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I NARRATORI DELLE TAVOLE
Titolo originale:
A Room Made of Leaves
2020 © by Kate Grenville
© 2021 Neri Pozza Editore, Vicenza
ISBN 978-88-545-2351-7
Il nostro indirizzo internet è: www.neripozza.it
Dedicato a chi non ha avuto voce nella storia
Non affrettatevi a credere!
Elizabeth Macarthur
Ringrazio i membri dell’Aboriginal and Torres Strait Islander in quanto Primi
Abitanti delle terre in cui questa storia si è svolta, e mi inchino di fronte agli
anziani del passato e del presente.
Esprimo profonda gratitudine per l’aiuto offertomi dalla Darug Custodian
Aboriginal Corporation e dal Metropolitan Local Aboriginal Land Council. Sono
particolarmente riconoscente per la generosità da loro mostrata nel confrontarsi
con me sulla storia che stavo scrivendo.
Nota della curatrice
Il resoconto, incredibile e inspiegabilmente poco conosciuto, di come le memorie di Elizabeth Macarthur,
smarrite da lungo tempo, siano tornate alla luce
Tempo fa, durante la ristrutturazione di una residenza storica di Sydney, è stata
rinvenuta una scatolina di latta, sigillata con la ceralacca e avvolta in tela cerata,
incastrata dietro una trave del sottotetto. La residenza era Elizabeth Farm, dove
Elizabeth Macarthur, moglie del famigerato primo colono John Macarthur, visse
fino alla morte, avvenuta nel 1850. La scatola – gremita di vecchi fogli quasi
illeggibili, scritti sia in orizzontale sia in verticale per risparmiare spazio – era
andata inspiegabilmente smarrita fino a quando, di recente e per una serie di
circostanze talmente improbabili da sembrare inventate, è entrata in mio
possesso. E ho scoperto che conteneva le memorie di Elizabeth.
In queste pagine segrete, vergate in età avanzata, Elizabeth si staglia contro
gli opachi documenti legati alla sua figura pubblica. Un’eruzione di lapilli di
memoria incandescenti, accesi da emozioni appassionate, che ci invita con una
franchezza a tratti spiazzante a frugare nel cuore di questa donna.
La storia australiana, come la storia in genere, tratta prevalentemente di uomini.
Sono poche le figure femminili che emergono dall’ombra cui sono destinate, ed
Elizabeth Macarthur è una di queste. Tuttavia, finora era rimasta un enigma.
Aveva compiuto opere straordinarie, ma la sua essenza, il temperamento da cui
era guidata, erano persi in un desolante nulla.
Elizabeth Veale nacque nel 1766, figlia di un agricoltore del piccolo villaggio di
Bridgerule, nel Devon. Ancora bambina fu accolta nella casa del pastore, dove
crebbe in un mondo analogo a quello della quasi contemporanea Jane Austen.
Nel 1788 sposò un soldato e un anno dopo i due, con il figlio in fasce, salparono
verso la colonia penale del Nuovo Galles del Sud, appena istituita. La giovane
raffinata cresciuta nella canonica di Bridgerule fu buttata, come un bocciolo di
rosa in una cloaca, nel mezzo di una comunità violenta e brutale all’altro capo
del mondo.
Le ragioni che la spinsero a sposare il sottufficiale John Macarthur
rappresentano il primo di una serie di misteri. L’uomo era privo di fascino. Lei
stessa lo descrive «troppo orgoglioso e superbo per le nostre umili fortune e
aspettative». E non era neanche un modello di bellezza, dato che il vaiolo
contratto da bambino gli aveva lasciato profonde cicatrici. Non era nemmeno
ricco o illustre: figlio di un commerciante di tessuti di Plymouth, le uniche
risorse di cui disponeva erano costituite dalla sua paga ridotta. Nel mondo di
Jane Austen una simile unione sarebbe stata a dir poco disdicevole.
Tuttavia John Macarthur aveva un punto a suo favore: una determinazione
spietata nel perseguire la propria ascesa. Grazie a un tenace miscuglio di
prepotenza, adulazione e frottole, a dieci anni dall’insediamento nella colonia
sarebbe divenuto l’uomo più ricco e potente del Nuovo Galles del Sud.
Uno storico suo ammiratore lo definisce una «testa calda», e immagino sia
una descrizione calzante per chi risulti aver ferito il proprio superiore in grado in
duello, o orchestrato la destituzione di un governatore con l’uso delle armi.
Azioni per le quali Macarthur subì due processi a Londra, dove si trattenne la
prima volta per quattro anni e la seconda per otto o più, mentre la moglie gestiva
i loro affari in Australia.
Gli australiani della mia generazione si sono sentiti ripetere all’infinito che
«la nostra nazione cavalca in groppa alle pecore», ovvero che la lana è la
struttura portante della nostra economia, e che John Macarthur «è stato il padre
dell’industria della lana». Ovunque è un proliferare di vie, piscine e parchi a lui
intitolati.
Ma qui sta il dilemma: la merino australiana – ossia la pecora in groppa alla
quale cavalchiamo – conobbe il suo maggiore incremento proprio negli anni in
cui John Macarthur era in Inghilterra. Pare proprio che il Padre dell’industria
laniera sia stato in realtà una Madre: sua moglie.
Quindi chi era Elizabeth Macarthur? Come sopravvisse al matrimonio con
uno degli uomini più intrattabili del pianeta? Come riuscì ad amministrare
un’azienda agricola enorme, o ad allevare pecore da lana pregiata, o a gestire
una manodopera composta da galeotti abbrutiti? Persino la più temeraria delle
eroine della Austen avrebbe titubato.
Eccoci arrivati al punto. Suo marito lasciò una montagna di documenti che ci
parlano di lui, ma se cerchiamo qualcosa su Elizabeth restiamo quasi a mani
vuote: poche, vaghe lettere a casa, alla famiglia e agli amici, un resoconto
incompiuto della traversata verso il Nuovo Galles del Sud, e una fitta, tediosa
corrispondenza con i figli più grandi. È nelle decine di lettere che scrisse al
marito durante le due lunghe separazioni che potremmo sperare di trovare traccia
della sua natura. Tuttavia, chissà come, non ne è stata rinvenuta neanche una.
Le contingenze precipitarono Elizabeth Macarthur in una vita inconcepibile
per una donna della sua classe e del suo tempo, e fu grazie a una personalità
spiccata che affrontò quelle contingenze e le dominò. La sua figura ha
affascinato generazioni di studiosi, esasperati di non poterne delineare il
carattere... Almeno finora.
Mi sono limitata a trascrivere i fogli trovati nella scatola. Ho fatto ricorso
all’immaginazione nei punti in cui il vecchio inchiostro sbiadito era illeggibile, e
ho impiegato un tempo considerevole a disporre i frammenti in quello che mi è
parso l’ordine migliore. Per il resto ho lasciato che fosse Elizabeth Macarthur a
raccontare la propria storia, godendo da parte mia la gioia e il privilegio di essere
stata la prima a leggere le sue parole e a poterle offrire al mondo.
Kate Grenville,
compilatrice e curatrice
Le memorie di Elizabeth Macarthur
Parte prima
James, il mio amato figlio, mi ha assegnato un compito per gli ultimi anni, o
mesi, o per il tempo che comunque mi rimane da vivere di questa mia lunga
esistenza. Devo redigere un resoconto dal titolo La storia dei Macarthur di
Elizabeth Farm. Ovvero su di me e sul mio defunto marito, John Macarthur.
Era appena stato sepolto che già tutti cominciavano a cantarne le gesta
eroiche, persino coloro che, quando era in vita, lo detestavano. Di sicuro è una
delle vendette più raffinate per chi sopravvive a un nemico: ricordarlo con
devozione, sollevare lo sguardo al cielo, giungere le mani come un pastore e
sciorinare tutta una serie di falsità.
La storia dei Macarthur di Elizabeth Farm. Mi fa rabbrividire. Persino
l’articolo, la particella infinitesimale di una lingua, mi sembra assurdo. Come
può esistere la storia? A un primo articolo, inconfutabile e netto, ne segue un
altro, egualmente inconfutabile e netto.
Tuttavia James mi ha reso impossibile sottrarmi a questo compito. Ha
rovistato tra scrivanie e cassetti e mi ha sommersa di tutti gli avanzi del passato
che è riuscito a recuperare, per stimolare la mia labile memoria. Li contemplo
con un senso di disgusto. A un certo punto di un futuro imperscrutabile, un
lettore si immergerà tra questi documenti, chiedendo al passato di mostrarsi. A
quella persona, e a te, lettore di queste mie parole, posso solo dire: Non
affrettatevi a credere!
Quali sono, queste prove del passato?
Prima prova: trentanove lettere inviatemi da mio marito.
Persino oggi, a dodici anni dalla sua sepoltura, provo un moto di apprensione
nel posare lo sguardo su quella scrittura familiare. Fin dall’intestazione
riconoscevo il tenore della lettera. Mia cara Elizabeth. Mia carissima Elizabeth.
Mia cara, carissima Elizabeth. Mia diletta Elizabeth. Mia carissima, dilettissima
Elizabeth. L’equazione era perfetta: tanto più elaborato il vezzeggiativo, tanto
più spiacevole il contenuto.
Seconda prova: una lettera di una decina di righe da Elizabeth Macarthur al
marito, scribacchiata frettolosamente poco prima della morte di lui, e farcita solo
di buone notizie dalla famiglia.
Terza prova: dodici lettere da me inviate agli amici e alla famiglia in
Inghilterra, ovviamente in copia, su insistenza del signor Macarthur. Sono
documenti impeccabili, bugie coscienziose e rassicuranti da cima a fondo, con
appena una punta di vanità.
Quarta prova: il mio resoconto della prima parte della traversata
dall’Inghilterra al Nuovo Galles del Sud nell’anno 1790. Scritto per essere
pubblicato, rivela poco di me.
Quinta prova: due miniature su avorio di John ed Elizabeth Macarthur. Un
gentiluomo e la sua lady non potevano non farsi ritrarre sull’avorio, e la totale
mancanza di tale materia prima nel Nuovo Galles del Sud, oltre che di qualcuno
capace di dipingerci sopra, non dissuasero certo il signor Macarthur dal suo
obiettivo. L’idea era che il signor Bullen tracciasse gli schizzi e poi li inviasse a
un pittore di Mayfair di cui il signor Macarthur aveva sentito parlare, il quale li
avrebbe riportati sull’avorio. Ne consegue che i ritratti siano quantomeno
approssimativi, ma lo scopo non era tanto la somiglianza quanto poter avere un
paio di costose riproduzioni da appendere in salotto. Poco importava che i
visitatori faticassero a riconoscere i soggetti raffigurati.
Il signor Macarthur posò di tre quarti, in quel suo essere sempre obliquo,
guardingo, subdolo, evasivo. Ci sono il mento proteso con arroganza, il labbro
inferiore litigioso, la piega sprezzante del capo. Lo riteneva un atteggiamento
aristocratico, senza rendersi conto che il ritratto rivelava tutti i suoi lati peggiori.
Quanto a me, fui ben lieta di guardare il signor Bullen dritto negli occhi, e mi
ritenni soddisfatta del suo schizzo. Il signor Macarthur, invece, lo trovò
mediocre. Era troppo semplice, la mia espressione troppo schietta. Il mento
troppo quadrato, gli occhi un tantino strabici, la bocca eccessivamente sorridente
o, nello schizzo successivo, eccessivamente seria. Il povero signor Bullet
tratteggiò e cancellò e riprovò più volte, fino a bucare il foglio e a doverne usare
uno nuovo. Quando finalmente il signor Macarthur ritenne che lo schizzo fosse
l’esatta rappresentazione della moglie che lui aveva in mente, ero più che sicura
che nessuno mi avrebbe riconosciuta in quella cosina aggraziata, tutta riccioli e
fossette.
Eppure sono questi i Macarthur proiettati nel futuro. Si dirà: lui ha un’aria
davvero risoluta e autorevole! E oh, che moglie incantevole e adorabile aveva...
basta guardare il ritratto per capirlo!
Il mio primo impulso è stato quello di bruciare tutto. Poi però ho accantonato il
falò, affascinata da un’idea migliore. Stilerò un ulteriore documento, che riveli
quale eroica opera romanzata siano tutti gli altri. Qui scriverò le parole veritiere
e taglienti che non ho mai avuto modo di mettere su carta.
In questo tardo pomeriggio primaverile, nella prediletta dolcezza delle ombre
che si allungano, avverto l’entusiasmo, l’affanno e il piacere scandaloso
dell’impresa che sto per intraprendere. Grazie a Dio, sono sopravvissuta a mio
marito. Un pensiero che mi fa mancare un battito. Chissà quanto sarebbero o
fingerebbero di essere sconvolti gli altri, se lo sapessero. Ma nel dolce
crepuscolo mi dico: sono ancora viva. Ancora viva e libera, finalmente, di
parlare.
Non ero un’orfana
Quando la mia sorellina Grace morì io avevo cinque anni, ed ero troppo piccola
per comprendere quella parola. Morta. Capivo a malapena cosa fosse una
sorella, aggrappata alla speranza che quella nuova creatura, quella prepotente
urlante e paonazza fosse solo di passaggio.
Mamma non aveva ancora finito di piangerne la dipartita che anche papà se
ne andò, vittima dello stesso malanno. Dovettero spiegarmelo, credettero di
spiegarmelo. Con gli angeli. In un luogo migliore.
«No!» gridai io, vedendo la bara sui cavalletti in salotto. «Così non respira,
tiratelo fuori!»
Durante il servizio funebre non feci che voltarmi, nell’attesa che papà
entrasse e si sedesse accanto a noi. Con un sorriso amaro, mamma si divertiva a
raccontare l’aneddoto: mi agitavo e dimenavo, correvo alla porta e controllavo il
vialetto, chiamandolo. «Non si riusciva a tranquillizzarti» diceva. «Papà! Papà!
Hai continuato a strillare fino a quando il signor Bond ti ha portato fuori. Mi era
insopportabile il chiasso che facevi, e ovviamente anch’io desideravo tanto che
lui risalisse il vialetto; ogni volta che lo chiamavi era come se una lama mi
trapassasse il cuore».
Prima di allora ero convinta che una giornata potesse durare quanto volevo, e
che passarla in casa fosse uno spreco. Mi godevo il piacere dei campi, degli
animali intenti a vivere la loro vita, il legame stretto tra le loro esistenze e la mia.
Quando ebbi le mani abbastanza grandi, imparai a mungere la vacca. È forse
l’unico ricordo che ho di mio padre: l’odore del tweed che indossava, la sua
sagoma calda e grande al mio fianco, mentre prendeva le mie mani tra le sue e le
posava sulle mammelle, chiudendomi le dita intorno alla loro umida morbidezza.
Lo sentii ridacchiare di piacere quando imparai il lieve movimento che faceva
sibilare il latte all’interno del secchio.
Il ruolo di coniuge sopravvissuta di Richard Veale di Lodgeworthy Farm non si
addiceva a mia madre. La vedovanza l’aveva distrutta, o forse lei era sempre
stata solo un giunco sostenuto dal marito. Avvizzì, cominciò a restare confinata a
letto, si perse in vagheggiamenti foschi e muti davanti al camino, punteggiati da
sospiri che mi spingevano ad allontanarmi in punta di piedi, intimorita da quella
disperazione da adulti.
Una mattina la sentii parlare sottovoce sotto la finestra, le parole che salivano
fino a me.
«Non posso nemmeno fare affidamento su un figlio maschio che gli succeda»
disse: il gli era riferito a mio padre.
Il signor Kingdon brontolò una risposta, troppo sommessa perché potessi
decifrarla.
«Il massimo cui posso ambire è un genero, sempre che lei me ne trovi uno»
insistette mamma: il lei era riferito a me.
Il signor Kingdon forse tentò di offrirle una consolazione irritante, del genere
cui un reverendo come lui doveva essere abituato, perché mamma ribatté con
una punta di asprezza.
«Ebbene, signore, posso pregare, e posso vivere nella speranza e nell’attesa.
Ma per ora ci siamo solo io e una ragazzina capricciosa, per nulla bella e priva di
sostanze».
Mi ero arrampicata sul davanzale, ascoltando distrattamente, nient’affatto
preoccupata che mi vedessero, ma a quel punto ricaddi giù e mi rannicchiai
contro la parete, facendomi piccolissima. Una ragazzina capricciosa. Quella
parola, capricciosa, mi restituiva un’immagine di me che stentavo a riconoscere.
Sapevo di essere una bambina esuberante. Sapevo di avere un bel caratterino,
uno spirito vivace e la lingua sempre pronta, motivi per cui mi mettevo spesso
nei guai. Ero fatta così. Ma ora scoprivo che tutte quelle cose si definivano
capricci. Ed essere capricciosa – lo si capiva dal tono di mia madre – mi rendeva
brutta, sgradevole, molesta.
Arrossii provando un’improvvisa vergogna per la mia ostinazione, così come
per il fatto di non essere bella e di non possedere sostanze, tutte cose per cui
nessuno mi avrebbe mai voluta. E mi vergognai anche per mia madre, che
parlava della propria figlia in quel modo. Sentii l’odore di polvere delle tende e
lo spiffero gelido che passava dal punto in cui il battiscopa non combaciava con
il pavimento. Quell’odore e la sensazione di uno spiffero sottile mi riempiono
tuttora della consapevolezza terribile che mi investì nel sentire le parole di mia
madre: non ero un’orfana, ma tanto valeva che lo fossi, con un simile genitore a
prendersi cura di me.
Spostarsi in gregge
La fattoria era vincolata e, alla morte di papà, passò al mio secondo cugino, John
Veale. Sarebbe inesatto dire che ci cacciò via, comunque ci inviò un carretto
pieno di bauli e casse vuoti, un po’ di corda con cui assicurarli e qualche sacco
di segatura per il vasellame.
Trovammo accoglienza dal nonno – nella casa in cui mia madre era cresciuta
–, che però era anziano e aveva le sue abitudini. Il nostro vasellame restò
sprofondato nella segatura, i bauli finirono nel fienile, intatti, con l’eccezione di
una cassa di vestiti per ciascuna. Quindi dormivamo tra le lenzuola del nonno, e
mangiavamo nei suoi piatti. Mamma aveva una piccola controdote, che in
seguito avrei ereditato, sufficiente per non dover fare ricorso al nonno per un
paio di scarponcini per me o una cuffietta nuova per lei. Ma si trattava di uno
spillatico, assegnato a suo tempo dal nonno, quindi proveniva comunque dalla
sua mano caritatevole.
Agognavo Lodgeworthy. Poco tempo dopo il trasferimento presso il nonno,
la oltrepassai con la mamma e corsi al cancello, la mano sul catenaccio che mi
era tanto familiare. Mia madre fu costretta ad afferrarmi per il polso per
staccarmi da lì. E fu costretta a spiegarmi che, se avessi tirato quel catenaccio e
fossi entrata, come avevo fatto infinite volte, sarei stata considerata un’intrusa.
L’equivalente di una ladra. L’unico modo per accedervi ormai era su invito. Non
avendo più diritti su quella casa, mi restava un privilegio transitorio come ospite.
Rimasi davanti al cancello a urlare, la mano di mia madre stretta intorno al
polso. Ricordo che, ragazzina capricciosa qual ero, mi divincolai e corsi per il
vialetto alzando la mano per bussare alla porta, mentre lei chiamava a gran voce:
«Elizabeth! Elisabeth!» Ma non mi ero mai avvicinata a quella porta vedendola
come un pannello di legno vago e indifferente, non avevo mai dovuto bussare
affinché mi venisse aperta. Il suo aspetto ormai estraneo, e la vista della pallida e
ostile moglie di John Veale che l’apriva, mi indussero a ritrarre la mano.
Mamma mi aspettava oltre la staccionata. Non mi rivolse un solo sguardo.
Proseguimmo per il viottolo in silenzio, benché avessi tirato il cancello con tale
foga da sentire il rumore di qualcosa che si rompeva.
Sì, ero una bambina difficile, me ne rendo conto ora. Non che volessi esserlo,
ma percepivo con forza la mia volontà. Non avevo forse il diritto di provare ciò
che provavo, di essere com’ero?
Come tutte le case dei dintorni, la nostra era accogliente ma frugale. Il nonno era
un convinto seguace della grande lanterna di Dio, che non costava nulla. Ci
nutrivamo dei suoi doni: le uova delle nostre galline, i cavoli del nostro orto, un
paio di fettine del maiale ucciso a Natale.
Del tutto distaccato dalle cose di questo mondo, lui conduceva un’esistenza
nella luce della gloria del Signore. Non si faceva altro che andare in chiesa,
parlare di Provvidenza, rendere infinite grazie per quel che stavamo per
mangiare. Due volte a messa la domenica, letture serali della Bibbia, preghiere a
tavola e prima di dormire.
Per quanto fossi giovane, mi guardavo bene dal porre la domanda che non
aveva risposta: Se Dio è buono, perché papà è morto? Fu il primo atto di falsità,
chinare il capo insieme con tutti gli altri e dire Amen con apparente convinzione.
Sbirciavo mia madre da sotto le ciglia per vedere se anche lei stesse fingendo,
ma non la colsi mai in fallo.
Il nonno tuttavia era dotato di un animo gentile, e mi voleva bene. Mi lasciava
vagare per i campi e costruire rifugi con i rami e le foglie per poi strisciare
all’interno. Non mi impediva di uscire sotto la pioggia per passare ore a deviare
e innalzare dighe sul rigagnolo che scendeva lungo il pendio dietro la casa.
«Un bambino pulito è un bambino infelice» diceva, quando mamma mi
sgridava.
Il nonno aveva un bell’appezzamento di terreno, dove coltivava un po’ di
tutto: orzo, rape, fieno. Ma la sua passione erano le pecore. Incedeva tra loro con
passo autoritario e quelle si sparpagliavano correndo, tutte serie e con
un’andatura rigida; quindi, raggiunta una distanza di sicurezza, si giravano a
guardarlo da sopra le spalle.
«Dio le ha create per spostarsi in gregge» mi diceva il nonno. «Sono creature
aggregate. Mentre noi poveri peccatori pensiamo di poter fare tutto da soli».
Mamma riteneva che le pecore fossero creature sciocche, ma non era così:
semplicemente, si comportavano in un modo diverso da noi. Imparai ad amarle,
a comprenderle, ad accudirle. Erano creature duttili quando se ne assecondava la
natura invece di tentare di piegarla, e mai sciocche. Il nonno mi mostrò come
guidarle senza fretta. Quando si giravano a guardarti, tu dovevi fissarle fino a far
loro distogliere gli occhi. E bisognava aspettare che prendessero la direzione che
volevi, e poi tendere il bastone per darsi importanza.
Come non provare affetto per una creatura che, se ti avvicinavi al suo
agnello, si precipitava a proteggerlo battendo gli zoccoli? Poverina, non aveva
altro modo per difendere il suo piccolo. Ridevo, ammirata per il coraggio che
mostrava.
«Dio addolcisce il vento per la pecora tosata» diceva il nonno, guardando
l’agnello barcollare, cadere e rialzarsi. «Ricordalo, Lisbet, quando la vita ti
getterà nella tormenta».
Il nonno mi insegnò tutto quanto mi sarebbe stato necessario per diventare la
moglie di un fattore. A fare il burro, a curare un pollo malato. E a contare le
pecore, cosa meno facile di quanto si possa pensare.
«Non c’è da fare troppo affidamento su noi stessi, quando contiamo i capi di
un gregge» disse in tono calmo e didattico. «Con le pecore, si finisce sempre per
confondersi. Meglio fare un nodo, o una tacca, ogni venti. Questo si chiama
tenere il conto».
Estrasse dalla tasca una cordicella, disfece i nodi della conta precedente e me
la tese.
«Così non puoi sbagliare» disse, e io avvertii il sorriso nella sua voce, la
dolcezza.
Il nonno era un allevatore migliorativo, e io da bambina pensavo che l’attributo
si riferisse a come riprendeva una bambina capricciosa, alla sua granitica
sicurezza di ciò che era giusto o sbagliato, e al fatto che ciò che era giusto fosse
nelle mani di Nostro Signore. Ora so che, a dispetto dell’età, era un agricoltore
moderno, e che il termine si riferiva alla cura nell’allevare le greggi. Eravamo
tutti elettrizzati – persino lui, sempre tanto misurato – quando comprò un
montone da un certo signor Bakewell, letteralmente Cottinforno. Finché non lo
vidi pensai che si trattasse di una torta a forma di pecora, o di un pasticcio di
pecora, in ogni caso di una leccornia, e rimasi delusa quando vidi che era
provvisto di lana e corna, come qualsiasi altro ovino. Arrivò su un carretto tirato
da un tipo di nome Hale, che lo trascinò per la cavezza e gli fece varcare il
cancello come un principe mentre io coccolavo il cane che lo accompagnava.
«Occhio, ragazzina» mi avvertì il signor Hale. «Se stai ferma troppo a lungo,
gli verrà voglia di pisciarti sulla gamba».
Lo trovai divertente, ma il nonno rimase serio, e capii che aveva bollato
quell’uomo come un bifolco.
Il nonno teneva la testa del montone sollevata per le corna e il signor Hale, di
cui dal mio punto di vista vedevo solo il cappello, stava curvo sull’animale e gli
separava il vello con le manone rozze, per mostrare, sotto la superficie
ingarbugliata, la lana color panna.
«Che ne direbbe di una dozzina di questi tipetti» disse «che se la godono con
le sue belle dame?»
«Attento» lo redarguì il nonno. «Moderi il linguaggio, signor Hale, non vede
che qui c’è una signorina?»
Rimasi doppiamente stupita: primo perché, qualunque cosa avesse voluto dire
il signor Hale con la sua osservazione, doveva contenere un risvolto
peccaminoso; secondo perché una bambina di nove anni era una signorina che
bisognava proteggere da un certo modo di esprimersi.
Il signor Hale mi lanciò un’occhiata, probabilmente altrettanto stupito che
una monella con l’orlo della sottana inzaccherato si potesse definire una
signorina. Poi lui e il nonno si misero a parlottare di ondulature e lanolina
mentre io mi dondolavo avanti e indietro, avanti e indietro sul cancello,
strofinando gli scarponcini sull’asse più basso per liberarli dal fango, fino a
lasciare una serie precisa di mucchietti: operazione inutile, visto che gli
scarponcini si sarebbero nuovamente coperti di fango quando avessi rimesso
piede a terra. Il sole acquoso di primavera, i belati degli agnelli sul prato, il
borbottio ininterrotto tra il nonno e il signor Hale, il montone con lo sguardo
fisso, in attesa di essere liberato: oggi, dopo settant’anni, lo ricordo come se
fosse accaduto solo ieri.
Una volta congedato il signor Hale, io e il nonno ci infilammo nel gregge, tra
le pecore che stormivano e belavano, e lui mi spiegò il motivo per cui aveva
acquistato il montone, sborsando ben quindici ghinee, che mi parvero una cifra
enorme per un montone che a mio avviso non si distingueva dalle altre pecore.
Ma quell’animale era proprio ben piazzato, disse il nonno, e aveva un vello
spettacolare, oltre a essere bello e vigoroso. Quando lo avesse fatto accoppiare
con le femmine, queste avrebbero partorito agnelli con la stessa possanza, lo
stesso vello spettacolare, e lo stesso vigore. Poi c’era una cosa che si chiamava
incrocio, che significava scegliere gli agnelli migliori ogni primavera e farli
accoppiare con lo stesso montone vigoroso o tra loro, stando bene attenti a
inserire un montone estraneo di tanto in tanto, per rinnovare il sangue.
Non appena compresi la procedura, ne rimasi incantata. Era come tentare di
predire il futuro, di vedere quello che sarebbe accaduto di lì a dieci anni se si
fosse presa una certa direzione, o se non sarebbe stato meglio scegliere un’altra
via.
Mentre scrivo, quello che accade nelle vite degli esseri umani non mi pare
tanto diverso dall’esistenza delle pecore belle e vigorose.
Non mostrarmi troppo perspicace
Io e Bridie, la figlia del reverendo Kingdon, eravamo amiche sin da piccole.
Lodgeworthy si trovava ai piedi della collina, lungo il fiume, e la canonica era in
cima a quella stessa collina, accanto alla chiesa. Passavamo quasi tutti i giorni
insieme e, da quando mi ero trasferita con mamma dal nonno, mi fermavo da lei
anche per la notte, perché tra la canonica e la fattoria c’era parecchia strada da
fare. Per me era più semplice rimanere a dormire dai Kingdon più notti di
seguito, piuttosto che fare avanti e indietro. Io e Bridie condividevamo il letto
alto nella sua stanza e la signora Kingdon veniva a rimboccarci le coperte e a
spegnere la lampada: per me era bello come avere una sorella.
Il signor Kingdon era un oxfordiano, convinto che l’istruzione fosse
altrettanto importante del nutrimento. I figli maschi erano tutti in collegio e,
benché non considerasse la scuola fondamentale per una femmina, lui si
occupava con cura dell’apprendimento di Bridie e si era accorto che lei si
concentrava di più quand’era in compagnia. Io imparavo in fretta, più
velocemente di Bridie, a dire il vero, e il reverendo apprezzava molto il mio
acume. Lettura, scrittura, rudimenti di aritmetica, i sovrani inglesi, i fiumi più
importanti del mondo, in ordine alfabetico. Il latino, ma solo quanto bastava per
imparare il motto sotto lo stemma dei Kingdon: Regis donum gratum bonum.
Il signor Kingdon era compiaciuto dei miei progressi, ma quando un
pomeriggio mi prese in disparte nello studio e mi mostrò un elenco di parole
chiedendomi di leggerle una a una, divenni circospetta. Come facevo a sapere?
Cosa sapevo, in realtà?
Ora come allora mi interrogo sul mio comportamento, ma sta di fatto che
decisi di non rivelare quanto fossi brava a leggere. Le prime parole che mi
mostrò erano facili, facilissime. Bridie le avrebbe lette bene quanto me. Poi si
fecero più complicate. Continuai a leggere, ma più lentamente. Il signor Kingdon
mi mostrava emozioni confuse: curiosità, piacere, soddisfazione, ma c’era anche
dell’altro. Così, quando arrivai alla parola colonnello, strana, ora che la scrivo
qui, esitai.
«Non la so leggere» dissi, benché per me fosse altrettanto semplice delle
precedenti.
Mi accorsi che il signor Kingdon si rilassava, quasi si sentisse sollevato. Io
invece ero delusa: si era arreso troppo presto. Fui sul punto di esclamare, Oh, ma
certo, è colonnello! Ma, benché ancora bambina, sapevo già che avrei fatto
meglio a non mostrarmi troppo perspicace.
Comprare un montone
Poi John Leach venne a comprare un montone dal nonno e, se non avesse
cominciato a piovere a dirotto, avrebbe portato a termine l’acquisto e se ne
sarebbe andato. Invece ci fu un nubifragio, così il nonno lo portò a casa e lo
invitò a cena, in attesa che passasse la buriana. Venne fuori che conosceva il
cugino di mia madre, su a Taunton, e che una volta aveva incontrato papà a
Holsworthy, e persino una bambina di undici anni si sarebbe resa conto che le
sue attenzioni avevano fatto rifiorire mamma.
Quella bambina non mostrò simpatia per il tipo, non le piacque il modo in cui
cercava di incantare la madre, si mostrò immusonita e scontrosa davanti alle
moine, alle domande scherzose sul suo cucciolo e sul suo ricamo; in fondo che
importanza aveva se una bambina reagiva quasi con scortesia, dato che quel
signore con il faccione rubizzo era venuto solo a comprare un montone che
avrebbe caricato sul carretto per poi andarsene via?
Poi John Leach cominciò a presentarsi senza dover comprare un montone.
Insomma, John Leach, vedovo e a mio avviso desideroso di trovare qualcuno
che gli curasse la casa e gli scaldasse il letto, aveva messo gli occhi su Grace
Veale, vedova a sua volta. Non ricordo nessuna discussione su quale fosse il mio
posto in quel nuovo assetto, né, e forse fu una fortuna, nessuna spiegazione
edulcorata sul motivo per cui non ero invitata a far parte della nuova unione.
Mamma mi disse che lei e il signor Leach si sarebbero trasferiti da lui a Stoke
Climsland e che io sarei rimasta con il nonno.
«Bambina mia, quale splendida opportunità per te! Quanto sei fortunata!
Potrai continuare a prendere lezioni!»
Sapevo che era solo una scusa per non portarmi con sé. Io e il signor Leach
non facevamo che mostrarci i denti. Io volevo mamma tutta per me, ovviamente.
E lui non desiderava affatto convivere con una bambina resa presuntuosa dagli
insegnamenti del reverendo, una bambina ai suoi occhi viziata e indolente, piena
di arie e finezze da canonica, che non avrebbe affatto gradito di essere spedita a
mungere le vacche all’alba.
Era vero: non desideravo affatto vivere con il signor Leach, che avrebbe
contato ogni boccone che avessi ingurgitato, che avrebbe detto a mia madre che
dovevo smetterla di stare con il naso nei libri per dare una mano in casa. Ma
provai un grande vuoto quando mi resi conto che mia madre aveva compiuto una
scelta, e che quella scelta mi escludeva. La bambina capricciosa non era gradita.
Alle nozze avevo un bouquet e rimasi accanto al nonno e agli altri invitati che
lanciavano il riso verso mamma. Una manciata – guarda caso scagliata da me –;
la colpì sulla guancia. Lei sussultò e per un attimo mi guardò dritto negli occhi,
come faceva di rado. Capii in quel momento quello che avevo sempre intuito:
non le piacevo granché. Poteva credere di amarmi, perché quale madre non ama
la propria figlia? Ma quello sguardo aperto rivelava che non le piacevo.
Quel pomeriggio John Leach e Grace Leach caracollarono via sul calesse di
lui. Notai che una ruota aveva un raggio rotto. La ricordo bene ora, quell’asta
rotta, e come mi concentrai su quel dettaglio, mentre sorridevo e salutavo con la
mano, per distrarmi dal fatto che stavo dicendo addio a mia madre. Stoke
Climsland non era lontanissimo, non quanto Bath o Plymouth, ma da quel giorno
in avanti fu come se fosse andata ad abitare all’altro capo del mondo.
Presto diede alla luce un’altra figlia, Isabella Leach. Isabella fu l’ultima
tessera, che andò a completare il nuovo quadro una volta per tutte.
Ma io avevo il nonno, che mi amava e che stava a guardare sorridente mentre
placcavo la prima pecora, cesoie alla mano, e la tosavo come mi aveva insegnato
lui, fino a quando la creatura divenne due cose distinte: l’animale pelato, ossuto
e raggrinzito da una parte, e un mucchio di vello dall’altra.
Ripiegata e messa via
Chissà come, senza che se ne parlasse apertamente, fu chiaro che sarei andata a
stare dai Kingdon.
«Tuo nonno è vecchio» disse il signor Kingdon.
Fu praticamente l’unica spiegazione che ricevetti. Ma il nonno è sempre stato
vecchio, avrei voluto ribattere; però al signor Kingdon, con la sua faccia di
austere pieghe d’acciaio, non si rispondeva mai.
«Benvenuta, Elizabeth» disse. «Siamo lieti di accoglierti nella nostra
famiglia».
Dai Kingdon non stava bene attardarsi nel fango e negli escrementi dell’aia con
il grembiule liso, a imparare a tenere fermo un montone senza farsi prendere a
cornate. Abitare lì era diverso dall’andarci in visita. Una signorina della
canonica non si sporcava le mani, ma stava a guardare gli altri che lo facevano al
posto suo. La sua vita non era fatta di pecore e polli ma di ricamo, cucitura alla
francese o ribattuta.
Anche le cose tra me e Bridie cambiarono. Ormai ero quasi una sorella per lei
e dovevo stare bene attenta a non inimicarmela, perché cosa ne sarebbe stato
altrimenti di una bambina scialba, senza soldi e praticamente senza famiglia?
Dove sarebbe potuta andare una bambina che aveva la sensazione di essere stata
abbandonata prima dal padre, poi dalla madre e infine dal nonno?
Dovevo muovermi con cautela e cominciai a temere di compiere qualche
passo falso. Tenni a freno la lingua, smisi di esprimermi con franchezza, per
evitare di indurli a pensare: oh, a ben guardare forse non ne verrà fuori niente di
buono.
La circospezione divenne un’abitudine, che portò con sé una nuova titubanza.
La bambina coraggiosa cui il nonno sorrideva, ormai si rannicchiava per un
temporale e andava in confusione davanti alle decisioni più insignificanti. Non
ero ancora del tutto estranea a me stessa, ma non ero quasi più riconoscibile. Ero
cortese, garbata. Mi ero ripiegata e messa via con cura, in un posto che nessuno
conosceva.
Il disegno di Dio
Avevo dodici anni quando mi trasferii dai Kingdon. Bridie era più grande di
qualche mese. La signora Kingdon ci prese in disparte e ci disse che presto
avremmo sperimentato quello che definì il periodo. Era talmente a disagio da
apparire seccata intanto che cercava un termine migliore di sangue. Ci spiegò
come usare i pannolini.
Restammo senza parole, a dispetto della nostra sfrontatezza. Da non credere,
quella roba – il sangue! – sarebbe fuoriuscita in mezzo alle nostre gambe, e
avremmo dovuto tamponarla sotto le gonne con pezzi di stoffa che poi sarebbero
stati nascosti dove Mary li avrebbe presi, lontano dagli sguardi di John e Amos,
per poi lavarli e riporli nella nostra cassettiera, pronti per il mese successivo.
«Tutti i mesi?» chiese Bridie, la voce resa stridula dall’orrore. «Proprio
tutti?»
«Sì, tesoro» rispose la signora Kingdon. «Se salti un mese, vuol dire che
aspetti un bambino».
Sospirò.
«Dio ha disegnato il creato in modi che talvolta sfuggono alla nostra
comprensione» aggiunse. «Ma avere un bambino è una gioia e senza tutta questa
faccenda i bambini non arriverebbero».
