sali Be-
risha e gli uomini del suo governo. Fu lo stesso presidente al¬
banese a radicalizzare lo scontro, accusando un fantomatico
“fronte rosso” guidato dall’opposizione, in combutta con i suoi
“agenti stranieri”, di voler destabilizzare il paese delle aquile.
Con la proclamazione poi della legge marziale, il 1° marzo, la
situazione finì per precipitare. Anche perché la popolazione,
soprattutto al sud, aveva già cominciato ad armarsi per difen¬
dersi dai raid punitivi dello Shik.
A questo punto entrò in azione anche la televisione. Italiana,
naturalmente. Che accorse subito, in forze, sull’altra sponda del¬
l’Adriatico, per coprire un’emergenza sociale di cui in realtà ben
pochi inviati sapevano qualcosa. Più che giornalistica la preoc¬
cupazione era infatti politica: c’era da scongiurare una nuova on¬
data di immigrazione albanese che, alla luce dei disordini in cor¬
so, rischiava di essere più traumatica ancora di quella del 1991.
Il problema però era che la televisione italiana era vista da
buona parte della popolazione albanese. Che da marzo in poi
preferiva sintonizzarsi sui nostri canali per essere informata su¬
gli avvenimenti in corso, bypassando così la propaganda di re¬
gime diffusa dalla tv di Tirana. I risultati a dire il vero non fu¬
rono esaltanti. Anzi, i nostri inviati si distinsero in più occasio¬
ni per un uso a dir poco disinvolto del mezzo televisivo, colle¬
zionando gaffe e veicolando false informazioni che produceva¬
no “effetti di realtà”3 * 5 del tutto gratuiti, per leggerezza, inco¬
scienza o malafede.
2 Sulla crisi albanese e le origini della rivolta popolare contro Berisha si leg¬
ga il numero speciale di «Limes», Albania, Emergenza Italiana, del 1997.
Interessante è anche l’intervento di Gigi Perrone e Kosta Barjaba, Albania
questa sconosciuta, consultabile sul sito www.ecn.org.
5 Di “effects de réel” parla Pierre Bourdieu (in Sulla televisione, cit.) con rife¬
rimento ai pericoli “politici” della tv, “che fa credere a ciò che fa vedere”.
156
Già dai primi servizi, la televisione italiana cavalcò l’allar-
mismo di regime, avvalorando cioè la tesi che l’Albania fosse
ormai in piena guerra civile. Non era vero, anche se il caos si
stava generalizzando di giorno in giorno. Ed era soprattutto il
regime di Berisha a soffiare di continuo sul fuoco, esacerban¬
do le rivalità fra nord e sud del paese - a cui però erronea¬
mente è stata attribuita una connotazione etnica - e lasciando
che la popolazione facesse incetta di armi, dai depositi e dagli
arsenali che volutamente venivano lasciati incustoditi.
Una manna, per gli inviati delle nostre televisioni. Che han¬
no fatto a gara nelTimmortalare presunti “ribelli” che sparava¬
no in aria all’impazzata e folle in festa che saccheggiavano le
caserme per prendersi le armi. Ma nello strillare le loro notizie
- “Tirana in fiamme” riuscì a dire una sera il Tg2, solo per
qualche auto bruciata in periferia - pochi dei nostri inviati
hanno pensato al pubblico albanese che guardava i nostri tele-
giornali. E che si è lasciato condizionare da tanto allarmismo,
creando altro caos e finendo magari per accodarsi a quanti già
facevano incetta di armi. Si è creato così l’ennesimo circolo vi¬
zioso: guardando la tv la popolazione albanese ha creduto che
ci fosse veramente la guerra civile; e si è comportata di conse¬
guenza, per difendersi da un pericolo che in realtà era stato
creato o ingigantito proprio dai media.
Com’è stato giustamente notato, bisognava volare molto
più basso. “Attenzione” c’era da dire ai nostri inviati “l’Alba¬
nia è piena di parabole satellitari”4. E invece giornali e tv ita¬
liani si sono lanciati in un’assurda guerra “al rialzo”, con Tira¬
na trasformata in una nuova Beirut. Albania, guerra civile («La
Stampa», 12 marzo), Albania nel baratro («Corriere della
Sera», 14 marzo), Il crollo dell’Albania («La Repubblica», 14
marzo). Lo stesso ambasciatore italiano a Tirana fu costretto
A Sul comportamento dei media italiani durante la rivolta albanese del 1997
si legga soprattutto il contributo del giornalista Rai Raffaele Gorgoni, nel
numero speciale di «Limes» già citato.
157
ad ammonire gli inviati televisivi che “in un giorno o quindici
credono di aver capito tutto dell’Albania”, ricordando a chi
non lo sapeva (o fingeva di non saperlo) che ogni servizio dei
nostri tg veniva seguito sull’altra sponda dell’Adriatico da de¬
cine di migliaia di albanesi.
Servì a poco. E d’altra parte molti dei nostri inviati televi¬
sivi hanno preferito a lungo restarsene a Tirana, invece di rac¬
contare la rivolta dall’interno, cioè da Valona, Saranda, Argi-
rocastro e dalle altre città del sud. Arrivarci non era facile, cer¬
to; anche perché lo Shik e l’esercito rimasto fedele a Berisha
avevano creato un solido cordone sanitario attorno alle città in
rivolta. Ma provarci era un dovere, se non altro per non di¬
ventare strumenti inconsapevoli della propaganda di regime. E
in tanti l’abbiamo fatto, sia pure a fatica5, riuscendo ad avere e
a dare della rivolta albanese una visione molto più ampia e si¬
curamente più corretta.
A riprova del fatto che le nostre tv hanno scelto spesso, du¬
rante la rivolta in Albania, la strada del sensazionalismo da
quattro soldi c’è poi un altro elemento, molto più serio. Dota¬
ti come sono di uno spiccato senso degli affari, gli albanesi
hanno capito subito quello che interessava ai nostri inviati, a li¬
vello sia di notizie che di immagini. E si sono adoperati con
grande alacrità per offrirlo, beninteso a pagamento. Sono nate
così in quei mesi diverse società - ma sarebbe meglio chiamar¬
le bande o consorterie - specializzate nel proporre reportage ai
giornalisti occidentali presenti a Tirana. Uso il termine repor¬
tage perché di questo effettivamente si trattava: non solo cioè
5 Da Tirana ad Atene e poi a Johannina in aereo, quindi in macchina fino a
Igumeniza e in traghetto fino a Corfù, infine con un piccolo battello fino
a Saranda, nel cuore dell’Albania in rivolta. Questo il viaggio lungo e fati¬
coso che ho fatto nel marzo del 1997 assieme a Federico Mariani per fug¬
gire dalla palude di notizie in cui si sprofondava a Tirana. Con noi c’erano
Guido Rampoldi di «Repubblica», Valerio Pellizzari del «Messaggero»,
Ferdinando Pellegrini di Radio Rai, Mauro Montali dell’«Unità» e Tom¬
maso Di Francesco del «Manifesto».
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di interpreti, autisti, macchine blindate e quant’altro potesse
servire; ma anche di soggetti e “storie” da filmare o racconta¬
re, confezionate secondo quei criteri e quel gusto che gli alba¬
nesi avevano già avuto modo di apprezzare, leggendo i nostri
giornali e soprattutto guardando le nostre tv.
A farne le spese furono in tanti. Che abboccarono all’amo
o per ingenuità o per troppa disinvoltura. Mi ricordo in parti¬
colare di una prima serata di Rai 3, in diretta da Tirana, che
presentò proprio in apertura, davanti a un parterre di ospiti il¬
lustri, albanesi e italiani, un lungo e avvincente reportage gira¬
to nel cuore della notte. Si trattava di un viaggio rocambolesco
verso una “roccaforte” dei ribelli: prima l’auto su cui viaggiava
la troupe veniva fermata a due posti di blocco da un gruppo di
uomini armati in passamontagna; poi c’era l’arrivo in una casa
sinistra e le presentazioni di rito con gli ospiti; poi un’improv¬
visa sparatoria all’esterno e infine la cattura di un uomo che ve¬
niva portato in una cella sotterranea, dove si trovavano altri
prigionieri con i ceppi ben serrati alle mani e ai piedi. Il tutto
era stato girato in maniera “sporca”, col risultato che il repor¬
tage sembrava ancora più crudo e realistico.
Invece era falso. A proporne il soggetto e a sceneggiarlo ac¬
curatamente, utilizzando un gruppo di comparse, era stata una
società nata proprio in quei mesi, la Hobbit srl, che era riusci¬
ta a ottenere un lucroso appalto dalla Rai per l’organizzazione
di quella prima serata. La società era gestita da due italiani re¬
sidenti da tempo in Albania, con ottimi contatti in loco e una
fervida fantasia. In effetti il reportage rifilato a Rai 3 era di si¬
curo impatto. E se anche qualche collega ebbe dei dubbi sulla
sua veridicità, li scacciò subito e preferì non porsi troppe do¬
mande, in ossequio all’Auditel e alle sue leggi.