Io e Bridie ce ne andammo nel frutteto, evitando di guardarci in faccia. Alla
fine fu lei a dar voce ai miei pensieri.
«Mi viene la nausea solo all’idea» dichiarò. «A me non succederà».
Capii che ne era convinta e rincuorata. Io non avevo la stessa certezza e con
un guizzo di cattiveria tentai di smontare la sua convinzione.
«E allora non avrai mai dei bambini».
Entrambe conoscevamo la povera signora Devereaux, al villaggio, sposata e
senza figli, e per questo ammantata da una coltre di disgrazia, e le chiacchiere
sul suo conto, quasi fosse cieca o nata illegittima.
«Esatto» disse Bridie. «Cosa ci sarebbe di male?»
Ma poi mi lanciò uno sguardo in cui lessi paura e disperazione. Era ciò che
provavo anch’io, davanti a scelte che non erano affatto tali.
A letto, più tardi, sapevo che Bridie era sveglia, e che come me stava pensando
che ci eravamo lasciate alle spalle la sicurezza dell’infanzia ed eravamo state
imbarcate e spinte alla deriva sul mare delle donne adulte.
«Non mi sposerò mai» sentenziò nel buio. «Sei sveglia, Lisbet? Io non mi
sposerò mai».
Si abbandonò alla risata folle che nessuno nel salotto buono aveva mai
sentito, e che solo io conoscevo. Quando sentivo il risolino da salotto, ammiravo
la sua capacità istrionica, sapendo che era tutt’altra persona. Ma avevo anche
paura per lei, e per me stessa, perché come si faceva a mentire per tutta la vita?
«E allora diventerai una vecchia signorina».
Tacque per un po’.
«Sì» disse poi, «una vecchia signorina. Una zitella. Una suora, una strega, la
Strega di Bridgerule».
Fuori, un gufo emise il suo verso misterioso.
«Sei più coraggiosa di me» dissi.
Non avevo ancora finito la frase che la sua voce, resa ruvida dall’emozione,
si sovrappose alla mia.
«Esiste forse un’alternativa?»
Il gufo bubolò triste, tristissimo, e i rami dell’albero sfiorarono la finestra. Ci
restavano pochi anni, mi parve che pensassimo entrambe, poi saremmo diventate
mogli oppure povere, infelici zitelle.
«Vedove» sentenziai. «Sempre meglio di mogli o vecchie signorine, ma
bisogna trovare il modo. Indolore, ovviamente».
Lei rise di nuovo, un rozzo latrato.
«Ma certo, e poi il nero dona».
Mi figurai la scena, come un’allegra incisione incorniciata: le vedove di
Bridgerule, tutte in nero e indaffarate, felicemente approdate sull’altra sponda
della vita coniugale. Ma c’era mia madre, non liberata ma inaridita dalla
vedovanza. Una volta mi aveva confessato che detestava le gramaglie e
detestava gli sguardi impietositi, quando non diffidenti, che le lanciavano le
mogli aggrappandosi al braccio dei mariti.
«Potremmo aprire una scuola» disse Bridie. «La signorina Veale e la
signorina Kingdon. Una piccola scuola in cima alla collina, con le alunne
adoranti e tutti a dire: “Come facevamo prima?” Potremmo, Lisbet. C’è chi lo
fa».
«Sì, potremmo» concordai.
Ma sapevamo entrambe che ci stavamo scambiando rassicurazioni, non reali
possibilità.
La ricordo ora, a trent’anni dalla sua morte, l’amica più vera e intima che
abbia mai avuto. Ricordo anche le cose che condividevamo nel tepore del letto.
Le cose che ci facevamo. Bridie a me, io a lei, e insieme. Non ne parlammo mai.
Non c’erano parole. Ma neanche vergogna. Erano le cose che due esseri umani
condividevano. Erano normali, un appagamento naturale e puro come mangiare
per calmare la fame, come bere per placare la sete.
Lo vedevamo ovunque
Ora che eravamo donne, lo vedevamo ovunque. Il cosino lustro del cane che
guizzava dentro e fuori, e la frenesia che lo prendeva quando la cagna era in
calore, come se solo la morte potesse impedirgli di possederla. Il montone che
scalpitava e annusava la pecora: lei indifferente e le sue sorelle a testa bassa,
intente a brucare, come a dire, suvvia, abbiamo troppo da fare. Il montone che
scattava e afferrava la pecora. Durava un attimo, con la pecora che continuava a
masticare l’erba.
Di noi due, era Bridie la più intrepida. Lei dava voce a ciò che io mi limitavo
a pensare.
«Francamente, Lisbet» disse nel suo modo asciutto, «se è tutto qui, posso
anche farne a meno».
A Bridgerule non c’era modo di vedere Troilo e Cressida, né Romeo e
Giulietta. Ciò che vedevamo era che gli uomini, quando potevano, si toglievano
la voglia con una donna qualsiasi, senza andare per il sottile. E le donne, quando
potevano, si prendevano un uomo senza badare al suo aspetto, purché garantisse
loro un futuro. Gli svenimenti e i sospiri restavano sui libri, dove gli innamorati
si sposavano all’ultima pagina e ciò che succedeva dopo sfumava in un diafano
silenzio. Scandagliavamo i libri, che però non offrivano alcuna guida alle
fanciulle che tentavano di capire cosa ci fosse in serbo per loro.
Bridie poteva esprimersi con sfrontatezza – almeno quando si trovava sola
con me –, ma lei aveva una madre e un padre che la accudivano e fratelli che la
proteggevano, e il signor Kingdon le avrebbe fornito una dote cospicua quando
fosse venuto il momento. Noi due potevamo ridere insieme, ma la mia risata
suonava falsa. Io non ero bella, non avevo famiglia, e nemmeno sostanze.
Nessuna relazione importante. L’unico mio patrimonio era la verginità,
nient’altro. Cominciai a capire che dovevo sfruttarla a mio vantaggio, perché,
svanita quella, non avrei avuto altro.
Quando diventammo due signorine, cominciammo a ricevere le visite dei
giovanotti. Ufficiali dalla caserma di Holsworthy, maestri dalla scuola
frequentata dai fratelli di Bridie, pretini assortiti. Gli uomini scattavano in piedi
quando entravamo in una stanza. E quando ne uscivamo si precipitavano ad
aprirci la porta, come se fossimo incapaci di girare un pomello. Se
passeggiavamo nei campi, balzavano sulle scalette tra le siepi per sostenerci,
afferrandoci la mano e cingendoci in vita. Ma senza le gonne e le sottogonne
voluminose, gli scialli che ci scivolavano dalle spalle e il dettame del riserbo che
impedivano qualsiasi movimento, non avremmo avuto bisogno di alcun
sostegno. Tutta quella cortesia arzigogolata e tutte quelle galanterie scontate non
smorzavano lo sconcerto per il fatto che ciò che avevamo tra le gambe fosse
talmente prezioso da renderci prigioniere.
Prezioso o pericoloso? Il dubbio persisteva.
Non restavamo mai sole con quegli uomini, mai una donna sola con un uomo.
C’erano sempre conversazioni superficiali in presenza di altri. Le passeggiate
che io e Bridie avevamo fatto insieme da piccole, sui campi e lungo i sentieri,
venivano ormai scoraggiate, a meno che uno dei fratelli di Bridie non fosse
casualmente diretto proprio nella stessa direzione.
«Bridget, ormai sei una donna» disse la signora Kingdon, lievemente
esasperata, quando una mattina tornammo da una nostra piccola fuga. «E anche
tu, Elizabeth. Ve lo dico una volta per tutte: certi uomini aspettano solo di poter
approfittare di una fanciulla».
«Approfittare» ripeté Bridie. «Cosa intendete, madre?»
La signora Kingdon esitò. Intuii che la sua esitazione non era dettata
dall’imbarazzo della spiegazione, perché era troppo preoccupata per poter
provare impaccio. Il problema non stava nel riserbo, ma nella fatica di trovare le
parole giuste.
«Avete visto i montoni» disse infine. «E come gli allevatori li tengono
separati dalle pecore. E come permettano solo ai migliori di avvicinare le
femmine. Ma un montone non è schizzinoso. Se ne ha l’occasione, monta la
prima femmina che trova».
Strinse le nostre mani tra le sue.
«Voi siete preziose, la vostra felicità futura dipende dal fatto che vi
preserviate. Avete capito, ragazze mie?»
Non del tutto, a dire il vero.
«Quindi i figli maschi verrebbero selezionati come gli agnelli» disse Bridie
quella notte. «Ma io non ci credo, altrimenti come mai avrei ben sei fratelli?»
«No, ovvio, ma in un certo senso è proprio così. Il tizio più danaroso può
scegliere tra molte donne.
«E che scelta è?» chiese lei, prima di trovare la risposta. «Una donna ricca,
oppure bella. In ogni caso nessuna di noi due».
Le sfuggì un verso: una risata o un singhiozzo?
«Ci esaminano» proseguì. «Dalla testa ai piedi. Soffermandosi sulle nostre...
grazie».
«E noi? Noi ci soffermiamo sulle loro?»
Perché gli uomini avevano quel modo di mettersi in posa, con il gomito
appoggiato alla mensola sopra il camino, i pantaloni chiari attillati e la loro
prominenza incorniciata tra i petti scuri della marsina.
«Io l’uomo lo guardo in faccia» dichiarò Bridie. «Alla ricerca di... non so.
Un’attenzione che non sia rivolta solo alle mie grazie? Un interesse nei miei
confronti?»
«Un interesse nei tuoi confronti!» ripetei.
Sentii il letto tremare per le sue risate, e tremare ancor di più per le mie. Un
uomo che manifestasse interesse per noi! Era talmente esilarante da scuotere il
letto al punto che l’avrebbero sentito dalla stanza di sotto, occupata dai signori
Kingdon, che vi condividevano l’intimità nuziale. Il pensiero bastò a farci
smettere di colpo.
Un padre – uno meno distaccato del signor Kingdon – avrebbe saputo meglio
cosa dire. Sarebbe stato capace di trovare le parole nude e crude. Vi aduleranno,
avrebbe detto. Languiranno davanti alla vostra beltà. E avrebbe detto: Non vi
fidate, neanche per un attimo. Non permettete, per nessun motivo, che penetrino
la vostra persona, perché è quello l’unico scopo di tante lusinghe. Derideteli,
avrebbe detto. Con cortesia, certo, ma derideteli sdegnose.
Festuca
Conobbi il signor Macarthur il giorno in cui feci da madrina all’ultimogenita dei
Kingdon, un amore di bambina che chiamarono come me. Un’idea della cara
signora Kingdon, per stringermi ulteriormente nell’abbraccio della sua famiglia e
rafforzare le mie prospettive. Io e Bridie avevamo ventidue anni. La signora
Kingdon vedeva ciò che a noi sfuggiva: il poco tempo che ci rimaneva.
Il capitano Moriarty arrivò dalla caserma con il suo amico, il sottufficiale
Macarthur, per assistere al battesimo. Il capitano, biondo e sorridente, era
imparentato alla lontana con i Kingdon, e quel giorno era palesemente lì per
Bridie. Al pari di me, Bridie non era una bellezza, ma il signor Kingdon sarebbe
stato un utilissimo suocero. Rimasi colpita dal compiacimento munifico con cui
il capitano Moriarty si offriva in dono all’insignificante signorina Kingdon.
Vidi quanto fosse vicina la sua sedia a quella di Bridie, e come lui la
accostasse ulteriormente con la scusa di liberare il bordo del tappeto.
Nell’osservare il modo in cui il capitano Moriarty la guardava, identico al modo
in cui gli allevatori soppesavano i montoni di mio nonno, fui costretta ad
accettare il fatto che presto io e Bridie ci saremmo dovute separare.
Il signor Macarthur era venuto solo per offrire all’amico l’opportunità di
vedere Bridie, e tutti noi ci ingegnammo di dare loro un po’ di spazio. La signora
Kingdon versò il tè e si esibì nella sua arte migliore: la danza della
conversazione.
«La signorina Veale ha intrapreso un piccolo studio sulle erbe dei nostri
pascoli» disse sorridendomi, per poi lanciare un’occhiata titubante al marito.
Capii che si stava chiedendo se lo studio dei pascoli – meno femminile di altri –
avrebbe messo in cattiva luce l’amica di Bridie, e quindi la stessa Bridie.
Così sorrisi al capitano e al signor Macarthur, non perché li trovassi attraenti,
ma perché desideravo rassicurare la cara signora Kingdon.
«Sì» dissi. «Ma si tratta solo delle erbe del nostro Devon, come la festuca».
Poi mi preoccupai che la mia osservazione potesse suonare come un
rimprovero alla signora Kingdon, quasi volessi respingere l’orgoglio che
provava per me: la danza rischiò di essere rovinata da un inciampo. Ma i dubbi e
gli scrupoli, miei e della signora Kingdon, furono spazzati via dal capitano che,
comprendemmo presto, era il massimo esperto di erbe in quella stanza.
A gambe divaricate, quasi dovesse arringare la folla, sollevò il dito.
«Ah, certo, signorina Veale, molto interessante» disse. «La Festuca ovina,
volgarmente detta festuca. E conoscerete certo la viperina, assai più rara!»
Ovviamente non ne avevo mai sentito parlare, e lo ammisi. A quel punto il
capitano ci elargì un saggio della sua approfondita competenza sull’argomento,
mentre i signori Kingdon, il signor Macarthur, Bridie e io annuivamo; e quando
ebbe finito di illustrare i vari punti enumerandoli con le dita, il piccolo studio
della signorina Veale sulle erbe locali fu ridotto a una macchiolina ai margini
della conversazione.
Ci fu un attimo di vano divertimento nello sguardo che scambiai con Bridie.
Che trombone! Ma poi lei si aggiustò i capelli, allontanando il boccolo che le era
ricaduto sulla tempia come un motteggio, posò silenziosamente la tazzina sul
piattino e, nel sistemarla sul tavolinetto, si protese di un ulteriore millimetro
verso il capitano.
Quello sguardo fu una consolazione, ma sperimentai anche un’enorme
solitudine, e da quel giorno tra noi si instaurò un certo imbarazzo. Avevamo
condiviso un’occhiata, ma tutt’e due eravamo consapevoli di dover tacere ciò
che entrambe sapevamo: il capitano Moriarty era senz’altro un sapientone
irritante, ma se avesse chiesto la mano di Bridie, lei avrebbe accettato. Come
qualsiasi altra donna, non poteva permettersi di aspettare Troilo o Romeo.
Un gentiluomo, ovviamente
Così, mentre Bridie e il capitano Moriarty sedevano in salotto o passeggiavano
in giardino, la signorina Veale e il signor Macarthur li accompagnavano
intrattenendosi in conversazioni vivaci e facendo da schermo agli amici, affinché
potessero approfondire la loro conoscenza.
Il signor Macarthur era un tipo sgradevole e freddo. In lui non c’era nulla di
luminoso o attraente. Il labbro inferiore imbronciato gli conferiva un’aria da
bambino stizzoso e sul viso portava i segni evidenti lasciati dal vaiolo. Gli occhi
erano asimmetrici, quasi fossero stati sistemati a caso, troppo distanti e uno più
in alto dell’altro. Si guardava intorno con alterigia, arricciando il labbro, come se
trovasse troppo frugale il salotto del signor Kingdon.
Ma non era affatto nella posizione di mostrarsi altezzoso. Era l’ufficiale di
rango più basso, un sottufficiale, nel reggimento meno prestigioso, i Fucilieri di
Fish, a malapena costituito e subito smantellato, visto che la guerra era finita
troppo presto e lui era stato congedato. Chiunque nella stanza era in grado di fare
i conti: quattrocento sterline per un ingaggio privo di valore. Un sottufficiale a
paga dimezzata: un motto che era sinonimo di fallimento.
Che potesse pensare di corteggiarmi come il capitano Moriarty faceva con
Bridie era del tutto fuori questione. Un sottufficiale a paga dimezzata non poteva
certo permettersi di corteggiare una donna priva di sostanze. E poi era giovane:
aveva solo ventidue anni, come me. O forse ventuno. Sulla sua età era un po’
evasivo, come su molte altre cose.
«Ah, certo» proclamò, «sto valutando l’avvocatura». Come se tutto il foro
facesse la fila dietro la sua porta.
E ovviamente era un gentiluomo. Se non altro ne aveva i modi e l’istruzione.
A suo dire, faceva battute di caccia alla volpe quando ne aveva l’occasione,
citava Orazio e aveva un’infarinatura di greco, motivo per cui il signor Kingdon
lo riteneva degno di prendere il tè con la sua famiglia.
Poi saltò fuori che il padre era un commerciante. Di tessuti, per dirla tutta.
Per come la presentò il signor Macarthur, era un grosso imprenditore, non un
oscuro bottegaio da mezzo metro di nastro alla volta. Riforniva l’esercito e la
marina di stoffe per le divise, e guai a pensare che Macarthur padre se ne stesse
dietro un bancone con il metro che gli penzolava dal collo. Tuttavia era
innegabile che l’ingaggio di Macarthur figlio fosse stato pagato a suon di
camicie e biancheria intima. Ed era evidente quanto tali circostanze
addolorassero un giovane la cui fibra era tenuta insieme dall’orgoglio.
Ecco perché fummo sottoposti a un gran panegirico su quel che significava
essere un Macarthur. Stando alle sue parole, suo nonno era stato Signore di
Strathclyde nell’Argyllshire, come anche il padre prima di lui, e ancora più
indietro, fino alla notte dei tempi, con qualche allusione al fatto che il capostipite
Arthur, da cui tutti discendevano, fosse Re Artù in persona.
Ma il nonno e i suoi sette figli, uno dei quali era il padre del signor
Macarthur, avevano scelto di combattere dalla parte sbagliata, quella dei
giacobiti, al fianco di Carlo Edoardo Stuart. Si affrettò a rassicurarci sul fatto che
il nonno non era un papista, che i suoi motivi fossero politici e volti ad
accrescere il lustro della Scozia. Dopo la sconfitta a Culloden i Macarthur erano
stati privati delle terre e dei titoli, e suo padre, in seguito a diverse peripezie, si
era stabilito a Plymouth, dove aveva sposato sua madre e visto la nascita di due
figli. Il signor Macarthur era il minore dei due, cosa che lo disturbava alquanto.
Non che volesse diventare commerciante di tessuti, ma lo infastidiva che il
fratello avrebbe ereditato l’attività di famiglia solo in virtù della sua
primogenitura, mentre lui faceva il campagnolo a Holsworthy in attesa di un
futuro migliore.
«Mio caro amico» disse il signor Kingdon alla fine, con grande
partecipazione. «Che storia sconvolgente. Vostro padre ne sarà stato
profondamente turbato».
«Sì» riconobbe lui. «È una ferita che non si rimarginerà mai, un perpetuo
oltraggio».
Pronunciò quelle parole con trasporto. Il signor Macarthur si riferiva anche
alla propria, di ferita, all’oltraggio perpetuo che lui, discendente del Signore di
Strathclyde e forse di Re Artù, subiva nel doversi raccontare in un’umile
canonica del Devon. Non fosse stato per la cruda contingenza, l’orgoglio gli
avrebbe impedito di porre l’accento sul proprio nobile lignaggio.
Il capitano Moriarty era il decoro fatto persona, come un profumo lieve,
mentre Macarthur covava insofferenza, un’asprezza cupa. In lui ardeva una
fiamma soffocata, una qualità che mi affascinava. A essere sincera, ne ero
attratta.
Sapeva essere glaciale e taciturno, lì seduto, mentre il capitano Moriarty si
affannava intorno a Bridie. Ma in giardino, con Bridie e il suo capitano visibili
ma lontani, sfoderava un certo umorismo. Era un imitatore raffinato e crudele, e
riproduceva alla perfezione la prolissità infinita del capitano. I lineamenti scarni
di Macarthur si animavano dell’esatto stupore ammirato dell’amico davanti alla
propria sapienza.
Era maligno, e una vena di malignità in me gli corrispondeva. Scoprii di
essere a mia volta capace di imitare, di riprodurre perfettamente il severo signor
Kingdon e le sue dolenti devozioni. Non ero affatto orgogliosa di sbeffeggiare il
benefattore che mi aveva mostrato tanta bontà, ma non resistetti alla tentazione
di scatenare il mio lato spumeggiante e giocoso, capace di intrattenere il
distaccato signor Macarthur.
E non solo di intrattenerlo. Con sguardi e piccoli cenni che solo una ragazza
avida poteva cogliere, il signor Macarthur mi fece intendere di provare un
interesse nei miei confronti, da cui mi lasciai abbindolare. Non si trattava di
seduzione. Se Bridie avesse detto: «Lisbet, stai facendo la civetta con lui!» avrei
negato, avrei motteggiato sul fatto che lo stavo solo usando per allenarmi
nell’eventualità che un corteggiatore più adeguato si fosse presentato alla porta
della canonica di Bridgerule. Affermazione non del tutto falsa, ma con qualche
opportuna omissione.
Allora non me ne rendevo conto, ma ora sì: ero concentrata su me stessa, non
su Macarthur. Intravedevo tratti della mia personalità mai venuti alla luce fino ad
allora, e la scoperta era inebriante.
L’apice dell’ardimento fu toccato – il ricordo è nitido come se qualcuno ne
avesse fatto una stampa – il pomeriggio che precedette la notte di mezza estate.
Il signor Macarthur e il capitano Moriarty erano venuti in visita e sedevamo tutti
in salotto, intenti a prendere accordi per incontrarci il pomeriggio successivo e
raggiungere il villaggio a piedi, dove avremmo assistito al falò e alle danze.
Ovviamente, essendo gentiluomini e gentildonne, noi non avremmo danzato alla
luce del falò, né ci saremmo mescolati al chiasso crescente dei paesani, rubizzi e
accesi dalla libertà della serata di mezza estate, quando le regole venivano
dimenticate. Ci saremmo invece meravigliati per le fiamme e i crepitii del falò,
per le scintille che volavano alte quando Axtens, il maniscalco, gettava nelle
fiamme un altro grosso ceppo, per come la notte rendeva estraneo tutto ciò che ci
era familiare. E avremmo notato le coppie indistinte che, alla luce del fuoco,
scivolavano via nel buio.
I nostri visitatori si stavano congedando, c’era il trambusto del commiato; il
capitano Moriarty e Bridie sulla ghiaia all’esterno, la signora Kingdon che
scendeva i gradini per raggiungerli, il signor Kingdon al piano di sopra a caccia
del libro che aveva promesso in prestito al signor Macarthur, e io appena oltre la
soglia. Il signor Macarthur aveva indugiato in salotto e quando mi voltai lo vidi
lì, incorniciato dalle due porte, con il corridoio che sembrava un tubo vuoto dai
cui estremi ci osservavamo. L’aria tra noi, e la visuale ridotta, ci unirono in una
sorta di intimità. A un capo del tubo c’era la giovane che si chiedeva cosa si
provasse ad avere un uomo tra le gambe, e all’altro capo un giovane con lo
sguardo carico di una richiesta incalzante di attenzione.
Avevamo pochi secondi, ma lui seppe approfittarne. Si portò la mano al
cuore in un gesto delicato, quasi accarezzandosi, le dita aperte sulla giubba, e
inclinò il capo con fare interrogativo, sottomesso, desideroso. Quante cose si
possono dire, con un lieve cenno del capo!
Quella immagine, che durò forse un secondo, disarmò del tutto l’astuta
Elizabeth Veale. Non avrei creduto neanche per un attimo alle parole, ma mi
fidai di quella mano sul cuore e dell’appello singolare di quel capo inclinato.
Poi il signor Kingdon scese le scale, la signora Kingdon si girò verso di me, il
signor Macarthur si mise il cappello e la signorina Veale lo precedette,
veleggiando giù dai gradini in un pomeriggio che, di colpo, sembrava tanto
piacevole da farle accelerare i battiti.
Palpitante e strano
Sera di mezza estate, io e il signor Macarthur. Il fango denso attaccato agli
stivali mentre ci dirigevamo verso il campo in cui il falò illuminava gli alberi,
tanto da farli sembrare capovolti. Bridie e il capitano Moriarty ci precedevano,
senza guardarsi indietro, e il signor e la signora Kingdon avevano scelto di
allungare un po’ passando per la strada. E c’era la mano forte del signor
Macarthur che mi si posava salda sulla vita mentre mi inerpicavo sulla scaletta, e
la sua guancia vicina alla mia.
«Una scaletta particolarmente infida» disse. «Ho saputo che alcuni l’hanno
affrontata con troppa leggerezza, signorina Veale, salvo poi pentirsene... Ecco,
afferrate la mia mano, prego!»
Ovviamente la scaletta era uguale a qualunque altra. Io e Bridie l’avevamo
superata mille volte senza difficoltà. Ma misi comunque la mano nella sua e,
forse per il buio o per quel sostegno inutile, persi un po’ l’equilibrio e per un
attimo mi appoggiai, quasi cadendo, contro di lui. Tenne stretta la mia mano, e
mi condusse lungo la siepe: sicuramente non era la via più breve per raggiungere
il falò, anzi, non lo era affatto, ma lo seguii.
Il buio era carico delle essenze ricche e complicate della vegetazione,
accentuate dalla rugiada e da sbuffi di brezza nascosti, rasoterra, tanto diversi
dalle sincere folate del giorno. La notte era come una creatura acquattata, che
aspettava il sonno degli uomini per poter vivere liberamente, spostandosi e
respirando in lievi correnti di aria fresca provenienti da più parti, che
sussurravano tra le foglie, narrandomi i suoi segreti.
Colosso
La curiosità, più di ogni altra cosa, mi spinse a lasciare che gli eventi seguissero
il loro corso. La curiosità e, ovviamente, le lusinghe. Oh, le sue lusinghe. E la
mia vanità nel crederci.
«Labbra» mormorò, «labbra dolcissime!»
Sentii il richiamo magnetico della sua voce, avvertii il tremore delle dita
mentre mi sfiorava la guancia, tracciava i contorni delle labbra.
«Oh, oh» mi sussurrò all’orecchio, il fiato caldo. «Ah, mia adorata
ammaliatrice, mia adorata».
Quale novità, quale sogno, essere riuscita a ridurre un uomo a una brama
inarticolata. Quasi costretto a implorare. Mi parve di essere potente, dopotutto.
Mi sentii immensa come la notte, sconfinata. Il cielo era infinito, le stelle
ardevano al pari dell’esaltazione che provavo; il loro pulsare e scintillare
continuo prometteva tempo, spazio, eternità, tutte cose che una donna non
possedeva. Ero finalmente libera di trovare le mie dimensioni, ed ero gigantesca.
«Labbra dolci, dolci» sussurrò lui.
Non furono le parole, ma il tremore delle dita a indurmi ad adagiarmi contro
la siepe. Le stelle, i crepitii del falò lontano, nel campo confinante, la sua luce
baluginante, febbrile attraverso la siepe: tutto palpitava, tutto era strano. Ma era
la notte di mezza estate ed era tutto strano, concesso, ogni cosa era nuova e forse
io ero inebriata dal potere che scoprivo di avere. Dunque si trattava di questo: le
premure di cui ci circondavano, la paura che ci facevano provare, la cosa di cui
non si parlava mai e da cui dovevamo essere costantemente protette. Non il
nostro timore del loro potere, ma il loro timore del nostro!
A quel punto sentivo tutto il suo corpo tremare mentre mi spingeva verso il
basso. Ci fu una baruffa con il tessuto tra di noi, uno strattone, e infine la pelle
nuda nell’aria notturna. Sì, ero consapevole di subire un’aggressione. E che era
ciò contro cui ero stata messa in guardia. Avevo visto montoni e cani a
sufficienza per sapere cosa stesse accadendo, inutile negarlo. Ma con la
sicurezza di ciò in cui avevo sempre creduto, sentii che era un mio atto, una mia
decisione, una mia scelta. Cosa poteva esserci di sbagliato? Ero un colosso, una
dea. Le deboli voci di rimprovero svanirono, lasciando spazio alla gloria della
certezza, a una beatitudine che non poteva nascere da un errore.
Durò un attimo. Poi lui si scostò e si alzò. Arrivò un debole richiamo dal falò,
quindi il belato di una pecora disturbata nel sonno; poi i fatti si dipanarono e li
vidi per l’inganno che erano. Finiti i tremori, i gemiti, le piccole lusinghe sulle
mie malie. Nel suo tono colsi solo l’agitazione, l’agitazione e la freddezza.
«Alzatevi, alzatevi, signorina Veale» disse in un sussurro rauco. Signorina
Veale!
Tutto sommato, non ero affatto un colosso. Ero solo la signorina Veale, da
sollevare in piedi passandole una mano fredda e ferma sotto il braccio, e da
guidare lungo la siepe fino alla scaletta, come una delle pecore. Niente
scempiaggini alla scaletta, stavolta, solo la sua mano che afferrava la mia,
unicamente per aiutarmi a superarla.
«Meglio passare di lato» disse, brusco come un gentiluomo che ordini la
carrozza. Su, su!
Così strisciammo simili a ratti, nascosti dalla siepe, e uscimmo accanto al falò
come se fossimo sempre stati lì, distanti, estranei.
Ebbene, pensai la mattina dopo di buon’ora, con Bridie che dormiva il sonno dei
giusti al mio fianco. Ora so. Continuai a ripetere quelle parole tra me, con tetra
soddisfazione. Ora so. Come se sapere mi aiutasse a recuperare un’ombra della
persona enorme e potente che ero stata per quei pochi minuti di follia dietro la
siepe. Ora so.
Oggi, a distanza di sessant’anni, capisco che non si aspettava la mia resa. La
seduzione di Elizabeth Veale era un traguardo che nessuno poteva sperare di
tagliare. Oggi conosco bene la soddisfazione che provava nel tentare
l’impossibile. Amava la caccia, non la preda. Quando sbucammo da dietro la
siepe, la sua freddezza era in parte dettata dalla delusione. La volpe si era
consegnata al cacciatore. Non c’era alcun trionfo in questo.
Colta in fallo
Avevo sentito di certi rimedi, e provo vergogna ad ammettere che li tentai tutti.
Fare bagni caldi, lanciarsi da grandi altezze, saltare fino a provare una fitta al
fianco. Il rosmarino, sì, e in giardino ce n’era tanto; la necessità mi rese fredda e
determinata e mi imposi di mandarlo giù, ma, per quanto disperata fosse la
necessità, non c’era modo di ingurgitare abbastanza rosmarino per sortire
l’effetto che andavo cercando.
Corsi a perdifiato su per il sentiero fangoso che portava al villaggio, talmente
veloce da scivolare finendo con le mani nel pantano. Mi rialzai, continuai a
correre al di là delle mie forze, persistendo, arrivando in cima alla collina, per
poi cercarne un’altra. In cima a quel sentiero ripido e melmoso, dove c’è la
chiesa – la vedo bene con gli occhi della memoria –, la strada si appiattisce in un
tratto rettilineo dalla canonica di Holsworthy. Se il sentiero pianeggiante che il
signor Macarthur aveva percorso tante volte fosse stato una collina come quella
su cui mi ero appena inerpicata, lui non si sarebbe dato tanta pena. Invece, io
stavo lì a fissare il sentiero in una nuvola di sudore caldo e una fitta al fianco, un
dolore intenso che induceva alla speranza. Impossibile che mi fosse rimasto
dentro un bambino dopo tutto quell’affanno!
Nessuna vergogna. Solo una missione da compiere. La determinazione di
Giovanna d’Arco era niente, al confronto.
Impossibile da nascondere
Non sapevo come dirlo a Bridie. Era triste, dietro la facciata coraggiosa: il
capitano Moriarty alla fine non le aveva fatto la proposta. Continuava a venire in
visita assieme al signor Macarthur, ma era evidente che non fosse più interessato
a chiedere la sua mano. Rivelarle la mia situazione avrebbe oscurato la sua, che
al confronto sarebbe parsa una sciocchezza, mentre non lo era affatto. Inoltre,
come potevo spiegare che un impulso tanto infantile come la curiosità, insieme a
una cosa indegna come la vanità, mi avessero indotta a osare tanto?
Ma tra donne, nell’intimità domestica, è impossibile nascondere a lungo un
segreto simile.
Io e Bridie sedevamo vicine sul muretto tra la casa e la chiesa, contemplando
la notte agostana. Io avevo un ventaglio. Non che fosse una serata
particolarmente calda, ma Bridie sapeva, e io ne ero cosciente, e provavo
l’impulso di celarmi in qualche modo. Non tanto per il rimorso dovuto alla
malvagità dell’atto cui mi ero abbandonata, quanto per l’umiliazione, per essere
stata una vera sciocca. Avevo peccato di presunzione, in barba agli avvertimenti
e agli insegnamenti ricevuti per tutta la vita.
Non ero stata costretta se non dalla follia e dall’arroganza, che mi avevano
indotta a credere di poter controllare gli eventi, e dalla mia patetica ignoranza
sugli uomini e sulle loro lusinghe. Oh, il brivido di avere almeno in apparenza
assoggettato e svilito un uomo e il suo potere!
Dietro il ventaglio sentii le guance bruciare di rabbia, perché non ero stata
capace di trasgredire per una sola volta senza subire un castigo. Una sola volta!
Una!
Ora, mentre vi racconto questa storia, vedo con chiarezza ciò che allora mi
sfuggiva. Ti chiedo di non giudicarmi troppo severamente. Vorrei tanto afferrare
la mano di quella giovane e dirle: “Non sei stata una sciocca. O meglio, non
soltanto. Rimanere entro i confini stabiliti significa non crescere”.
Dentro di me ardeva una fiamma che mi spingeva a oltrepassare i limiti. E
questo non dovrebbe essere un reato.
Bridie continuò a ripetermi le parole giuste, cortese ma distaccata, come una
persona al sicuro a bordo di una nave che si rivolge con gentilezza a qualcuno
che è caduto in mare ed è ormai spacciato. Poi non ci fu altro da dire.
In quella notte serena, una volta che ebbe esaurito le cortesie, la sua mano
tiepida nella mia, mi ritrassi dalla sua pietà. Ero andata dietro la siepe con gli
occhi bene aperti. Quella notte, con il mondo che aveva irrevocabilmente mutato
inclinazione, decisi che non avrei permesso a nessuno di compatirmi. Se il signor
Macarthur si distingueva per l’orgoglio, io mi sarei distinta per il rifiuto di
suscitare compassione.
Giacqui sveglia al suo fianco, consapevole che sarebbe stata l’ultima notte
della nostra vita di prima. L’alba che fluiva verso di me era l’ultima in cui
potevo serbare il segreto, il mattino in arrivo sarebbe stato il primo del mio
futuro. Quale futuro? Sposare quell’estraneo volubile, le vite di entrambi
avvelenate dal rimpianto? Oppure un destino diverso, talmente distante da ciò
che conoscevo nella elegante Bridgerule da sembrarmi inimmaginabile? Cosa
poteva fare una ragazza senza famiglia e senza soldi, con un bastardo in grembo?
Stetti lì a guardare la luce che si intensificava per dar vita al giorno in cui il
taciuto sarebbe stato rivelato, e un’ondata di conseguenze mi avrebbe travolta.
Ascoltai i rumori della casa che si risvegliava. Presto avrei aggiunto il mio
rumore agli altri, per subire ciò che dovevo.
Eclissare
Il signor Macarthur era un tipo schizzinoso e detestava l’odore di lanolina e di
escrementi di pecora. Soprattutto, odiava il verso ridicolo che è l’unica via di
espressione che una pecora possieda. Avanzò con cautela nel cortile del nonno, il
labbro più arricciato che mai.
Grazie alla gentilezza del signor Kingdon il mio peccato sarebbe stato presto
eclissato, le parole pronunciate, l’anello bitorzoluto infilato al mio dito. Il signor
Macarthur, al mio fianco, si grattò via il fango dagli stivali. Bussai e chiamai, a
più riprese. Il nonno, però, non aveva mai eclissato un peccato in vita sua. Il
fumo saliva dal comignolo, ma lui non venne ad aprire.
Un pezzetto di casa
La signora Kingdon era stata come una madre per me, mi aveva aperto la sua
porta e il suo cuore, e io mi ero fatta beffe delle sue premure. Tuttavia perdonò il
mio tradimento. Quella donna di una bontà assoluta parlò a mia madre, che mi
intestò la sua minuscola controdote: non sufficiente per sopravvivere, però mia.
Poi trovò una ragazza del villaggio che persuase a farmi da cameriera.
«Avrai bisogno di un aiuto quando arriverà il tuo caro bambino» disse la
signora Kingdon.
Caro bambino! Ringraziai la signora Kingdon per la gentilezza, e la ringrazio
ancora nel ricordo.
Anne non aveva ancora quindici anni, era alta, ossuta, rossa di capelli e
coperta di lentiggini. Era anche timida e analfabeta, ma portare un pezzettino di
Bridgerule con me, quand’anche una giovane che conoscevo appena, mi fu di
qualche consolazione. Quanto a lei, forse le parve una bella avventura.
Il signor Kingdon non era più riuscito a guardarmi in faccia da quando aveva
ricevuto la notizia, ma nel rispetto della misericordia di Dio, del quale era
vicario in terra, non cacciò la peccatrice. Oliò qualche ruota tra le sue
conoscenze, garantendo una posizione al signor Macarthur nel 68° Reggimento
Fanteria, che presto sarebbe stato di guarnigione a Gibilterra. La cosa aveva due
obiettivi: assicurarsi che il sottufficiale Macarthur tornasse al salario intero e
fosse nella posizione di mantenere – ancorché frugalmente – una moglie e un
figlio, e allontanare il più possibile i coniugi Macarthur da Bridgerule.