A sfruttare i servizi della Hobbit - e di altri loschi figuri
pronti a tutto - furono d’altronde diversi giornalisti italiani; i
quali, pur subodorando in alcuni casi le “bufale”, fecero buon
viso a cattivo gioco, solo perché ritenevano di non avere alter¬
native. Il problema d’altra parte era molto semplice. Mentre i
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primi inviati giunti in Albania per coprire la rivolta erano ri¬
usciti a procurarsi autisti, interpreti e informatori professioni¬
sti, quelli arrivati in seguito avevano dovuto arrangiarsi con
quello che offriva la piazza. Attirati dal profumo del denaro
che i media emanano sempre, avevano fatto così la loro com¬
parsa degli individui sempre meno raccomandabili, le cui pro¬
poste risultavano però assai comode e vantaggiose, quando c’e¬
ra oggettivamente poco da raccontare e bisognava comunque
realizzare uno o due servizi al giorno. Meglio una “bufala”, si
saranno detti i colleghi, che restare a secco di notizie. D’al¬
tronde, in questi casi il giornalista è solo con la propria co¬
scienza. E non sempre è disposto ad ascoltarla.
I “media events”
È diventata ormai d’uso comune la definizione di media
events elaborata da Dayan e Katz. Secondo questi due studio¬
si israeliani6 non si può non parlare di “eventi mediatici” nel
caso di quelle trasmissioni televisive che sono capaci di tenere
bloccata una nazione, o il mondo intero, proclamando “i gior¬
ni festivi della comunicazione di massa”.
Gli eventi mediatici sarebbero un “nuovo genere narrati¬
vo”, che impiega il potenziale specifico dei media elettronici
per dirigere l’attenzione, universalmente e simultaneamente,
“al racconto di una storia archetipica dell’attualità”. Per fare
in modo che la televisione possa dispiegare il suo potere e
creare tali eventi - continuano Dayan e Katz - si deve però
realizzare tutta una serie di condizioni sintattiche, semantiche
e pragmatiche. In particolare, sul piano sintattico ci deve es¬
sere: a) interruzione della normale programmazione; b) mo¬
6 D. Dayan, E. Katz, Le grandi cerimonie dei media. La storia in diretta, Ba-
skerville, Bologna 1993.
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nopolio dell’attenzione; c) ripresa diretta degli avvenimenti;
d) distanza degli eventi rispetto allo spettatore. Tali elementi
servono da supporto a tutta una serie di discorsi che valoriz¬
zino l’importanza di quell’evento e la sua portata storica. Infi¬
ne, c’è bisogno, sul piano più strettamente pragmatico, che si
fermi lo scorrere normale della vita quotidiana del pubblico,
che si rivolgerà quasi con devozione alla fruizione sacrale di
quel programma.
A pensarci bene, non sono tanti gli eventi che rientrano
nelle categorie enunciate da Dayan e Katz. L’esempio che vie¬
ne subito in mente è l’attentato alle Twin Towers, ITI settem¬
bre del 2001, con la lunga diretta televisiva che ne ha seguito
gli sviluppi immediati; oppure i funerali di Lady Diana, nel set¬
tembre 1997, o la santificazione di padre Pio, nel maggio 2002;
o ancora la famosa notte di Baghdad nella diretta della CNN, il
17 gennaio 1991, quando scoppiò la prima guerra del Golfo. E
vero però che tutta un’altra serie di eventi di grande risonanza
possono essere definiti “mediatici” in senso lato, perché di fat¬
to si sono prodotti e hanno avuto luogo in televisione più che
nella realtà, con dinamiche ed effetti sociali direttamente ri¬
conducibili a un particolare utilizzo del mezzo televisivo. In
questa categoria rientrano anche le truffe in salsa albanese di
cui abbiamo parlato prima.
Ma l’esempio più recente di “evento mediatico” di secon¬
do tipo riguarda la seconda guerra in Iraq, o meglio l’arrivo
delle truppe americane a Baghdad. Era il 9 aprile 2003. L’ab¬
battimento della grande statua di Saddam Hussein, nella piaz¬
za antistante l’hotel Palestine, fu l’evento mediatico che segnò
simbolicamente la fine della guerra. Lo seguirono in diretta, in¬
fatti, per diverse ore, le televisioni di tutto il mondo, interrom¬
pendo la loro normale programmazione e soprattutto trasfor¬
mando quell’episodio, di per sé marginale e non certo definiti¬
vo - lo si capì soprattutto nei giorni successivi - in un assurdo
cerimoniale collettivo, celebrato ad uso e consumo dell’opinio¬
ne pubblica mondiale.
161
La fine di quel lungo cerimoniale resterà impressa per sem¬
pre nell’immaginario collettivo: con la bandiera a stelle e stri¬
sce issata da un giovane marine americano sul faccione di
bronzo di Saddam Hussein. Poco importa se quel gesto fu in
realtà una gaffe tremenda - anzi, un’offesa al popolo iracheno
- al punto che la regia americana lo corresse subito, sostituen¬
do la bandiera USA con quella dell’Iraq. E non serve nemmeno
ricordare che la piazza, quel giorno, non era affatto gremita da
migliaia di iracheni in festa per l’arrivo dei marines - come si
affrettarono a dire molti inviati accecati dalla propaganda -
bensì da qualche centinaio scarso di agenti iracheni della dia¬
spora, addestrati in Ungheria e portati a Baghdad per spianare
la strada agli americani.
Ciò che importava alla war television era creare infatti il
grande evento mediatico. E quasi tutte le telecamere sono sta¬
te prima posizionate sul tetto dell’hotel Palestine e quindi usa¬
te in modo da ingigantire il numero dei presenti e dare mag¬
giore sacralità all’evento. Mentre i giornalisti utilizzati per la
lunga diretta - lo sbullonamene della statua si è protratto per
ore - hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie per tro¬
vare qualcosa di sensato da dire, a fronte di un episodio che
non offriva grossi spunti di rilievo.
Per avere un’ulteriore conferma di quanto quell’evento fos¬
se artificioso e “pompato” bastava in effetti sintonizzarsi sulle
tv francesi, in particolare su France 2 e France 3, i due canali
del servizio pubblico. Che fin dall’inizio hanno avuto un oc¬
chio molto critico sulla guerra in Iraq - per via dell’ostilità uf¬
ficiale del governo Chirac - e che di conseguenza hanno inve¬
stito molto, in uomini e mezzi, per seguirla adeguatamente e
spiegare meglio la difficile posizione francese. Il giorno della
“liberazione” di Baghdad c’erano non a caso diverse troupe
francesi a filmare l’abbattimento della grande statua di Saddam
Hussein. E dalle prospettive diverse che venivano offerte - dal
basso, oltre che dall’alto - nonché dalle molte interviste ai pre¬
senti, civili iracheni e militari americani, si è avuta dell’episodio
162
una percezione assai più veritiera, critica e poco cerimoniale.
Rai e Mediaset, invece, hanno scelto di accodarsi al coro, in
parte per scelta politica e in parte per necessità tecnica, aven¬
do pochi inviati a Baghdad e mezzi assai limitati.
Fin qui si è parlato però di eventi mediatici palesemente ri-
conoscibili. Ma ci sono anche degli eventi che non sono affat¬
to reali ma lo diventano passando attraverso la televisione. La
recente guerra in Iraq ne ha offerti diversi, senza che il grande
pubblico riuscisse a distinguerli, per via della loro perfetta mi¬
metizzazione mediatica. Valga per tutti l’esempio della presun¬
ta “liberazione” del soldato Jessica.
La storia è nota a tutti. Il 23 marzo un furgone dell’eserci¬
to USA, con a bordo 15 militari, “cade in un’imboscata” nei
pressi di Nasiriyah. Nove soldati muoiono e gli altri vengono
catturati dagli iracheni. Fra loro c’è la soldatessa Jessica Lynch,
appena diciannovenne, che riporta “multiple ferite d’arma da
fuoco” ma “combatte accanitamente e colpisce parecchi solda¬
ti nemici”, “sparando con la sua arma finché non esaurisce le
munizioni”. I media americani iniziano da quel giorno una
martellante campagna per rendere onore e chiedere la libera¬
zione del soldato Jessica. Esaltano la sua storia personale - si
era arruolata per poter frequentare le scuole e diventare mae¬
stra - si catapultano in massa sul piccolo borgo americano in
cui viveva prima - Palestine, in Virginia - e si ingegnano in tut¬
ti i modi per tenere “calda” la storia e far crescere l’interesse
del pubblico.
La svolta arriva il 2 aprile. All’alba, quando al quartier ge¬
nerale di Doha, in Qatar, gli inviati della stampa mondiale ven¬
gono tirati giù dal letto e portati al Centro comunicazioni per vi¬
sionare un filmato eccezionale. Nel video, di 5 minuti, c’è la cro¬
naca a raggi infrarossi del “temerario assalto notturno” dei ran¬
ger dell’esercito e dei seal americani all’ospedale di Nasiriyah,
dove, secondo le informazioni fornite dall’eroico avvocato ira¬
cheno Al-Rehaief, era tenuta prigioniera e veniva torturata Jes¬
sica Lynch. Nel filmato si sentono spari, urla ed esplosioni, per¬
163
ché il commando USA si ritrova ad avanzare sotto il fuoco ne¬
mico. Ma alla fine i nostri eroi riescono a individuare la stanza
di Jessica e a trascinarla via dal suo letto fino all’elicottero.
Insomma, una storia commovente ma anche mozzafiato.
Che ha già ispirato una canzone (Lei è un eroe, di Eric Corner),
una copertina di «Newsweek» {Saving private Lynch, in ricor¬
do del soldato Ryan di Spielberg), diversi club di ammiratori,
una valanga di compiti in classe per i piccoli patrioti USA e gad¬
get di vario tipo venduti via internet: dai piccoli magneti con la
scritta “America loves Jessica” (5 dollari) ai dipinti a olio (200
dollari). Non poteva naturalmente mancare il film: in pro¬
gramma ce ne sono già due, uno per il piccolo schermo (pro¬
dotto dalla Nbc) e uno per le sale cinematografiche, su cui gli
sceneggiatori di Hollywood stanno lavorando. Infine, il solda¬
to Jessica sta per pubblicare le sue memorie: il titolo sarà I am
a Soldier, il librò verrà stampato in 500.000 copie e la Lynch ha
già avuto un anticipo di un milione di dollari. E già uscito, in¬
vece, il primo libro sulla vicenda: Rescue in Nasiriyah, con il
racconto in prima persona dell’avvocato Al-Rehaief, che appe¬
na arrivato in USA, come profugo politico, ha firmato un con¬
tratto da 500.000 dollari.