Un evento felice
Fui grata per la finzione di un evento felice, sorrisi fino a farmi dolere la
mascella. Il signor Macarthur non finse affatto, rimase serio e corrucciato, e
sollevò una questione su ciò che sarebbe stato scritto sulle pubblicazioni. Lui
doveva figurare come John Macarthur, Signore. Il signor Kingdon sobbalzò,
batté le ciglia, esitò, ma il signor Macarthur non cedette e il vicario, poverino,
voleva solo farla finita e liberarsi di noi. Così eccolo lì, destinato a durare quanto
il registro su cui fu vergato: John Macarthur, Signore.
La donna granitica, Elizabeth Veale, tenne la testa alta e lo sguardo fisso sul
signor Kingdon che leggeva la formula. Ero calma e, guardandomi da fuori, mi
ammirai per quella calma. Ma quando si avvicinò il momento di pronunciare il
mio assenso mi si inaridì talmente la bocca che la lingua aderì al palato, la gola
si chiuse e le labbra si intorpidirono.
No, non avrei subito quella mortificazione! Non avrei permesso a nessuno di
dire, oh, non le uscivano le parole! Così risucchiai le guance, costrinsi la lingua a
muoversi nella bocca impastata, abbassai il mento e provai a pensare a un
limone, intanto che il signor Kingdon leggeva i voti con fermezza.
Avevo provato e riprovato il modo in cui l’avrei detto. Lo voglio! Forte e
chiaro, senza la minima esitazione. L’inizio di una farsa che sarebbe durata tutta
la vita: proprio ciò che desideravo. Pensare a un limone mi salvò, ma a sancire il
mio destino fu un gracchio quasi inudibile.
Le mani del signor Macarthur tremavano al punto che faticò a infilarmi
l’anello al dito. Lo sentii respirare forte dal naso, vidi quelle mani tremanti, e il
mio stesso tremore mi abbandonò. Condividevamo la stessa sorte, io e
quell’estraneo, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà, lo avevamo
appena detto, e la sua debolezza mi diede forza. Era un essere alieno, un uomo, e
parlava la lingua sconosciuta del potere e della sicurezza, ma venivamo dallo
stesso paese, in cui si doveva apparire diversi da ciò che si era. Il nostro
matrimonio si forgiava su una domanda: saremmo stati capaci di parlarci nella
lingua segreta che condividevamo? Avrebbe creduto in me, e io in lui, quanto
bastava da mostrarci l’un l’altra, apertamente, quello che riuscivo a vedere,
senza che lui lo volesse, nel tremore delle sue mani?
Quella notte, nella stanza fredda della caserma di Holsworthy, feci un tentativo,
la lampada spenta e due estranei nello stesso letto, alquanto angusto ma con un
vuoto a separarci. Un cavallo nitrì nelle scuderie, qualcuno gridò la stessa parola
più volte, un suono simile a: Elefante! Elefante! Elefante! Ma chi mai poteva
mettersi a gridare Elefante! di notte nel cortile della caserma di Holsworthy?
Il signor Macarthur giaceva impietrito oltre lo spazio vuoto. Certo, non
poteva essere morto pochi minuti dopo aver spento la candela, essersi spogliato
frusciando ed essere scivolato all’altro capo del letto. Non era morto, ma stava
immobile come se lo fosse.
«Finora non avevo mai capito l’espressione avere il cuore in gola» dissi.
Fu come se avessi urlato, perché in quel cubo buio le parole risuonarono
forte, ma mi imposi di non fermarmi.
«Oggi ho capito cosa significa... avevo il cuore in gola, al punto da non
riuscire a ingoiare la saliva!»
Ricordai il suo respiro affannoso mentre mi infilava l’anello al dito e mi dissi:
Comincia come intendi proseguire, o come speri di farlo. Armeggiai con le
coperte a caccia della sua mano, gli strinsi le dita.
«E voi» dissi con il tono più lieve che mi riuscì di trovare, «avevate il cuore
in gola anche voi, signor Macarthur?»
Non rispose, non restituì la stretta, e avvertii la lama gelida dell’errore,
impossibile da schivare. Ma almeno ci fu un movimento nel letto, quasi si fosse
girato verso di me.
«Sì» rispose. «Come non mai».
Si bloccò, si schiarì la gola da qualcosa che impediva alle parole di passare,
fece un risolino strozzato.
«Vedete, non riesco neanche a descrivere in quali strane acque io senta di
essere precipitato».
Mi sarei sentita più rassicurata se avesse usato il noi, coinvolgendomi, ma, al
pari di me, fino a quel momento aveva passato la vita concentrato su se stesso.
Immagino che l’idea che ormai, anche ognuno per sé, fossimo comunque un noi,
apparisse altrettanto nuova e allarmante a entrambi. Ero pronta a quel noi? Ero
abbastanza contenta di prendergli la mano e di scherzare sul non riuscire a
deglutire, ma, onestamente, quanto desideravo o intendevo fondermi in un noi
con quell’estraneo?
Eravamo una coppia sposata, e questo per aver fatto ciò che solo alle coppie
sposate è concesso. Ma visto che l’avevamo fatto quando non ci era concesso, a
quel punto non ripetere l’atto sarebbe stato assurdo. Stavolta però niente sospiri
e paroline dolci da parte sua. E io non avvertii nessun crescente senso di potere.
Ci fu solo l’atto, meccanico, breve e brutale.
Dopo, dando le spalle al corpo al mio fianco, versai lacrime mute e amare per
aver sperperato il mio piccolissimo tesoro. Per il viaggio compiuto fin lì, tra
paura e tristezza, abbandonando tutto quel che conoscevo e mi conosceva.
Sprofondata nella vergogna, resa più evidente dai falsi sorrisi, dalla finta gioia,
dall’ipocrisia degli auguri, con una sola parola sincera sulla bocca di tutti: addio,
addio, sottintendendo speriamo di non rivederti mai più.
Parte seconda
Pane tostato
Ce ne andammo da Bridgerule giusto in tempo, perché nel giro di poche
settimane dal matrimonio tutti avrebbero capito che ero incinta.
E in preda allo sconforto. Avevo sentito spesso le donne parlare di nausee
mattutine, e avevo visto la signora Kingdon attraversare un periodo di pallore
giallastro quando aspettava Elizabeth, la mia adorata figlioccia. C’erano mattine
in cui, curva sul catino, tra i brividi delle nausee, piangevo lacrime di rimpianto
e rimorso. E credevo nell’inferno come non avevo mai creduto nel paradiso. Ma
faticavo anche a superare i pomeriggi, e la notte non riuscivo a dormire,
affamata e al tempo stesso disgustata dal cibo. Significava forse che anche il
bambino stava male, che sarebbe morto insieme a me? Sarebbe stato un tiro
mancino da parte della vita, dopo tutto il rosmarino che avevo ingurgitato.
Guardavo alla fine dei quattro o cinque mesi che mancavano alla nascita
come da una distanza siderale. E non riuscivo neanche a immaginare il parto. La
signora Kingdon non si era mai spinta fino a spiegarci i dettagli del travaglio.
Immagino avesse ritenuto che quel momento sarebbe arrivato fin troppo presto e
noi ci eravamo ben guardate dall’indagare, per nulla desiderose di approfondire
l’argomento. Ovviamente sapevamo che avrebbe fatto male, ma quanto? Come
una gamba rotta? E sapevamo che le donne morivano, ma come? In fretta o un
po’ alla volta? E grazie a quale miracolo un bambino intero si strizzava fuori da
un posto tanto stretto?
Anne mi disse di essere la maggiore di undici figli, e ne fui lieta, perché
significava che era a conoscenza di ciò che io ignoravo: come prendersi cura di
un neonato. Suo padre era un bracciante che qualche volta aveva lavorato per il
mio. Lei non sapeva leggere né scrivere, fatta eccezione per una versione
approssimativa del proprio nome, ed era una ragazza goffa e maldestra che
avevo liquidato in fretta come insignificante.
Sperai che fosse discreta. Alloggiava con gli altri servitori, ma le sfuggiva
ben poco sui rapporti tra i coniugi Macarthur. O sui motivi che li avevano spinti
a sposarsi. Ero certa che l’intera Bridgerule ne fosse a conoscenza. Così tenevo
la testa alta e la trattavo con più freddezza del dovuto, accentuando ai limiti
dell’artefatto il mio ruolo di signora.
Fino al giorno in cui si presentò con i capelli bruciacchiati da una parte e un
orecchio lucido e arrossato.
«Anne, cos’hai combinato?»
«Mi è entrata una falena nell’orecchio, signora, e non la smetteva più di
agitarsi lì dentro, così ci ho avvicinato una candela, chissà, magari era attratta
dalla luce...»
Mi guardò di sottecchi, mordendosi il labbro, forse per paura di essere
sgridata; ma l’idea di quella ragazza solenne che si portava la candela
all’orecchio mi fece ridere per la prima volta da settimane.
«Oh, ingegnosa sciocchina» dissi.
Le diedi della salvia da mettere sull’orecchio e inviai una benedizione alla
signora Kingdon per la sagacia con cui aveva scelto una ragazza che, dietro
un’apparenza poco incoraggiante, nascondeva un pragmatismo decisamente
originale.
Non abitavo lontano da Bridgerule e da Bridie, ma sapevo che da quando il
signor e la signora Macarthur si erano involati dalla chiesa sul calesse preso in
prestito, tra me e il mondo era lentamente scesa una cortina. Scambiavo qualche
lettera con la mia amica. Da entrambe le parti, però, era subentrato il riserbo
dovuto al fatto che chiunque avrebbe potuto leggere quei messaggi nel salotto
della canonica. Quanto mi mancavano le nostre conversazioni sussurrate nel
letto che avevamo condiviso! Sulla carta, la nostra amicizia si era ridotta alla
descrizione della vita in caserma da parte mia, e a qualche notiziola sulle
conoscenze in comune da parte sua.
C’era la moglie di un certo capitano Spencer, i cui alloggi nella caserma di
Holsworthy erano sufficientemente spaziosi da poter contenere due o tre dame
per il tè, e quelle poche donne divennero tutta la mia vita sociale. La signora
Spencer era minuta e graziosa, ma smunta e tremebonda, come se il marito –
talmente corpulento da dover camminare sui talloni per bilanciare il ventre – le
avesse risucchiato tutta la linfa vitale. La sua amica, la signora Borthwick,
moglie del capitano omonimo, era più matura, sicura di sé, curata. Aveva
l’abitudine di sollevare gli angoli della bocca in una manifestazione consapevole
di letizia che celava chissà quali sentimenti.
Erano frequentazioni da ora del tè, non vere amiche. Una caserma non era un
villaggio. Nulla si consolidava, non esistevano passato e futuro. Ma furono
molto gentili nei confronti della ragazzina sprovveduta che ero. Pane tostato
contro le nausee mattutine, sentenziarono. Pane tostato e tè ben zuccherato.
Sbocconcellai il pane, bevvi il tè. La nausea non si placò minimamente, ma mi
consolò l’idea che al mondo esistesse qualcuno che mi aveva preso abbastanza a
cuore da volermi aiutare.
Una delicatezza
Cosa che il signor Macarthur non faceva affatto. Lo sentivo vantarsi con gli altri
della sua moglie forbita, che scriveva con eleganza e aveva letto Thomas
Browne e Tito Livio – in traduzione, ovviamente. Ma non mi si rivolgeva mai
con affetto e restava chiuso in se stesso. C’era stata solo quella mano sul cuore,
il gesto con cui mi aveva corteggiata. Ma ormai era tutto superfluo, acqua
passata.
Oh, era cortese, non alzava mai la voce né mi picchiava. E di questo sapevo
di dover essere grata. Tuttavia le sue erano cortesie di prassi. Mi ascoltava ma
senza interesse, come se fossi un’estranea la cui conoscenza non aveva bisogno
di approfondire. Rispondeva con noncuranza, distratto. Non mi disprezzava, né
mi biasimava per la situazione in cui ci trovavamo. Solo che non mi vedeva
come persona.
Avrei forse preferito che urlasse, che mi picchiasse? Certo che no. Ma non
avrei mai immaginato che ci si potesse sentire così soli al fianco di un altro
essere umano in uno spazio di pochi metri quadrati.
Desideravo tanto una delicatezza da parte sua, o anche un rimbrotto, se quello
era l’unico modo per avvicinarci. Mi ero ripromessa sin dal primo momento di
non supplicare. Non avrei mai ispirato la sua compassione. Povera donna pallida,
ossuta e infelice qual ero, non c’era dubbio che potessi ispirare pietà. Ma che
senso ha implorare se non si riceve spontaneamente ciò di cui si ha bisogno?
Tuttavia, una mattina le parole mi sfuggirono di bocca.
«Signor Macarthur» esordii, «non mi direte mai una parola dolce?»
Riconobbi la rabbia e la lieve supplica che tanto disprezzavo.
Lui era accanto al camino e si girò a guardarmi dritto in faccia, stupito.
Pensai che forse avrei dovuto manifestargli prima i miei sentimenti. Mi sente, mi
risponderà.
«Moglie mia diletta» dichiarò. «L’affetto che vi porto si è sicuramente
manifestato in una tale pletora di gesti inequivocabili, quanto rilevanti, da
rendere assurdo doverli dichiarare!»
Sorrideva tra sé, rapito nell’ammirazione del concetto che andava elaborando.
«Inutile sottolineare quanto io sia grato e compiaciuto della vostra condotta»
declamò in fretta, come se avesse già provato la parte. «Sarete senz’altro
consapevole che la vostra esemplare bontà non possa non aver prodotto un tale
effetto, e questa consapevolezza vi convincerà della mia gratitudine più di
quanto possano fare le mie parole».
La delucidazione con cui elargiva a sua moglie ciò che lei aveva chiesto, al
contempo sottraendoglielo, finì per raffreddare qualsiasi mio slancio. Ti chiedo il
pane e tu mi dai una pietra. Ora capivo il senso di quella frase. Non si trattava
solo di non poter mangiare ciò che era stato offerto, ma del fatto che ciò che si
era ricevuto somigliava a ciò di cui si aveva bisogno, quasi potesse sostituirlo:
un inganno più crudele di un secco diniego.
L’orgoglio mi impedì per sempre di tornare a chiedergli una parola dolce.
Istinto animale
Il signor Macarthur era un marito assillante, con un eccessivo istinto animale che
si traduceva nel cercarmi ogni notte, con tutto ciò che ne conseguiva. E anche al
mattino, perché gli piaceva risvegliarsi con un abbraccio. E, a dirla tutta,
l’abbraccio si ripeteva nel pomeriggio, se le circostanze lo permettevano.
L’atto mi era indifferente come lo era per le pecore al pascolo. E non era
neanche l’atto in sé. Dalle notti passate con Bridie, sapevo quale gioia
mozzafiato potesse essere. A prosciugarlo di ogni piacere con il signor
Macarthur non era il modo in cui le diverse parti dei nostri corpi si toccavano. A
bloccare ogni emozione era il pensiero che io, Elizabeth Veale – come ancora mi
chiamavo tra me – non avessi più importanza agli occhi di mio marito di quella
che il montone riserva alla pecora di turno. A far scricchiolare il letto non era
Elizabeth Veale, era una brama che lo divorava e che andava placata in
continuazione. Io ero solo lo strumento attraverso cui trovare una momentanea
soddisfazione.
Ma quegli scambi erano un suo diritto coniugale, e il signor Macarthur aveva
cura di esercitare qualsiasi diritto avesse. In quanto moglie, ero un’inquilina del
mio stesso corpo. Se il mio signore e padrone bussava alla porta, ero costretta ad
accoglierlo.
C’erano donne che si ammalavano e il costante malessere mattutino ne era la
prova. Ma trascorrere giorni interi sul divano era una noia, e io non riuscivo a
sopportare di passare la vita a guardare la lama di sole che strisciava sul
pavimento dalla finestra, in attesa della sera. E comunque il signor Macarthur
non si lasciava certo scoraggiare, quando dichiaravo debolmente di avere
un’emicrania.
«Permettetemi di massaggiarvi le tempie con la canfora» diceva. Un rimedio
infallibile.
Si alzava e, alla luce della lampada, si sedeva sul mio lato del letto,
strofinandomi frettolosamente quell’intruglio orrendo sulla fronte, prima di
dedicarsi a zone collocate più in basso.
Capitava, di tanto in tanto, che quella faccenda notturna si facesse più gravosa,
con un dolore e un’umiliazione indicibili. Allora gridavo il mio no!, una parola
difficile da fraintendere. Ma in quei momenti il signor Macarthur diventava
sordo come un animale impazzito. Al mattino non riuscivo a guardare quel
marito capace di infliggere una simile tortura alla moglie.
Contare
La signora Spencer appariva molto tesa, come fosse sul punto di esplodere, e un
giorno, davanti al tè, esplose sul serio.
«Gli uomini sono delle bestie» farfugliò, prima di deporre la tazza sul piattino
con tale foga che pensai l’avrebbe mandata in frantumi.
Aveva i tratti raggrinziti in una smorfia che per un attimo trasformò la sua
testa delicata in un teschio urlante. Restammo tutte in silenzio, e l’unica reazione
fu un lieve movimento dell’angolo della bocca della signora Borthwick. In quel
silenzio prolungato, immaginai che ognuna di noi stesse intimamente
esaminando gli aspetti bestiali sfoderati dal proprio marito nell’oscurità del
talamo nuziale.
Poi la signora Spencer mise la mano intorno alla teiera e dichiarò che era
sufficientemente calda per un altro tè, suonò per farsi portare del latte e il
pomeriggio tornò alla sua normalità. Mi porse una nuova tazza: delicata,
sorridente, al punto da indurmi a dubitare di averla sentita pronunciare quelle
parole o di averle fraintese.
Tornando ai nostri alloggi, io e la signora Borthwick evitammo di fare
commenti sullo sfogo della signora Spencer. Non avevamo mai parlato delle vite
che conducevamo nell’intimità domestica. Ma a quel punto la signora Borthwick
mi parlò del marito George, lasciandomi intendere di non trovare soddisfazione
negli abbracci coniugali. Camminando al mio fianco, contegnosa come una
suora, proseguì la sua storia. A quanto pareva, c’era un gentiluomo. Che non era
suo marito. Che le procurava un notevole piacere.
«Sì, cara signora Macarthur. Spero non ne siate troppo sconvolta».
Mi lanciò un’occhiata in tralice.
«Ovviamente, sono costretta a cedere al caro George. Una volta al mese,
come detta la prudenza».
Prudenza? mi chiesi. Poi in un lampo compresi cosa intendesse. La guardai di
sottecchi, ma lei era talmente impassibile, bella e composta che pensai di essermi
sbagliata.
«Oh, sì» aggiunse. «Mia cara, ritengo di aiuto ripetere a mente una filastrocca
o una canzoncina. Ne ho un paio che funzionano a meraviglia».
All’improvviso intonò in un contralto stentoreo: Uscite, bimbe e bimbi,
correte a giocare, la luna come a mezzodì vedo brillare.
«Ve lo consiglio, signora Macarthur, per quei particolari momenti» disse. «E
anche contare è di grande consolazione. Con il caro George arrivo a malapena a
quarantacinque».
C’era un uccello che aveva fatto il nido fuori dalla nostra finestra e trascorsi più
di un’alba ad ascoltarlo cantare, un trillo breve, ripetuto. Da da, di di di, da da!
Un verso adorabile, ma privo di variazioni. Mi figuravo l’uccello appollaiato tra
le foglie scure, le penne arruffate nel vento prima dell’alba, intrappolato in
quell’unica emissione. Da da, di di di, da da! Forse aveva tanto da dire su cosa
significasse essere vivi nell’ora che precede il sorgere del sole e il ritorno alla
quotidianità. Ma aveva a disposizione quell’unica frase. Lo immaginai mentre
piangeva per la frustrazione, intanto che apriva il becco per dichiarare ciò che
sapeva, riducendosi ad ascoltare quella parodia dei segreti che serbava nel cuore.
Ambizione
Il signor Macarthur era un uomo irrequieto, spinto dall’ambizione in ogni suo
gesto. Per quanto mi riguardava, non avevo legami e Gibilterra era una
destinazione come un’altra, ero pronta a trasferirmi lì. Ma per mio marito la
prospettiva di marciare sui bastioni della fortezza equivaleva a un fallimento.
Solo un somaro avrebbe accettato docilmente di andare dove lo spediva il
reggimento. A meno che non scoppiasse una guerra, nel 68° non c’era possibilità
di avanzare di grado, vista la quantità enorme di sottufficiali che ne facevano
parte, la cui sola speranza di promozione era riposta in qualche brindisi con i
superiori. Una prospettiva striminzita, che lo irritava e contro la quale
continuava a fare progetti.
Avrebbe venduto la sua carica... valeva quattrocento sterline! Sì, l’avrebbe
venduta e si sarebbe dato alla giurisprudenza! Aveva letto tutti i libri, conosceva
la legge alla stregua di qualsiasi avvocato. Avrebbe trovato una sistemazione e
poi la voce si sarebbe diffusa, e in un lampo tutti avrebbero chiesto il suo
patrocinio!
Misurava la stanza a lunghi passi, illustrandomi il progetto. Le braci caddero
l’una sull’altra, illuminandogli i tratti, le cicatrici che risaltavano in quel
bagliore, gli occhi resi avidi dalla convinzione di un futuro glorioso.
«John Macarthur, iscritto all’albo della Lincoln’s Inn» declamò. «Non suona
bene?»
«Certo, splendidamente».
Per quanto fossi una ragazza di campagna che non sapeva nulla del mondo,
dubitavo che sarebbe stato tanto facile, ma mi guardai bene dal raffreddare i suoi
entusiasmi. Ci avrebbe pensato la realtà a farlo. E magari la cosa era davvero
possibile? Mi concessi di indugiare un attimo su quanto la Lincoln’s Inn potesse
essere più piacevole di Gibilterra.
Nel giro di una settimana, però, la Lincoln’s Inn fu dimenticata, a favore
dell’idea che mio marito avrebbe parlato con un amico del padre che gli avrebbe
trovato un impiego all’Ufficio armamenti di Portsmouth... oh, sarebbe stata una
posizione redditizia, la migliore in assoluto!
«E la professione legale, signor Macarthur?»
Non volevo certo punzecchiarlo, ma la mia vita dipendeva dalla sua.
«Suvvia, non state ad ascoltare ogni sillaba che mi esce di bocca, moglie.
Siete molto intelligente, ma la vostra esigua conoscenza del mondo non vi
permette di impartirmi lezioni».
«Signor Macarthur, lungi da me impartirvi lezioni. Vorrei solo conoscere il
mio destino, visto che è indissolubilmente legato al vostro!»
«Vi ringrazio di avermelo ricordato» mi rimbeccò lui. «Di fatto, sono proprio
i nostri destini legati» e qui caricò le parole di un tono di scherno «che mi sto
sforzando con tutto me stesso di migliorare!»
Mi piantò gli occhi addosso, mentre io cercavo di decifrare ciò che era
appena accaduto: una cosa semplice, nello spazio di mezzo minuto si era
aggrovigliata al di là di ogni soluzione.
Un briciolo di verità
I progetti faraonici erano necessari al signor Macarthur quanto bere e mangiare.
Ogni schema modificava il mondo alla luce della sua nuova convinzione. Anche
lui si rinnovava in una versione più gloriosa di sé, e i due John Macarthur
correvano fianco a fianco, come un buon tiro a due: cavalli simili ma non
identici, vicini senza mai sfiorarsi.
Avrebbe parlato al fratello, che era stato compagno di scuola di Evan Nepean,
divenuto un importante ufficiale governativo. Avrebbe parlato al cugino di un
caro amico di Sir Joseph Banks, che gli avrebbe trovato un posto come
segretario di qualche rappresentante della Camera dei Lord. Avrebbe scritto a un
tipo che aveva conosciuto grazie al capitano Moriarty, affinché scrivesse al
cognato che aveva un rango di rilievo a Corte.
La Corte! Mi sfuggì un verso molto simile a uno sbuffo, che dovetti
camuffare da colpo di tosse e soffocare nel fazzoletto, anche se il signor
Macarthur non ci fece caso.
Per prima cosa, però, doveva vendere il suo incarico, ma a quanto pareva gli
ottusi, stolti parrucconi che prendevano quel genere di decisioni non erano
d’accordo. A loro parere non avevano offerto al sottufficiale Macarthur un
mandato in servizio attivo e a salario intero solo perché lui potesse utilizzarlo per
pagarsi il congedo.
Quindi restammo nella caserma di Holsworthy, un ricettacolo di intrighi e
rancori, e di alleanze sempre nuove tra ufficiali: troppi uomini con nient’altro da
fare se non rodersi per le vite che vedevano scivolare via. Calunnie, voci, offese
e malanimo proliferavano ovunque.
Anne spesso raccoglieva i pettegolezzi dagli altri servitori prima che
arrivassero a me, e avevo imparato che fingendo incredulità la spingevo a
raccontarmi di più. All’inizio ciò che sentiva la spaventò, lasciandola incredula,
ma dopo qualche settimana aveva visto gonfiarsi e sgonfiarsi una quantità
sufficiente di drammi da arrivare a goderseli come se fossero spettacoli allestiti
dagli ufficiali per intrattenere i servitori.
Io mi mostravo più indifferente di quanto in realtà non fossi, perché sapevo
che buona parte di quelle storie conteneva un fondo di verità. E sapevo
altrettanto bene che il signor Macarthur aveva contribuito a condire ognuno di
quei bocconcini velenosi. Spesso era proprio lui l’autore di una certa lettera
indignata, farcita di latino giuridico, commissionata da qualche collega offeso.
Amava particolarmente le occasioni in cui riusciva a trovare un’interpretazione
ingegnosa per capovolgere una tesi altrimenti inattaccabile. Oh, quanto gli
piacevano gli appigli legali!
Adorava quelli che chiamava piani a lungo termine. Una vittoria rapida non
gli dava alcuna soddisfazione. Ci voleva una sagacia speciale – che lui, a onor
del vero, possedeva – per dare il via a un’azione apparentemente innocua,
seguita da un’altra egualmente innocente, e poi metterle a macinare fino a
quando il malcapitato veniva mangiato vivo senza neanche rendersene conto.
Una sera lo sentii vantarsi di essere sempre stato in grado di rovinare un
uomo che gli fosse venuto a noia. La risata che seguì questa dichiarazione fu un
raglio di trionfo.
La fandonia ben piazzata era la sua arma migliore, ancor più efficace perché
conteneva sempre almeno un briciolo di verità, che conferiva una trama credibile
all’intera maldicenza. Provavo pena per i suoi nemici, che subivano inermi le sue
calunnie. Alla fine forse il malcapitato veniva a sapere cosa si diceva alle sue
spalle, ma a quel punto la storia era diventata di dominio pubblico. Per quando
lui protestasse, la prima versione risultava la più attendibile.
Il signor Macarthur non veniva mai scoperto. La signora Borthwick un giorno
indagò sulla data del nostro matrimonio e la nascita del bambino che, se
confrontate, avrebbero rivelato una certa discrepanza; ma lui le offrì una risposta
da vero gentiluomo, talmente elegante da dissipare ogni dubbio.
«Oh, non potevamo aspettare» disse, prima di prodursi in una risatina
indulgente. «È stata riconosciuta la nostra intesa informale: eravamo i padrini del
figlio di un amico, sapete? E, come dire, l’affetto reciproco ha preso il
sopravvento. Giusto, mia cara?»
«Giustissimo» risposi io, tentando di sorridere. «Davvero giustissimo».
C’era un briciolo di verità. Sì, io ero la madrina di Elizabeth Kingdon. La
fandonia, cioè che lui ne fosse il padrino, filò via liscia, una deduzione più che
ragionevole. Chi mai si sarebbe preso la briga di controllare? Persino se in futuro
qualche studioso scavasse a caccia di prove documentate, non troverebbe nulla
che confermasse o meno tale dichiarazione. Tranne questo memoriale, che scrivo
affinché tu conosca la verità.
Duelli
Con cadenza quasi settimanale si levava il grande trambusto di un duello.
L’esercito di Sua Maestà si sarebbe ritrovato tristemente immiserito, se gli
ufficiali avessero sempre centrato il bersaglio. Stranamente, però, almeno a quel
che ne sapevo, non si registrò mai alcuna vittima.
La signora Borthwick, il cui marito era evidentemente stato protagonista di
un paio di duelli, mi spiegò che i padrini dovevano accertarsi che nessuno
restasse ucciso. Caricavano insieme le pistole, con gli stessi gesti, controllandosi
reciprocamente, in modo che facessero cilecca o mancassero il bersaglio.
Avevano il compito di far prevalere la correttezza, non di assistere alla morte. Ai
fini di un resoconto soddisfacente, bastava, all’alba del giorno stabilito,
preparare il terreno e spaventare gli uccelli sugli alberi sollevando una
sostanziosa nuvola di fumo dal prato. Il rumore, il fumo e l’odore, nonché il
traffico relativo all’operazione – i padrini con il metro, il medico con la borsa –
bastavano a placare l’orgoglio e a mitigare l’offesa. Non c’era bisogno di feriti,
men che meno di cadaveri.
Come ogni altro ufficiale, il signor Macarthur non mancava mai di manifestare
sdegno per qualche torto o offesa, e si scaldava per la minima violazione di
quello che riteneva un suo diritto. Esisteva un complicato intrico di legami che
conferiva distinzione a un gentiluomo, e lui restava vigile con occhi e orecchi
spalancati, per cogliere la minima infrazione.
Un pomeriggio piombò nel nostro appartamento con il collo coperto di
furiose chiazze rosse, il muscolo della mascella che fremeva sotto la pelle come
una creatura nascosta che premesse e si appiattisse.
«Esigerò soddisfazione» strepitò, precipitandosi verso la mensola dove
teneva le pistole da duello in una custodia color vinaccia.
Ormai sapevo che un duello non comportava necessariamente la morte.
Tuttavia detestavo la vista delle pistole e paventavo l’idea di una pallottola di
piombo incandescente che balenasse verso la carne inerme di un essere umano.
«Ma, signor Macarthur, di cosa si tratta? Cosa vi hanno fatto, con esattezza?
Sono certa che non sia necessario ricorrere alle pistole!»
Venne fuori che il signor Macarthur aveva accettato di fare da padrino al
tenente Selby nel duello contro il tenente Bannerman. Ma quando tutti si erano
riuniti sul terreno, si era scoperto che il padrino del tenente Bannerman era un
certo Baker, e questo Baker non era un gentiluomo.
«Ho detto a Bannerman che non avrei subito un simile insulto» disse il signor
Macarthur. «Come gli è saltato in mente, a quell’idiota, di paragonarmi a
Baker?»
«Ma, signore, vale la pena di morire per questo?»
Morire! Mio marito si infervorò.
«Mia cara, mi offendete se ritenete che a morire sarò io. È a dir poco
improbabile!»
«Sono certa che abbiate un’ottima mira, signore» risposi, furiosa davanti a
tanto compiacimento. «Ma forse questo Bannerman ce l’ha migliore! Volete
forse rendermi vedova?»
«Carissima moglie, non temete! Si dà il caso che le mie pistole abbiano
alcune idiosincrasie e che solo chi le conosca, cioè io, possa caricarle».
Gli brillavano gli occhi per la soddisfazione.
«Mia cara» si vantò, «sarebbe bene che mostraste maggiore fiducia in vostro
marito!»
Ero sfinita. Il signor Macarthur avrebbe sempre avuto qualche asso nella
manica da sfoderare, con l’avversario in duello o con la moglie, per vincere la
partita.
«Ah, bene, con buona pace dell’uomo d’onore» commentai.
Volevo ferirlo e pensai di esserci riuscita. Ma lui forse non sentì e uscì dalla
stanza con la custodia in mano.
Compresi che il torto in sé non aveva importanza; ma la sua reputazione di
gentiluomo, quella sì che ne aveva. E si sentiva talmente insicuro da avvertire il
bisogno di comprovarla in continuazione, anche a costo della vita. Mi era giunto
un pettegolezzo secondo cui, prima del suo ingresso nel reggimento dei fucilieri,
aveva lavorato come apprendista presso un bustaio. In caserma giravano
moltissime maldicenze e io decisi di non credere a quella in particolare. Ma mi
rimase incisa nella mente. Se fosse stata vera, avrebbe spiegato quel bisogno
assoluto di conferma.
Lui tuttavia era dominato da un’ansia più profonda dell’altezzosità. Andava a
caccia di offese perché era solo sfidando gli altri che riusciva ad aver fiducia in
se stesso. Doveva fissare la convinzione del proprio valore sulla fragile idea di
onore, perché non aveva altri appigli.
E io? Su cosa potevo fissare il senso del mio valore? Non sapevo definirlo,
ma scorgevo in me un nocciolo di ostinazione che mi conferiva il diritto di
essere quella che ero. Agli occhi del mondo avevo pochissimo, ma nella
convinzione del mio valore possedevo più di quanto non avesse mio marito, a
dispetto di tutte le sue astuzie.
Un caso sfortunato
Era stato mandato in collegio a sette anni, mi disse. Dai fratelli di Bridie avevo
appreso quanto bastava per immaginare come in simili istituzioni regnassero i
più forti, che rendevano un inferno la vita dei più deboli. Un bambino imparava
in fretta ad aggregarsi ai prepotenti.
Era a scuola quando morì sua madre. Gli avevano nascosto che stava male. Il
padre continuò a scrivergli ogni settimana, e lui rispondeva raccontando del
cricket e dei suoi progressi in greco. La madre venne a mancare e lui lo seppe
solo quando tornò a casa in vacanza. Il padre sentenziò che era stato meglio così.
Che senso avrebbe avuto turbarlo? Se fosse stato lì, l’avrebbe forse guarita?
L’avrebbe riportata in vita se avesse partecipato al funerale?
Anch’io ero stata sfortunata, ma avevo comunque potuto piangere mio padre,
e sapevo che il nonno mi amava. L’amicizia con Bridie era stata vera e profonda,
e i Kingdon mi avevano accolta a braccia aperte. Mio marito non aveva avuto
nessuno, e questo forse spiegava perché una parte essenziale di lui, la certezza su
chi era, anni prima si fosse nascosta come un topo nella tana. Ma lui non poté
mai manifestare la sofferenza. Dovette trasformarla in una lama con cui punire il
mondo che lo aveva fatto soffrire.
La cupa tetraggine
C’erano gli entusiasmi furiosi, i progetti frenetici. Ma da quelle smanie era
capace di precipitare nel giro di mezz’ora in una malinconia talmente profonda
da impedirgli di lasciare il letto. La sua espressione era spaventosa: lo sguardo
fisso, il volto incavato, ligneo come una maschera. E non c’era modo di arrivare
a lui. Non c’era speranza, sussurrava. Lui non valeva niente. La sua vita era una
desolazione. Si poteva tentare di scuoterlo da quella cupa tetraggine, ma era
come se si fosse troppo distanti per poter essere ascoltati.
Quante mogli imparano, come feci io, a sondare l’atmosfera in una stanza? A
decifrare l’inclinazione del capo del marito, la posizione dei piedi, la presa sul
cucchiaio, il pugno accanto al piatto? A percepire in un attimo se sia un
momento soleggiato o tempestoso? Il tempo in quelle stanze era variabile come
il mese di maggio nel Devon.
Uno scarafaggio piatto e scintillante
La signora Borthwick – composta, spiritosa, scaltra, bella come un purosangue –
forse costituiva l’esempio di come una donna potesse gestire la propria vita e
trovarne soddisfazione, ma io non vedevo via d’uscita dalla situazione in cui mi
trovavo. Tuttavia, ero troppo orgogliosa per ammettere, se non a me stessa, che
avevo combinato un vero disastro. Mantenevo una facciata limpida con cui
respingere il minimo accenno di commiserazione. Il dolore di non essere amata
era stato allontanato, reso innocuo. Divenni come uno di quegli scarafaggi piatti
e scintillanti che vivono nel cuore di un tronco, un insetto amorfo, capace di
sparire in una minuscola fessura.
Una compagna intima
Le doglie arrivarono mentre ci trasferivamo alla caserma di Chatham, per poi
proseguire verso Gibilterra. Eravamo ancora ben lontani da Chatham quando fu
evidente che il bambino stava arrivando e ci fermammo, tra lo scompiglio, in
una modesta locanda nella zona malfamata di Bath.
Avevo cominciato a piangere fin da subito, perché la prima fitta acuta mi
aveva costretta a riconoscere ciò cui avevo evitato di pensare fino ad allora: che
non c’era più modo di tornare indietro. Piangevo senza posa. Tutti gli anni
passati a contenere le lacrime, a mostrarmi allegra e cortese, a pronunciare solo
frasi inoffensive, e gli strani mesi di matrimonio con un uomo distante: tutto quel
dolore represso mi risalì in gola come un bolo.
Anne sapeva qualcosa più di me sul parto, ma era solo una ragazzina e,
quando le contrazioni si fecero più forti e continue, mi accorsi che condivideva il
mio terrore. Impossibile trovare una levatrice per una donna appena arrivata in
città, quindi ad assistermi fu la moglie del locandiere.
Donna brusca, disse chiaramente che non avrebbe avuto riguardi per una
donna che non era stata capace di organizzarsi come dovuto. Tuttavia conosceva
ciò che stava per accadere e rimase con me mentre attraversavo quel terribile
paesaggio fatto di dolore, paura e caos. Il tempo era sospeso, non passava più, lo
si poteva misurare solo negli intervalli tra le strette brutali delle doglie. Nelle
pause – sei respiri, poi tre, poi uno – venivo restituita a me stessa, sentivo l’aria
attraversare i polmoni, l’acqua che Anne mi offriva rinfrescarmi la bocca,
sapevo che il mondo non si era fermato, che il tempo trascorreva come sempre.
Ma le pause erano solo una beffa. Le contrazioni tornavano, prima attutite, per
poi rombare sopra, dentro e intorno a me, risucchiando l’aria e il tempo e
gettandomi in un’insopportabile eternità. Poi le doglie si fusero in una sola,
senza più pause, e io vagai in un luogo nero e digrignante che se ne fregava di
me, voleva solo tormentarmi e stritolarmi fino a distruggermi, fino ad annullare
l’essere umano che ero, riducendomi a un animale urlante.