Happy end, dunque. Come nei migliori film americani. E
infatti anche la storia del soldato Jessica era tutto un film, dal¬
l’inizio alla fine. Una gigantesca montatura, un evento ad uso e
consumo dei media, costruito dal Pentagono per dare un vol¬
to umano a una guerra che si stava trascinando troppo e che,
in quella fase, non offriva molti motivi di orgoglio per la na¬
zione. A svelarlo è stata la stampa inglese, «The Guardian» e
«Times» in testa, e per un motivo ben preciso: c’era un forte
dissenso a Londra nei confronti della politica sull’informazio¬
ne adottata dal Pentagono, che gli inglesi ritenevano “imba¬
razzante” e “ipergonfiata”.
Le inchieste condotte in Iraq dai giornali inglesi smonta¬
no infatti pezzo per pezzo tutto l’eroico salvataggio di Jessica
Lynch. Si scopre tanto per cominciare che il commando ame¬
164
ricano non si era affatto scontrato con le truppe irachene, dal
momento che queste ultime erano scappate via il giorno prima
e l’ospedale di Nasiriyah era perciò completamente disarmato
(fonte: «Times»). Spari ed esplosioni risuonarono perciò fra
corsie semivuote, per creare i necessari “effetti speciali”; e sem¬
pre per far scena vennero ammanettati e maltrattati medici e
pazienti, cui toccò la parte dei “cattivi” che non c’erano (fon¬
te: «Times»). Ma non è tutto. Due giorni prima che entrasse in
azione il commando USA, Jessica Lynch era stata caricata su
un’ambulanza e portata fino al primo check-point americano,
perché il medico iracheno che la stava curando aveva deciso di
riconsegnare la prigioniera. Ma gli americani aprirono improv¬
visamente il fuoco e l’ambulanza fu costretta a fare retromarcia
(fonte: «The Guardian»).
Inoltre, come il salvataggio, anche il ferimento e la cattura
del soldato Jessica erano stati sceneggiati a tavolino, con gran¬
de fantasia cinematografica. Già al suo arrivo in Germania, in
una base americana, i medici dovettero infatti ammettere che
sul suo corpo non c’erano tracce di ferite da armi da fuoco o
da taglio. E nel corso dell’inchiesta condotta poi sul campo si
scoprì che la Lynch si era in realtà fratturata braccia e gambe
probabilmente perché il camion su cui viaggiava era saltato su
una mina (fonte: «The Guardian»). Infine - e non è un detta¬
glio da poco - era stata curata con una certa premura e mai era
stata picchiata o torturata (fonte: «Times»).
Purtroppo, la diretta interessata soffre ora di una grave
“amnesia”: Jessica Lynch non ricorda nulla di quanto le è suc¬
cesso e non è stato possibile ottenere da lei alcuna informazio¬
ne utile sugli avvenimenti del 23 marzo e del 2 aprile. Dalla
stessa amnesia sono stati colpiti anche i media americani (e ita¬
liani) che per dieci giorni ci avevano mostrato in prime time le
sue graziose lentiggini, decretando il successo di questa storia
bellissima e falsa. Una storia che ricorda tanto il film Sesso e
Potere, con Dustin Hoffmann e Robert De Niro. Lì si sceneg¬
giava una finta guerra, con dovizia di particolari, solo per dis¬
165
togliere l’attenzione dell’opinione pubblica americana dai pec¬
cati del suo presidente. Qui si è combattuta una guerra vera,
sceneggiandone i singoli episodi, per non perdere il consenso
dell’opinione pubblica e conservare il potere7.
Etica e giornalismo
Dietro al film sulla cattura e sul salvataggio di Jessica Lynch
c’era dunque la potente macchina informativa del Pentagono,
influenzato, come ha scritto «The Guardian»8, sia dalla tv-veri¬
tà che dai film d’azione, in particolare Black Hawk Down. Sem¬
bra in effetti che il produttore di quel film9, Jerry Bruckheimer,
sia andato al Pentagono per proporre una serie televisiva da pri¬
ma serata sull’impegno dei soldati americani in Afghanistan. Il
titolo doveva essere Profili dal fronte e la serie si proponeva di
raccontare storie quotidiane di guerra, vista però attraverso gli
occhi dei soldati. Pare che l’idea abbia entusiasmato il segreta¬
rio alla Difesa Donald Rumsfeld. Il quale deve aver pensato
bene di produrseli in proprio, i suoi Profili dal fronte, durante
la guerra in Iraq. E quello sul soldato Jessica, che pure non è
stato l’unico, di sicuro è stato quello di maggior successo.
Resta semmai da capire come mai tanti giornalisti abbiano
abboccato all’amo. Ma il mistero è presto svelato. A parte gli
7 Sulla liberazione di Jessica Lynch e sul suo falso mito si legga l’inchiesta di
John Kampfner pubblicata su «The Guardian» del 20 maggio. Fra l’altro
Kampfner è uno degli autori della trasmissione della Bbc, Correspondent,
che ha fatto luce per prima sulla vicenda, scatenando un mare di polemi¬
che. In italiano, si legga l’articolo, molto ben documentato, di Marco D’E-
ramo sul «Manifesto» del 27 maggio 2003.
8 Si veda l’articolo di J. Kampfner già citato.
9 Black Hawk Down è il film di Ridley Scott che racconta l’uccisione a Moga¬
discio, il 3 ottobre 1993, di 18 soldati americani, per mano dei signori della
guerra che controllavano la città e si opponevano all’operazione “Restore
Hope”, lanciata quasi un anno prima. L’episodio fu determinante per la par¬
tenza delle truppe Usa, che abbandonarono la Somalia al suo destino.
166
embedded per vocazione - quei colleghi cioè che pendono re¬
golarmente dalle labbra dei militari - gli altri hanno preferito
cavalcare la notizia, piuttosto che dannarsi per verificarla. Era
molto più comodo, nel senso che creava meno problemi, con
le fonti e con la redazione; ma soprattutto garantiva a ciascuno
il sacrosanto pezzo (o servizio tv) quotidiano, a cui in fondo la
maggioranza dei giornalisti aspira.
Questo è il punto. Perché rinunciare a scrivere se la storia
che si andrà a raccontare si preannuncia bella e intrigante?
Solo perché potrebbe essere falsa? O solo perché, data la fon¬
te, è stata fatta circolare a fini di propaganda? La maggioranza
dei giornalisti, oggi, non ritiene che questi siano dubbi da por¬
si. E comunque non avrebbe tempo per prestarvi tutta l’atten¬
zione che richiedono. La macchina editoriale - dei giornali,
della radio e della televisione - macina i suoi prodotti troppo
in fretta perché un suo singolo ingranaggio possa fermarsi, an¬
che solo un attimo, per riflettere. Ben vengano perciò gli uffici
stampa e gli addetti alle pubbliche relazioni, che le notizie te le
spediscono direttamente in redazione o nella tua comoda stan¬
za d’albergo, già preconfezionate, che quasi quasi devi solo tro¬
vare il lead giusto e metterci sotto la firma. E una pacchia. E in
più dalla redazione non c’è nessuno che protesti; anzi, sono
tutti contenti e la tua carriera avanza spedita, senza gli intoppi
che potrebbe crearti la tua stupida coscienza.
Attenzione. Non voglio scagliare nessuna pietra. Dico solo
che in un mondo in cui la televisione è diventata ormai la fon¬
te primaria di informazione, in cui anzi è il piccolo schermo ad
appiccicare il bollino di verità a una notizia o a un evento, bi¬
sognerebbe impegnarsi un po’ di più per alzare e non per ab¬
bassare la soglia di qualità del lavoro giornalistico. E per farlo,
in questo mestiere occorre innanzitutto restituire al dubbio la
centralità che merita, ribaltando quella cultura della passività e
della subalternità alle fonti che oggi regna sovrana.
Ne siamo tutti contagiati, io per primo. A tutti è capitato
almeno una volta, anche solo per pigrizia, di veicolare delle in¬
167
formazioni che pure sembravano esagerate ma che non si ave¬
va il tempo, la voglia o anche la possibilità di verificare. Con i
dati poi è ancora peggio. E una mania degli uffici stampa -
agenzie dell’ONU, governi e Ong - quella di tradurre in nu¬
meri e percentuali le tragedie dei popoli e gli sforzi fatti per
porvi rimedio. Solo che questi dati si rivelano molto spesso in¬
congrui, carenti o falsi. E non servono inoltre ad aiutare la cau¬
sa: perché provocano un balletto appariscente quanto effime¬
ro, che alla lunga finisce per creare assuefazione nell’opinione
pubblica e ne narcotizza la coscienza. Eppure, i giornalisti con¬
tinuano a “sparare” dati ad effetto, convinti che aiutino a capi¬
re quando invece servono solo a stupire.