La voce della moglie del locandiere fu la corda che mi tenne legata alla vita,
mi accompagnò nel luogo ostile da cui annaspavo per uscire, ma non condivise
la mia pena. Quello era un posto da attraversare in solitudine. E fu lì che mi
trovai faccia a faccia con una verità cruda e indifferente: qualsiasi persona –
persino una persona amata, e io non lo ero – era sola. Ero l’unica abitante di quel
mondo, tremante e dilaniata, ridotta a un minuscolo brandello di esistenza.
Il bambino che la donna mi mise tra le braccia non era affatto come i neonati
paffuti e rosei che ricordavo, fagottini dolci e lindi passati di mano in mano in
una stanza piena di persone sorridenti. Era una scimmietta spaventosa, con le
gambe come stecchini, le mani viola e un grosso ventre gonfio. Sembrava sul
punto di esalare l’ultimo respiro, la bocca che si apriva e chiudeva in un vagito
flebile.
La moglie del locandiere lo portò via e io mi rilassai sfinita sul letto, piatta e
inerte come una creatura morta appena pescata dal mare. Fu forse l’ora peggiore
della mia vita. La locanda squallida, il bambino malaticcio e Anne che mi offriva
l’acqua e sbriciolava il pane nel latte che io rifiutavo. Povera ragazza, voleva
mostrarsi gentile, ma mi era inutile: il suo era il volto di un’estranea. Sapevo che
quello era ormai il mio mondo, un luogo abietto e lurido dove avrei vissuto sola,
sola, sola. Ripresi a piangere con furia, singhiozzando, in un’ondata che
sembrava non placarsi. Povera me, oh, povera, povera me.
La donna tornò con il bambino lavato e fasciato, lo sistemò al mio fianco e
sedette con le braccia massicce incrociate sul petto e gli occhietti astuti che mi
scrutavano senza alcun calore. Capii che sapeva cos’avevo passato, sapeva tutta
la mia banalissima storia senza bisogno di sentirsela raccontare.
«Signora Macarthur» disse infine, al di sopra dei miei singhiozzi. Pensai che
si sarebbe allungata a prendermi la mano, offrendomi magari qualche parolina di
consolazione.
Ero pronta a piangere ancora più forte, nella certezza che le mie traversie non
si potessero tamponare con qualche frase di circostanza. Ma la sua faccia di
pietra non si ammorbidì e lei non mi offrì alcun conforto.
«Anche una sciocca capirebbe il guaio in cui vi siete cacciata, signora
Macarthur» disse.
Parlò con calma, come chi stia dando indicazioni per andare da Bridgerule al
Red Post Inn. Fece una pausa, squadrandomi per bene, i miei capelli umidi di
lacrime sparsi sulle guance. Quelle orribili ciocche attaccaticce erano parte
dell’infelicità in cui volevo affogare. Le lasciai dov’erano, invece di spostarle.
«È chiaro come il sole che la cosa vi sconvolge. E mi guarderò bene dal dire,
come farebbe qualcun altro, che avete il vostro bel bambino, visto che è uno
scarto miserello. A essere franca, non so nemmeno se sopravviverà».
Mi chiesi se quella donna fosse il diavolo venuto a schernirmi.
«Siete un’estranea per me, quindi parlerò apertamente. E vi dirò questo, da
persona che ha seppellito molti morti. Vi trovate in questo impiccio e non c’è
nessuno a questo mondo che possa tirarvene fuori».
Mi preparai a qualche frase devota sulle misteriose vie del Signore.
«E, per come la vedo io, neanche all’altro mondo» precisò. Mi leggeva nel
pensiero. «Inutile starsi a consumare le ginocchia».
La risata che seguì fu sorprendente. La faccia le si disintegrò nelle varie parti:
naso, grosse guance ruvide, bocca.
«Quanto a voi, signorina, avete ancora parecchi anni davanti. Spendeteli a
piangervi addosso, se vi va, come state facendo adesso, in attesa di momenti
migliori che non arriveranno mai. Nessuno vi fermerà, se farete questa scelta».
Si alzò, srotolò le maniche e le abbottonò, come se avesse concluso con me.
«Ma lasciatemi dire un’ultima cosa, signorina. La vita è lunga. E ha più
svolte di quante possiate contarne. Una donna può fare molto, ma deve saper
aspettare».
Quando se ne fu andata, portandosi dietro Anne, io piansi ancora più forte per
le sue parole dure e perché non aveva neanche tentato di consolarmi. Rimasi lì
con la mia tristezza, le lacrime avide che sgorgavano dagli occhi e gocciolavano
dal mento. Non cambiò niente, non venne nessuno. Solo la stanza tranquilla, il
bambino silenzioso contro di me, e io che ascoltavo i miei singulti e singhiozzi.
Avrei potuto piangere per sempre, morire nella singolarità di tutta quella
disperazione, ma dopo un po’ le lacrime finirono. L’ultimo grande singhiozzo
asciutto si tramutò in un rigurgito. Poi più niente.
Il bambino si mosse debolmente, produsse un miagolio lieve, volse la
testolina verso di me, agitò il pugnetto. In quel frangente, eravamo insieme. Io e
un piccolo avanzo di vita che riusciva a malapena a emettere un gemito, a
torcere il pugno grande quanto una noce, a volgere il capo alla cieca: e qualcosa
in me gli si accostò. Lo presi in braccio, il suo sguardo vago parve incrociare il
mio, la bocca si mosse e capii che, se fosse sopravvissuto, sarebbe stato solo
grazie a me. Per quanto povera, fiacca e sgradevole fosse quella creatura, non
potevo fare altro che amarla.
Consapevolezza segreta
Quando quell’estraneo di mio marito tornò nella stanza, esalando odore di sigaro
e rum, mi trovò adagiata sui cuscini con il bambino in braccio. Anne mi aveva
portato dell’acqua, una salvietta e una camicia da notte pulita, e mi aveva lavato
il viso con delicatezza, raccogliendomi i capelli.
«Mia cara» disse lui, e per una volta l’appellativo parve sentito.
Però non riuscì a guardarmi negli occhi. Compresi che in un certo modo mi
temeva. Avevo vissuto la sofferenza e la paura: come qualsiasi donna durante il
parto, ero stata a un passo dalla morte. Ero riuscita a superare una prova cui la
vita non lo aveva mai sottoposto. Ero tornata con la conoscenza di qualcosa che
a lui sarebbe sempre stato precluso. Era una consapevolezza segreta, che non si
poteva raccontare, soltanto vivere.
Guardò il bambino, scostando le fasce per esaminarne il volto.
«Be’» esordì, e fu facile capire che, come me, si era aspettato un cherubino
roseo e paffuto invece di quell’esserino rugoso. Gli sfiorò la guancia con un dito,
come per accertarsi che fosse vivo. Il piccolo volse il capo, le palpebre venate
d’azzurro fremettero.
«Figlio mio» disse titubante, sforzandosi di collegare quell’esclamazione
d’orgoglio con la creaturina che aveva davanti. Mi fissò per un attimo, come si
fissa una luce intensa.
«Edward, magari» propose. «Edward Macarthur. Suona bene, vi pare?»
Stava tornando a tentoni nel suo mondo familiare, quello in cui afferrava le
circostanze per le redini e le conduceva dove voleva.
Prima della nascita avevo preso in considerazione qualche nome. Una
femmina si sarebbe chiamata Jane, per onorare la cara signora Kingdon; per un
maschio avrei scelto Richard, come mio padre, o John, come mio nonno.
«Pensavo a Richard, come mio padre. Cosa ne dite di Edward Richard?»
Mi espressi con delicatezza e cortesia. Ero sprofondata nel terrore e ne ero
riemersa sana e salva. Avevo incontrato me stessa e speravo di non perdermi mai
più. Potevo permettermi di essere generosa con un uomo privato degli stessi
privilegi.
Tanto tempo prima mi ero fatta piccola e messa da parte. Mi era stato utile.
Ma poi mi ero dispiegata con troppa furia, con troppa imprudenza, nel luogo e
nel momento sbagliati, e con l’individuo sbagliato. Ma tra una persona ripiegata
fino a farsi minuscola e una disposta a credere troppo in fretta di potersi
dispiegare senza pericolo, c’era la particella che rimaneva quando si toglieva
tutto il resto. E ora era lì con me, non mi avrebbe più lasciata. La mia nuova me
non si sarebbe girata verso il muro e non avrebbe passato la vita a lamentarsi del
proprio destino. Avrebbe spinto quella preziosa particella di sé verso il futuro.
Intrusione
Speravo che Edward si sarebbe irrobustito una volta che ci fossimo sistemati
nella caserma di Chatham, ma lui rimase malaticcio, mingherlino, scarno, mentre
vagiva tra le mie braccia. Io e Anne approfondimmo la nostra conoscenza
reciproca nei lunghi giorni e nelle notti infinite in cui ci alternavamo, tentando di
consolarlo. Provammo a tenerlo seduto, sdraiato, a nutrirlo, a fargli fare il
ruttino, a fasciarlo e a lasciarlo libero di muoversi. Alla fine Anne ricavò una
sorta di amaca da uno scialle e me la legò stretta addosso. Quella trovata sagace
ci diede un po’ di respiro.
Cara Anne, non disperava mai come me, si rifiutava di gettare la spugna con
il bambino. Più volte mi si avvicinò, trovandomi inerte sulla poltrona con
Edward che mi piangeva in grembo, mentre me ne stavo lì a leccarmi infinite
lacrime. Mi accompagnava a letto, mi rincalzava le coperte come fa una madre
con la figlia e portava via Edward fino a quando, risvegliandomi da un sonno
profondo, ero pronta a riprendere la dura fatica della maternità.
Sopravvisse una settimana, un mese, due, e io ringraziai un Dio in cui non
credevo perché quel figlio non era morto, come invece avevo tanto desiderato un
anno prima.
Edward non aveva ancora tre mesi quando il signor Macarthur mi vide allattarlo
nella grande poltrona vicino al camino. Io ed Edward eravamo uniti in un solo
essere, il mio corpo rilassato contro i cuscini e il suo peso caldo stretto a me, le
dita da stella marina che accarezzavano la fonte di quella gioia e i piedini che si
torcevano estatici.
Quando il signor Macarthur comparve sulla soglia non feci in tempo a
ricomporre il quadro. Una madre che allatta non si sente in colpa, ma fu con la
sensazione di essere stata colta in fallo che provai l’impulso di coprirmi. Edward
avvertì immediatamente il mio cambiamento di umore, il ritmo fluido della
poppata si interruppe e lui sputacchiò, il latte gli andò di traverso, ed emise il suo
verso di disagio da uccellino.
Scorsi l’espressione del signor Macarthur alterarsi mentre contemplava ciò
che non aveva mai visto prima: sua moglie rapita dal piacere di un abbraccio
amoroso. Cosa rivelava quel volto? Turbamento, stupore, sì, ma anche
qualcos’altro: perdita, desiderio, solitudine, sofferenza.
«Vi porgo le mie più sentite scuse, signora Macarthur» disse, e quell’attimo
si indurì nella giustificazione di un gentiluomo che aveva disturbato la nobile
moglie. «Perdonate la mia intrusione, vi prego».
Poi uscì, chiudendosi dolcemente la porta alle spalle.
Vedendo quella sofferenza, per quanto subito celata, capii che il signor
Macarthur era un prepotente, uno sbruffone, un incantatore – capace di pizzicare
tutte le corde umane –, ma quella non era la sua vera indole. Come me, sapeva di
essere solo nel grande vortice dell’universo, una particella minuscola
imprigionata nella solida astuzia da cui traeva sicurezza. Ma mentre io avevo
riconosciuto e accolto quella particella come una compagna, lui era piombato,
come chiunque altro, nel dubbio. Incerto di essere il benvenuto, al pari di
chiunque altro. Insomma, mio marito era un’anima affine, ma troppo spaventata
all’idea di riconoscerne un’altra, o di riporvi fiducia.
In chiave matematica
Edward aveva sei mesi quando mio marito mi raggiunse con gli occhi illuminati
dal nuovo progetto che aveva in mente.
«Mia adorata» disse, e io mi misi subito all’erta. «Mia adorata, avete
pazientato più di quanto un marito possa chiedere».
Sorrisi, chiedendomi: Di che si tratterà, stavolta?
«Quando abbiamo deciso di unire i nostri destini ho promesso di confortarvi
e avere cura di voi. Ora, mia adorata, ho la gioia di darvi la notizia che riempirà
il vostro cuore di felicità e gratitudine...»
«Per l’amor del cielo, signore, venite al punto!»
«Stamane mi sono arruolato in un nuovo reggimento, con la promessa di una
promozione. Tenente Macarthur del Corpo d’armata del Nuovo Galles del Sud!
Non ha un suono meraviglioso, moglie mia? Dobbiamo sostituire la fanteria di
marina che è già sul posto. Ci imbarchiamo a dicembre».
Pensai a uno scherzo, ma la mia risata si spense non appena vidi i muscoli
della sua bocca indurirsi in modo ormai familiare. Si era aspettato una gioia che
non vedeva.
«Il Nuovo Galles del Sud!» esclamai. «Il Corpo d’armata del Nuovo Galles
del Sud!»
Beccheggiavo come una barca in pericolo, in attesa di un vento che mi
mostrasse la rotta. Non sapevo nulla del Nuovo Galles del Sud, se non che si
trovava all’altro capo del mondo, l’ultima oubliette escogitata da Sua Maestà
come ricettacolo di galeotti della peggior specie.
«Ah, e come mai il Nuovo Galles del Sud, signor Macarthur?»
Le parole gli uscirono in un fiume, nell’ansia di espormi le gloriose
prospettive offerte dal nuovo reggimento. Prima fra tutte, la promozione.
«Avremo un mondo di opportunità» disse. «Il capitano del corpo d’armata è
Nicholas Nepean, suo fratello era compagno di scuola del mio caro fratello.
Inoltre, il governatore laggiù ha il potere di assegnare terre, ettari interi, e si
lascerà convincere a concederne a un uomo che sappia proporre un progetto».
«Ma quel posto è una prigione!» esclamai. «L’insediamento risale a meno di
due anni fa... sarà poco più di una radura in un territorio selvaggio!»
Oh, aveva la risposta pronta: un fascio di documenti con i resoconti
aggiornati dalla colonia.
«Guardate, mia cara» disse. «Guardate qui: rapidi progressi nell’edilizia!
Raccolti talmente rigogliosi da rasentare l’incredibile!»
Farfugliava, quasi, in preda a un’altra delle sue manie. Se fossi stata paziente,
gli sarebbe passata, come passa un acquazzone. Non litigare, mi dissi. Ma ero
talmente spaventata all’idea del Nuovo Galles del Sud che dimenticai ogni
astuzia.
«Signor Macarthur, sono solo scarabocchi su un foglio di carta. Chi si trova
nei luoghi più inusitati si sforza sempre di abbellirli. Questi resoconti sono stati
scritti da uomini che avevano ben altro in mente!»
«Sciocchezze. Sono i resoconti migliori e più aggiornati. State forse
insinuando che il governatore del Nuovo Galles del Sud sia un bugiardo?»
Come accadeva spesso, mi aveva fatto cadere in una trappola da cui era
impossibile uscire. Alla disperata ricerca di una via di scampo, cambiai
argomento.
«Un posto brulicante dei peggiori gaglioffi» dissi. «Per quanto possano essere
rigogliosi i raccolti. Vi vedete a fare il secondino della feccia di Newgate?»
Ah, ero andata a segno. Lo vidi ritrarsi e approfittai di quel vantaggio.
«E che ne sarà di vostra moglie e di vostro figlio, di grazia? Volete che vostro
figlio cresca – sempre che sopravviva – insieme a ladri e assassini?»
«Sciocchezze» ripeté lui.
Avevo esagerato, e lui si era scrollato di dosso i dubbi.
«Non abbiate paura» disse. «Certe storie colorite appartengono già al passato.
Quando arriveremo, troveremo una bella accoglienza. Mia cara moglie, non
lasciatevi accecare da pregiudizi bassi e volgari!»
«Sarò anche prevenuta, signore, ma mi rifiuto di venire!»
Una protesta vuota e disperata. Sapeva bene quanto me che erano parole al
vento. Non ebbe neanche bisogno di chiedere: E quindi cosa farete?
In ogni caso, i suoi pensieri non erano concentrati su quello che sua moglie
avrebbe o non avrebbe fatto. Gli occhi continuavano a seguire il profilo del
tappeto, persi dietro qualcos’altro.
«Ci sarebbe la questione di un piccolo debito» dichiarò infine. «Contratto
prima del mio passaggio al 68°. Impossibile per un gentiluomo mantenersi con
uno scellino e sei pence al giorno.
«Un piccolo debito» ripetei.
Entrambi usammo un tono noncurante. Ma io mi irrigidii nell’attesa. Un
piccolo debito. Venti sterline? Cinquanta? Venti sterline costituivano metà della
paga annuale di un sottufficiale. Cinquanta avrebbero inghiottito persino la paga
di un tenente. Cominciai a fare calcoli su quanto avrei dovuto mettere via ogni
settimana, e per quanto tempo, forse anni, prima di estinguere un debito di venti
sterline.
«Duecento» disse lui. «Duecento, all’incirca».
Duecento. Conoscevo le parole, ma fu come se appartenessero a un’altra
lingua. Venti sterline riuscivo a immaginarle, le monete che si rovesciavano su
un tavolo di legno. Duecento erano tutt’altra cosa. Era impossibile pensare
contemporaneamente alla paga di un sottufficiale e a duecento sterline.
Si umettò le labbra, mi guardò in tralice.
«Forse cinquecento».
Mi prende in giro, pensai. Ma non era affatto così. Era a capo chino, scorsi le
ciglia corte abbassate sugli occhi. Non avevo mai visto il signor Macarthur a
disagio, ma in quel momento sembrava proprio che lo fosse.
La nostra conversazione aveva di colpo preso il largo, privandomi della
capacità di modificare gli eventi. Inutile ormai che mi preoccupassi di fare
calcoli. Il debito di mio marito era enorme, un soldato in tempo di pace non
avrebbe mai potuto estinguerlo, nemmeno se l’avesse diviso in piccoli risparmi
settimanali.
Avevo dato per certo che a pagare l’incarico fosse stato suo padre, ma a quel
punto capii che il denaro necessario era stato preso in prestito. Con quello, più lo
scellino e i sei pence al giorno, si arrivava a cinquecento sterline. Non c’era da
stupirsi che i suoi stivali fossero del pellame migliore e che si fosse potuto
permettere di portare cioccolatini in dono alla signora Kingdon! Soprattutto, non
c’era da stupirsi che avesse avuto tanta fretta di assicurarsi un posto migliore di
Gibilterra!
E ora se ne stava lì a tossicchiare, intanto che andava alla finestra come se la
vista fosse interessante. Lo osservai mentre guardava fuori, opponendomi le
spalle come una barriera contro le grida, la rabbia e le lacrime che si aspettava.
Ma a cosa sarebbero servite le lacrime o la rabbia? La rabbia era una debolezza.
Così come le lacrime. Allo stesso modo in cui il signor Kingdon aveva tracciato
con il dito il corso sinuoso di un fiume su una mappa, senza fermarsi fino
all’oceano, io seguii le parole cinquecento sterline fino a destinazione
«Capisco» dissi.
Ci fu una sorta di sollievo. Non stava più a me tentare di convincerlo ad
abbandonare l’idea del Nuovo Galles del Sud. Non c’era niente che potessi dire
o fare per modificare l’enormità dei fatti. Cinquecento sterline. Aveva ragione. Il
Nuovo Galles del Sud era la sola via d’uscita. Una promozione e delle
prospettive erano fondamentali, e un nuovo reggimento era l’unico modo per
realizzare entrambe.
La vergogna era passata, insieme alla necessità di oppormi la massa delle sue
spalle. Si era allontanato dalla finestra e percorreva la stanza come se dovesse
arrivare nel Nuovo Galles del Sud a piedi.
«Pensatela in chiave matematica, mia adorata moglie» disse. «A Gibilterra le
possibilità di riuscire sono ridotte a zero. Nell’incognita del Nuovo Galles del
Sud le occasioni di successo sono sicuramente maggiori di zero. Con la
probabilità, da zero a infinito, di conseguire un successo enorme!»
«Certo, signor Macarthur. Un numero ci ha infilato in questo guaio, quindi
sarà sicuramente un caso fortunato se altri numeri ce ne tireranno fuori».
Si fermò per lanciarmi un’occhiata.
«Mia cara, comprendo. Pensate alla vostra amata madre».
«Nient’affatto, signor Macarthur! È a me che penso! A me e al bambino!»
Ma lui era perso nell’ascolto delle parole che stava per pronunciare.
«Considerate, mia adorata Elizabeth, che se dovrete allontanarvi dai luoghi a
voi familiari – ed essendo moglie di un soldato come potreste evitarlo? –
duecento o duemila miglia non faranno alcuna differenza».
Vidi che era sul punto di travolgermi con un’altra pletora.
«Nel Nuovo Galles del Sud sarà sempre la Provvidenza a proteggervi, e il
sole che scalda vostra madre e vostro nonno offrirà anche a voi la gioia dei suoi
raggi benefici».
Quello sproloquio mi rivelò che era spaventato quanto me. Un uomo
convinto delle proprie azioni non ha bisogno di elaborare frasi tanto
arzigogolate.
«Certamente, mio caro. Ma siete meno sicuro di quanto volete far credere».
Batté le ciglia, strappato al suo sogno luminoso. Batté le ciglia ed ecco la
paura, l’aspetto di una creatura messa all’angolo.
«Ah» disse. Per l’appunto.
Ci fu un attimo di pace, la pace della resa. Era indegno da parte mia, ma lo
preferivo quando lo vedevo spaventato quanto me.
Poi commisi l’errore di prendergli la mano. Lui sussultò e la ritrasse. Per me
essere insieme, compagni nella paura, era una consolazione. Per lui era solo una
debolezza. Nel prendergli la mano gli comunicavo ciò che avevo intravisto, e lui
non poteva tollerarlo.
Spiegai ad Anne che, se lo desiderava, poteva tornare a Bridgerule. Immaginavo
che lì avrebbe trovato un futuro, un giovane da sposare o qualcuno che cercasse
una domestica. Tentai di mascherare la desolazione che provavo all’idea di
separarmi da lei.
Anne contemplò le varie possibilità. La vidi fare calcoli che avrebbero
segnato il resto della sua vita.
«Prenditi del tempo per pensarci, Anne. Non è una decisione da poco».
«No, signora, ho già scelto. Vengo con voi».
«Oh!» esclamai con palese sollievo.
Ma non potevo approfittare della sua ignoranza.
«Ne sei sicura? Sei mesi di traversata, e poi chissà cosa ci aspetta. Sarà una
vita dura, stentata. Affronteremo difficoltà che non possiamo neanche
immaginare».
Mi sorrise, quasi sapesse che la ritenevo troppo sciocca per aver riflettuto su
questo.
«Vi ringrazio, signora, per non aver indorato la pillola. Ma a Bridgerule non
ho prospettive. Preferisco tentare la sorte».
Capii che l’aveva previsto: se non il Nuovo Galles del Sud, Gibilterra. Aveva
già soppesato i pro e i contro, e non aveva dubbi per quanto la riguardava. Era
più lungimirante di me, nel calcolare cosa fosse meglio. Il Nuovo Galles del Sud
forse sarebbe stato una pessima scelta, ma di sicuro non si gettava nell’impresa a
occhi chiusi.
Ero doppiamente grata della sua compagnia, perché sentivo che stavo per
essere travolta da una nuova valanga. Mi era stato detto che durante
l’allattamento non si rimane incinte, ma ero quasi certa di aspettare un altro
bambino. Se i miei calcoli erano giusti sarebbe nato alla fine della traversata, tra
la furia e i ghiacci dell’Oceano meridionale. Rispetto al viaggio su una nave di
deportati, e su quei mari, una squallida locanda di Bath sembrava il paradiso.
Le afferrai le mani, meravigliata dalle lacrime che mi erano salite agli occhi e
dall’impulso di abbracciarla.
«Ah» disse il signor Macarthur, quando lo informai dell’arrivo di un secondo
figlio. «Sarete la prima moglie di un ufficiale ad avere un figlio nel nuovo
continente!»
«Un onore che mi risparmierei volentieri» commentai.
Avvertì l’asprezza nelle mie parole e mi fissò stupito.
«Si tratta di quello che ci aspetta» spiegai. «Non c’è molta scelta, comunque
la si guardi. E me ne farò una ragione. Ma, Signor Macarthur, non chiedetemi di
esserne lieta».
La notte avvertivo un peso sul cuore al pensiero dal viaggio imprevedibile
che avrei compiuto, in compagnia dell’uomo che mi giaceva accanto, la mano
che gli si torceva nel sonno come per toccare il fianco di un cavallo con un
frustino.
Scrissi a mia madre a Stoke Climsland. Considerate, amatissima madre, che, se
dobbiamo essere lontane, duecento miglia equivalgono a duemila. Sarà la
Provvidenza a proteggermi, qui come nel Nuovo Galles del Sud. Il sole che
riscalderà me, offrirà anche a voi la gioia dei suoi benefici raggi.
A bordo della Neptune
Avevamo a malapena raggiunto Plymouth, dove eravamo intenti a imbarcare le
scorte per il viaggio nel Nuovo Galles del Sud, quando Anne mi riferì che il
signor Macarthur aveva sfidato a duello il signor Gilbert, ovvero il comandante
della nostra nave.
«Oh, mia cara, ti hanno presa in giro!» dissi.
Lei tacque, guardandomi dritto in faccia. Mi resi conto che avrei fatto meglio
a non deriderla, ad accantonare la riluttanza e a prestarle ascolto. L’aveva saputo
dal cuoco di bordo, cui la voce era stata riportata dal servitore del signor Gilbert:
un duello, il giorno dopo, dietro l’Old Gun Wharf.
Il signor Gilbert era un individuo volgare, ed era vero che appena ci eravamo
lasciati alle spalle il Tamigi lui e il signor Macarthur si erano scontrati – come
sempre per una faccenda relativa all’onore di mio marito – e da allora non si
rivolgevano più la parola. Ma il signor Gilbert era Dio nel ristretto mondo della
Neptune, e i nostri destini per i sei mesi successivi erano nelle sue mani. Solo un
pazzo avrebbe dichiarato guerra a qualcuno che esercitava un simile potere.
Qualunque fosse stata l’offesa, mi convinsi che il signor Macarthur avrebbe
trovato il modo di appianare le cose.
La sera successiva, però, Anne entrò nella nostra cabina per dirmi di aver
appena saputo dal sergente che, un’ora prima, il signor Macarthur e il signor
Gilbert si erano affrontati. La pallottola del signor Gilbert aveva mancato il
bersaglio di molto, mentre quella del signor Macarthur aveva strappato la manica
della giacca del comandante, mancandolo di un soffio.
Con Edward in braccio, il visetto raggrinzito per l’afflizione, quasi sapesse
cos’aveva combinato il padre, seguii Anne sul ponte. Il signor Macarthur era sul
molo, in mezzo a un capannello di uomini. Non riuscivo a sentire ciò che diceva,
ma ne riconobbi l’atteggiamento trionfante. Mosse il capo in segno di scherno,
indietreggiò per lanciarsi in qualche nuova sortita, sollevò le dita e le usò per
enumerare offese o vittorie. Da così lontano pareva impegnato in una danza,
indietreggiava e avanzava, girava su un fianco e sull’altro, faceva l’inchino,
allungava la mano con gesto regale.
Qualcosa dentro di me rallentò, come se il sangue si fosse addensato. Da una
distanza siderale osservai Elizabeth Macarthur che guardava il marito. La vita mi
era sfuggita di mano a partire da quella notte dietro la siepe, e la guardavo da
troppo vicino per poterla vedere chiaramente. In quel momento, affacciata al
parapetto, mi sentii proiettata lontano e in un attimo di immobilità assoluta
afferrai la verità.
Mio marito era incauto, impulsivo, incostante, capace di ingannare se stesso,
freddo, distaccato, egoista. Questo l’avevo imparato, pensando che lo definisse
interamente. Invece mi sbagliavo. C’era di peggio. Mio marito era un uomo dalle
opinioni pericolosamente squilibrate. Nella sua percezione di sé nascondeva una
ferita talmente profonda che la sua sagacia, la sua comprensione della natura
umana, rischiavano di venire spazzate via da una frenesia cieca, dettata da una
pulsione da folle.
La mia vita, e la vita del bambino indifeso che tenevo in braccio, erano
incastrate nel guscio vuoto del suo onore, che considerava più importante degli
esseri umani che dipendevano da lui per la propria sopravvivenza. Gli altri erano
oggetti da manipolare – con cura, certo, con il fascino, le lusinghe e i sorrisi,
quando i sorrisi erano l’unico modo per ottenere favori. Ma le persone avevano
lo stesso valore di una scarpa o di un cucchiaio. Impossibile urtare i sentimenti
di una scarpa, oppure chiedersi se un cucchiaio patisse le conseguenze di una
nostra azione.
Mi sentii addosso gli occhi di Anne, avvertii la sua compassione. Non riuscii
a ricambiare quello sguardo. Conosceva fin troppo bene me e la mia situazione.
Ma ciò che avevo visto, e con cui a quel punto avrei dovuto confrontarmi, era un
dolore troppo acuto per poter essere condiviso.
«Ringraziamo il Signore Onnipotente che non sia accaduto nulla di più
grave» dissi. «E speriamo che l’onta sia stata lavata».
«Certamente, signora» concordò lei, e finalmente ci scambiammo
un’occhiata.
Quando più tardi mi raggiunse in cabina, il signor Macarthur era teso come una
corda di violino. Vibrava di gioia e compiacimento. Aveva ferito al braccio
Gilbert! E Gilbert, quel codardo, aveva abbondantemente mancato lui! Inoltre,
costretto a lasciare l’incarico, sarebbe stato rimpiazzato!
Discutere con lui era come discutere con un cane che latra, non c’era nulla da
guadagnarci. Ciò nonostante, provai a discutere.
«Certo, e il suo sostituto verrà informato del fatto che a bordo c’è un
passeggero con un tale caratteraccio da arrivare a sfidare a duello il comandante
della sua nave. Questa non è certo una vittoria, signor Macarthur!»
Mi lanciò uno sguardo, come a dire: Cosa volete mai capirne, voi,
accompagnato da un sorrisetto e da un movimento della spalla, quasi una
scrollatina.
«Non sarebbe stato più saggio, signore, evitare di inimicarsi una persona che
esercita un simile potere su di noi?»
Mi accorsi che la mia voce si era fatta acuta per la rabbia, che stavo urlando,
incurante di chi fosse all’ascolto.
«Indipendentemente dalle vostre pistole truccate?»
Il sorrisetto rimase inalterato.
«Ebbene, moglie» disse infine con tono grave, come se avesse una qualche
dichiarazione da fare. «Che bella cosa».
Poi parve perdere interesse per le parole che stava pronunciando. Si tolse un
granello di polvere dalla manica, si aggiustò i capelli sopra l’orecchio, tese la
mano per controllarsi le unghie. Poi, come se io non avessi parlato e lui non
avesse cominciato a dar voce a un pensiero, uscì dalla cabina.
Origliare
Invece di farlo tornare in sé, il duello incoraggiò il signor Macarthur. A una
settimana dall’agognato inizio della navigazione si inimicò il nuovo comandante,
un certo Trail, facendosi portavoce delle lamentele dei soldati sul rancio.
Borbottava le loro ragioni, furibondo. All’improvviso contava solo il benessere
degli uomini.
«Lasciate che sia qualcun altro a farsi carico della loro causa» dissi. «La
vostra ingerenza non porterà niente di buono».
«Lo considero un mio dovere» ribatté lui, compiaciuto come un parroco.
«Questi poveretti sono stati ingannati e ridotti di fatto alla fame!»
Tentò di trascinare nella battaglia il suo superiore, ma il capitano Nepean era
troppo astuto per farsi coinvolgere. Era scontroso, e assai consapevole del
proprio ruolo di comandante in capo del Nuovo Galles del Sud, fino a quando un
ufficiale di grado più alto non fosse stato persuaso ad assumere l’incarico.
Inoltre apparteneva ai Nepean di Saltash, e suo fratello Evan ricopriva un’alta
carica nel governo. Evan Nepean era stato compagno di collegio del fratello del
signor Macarthur, James, ed era stato proprio grazie a quella conoscenza che al
signor Macarthur era stato offerto il nuovo incarico. Sicuramente il capitano
Nepean sapeva che la posizione di Macarthur nel reggimento si doveva
unicamente all’influenza del fratello. E di certo sapeva anche delle cinquecento
sterline. Si inchinava cortesemente quando, con il mio pancione, lo incrociavo
sul ponte dove prendevo un po’ d’aria, ma era sempre preso da qualche impegno
che gli impediva di fermarsi.
Il rifiuto di Nepean di spalleggiarlo infiammò ulteriormente mio marito.
«Ma, signore» dissi io, nel tentativo di fargli sbollire la rabbia. «Il capitano sa
cosa è meglio per lui, e dovreste saperlo anche voi!»
A quel punto il signor Macarthur si era persuaso che il comandante Trail e
Nepean complottassero alle sue spalle. Questo ufficiale e gentiluomo arrivò a
strisciare lungo il corridoio per tendere l’orecchio dietro la porta della cabina del
comandante. E cosa sentì? Qualcosa che alimentò la sua collera... o forse niente.
Ormai era divorato da una convinzione incrollabile, da una indignazione livida
per la perfidia del comandante Trail, di Nepean, del nostromo.
Nepean e il comandante usufruivano di comodi alloggi sul ponte superiore,
cosa che offese il signor Macarthur, poiché noi eravamo relegati in una cabina
interna, con le detenute al di là di un fragile divisorio. Bruciava per l’affronto,
che non urtava tanto la sua pietà quanto il suo orgoglio: era ridotto quasi a
condividere una cabina con delle delinquenti.
Oh, ricordo bene quella cabina ripugnante. Le detenute imprecavano e si
lagnavano, gridavano, strepitavano, scorreggiavano. C’era un incessante
frastuono, il baccano indistinto di un eccessivo numero di donne chiuso in uno
spazio troppo angusto. Di tanto in tanto una di loro cantava con voce alta e
sgraziata l’inno sacro Amore divino, perfetto sopra tutto. Non vidi mai quelle
donne, ma arrivai quasi a credere di conoscere quella che cantava, perché le altre
le sbraitavano sempre contro: «Chiudi quella fogna, Mary Anne, per l’amor di
Dio!»
Il signor Macarthur affermò che tutte quelle donne erano meretrici che
meritavano la sorte che le aspettava, ma io non gli credetti. A quel punto avevo
imparato quanto bastava sulle poche scelte a disposizione di una donna, da
immaginare che tra loro non ci fossero solo meretrici, ma anche sorelle meno
fortunate di me.
La loro condizione era in effetti peggiore della mia, e tuttavia condividevo
alcune delle loro sofferenze. Ce n’era una, o forse più di una, che si lagnava e
vomitava, e capii che dall’altra parte di quella parete sottile una poveretta era
afflitta dalle stesse nausee mattutine che molestavano me, e non riusciva a
dormire per la paura del destino che sarebbe toccato a lei e al bambino che
portava in grembo.
Tuttavia io godevo di privilegi inauditi, rispetto a quelle donne: una certa
riservatezza, l’aiuto di una ragazza che affrontava le mie stesse avversità senza
lamentarsi e la libertà di salire sul ponte a prendere aria quando volevo.
Almeno fino a quando il comandante e Nepean scoprirono che il signor
Macarthur origliava i loro discorsi, e fecero chiudere il corridoio con delle assi.
Le inchiodarono, letteralmente. Lui si avventurava nell’altro corridoio – che io
non avevo mai attraversato, poiché era l’infermeria dei detenuti –, ma proibì a
me di farlo, per paura di qualche contagio. Confinata in quella cabina puzzolente
con il mio bambino malato, io stessa inferma, senza più il conforto di un’ora sul
ponte, di sicuro vivevo una condizione migliore delle donne che sentivo oltre la
parete, ma di poco.
Restammo segregati nella cabina per venti giorni, che il signor Macarthur
trascorse a fare progetti. Non su come restituirci la libertà, ma su come portare
Nepean davanti alla corte marziale non appena fossimo approdati nel Nuovo
Galles del Sud.
«Signor Macarthur» lo implorai, «per l’amor di Dio, dimenticate Nepean e
Trail... Pensate a noi, e industriatevi di ricucire lo strappo!»
Ma ogni volta che riscendeva dal ponte, si metteva ad annotare su una risma
crescente di fogli qualche nuovo resoconto della perfidia di Nepean, in modo da
presentarlo come prova al momento opportuno.
In assenza di una concreta via d’uscita, trovai rifugio dentro di me. La mia
essenza si rannicchiò in uno spazio sempre più ridotto, fino a diventare
irraggiungibile. Avrei persino accolto la morte con indifferenza. In quella nebbia
misericordiosa, il tempo era sospeso. Mi arrivava da lontano il pianto flebile di
Edward, e provvedevo a placarlo. Era solo un rumore, paragonabile agli
scricchiolii del legno della nave o ai lamenti oltre la parete. La creatura cui mi
ero ridotta era strisciata via, lasciando solo il guscio di una donna raggomitolata
sulla cuccetta.
Provocare al punto
A un certo punto mio marito si presentò al cospetto mio e di Anne, ordinandoci
di raccogliere le nostre cose perché ci saremmo trasferiti dalla Neptune alla
Scarborough. Non avevo idea che fosse possibile passare da una nave all’altra in
mezzo all’Atlantico – marito, moglie con pancione, neonato, domestica e bagagli
–, ma lui mi assicurò che era perfettamente realizzabile, con il mare calmo. Era
trionfante, come se non avesse mai desiderato altro.
Come aveva fatto a spuntarla? O forse erano Trail e Nepean a volersi disfare
di lui? Stavo troppo male per preoccuparmene. Per me fu una liberazione.
Sulla Scarborough io ed Edward condividemmo la cabina con la moglie del
tenente Abbott. Ci fece spazio con grazia, anche se per lei rappresentavamo un
disagio.
Le leggevo negli occhi la compassione. A bordo tutti sapevano che il signor
Macarthur si era compiaciuto di comportarsi in maniera provocatoria, al punto
da rendere le nostre esistenze sulla Neptune un inferno. Poi, una volta creato il
problema, aveva trovato una soluzione che creava disturbo a moltissime persone.
Non mi ingannavo a credere che sulla Scarborough il comandante, gli ufficiali, e
persino i marinai trattavano il signor Macarthur con cautela, come fosse un cane
pazzo.
Divina provvidenza
Raggiungemmo il Capo senza intoppi, ma lì mio marito contrasse una virulenta
febbre africana e, mentre attraversavamo l’Oceano meridionale, fu ricoverato
nella cabina angusta e sudicia definita infermeria. Lo accudii come potei, e
rimasi con lui in quella cabina per settimane, visto che la signora Abbott,
temendo il contagio, aveva voluto tutelare se stessa e il figlio. Né io avevo
intenzione di mettere a repentaglio la salute di Anne, che mi aveva affidato il
proprio destino. Brava donna qual era, la signora Abbott si prese cura di Edward
e si assicurò che Anne mi portasse ciò di cui avevo bisogno, lasciandolo nel
corridoio. A parte questo, nella cabina restavamo solo io e il mio sofferente
marito. Quando un cane pazzo si ammala, chi ha il coraggio di curarlo?
Mi organizzai, mettendo in pratica ogni rimedio di mia conoscenza per
mantenerlo in vita, combattendo la febbre con impacchi freddi che si scaldavano
non appena gli sfioravano la pelle, infilandogli in bocca tutte le medicine a
disposizione, fino a essere stordita dalla stanchezza e a sentire il bambino che
portavo in grembo agitarsi in segno di protesta.
Non potevo lasciarlo morire. Essere sua moglie era brutto, ma diventare la
sua vedova sarebbe stato peggio. Il Nuovo Galles del Sud, luogo di detenuti e
soldati, non aveva niente da offrirmi. Non avrei trovato famiglie patrizie a caccia
di una governante per i figli. A nessuno sarebbe servita una ricamatrice. Forse
qualcuno sarebbe stato disposto a prendere in moglie una vedova, ma era assai
improbabile. Quale uomo si sarebbe fatto carico della signora Macarthur,
pallida, smunta, con un ranocchietto gracile come figlio e un neonato attaccato al
seno?
Sarei stata costretta a cercare un passaggio sulla prima nave che salpasse per
l’Inghilterra insieme ad Anne, sempre che avesse scelto di tornare con me, e
sempre che la mia piccola rendita coprisse le spese. E poi? Mi sentii soffocare
dal panico all’idea di me stessa sul molo di Plymouth, circondata da valigie e
casse, con Edward al mio fianco e il neonato in braccio. Mia madre si sarebbe
sentita in dovere di offrirci temporaneamente un tetto. Avrei abbracciato la
sorellastra che avevo incontrato solo al mio matrimonio e tutti ci saremmo
dichiarati tanto felici. Ma per me erano degli estranei, come lo ero io per loro.
Quella non sarebbe stata casa mia.
Con Bridie avrei forse trascorso qualche ora. Ci eravamo scambiate poche
lettere prima dell’imbarco, dalle quali avevo dedotto che viveva ancora alla
canonica, tuttora nubile, anche se mascherava il disagio dietro le notizie
spensierate sui fratelli, come se il matrimonio non fosse il suo primo pensiero.
Lei e la madre avrebbero accolto me ed Edward con la cortesia che si deve a un
visitatore. Avrei cercato di spiegare ciò che per loro era inimmaginabile: il
viaggio fino al Nuovo Galles del Sud, e poi quello di ritorno. Terminata la visita
mi avrebbero abbracciata, accennando vagamente a un nuovo incontro, poi io,
Edward e il neonato avremmo imboccato il viottolo per andarcene.
E il nonno? Forse mi avrebbe perdonata, perché questo era l’insegnamento
del Signore. Ma il mio posto nel suo cuore non sarebbe stato mai più lo stesso.
L’avrei sempre amato, fingendo per compiacerlo una fede che non possedevo. E
lui forse avrebbe ricambiato il mio affetto, pur ammettendo con dolore che ero
una pecorella smarrita.
Ma come sarebbe stato sedere al lindo tavolo della sua cucina, con i suoi
stivali accanto ai fornelli e con Edward imbronciato e intimorito da quello
sconosciuto con la barba ispida, che non provava affetto per la prova vivente del
mio peccato? Quel buon vecchio mi avrebbe presa in disparte e con gli occhi
acuti e il viso cotto dal sole mi avrebbe chiesto in quali rapporti fossi con il mio
Redentore, e io gli avrei risposto che non doveva temere per la mia fede. Ma
nulla sarebbe sfuggito al suo esame. Avrebbe capito che avevo utilizzato un
arguto giro di parole, facendo passare una menzogna per la verità.
Il prezzo da pagare
Le mie attenzioni scrupolose e insonni sortirono i risultati sperati: a quanto
pareva, il signor Macarthur sarebbe sopravvissuto. Ma quelle settimane
presentarono il conto. Nel momento stesso in cui lui cominciava a riprendersi, io
avvertii le prime doglie, settimane prima del previsto.
Mia figlia non sarebbe sopravvissuta. Certo, resistette per un’ora, quella
creaturina ossuta e minuscola, le labbra livide tese alla ricerca di un’aria che non
era ancora in grado di respirare, le palpebre azzurrine di vene frementi alla luce
che non era ancora in grado di vedere.
Sapevo che non poteva vivere, che non ce l’avrebbe fatta neanche se fossi
stata al sicuro a Bridgerule, con un medico al mio fianco. La tenni stretta e
sperai. In quella situazione di emergenza mi persuasi che una Provvidenza
misericordiosa potesse ascoltarmi, e pregai. Tenni tra le braccia quel corpicino
fragile, tentando di alimentarlo con il calore e la forza del mio. Al mondo
esistevano solo i punti in cui la sua pelle si univa alla mia, permettendo il fluire
della vita.
Anne fu così brava da non cercare neanche di lavarla o di fasciarla. Ci coprì
con uno scialle e sedette in silenzio accanto a noi.
La chiamai Jane, in onore della cara signora Kingdon. Sussurrai il nome nel
suo orecchio minuscolo – Resta con me, Jane –, pensando che se aveva un nome
non poteva andarsene. Forse formulai quelle parole solo nella mia mente, ma ero
sicura che lei mi sentisse. Resta con me, resta, resta. Ma la pelle e lo scialle non
furono sufficienti. Nessuna pelle, nessuno scialle sarebbero bastati.
Quando non potei più fingere che respirasse ancora, un immenso torpore si
insinuò nel vuoto lasciato dalla speranza. Arrivò il pastore, ma non volevo
accanto nessun uomo. Forse fui un po’ feroce con lui. Ricordo che uscì di
sbieco, incassando il capo, un ragno in abito nero, la Bibbia grande e nera che
teneva in mano l’ultima cosa di lui a dileguarsi.
L’aldilà. Chinai la testa come tutti gli altri mentre il comandante Mashall
celebrava il rito funebre davanti a quel fagottino di stoffa, ma sapevo che l’aldilà
non esisteva. Esistevano solo il momento presente e il silenzio.
Tuttavia, ogni anno, nella ricorrenza della sua nascita e della sua morte,
penso a Jane. Non con dolore, rimpianto, nostalgia o rabbia, ma nel silenzio,
onorando il fatto che per un breve momento quella persona è stata nel mondo.
Nessuno la ricorda, a parte me e Anne. E ora l’hai conosciuta anche tu. Mi
alleggerisce il cuore annotare la sua esistenza. Dirti il suo nome, e raccontarti
che è stata amata.
Il signor Macarthur sbarcò a Sydney con passo malfermo, le cicatrici di un rosa
maligno sulle guance pallide come il gesso. Ma sbarcò sulle sue gambe.
La forma delle parole
Confezionai un resoconto magnifico della nostra avventura per mia madre. Non
mentii, non del tutto. Mi avventurai su un sentiero assai più interessante: far sì
che le bugie e le verità si bilanciassero. Sto rileggendo la copia a decenni di
distanza, ammirata per quella giovane versione di me. Non parlai dell’orrore
della cabina sprangata. Il pericoloso comandante Trail divenne comico: un
mostro marino in piena regola. Per rassicurarla sul fatto che mio marito fosse in
grado di provvedere ai miei bisogni, le feci credere che a chiedere di passare a
una nuova nave fossi stata io. Un cambiamento davvero soddisfacente, scrissi,
come se il fatto avesse la stessa rilevanza di una passeggiata in giardino.
Provavo un piacere rabbioso e beffardo nel menare tutti per il naso alla
perfezione. Ma ricordo bene la desolazione che provai nel ripiegare la lettera e
spedirla. Essere tanto abile significava vivere in profonda solitudine.
In fondo a quella lettera, tutta gioie e indorature, c’era un messaggio per mio
nonno. Non lo vedevo dal giorno in cui era stato informato della mia caduta in
disgrazia. Gli avevo scritto tante volte, senza mai ricevere risposta. A quel punto,
consapevole che probabilmente non l’avrei mai più rivisto, desideravo
fortemente il suo perdono. Poteva rifiutarsi di replicare alle parole della sua
pecorella smarrita, ma speravo che volesse almeno ascoltarle. Dite al nonno, con
tutto il mio amore, scrissi, che non ho mai dimenticato il suo consiglio di tenere
bene a mente il dovere che abbiamo nei confronti del nostro Creatore. Non
dichiaravo di credere o di obbedire al suo monito solenne, ma di ricordarlo.
Speravo che quelle parole, come un cavallo di Troia, spalancassero le porte del
suo cuore a ciò che mi premeva comunicargli: con tutto il mio amore.
Parte terza
Incredibile
Era assolutamente vero che i raccolti del Nuovo Galles del Sud erano talmente
rigogliosi da rasentare l’incredibile. Anzi, il rigoglio dei raccolti rasentava
l’incredibile al punto da esserlo a tutti gli effetti. In realtà il grano era avvizzito e
morto, il mais si era bruciato dentro le foglie inaridite che frusciavano sugli steli
scricchiolanti, l’orzo non era neanche germogliato.
Secondo i resoconti, i detenuti avevano compiuto un rapido progresso
nell’edilizia, un’altra menzogna mascherata da verità. Certo, di costruzioni ve
n’erano. Di sicuro non si mentiva tralasciando il dettaglio che l’edilizia si
riduceva a qualche tugurio su pali storti tenuti insieme da graticci imbrattati di
fango: cucce tristi che avrebbero fatto vergognare anche un cane. Ah, e il rapido
progresso nell’edilizia comprendeva anche i teli ammuffiti per certi fabbricati
che non erano altro che una vela tesa con le corde tra due alberi, i bordi fissati
con pietre per creare – o meglio edificare – un piccolo spazio triangolare in cui
infilarsi strisciando.
Quel primo mattino a Sydney, contemplando l’alloggio che ci era stato
assegnato – una casetta bassa e misera con il tetto di palma intrecciata – scorsi
per la prima volta il dubbio sul volto del signor Macarthur. Arricciò il labbro, si
accigliò. Era il presagio, come le nuvole che si accumulano all’orizzonte, di un
accesso d’ira. Il passo successivo sarebbe stato braccare il governatore, alzare la
voce, la mano che fendeva l’aria. Mia moglie! avrebbe detto. Mio figlio! Ma non
sarebbe servito a nulla. Perché trascinare moglie e figlio fin quaggiù, quando
sarebbe bastato accontentarsi di starsene comodi in una caserma a Gibilterra?
«Meglio di quanto mi aspettassi!» esclamai. «E guardate, decisamente
superiore a quella!»
Indicai la schiena di un ufficiale che si chinava per entrare in una capanna
ancor più misera della nostra.
«È evidente che vi portano rispetto, signore» proseguii, «visto che ci hanno
assegnato questo alloggio. E guardate la comoda vicinanza con il ruscello!»
La Provvidenza provocò un trambusto nella capanna accanto. Il proprietario
della schiena si rizzò massaggiandosi la testa nel punto in cui aveva cozzato
contro l’architrave, che ora ciondolava sopra l’uscio come un braccio rotto.
«Vedete, signor Macarthur, poteva andare peggio» osservai con tutta
l’allegria che riuscii a racimolare. «Presto, impossessiamocene prima che
l’invidia di quell’uomo per la nostra fortuna gli faccia venire in mente di
occuparla».
Un argomento che, come ben sapevo, lo avrebbe persuaso.
Sydney Town era un luogo polveroso, brutto e rabbioso, un quadrato di
terreno triste e degradato, in cui troppe anime passavano le giornate sognando di
trovarsi altrove. Erano passati due anni da quando un migliaio di detenuti e
duecentocinquanta fanti della marina di Sua Maestà erano approdati nella baia
chiamata Sydney Cove e avevano messo piede su una spiaggia selvaggia e
sconosciuta. Da allora erano rimasti isolati, senza scorte e senza poter scambiare
notizie, fatta eccezione per quei primi resoconti che rasentavano l’incredibile.
Scarafaggi
All’inizio ogni cosa mi sconvolgeva. I deportati erano uomini e donne incattiviti
dalla vita, capaci di strapparsi l’un l’altro il pane dalla bocca, che fremevano
tramando progetti di fuga o di rivolta, inesauribilmente ingegnosi nel creare
sotterfugi per rubare dal magazzino o ai vicini. E c’erano soldati poco dissimili
dai deportati, che parevano godere nell’infliggere le frustate con cui li punivano
per i crimini compiuti, nonché per aver trascinato anche loro in questo posto.
Certe volte le grida riecheggiavano in tutto l’insediamento.
Fame e disperazione, odio e paura, perdita e nostalgia di casa facevano
emergere il peggio in tutti. Proliferavano frecciate, maldicenze e calunnie, con
l’intento di trovare le debolezze altrui nascondendo le proprie. La valle stretta tra
costoni ripidi in cui ci trovavamo era una sorta di spaccatura su una parete, dove
gli scarafaggi zampettavano calpestandosi a vicenda.
Dapprima fui funestata da sogni confusi e cupi in cui vedevo pugni mulinanti.
Poi, con grande turbamento, mi resi conto che gli orrori perpetrati e subiti dai
detenuti avevano smesso di provocarmi gli incubi.
Divinità tutelare
La divinità tutelare di questo luogo infelice era Arthur Phillip, un ufficiale di
marina zoppo e striminzito che aveva condotto la prima flotta di navi in porto
due anni prima. Come comandante di nave era abituato a essere insieme Dio e
re, ma l’esperienza accumulata non lo aveva certo preparato a ciò che il
governatore del Nuovo Galles del Sud avrebbe dovuto affrontare: essere a capo
di mille delinquenti che desideravano solo evadere o ribellarsi, e di un corpo di
secondini irrequieti e riottosi. Solo, senza nessuno con cui condividere i
problemi, a un anno di navigazione da qualsiasi possibile consiglio, viveva una
condizione di solitudine assoluta.
Tuttavia, le autorità avevano saputo scegliere con oculatezza. In un luogo
dove la buona volontà scarseggiava, lui ne era assai dotato; era anche generoso,
e sperava di dare l’esempio con le sue nobili azioni. Quando, prima del nostro
arrivo, le scorte di cibo avevano cominciato a scarseggiare, aveva stabilito che
tutti gli abitanti di quel luogo affamato ricevessero identiche razioni, quindi il
vitto del delinquente più abietto era identico a quello del governatore. Si era
spinto fino a trasferire la sua riserva personale di farina nel magazzino comune,
affinché tutti potessero usufruirne.
A quanto pareva, però, quell’esempio di altruismo non aveva fatto proseliti.
A dispetto delle frustate inflitte dai secondini, ogni carota e ogni rapa venivano
rubate non appena raggiunta la grandezza di un dito. Tra quei ladri non c’era
nobiltà d’animo. Poco dopo il nostro arrivo, un deportato ridotto alla
disperazione aveva barattato l’unica pentola che aveva per una manciata di riso,
ma nessuno poi aveva voluto prestargli un recipiente in cui cuocerlo, e lui morì
dopo averlo trangugiato crudo. Quanto ai fanti e ai nuovi arrivati del Corpo
d’armata del Nuovo Galles del Sud, alle spalle del governatore ribollivano di
risentimento per essere altrettanto affamati dei galeotti.
Il governatore sapeva di avere un compito ingrato, e lo svolgeva con più
garbo di quanto molti avrebbero ritenuto possibile. Ma era pur sempre un essere
umano, in circostanze che avrebbero richiesto poteri divini. Era risaputo che
soffriva di un dolore opprimente al fianco che gli sforzi del chirurgo non
riuscivano ad alleviare, e che lo affaticava e tormentava senza posa. Sotto gli
splendidi bottoni dorati, e a dispetto della spada che sfoggiava, era palesemente
sull’orlo del collasso.
La perla del governatore
Il tenente Macarthur e signora ricevettero l’invito al loro primo ricevimento in
casa del governatore, sul quale si precisava come – a causa della penuria di
approvvigionamenti – ogni commensale dovesse portare il proprio pane. Ci
presentammo con i nostri panini, cotti nel forno del reggimento e avvolti in un
tovagliolo.
«Mia cara signora!» esclamò il governatore, stringendomi la mano. «Quale
svista. Avreste dovuto essere l’eccezione alla regola. Vi assicuro che alla mia
tavola ci sarà sempre un panino per la signora Macarthur!»
Il caso volle che fossimo gli ultimi ad arrivare. Il capitano Nepean ci salutò
con un freddo inchino, prima di concentrare la propria attenzione sul capitano
Hill. Il capitano Collins, viceprocuratore militare, era immerso in conversazione
con il signor White, chirurgo; io scambiai un sorriso con il signor Worgan, il
medico di bordo, che era stato tanto generoso da prestarmi i suoi libri. Alcuni
ufficiali della fanteria di marina erano raccolti accanto al fuoco, insieme al
sempre gioviale capitano Tench. Si era presentato al signor Macarthur a un’ora
dallo sbarco, e si era reso utile con molte piccole attenzioni. Mi era chiaro che il
capitano Tench, alla stregua di chiunque altro a Sydney Cove, si era fatto
un’idea piuttosto chiara del signor Macarthur, e che aveva ritenuto saggio
ingraziarselo.
«Se il capitano Tench vi appare un osservatore insistente, signora Macarthur»
disse il governatore, «ciò si deve al fatto che ha ricevuto l’incarico di scrivere un
libro sulla nostra circoscritta società agli antipodi».
Tench fece un inchino e sorrise. Accanto a un uomo alto si notava quanto
fosse basso, ma grazie alla vivacità e all’animazione di cui era dotato sembrava
occupare più spazio di quanto ne occupasse in realtà.
«A dire il vero, signora» disse, «ho colto al volo l’occasione di stilare il
primo resoconto di questi luoghi... una tale novità da garantire un certo numero
di lettori, immagino, a dispetto delle mie scarse capacità di scrittore. Sono come
la formica della favola: non spreco nulla e custodisco tutto quello che mi arriva».
Avrebbe forse detto di più se il governatore non fosse venuto a presentarmi il
tenente della fanteria di marina Dawes, un uomo alto e con l’aria di essere stato
assemblato alla rinfusa, che fece un inchino senza guardarmi negli occhi.
«Fare la conoscenza con il signor Dawes è una vera fortuna» disse il
governatore, sorridendo per riempire il vuoto che l’altro pareva non sapere di
dover colmare con una frase di circostanza, tipo: Incantato, signora Macarthur,
o: Piacere, signora Macarthur.
«Il nostro signor Dawes è in certo qual modo l’astronomo locale» proseguì il
governatore. «Perciò raramente si unisce a noi dopo il tramonto».
Il signor Dawes fece un altro inchino ma perse l’attimo dell’Incantato,
signora Macarthur, e fu come se tutti noi volessimo liberarlo dall’evidente
imbarazzo di sentirsi al centro dell’attenzione.
«E ora, signora Macarthur» disse il governatore, «prendiamo posto a tavola.
Che il banchetto abbia inizio!»
Seguì un gorgoglio di cortese divertimento, cui io e il signor Macarthur,
avendo vissuto abbastanza a Sydney Cove, fummo in grado di unirci. Qualsiasi
uomo, donna o bambino del luogo quella sera avrebbe goduto dello stesso
banchetto: una frugale porzione di carne salata, passato di piselli e pane. Il
capitano Tench, tuttavia, mi aveva confidato che il guardacaccia del governatore
di tanto in tanto metteva nel carniere un’anatra selvatica o un canguro, e io
nutrivo qualche speranza.
Arrivarono le portate: carne salata e passato di piselli con accanto un paio di
foglie di un’erba che chiamavano prezzemolo di Botany Bay. Cadde il silenzio,
mentre la speranza di mangiare anatra o canguro svaniva. All’altro capo del
tavolo vidi la bocca di Tench torcersi in una smorfia che preannunciava quanto
avrebbe detto.
«Ah, il nostro diabolico pane quotidiano!» esclamò. Tutti risero, persino il
governatore.
«Vi ringrazio, capitano Tench» disse. «È una celia che resterà in vigore fino a
quando non arriveranno le navi con i rifornimenti».
Era ovvio che l’avesse sentita fin troppo spesso. Quasi rendendosi conto della
punta di asprezza nella sua replica, sorrise e mi rivolse la parola.
«Il capitano Tench è l’umorista di Sydney Cove» osservò. «Un luogo che
poco si presta alla commedia».
Si protese verso Tench.
«Caro signore, vi assicuro che io per primo apprezzo i vostri sforzi».
Oh, quelle cene! I grandi piatti bordati d’oro erano sfavillanti, ma non facevano
che ridurre ulteriormente le esigue portate, e la carne salata era sgradevolmente
stantia. Tuttavia, lo splendore veniva esibito comunque. Il vino in calici di
cristallo, ma solo qualche sorso. Un luccichio di posate, come per sette portate.
Tovaglioli damascati, candelieri d’argento, un ringraziamento prolisso strepitato
dal reverendo Johnson.
Osservai il signor Macarthur all’altro capo della tavola, che si profondeva in
mille attenzioni per il governatore, come fa solo chi ritenga le attenzioni una
strategia come un’altra. Il decoro accigliato e i modi gentili del governatore
avevano provocato all’istante il disprezzo del signor Macarthur, e nell’intimità si
riferiva a lui – era un comandante della deprecabile marina, non dell’esercito –
come al nostro Lupo di mare preferito, imitandone alla perfezione la cadenza.
Ma in quel momento, con un misto di sollievo e sdegno, vidi mio marito
sorridere e annuire.
Il governatore aveva già compreso perfettamente con chi aveva a che fare. Di
sicuro il capitano Nepean gli aveva riferito i fatti accaduti a bordo della Neptune.
A mio avviso, accoglieva le attenzioni del signor Macarthur per quello che
erano, senza mostrargli particolare simpatia.
Come si addiceva a un Dio nonché re, il governatore aveva a disposizione uno
stuolo di servitori: tre o quattro galeotti fungevano da valletti, con indosso una
sorta di livrea, e un paio di detenute da cameriere. La governante, una donna
tranquilla in un abito grigio inappuntabile, controllava ogni movimento dei
deportati, contando palesemente le posate.
Non permetteva che i galeotti si avvicinassero al governatore, servendolo lei
stessa. Dalla mia posizione al suo fianco, notai che il modo in cui piegava il capo
tradiva ben più della cortesia di una domestica, e che i mormorii con cui lui la
ringraziava andavano oltre la gratitudine formale. Il governatore colse il mio
sguardo.
«La signora Brooks è una vera perla» mi disse, sorridendo alla governante.
«Mi segue da anni, su navi grandi e piccole, fallate e solide, non è vero, signora
Brooks?»
«Certamente, signore. Ed è una fortuna essere al vostro servizio».
«La signora Brooks è la moglie del nostromo della Sirius» spiegò il
governatore. «Ed è tanto cortese da provvedere ai miei bisogni a terra e in
mare».
Alle parole provvedere ai miei bisogni, la signora Brooks sorrise con un lieve
sussulto, e tra i due corse un fremito, a malapena uno sguardo, fuggevole come il
tocco impalpabile di una piuma.
Pensai, ah, la signora sarà pure la governante e la moglie del nostromo, ma
se non sbaglio le sue mansioni si spingono ben oltre.
Gentilezze
Con me il governatore era la cortesia fatta persona. Dopo quella prima cena si
fece un punto d’onore di facilitarmi l’esistenza in mille modi: mi inviava i frutti
del suo orto, le uova delle sue galline, un paio di volte un’anatra selvatica. Non
appena gli fu possibile si assicurò che ai Macarthur fosse assegnato uno degli
edifici migliori e, nel giro di pochi mesi dal nostro arrivo, traslocammo in una
casa di mattoni, con il pavimento di assi e il tetto di tegole. Due stanze di
grandezza ragionevole, la più grande con un camino, e spaziosi servizi sul retro.
Senza dubbio riteneva saggio e opportuno tenere buono il signor Macarthur
ingraziandosi la moglie. Ma le sue gentilezze erano dettate anche da autentico
affetto. Allora, come ora, preferisco credere che non fossero puramente dettate
da strategia.
Passeggiate
Fu necessario persuadere Anne ad avventurarsi fuori di casa. Qualche malizioso
le aveva garantito di aver visto con i propri occhi un branco di leoni intenti a
divorare un uomo un pezzo alla volta nella baia adiacente, e non riuscivo a
convincerla che aveva prestato orecchio a una frottola. Comunque, non potevo
escluderlo del tutto. Le rassicurazioni sul fatto che non ci fossero leoni nel
Nuovo Galles del Sud erano accompagnate dalla clausola: per quanto ne
sappiamo. Le nostre passeggiate erano punteggiate dai suoi trasalimenti. Ogni
rametto era un serpente, sotto ogni foglia si celava un ragno.
Ma io dovevo uscire di casa – migliore della prima, ma pur sempre buia e
umida – ogni volta che trovavo un pretesto per farlo. Edward era la mia scusa
preferita, perché in questo luogo di privazioni cominciava a fiorire. Eravamo
approdati che aveva poco più di un anno ma sembrava molto più piccolo, un
esserino smunto e silenzioso, con gli occhi troppo grandi per il faccino emaciato.
A pochi mesi dal nostro insediamento camminava con sicurezza tenuto per
mano, parlottava e le guance non erano più così ceree, anche se non ancora
rosate.
Gli ordini del signor Macarthur prevedevano che quelle passeggiate non si
prolungassero mai oltre l’ultima capanna alle due estremità della baia.
«Dovete tener presente, mia cara, che non siamo nel Devon» sottolineò, come
se non lo sapessi da me.
Eravamo sempre accompagnate dal soldato Ennis e dal suo fucile. Ennis, un
ragazzo allegro, aveva il compito di proteggerci dai deportati. E dai nativi, che
avevano cominciato a girare nel distretto, tutelati dal decreto del governatore
secondo cui andavano trattati in modo pacifico e cordiale.
Il signor Macarthur provava insofferenza per l’approccio sentimentale del
governatore. Mi disse che i nativi erano selvaggi della peggior specie. Gli era
stato riferito che nella loro lingua non esistevano parole come per favore o
grazie, né una definizione di marito e moglie: si era solo maschi e femmine,
come gli animali. Mi garantì con assoluta certezza che uccidevano e mangiavano
i loro stessi figli. Li definiva i nostri fratelli scuri, cosa che non finiva mai di
divertirlo, visto che per lui i nostri fratelli scuri non erano affatto fratelli. Quei
selvaggi abitanti delle foreste erano nostri fratelli come potevano esserlo i
pappagalli. Era il suo modo di neutralizzare la paura, avvolgendola in
un’elaborata coltre di ironia.
Gli uomini erano un tantino spaventosi: guerrieri alti e proporzionati, che si
muovevano con sicurezza e autorità, le lance esibite con disinvoltura. Quanto
alle donne, non posso dire che mi intimorissero, ma la loro aperta, esibita nudità
era inquietante.
Le nostre passeggiate – lente processioni per stare al passo con Edward –
consistevano sempre nello stesso breve giro tra il crocchio di stamberghe in
mezzo agli alberi, dove oltrepassavamo galeotti intenti a squadrare sardonici la
moglie del tenente e i suoi accompagnatori che prendevano aria. Ogni giorno
chiedevo con grande solennità ad Anne se preferisse procedere da ovest a est o
da est a ovest. Lei rispondeva alla battuta mimando i gesti di una decisione
ponderata, poi ci avviavamo. Il soldato Ennis le aveva giurato che non c’erano
leoni in giro, e che semmai ne avessimo avvistato uno gli avrebbe sparato!
Arrivati all’ultima capanna alle due estremità della valle, ci fermavamo a dare
un’occhiata al mondo oltre l’insediamento. Sembrava un luogo in cui non fosse
opportuno avventurarsi a piedi: pietroso, bitorzoluto, pieno di alberi esotici e di
cespugli con le foglie simili ad aghi, e fili d’erba che – l’avevo sperimentato –
tagliavano le mani. Sarebbe stata un’impresa spinosa e ardua, probabilmente
pericolosa e di sicuro scomoda.
Le querce erano tutte uguali, ma qui ogni albero aveva una forma diversa,
forse a indicare la fatica con cui il seme caduto sul terreno roccioso si era fatto
strada. Alcuni erano dritti come manici di scopa, altri si estendevano in
larghezza. Certuni svettavano alti, ma avevano il tronco intrecciato come una
corda. Il signor Macarthur somigliava a questi alberi: il seme aveva attecchito
nel modo incerto e stentato che avrebbe modellato l’uomo adulto.
Giocavo con Edward, lo nutrivo con il misero cibo a disposizione, congedavo
Anne per poter godere dell’umile diversivo di fargli il bagnetto. Sedevo accanto
all’apertura nella parete che fungeva da finestra e rammendavo. Leggevo e
rileggevo i pochi libri a disposizione.
Ma dopo aver passeggiato, rammendato e letto, le ore restavano sospese e
incombenti. Le mani fremevano, irrequiete. Ricordavo le vesciche che mi ero
procurata da bambina a casa del nonno, spaccando la legna o tosando una
pecora. Ricordavo l’odore degli escrementi e dell’aia, in questo posto senza
un’aia e senza escrementi. Il deportato addetto ai lavori pesanti rastrellava
languidamente il cortile sul retro, impiegandoci un’ora. Bramavo di strappargli
di mano il rastrello e darmi da fare fino a sentire lo sforzo di muscoli, ossa,
tendini e legamenti, e il sangue scorrere con vigore.
La vita è lunga, signora Macarthur, mi aveva detto quella burbera
locandiera. La vita è lunga. Aveva pronunciato una verità più profonda di quanto
lei stessa avrebbe creduto, perché nel Nuovo Galles del Sud i giorni erano una
sequenza di momenti piatti. Eppure eravamo circondati da un universo del tutto
nuovo: i nativi e la loro lingua, la vegetazione, gli uccelli, gli animali esotici. Le
stelle erano indecifrabili e, come aveva detto il governatore, il signor Dawes era
talmente preso dal ricollocarle su una mappa da disertare l’insediamento. Questo
posto abbondava di doni, una cornucopia traboccante di cose insolite e
meravigliose, ma inaccessibili per la signora Macarthur e le sue consuetudini da
grande lady.
Potevo solo lasciar scorrere il tempo, un agio di cui ero abbondantemente
provvista, in attesa di una delle svolte che quella donna mi aveva promesso.
Né profitto né piacere
C’erano milleduecento abitanti a Sydney Cove ma, con gli Abbott inviati presso
l’insediamento secondario di Norfolk Island, rimaneva una sola e unica donna
che potesse offrire una compagnia adeguata alla sposa di un ufficiale: Mary
Johnson, la moglie del pastore.
Ossignore, quanto era noiosa. Ignorante, gretta e con l’abitudine di inserire
l’Onnipotente in ogni frase: un vero sfinimento. Il tempo trascorso con la signora
Johnson non offriva né profitto né piacere.
Tuttavia lei e il marito erano brave persone. Si occupavano dei malati
attingendo alle loro riserve personali e non disperavano mai – a dispetto
dell’evidenza – di riuscire a riportare i galeotti sulla retta via.
Quando ero con loro mi sentivo una peccatrice egoista e dal cuore di pietra.
Provavo vergogna nel deriderli tra me. Mi rendevo conto che la fede offriva loro
una consolazione che io non avevo mai conosciuto, e che il mio scherno
scaturiva da un sentimento complicato che, ora lo capisco, somigliava molto
all’invidia.
Il signor Macarthur non aveva tempo da perdere con il vacuo pastore.
Richard Johnson non sapeva il greco, zoppicava in latino e si esprimeva con la
robusta parlata del contadino dello Yorkshire che era stato. Non un gentiluomo,
dunque, e quindi insignificante agli occhi di mio marito.
«Oh, mia cara moglie» diceva, quando mi accingevo a far visita a Mary. «Un
prezzo davvero alto per la vostra residenza nel Nuovo Galles del Sud. Se avessi
saputo che il reverendo e la signora Johnson erano in agguato, forse avrei
riconsiderato i miei progetti!»
Trovava la battuta assai divertente.
Accantonare Dio
Una mattina trovai Mary che annaffiava un paio di stenti cespugli di rose vicino
alla porta. Dovevano essere lì da sempre, perché di sicuro non erano arrivati per
nave. Ma noi eravamo approdati a Sydney Cove in inverno e ora era primavera,
e i rami spogli cominciavano a germogliare. Oh, vedere un cespuglio di rose in
questo posto di colori verdastri e grigiastri, pieno di foglie estranee e coriacee!
Era come un vecchio amico, la promessa che un giorno sarei finalmente tornata
nel luogo dove le rose fiorivano davanti a ogni porta.
«Parola mia, signora Johnson, le vostre rose mi fanno pensare a casa!»
«Sono belle, sì. Ma permettetemi di correggervi, signora Macarthur. Non
sono mie le rose, bensì di Dio».
Ero stata sgridata come una bambina, e come una bambina provai un moto di
ribellione a quel rimbrotto. Mary mi sorrideva tutta compiaciuta, convinta che
avrebbe goduto della beatitudine eterna in paradiso, a differenza delle
chiacchierine frivole come Elizabeth Macarthur.
Ma sarebbe stato scortese non farle visita, e la scortesia, in una società tanto
ristretta, comportava sempre delle conseguenze. Inoltre, alla fine imparai a trarre
un minimo di piacere dalla sua compagnia. Come il marito, veniva dallo
Yorkshire. Quando vivevo nel Devon, lo Yorkshire mi era parso un luogo
estraneo e remoto ma, visti dall’altro capo del mondo, Devon e Yorkshire erano
praticamente confinanti e ci spingevano a condividere i ricordi di casa.
Parlavamo del sapore dei lamponi, dei funghi che si ergevano come sentinelle
solenni nella caligine del primo mattino, di come i cespugli nei campi si
punteggiassero di ciocche di lana quando le pecore li sfioravano.
Mary non anelava il ritorno a casa come me, ma di sicuro sentiva la
mancanza della compagnia femminile ed era disposta ad accantonare Dio, di
tanto in tanto, per concedersi un pizzico di nostalgia per il suono dei campanacci
delle pecore nei mattini d’inverno.
Lettere
Scrivevo a mia madre e a Bridie. Ho le copie sotto gli occhi proprio ora: oh, che
corrispondenza noiosa. Piena di frasi raffinate, ma priva di contenuti. Finalmente
mi accingo a rassicurare la mia amatissima madre sulla mia buona salute, e
aggiungo che il signor Macarthur e il mio piccolo Edward godono della stessa
fortunata condizione e che, per completare il felice quadro, tutti noi desideriamo
sentire da voi che siete egualmente lieta e in forze. Sembrano frasi tratte da un
manuale di sinonimi eleganti, o le circonlocuzioni di uno scrivano pagato un
tanto a parola.
Cosa che in effetti ero, in certo qual modo. Era opportuno che io scrivessi a
mia madre e alla mia amica d’infanzia mostrandomi assolutamente soddisfatta,
tratteggiando la nostra come una situazione dagli orizzonti promettenti. Le mie
lettere sarebbero state mostrate ai vicini. Chiunque fosse andato in visita da mia
madre o in canonica sarebbe stato intrattenuto dai resoconti di Elizabeth sui
luoghi straordinari in cui abitava. Non volevo generare ansia. A cosa sarebbe
servito?
C’era anche la trascurabile questione del mio orgoglio. Guai a ispirare
compassione.
Talvolta, rileggendo quel che avevo scritto e ammirando la falsità di tanta
bonaria allegria, avrei voluto condividere un codice segreto con Bridie. In tutto il
vasto mondo, lei era l’unica cui avrei voluto rivelare la realtà dei fatti dietro le
parole insulse. Ma non c’era modo di dire alcuna verità.
Il signor Macarthur leggeva le lettere che scrivevo a Bridie e a mia madre. Io lo
sapevo, perciò evitavo di inserire dettagli che potessero apparirgli in qualche
modo fallaci. A sua volta lui mi mostrava le missive che inviava al fratello e al
padre. Come le mie, gettavano solo la luce più dorata su ogni cosa. Non faceva
mai commenti su quanto le mie fossero eccessivamente ottimiste rispetto alla
realtà che vivevamo, e io non sollevavo mai dubbi sulle sue. Anzi, capitava
spesso che copiassi fedelmente alcuni suoi effluvi, per compiacerlo, dato che il
signor Macarthur compiaciuto era una compagnia assai più gradevole del signor
Macarthur contrariato.
Nel copiare le sue parole notavo che il termine noi non compariva mai. Nella
cosmologia solitaria del signor Macarthur, un simile pronome non esisteva.