L’Africa è il terreno privilegiato per queste operazioni. A
intervalli regolari, i nostri telegiornali ci informano sull’anda¬
mento macabro delle statistiche sociali nel continente più mar¬
toriato: I’Unicef ci spiega che ogni minuto muore di fame un
numero ben preciso di bambini, I’Undp o la Banca mondiale ci
dicono qual è la percentuale esatta di africani che si trovano in
quel momento sotto la soglia di povertà, gli organismi di vo¬
lontariato ci raccontano infine quante vite hanno già salvato e
quante altre se ne potrebbero salvare se solo si volesse, con un
modestissimo contributo. Questi servizi si somigliano tutti, nel
testo e nelle immagini: d’altronde quelle immagini sono gentil¬
mente messe a disposizione dagli uffici stampa degli organismi
coinvolti e i tg se ne servono come suppellettili colorate, da uti¬
lizzare come volta pagina.
Nessuno però si chiede mai perché, da cinquantanni a
questa parte, gli innumerevoli piani di sviluppo per l’Africa
elaborati dai vari professionisti dell’aiuto umanitario non sono
mai decollati, o peggio sono miseramente naufragati. E a nes¬
suno è venuto mai in mente di andare a verificare come venga¬
no concretamente impiegati i soldi per gli aiuti erogati dai go¬
verni o raccolti fra la gente. Quello umanitario non è terreno di
inchieste degne di questo nome. E solo una bandiera da sven¬
tolare ogni tanto, perché è politically correct e rende tutti buo¬
168
ni: gli organismi del settore e le testate giornalistiche che colla-
borano con loro in questo periodico scambio rituale.
Esagero? Un po’. Ma ho vissuto in Africa diversi anni e
non riesco a non trasalire di fronte alla superficialità con cui si
parla dei problemi del continente nero e ai luoghi comuni che
si propagano a macchia d’olio, da ufficio stampa ad ufficio
stampa e da giornalista a giornalista. E l’altra faccia dell’indif¬
ferenza, l’ennesimo buco nero che fagocita la nostra voglia di
capire e la capacità poi di spiegare. Sarà senz’altro vero che
l’Africa “non tira” - come dicono gli esperti di audience - e
che sono sempre meno gli inviati italiani che vengono spediti
nel continente nero per raccontarne le traversie. Ma non è que¬
sto un buon motivo per imboccare facili scorciatoie nell’anali¬
si, prestandosi a fare da megafono a chi con l’Africa ha in fon¬
do un rapporto d’affari.
Il rischio di servire degli interessi di parte è d’altronde sem¬
pre presente nel mestiere del giornalista. E connaturato all’uso
stesso delle fonti, che ovviamente sono preziose e vanno coltiva¬
te ma dal cui condizionamento occorre poi sapersi svincolare.
Ricordandosi sempre che se qualcuno ci dice qualcosa è perché
ha un buon motivo o un interesse a farlo. Non a caso, nel gior¬
nalismo americano - da sempre il più sensibile a questi aspetti -
ci sono regole molto precise che fissano le relazioni lecite fra un
giornalista e le sue fonti: nel manuale della Society of Professio¬
nal Journalists ben 85 pagine su 217 sono dedicate al rapporto
fra etica e giornalismo10. In Italia, invece, la confidenzialità con
le proprie fonti si tramuta troppo spesso in amicizia; un’amicizia
talmente interessata da fondarsi sullo scambio di favori.
A farne le spese è naturalmente il telespettatore. Che di
norma si lascia truffare e si beve delle notizie che tali non sono,
in quanto somigliano molto di più a uno spot pubblicitario. Ma
10 Si legga al riguardo il capitolo sull’etica che apre, non a caso, il manuale di
Achtner già citato (pp. 3-35) e che riporta anche i principi guida fissati dal¬
la Society of Professional Journalists.
169
che in alcuni casi intuisce la truffa, finendo però per credere
che l’intero mondo della tv e del giornalismo sia truffaldino e
partigiano. In entrambi i casi le conseguenze sono serie e ci ri¬
guardano tutti da vicino, giornalisti e telespettatori.
Eppure, basterebbero poche regole di buon senso per fare
chiarezza. La prima riguarda il rapporto dei giornalisti con le
proprie fonti ed è ben espressa da un famoso motto di Indro
Montanelli, che si vantava di non essere mai andato a cena con
un uomo politico, altrimenti non avrebbe mai potuto scrivere
un articolo su di lui. Occorre cioè poter parlar bene ma anche
male, in maniera critica cioè - se è il caso - di una propria fon¬
te: sia essa una persona, un ente o un’istituzione. E a pensarci
bene, non è poi così difficile.
Non si capisce ad esempio, sempre per restare in Albania,
perché i telegiornali della Rai si siano così ostinati nell’awalo-
rare la tesi dell 'incidente, a proposito dell’affondamento della
Kater I Rades, la “carretta del mare” speronata dalla nostra
Marina militare davanti al porto di Brindisi il venerdì santo del
1997. Fra le testimonianze dei sopravvissuti - che parlarono
subito di “speronamento” - e la versione dei nostri militari era
infatti più logico dar credito alle prime, che erano tante, uni¬
voche e concordi. E a meno di non nutrire pregiudizi sull’affi¬
dabilità degli albanesi, era sul muro di gomma innalzato dalla
Marina militare che occorreva lavorare sodo e indagare, invece
di mandare in onda come fosse oro colato tutte le bugie, le scu¬
se e i balbettamenti11.
Più grave ancora fu la scelta fatta nell’aprile dello stesso
anno, quando l’incrociatore “Vittorio Veneto” si incagliò, per
una manovra sbagliata, davanti al porto di Valona, in acque al¬
11 II 28 marzo 1997 la “carretta del mare” albanese Kater I Rades, con quasi
150 passeggeri, viene speronata e affondata nel porto di Brindisi dalla cor¬
vetta militare italiana Sibilla che vuole evitarne a tutti i costi lo sbarco sul¬
le nostre coste. Muoiono così 108 persone. Sulla vicenda (e sulle polemi¬
che che giustamente si scatenarono) si consulti la testata on line «Notizie
Est-Balcani» (www.notizie-est.com).
170
banesi. Si era in piena rivolta ed era appena iniziata la missio¬
ne umanitaria “Alba”, varata dall’Italia sotto gli auspici dell’U¬
nione europea, per riportare pace e ordine nel paese delle aqui¬
le. Un telegiornale Rai si affrettò a dire che l’impiego della Vit¬
torio Veneto era “a difesa delle nostre truppe” che operavano
a terra. In realtà fu una gaffe, una excusatio non petita, inserita
su tacita richiesta della nostra Marina, che aveva inopinata¬
mente scelto di pavoneggiarsi, dando una connotazione milita¬
re a una missione di pace, e ora si ritrovava nei guai. Infatti,
puntualissime, arrivarono le critiche politiche. Ma pochi si ac¬
corsero dell’eccesso di zelo, del tutto ingiustificato, dimostrato
in quell’occasione dalla Rai.
La seconda regola per migliorare i rapporti fra etica e gior¬
nalismo l’ho imparata a mie spese. Qualche anno fa mi è capi¬
tato di intervistare una giovane moldava la cui storia era molto
inquietante. Per una manciata di soldi, questa ragazza aveva in¬
fatti affittato il suo utero e venduto il suo bambino a una spre¬
giudicata coppia italiana che prima l’aveva selezionata su un
catalogo e poi l’aveva fatta venire clandestinamente in Italia. A
quel punto la moldava era stata segregata in una villetta a
schiera nel bolognese, dove l’uomo l’aveva posseduta fino a
metterla incinta, mentre la moglie stava a guardare. Per i suc¬
cessivi nove mesi la ragazza non era mai uscita di casa, né ave¬
va potuto comunicare con l’esterno. Allo scadere della gravi¬
danza era stata trasferita in una clinica svizzera, dove aveva
partorito. Ma era riuscita appena a vederlo, il suo bambino,
perché la coppia se l’era subito portato via, senza nemmeno
ringraziarla.
La storia c’era. E gli occhi della ragazza dicevano anche che
era vera. Restava però un dubbio, dovuto al fatto che ero arri¬
vato fino a lei tramite un prete italiano di cui non mi fidavo
tanto. Era infatti uno di quei preti che passano più tempo con
i giornalisti che nei centri di accoglienza per immigrati che ge¬
stiscono. E che riescono perciò ad avere una copertura media-
tica spropositata per qualsiasi loro iniziativa. In questo caso il
171
mio prete stava aprendo una serie di centri in Moldavia per il
reinserimento delle prostitute rimpatriate e per poter lavorare
“a monte” sui percorsi e le dinamiche dell’immigrazione in Ita¬
lia. Un progetto lodevole, non c’è che dire. Che si sarebbe ov¬
viamente avvantaggiato dall’eventuale scoperta che in Molda¬
via, oltre che comprare gli organi e le donne da sbattere sul
marciapiede - fenomeni noti e acciarati - si poteva anche affit¬
tare un utero e risolvere in maniera sbrigativa il problema del¬
le coppie sterili. Agli occhi dell’opinione pubblica italiana sa¬
rebbe stato infatti l’ennesimo fenomeno di degradazione socia¬
le, la conferma cioè che nell’Est europeo il corpo di un uomo
- e soprattutto di una donna - era ormai una merce qualsiasi,
che si poteva vendere o comprare come in un qualunque su¬
permercato.
Non a caso, negli stessi giorni in cui la intervistai, la giova¬
ne moldava si incontrò con altri giornalisti. Alcuni, “scoopisti”
di professione, pomparono la storia, trasformandola in un vero
e proprio fenomeno sociale. Un noto settimanale nazionale
lanciò la sua storia in copertina e le dedicò un lungo reportage
da Chi$inâu, capitale della Moldavia, in cui l’intrepida inviata
parlava di decine e forse centinaia di donne disposte per di¬
sperazione ad accettare la triste condizione di “uteri in vendi¬
ta”. D’altronde, la stessa ragazza intervistata in Italia aveva di¬
chiarato che non era stata l’unica a cadere in questa trappola e
che nella villa di Bologna dov’era stata segregata c’erano altre
moldave nella sua stessa condizione.
Questa parte del racconto non era però molto convincen¬
te. Perché al riguardo la moldava diventava sempre più vaga,
man mano che le domande si facevano più precise. Né mi sem¬
bravano circostanziate le sue affermazioni sul giro delle ragaz¬
ze coinvolte e sull’ampiezza del fenomeno. Approfittai perciò
di un viaggio in Moldavia che avevo già programmato per ren¬
dermi conto di persona della situazione. E scoprii che i nume¬
ri di questo presunto fenomeno non erano tali da giustificare il
sensazionalismo e l’allarmismo di certa stampa. Nessuno fra gli
172
operatori sociali presenti sul posto - dell’ONU e delle Ong - si
era infatti imbattuto in casi del genere. E tutti ne minimizzaro¬
no comunque l’eventuale ampiezza, assicurandomi che pur¬
troppo c’erano attività degradanti ben più redditizie per le
donne e ben più lucrose per i trafficanti senza scrupoli.
Morale della favola: era stato probabilmente il prete italia¬
no a voler ingigantire il racconto della ragazza moldava. Maga¬
ri perché pensava di assicurarle una tutela maggiore e di po¬
terle così offrire un destino migliore. Spingendola a dire di non
essere l’unico “utero in affitto”, ne aveva reso inoltre più inte¬
ressante la storia agli occhi di noi giornalisti. E naturalmente ci
guadagnavano anche i suoi progetti di solidarietà in Moldavia,
per i finanziamenti e non solo, vista la necessità e l’urgenza di
arginare il degrado sociale in quel paese.
Vizi e virtù delle piccole telecamere
Così piccole da risultare discrete, così maneggevoli da non
richiedere troppa professionalità e, last but not least, così a
buon mercato da essere alla portata di tutti: sono le tre carat¬
teristiche fondamentali su cui si è costruita la fortuna delle “te-
lecamerine”, le telecamere non professionali, con cui la Sony e
gli altri colossi dell’elettronica hanno inondato il mercato a
metà degli anni Ottanta, innescando una serie di trasformazio¬
ni a catena, molto interessanti, anche in ambito televisivo.
Il primo effetto fu un’improvvisa, progressiva e irreversibi¬
le “democratizzazione” del giornalismo televisivo, fino ad allo¬
ra piuttosto elitario e avvolto nell’alone misterioso della sua
tecnologia, da vera corporazione moderna. Finalmente tutti
potevano dire “ciak, si gira” o divertirsi con un microfono in
mano senza bisogno di avere la famosa sedia da regista o l’an-
cor più irraggiungibile tesserino da giornalista. E tra battesimi,
prime comunioni, matrimoni e vacanze al mare, l’opinione
pubblica cominciò così a familiarizzare con le tecniche di ri¬
173
presa e di montaggio, riuscendo di riflesso a capire meglio
come funzionasse il linguaggio del piccolo schermo e i suoi pic¬
coli e grandi segreti.
Inoltre, anche l’accesso alla televisione finì via via per al¬
largarsi. Il fatto che ci fosse in giro un numero crescente di te¬
lecamere moltiplicò infatti il materiale video a disposizione
delle varie televisioni. E le riprese, sia pur amatoriali, di un
qualsiasi fatto di cronaca, cominciarono ad avere non solo
una maggiore dignità ma anche il diritto di presenza, accanto
ai servizi girati dai professionisti, nelle trasmissioni televisive
e addirittura nei telegiornali. Spesso non c’era altra scelta:
perché la copertura degli eventi offerta dall’occhio elettronico
dei cittadini era molto più vasta e immediata di quella che le
televisioni potevano permettersi, per ovvi motivi di budget; e
poi perché la centralità sempre maggiore della tv nel panora¬
ma moderno dell’informazione non permetteva più ai para¬
metri di qualità tecnica di farla sempre da padroni e creava
inevitabilmente varchi sempre più ampi per le “eccezioni”.
Col tempo poi - e soprattutto con il netto miglioramento
degli standard tecnologici - anche i professionisti dell’infor¬
mazione si avvicinarono alle piccole telecamere, superando la
diffidenza iniziale. Si cominciò infatti ad apprezzare la possibi¬
lità di usarle nelle situazioni più disparate, anche le più diffici¬
li, laddove cioè l’irrompere di una Betacam professionale
avrebbe immediatamente identificato la presenza di un giorna¬
lista e di una televisione. E si capì che in alcuni casi, a dispetto
della qualità tecnica, contava molto un approccio meno invasi¬
vo, che non alterasse le situazioni e lasciasse a loro agio i sog¬
getti presenti. Infine, si sperimentò con grande meraviglia l’im¬
patto decisamente innovativo che aveva una piccola telecame¬
ra usata come “terzo occhio” del giornalista, in una prospetti¬
va cioè tutta soggettiva e, per forza di cose, molto più coinvol¬
gente per il telespettatore.
Nacque grosso modo su questi presupposti l’esperienza
di New York One, la prima televisione al mondo realizzata
174
con il solo apporto di video-giornalisti: giornalisti cioè che
erano allo stesso tempo anche operatori di riprese, armati di
piccole telecamere Video 8 e HI8. Sulla scorta di questo espe¬
rimento, sul piccolo schermo fece irruzione un nuovo lin¬
guaggio, che ha saputo poi conquistarsi una dignità e uno
spazio sempre maggiori.
In Italia è dall’inizio degli anni Novanta che si inizia a par¬
lare di video-giornalismo, grazie soprattutto alla passione di
Milena Gabanelli, che fu la prima giornalista a imbracciare una
piccola telecamera HI8 con ottimi risultati12. E fu merito di
Giovanni Minoli, all’epoca direttore di Rai 2, l’aver capito su¬
bito l’importanza di questo nuovo linguaggio televisivo, dan¬
dogli prima ampio spazio all’interno della sua trasmissione am¬
miraglia, Mixer, e offrendogli poi, a partire dal 1994, uno spa¬
zio tutto suo, in Effetto Video 8: Professione Reporter.
Attorno a Milena Gabanelli poté così formarsi e consoli¬
darsi il primo gruppo di video-giornalisti italiani. Un gruppo
eterogeneo, di cui mi onoro di aver fatto parte, che veniva in
prevalenza dalla carta stampata ma che, grazie agli insegna-
menti di Roberto Quagliano, regista e cameraman di grande
esperienza, riuscì in breve tempo a imparare un mestiere nuo¬
vo e a sperimentarne un linguaggio originale.
Agli inizi Professione Reporter stava tutta nel titolo. E i suoi
servizi erano veri e propri reportage, dall’Italia e dall’estero, in
cui tutte le caratteristiche innovative e vincenti delle piccole te¬
lecamere venivano sfruttate al massimo. Mi ricordo ad esempio
un ottimo servizio di Bernardo Iovine sull’istituto del Monte
dei Pegni e lo strano mondo che vi gravita attorno, che per fre¬
schezza e adesione alla realtà poteva tranquillamente fungere
da campione statistico per un’inchiesta sociologica sulle nuove
12 Di Milena Gabanelli vanno ricordati soprattutto un ottimo reportage dal¬
la Cecenia, assieme a Ettore Mo (1996) e un’inchiesta sugli effetti deva¬
stanti degli esperimenti nucleari nell’ex Unione Sovietica, girato assieme a
Marcella De Palma (1996).
175
e vecchie povertà. Merito di Bernardo, naturalmente, ma an¬
che della sua piccola telecamera, che si maneggiava con molta
più disinvoltura di una Betacam e non incuteva timori reve¬
renziali nei soggetti intervistati - né ne stimolava più di tanto
la vanità - favorendo perciò una maggiore spontaneità. Ottimi
erano anche molti servizi di Paolo Barnard, che sia nella tecni¬
ca di ripresa che in quella di montaggio riuscì spesso a trovare
soluzioni geniali, mai sperimentate fino ad allora sul piccolo
schermo. Ad esempio, Paolo realizzò un’inchiesta sul mondo
dei fondamentalisti cristiani negli Stati Uniti, che per il ritmo
serrato e la ricchezza delle situazioni in cui era riuscito a intru¬
folarsi sembrava una grande inchiesta della BBC, di quelle che
richiedono mesi e mesi di lavoro.
In realtà, molti reportage di Professione Reporter non aspi¬
ravano nemmeno a competere con quelli “tradizionali”, girati
in Betacam da una troupe televisiva professionale. Erano infat¬
ti servizi giornalistici concepiti, realizzati e montati con un lin¬
guaggio diverso, tecnicamente molto più nervoso e sporco; ma
che puntava ad essere, proprio per la sua soggettività dichiara¬
ta, assai più immediato e coinvolgente nell’impatto visivo.
Spesso, inoltre, anche la scelta dei servizi era dichiaratamente
tesa a dimostrare che le piccole HI8 riuscivano ad arrivare
dove le Betacam nemmeno potevano osare.