Tutto si riduceva a io, me, me medesimo.
Vigilanza
Ogni mattina, svegliandomi al frastuono barbaro dei kookaburra sghignazzanti,
evitavo di domandarmi quando saremmo ripartiti. La trasferta della fanteria di
marina durava tre anni, la metà dei quali era già trascorsa, ma il Corpo d’armata
del Nuovo Galles del Sud era stato creato per sostituirla in pianta stabile. La
durata del nostro soggiorno – la nostra condanna, si potrebbe dire – dipendeva
dalla velocità con cui il signor Macarthur si sarebbe fatto strada, saldando prima
il debito e risparmiando poi il denaro per il ritorno a casa.
Dovevo accettare l’eventualità che potesse non accadere mai. Certo, era un
uomo sagace e ambizioso. Ma era anche imprevedibile, arrogante, attaccabrighe
e irrazionale. Impossibile confidare in lui per la realizzazione dei nostri sogni.
Giacendo al suo fianco la mattina, attenta a non svegliarlo, avevo tempo per
pensare. La mia posizione di donna e moglie era debole, ma in qualche modo ero
io a dovermi fare carico del nostro destino. L’unica possibilità era indovinare i
suoi bisogni e i suoi desideri, così come lo avevo visto soppesare i bisogni e i
desideri degli uomini che voleva piegare al suo volere.
Cosa desiderava, o si poteva indurlo a credere di desiderare? Ciò che voleva
sempre, e di cui non era mai sazio, era... Stavo per scrivere lodi, blandizie, ma la
questione era più complicata. Aveva bisogno di farsi vedere e sentire. Aveva
bisogno di attenzione: attenzione e rispetto. Il figlio del commerciante di tessuti,
il sottufficiale a paga ridotta, era stato talmente a lungo una nullità agli occhi
altrui da dover assumere grande importanza ai propri. Ecco perché era sempre
pronto a gettare al vento qualsiasi privilegio nell’impeto di difendere il proprio
onore.
Ero io quella solida, che doveva mantenere il controllo. Per tutto il tempo
trascorso qui – per la nostra intera vita, a ben guardare – avrei avuto il compito
di distrarlo dal genere di devastazione che aveva attirato su di noi a bordo della
Neptune. A tal scopo, avrei dovuto imparare ad accordare la sua astuzia con la
mia. A surclassarlo in arguzia e pazienza. A valutare quando contrastarlo,
lasciandogli credere furbescamente che il mio punto di vista fosse il suo, a
sapere quando dire: Ah, sì, signor Macarthur, che piano geniale, in attesa che il
suo entusiasmo si spegnesse.
Se fossi riuscita a padroneggiare queste arti, ci sarebbe stata la speranza – una
speranza che andava da zero a infinito – di tornare a casa. Se avessi fallito,
avremmo passato il resto della vita in questo esilio.
Presi in prestito dalla signora Borthwick quel lieve inarcare degli angoli della
bocca in una specie di sorrisetto sereno, dapprima con consapevolezza, per poi
trasformarlo in abitudine. Solo quand’ero sola potevo rilassarmi, e sapevo bene
che in quei momenti senza vigilanza l’espressione sul mio viso era di
sopportazione austera.
Una casa
Tra i prerequisiti di un ufficiale in questo luogo c’era l’assegnazione di alcuni
deportati con la funzione di domestici vestiti e nutriti da Sua Maestà e, una volta
che ci fummo trasferiti in una casa più grande, il signor Macarthur sfruttò al
massimo questo privilegio.
Al nostro arrivo ci era stato assegnato un piagnone di nome Sullivan. Era
giovane ma portava sul corpo i segni di una vita dura: la faccia era sgualcita
come una scarpa vecchia e la bocca tutta sdentata. Il signor Macarthur mi
raccontò che era stato colto con dei candelabri che gli spuntavano dalla tasca,
mentre negava perfino di sapere cosa fosse un candelabro.
Una donna l’aveva partorito e gli aveva imposto un nome, ma l’unico cui lui
rispondesse era Smasher. Evitava sempre di guardarti negli occhi. Era
un’abitudine che avevano tutti i criminali. Incrociare lo sguardo del padrone
poteva significare che ti ritenevi alla sua altezza, un’insolenza, quindi, e
l’insolenza veniva punita con una dozzina di frustate. Sullivan si rivolgeva
sempre a mio marito chiamandolo signore, ma sempre con un sorrisetto maligno
e insinuante.
Quando l’Atlantic attraccò con un nuovo carico di delinquenti, il signor
Macarthur si diede molto da fare al molo. Un ufficiale del suo rango non si
poteva certo accontentare di uno sfaccendato buono a nulla.
William Hannaford era un omone biondo con il viso aperto e franco. In lui si
intravedeva il contadino persino dopo i mesi di prigionia passati sull’Atlantic. E
si capiva anche che era un tipo allegro, che non sarebbe mai andato a fondo a
causa dei rovesci della vita.
«Un ladro di pecore» mi disse il signor Macarthur. «Ma ha evitato la forca,
Dio solo sa come».
Quel primo giorno, Hannaford si soffermò a parlare con Sullivan, e nelle
parole che pronunciò riconobbi la forma delle mie. Fu facile immaginarlo mentre
si sporgeva su una scaletta nel Devon, intento a chiacchierare con il vicino,
salendo e scendendo tra i monti e le valli di una conversazione, come amava fare
mio nonno. Sullivan si girò a guardarmi e Hannaford fece altrettanto,
spaventandosi nel vedere che in ascolto c’ero io, la signora Macarthur, con la sua
cuffietta migliore.
«Credo che siate del Devon» dissi, cercando il tono giusto da usare con un
servitore che era anche un delinquente. Ma il suono di quelle vocali familiari
aveva risvegliato in me la voglia di parlare dei luoghi che avevamo in comune.
«Di quale parte, con esattezza?»
La domanda suonò più autoritaria di quanto intendessi e lui si fece guardingo.
Allora sorrisi – non troppo! – e lo vidi rilassarsi.
«Be’, signora Macarthur, la mia fattoria era un po’ fuori Bradworthy. Un
posto talmente isolato che dubito ne abbiate sentito parlare».
«In direzione di Milton Damerel?» chiesi. «O più verso Kilkhampton?»
Intanto nei ricordi vedevo i viottoli bordati di alte siepi.
«Più verso Sutcombe, signora Macarthur. Solden Cross, poi Honeycroft e poi
casa mia, nel gomito di Beckett’s Hill».
Scese il silenzio, mentre entrambi ripercorrevamo quei luoghi con la
memoria. Strinse le labbra, e io immaginai il dolore del rimpianto. Quando
aveva posato le mani sulle corna della pecora di qualcun altro ed era stato colto
in fallo doveva aver perso i pochi campi in suo possesso, forse una moglie e dei
figli, e tutto il futuro che aveva pianificato.
Mi resi conto troppo tardi di essere stata scortese nell’aver citato i nomi dei
posti che gli erano appartenuti, riportandoglieli alla memoria. Con il tempo e un
po’ di fortuna, la signora Macarthur sarebbe tornata in quei luoghi. William
Hannaford, deportato a vita, non li avrebbe rivisti mai più.
Com’era prendere una decisione che ti avrebbe sconvolto l’esistenza?
Condurre una pecora fuori dal suo ovile, sapendo che una volta afferrata per un
corno ti eri condannato a morte? Un gesto disperato o uno spensierato lancio di
dadi? Per poi finire qui, su questa terra straniera, distogliendo lo sguardo da
quello di una donna che, volendo, aveva il potere di spedirti ai lavori forzati?
Avrei potuto tranquillamente articolare la domanda, visto che lui cominciò a
raccontare la sua storia. Ebbi la sensazione che l’avesse già narrata più volte, a
chiunque fosse disposto ad ascoltare, come se continuare a ripeterla potesse
cambiarne il finale.
«Avevo bisogno di un montone, signora Macarthur. Il mio triste gregge era
misero. Intravedevo un futuro, ma mi serviva un montone. Uno solo».
Si produsse in una risata mesta.
«E certi mandavano in malora i loro montoni, non li meritavano. Secondo
me».
Mi lanciò un’altra occhiata, per accertarsi che non fossi il tipo che l’avrebbe
fatto frustare perché si era preso delle libertà, e vide che non ero affatto quel
genere di persona.
«Avevo imparato da mio padre cosa cercare, sapete? Misi gli occhi su un bel
montone alla Crawley Farm. Abbastanza lontano da casa, e avevo un carretto
con dietro un marchingegno per nasconderlo durante il tragitto; avevo anche
pensato a una storia per i vicini, una storia triste sul tizio che lo aveva dato via
per poco alla morte della moglie. Oh, avevo progettato tutto. Vi è mai capitato di
avere in mente una cosa con tanta forza e chiarezza da pensare che sia un vostro
diritto ottenerla?»
Non si soffermò ad aspettare la mia risposta, ma sapevo di cosa stesse
parlando. Nel breve istante dietro la siepe avevo ritenuto di avere un diritto che
in un secondo tempo avevo scoperto di non avere affatto.
«Come ho potuto essere tanto sciocco?» si chiese, lievemente meravigliato.
Quella storia continuava a risultargli indigesta, indipendentemente dal
numero di volte in cui l’aveva raccontata.
«Ma sono stato fortunato, più di quanto uno sciocco meriterebbe. Avevo
messo le mani su un animale di proprietà del generale Watson, e lui, gentiluomo
generoso qual era, si presentò davanti al giudice e gli disse che mi perdonava e
che per niente al mondo avrebbe voluto vedere un uomo impiccato a causa di un
solo infelice, misero, sciocco errore».
Vedere un uomo impiccato. Quella storia gettò una nuova luce sul Nuovo
Galles del Sud. William Hannaford avrebbe dovuto morire, invece era vivo. Ma
soltanto quaggiù. Il corpo intatto dell’Inghilterra si sarebbe rifiutato di ospitare il
cancro di un ladro di bestiame e, senza la risorsa della deportazione, le suppliche
del generale Watson sarebbero rimaste inascoltate. Il Nuovo Galles del Sud era
una prigione da cui William Hannaford non sarebbe più uscito. Ma la distanza di
questo posto, la sua stessa estraneità, persino i suoi aspetti poco invitanti
potevano renderlo più una porta da attraversare che un muro insormontabile,
offrendo a Hannaford un futuro.
Mi ha fatto la proposta
Anne venne da me un pomeriggio, tutta seria, qualche mese dopo il nostro
arrivo.
«Perché quell’aria triste, Anne?» chiesi, pensando che stesse per dirmi che
detestava lavorare al fianco di Sullivan. Avevo visto come la guardava,
sorridendo lascivo e mostrando i denti marci. L’avrei rispedito senza indugio al
servizio del governo, se così fosse stato, e speravo che Anne fosse venuta a dirmi
proprio quello.
«Sono davvero spiacente, signora» disse.
«Spiacente. Di cosa si tratta Anne? Sei infelice?»
«Oh, no, signora, ma mi dispiace piantarvi in asso».
Arrossì.
«Mi ha fatto la proposta, sapete? Il soldato Ennis. E io ho accettato».
Io e Anne ne avevamo passate tante insieme e avevo imparato a contare su di
lei, un legame sicuro tra tanti inaffidabili. E, come aveva anticipato la signora
Kingdon, lei rappresentava un pezzetto di casa in un luogo estraneo. Per un
attimo la mia facciata cedette. Immaginate la stoica signora Macarthur che grida:
Non lasciarmi!
«Be’, Anne, ne sono davvero lieta. E come sei stata brava a mantenere il
segreto! Non mi sono accorta di niente!»
Ma sapevo di non essermi accorta di niente perché non avevo osservato.
Come un altro abitante di quella casa, mi ero limitata a io, me, me medesima.
Anne non mi stava abbandonando, stava ricavando il meglio da ciò che il destino
le aveva riservato, affrontando la svolta che aveva davanti. Era stata con me per
due anni esatti, perché avevo lasciato Bridgerule in ottobre, il mese in cui
eravamo ora. A quel punto la osservai, notando ciò di cui non mi ero curata di
accorgermi: al posto della ragazzona goffa c’era una giovane donna dall’aria
competente, quieta e gaia, con le lentiggini e i capelli rossi che le donavano una
bellezza nuova. Il soldato Ennis, quel giovane dal cuore d’oro, sapeva il fatto
suo.
«Cara Anne, non potrei essere più felice per te».
Ci abbracciammo come sempre ma, quando ci separammo e lei mi guardò,
capii che riusciva a leggere oltre la mia felicità.
«Sono spiacente, signora» ripeté esitante.
Capii che stava cercando le parole per dirmi che aveva visto da vicino cosa
fosse il mio matrimonio, e desiderava consolarmi. Ma non c’erano parole, non
c’era consolazione, e poté solo prendermi la mano per stringerla brevemente tra
le sue.
Con la partenza di Anne mi ritrovai nei pasticci, non sapendo dove cercare una
donna che mi affiancasse. E non desideravo affatto che a occuparsi di Edward
fosse una giovane e rozza deportata.
All’orecchio di Mary Johnson arrivava qualsiasi cosa accadesse nel nostro
microcosmo e, nel giro di un’ora dalla mia conversazione con Anne, lei mi
mandò a chiamare. Mi accolse nella sua casetta, dove il marito, nel salone, se ne
stava curvo sopra un nuovo sermone con la Bibbia davanti, rapito nell’estasi
compositiva. Noi due ci spostammo nel salottino con il camino acceso. Lì c’era
un’altra donna, seduta e impegnata a cucire, con gli abiti da detenuta. Al mio
ingresso si alzò goffamente, stringendo il cucito al petto.
«A che punto sei, Agnes?» chiese la signora Johnson. «Sbrigati a finire, su».
«Sì, signora Johnson» disse la donna a occhi bassi. Poi tornò a sedersi,
riprendendo a rammendare.
Non era nel fiore degli anni, aveva le guance pallide, un fisico che si poteva
solo definire ossuto. In poche parole, non era certo una bellezza, cosa che aveva
giocato a suo vantaggio, visto che Mary Johnson non avrebbe mai diviso il tetto
e le cure del marito con una prigioniera attraente. Era devota, ma non una
sciocca.
«Nella traversata ne ha passate di tutti i colori» spiegò la signora Johnson in
un sussurro udibile in ogni angolo della stanza. «La cosa più triste è che ha perso
un figlio».
Evitai di fissare la donna, che stava curva sul cucito come se volesse sparirvi
dentro. La signora Johnson proseguì imperterrita:
«Le ho detto, e sono certa che concorderete con me, signora Macarthur, che
Dio ha accolto il piccolo tra le sue braccia, e che lei non dovrebbe piangere ma
gioire per la precoce dipartita del figlioletto».
Agnes produsse un breve verso, di protesta o rifiuto. Sul volto aveva dipinto
uno sconforto talmente profondo che esserne testimoni rappresentava
un’intrusione. Come lei, sapevo cosa significasse perdere un figlio a bordo di
una nave di confinati. Però non ero costretta a vivere con la signora Johnson e la
sua certezza che si fosse trattato di una benedizione.
«Posso fare a meno di lei, signora Macarthur» disse quest’ultima. «Ho saputo
che c’è una donna meritevole con cui posso sostituirla. Sempre che voi la
vogliate».
Vedevo chiaramente che il debito contratto per i servizi di questa donna
sarebbe stato estinto solo con la massima gratitudine nei confronti della signora
Johnson. Ma era la soluzione a tutti i miei problemi.
E lei aveva comunque deciso.
«Il signor Johnson si è informato sul suo carattere» aggiunse, «e sembrerebbe
adeguata. Ovviamente è una ladra, ma non delle peggiori, e cura la propria
igiene».
Agnes teneva la testa bassa.
«Quindi ve la invierò sabato» stabilì la signora Johnson. «Nel pomeriggio vi
andrebbe bene?»
La signora Brown
C’era una severità nel temperamento di Agnes Brown che mi impediva di
chiamarla per nome, quindi continuai a rivolgermi a lei come signora Brown,
anche se usare un simile riguardo a una prigioniera era inconsueto. Era
veramente una signora? Si chiamava davvero Brown? Forse no. Ma non aveva
importanza.
Parlava solo lo stretto necessario, ma quando lo faceva sentivo, come con
Hannaford, l’accento delle contee occidentali. Sorrideva di rado e sbrigava le
faccende mostrando una facciata, mentre la sua interiorità risiedeva altrove.
Aveva sempre un’espressione di assoluta neutralità. Ad Agnes Brown doveva
essere accaduto qualcosa, nel restare incinta e nel perdere il bambino, e il delitto
che l’aveva portata fin qui, oltre alla sua vita da detenuta, le aveva alienato ogni
possibile distrazione. La vita ormai le scorreva sopra e intorno come l’acqua.
In un mondo diverso, io e la signora Brown non saremmo state padrona e
serva, ma eguali: decisamente non aveva la sfrontatezza di una sgualdrina. Mi
sarebbe piaciuto sapere quale delitto avesse compiuto, e avrei potuto scoprirlo
senza problemi. Mi dicevo che non volevo approfondire perché non mi
interessava, ma il vero motivo era che mi vergognavo di avere il potere di
conoscere la sua storia, quando lei non doveva osare di voler conoscere la mia.
Era con noi da poche settimane quando la sorpresi con in mano l’Orazio del
signor Macarthur, lasciato sulla mensola più per mostra che perché lui lo
leggesse. Lo posò subito, in preda all’agitazione.
«Vi chiedo scusa, signora Macarthur. È solo che non sfogliavo un libro da
tanto tempo. Ma mi sono accorta che non è in inglese. Scusatemi ancora, signora
Macarthur».
L’agitazione forse era dovuta all’imbarazzo dell’innocenza, o forse era una
prova di colpevolezza. Le chiesi se sapesse davvero leggere e, quando rispose
affermativamente, presi uno dei miei libri e lo aprii a caso.
«Vorreste essere tanto gentile da leggere un paio di frasi, signora Brown?»
«In filosofia, laddove la verità sembra duplice, non esiste uomo più
paradossale di me».
Sì, sapeva leggere, e io mi vergognai di me stessa.
Un becco triste
Mai oltre l’insediamento, aveva ordinato il signor Macarthur, ma io mi ero
stancata di quel piatto girovagare sul terreno battuto tra le capanne malsane. Una
volta che Anne se ne fu andata, mi concessi di attribuire un nuovo significato
alla parola insediamento. La signora Brown mi accompagnava nelle passeggiate
quotidiane, con la scorta di Hannaford, visto che Macarthur aveva stabilito che
un soldato armato non fosse più necessario. Nessuno dei due sapeva quali
fossero i limiti che lui aveva imposto.
Sul crinale occidentale della vallata, i confinati vivevano in capanne e tuguri,
e alcuni nelle caverne che crivellavano il ripido costone. Tra queste abitazioni di
fortuna si diramava un intrico di sentieri scoscesi. Quasi in cima al crinale c’era
l’ultima abitazione, una grotta con un lembo di tessuto all’imboccatura. Era il
punto che io e Anne avevamo sempre evitato di oltrepassare. Alla prima
passeggiata con la signora Brown e Hannaford feci strada fino a quella grotta e
proseguii come niente fosse. Una confinata scostò il tessuto e ci scrutò mentre
avanzavamo.
«Signora Macarthur» mi chiamò Hannaford e io mi girai a guardarlo. Lui
sapeva, ovvio. Sullivan doveva averglielo detto. E, prima che venisse nascosto
sotto la cuffietta, non scorsi forse lo stupore sul volto della signora Brown per il
fatto che la signora Macarthur stesse sconfinando oltre il mondo che le era
permesso?
«Sì, Hannaford?» chiesi, vedendolo esitare.
«Scusatemi, signora Macarthur. Solo una sciocchezza».
Mi voltai e mi arrampicai sul sentiero, con l’aria innocente di chi non crede di
contravvenire alla regola imposta dal marito.
In cima al crinale, con la valle deturpata alle spalle, ci si aprì davanti una
grande piattaforma rocciosa. Dall’insediamento era impossibile, ma da lì
l’orizzonte si estendeva per miglia e miglia, in tutte le direzioni. A est enormi
lingue di terra, impellicciate di foresta, si estendevano lungo il sentiero fino
all’oceano; a ovest si stagliava un paesaggio di penisole, isole, colline e valli
inesplorate, costellate qua e là dal pennacchio di un falò che parlava di altre vite,
per le quali quella terra non era una prigione ma una casa. Il Devon non aveva
mai conosciuto questo sole, che si inclinava tra gli alberi allungando le loro
ombre sulla scarpata ripida, o quest’aria che si muoveva libera facendo
ondeggiare i cespugli e roteare e stridere i gabbiani.
«Oh!» esclamò la signora Brown. «Parola mia, è...»
Non concluse la frase. Non ero certa che esistesse una parola capace di
racchiudere in sé un posto simile.
Dalla grande piattaforma aperta su cui ci trovavamo, il terreno scendeva
verso l’acqua, con un sentierino che si dipanava tra rocce e alberi. Laggiù, da
qualche parte, c’era l’osservatorio in cui viveva il signor Dawes, l’astronomo.
Non desideravo avventurarmi lungo quel sentiero, quindi mi sedetti su un
sasso comodo, con una rientranza che pareva disegnata per la schiena umana. La
signora Brown trovò un altro sedile adatto e Hannaford mise a sedere Edward,
dando inizio a un gioco tranquillo e privato con i rametti e le foglie.
Lì, come mai nell’insediamento, compresi che nulla di più solido dell’aria mi
separava da casa. Era laggiù, in direzione nord-nord-ovest. Oltre questo
continente sconosciuto, oltre l’oceano che avevamo attraversato, il Devon di
sicuro si estendeva sotto lo stesso sole e sotto la stessa luna che illuminavano
noi, come decantato dal signor Macarthur; con l’unica differenza che laggiù la
prima brina cominciava ad appesantire l’erba e qui il clima temperato
preannunciava il caldo ormai prossimo.
Fossi stata un uccello come quei gabbiani che si libravano, sarei salita in alto
puntando il becco oltre quelle terre selvagge, oltre quegli oceani burrascosi e
sarei ridiscesa solo per posarmi sul cancello dell’aia di mio nonno, che da
bambina avevo disseminato di grumi di fango. Come un musulmano in direzione
della Mecca, mi volsi verso casa, il luogo che raccoglieva i bei ricordi del
passato e le grandi speranze per il futuro. Tra il suono metallico di foglie
sconosciute e le strida di gabbiani estranei, mi concentrai per ricordare le dolci
brezze del Devon, il fruscio delle querce e dei faggi, il cinguettio e il gorgheggio
degli uccelli timidi sulle siepi. Era il luogo che custodivo fin dentro le ossa. Lo
bramavo come un bambino brama la madre.
Nutrivo una superstizione: se avessi rivelato i dettagli di quel posto – la
forma precisa del viottolo della fattoria Bond, il mormorio preciso del fiume
argenteo e quieto che scorreva sul pascolo ai piedi di Lodgeworthy, l’odore
preciso della terra fertile del Devon smossa dall’aratro –, la ricompensa sarebbe
stata quella di ritrovarmi lì, un giorno. Trascurare quei ricordi, lasciare che si
affievolissero, avrebbe significato non rivedere mai più casa mia.
Era come se stessi inventando dalle fondamenta un’idea di preghiera,
consolatoria e necessaria.
Tornare al presente fu terribile, una secchiata di acqua gelida. Ero qui, nel
Nuovo Galles del Sud, con la schiena congelata dopo essere stata seduta su un
sasso che, in fin dei conti, si rivelò decisamente inadeguato per un essere umano.
Avere una conversazione con la signora Brown tra le mura domestiche era
pressoché impossibile, ma lì, all’aperto, mi rivolsi a lei con l’impulso di parlare
da donna a donna. Si era tolta il copricapo, che teneva in mano, e le ciocche di
capelli le danzavano intorno al viso. Contemplava lo splendore del pomeriggio,
il volto addolcito da un’ombra di sorriso che scorgevo per la prima volta. Lì, in
quel posto selvaggio e ventoso, non somigliava affatto a una donna
perennemente schiva.
«Una posizione... una prospettiva magnifica» dichiarai, titubante e goffa. «E
che meraviglia prendere aria quassù».
«Oh, sì» concordò lei. Poi se ne ricordò.
«Signora Macarthur» aggiunse.
Si rimise il copricapo, sistemando le ciocche ribelli, e capii che il mio
commento forse le era parso un rimprovero per la sua indolenza. La fronte le si
increspò dell’incessante angoscia di chi non è padrone del proprio tempo,
riportandomi alla memoria, con una fitta di dolore simile al mal di denti, gli anni
trascorsi alla canonica.
Provai il desiderio di disfare la nostra conversazione per ricrearla in una
forma nuova.
«Siamo entrambe lontane da casa, signora Brown».
Poi mi resi conto che quella frase poteva apparire come il preludio a
un’indagine sui motivi che l’avevano condotta fin qui, un sentiero che non
intendevo battere. Mi affrettai a proseguire.
«Da bambina, quando abitavo sulle sponde del Tamar, ci sembrava che mio
padre compisse un viaggio interminabile quando si recava a Exeter».
Vidi che non avevo dissipato il pensiero di prima e continuai a parlare.
«Era un agricoltore. È morto che ero piccola».
«Oh» disse lei. «Se è lecito chiedere, signora Macarthur, dove si trovava la
fattoria? Anche mio padre era un agricoltore, per quanto modesto. Ed è morto
come il vostro. Abitavamo a due miglia da Whitstone».
«Whitstone!» esclamai. «Ci sono stata con il nonno, per comprare un maiale.
Noi vivevamo a Bridgerule, poco lontano».
Cadde il silenzio mentre forse entrambe stavamo considerando la possibilità
di esserci incrociate per le vie di Whitstone quando indossavamo ancora il
grembiulino.
Immaginai che la morte del padre l’avesse lasciata senza risorse, come
sarebbe potuto facilmente accadere a me alla morte del mio. Era stato un puro
caso che io avessi goduto della protezione di un nonno amorevole, di una
compagna di giochi alla canonica e di un pastore tanto generoso da assicurarsi
che l’errore di una notte di mezza estate venisse riparato dal matrimonio. A lei
erano mancate simili difese, e pochi duri colpi di sfortuna l’avevano condotta
verso la deportazione in una terra straniera.
La domanda non formulata rimase sospesa tra noi.
«Io non sono una ladra, signora Macarthur» disse Agnes.
Poi si accigliò.
«No, lo sono. Cioè, lo ero...»
Si fermò.
«Sì, ho rubato» ammise infine.
Parlò come una persona che nelle pieghe cupe di notti insonni si ripeteva le
parole da pronunciare, per formare una sorta di callo sulla parte dolorante.
«Ho rubato, e questo mi rende una ladra».
Implacabile come un giudice.
«Ma qui non rubo. Ve lo assicuro, signora Macarthur».
Sentii il suo respiro affannoso e capii che era prossima alle lacrime. Desiderai
toccarla, ma non osai farlo.
«Signora Brown, diciamo che eravate una ladra, un tempo. E che ora siete
semplicemente una donna su sponde sconosciute, dove il Natale arriva in estate,
e che ci riservano chissà quali altre sorprese».
Sfoderai un tono leggero per permetterle di superare quel momento, ma fui
stupita da quelle parole, che fuoriuscivano da qualche fonte di speranza nascosta
dentro di me. Mi ero imposta di non pensare mai alla incredibile follia che mi
aveva condotta qui, alla notte dei falò e al buio che avevano dato inizio a tutto.
Avevo ridotto i miei pensieri unicamente al presente, alla sopravvivenza un
minuto dopo l’altro, per distogliermi dalla visione d’insieme della mia vita.
Eppure ecco che pronunciavo le parole: ci riservano chissà quali altre sorprese.
La signora Brown incrociò il mio sguardo, percependo nel mio discorso il
fremito di un significato più profondo, e per un breve istante fummo solo due
donne faccia a faccia, sferzate da un vento terso su una grande piattaforma di
roccia, a condividere qualcosa cui non sapevamo dare un nome.
La piana rocciosa, spalancata come un occhio sul cielo, quella primavera
divenne la meta di tutte le nostre passeggiate. E non parve necessario spiegare al
signor Macarthur dove la moglie, il figlio e i servitori andassero ogni pomeriggio
dopo essere usciti di casa.
Il pugno fermo
Edward amava le nostre escursioni quanto me, perché Hannaford conosceva tutti
i giochi che piacevano a un bambino di un anno e mezzo. In particolare adorava
essere portato da lui sulle spalle, da cui scendeva con un volteggio quando
raggiungevamo la piattaforma rocciosa.
A casa soffriva sotto il pugno fermo del padre. Con il signor Macarthur non
esisteva indulgenza. Guai a mostrare debolezza o a lamentarsi. Non si fa! era il
rimprovero che il padre rivolgeva a Edward, netto e brusco come una
scudisciata, se piagnucolava per farsi prendere in braccio o ruzzolava. Non si fa,
ragazzo mio!
Eppure amava suo figlio, ma a modo suo. Lo chiamava Ned, un nomignolo
affettuoso. E lo avevo colto mentre contemplava il bambino addormentato con
un’espressione tutta nuova, una sorta di tenerezza dolente.
Tenerezza, sì, perché il signor Macarthur non era un mostro, e al pari di
chiunque altro sentiva che l’amore di un figlio era indispensabile come respirare.
Dolente perché, allontanato da casa ancora in tenera età, non aveva mai imparato
che un padre può essere severo il giusto, ma anche affettuoso.
Nel guardarlo chino sulla culla scoprii in me una dolcezza, una sorta di pietà
per quell’uomo tanto corazzato.
Il migliore dei fratelli
A quasi tre anni dall’approdo del comandante Phillip e dei suoi riluttanti coloni,
il Nuovo Galles del Sud era ancora poco più di due granelli d’Inghilterra in
mezzo a incalcolabili miglia che non lo erano affatto. Uno dei granelli era la
cittadina a un’estremità di Sidney Cove. L’altro, circa quindici miglia
all’interno, si chiamava Parramatta, nome attribuitogli dai nativi. Il terreno
migliore lo rendeva, per così dire, il polo agricolo. I deportati erano stati inviati
lì a lavorare la terra, e fu predisposta una caserma con lo scopo di mantenere
l’ordine. C’erano anche una seconda residenza per il governatore, e progetti per
la costruzione di strade.
Per nostra fortuna, il capitano Nepean era stato inviato lì a sovrintendere
l’insediamento. Dopo le prime settimane di incontri imbarazzanti a Sydney, fu
un sollievo saperlo a quindici miglia di distanza. Quindici miglia da me, ma
soprattutto dal signor Macarthur. Non avevo affatto dimenticato il florilegio che
mio marito aveva stilato a bordo della Neptune, ma speravo che lui invece
l’avesse fatto.
Quando venimmo a sapere che Nepean sarebbe stato inviato a Parramatta, il
signor Macarthur gongolò. Gli era stato ordinato di svolgere un turno sul posto,
ma lui aveva dichiarato che la famiglia aveva bisogno di lui a Sydney, e il suo
soggiorno era stato breve. Tra gli ufficiali era un disonore essere costretti al
servizio nell’insediamento dell’entroterra. Era considerato la provincia della
provincia, un posto in cui stazionavano gli uomini senza ambizioni e senza
prospettive più grandiose: una Gibilterra degli antipodi.
Una sera di quella primavera tuttavia piombò nella stanza in cui mi trovavo
accanto a un piccolo fuoco che bruciava nel camino, acceso più per farmi
compagnia che per scaldarmi. Oltrepassato a malapena l’uscio, già condivideva
la sua rabbia smisurata. Aveva il capo e le spalle inclinati, bloccati da una
tensione strana, come se stesse lottando contro un forte vento.
«Ecco che quella canaglia ora mi diffama!» esclamò. «Qui, a Sydney, va
dicendo che origliavo i discorsi tra lui e Trail... con l’orecchio contro la porta
come uno sguattero!»
Era al tavolo all’angolo, intento a rovistare tra le carte, e si girò brandendone
un fascio.
«Guardate! Guardate qui! Tutto scritto, parola per parola!»
Il florilegio della Neptune, purtroppo mai dimenticato. Oh, perché non l’ho
bruciato? Un’occasione ormai perduta. Erano trascorsi dieci mesi dagli eventi a
bordo della nave, ma la fiamma era stata doppiamente alimentata dal sobillatore
che aveva riportato le calunnie di Nepean.
«Ma, signore, sono cose vecchie. Abbiamo voltato pagina. Ne è passata di
acqua sotto i ponti. Cosa ci sarebbe da guadagnare nel riportare in vita ciò che è
morto e sepolto?»
Mi muovevo con cautela, tirandola per le lunghe a suon di frusti modi di dire,
nella speranza che la rabbia di mio marito si placasse.
«Cosa ci sarebbe da guadagnare? E me lo chiedete?»
Il suo sguardo avrebbe incenerito un muro.
«Ma niente, mia adorata. Solo il mio buon nome. Il mio onore. Una
sciocchezzuola come questa, cara moglie!»
Non avevo mai temuto il signor Macarthur, ma il suo tono feroce mi zittì.
«Va trascinato davanti a un giudice!» strepitò. «Che Sua Maestà veda a quale
cane millantatore dà da mangiare!»
Mi sventolò il fascio di carte davanti agli occhi.
«Guardate, è tutto qui! Parole e azioni! Prove incontrovertibili!»
Scelse una pagina e me la lanciò: lessi mostruoso e gratuito prima che me la
strappasse di mano per sceglierne un’altra.
«Guardate! Guardate cosa mi ha detto, e la mia risposta! Alla lettera!
Annotata allora! Voi, mia cara moglie, potreste testimoniare del fatto che io ne
abbia preso nota allora, di certo lo ricordate! Se doveste comparire in tribunale,
potreste giurarlo!»
Mi sentii raggelare.
«Testimoniare» dissi. «Ma, signor Macarthur, non ero presente, non ho visto
nulla».
Mossa sbagliata.
«Quindi prendereste la sua parte! Tradito dalla mia stessa moglie!»
«No, non intendo tradirvi!»
Ma non c’era alcuna gioia nel negare qualcosa che non avevo mai detto.
«In tribunale» dissi. «Quindi gli ufficiali... lo processeranno?»
«No! No!»
Il signor Macarthur a quel punto sorrise, un ghigno di giubilo.
«Non qui, mia adorata. Qui non è possibile allestire una corte marziale contro
Nepean. Nessuno di questi rammolliti lo dichiarerebbe colpevole,
indipendentemente dalle prove a suo carico».
Si era calmato, intravedeva una strada da percorrere e una meta che gli
piaceva.
«Una corte marziale da non convocare qui, ma, per forza di cose, a casa».
Essere giunti fin quaggiù, tra tante sofferenze, per poi girarsi e tornare
indietro quasi subito? Per una causa persa, con il signor Macarthur che si faceva
ridere in faccia in tribunale? E poi dove saremmo andati a finire, tutti noi, con le
sue prospettive a brandelli?
Calma, mi dissi. Ragiona.
«Ma, signor Macarthur» esordii, molto pacata, molto ragionevole, «spero che
non abbiate dimenticato che il fratello del signor Nepean potrebbe rovinarvi con
un solo tratto di penna».
Tacque. Avevo colpito nel segno.
«E non dimenticate neppure che Nepean potrebbe avere a sua volta scritto un
resoconto degli eventi. E che potrebbe produrre dei testimoni, come il signor
Trail».
Ottimo, pensai, e presi fiato per presentare un nuovo argomento; ma il signor
Macarthur mi precedette.
«Un maledetto bugiardo!» gridò. «Un mucchio di maledette bugie! Sarebbe
da veri pusillanimi non contestarle!»
Le parole risuonarono nella stanza. Si batté il pugno nel palmo, andando
avanti e indietro dal camino al tavolo, le guance arrossate. Immaginai Sullivan e
Hannaford nell’annesso sul retro, e la signora Brown sul suo giaciglio in cucina,
in ascolto. Forse ridacchiando. Sullivan di sicuro. Me lo figurai in un secondo
momento, che intratteneva chiunque imitando il furore del tenente Macarthur.
La serata stava straripando dall’alveo sicuro in cui un marito si abbandonava
a grandi minacce che solo la moglie poteva udire. Nel silenzio vibrante che seguì
le urla, il mio coinvolgimento si fece irrevocabile.
Fu per disperazione, non per astuzia, che contrapposi la mia furia alla sua.
«Ma certo» dissi con feroce ironia. «Avete proprio ragione, signor
Macarthur!»
Che bello lasciarmi andare, permettere a una rabbia veemente e insensata di
spazzare via la ragione.
«Ovvio che un uomo d’onore non possa esimersi!»
A quel punto urlavo anch’io. Che sentissero pure! Che importanza aveva,
visto che stavamo precipitando verso il disastro?
Mi scoccò un’occhiata tagliente e pensai che mi avrebbe aggredita; nell’estasi
sconsiderata che provavo, avrei preferito la violenza fisica a quel balletto di
parole. Ma lui non aveva colto lo scherno. Tacque, fissando il fuoco. Si protese
in avanti sulla sedia, mosse un piede, arricciò le labbra.
Qualcosa nella stanza era cambiato. Nel prendere in prestito la sua ferocia e
nel mostrargliela avevo involontariamente trovato il modo di arginare la sua
avventatezza.
Surclassalo in arguzia e pazienza, contrapponi la tua astuzia alla sua.
«Non indugiate, signor Macarthur. Andate dal governatore domattina stessa».
Batté le palpebre, stupito. E aveva motivo di esserlo.
«Ovviamente, per senso di giustizia il governatore metterà da parte la sua
amicizia con il fratello di Nepean!»
Il signor Macarthur tossicchiò, come fosse sul punto di parlare. Invece
tacque, limitandosi a prendere l’attizzatoio per rianimare il fuoco. Un pezzo di
legno si incendiò illuminandogli il volto e permettendomi di vedere il labbro
inferiore proteso, intanto che lui ponderava. Fermati, mi dissi. Si sentiva solo il
crepitio del fuoco, che aveva ripreso vita.