Ricordo che uno dei miei servizi, nella prima edizione di
Professione Reporter (1994), fu sulla guerra civile in Algeria,
in un periodo in cui con le telecamere era piuttosto difficile
lavorare, per l’ostracismo sia del governo che dei fondamen¬
talisti islamici. Erano vietate infatti le riprese in molti quar¬
tieri, i ninja delle forze speciali ti sequestravano regolarmen¬
te le cassette e pochi si prestavano a concedere un’intervista
ai giornalisti stranieri. Per far capire questa situazione ai tele-
spettatori mi filmai perciò davanti allo specchio della mia ca¬
mera, mentre infilavo la telecamerina in una banalissima sac¬
ca di nylon per la spesa, all’interno della quale avevo pratica¬
to un piccolo buco, per poter filmare di nascosto. Me ne an¬
176
dai in giro così, nella casbah di Algeri, fra i posti di blocco
della polizia e gli assembramenti minacciosi dei “barbuti di
Dio”. Senza filmare nulla di eccezionale; ma riuscendo co¬
munque a rendere - grazie a quelle immagini sporche e ru¬
bate - l’atmosfera di oppressione e inquietudine che regnava
in città.
Un altro reportage lo realizzai, nel giugno 1995, nelle mi¬
niere d’oro a cielo aperto del Burkina Faso, in Africa occiden¬
tale. E, quel luogo con le Betacam professionali, non lo si po¬
teva proprio riprendere. Queste miniere sono infatti dei veri e
propri buchi, del diametro di un metro e mezzo, al massimo
due, che vanno giù per 30-40 metri, allargandosi solo a tratti, e
di poco. E perciò impensabile infilarsi in queste tane con una
telecamera professionale. E anche riuscendoci, si avrebbe una
scarsa libertà di movimento e una visuale troppo ravvicinata.
Con la mia HI8 debitamente “ingessata” e legata al collo, sono
riuscito invece a calarmi senza problemi (o quasi) dentro un
buco profondo una trentina di metri e, soprattutto, a realizza¬
re lì sotto le interviste che mi servivano. Lasciando che si sen¬
tisse il mio fiatone durante la discesa, mostrando le pareti del
buco che ogni tanto franavano e facendo poi vedere l’assurda
condizione di lavoro di questi minatori, che per un pugno di
piccole pepite rischiavano tutti i giorni la vita.
Va detto anche che l’irruzione delle telecamere non profes¬
sionali nel mondo della televisione italiana suscitò qualche en¬
tusiasmo ma soprattutto grosse diffidenze. In particolare quelle
dei professionisti del mestiere, giornalisti e cameraman: dei pri¬
mi, perché temevano di dover cambiare modo di lavorare, e dei
secondi, perché temevano di perdere il posto di lavoro. Né gli
uni né gli altri si resero però conto delle possibilità che l’uso
delle piccole telecamere offriva, preferendo arroccarsi subito su
posizioni corporative e snobbando il confronto. A loro parziale
scusante, va detto che in effetti la vulgata più stupida di questa
nuova filosofia video-giomalistica lasciava credere che chiun¬
que potesse imbracciare una telecamera e improvvisarsi giorna¬
177
lista televisivo, in nome della maggiore “spontaneità” delle sue
riprese “mosse” e “sporche”. E noi stessi contribuimmo forse a
diffondere questa stupidaggine, convinti com’eravamo - inge¬
nuamente - di aver inventato la televisione del futuro13.
E finita male, purtroppo, sia per i tradizionalisti che per gli
innovatori. Le piccole telecamere sono state infatti fagocitate
dalla nostra peggiore televisione, perdendo la loro specificità
di linguaggio. Sono diventate cioè uno standard - come si dice
in gergo - ma solo per il basso costo che presentano e non per
le possibilità che offrono in alcune situazioni e per alcune nar¬
razioni. E così, pur rientrando ormai nella dotazione tecnica di
ogni società di produzioni video e di ogni cameraman, vengo¬
no utilizzate solo per risparmiare soldi, spesso a danno della
qualità tecnica.
Sono stati i bassi costi a garantire d’altronde la sopravvi¬
venza in RAI di Milena Gabanelli e della sua trasmissione. Oggi
si chiama Report ed è diventata un’ottima trasmissione di servi¬
zio pubblico, con inchieste quasi sempre scomode. Per le quali
l’azienda spende cifre irrisorie, che costringono i free-lance di
Milena a fare tutto da sé: oltre alle riprese, anche il montaggio.
Contenuti a parte, la qualità delle inchieste non sempre se ne
avvantaggia; e si finisce a volte per fare con le telecamere pic¬
cole quello che si potrebbe fare, molto meglio, con le grandi. Il
loro utilizzo, cioè, non è più una scelta quanto una necessità, ma
nella televisione di oggi la qualità conta sempre meno.
13 Le polemiche fiorirono soprattutto nel corso della seconda edizione di Ef¬
fetto Video 8: Professione Reporter (1995), quando Milena Gabanelli scel¬
se di commentare in studio i filmati di ogni puntata, ospitando dei giorna¬
listi televisivi di chiara fama (fra gli altri: Paolo Fraiese, Carmen Lasorella,
Lilli Gruber).
178
La Storia e le storie
Nella primavera del 1996 riuscii a intervistare Erich Prieb-
ke. Da tre mesi l’ex ufficiale delle SS si trovava sotto processo
a Roma per l’eccidio delle Fosse Ardeatine. E si era sempre ri¬
fiutato di rispondere a ogni domanda, sia dei giornalisti che
della Corte militare chiamata finalmente a giudicarlo14. In aula,
seguendo il processo per Mixer, avevo stabilito un buon rap¬
porto con il suo avvocato, Velio Di Rezze, il quale sembrava al¬
lettato dall’idea di offrire al suo cliente una platea televisiva di
quasi quattro milioni di telespettatori - tale era all’epoca lo
share di Mixer - presso cui perorare la sua causa.
Le trattative durarono diverse settimane, senza però chiu¬
dersi. Finché un giorno riuscii a strappare un appuntamento
con l’avvocato Di Rezze nel carcere romano di Forte Boccea,
dove Priebke era detenuto. Arrivai con una doppia troupe,
fermamente deciso a non andar via senza l’intervista. E l’ot¬
tenni. Grazie anche alla nostra producer, Gabriella Serafini, di
cui Priebke si invaghì a prima vista, abbracciandola e sbaciuc¬
chiandola ripetutamente, con la scusa che gli ricordava la ni¬
pote, lasciata in Argentina. Gentile e disponibile, l’ex capita¬
no delle SS accettò di rispondere a tutte le domande; anche se
poi, su molte questioni delicate, si chiuse a riccio o preferì
glissare.
Fu comunque una buona intervista. E infatti alla presenta¬
zione in anteprima per la stampa, organizzata nella redazione
di Mixer, c’erano quasi cinquanta giornalisti, in rappresentan¬
za delle maggiori testate nazionali e internazionali. Che il gior¬
no dopo “ripresero” il nostro scoop, dandogli un notevole ri¬
salto, perché per la prima volta Erich Priebke aveva accettato
di rispondere alle accuse per le quali si trovava sotto processo.
14 Erich Priebke venne intervistato solo in Argentina, prima che ne venisse
decisa l’estradizione, da Sandro Ruotolo per il Tg3. Arrivato in Italia, si ri¬
fiutò sempre di parlare.
179
Eppure quell’intervista non andò in onda. O meglio, andò in
onda il 3 luglio, quando la stagione televisiva era ormai chiusa, e
non agli inizi di giugno, nella data programmata. Il motivo? Ci
fu una sciagurata coincidenza. Il giorno stesso in cui concesse a
noi di Mixer l’intervista, Priebke si rifiutò per l’ennesima volta di
comparire nell’aula di tribunale davanti ai giudici che volevano
interrogarlo. E questo venne interpretato in alcuni ambienti po¬
litici e istituzionali come un fatto grave e inammissibile, da cen¬
surare. I vertici della Rai subirono perciò pressioni esplicite per
non mandare in onda l’intervista, che rientrava - si diceva - nel¬
la strategia difensiva di Priebke e ne sposava perciò, “oggettiva¬
mente”, le ragioni. Il mio direttore, Giovanni Minoli, provò a di¬
fendere la nostra autonomia giornalistica, ma alla fine preferì
rinviare la messa in onda, per non dare l’impressione di voler
“interferire con le vicende processuali”, come disse in video ai
telespettatori di Mixer.
Nessuno dei censori aveva però visto l’intervista. E nessu¬
no era perciò in grado di valutarne con dovizia i contenuti e l’e¬
ventuale impatto sul pubblico. Va detto a questo proposito che
assieme al mio caporedattore Stefano Rizzelli e al mio collega
Enzo Cicchino, in accordo con Giovanni Minoli, avevamo la¬
vorato tanto per creare un vero contraddittorio ed evitare che
quella puntata di Mixer potesse funzionare da “megafono” alle
ragioni di Priebke. Ero andato perciò a Parigi con la cassetta
dell’intervista, per avere in video le impressioni di Shimon Sa¬
muels, direttore all’epoca del Centro Simon Wiesenthal, che
disponeva di un ricco dossier su Priebke. E assieme a Enzo
Cicchino avevamo organizzato (e filmato) in via Tasso, dentro
il Museo storico della Resistenza, una visione collettiva dell’in¬
tervista a Priebke con i familiari delle vittime delle Fosse Ar-
deatine. I quali ne avevano contestato punto per punto le af¬
fermazioni, replicando con rabbia alle sue bugie e opponendo
la loro dignità alla sua reticenza.
Insomma, alla fine l’intervista era stata collocata nel suo
giusto contesto e le eventuali, possibili strumentalizzazioni era¬
180
no state abbondantemente neutralizzate, senza per questo nuo¬
cere alla qualità televisiva del prodotto, ma ciò non bastò a ga¬
rantirne la messa in onda.
Capii in quell’occasione quanto la televisione in Italia fos¬
se dipendente dalla politica, che ne condizionasse scelte e com¬
portamenti. E capii anche che, per evitare problemi, conviene
restare il più possibile lontani dal “cuore” dell’informazione
televisiva, quella che passa attraverso gli argomenti scottanti
dell’attualità. Perché questo è il terreno più esposto alla censu¬
ra e ai condizionamenti, la vera trincea dove si combatte la
guerra della propaganda.
Anche il racconto della guerra rischia di finire nella trap¬
pola delle censure politiche. Ai tempi della guerra fredda, in¬
fatti, la collocazione marginale dell’Italia e il suo coinvolgi¬
mento molto limitato sul grande scacchiere geopolitico inter¬
nazionale garantivano ai nostri inviati di guerra una maggiore
libertà, di azione e di pensiero. Si potevano raccontare senza ti¬
more di essere censurati le guerre “a bassa intensità” che gli
Stati Uniti fomentavano nel loro “cortile di casa” del Centro
America. Oppure criticare la Gran Bretagna per la sua “politi¬
ca delle cannoniere” rispolverata con la guerra delle Falklands-
Malvinas. All’epoca, i giornalisti che seguivano queste vicende
erano pochi e il loro punto di vista veniva rispettato, per com¬
petenza e per esperienza.
Oggi invece, con l’Italia direttamente coinvolta in molte
operazioni militari, siano esse di carattere “umanitario” (come
in Kosovo) o “multilaterale” (come la guerra del Golfo), Fin-
formazione è diventata una risorsa strategica, delicata, che va
attentamente controllata. Con tutto ciò che ne consegue in fat¬
to di prestigio ma anche di limitazioni, sia per la libertà che per
l’autonomia del singolo giornalista: come mute di cani in calo¬
re ci si accalca davanti al tavolo dei direttori per poter partire
come inviati di guerra. Perché il mestiere è diventato politica-
mente più rilevante, soprattutto in tv, e garantisce quindi non
solo maggiore visibilità ma anche maggior prestigio.
181
All’ambasciata irachena di Roma, nei mesi precedenti lo
scoppio della recente guerra in Iraq, c’erano centinaia di ri¬
chieste di accredito presentate da giornalisti, registi e operato¬
ri dell’informazione. Solo dalla Rai erano arrivate più di trenta
richieste, molte delle quali per la stessa testata, di colleghi che
speravano l’uno di battere l’altro, aggiudicandosi in esclusiva il
prezioso “visto”. E spesso, al mattino, si creava davanti ai can¬
celli dell’ambasciata un tragicomico ingorgo, di auto e tesseri¬
ni rossi dell’Ordine dei giornalisti, che ha creato non poche
perplessità fra i residenti della zona.
Un rituale altrettanto diffuso si celebra poi al ritorno dalle
zone di guerra. Quando gli inviati vengono accolti nei salotti
dell’informazione televisiva: per raccontare le loro fatiche, per
rilassarsi e in un certo senso per dare la prova definitiva della
loro esistenza. E l’ultimo atto della guerra in diretta: la ceri¬
monia che suggella il processo di identificazione del telespetta¬
tore con il suo occhio virtuale, svelandone tutta l’umanità che
al fronte era stata compressa.
La ciliegina sulla torta è offerta infine dai libri di memorie.
Che fioccano come strenne natalizie, dopo le guerre, e quando
meno te l’aspetti. C’è un “inviato di guerra” della Rai che è ri¬
uscito a scrivere un libro sull’Afghanistan dopo esserci stato
solo quarantotto ore. E ci sono colleghi che in guerra ci vanno
apposta per scrivere le loro memorie, novelli Erodoto smanio¬
si di cimentarsi con VAnabasi postmoderna.
Vanità personale a parte, non è comunque facile sottrarsi ai
meccanismi perversi della war television. Come abbiamo visto
finora, ci sono regole ineludibili, che trascendono spesso la vo¬
lontà, l’etica e perfino lo stile dei singoli giornalisti. Ed è la
macchina editoriale a imporre tempi e modalità di lavoro, in un
gioco al ribasso che non valorizza le competenze professionali
ed esalta invece la fedeltà di scuderia e un prestigio personale
costruito tutto sul look: com’è successo alle nostre inviate in
Iraq, nel corso della guerra più recente, con le loro celebratis¬
sime pashmine.
182
La mia personale via di fuga da questa strettoia sono state
le “storie”: quelle che il giornalismo anglosassone chiama fea¬
tures. Per anni, tutte le volte che ho potuto, sono andato in giro
per il mondo a raccontare piccole storie di vita quotidiana: sto¬
rie cioè di uomini e donne che avevo cercato, oppure incon¬
trato per caso, e che mi avevano colpito per intensità, umanità
e comunicabilità. Erano storie che mi avevano fatto capire un
contesto o un avvenimento, di guerra e non solo. Ed erano le
storie a mio avviso più adatte a rappresentare la condizione
umana e comunicarne ai telespettatori la dimensione reale.
Erano solo storie ma raccontavano la Storia.
Sono stato fortunato a lavorare soprattutto per settimanali
di approfondimento: Professione Reporter, Mixer, Tv7, Fron¬
tiere. E questo mi ha consentito (quasi sempre) di dare a que¬
ste storie il giusto respiro, in termini di tempi televisivi. Se la¬
vori in un tg - e hai quindi a disposizione solo un minuto, al
massimo un minuto e mezzo - spesso puoi permetterti di rac¬
contare ben poco. Soprattutto perché la priorità viene data al
“pastone” delle notizie, richiesto spesso - e questa è una ca¬
ratteristica molto italiana - sia ai corrispondenti dall’estero che
agli inviati. Un settimanale può permettersi invece di scegliere
angolature e tagli giornalistici diversi, con minori vincoli e più
autonomia.
Un telegiornale è soggetto inoltre a maggiori censure, con¬
dizionamenti e obblighi: per via dei suoi ascolti altissimi, che
distaccano largamente le altre trasmissioni, anche le più segui¬
te. Mentre un settimanale può lavorare con più libertà, secon¬
do il proprio linguaggio giornalistico.
Non so se il mio lavoro sia sempre stato all’altezza, capace
cioè di valorizzare queste storie quanto e come meritavano.
Temo di no. E rivedendo a distanza di mesi o anni dei servizi
già andati in onda mi capita spesso di essere insoddisfatto, per¬
ché penso che avrei potuto e dovuto lavorare meglio. Colpa
mia, certamente; ma non solo. Perché i tempi sempre più stret¬
ti che vengono imposti al giornalista televisivo, sia durante le
183
riprese che in fase di montaggio, spesso non gli consentono di
dedicare tutto il tempo che serve alla sceneggiatura e alla con¬
fezione delle features, anche quando ne varrebbe maledetta-
mente la pena.
Ricordo con affetto la mia amica Marcella De Palma, capa¬
ce di versare lacrime vere, amarissime, tutte le volte che i suoi
reportage venivano tagliati, penalizzando perciò la presenza di
questo o di quel personaggio. Per lei era un’insopportabile mu¬
tilazione, per la quale soffriva per giorni: perché, dopo aver
passato giorni e giorni con l’umanità bisognosa - bambini am¬
malati, donne sofferenti, uomini umiliati - non riusciva ad ac¬
cettare l’idea che queste testimonianze potessero venir valuta¬
te con criteri tecnici, come la “chiarezza” o il “ritmo”.
Forse Marcella esagerava. Ma era brava, generosa e nel suo
lavoro ce la metteva tutta, sempre. E le piccole e grandi storie
in cui si imbatteva se le lasciava entrare dentro, nel sangue. Poi
le raccontava, con passione, sperando che nessuno le dimenti¬
casse. In fondo, è proprio questo il sogno di tutti quelli che
amano questo mestiere e che continueranno a farlo, sempre
allo stesso modo, come se fosse il primo giorno: raccontare, per
chi ha voglia di ascoltare.
184
Conclusioni
Qualche mese fa, mentre già stavo lavorando a questo li¬
bro, ho avuto modo di rivedere Miriam, la mia piccola amica
di Ramallah. Mi trovavo al Cairo, dove sapevo di ritrovare Am-
jad, suo padre, che si era trasferito dalla Palestina in Egitto per
lavoro. E Miriam era venuta a trovarlo, con la mamma e la so¬
rellina piccola, per le vacanze estive. Abbiamo cenato tutti as¬
sieme, molto contenti all’idea di poterci finalmente raccontare
tutto quello che ci era capitato dopo i tragici fatti di Ramallah
del 13 marzo 2002. Erano passati sedici mesi. E di cose da dire
ne avevamo tante, sia io che loro.
Alla fine della cena, quando è arrivato il momento di salu¬
tarci, Miriam mi ha mostrato con orgoglio il suo biglietto da vi¬
sita. E molto carino. C’è disegnato un simpatico orsacchiotto,
con un papillon al collo e tre cuoricini che sembrano uscirgli
dalla bocca e indirizzano messaggi d’amore ai quattro venti.
Ma soprattutto, sotto il nome e l’indirizzo, c’è scritto il lavoro
che Miriam vorrebbe fare da grande e a cui ha deciso di dedi¬
carsi fin d’ora. “Journalist”, giornalista. E quando a bruciape¬
lo, sorridendo, le ho chiesto perché, lei mi ha risposto subito,
serissima: “Per raccontare la verità”.
Confesso che in un certo senso mi sono sentito rincuorato.