Cominciai a non sopportare più il silenzio e finsi di aver sentito Edward che
mi chiamava. Andai a controllarlo: dormiva profondamente, le mani accanto alle
orecchie. Rimasi china su di lui, a guardare e ad ascoltare. La casa tratteneva il
respiro: l’atmosfera nelle stanze, i servitori, la moglie, il bambino. Tutti in attesa.
Quando tornai in salotto, il signor Macarthur si stava scaldando la schiena
vicino al camino.
«Ebbene, è ora di andare a letto, mia cara» disse, calmo e disinvolto, come se
solo dieci minuti prima non avesse urlato tanto forte da farsi sentire da tutta la
casa.
Uscì dalla stanza e, mentre lo seguivo, lanciai uno sguardo al tavolo. I fogli
su cui aveva elencato ogni dettaglio provocatorio degli eventi a bordo della
Neptune erano stati raccolti, ripiegati e messi a stirarsi sotto un libro. Non
accantonati, non nascosti, però riposti.
Diario di viaggio di una lady
Il capitano Tench non era l’unico ufficiale con la velleità di pubblicare un
resoconto del soggiorno nella colonia. Il capitano Collins e il signor White
stavano facendo altrettanto, ma, conoscendoli, ritenevo che quello di Tench
sarebbe stato di gran lunga il più spassoso dei tre. Il loro esempio ispirò il signor
Macarthur, che mi chiese di impegnarmi in un’impresa analoga. L’idea era
quella di un racconto dal titolo Diario di viaggio di una lady verso il Nuovo
Galles del Sud nell’anno 1790 a opera della signora Macarthur. Lo vidi mentre
immaginava che venisse letto a Whitehall. Ah, il giovane John Macarthur, si
sarebbe detto, un tipo da tenere d’occhio, con una moglie dotata di un’ottima
penna. Nominiamolo subito capitano!
Ovviamente, non si sarebbe trattato di un autentico diario, visto che l’avrei
scritto a distanza di tempo dagli eventi in esame. Il nostro viaggio era cominciato
nel novembre 1789 ed era passato un anno da allora. Questo però non costituiva
un impedimento: il signor Macarthur mi disse di farcirlo di date che gli
conferissero un’apparenza di immediatezza.
«Chi volete che controlli, mia cara moglie, se fosse il tredici o il quattordici
del mese quando siete salita a bordo della Neptune?»
Non mi sentivo una scrittrice e non avevo il minimo desiderio di rievocare
quella traversata spaventosa. Tentai di tirarmi indietro, dichiarando che ero stata
troppo male, eccetera eccetera, e che nella mia mente c’era solo un ricordo
confuso. Ma lui mi portò gli appunti che aveva preso, quel piccolo plico
ripiegato, offrendomeli come memorandum.
«Mia cara» disse soave, «state pur certa che non vi permetterò di sottrarvi a
questo compito!»
A quel punto compresi il suo vero scopo. Non aveva dimenticato l’intento di
punire Nepean. Il Diario della signora Macarthur sarebbe stato una raccolta delle
iniquità di cui era stato vittima. Scritto da un altro, sarebbe parso oggettivo. Era
un piano a lungo termine, il suo preferito.
Capii che ormai aveva affondato i denti da mastino nell’idea del diario e non
avrebbe desistito fino a quando non avessi ceduto. Rifiutare sarebbe servito solo
a fargli affondare ulteriormente le zanne. La mia unica possibilità era rendere il
Diario di viaggio di una lady talmente noioso che il mastino avrebbe cercato un
boccone più gustoso.
Come avevo auspicato, le prime pagine furono a dir poco banali. A chi sarebbe
potuto interessare che avessimo preso a nolo una barca a Billingsgate, o che la
nave fosse ormeggiata a Longreach? O che non avessi trovato effusioni più
originali per le scogliere di Dover se non che ero stata rapita dal loro aspetto
formidabile e romantico? Mi addentrai in dettagli superficiali sulle case olandesi
tinteggiate di bianco al Capo di Buona Speranza, sulla notevole vista offerta
dalla Montagna della Tavola o sulla fortuna che mi toccò sborsare per un cavolo
nella Falsa Baia.
Ma per quanto mi industriassi di risultare noiosa, non sarei riuscita a privare
la nostra traversata di qualche interesse. Un duello, un corridoio sprangato, il
trasbordo in mezzo all’Atlantico: eventi senz’altro da narrare. E in un paio di
occasioni mi colsi a scrivere con umorismo e ironia. Mi accorgo ora che
descrissi la violenta tempesta nel Golfo di Biscaglia dichiarando con una
biasimevole litote che avevo cominciato a nutrire una punta di codardia. In
realtà me ne stavo rannicchiata nell’angolo della cabina come un animale
braccato.
Riportai in termini generali ciò che era accaduto tra il signor Macarthur, il
capitano Nepean e il signor Trail. Chiarii al lettore attento che non ero presente
quando il soldato era stato colpito, o il sergente offeso, o il misero rancio
smascherato. Avevo ascoltato solo il resoconto del signor Macarthur sul motivo
per cui il nostro accesso al ponte era stato interdetto, e non conobbi mai il vero
motivo che indusse il capitano Nepean a organizzare il trasbordo sulla
Scarborough.
Ciò che di fatto accadde tra quei tre uomini spigolosi non fu mai registrato e
deve rimanere un mistero. L’unica certezza è che quel frangente orribile, che il
signor Macarthur contribuì a peggiorare, se non a innescare, gli aveva dato una
certa soddisfazione. Il malessere che covava dentro fu alleviato dalla storia che
si raccontò: quella di un uomo onorevole, a testa alta, solo contro il mondo.
Quando arrivai al prezzo per il cavolo nella Falsa Baia, sottoposi l’opera al
signor Macarthur. Lesse le pagine apprezzandole e fece per trattenerle, ma io
insistetti a rivolerle indietro per poter proseguire il resoconto fino all’approdo a
Sydney Cove.
A quel punto non mi restava che tirare la storia per le lunghe e lasciarla
incompiuta, in modo che non andasse ad aggiungere altro combustibile alla
risma di documenti già in possesso di mio marito. Come Penelope, che tesseva e
disfaceva la tela, avrei fatto in modo di non mettere mai il punto finale al Diario
di viaggio di una lady.
Quando però cominciai a raccontare della malattia del signor Macarthur e
della perdita di Jane, scoprii che le frasi scaturivano da una parte di me rimasta
muta fino ad allora. Sentii la mia voce che mi parlava dalla pagina, una voce
nuova, che mi svelava sensazioni provate e mai comprese. La sofferenza e la
disperazione, certo, quelle le conoscevo. A stupirmi fu la dimensione della mia
rabbia. Contro Macarthur, ovviamente. Ma dietro di lui c’era la macchina
crudele, fatta di leggi o credenze e delle abitudini di generazioni, che impediva a
qualunque donna di forgiare il proprio destino.
Per una settimana celai quelle pagine pericolose in fondo al cesto da cucito,
una creatura selvatica nascosta alla vista. Ma una creatura selvatica che amavo,
che era la mia compagnia prediletta. Mi svegliavo ogni mattina provando un
calore particolare sapendo che era lì ad aspettarmi.
Poi tornai in me. Conservai la prima parte, quella nobile e di una banalità
rassicurante, ma bruciai le pagine seguite al Capo di Buona Speranza. Mi
ripromisi di vivere a lungo, di mantenermi lucida e libera quanto bastava per
poterle riscrivere, alla fine.
Ciò nonostante, provai dolore a strapparle e a lasciarle cadere nel fuoco.
Quelle pagine mi avevano fatto scoprire come trovare una compagnia quando la
vita non ne offriva alcuna, e mi avevano permesso di ascoltare, per la prima
volta, la mia vera voce.
Come le rane e le mosche, la prosa piatta ha un suo scopo nel grande disegno
dell’universo. Una volta letta quella insulsa prima parte, il signor Macarthur
smise di menzionare il Diario di viaggio di una lady. Le poche pagine furono
raccolte in un bel pacchetto di cui ho sciolto il nastro un’ora fa. Nel rileggerle,
mi dolgo per i fogli ormai scomparsi, quelli pieni di verità che non osai
conservare.
Un piacevole rompicapo
Il signor Worgan, medico di bordo, era diventato la mia biblioteca. Era stato
anche l’unico a riempire i bauli per il viaggio di libri invece che di farina,
tabacco e liquori. In quel luogo di privazioni, e a dispetto dello scherno di cui era
vittima, continuava a ritenerla una buona scelta e a concedermi volumi in
prestito.
«Nutrimento per l’anima, signora Macarthur» non si stancava di ripetere. «Il
corpo resiste, lo spirito perisce. Per capirlo basta guardarsi intorno».
Non erano solo i libri a sembrargli più importanti del tabacco e del rum.
Aveva portato anche un pianoforte, ma nei suoi alloggi spartani non sapeva dove
metterlo. Quando ci trasferimmo nella casa più grande, con stanze spaziose, mi
propose di prendere in custodia il suo strumento. In cambio, mi avrebbe dato
delle lezioni.
Era un tipo agitato, spesso a disagio. Avvertivo fortemente la sua goffaggine
e l’idea che condividessimo lo sgabello del pianoforte mentre io annaspavo non
mi attirava affatto. Ma non c’era modo di rifiutare senza urtarlo, e mi scoprii ad
attendere quelle lezioni con trepidazione perché, non appena il signor Worgan
sfiorava i tasti con le dita, la tensione lo abbandonava e abbandonava anche me.
Capii che era triste e solo, affamato di compagnia quanto lo ero io. Si
profondeva in lodi per i miei sforzi musicali. A dire il vero, non mi rivelai
particolarmente portata, ma il rompicapo di decifrare le note fu uno stimolo
piacevole, insieme ai suoi elogi. Le nostre lezioni divennero un vero diletto,
grazie anche alle risate provocate dai suoni che mi capitava di produrre. Mi
esercitavo con costanza, non per il desiderio di eccellere, ma perché farmi strada
a tentoni tra il Minuetto di Foote e Dio salvi il re riempiva tante ore vuote.
Com’era strano sentire le cascatelle di note del piccolo pianoforte del signor
Worgan in questo luogo rustico. Si diffondevano a malapena, prima di venire
inghiottite dalla musica vigorosa in cui eravamo immersi: il vento tra le foglie, le
strida degli uccelli, le grida di uomini che comandavano altri uomini. La blanda
melodia del Minuetto arrivava da un mondo completamente diverso, e ciò che
sarebbe stato piacevole in un salotto del Devon qui aveva un che di ridicolo.
Al signor Macarthur piaceva l’idea di una moglie che completasse i suoi
talenti con l’abilità musicale, e mi incoraggiò. Ma lo sgabello era stretto, e c’era
una certa intimità tra le quattro mani sui tasti. Mio marito non aveva mai avuto
motivo di dubitare di me. Ero sempre stata attenta a non mostrare o destare
interesse negli altri uomini. Ammiravo Celia Borthwick, che si era creata una
seconda vita con un uomo che non era suo marito, ma il signor Macarthur non
era certo apatico come George Borthwick. Il minimo refolo di sospetto avrebbe
scatenato una cascata di orrori. Cominciai a provare disagio durante le lezioni
con il signor Worgan, immaginando come l’ilarità e le lodi potessero apparire a
chi ascoltava oltre l’uscio.
Forse anche lui si raffigurò un quadro simile, perché un pomeriggio, di punto
in bianco, cominciò a raccontare una storia.
«Non sono riuscito ad accettarmi com’ero, signora Macarthur. Per moltissimo
tempo».
Annuii, confusa.
«Ma ho conosciuto un uomo».
Rise, una piccola esplosione di gioia.
«Un uomo, certo! E sono stato costretto ad affrontare la questione. Chi ero, la
mia identità. Lui non nutriva dubbi, aveva sempre saputo chi fosse. Era un
maestro di ballo. Portava la pochette, un piccolo violino da cui ricavava un
motivetto per gli alunni, nella coda del cappotto. Non era mai tormentato e mi ha
insegnato a liberarmi dei miei tormenti».
Mi lanciò uno sguardo per accertarsi che avessi capito. Sì. Ero abbastanza
smaliziata da sapere di cosa stesse parlando.
«E poi?» chiesi soave. «Cos’è successo, signor Worgan?»
Mi pentii immediatamente di aver formulato la domanda, perché nella storia e
nel modo in cui il signor Worgan raccontava c’era qualcosa che anticipava
l’assenza di un poi.
«Vi prego, perdonatemi. Non avrei dovuto chiedere. Non siete tenuto a
rispondere».
Ma lui lo fece.
«È stato aggredito. Da qualche parte a Liverpool, aggredito, una vicenda
banale, e ucciso. In fretta, mi ha detto un tipo che era con lui. Dopo una spinta,
ha battuto il capo contro un davanzale e non si è più mosso, cosa per cui
ringrazierei Dio, se sapessi che Dio ha a cuore gli uomini come lui e me».
Sfiorò un tasto, il dito che accarezzava l’avorio.
Non avevo intenzione di condividere quella storia con il signor Macarthur, ma,
allo scopo di prevenire qualsiasi malinteso, accennai casualmente al fatto che la
signora Brown era sempre presente durante le lezioni. Il signor Macarthur capì
dove volessi andare a parare e si produsse in una risata gracchiante.
«Oh, con quel tipo siete al sicuro, ve lo posso garantire. Ci si potrebbe fidare
di lasciare il signor Worgan in mezzo a un harem di mogli!»
Il signor Worgan non accennò mai più al maestro di ballo con la pochette nella
coda del cappotto, ma quel compagno si unì a noi mentre lui mi correggeva
paziente, elogiava i miei progressi e, quando le mie scorte di tè di Ceylon si
esaurivano, mi portava delle foglie selvatiche che chiamavano tè dolce. Era un
amico prezioso, in quel luogo privo di amore.
Una casa con un pianoforte
Tutti gli ufficiali di Sydney Town erano magri e con le uniformi tendenzialmente
rabberciate, ma avevano anche un’aria compiaciuta, uno scintillio nello sguardo
che veniva dall’appetito saziato. Era tacitamente consentito che, data la loro
posizione privilegiata, avessero un’ampia scelta di amanti tra le prigioniere. Più
di una volta vidi una donna addossata contro un albero con la gonna sollevata a
scoprirle le cosce e un uomo in divisa da ufficiale che la inchiodava un colpo
dietro l’altro. Come per l’infinita scorta di servitori deportati, l’infinita scorta di
donne che non erano nella posizione di rifiutarsi andava a compensare il fatto di
trovarsi in un posto come questo.
Ma, a quanto pareva, quegli stessi ufficiali agognavano anche piaceri più
composti, e una volta che ci fummo trasferiti nella casa grande, e il pianoforte vi
trovò posto, la residenza Macarthur divenne un luogo di ricevimento. Il signor
Worgan era sempre presente, insieme al capitano Tench, al tenente Poulden, e a
una mezza dozzina di altri visitatori che coglievano l’occasione ogni volta che il
dovere lo permetteva. Il capitano Collins si mostrava di tanto in tanto, e il
governatore compiva sporadiche visite di cortesia, ma evitava una frequenza più
assidua per non guastare il divertimento degli ufficiali.
Forse erano attirati dai rituali domestici: una madre con un bambino che
scorrazzava in giro, tazze da tè e una teiera d’argento, un paio di canzoni. E forse
c’era anche qualcos’altro. Tutti conoscevano la storia del comandante Gilbert,
annientato dal litigio con Macarthur. Gilbert ormai poteva solo comandare una
barca a remi. E sapevano del comandante Trail, seguito da uno strascico di
lettere al vetriolo ai suoi superiori. Avevano capito che era saggio prendere John
Macarthur per il verso giusto.
In ogni caso, io ero lieta di presiedere quella tradizione allegra, e mi sforzai di
allontanare dalla mente l’idea di aver scorto il lato bestiale di quegli uomini.
Non potevo sempre offrire agli ospiti tè di Ceylon o un bicchiere di Madeira,
ma per il momento la minaccia di una vera e propria carestia era stata
scongiurata. Il governo inglese aveva finalmente inviato due navi con gli
approvvigionamenti e capitava che i cargo commerciali attraccassero a Sydney
Cove con articoli da vendere, sempre che si possedesse abbastanza denaro da
pagare i loro prezzi esorbitanti. Comunque, gli ufficiali non si preoccupavano
affatto che il tè di Ceylon finisse e venisse sostituito con il tè locale. Con
Worgan che strimpellava canzoni su richiesta, i pomeriggi di quella primavera si
tinsero di convivialità. Capitò che gli ufficiali in visita fossero così numerosi da
costringermi a chiedere in prestito le sedie ai vicini, e in un altro pomeriggio
passato alla storia le tazze non bastarono e gli invitati dovettero bere il tè a turno.
Qualcuno – forse il capitano Tench – istituì la tradizione di sollevare le tazze
in un brindisi. Il primo era, ovviamente, A Sua Maestà il Re. Il secondo Al nostro
ritorno o A casa. Immaginavo che nel silenzio, sorseggiando la bevanda, ognuno
di noi pensasse alla propria casa. Vedevo occhi inumiditi e sapevo che anche nei
miei brillavano le lacrime.
La mia idea di casa era una fattoria confortevole rannicchiata nella mano
dolce di una valle da qualche parte nel Devon. Pecore grasse che si saziavano di
buoni pascoli, e un piccolo fiume argentato che scorreva senza posa al centro del
quadro. C’era Edward e c’ero anch’io, placida e solida, con un grembiule a righe
e la tasca piena di mollette. Chissà perché, non c’era neanche l’ombra del signor
Macarthur. Mi sforzavo di guardare meglio, ma la visione aveva la natura
improvvisata e impalpabile di un sogno.
Il signor Macarthur incoraggiava quei tè pomeridiani, cosa che mi stupì finché
non capii che per lui erano più occasioni strategiche che sociali. Una riunione di
colleghi ufficiali gli permetteva di valutare quali pressioni si potessero esercitare
sugli uomini che affollavano il suo mondo, di leggere le loro personalità, di
scoprirne i punti di forza e le debolezze. Quando poi fosse giunto il momento
della persuasione, sarebbe stato in grado di sfruttare a proprio vantaggio ciò che
aveva appreso.
Con alcuni dei giovani più ingenui si trattava semplicemente di offrire
sollievo da una transitoria difficoltà finanziaria.
«Mio caro amico» lo sentivo dire, «come collega ufficiale e fratello massone,
dichiaro che nessuno avrà a pretendere da voi neanche uno scellino!»
Poi poteva pizzicare quella corda ogni volta che voleva.
Altri sembravano pesci a bocca spalancata in attesa di una lusinga:
spalmagliela come burro su una focaccia e te ne chiederanno ancora, diceva il
signor Macarthur. C’erano quelli che non tolleravano il silenzio della propria
compagnia, e che erano pronti ad accettare qualsiasi calunnia o complotto per
godere di una compagnia più piacevole.
Quanto al capitano Tench, per colpirlo al cuore bastava elogiarlo come
autore. Assaporava i pettegolezzi migliori, la notizia stravagante, il dettaglio
grottesco. Nell’intrattenerci con qualche aneddoto divertente, ripuliva ogni frase
sostituendo una parola con un’altra. Eravamo il suo pubblico privilegiato, e le
storie che ci raccontava erano le sue prime stesure.
Ed eravamo un auditorio pieno di ammiratori. Al di là del piacere della sua
vicinanza, nessuno di noi desiderava comparire sul suo resoconto in veste men
che amabile.
In un primo momento a stuzzicargli la fantasia fu la definizione dello spazio
modesto con il pianoforte addossato alla parete come la mia sala da ballo, ma la
battuta perse smalto quasi subito. Il giorno della carenza di tazze da tè gli venne
un’idea migliore e sollevò quella di cui era temporaneamente in possesso in un
brindisi ironico.
«Mia cara signora M., devo farvi le mie congratulazioni!» esclamò.
Sapevamo che era sul punto di sottoporci una nuova arguzia che avremmo
trovato tra le pagine del suo libro in futuro.
«In un angolo remoto dell’universo, mia cara signora, avete creato un articolo
mai neanche sognato in questo spicchio di globo» disse. «Un salon degli
antipodi, degno di Mayfair o del quindicesimo arrondissement!»
I tratti del signor Macarthur non erano fatti per esprimere la gioia, si
accartocciavano in una smorfia che pareva quasi dovuta al pianto; tuttavia fu lui
a ridere più sonoramente, assestando una manata sulla schiena di Tench.
Il signor Dawes, l’astronomo, era uno dei pochi ufficiali a non comparire mai nel
mio sfavillante salon.
«È una specie di genio» mi assicurò Tench. «Anche se vive come un eremita
o un monaco. Tuttavia, di tanto in tanto interrompo la sua solitudine andando a
trovarlo all’osservatorio e lui non ha obiezioni, perché si gode la gioia di
stracciarmi a scacchi. È un matematico prodigioso, padrone di quelle lingue utili,
il latino e il greco, e conosce a menadito i meandri della botanica».
L’amicizia tra Tench e Dawes costituiva uno di quei singolari abbinamenti
che si formano tra persone completamente diverse: Tench, il soave uomo di
mondo, e Dawes, l’imbranato a livello sociale. Tuttavia, Tench si univa
volentieri al divertimento collettivo quando gli altri ufficiali chiamavano Dawes
Sua Santità, riferendosi all’erudizione e al fatto che lui e il reverendo andavano a
pescare insieme al porto.
Io intravidi l’occasione di allontanarmi dall’insediamento sovraffollato, dove
rischiavo di impazzire di noia.
«Credete che il signor Dawes mi impartirebbe qualche lezione?» chiesi a
Tench. «Secondo voi troverebbe il tempo per insegnarmi i rudimenti
dell’astronomia e della botanica?»
«Signora Macarthur, ne sarebbe più che lieto» disse Tench. «Ama moltissimo
condividere le sue conoscenze».
Ricordavo il Dawes che avevo conosciuto alla serata dal governatore, un
uomo quasi sopraffatto dall’angoscia di doversi districare in un evento sociale, e
mi chiesi se Tench non si stesse prendendo qualche licenza da scrittore.
Parente stretto della verità
Il pericolo immediato di un conflitto tra mio marito e il capitano Nepean parve
affievolirsi. Ma la vicenda vedeva coinvolti due uomini focosi e, ora che il
capitano era di nuovo di stanza a Sydney, per i Macarthur le prospettive di
miglioramento si sarebbero ridotte, a meno che le due fiamme non fossero state
spente.
A bordo della Neptune avevo rimpianto la mancanza di una comunicazione
diretta con il signor Trail o con il capitano Nepean. Essere in grado di giudicare
autonomamente gli eventi mi avrebbe permesso di intervenire per porvi rimedio.
Forse sarebbero bastate poche parole giuste al momento giusto.
Sydney era troppo piccola per potersi evitare, e mi capitava spesso di
incrociare la strada del capitano. Lui faceva un inchino, fissando un punto vago
sopra la mia testa, e proseguiva. Lo salutavo con la cordialità che la sua rapida
ritirata mi concedeva, chiedendomi ogni volta se non fosse il caso di trovare un
pretesto per costringerlo a fermarsi a fare conversazione. Ma non me ne venne in
mente neanche uno, fino a quando il mio salon mi offrì l’occasione perfetta.
«Ebbene, capitano Nepean!» esclamai tutta innocente a un nostro ennesimo
incontro. «Mercoledì alcuni ufficiali si riuniranno nel mio salotto e il signor
Worgan ha accettato di intrattenerci con un po’ di musica. Gradireste unirvi a
noi, signore, per condividere un piacevole pomeriggio?»
Fu costretto a fermarsi, e la cortesia gli impose di guardarmi mentre
pronunciavo il mio discorso. Fui un tantino precipitosa e affrettata, nell’ansia di
attirare la sua attenzione, ma sfoderai il mio sorriso più affascinante davanti alla
sua circospezione. Lo osservai valutare l’invito da tutte le angolazioni, le labbra
armoniose, quasi femminili, protese.
«Il signor Macarthur mi ha chiesto espressamente di invitarvi, signore. Ci
tiene moltissimo».
Una spudorata bugia, ma il signor Macarthur non era lì a smascherarla.
«Dopotutto, signore, voi e io siamo nati sulle sponde dello stesso amabile
fiume, e a ogni nostro ricevimento si brinda al Tamar».
Era vero, io e il capitano Nepean eravamo nati vicino al Tamar, così come il
signor Macarthur. Ma nessuno mai si era sognato di dedicargli un brindisi nel
mio salon. Un’altra mia graziosa invenzione.
«Sarebbe un onore, signore, se vi uniste a noi per celebrare la madre patria».
Il capitano Nepean non era uno sciocco. Mentre pronunciavo questo discorso
tanto elegante, era impegnato a fare calcoli: infine arrivò alla conclusione di
preferire le blandizie alle accuse di Macarthur. Uomo saggio qual era, finse di
cedere al mio fascino e la sua bella bocca finalmente si distese in un sorriso.
Quella sera parlai a Macarthur dell’incontro sul ponte.
«Il capitano Nepean si è informato sulla vostra salute» dissi. «Si è mostrato
partecipe e riguardoso».
Da quando aveva sofferto di febbre africana, il signor Macarthur era vittima
di episodi di dolori articolari e allo stomaco, quindi la mia infiocchettatura andò
a segno.
«Ha consigliato il tè dolce, auspicando la vostra guarigione».
A prescindere da quanto mi avesse creduto, il signor Macarthur colse il senso
di quella messinscena. Quando il capitano Nepean si presentò, il mercoledì
successivo, feci in modo di trasformare in verità almeno una delle mie
invenzioni.
«Alle rive del Tamar» brindai, sollevando la tazza e fissando il capitano negli
occhi, obbligandolo a unirsi a me.
«Alle rive del Tamar!» esclamarono tutti, incluso il capitano, che si voltò
verso il suo vicino – guarda caso il signor Macarthur. Entrambi avvicinarono le
tazze in quella specie di cerimonia.
Colsi all’altro capo della sala l’occhiata del capitano Tench, che ammiccò
brevemente. Lo vidi muovere le labbra nel baccano generale. Stava forse
dicendo Ben fatto?
Da quel momento, almeno all’apparenza, fu come se gli eventi occorsi sulla
Neptune non fossero mai accaduti. Guardando quei due uomini ridacchiare alle
reciproche arguzie, ricordai a me stessa che l’apparenza era più che sufficiente.
Se l’apparenza avesse retto come uno spesso specchio d’acqua tenuto insieme
dalla propria densità, forse il signor Macarthur si sarebbe deciso ad accantonare
l’idea della corte marziale e le nostre fortune avrebbero cominciato a prosperare.
In un resoconto che era parente stretto della verità, scrissi a mia madre che il
capitano Nepean era un uomo davvero generoso. Oh, attenti a quel davvero! E
non mi feci scrupolo di aggiungere: A mio avviso, si è creata una salda amicizia
tra lui e il signor Macarthur. Si può tacciare di falsità un’affermazione
introdotta da A mio avviso?
Un’affermazione dettata dal calcolo. Il Devon e la Cornovaglia erano uniti da
diversi legami. Se mia madre fosse stata convinta che tra il capitano Nepean e
suo genero si era creata una salda amicizia, quella notizia sarebbe corsa lungo le
sponde del Tamar. Sarebbe così giunta all’orecchio del vecchio signor Nepean di
Saltash, che poi l’avrebbe riferita al figlio Evan, seduto dietro una splendida
scrivania di mogano a Whitehall. Evan Nepean ci avrebbe creduto e forse tra sé
avrebbe stabilito che Macarthur doveva essere una brava persona, meritevole di
un avanzamento. Per mettere le ali a quella voce, scrissi a mia madre che, in caso
di promozione del signor Macarthur, i nostri pensieri torneranno a volgersi alla
“Vecchia Inghilterra”.
Ma perché quella sintassi elaborata, quelle virgolette? Nel rileggere la lettera,
capisco come l’idea dell’Inghilterra cominciasse ad apparirmi una storia trita, di
cui conoscevo i risvolti e che amavo, ma nella quale non credevo più. Le
virgolette erano il mio modo di prendere le distanze. Rendevano scherzosa, per
non dire ironica, l’idea stessa dell’Inghilterra.
Il migliore dei segreti
Il capitano Tench amava stanare fatti rimasti nascosti ai più. Ovviamente a
tempo debito sarebbero stati inseriti nel suo libro, ma lui ne faceva un uso più
immediato: erano la moneta con cui pagava i confidenti che preferiva. Aveva
saputo leggere l’indole di mio marito, e possedeva la valuta con cui comprare la
sua amicizia.
Un pomeriggio, in un angolino tranquillo del mio salon, poco prima del
nostro primo Natale, sedette accanto a me e a mio marito. Di recente era arrivata
una nave carica di rifornimenti, perciò, fino a quando i magazzini della colonia
non si fossero nuovamente svuotati, le nostre tazze erano riempite di autentico tè
di Ceylon e c’era persino un piatto di focacce, anche se mancava il burro e la
marmellata scarseggiava. La breve tregua dalla fame conferiva al pomeriggio un
clima festoso. Il capitano Tench si guardò intorno, a segnalare che era sul punto
di condividere un segreto. Il signor Macarthur si protese verso di lui.
«Ho avuto modo di vedere il governatore, ieri» disse Tench.
«Davvero?» commentò mio marito.
Come ogni narratore che si rispetti, Tench si prese tutto il suo tempo.
«Abbiamo parlato di questo e di quello».
Sorrise e salutò con la mano qualcuno all’altro capo della sala. Si divertiva a
tenere il signor Macarthur sulle spine? Ci scambiammo un’occhiata. Capitano
Tench, siete un provocatore!
«Il governatore non era in forma. Ma sapete con quale coraggio nasconda il
suo malessere».
«Certo» concordò il signor Macarthur. «E i vostri affari? Sono andati in
porto?»
«Oh, sì» disse Tench, ostentando indifferenza.
Il signor Macarthur tossicchiò e Tench comprese di aver tirato a sufficienza la
corda.
«Suppongo sappiate della signora Brooks» aggiunse, abbassando la voce.
«La signora Brooks? No, cosa dovrei sapere?»
Il signor Macarthur era diviso tra il fastidio di non essere a conoscenza di un
fatto che, dal tono di Tench, doveva essere di dominio pubblico, e la brama di
esserne messo a parte.
«Oh, be’, solo che... come dire, la signora è...»
«Cosa? Forza, sputate il rospo!»
«Signora M.» disse Tench, sorridendomi, «chiedo venia, ma dovrò
avventurarmi su terreni che una lady non...»
«Capitano Tench» lo interruppi io, altrettanto bramosa di mio marito di
sapere la notizia sulla signora Brooks. «Non vi crucciate! È noto come io talvolta
cada vittima di improvvise crisi di sordità. E a dire il vero sento che ne sta
arrivando una proprio adesso».
A quel punto sorridevamo tutti, e Tench mi lanciò un’occhiata carica di
ammirazione.
«Niente, è solo che la signora Brooks tiene compagnia al governatore. E
poiché la signora M. è stata colpita da un attacco di sordità, posso essere
schietto: è la sua innamorata da sette o otto anni».
Il signor Macarthur voleva altri dettagli.
«C’è una moglie. Nello Hampshire. Ma a quanto pare non idonea».
Era la mia immaginazione o evitava platealmente di guardarmi?
«La signora Brooks è la moglie del nostromo della nave del governatore.
Quindi non desta sospetti il fatto che segua il governatore praticamente
ovunque».
«Oh, il nostro pio governatore!» esclamò il signor Macarthur. «In effetti, mi
ero chiesto se non ci fosse di mezzo qualche giovane deportata».
«Ebbene, qualsiasi uomo dotato di raziocinio si sarebbe posto una simile
domanda. Scegliendo una prigioniera, però, il governatore avrebbe destato
scandalo. Non credete sia stato saggio a preferire una consolazione che potesse
viaggiare con lui in piena vista?»
«Oh, astuto!» commentò il signor Macarthur. «Davvero scaltro, il nostro
stimatissimo governatore. E il nostromo, Brooks? Come si risolve? Alla vecchia
maniera?»
Sfregò l’indice contro il pollice.
«Questo non posso dirvelo» rispose Tench sorridendo, e noi non riuscimmo a
capire se non potesse o non volesse. «Ma di sicuro Whitehall non è all’oscuro di
questo risvolto degli affari domestici di Sua Eccellenza».
Conosceva bene mio marito. Sapeva quale fosse il regalo migliore per farselo
amico: un segreto in grado di distruggere qualcun altro. Ridacchiarono di quella
situazione, come se fosse un vero spasso.
Come osavano? Senza una compagna, chiunque nella posizione del
governatore avrebbe ceduto alla tensione e alla solitudine. Gli uomini di
Whitehall forse non erano stati in grado di dare un nome a quella compagna, ma
di sicuro ne avevano ipotizzato l’esistenza, maestri com’erano nel chiudere un
occhio. Non facevano che produrre fasci di documenti in cui sviscerare ogni
dettaglio del Nuovo Galles del Sud; ma, stando a quegli stessi documenti,
Deborah Brooks era solo la moglie del nostromo della Sirius. Il futuro non avrà
sospetti sul suo ruolo, se non per quello che sto scrivendo io ora.
La sua non era una situazione invidiabile. Il ruolo di amante di un uomo
importante comportava un inganno che la condannava a vivere in un limbo di
solitudine, a metà tra essere una signora e cadere in disgrazia. Ma forse c’era un
tornaconto. Il brivido della doppia vita che lei e il governatore erano costretti a
condurre forse manteneva vivo il piacevole fuoco del loro affetto. Provai una
fitta di invidia, ricordando l’attimo che avevo colto: lo sguardo del governatore
mentre lei lo serviva a tavola, quell’accenno di dolcezza, di tenerezza, sul suo
viso magro.
Oh, chissà com’era avere un uomo che ti guardava con un calore e un amore
tali da non riuscire a tenerli celati!
Pungolata da una scintilla
Come mio marito, quando si venne a sapere che era figlio di un maestro di ballo
Tench si aggrappò con le unghie e con i denti alla condizione di gentiluomo
conferitagli dai gradi da ufficiale, da un’istruzione adeguata e dai modi cortesi.
Era l’unico, in questo posto di bassezze e cattiverie, a rimanere amico di tutti.
Persino il signor Macarthur ne aveva una buona opinione. A me sembrava una
creatura scivolosa e insinuante, un furetto o una lontra, che si deliziava della
propria flessuosità e della capacità di torcersi e sgusciare via. Avvertivo un
pungolo di fronte all’imprevedibilità di Tench: subdolo, veloce nei sottintesi,
ogni occhiata o asserzione persistente e fascinosa. Accanto a lui mi sentivo di
buonumore, vivace, la vita mi scorreva calda nelle vene.
Il pomeriggio della nostra prima vigilia di Natale nel Nuovo Galles del Sud,
con Worgan che premeva sui tasti permettendo a due persone in un angolo
vicino al camino di conversare in intimità, risi liberamente, apertamente, con
gioia, a qualche arguta sciocchezza cui Tench aveva appena dato voce. Ci
fissammo negli occhi, i suoi erano castani, pieni di calore e divertimento, e mi
concessi di chiedermi come sarebbe stato con lui, da donna a uomo.
Non era attraente, aveva il volto troppo allungato, il mento con un’ombra di
barba era troppo debole, gli occhi troppo ravvicinati. Ma ero rapita dal suo
spirito esuberante e brioso. Sapevo che con un uomo come lui sarei stata una
donna diversa: meno cauta, meno misurata nelle parole e nei gesti, più
spericolata e incline a godere di ogni istante.
Tench colse quello sguardo vulnerabile. E io lessi la stessa domanda nei suoi
occhi. Come sarebbe?
Ci stavamo esercitando in uno scambio di arguzie, quando il signor Worgan
si materializzò al nostro fianco con aria accaldata. Mi sfiorò il gomito e quando,
interrotta a metà frase, gli lanciai un’occhiataccia – irritata, a dire il vero – vidi
che mi fissava con insistenza.
«Signora Macarthur» disse, «posso chiedervi di girare le pagine dello spartito
per me? Il capitano Collins vuole che suoni Lovers’ Garland e temo di non
rendere giustizia al brano senza la vostra assistenza».
Da vera sciocca mi mostrai seccata, ma grazie al cielo fui abbastanza accorta
da notare che spostava lo sguardo in segno d’avvertimento: il signor Macarthur
stava osservando Tench e me.
«Ne sarò lietissima, signor Worgan!» esclamai, e mi staccai bruscamente da
Tench senza scusarmi per andare a posizionarmi accanto al pianoforte a girare le
pagine, cosa che il signor Worgan avrebbe potuto fare perfettamente da solo. Poi
gli permisi di vantarsi dei miei progressi esibendomi nel Minuetto di Foote.
Per il resto del pomeriggio feci in modo di mantenere tra me e il capitano
Tench un’intera sala piena di uomini. Ma non potei fare a meno di avvertire la
sua presenza, individuandolo con esattezza ovunque fosse, consapevole che lui
condivideva le mie sensazioni.
Jack Bustino
Al primo salon dell’anno nuovo, il capitano Tench mi chiese consiglio su come
aggiustare un foulard di seta. Eravamo alla finestra, fianco a fianco, per
osservare alla luce il piccolo pretesto.
«Signora M., temo di dovervi ragguagliare» esordì lui.
Posò il foulard sul davanzale, lisciandolo con un dito, il raso che si
increspava docile al suo tocco.
«Ragguagliarmi, capitano Tench? Su cosa?»
Era forse sul punto di perorare la sua causa? Lì, in quel momento, con mio
marito all’altro capo della sala? Come mi sarei comportata, se avesse proposto
ciò che qualsiasi uomo che avesse intravisto un’inclinazione avrebbe proposto?
«Su un fatto di cui dovete essere messa a parte, signora M. Un fatto
importante. Per voi».