Anch’io da giovane, quando sognavo di fare il giornalista, cre¬
devo che ci fossero verità da svelare e complotti da smaschera¬
re. Erano gli anni bui delle “stragi di stato” e della “controin¬
formazione”. E anche se con gli anni ho poi capito che la ricer¬
ca della verità - diciamo meglio: un’informazione corretta -
non tollera né scontri ideologici né forzature politiche, sono
185
sempre rimasto dell’avviso che un giornalista debba avere degli
ideali. E che il giornalismo non debba essere vissuto come una
facile scorciatoia per il successo, ma come l’esercizio sacrosan¬
to di un contropotere, da mettere al servizio dell’opinione pub¬
blica e del suo diritto ad essere informata, sempre e comunque.
Questa è l’unica, vera professionalità giornalistica. E va costrui¬
ta con intelligenza, passione e tanti sacrifici.
Spero che Miriam ce la faccia a realizzare il suo sogno.
Devo avvertirla però che si annunciano tempi bui per il gior¬
nalismo. Innanzitutto perché la politica, a tutte le latitudini e
sotto tutte le bandiere, ha sempre maggiori pretese e minaccia
sempre più l’indipendenza del Quarto Potere. Lo dimostra la
sconfitta della BBC, a fine gennaio 2004, nella controversia giu¬
diziaria che l’ha contrapposta al governo di Tony Blair, sulla
manipolazione vera o presunta delle informazioni relative alle
armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein: la
BBC è stata infatti condannata per le “forzature” di un suo cro¬
nista, Andrew Gilligan, che aveva ingigantito ad arte le rivela¬
zioni della sua “gola profonda” David Kelly per sostenere nel
suo scoop che i dossier sulle armi di Saddam erano una bufa¬
la; mentre Tony Blair e il suo governo sono stati assolti perché
in realtà non avrebbero manipolato ma solo “irrobustito il più
possibile” le notizie ricevute dai servizi segreti. Come dire che
il governo - e solo il governo - ha il diritto di sedurre (sex up)
l’opinione pubblica, mentre gli organi d’informazione no e de¬
vono anzi rispettare la ragion di stato1.
Paradossale nelle sue conclusioni, la vicenda Blair/BßC è la
spia di una trasformazione profonda. Che vede il giornalismo
- chiamato per sua natura a “fare le pulci” alle verità ufficiali -
sempre più in crisi perché il potere politico non tollera più
1 Si vedano al proposito gli editoriali di Barbara Spinelli su «La Stampa» del
1° febbraio 2004 e di Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo su «La Repub¬
blica» del 3 febbraio 2004.
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controlli da parte dei media. E in futuro rischia di esserci po¬
sto solo per giornalisti ossequiosi, che esaltano piuttosto che
criticare, come bravi “megafoni”. In questo senso, non è ca¬
suale che la campagna elettorale per la rielezione di George W.
Bush sia partita, in marzo, con uno spot televisivo in cui degli
attori impersonavano dei finti giornalisti, che in finti servizi
elogiavano la riforma sanitaria Medicare, fortemente voluta
dall’attuale presidente americano. “Normali video-comunicati
stampa”, li ha definiti il Ministero della Sanità. Ma il Congres¬
so ha deciso di aprire un’inchiesta per verificare la liceità di
una propaganda camuffata da servizio giornalistico.
Il problema è che il confine fra il giornalismo e la propa¬
ganda si va facendo sempre più labile. Così come vanno ca¬
dendo gli steccati fra verità e menzogna, realtà e fiction, so¬
prattutto in televisione. Forse è la natura stessa del medium a
produrre questo esito: se la notizia è ridotta a merce e se la se¬
lezione, produzione e messa in onda delle notizie segue un co¬
pione sempre più rigido e industriale, si finisce inevitabilmen¬
te per creare una messinscena, dunque una fiction. Non è
quindi solo un problema di pressioni politiche: c’è una menta¬
lità economico-commerciale ormai prevalente che deforma la
realtà filtrata attraverso i media; e c’è una logica dei media, che
chiedono storie sempre più spettacolari per vincere la battaglia
dell’audience2.
Temo perciò che il giornalismo sia davanti a un bivio senza
ritorno. O si è capaci di recuperare, con grande dignità, la cen¬
tralità del nostro ruolo di mediatori culturali fra la realtà e l’o¬
pinione pubblica, oppure si è condannati a essere sopraffatti
dalla tecnologia e dall’inflazione di notizie ridotte a merci. Per
riuscirci, c’è bisogno però di fare chiarezza nella categoria, con
2 Illuminante è il libro del giornalista americano Bernard Goldberg, Bias. A
Cbs Insider Exposes how the Media Distort the News (Regnery Publishing,
Washington [Dc] 2002).
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scelte coraggiose. Bisogna saper dire no a tutta una serie di tra¬
sformazioni che si stanno imponendo nel mondo della televi¬
sione e dei giornali. E bisogna saper dire sì al rinnovamento, ri¬
costruendo un profilo professionale che sia sì al passo coi tem¬
pi ma che recuperi l’etica e la dignità del passato.
Non c’è tempo da perdere. La mancanza di credibilità che
affligge la figura del giornalista è ormai sotto gli occhi di tutti.
Ed è a mio avviso una delle cause dell’apatia che caratterizza
sempre più l’opinione pubblica, incapace ormai di indignarsi
davanti alle tragedie del mondo. Nel suo ultimo libro - Davanti
al dolore degli altri - la scrittrice americana Susan Sontag si in¬
terroga proprio su questo: sui meccanismi che sottendono alla
fruizione delle immagini e sui sentimenti che esse scatenano, in
una scala graduata che va dalla compassione all’indifferenza.
Secondo la Sontag sono tante le cause che determinano l’indif¬
ferenza con cui oggi guardiamo le tragedie del mondo: la satu¬
razione da immagini, la sensazione di impotenza, le trappole
della compassione. Ma in ogni caso - avverte - non bisogna
mai dimenticarsi che le reazioni del pubblico dipendono dal
modo, corretto o meno, con cui le immagini vengono identifi¬
cate: vale a dire, dalle parole. E questo è un compito che ri¬
guarda in primo luogo noi giornalisti, che con le parole ci gua¬
dagnarlo il pane quotidiano.
Non so come funzionerà il mondo dell’informazione quan¬
do la piccola Miriam diventerà una giornalista. Non so quale,
tra Ramallah e Gerusalemme, sarà finalmente diventata la ca¬
pitale dello stato palestinese e non so se qualcuno si ricorderà
ancora di Raffaele Ciriello. Non so come si racconteranno le
guerre e se a farlo saranno dei giornalisti, veri o virtuali. Spero
solo che ci sia ancora qualcuno in grado di indignarsi e di far¬
ci indignare.
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Ringraziamenti
Per fortuna ho un sacco di amici che mi hanno dato una
mano, ognuno a modo suo, nella preparazione di questo libro.
Vorrei ringraziare in particolare Alessandro Arangio Ruiz,
Alessandra Bacci, David Becchetti, Fabrizio Berruti, Claudio
Cannarella, Maurizio Carta, Francesca Di Raimondo, Cristina
Fratelloni, Cinzia Jannuzzo, Lorenzo Stanzani e Peppe Vitale.
Un grazie di cuore anche a chi di sicuro avrò dimenticato, per
la fretta di finire.
Mi preme inoltre salutare il dottor Giuseppe Gridio, del
quale ho provato in questi due anni a condividere la pena enor¬
me, ostinandomi nel mio piccolo a scrivere articoli e a lanciare
appelli perché venisse ristabilita la verità sulla morte di Lello e
gli si rendesse finalmente giustizia. So bene, purtroppo, che
questo libro è per lui solo un minimo risarcimento.
Infine, ho scritto questo libro nella mia casa di famiglia, a
Cetraro, approfittando della disponibilità di mia madre, mia
sorella e mio cognato, che mi hanno sopportato per mesi. Li
ringrazio solo ora, con l’affetto di sempre.
Roma, marzo 2004
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finito di stampare nel mese di maggio 2004
dalla tipografia LIPE (san Giovanni in Persiceto, BO)
La guerra è oramai il più grande evento mediati-
co dei nostri tempi: ma la guerra "in diretta" è
sempre meno vincolata alle regole del giornali¬
smo e sempre più assoggettata alle leggi dello
spettacolo. La televisione abolisce ogni distinzio¬
ne fra realtà e finzione e l'opinione pubblica
ischia di ritrovarsi in balia di chi vuole manipo¬
larla. Questo libro è un lungo viaggio dietro le.
quinte, nei fronti più caldi degli ultimi dieci anni:
dal Kosovo alla Palestina, da-'J'Afghnnisian
all'Iraq, un viaggio sulla morte del giornalismo
autentico e sul trionfo dell'informazione spetta¬
colare; sui grandi network e sulle piccole telec a-
mere; sulle immagini che dicon la verità e su
quelle eh : i entono; su come si vive in zona di
guerra e su come, a volte, si muore.
Amedeo Ricucci, giornalista e regista, ha lavorato in
Rai dal 1993 ome inviato di Professione Reporter,
Mixer e TG1, seguendo i più importanti conflitti degli
ultimi dieci anni: Algeria, Somalia, Bosnia, Ruanda,
Liberia, Kosovo, Afghanistan e Palestina. Finalista al
Festival Internatio i du Grand Reportage d'Actualité
(Figra) con un reportage dal Kosovo (1999), ha vinto
il Festival il ternaznanale del Cinema di Salerno, con
un documentario sulla figura di Lev Yascin (2000) e il
Premio Ilaria Alpi con un'inchiesta sul busmess delle
adozioni illegali in Russia (2001).
€ 13,00