Mi accorsi di arrossire. Avevo timore di lasciarlo proseguire, ma ero anche
avida di sapere. Come sarebbe? Magari come tanto tempo prima con Bridie: due
persone che si procuravano piacere a vicenda, l’un l’altra, con affetto e gioia.
Notai che osservava il mio turbamento con aria divertita. Capii di colpo che
era ciò che desiderava. Si trastullava con me come l’avevo visto fare con mio
marito.
Il turbamento e l’inclinazione verso di lui si spensero all’istante. Si trattava
solo di un donnaiolo.
«Di cosa dovete mettermi a parte, signore?»
Avvertì la mia freddezza.
«Solo del soprannome affibbiato a vostro marito, signora M., che, lo voglia
Iddio, lui non scoprirà mai».
«Un soprannome? Per mio marito?»
«Jack Bustino» disse in un sibilo. «Dietro le spalle lo chiamano Jack
Bustino».
Mi ero preparata a celare lo stupore, ma non riuscii a contenere la gioia
maligna che rilassò i miei lineamenti. Non erano stupide, le persone che ci
tenevano d’occhio. Apprendista presso un bustaio. Non avevo mai prestato
ascolto a quella vecchia diceria ma, indipendentemente dalla sua fondatezza, non
si sarebbe potuto trovare un barbiglio più affilato per pungere il fragile orgoglio
del figlio del commerciante di tessuti.
La mia gioia durò un attimo, smorzata sul nascere, perché compresi che
Tench mi aveva teso una trappola. Quanto ero leale verso mio marito?
L’espressione vagamente trionfante che notai mi rivelò che aveva colto quel
lampo di allegria sconsiderata. Aveva ottenuto risposta alla sua domanda
inespressa.
Il capitano Tench non era solo un donnaiolo, era anche pericoloso.
«Oh, ne sono sconvolta. Quale viltà!»
E non mi riferivo solo a chi tanto astutamente mistificava mio marito. Avevo
creduto nell’amicizia di Tench. Mi ero concessa la debolezza di quella domanda
intima. Come sarebbe? Ora, al posto del calore c’era un nauseato vuoto.
«Davvero sconvolgente, signora M.» disse lui fissandomi, in attesa di altro.
Dovevo allontanarmi il più in fretta possibile, prendere le distanze dall’attimo
pericoloso in cui mi ero esposta.
«E io sono la signora Bustino o mi sono guadagnata un nomignolo tutto mio?
E voi, signore? Come chiamano voi?»
«Ah, chi lo sa?» rispose lui con una risata. «Chissà cosa siamo noi due per
loro?»
Noi due. C’era una indubbia intimità nella disinvoltura con cui ci aveva
appaiati. Se Jack Bustino era stato la prima trappola, noi due era la seconda.
Di punto in bianco la signora Macarthur fu presa dai suoi doveri di ospite: si
mise a trafficare con qualcosa sul tavolo, ordinò altra acqua calda, versò il tè in
tutte le tazze a portata di mano, elogiò il signor Worgan per la sua esecuzione,
chiese un bis.
Jack Bustino. Avrei preferito non saperlo. Ormai mi era entrato in testa, era
presente come una crepa pericolosa, che generava debolezza laddove avevo
bisogno di forza. Una debolezza che Tench aveva deliberatamente indotto.
Mentre sedevo sorridendo e battendo la mano sul ginocchio a tempo con il
nuovo brano di Worgan, posai lo sguardo ovunque, tranne che su Tench. Come
sarebbe? Mi stupii di essermi soffermata su quel pensiero. Era stato il baluginio
di un lampo attraverso le nuvole. Ed era passato. Tench non mi interessava.
Ma il baluginio c’era stato. Tanto dentro di me sembrava essere morto da
quando io e il signor Macarthur ci eravamo fissati dalle estremità di quel tubo
d’aria nella canonica di Bridgerule. E ora, con grande stupore, mi rendevo conto
che non era morto, ma soltanto in letargo.
Una celia segreta
Il capitano Nepean comandava solo temporaneamente il Corpo d’armata del
Nuovo Galles del Sud. L’ufficiale di grado più elevato, un tal maggiore Grose,
era stato trattenuto in Inghilterra, ma con il nuovo anno la sua nave approdò a
Sidney Cove e lui prese servizio.
Il signor Macarthur si affrettò a invitarlo al salon della moglie. La signora
Brown e Hannaford furono messi a lustrare ciò che era lustrabile, ad aggiustare
l’aggiustabile e a nascondere quanto non si poteva lustrare o aggiustare. Sullivan
spazzò il sentiero principale esalando sospiri e portandosi la mano ai reni, e fu
anche costretto a rastrellare il cortile sul retro, nel caso il comandante avesse
avuto bisogno del gabinetto.
Il maggiore Grose era un gentiluomo grosso, flaccido, con l’aria scontenta e
lo sguardo vacuo. In un primo tempo pensai che quello sguardo fosse dovuto alla
saggia cautela di chi era appena arrivato in un luogo sconosciuto, poi però
compresi che l’uomo era concentrato sugli acciacchi e i dolori ricavati nella
Guerra d’indipendenza americana, e non ancora guariti. Si mostrava affabile, ma
mi feci l’idea che sotto la notevole distesa del petto si celasse un animo
meschino e indeciso, incline a lasciarsi influenzare dall’ultima persona che gli
rivolgeva la parola. Mi appariva come il prodotto perfetto della grande catena
dei gradi militari: obbediente con i superiori, dispotico con i subalterni, un uomo
nato per la mediocrità, alla quale si era splendidamente adattato.
Accettò subito la sedia che il signor Macarthur gli offriva, e non si mosse per
tutto il pomeriggio.
«Sono spossato, signora Macarthur» mi confidò. «A dire il vero, mi stenderei
volentieri in qualsiasi momento della giornata».
In qualità di comandante d’armata, il maggiore Grose era vicegovernatore, e
avrebbe preso il posto di Arthur Phillip qualora questi si fosse mostrato
inadeguato al suo ruolo. Guardai il signor Macarthur sfoderare tutto il suo
fascino quel pomeriggio, e quando presi congedo dal maggiore Grose – che fece
tutta una giostra nel prendermi la mano e portarsela alle labbra con una
galanteria d’altri tempi – mi congratulai con me stessa. Finora tutto bene.
«Parola mia!» esclamò il signor Macarthur, quando la porta si chiuse alle
spalle dell’ultimo invitato. «Oh, parola mia, ora mangia dalla mia mano!»
«Però bacia la mia» interloquii, per sottolineare il mio ruolo nella nostra
buona riuscita; ma il signor Macarthur non mi diede ascolto, e io non insistetti.
Più si convinceva che la sottomissione di Grose dipendesse dalla sua astuzia, più
lo avrebbe apprezzato.
«È rimasto colpito dalla vostra visione chiara delle cose» dissi, pensando a
un’espressione utile che avevo appreso dal signor Worgan: ad libitum.
«Mi ha rivelato di sentirsi molto sollevato» proseguii, «di poter contare su
almeno un ufficiale dotato di energia e di conoscenza del luogo».
Il maggiore non aveva detto esattamente questo. Non così diffusamente.
Nemmeno un accenno, a essere sinceri. Ma c’erano volte in cui dire una cosa
significa darle forma, e io sperai che fosse una di quelle occasioni.
Il signor Macarthur si mise a disposizione del maggiore, che presto dichiarò
apertamente quale lavoratore solido e ufficiale leale fosse mio marito. Una testa
assennata su giovani spalle! Il braccio destro del maggiore! In breve tempo, al
signor Macarthur fu conferito il grado di capitano e furiere del reggimento.
Una promozione più che dovuta e meritata, agli occhi del signor Macarthur:
ben accetta, ma di poco conto. Quella di furiere, però, era una posizione ambita,
che offriva a chi la assumeva l’occasione di riempirsi le tasche. Per la prima
volta dal nostro arrivo nel Nuovo Galles del Sud, cominciai a credere che le cose
volgessero finalmente al meglio. Se il temperamento incostante del signor
Macarthur fosse rimasto sotto controllo, avremmo avuto la possibilità di
accumulare in pochi anni quanto bastava per tornare in Inghilterra con un
minimo di agiatezza.
Il signor Macarthur manifestò la sua gratitudine per il maggiore
battezzandolo privatamente Vecchio Somaro. In pubblico si riferiva a lui
chiamandolo VS e, quando gli veniva chiesto cosa significassero quelle iniziali,
rispondeva che stavano per Vero Salvatore.
Una distesa di ettari
La terra era il solo bene di cui il Nuovo Galles del Sud abbondava. Ce n’era un
continente intero, e ci si poteva impadronire di ogni ettaro come di un gregge
non marchiato nella brughiera. Il governatore, spalleggiato dai parsimoniosi
gentiluomini di Whitehall, operava affinché la colonia producesse il proprio
sostentamento. Una manciata di quegli ettari infiniti era sottoposta a coltura, ma
ancora in forma troppo ridotta e inaffidabile per compensare le derrate che
giungevano in modo irregolare dall’Inghilterra. La carestia era sempre in
agguato.
Il governatore era autorizzato ad assegnare le terre e aveva offerto qualche
misero ettaro agli ex detenuti che manifestavano il desiderio di dedicarsi
all’agricoltura, ai fanti di marina che decidevano di stabilirsi lì e persino a
qualche soldato che preferiva coltivare la terra che servire nell’arma. Anne mi
aveva detto che lei ed Ennis speravano di ottenere un piccolo appezzamento
dalle parti di Kangaroo Ground. Il reverendo Johnson coltivava la sua terra da
quando era arrivato. A sentire Tench, era il miglior agricoltore della colonia... in
effetti aveva seguito la vocazione sbagliata, visto che le sue patate erano di gran
lunga più appetibili dei suoi sermoni.
L’unica categoria esclusa dalla concessione di terre era quella degli ufficiali
del Corpo del Nuovo Galles del Sud, poiché il governatore riteneva che avessero
il dovere di mantenere l’ordine, non quello di fare i contadini. Al signor
Macarthur pareva un’assurdità. Elargire la terra – gratis! – ad avanzi di galera e
negarla agli ufficiali di Sua Maestà! Era una vera tirannia! Era – parola temibile
– un insulto!
Passò una serata a inveire seduto accanto al fuoco, rimuginando sull’offesa,
mentre io mi concentravo sul ricamo. Alla fine tentai di smorzare i toni.
«Avete intenzione di darvi all’agricoltura, signor Macarthur? Volete
gareggiare con il reverendo Johnson per la patata più grossa?»
«Non fatevi beffe di me, moglie. Non pretendo certo che siate al corrente
della situazione, ma fatemi l’onore di credere che io lo sia!»
Ogni frase che iniziasse con un ma avrebbe spinto la serata sul ciglio di
qualcosa da cui sarei poi stata costretta a ritrarmi, e poiché mi venivano in mente
solo frasi che iniziavano con ma, preferii non dire nulla.
«A casa, mi ritroverei a pagare almeno dieci sterline per mezzo ettaro di una
tenuta infima. Qui il prezzo è decisamente abbordabile: poco più di un ossequio
al governatore».
Tenuta infima. Ora capivo. Il padre del signor Macarthur aveva pagato per
offrire al figlio una formazione da gentiluomo, e aveva sborsato o preso in
prestito il denaro per comprargli il grado di ufficiale, che gli permetteva di
insistere sul suo essere un Signore. Ma solo nel Nuovo Galles del Sud il signor
Macarthur poteva sperare di entrare in possesso della prova incontrovertibile e
veritiera di essere un gentiluomo: una distesa di ettari, una tenuta.
«Un uomo dotato di raziocinio» ah, quanto gli era piaciuta l’espressione usata
da Tench! «deve essere lungimirante e considerare la terra del Nuovo Galles del
Sud, a prescindere dallo scarso valore attuale, una sorta di valuta da convertire in
futuro in sterline, scellini e pence sonanti, grazie ai quali poter tornare in patria».
Il signor Macarthur si era spinto fino al punto di scegliere il posto che voleva,
a Parramatta, un tempo da lui disprezzata. Ora invece snocciolava tutti i motivi
per cui Parramatta fosse la scelta più astuta. Il suolo più fertile ne garantiva
l’imminente trasformazione nel centro dell’insediamento, con Sydney Cove
come porto. Il governatore ne era consapevole, infatti era proprio lì che aveva
fissato la sua seconda residenza. Un giudice accorto, quale lui era, capiva che era
il momento giusto per cogliere al volo l’occasione, in silenzio, senza tanto
clamore, prima che ad altri venisse la stessa idea.
«Ho individuato il posto per noi. Superiore persino alla tenuta del Lupo di
mare. Posizione perfetta, degna di ospitare una splendida casa. Mia cara,
immaginatevi a Parramatta, signora della migliore fattoria della colonia!»
Più fulmineo di un topo che zampettasse per la stanza, nella mia mente si
materializzò il quadro di una fuga. Era stata la parola fattoria. Me la figurai
chiaramente: una villetta accogliente, un giardino traboccante di fiori, il sole che
illuminava le sale silenziose. Un recinto pieno di galline, magari una mucca da
latte, fagioli e piselli cresciuti sui miei viticci. E lente, pacifiche giornate agresti.
Pacifiche, sì, perché sapevo che quel posto sarebbe stato tutto mio, di tanto in
tanto. La terra, benché imprescindibile per un gentiluomo – e irresistibile se la si
poteva avere gratis –, sarebbe stata sempre di secondaria importanza rispetto alle
vere passioni del signor Macarthur, che si sarebbe stancato in fretta della fattoria.
Per indole aveva bisogno di un’alta densità umana su cui operare, come il lievito
sullo zucchero, con lui nel mezzo. Era a Sydney, nel fermento di intrighi e
complotti, che poteva sfoderare ciò che sapeva sui colleghi per trarne vantaggio.
Aveva appena finito di pronunciare la parola Parramatta che io decisi che forse
laggiù sarebbe entrata un po’ di luce nella scatola in cui ero rinchiusa da quando
mi ero sposata.
Però non osai insistere. Insistere con il signor Macarthur l’avrebbe indotto a
fare un passo indietro.
«Parramatta!» esclamai, concedendomi una punta di incredulità. «Dite sul
serio, signor Macarthur? Avete considerato la distanza? E l’isolamento? E
l’assenza di compagnia femminile?»
Mi scoccò un’occhiata che mi fece temere di aver esagerato.
«Mia carissima moglie, non mi pare di aver rilevato in voi una brama di
compagnia femminile. Sono dolente, mia cara, di strapparvi alla vostra vita
sociale, ma non possiamo perdere d’occhio il nostro obiettivo».
Ah! La vita sociale: c’era forse un altro motivo? Ecco un esempio della
contagiosità del modo di pensare di mio marito: mi venne in mente che potesse
apprezzare l’idea di allontanare sua moglie dalla città. Nessuna donna, per
quanto vivace, sarebbe riuscita a mantenere un salon nelle distese desolate di
Parramatta. Non aveva avuto alcun sentore delle mie elucubrazioni sul signor
Tench, di questo ero certa, ma era nella sua indole anticipare possibilità future.
Una donna circondata da uomini che sgomitavano per farla divertire: un
quadretto che prima o poi l’avrebbe indotto a farsi diffidente.
Da quel pensiero ne scaturì un altro. Mio marito era uno dei pochi ufficiali di
stanza a non godere della compagnia di una bella prostituta scelta tra le
deportate. Forse sentiva di averne il diritto? Una consorte altolocata a crescere la
progenie in quel di Parramatta, e intanto sollazzarsi con compagnie decisamente
più frivole in città?
Prospettiva invitante.
Mi esibii in un sospiro che finsi di soffocare. Diedi qualche punto, piegai il
collo assumendo la posa di umile vittima. Mi concessi un lieve broncio
dispiaciuto.
«Sono stupita, signor Macarthur, ma capisco i vostri motivi. Mi inchino al
vostro giudizio».
«Ah, mia cara moglie, non siate triste. Immaginateci lì, a rilassarci davanti a
uno splendido caminetto di marmo! Lana azzurra per le livree, che ne dite?
Bottoni di ottone con uno stemma... che ne pensate di un serto d’ulivo, semplice
ma distinto?»
«Oh, per l’amore del cielo, signor Macarthur, non inventiamo uno stemma. Io
non mi vergogno di essere figlia di un agricoltore».
«Mia cara moglie» attaccò lui. Vidi che si preparava all’argomentazione
decisiva. «Chiamerò il posto Elizabeth Farm, a testimonianza della vostra
perfezione di sposa».
Sorrisi, fingendomi tentata da quell’infiocchettatura.
«Sono certa che andrà tutto per il meglio, signor Macarthur».
Il signor Macarthur non intendeva richiedere direttamente la terra. Nient’affatto.
Ci voleva un piano a lungo termine. Un pezzo alla volta, avrebbe disposto i suoi
soldati in modo da formare un accerchiamento che, una volta concluso, non
avrebbe lasciato via di scampo.
La prima, innocua mossa sarebbe stata quella di farsi nominare comandante
del presidio di Parramatta. Sarebbe bastata una parola all’orecchio di VS.
Ovviamente, il comandante avrebbe avuto l’obbligo di vivere a Parramatta, e a
quel punto mio marito avrebbe fatto avanzare Edward e me dalle retrovie. Un
ufficiale poteva vivere nei rozzi alloggi della caserma di Parramatta, ma una lady
del lignaggio della signora Macarthur, con un figlio piccolo, assolutamente no.
Né la si poteva lasciare sola e indifesa a Sydney. L’unica possibilità era offrire ai
Macarthur una sistemazione adeguata a una famiglia, nelle vicinanze di
Parramatta. Il governo era troppo impegnato per potersene occupare, ma, se al
signor Macarthur fosse stata assegnata della terra, ci avrebbe pensato lui.
Ero divisa tra lo sdegno di essere sfruttata in modo tanto bieco insieme a
Edward e la soddisfazione per la realizzazione della mia via di fuga.
Mio marito escluse a priori l’ipotesi che il governatore opponesse un rifiuto.
L’unico dubbio era se chiedere venti o quaranta ettari. La sua ambizione, come
uno splendido cavallo hunter con in sella un gentiluomo con la giubba rosa,
volava serafica oltre gli ostacoli del presente, e atterrava lieve su un bel pascolo
del futuro.
Io ero più dubbiosa. Il governatore aveva la legge dalla sua. Perché mai un
uomo pagato per servire il governo avrebbe dovuto ricevere della terra da
coltivare per sé?
La prima parte del piano fu portata a termine senza intoppi: VS nominò il signor
Macarthur comandante di Parramatta, con facoltà di prendere servizio appena le
circostanze l’avessero permesso. Ma il Lupo di mare si rivelò un obiettivo più
ostico. Infatti fece sapere che, mentre il maggiore Grose poteva disporre dei suoi
ufficiali come meglio riteneva giusto, la concessione di terre era affar suo, e su
questo sarebbe stato irremovibile.
Mi aspettavo che mio marito cedesse alla solita rabbia o al suo polo opposto,
una profonda tetraggine, ma quando indagai in merito liquidò l’argomento, come
fosse irrilevante. Vedere un proprio desiderio ostacolato da altri era una
minaccia alla parte più intima e fragile della sua consapevolezza di sé. Piuttosto
che avvertire il senso di fallimento, racchiuse quella parte in una corazza.
«Oh, abbiate fede, lo tengo in pugno» si limitò a dire. «La tenuta di
Parramatta sarà nostra, non temete».
Tuttavia, era pervaso da un senso di costrizione e quella notte, nel buio, mi
prese con una violenza alquanto dolorosa.
Britannia
Una sera, poco tempo dopo, il signor Macarthur mi raggiunse in salotto e si
protese sul ciglio della poltrona, con atteggiamento persuasivo.
«Ora ditemi, signora Macarthur» esordì con garbo, «che cosa verrebbe pagato
oro da queste parti?»
Era una domanda insidiosa, lo sapevo, e una risposta errata lo avrebbe
contrariato. Tuttavia, la serata non sarebbe proseguita se non avessi tentato la
sorte.
«Ebbene, direi farina e asce. Scarpe. Pentole. Tabacco, chiodi, cordame».
Pensai alle mie necessità personali.
«Tè e zucchero. Un po’ di tutto, insomma».
«Esatto!» Si rilassò contro lo schienale, tutto animato, tamburellando con le
dita sui braccioli.
«Tra certi malvagi e avidi comandanti si è sparsa una voce: andate nel Nuovo
Galles del Sud con un carico di – come dite voi – un po’ di tutto, e farete soldi a
palate».
Era vero. Le rare volte in cui una nave entrava nella baia si scatenava una
caccia scomposta ai beni che trasportava, e chi poteva permetterselo – gli
ufficiali e pochi altri – era pronto a sborsare le cifre scandalose che venivano
chieste. Era impossibile prevedere quando sarebbe arrivata un’altra nave. Ma
quasi tutti gli altri – chi era in libertà vigilata, gli ex galeotti, i piccoli coltivatori
– dovevano rimanere a bocca asciutta.
Saltò in piedi e prese a fare avanti e indietro nella stanza. I passi risuonavano
o erano attutiti nel passaggio dal legno al tappeto e viceversa.
«Bisogna che noi ufficiali noleggiamo una nave e la mandiamo a Città del
Capo» dichiarò. «Che gestiamo noi stessi il commercio. Che spezziamo il
monopolio di quelle canaglie».
Presi fiato con l’intento di ribattere: «Vi limitereste a sostituire un monopolio
con un altro!» Lui però non si lasciò interrompere.
«Con la stiva piena di beni da vendere, non possiamo fallire».
Il fantasma delle cinquecento sterline aleggiò nell’aria tra noi.
Il signor Macarthur si riproponeva di mettere la parte più consistente,
attingendo ai fondi del reggimento. Avrebbe tenuto i conti, supervisionato le
vendite e assegnato i ricavi ai finanziatori. E, c’era da starne certi, avrebbe avuto
le mani in pasta, lì dove nessuno poteva vedere. Mio marito poteva anche essere
il nipote del Signore di Argyle, ma quando lo si spogliava della sua superbia
rimaneva solo il figlio di un bottegaio, concentrato su perdite e profitti.
Rimaneva un problema. Come qualsiasi altra cosa nella colonia, il progetto
doveva essere approvato dal governatore, e le condizioni del suo mandato non
gli permettevano di darlo. I vincoli imposti da Whitehall vietavano al
governatore di prendere parte a qualsiasi commercio nella sfera di influenza
della Compagnia delle Indie Orientali, o di consentirlo ad altri.
Il signor Macarthur però era fiducioso. Con la dovuta umiltà, espose l’aspetto
davvero geniale del suo piano, ossia il ricorso all’animo caritatevole del
governatore. L’insediamento era ancora funestato dalla fame e dalle privazioni,
donne e uomini denutriti ancora si accasciavano per strada. Un uomo della
levatura del governatore non poteva certo rifiutarsi di offrire una nave carica di
provviste.
«Date retta a me, capitolerà» disse mio marito. «E una volta che avrà
contravvenuto alla regola, sarà... vulnerabile».
Assaporò la parola dal gusto delizioso. Intanto che camminava, il suo volto
era un’alternanza di chiaroscuri proiettati dal fuoco; la saliva scintillò mentre
sfoderava un sorriso da predatore.
«Lo avrò ai miei piedi» disse. «Non sarà più in grado di respingere una nostra
ragionevolissima richiesta».
«Come venti ettari a Parramatta» dissi io.
Mi scoccò un’occhiata tra lo stupito e l’indignato.
«Mia carissima moglie, non siete davvero capace di perfidia. Venti ettari?
Almeno quaranta!»
Il piacere gli fece sfoderare i canini.
«E perché non ottanta?»
I frutti della perfidia
A tempo debito, la Britannia tornò da Città del Capo con la stiva piena di barili
di farina e di riso. C’erano anche asce e pentole, reggetta e carta. Ma il grosso
del carico era costituito da una sfilza di botti della merce più redditizia: il rum.
Gli ufficiali lo vendevano al cinquecento o seicento per cento del valore, e in un
luogo in cui il consorzio degli ufficiali era l’unico a possedere il capitale
sufficiente per l’importazione, quello era il prezzo che gli altri avrebbero pagato.
Profitti a piene mani. Il signor Macarthur stava già organizzando un nuovo
viaggio, e i colleghi ufficiali furono ben lieti di assecondarlo, riempiendosi le
tasche. Lui si accertò di coinvolgerli in prima persona nel grande volume di alcol
che fluiva dalle navi direttamente nelle gole della gente. Tutti erano egualmente
implicati, nel caso che qualcuno si fosse sognato di creare problemi.
Tra le botti di rum della Britannia si era trovato lo spazio per qualche privilegio
da inviare a casa Macarthur. Oh, quella prima, squisita tazza di Ceylon dopo una
lunga astinenza! Bevvi il tè a occhi chiusi, gustando la dolcezza dello zucchero.
In questo resoconto non tenterò di dipingermi meglio di com’ero. Dovendo
sopportare di essere sposata con quell’uomo, fui abbastanza vile da godere dei
frutti della sua perfidia.
Il signor Macarthur fece pressione su Vecchio Somaro affinché a sua volta
facesse pressione sul governatore per quell’appezzamento a Parramatta. VS era
favorevole all’idea, ma il governatore continuava a opporre resistenza. Quel
brav’uomo era di settimana in settimana più tormentato, più afflitto da ben altri
problemi, rispetto alle richieste del signor Macarthur. Il dolore al fianco lo
attanagliava di continuo, e la sua onestà era costantemente messa alla prova dalla
cattiveria che lo circondava. Non pareva preoccupato dall’ingordigia, ma la sua
presa sul mondo pareva minata dall’ostilità.
Era noto a tutti che avesse chiesto l’autorizzazione al rientro in Inghilterra.
Più volte, a dire il vero, con insistenza crescente. Prima o poi quel permesso
sarebbe stato accordato, e lui se ne sarebbe andato. A quel punto la colonia
sarebbe rimasta nelle mani del suo Vice Salvifico, fino all’arrivo di un nuovo
governatore.
Il signor Macarthur non aveva fretta. Una volta che aveva preso una
decisione, nessuno era più paziente di mio marito. Un lato per nulla umano,
questo, quasi lui fosse un falco che si librava senza posa, mantenendo lo sguardo
freddo e fisso sulla preda.
Una donna felice
Scrivevo a casa a Bridie, e sapevo che era ancora nubile. In una delle sue lettere
aveva accennato a una persona che aveva manifestato interesse nei suoi
confronti dopo il capitano Moriarty, ma evidentemente non c’era stato alcun
seguito. Raccontare gli eventi ti rattristerebbe, scrisse, e indurrebbe in me il
rimpianto. Si definiva una signorina stagionata, come se avesse abbandonato
ogni speranza, e questo mi provocava una certa angoscia per la mia amica che,
venticinquenne come me, cominciava a intravedere il vicolo cieco del nubilato.
Nelle lettere evitavo di sottolineare la differenza tra le nostre situazioni, e
ovviamente non avevo modo di confidarle che nel mio matrimonio c’era ben
poco da invidiare; perciò sorvolavo sulla mia vita come signora Macarthur.
Speravo che il silenzio le avrebbe suggerito ciò che non potevo dire. La cosa,
però, creò qualche problema. Il signor Macarthur mi strappò di mano una delle
lettere e si infuriò quando vide che era piena di notizie sull’insediamento e sulla
sua geografia ed economia... non era certo una lettera da moglie!
La volta successiva tentai un nuovo approccio.
Finora nelle mie lettere ho tralasciato di fare il nome del signor Macarthur,
per non eccedere nell’ostentazione.
Oh, quale ingegno, signora Macarthur!
Al mondo non esistono due persone più felici di noi. Il signor Macarthur è un
compagno istruttivo e allegro ed è rispettato da tutti per la sua integrità.
Come molte delle affermazioni del signor Macarthur, anche questa conteneva
un briciolo di verità. Certo, era istruttivo. In modo tedioso e pedante, mi erudiva
sulle obbligazioni navali, sul valore di un dollaro spagnolo, sulla quantità
d’acqua con cui diluire il rum senza che il fruitore se ne accorgesse. Speravo che
quel non esistono due persone suggerisse a Bridie quali fossero i miei veri
sentimenti. Ero certa che, conoscendomi bene, avrebbe interpretato
quell’iperbole come ironica. Quanto al rispettato da tutti per la sua integrità...
be’, si trattava di pura invenzione.
Tuttavia, benché il matrimonio non mi apparisse come una gioia, non era
neppure un vicolo cieco. La vita mi avrebbe offerto ancora delle svolte e,
positive o negative che fossero, sapere che ci sarebbero state mi garantiva un
certo grado di libertà. Per una zitella attempata, in quel di Bridgerule, non
esisteva alcuna svolta.
Mia amatissima amica, scrissi d’impulso, abbandona gli scrupoli e sposati.
Quando ho compiuto questo passo, pochi tra i nostri amici hanno ritenuto che
fosse dettato dalla prudenza. Sono stata tacciata di indolenza e negligenza; il
signor Macarthur è parso troppo orgoglioso e superbo per le nostre umili
fortune e aspettative.
Poi mi resi conto di essere stata oltremodo diretta. Il messaggio tra le righe
era evidente: stavo dicendo a Bridie che un cattivo matrimonio era comunque
preferibile al nubilato. Mi affrettai – ricordo ancora come la penna corresse sulla
pagina – a smussare gli spigoli.
Vedi bene, amica mia, come io non possa che definirmi una donna felice.
Oh, povera, cara donna! Leggendo ora mi accorgo di aver avuto l’intenzione
di scrivere quella bugia grossolana, sono una donna felice, senza riuscirvi. In
quel non possa, in quella negazione elaborata, la verità si fa strada a forza dietro
una coltre di menzogne.
Insistetti. Trova un marito che abbia buonsenso. Un uomo che non ti eguagli
in comprensione non potrebbe mai renderti felice.
Una lettera dalle intenzioni sempre più involute: era indirizzata a Bridie, ma
anche al signor Macarthur, e la doppia verità che volevo raccontare cominciava a
sfuggirmi di mano. Nel giro di due righe ero passata dallo spronare Bridie a
sposarsi a ogni costo al metterla in guardia dalla mestizia di un legame con
l’uomo sbagliato.
Osservando la bocca del mio istruttivo e allegro marito che si addolciva intanto
che leggeva, mi resi conto che era nel giusto quando sosteneva che una lusinga
non era mai eccessiva. Provai una fitta di qualcosa di molto simile alla pietà nel
capire che in lui albergava un bisogno talmente incolmabile da indurlo a lasciarsi
adulare alla stregua degli uomini di cui si prendeva gioco. Era corazzato, certo,
eppure eccolo lì, vulnerabile ed esposto, il vuoto che bramava di essere visto,
sentito e, sì, amato.
Smise di protestare. E un po’ di vanità non guastava. L’intera Bridgerule
avrebbe letto la lettera e, se qualcuno si fosse azzardato a parlare ancora di me
con compassione, il suo contenuto l’avrebbe ridotto al silenzio.
Parte quarta
Rudimenti di astronomia
Il signor Dawes finalmente si degnò di comparire nel mio salotto in una delle
giornate calde del nostro primo gennaio in Australia, palesemente abbordato per
strada dal signor Tench e praticamente trascinato lì di peso.
«Permettetemi di presentarvi il nostro genio locale, signora M.!» esclamò. «Il
signor Dawes, erudito astronomo e osservatore della volta celeste. Signor
Dawes, lasciate che vi presenti la signora Macarthur, la nostra Madame
d’Épinay».
Il signor Dawes si accigliò al motteggio di Tench, e si guardò intorno in
preda alla disperazione. Io fui sul punto di chiedere chi fosse Madame d’Épinay
– il modo più rapido per segnalare al signor Dawes che disconoscevo un simile
accostamento – quando Tench riprese a parlare nel suo tono amabile e divertito.
«La signora M. ha espresso il grande desiderio di apprendere qualche
rudimento di astronomia, Dawes. Le ho detto che senza dubbio sareste stato lieto
di impartirle le nozioni di base: stelle, pianeti, cose del genere».
Il signor Dawes mi lanciò uno sguardo stupefatto.
«Lieto. Ne sarei lieto, signora Macarthur. Nozioni di base, sì, ne sarei lieto,
certo».
A dispetto di tanta letizia, era evidente che il suo sì era puramente dovuto
all’assenza di una scusa a portata di mano per dire no. Espresso da Tench, il mio
desiderio pareva frivolo, persino offensivo, perciò tentai di spiegarmi meglio.
«Il mio grado di istruzione è assai scarso, signor Dawes, ma sono dotata di
una spiccata curiosità. Qui, in questo luogo remoto, persino le stelle ci risultano
estranee. Non imparare a leggerle sarebbe un vero spreco».
Ciò nonostante, mi chiedevo se l’idea dell’astronomia non fosse un errore.
Alla parola curiosità lui mi guardò di sottecchi. Non riuscivo a immaginare
quali pensieri stesse inseguendo e ciò che stava per dire rimase inarticolato,
perché Tench tagliò corto.
«Allora è stabilito. Diciamo che la prima lezione sarà il prossimo giovedì, nel
pomeriggio! E mi interessano molto i vostri progressi, signora Macarthur,
quindi, Dawes, tienimi al corrente».
Il signor Dawes sollevò la mano in una sorta di goffa benedizione, barbugliò
qualcosa di incomprensibile, si girò e se ne andò.
«Non pensiate che il nostro signor Dawes sia scortese, signora M.» disse
Tench. «È solo che, nell’attraversare la nostra misera sfera umana, lui segue
un’orbita lievemente eccentrica».
Non eravamo nel Devon
Quel giovedì pomeriggio, io, la signora Brown, Hannaford ed Edward ci
avviammo come al solito verso la cima del costone occidentale. Una volta lì,
restammo fermi nel vento che soffiava dal mare, a contemplare il viottolo
indistinto che si snodava tra gli arbusti verso l’osservatorio. Provai
un’immediata, perentoria e singolare impellenza di essere sola in quello scenario
imponente.
«Signora Brown, mi chiedo se non sarebbe meglio che voi e il signor
Hannaford rimaneste qui con Edward, in prossimità dell’insediamento» osservai.
La verità – il mio bisogno di solitudine in quel luogo aperto e arioso –
sembrava troppo strana da spiegare; ma i desideri della signora Brown
coincidevano con i miei.
«Sì, signora Macarthur, il sentiero è troppo ripido per le gambine del
piccolo».
Non più ripido di quello su cui ci eravamo appena inerpicati, come sapevamo
bene entrambe.
«Ed è troppo pesante da portare quando si stanca di andare da solo» aggiunsi.
Portare il bambino non era affatto un problema. Hannaford se lo sarebbe fatto
volteggiare sulle spalle con la stessa disinvoltura con cui si indossa un mantello.
Comunque io e la signora Brown avevamo dato forma a un simulacro di ragioni
fondate.
Nel Devon non sarebbe mai accaduto, ma non eravamo nel Devon.
Feci pochi passi, e di colpo ciò che mi era familiare scomparve. Sapevo che la
signora Brown e Hannaford erano a malapena usciti dalla mia visuale, ma fu
come se fossi l’unica persona sulla faccia della Terra. Il genere umano si ridusse
a nulla. Ero nel regno delle foglie, delle rocce, del vento. I rami di questi alberi
barbari ondeggiavano e volteggiavano come in un gioco, gli uccelli si gettavano
in picchiata nel mezzo e, più in basso, nell’intrico di baie e insenature, le acque
maestose di Port Jackson scintillavano e luccicavano.
Scesi lungo il sentiero, da una roccia all’altra, sbilanciata, incerta, come in
una danza con quel panorama di cui non avevo ancora imparato i passi.
Immaginai che stesse osservando questa donna impacciata da troppi strati di
vestiti, gli scarponcini che inciampavano sui sassi, la gonna che si impigliava nei
rami bassi e sferzanti. Mi fermai su una cengia, inspirando a fondo quel tripudio
di raffiche d’aria pura, con la sensazione di venire sollevata da terra e trascinata
via.
Ogni passo rivelava una nuova meraviglia: lo scorcio tra gli arbusti di un
frammento di porto tempestoso color lapislazzulo, un albero con la corteccia di
un rosa tanto carnoso da far pensare che fosse calda, una sporgenza con la base
friabile di un giallo scintillante, tenera come una torta. Il vento trasportava la
salsedine dell’oceano e la strana asprezza speziata diffusa dagli arbusti e dai
fiori. Il luogo era permeato da un respiro, una profondità e un’altezza quasi
spaventosi, era vivo nella sua vastità e nell’energia della brezza selvaggia, tra gli
alberi, i gabbiani che stridevano e l’acqua scintillante. Sola, un frammento di
umanità in un luogo tanto grande da potermi inghiottire, mi guardai intorno con
la sensazione di aver aperto gli occhi per la prima volta.
Il viottolo era breve, ma portava verso un altro paesaggio, un altro clima, un
altro paese.
In fondo alla discesa, esposta più o meno a ovest e quindi nascosta
all’insediamento, c’era una radura che ospitava uno strano fabbricato: una
capanna simile alle altre della zona, ma con a fianco una torre tozza, dal tetto
appuntito e sbilenco coperto da un telo che si raggrinziva e si apriva in uno
squarcio sbieco e ombroso.
Ed ecco il signor Dawes. Indossava una camicia a scacchi e un paio di
pantaloni da marinaio, arrotolati sui polpacci. Stava mescolando qualcosa in un
secchio – calce, scoprii avvicinandomi – e teneva in mano un grosso pennello
ruvido. Il telo, inumidito in precedenza, scintillava, e l’uomo era sul punto di
imbiancarlo. Aveva chiaramente dimenticato l’appuntamento fissato da Tench.
Di certo non desiderava la visita di una donna indolente che si baloccava con
l’idea di apprendere qualche facile rudimento di astronomia. Mi fermai,
intenzionata a tornare indietro e a ripresentarmi lì in un altro momento.
Lui però doveva avermi scorto con la coda dell’occhio, perché sollevò lo
sguardo, costringendomi a farmi avanti. Conclusi la discesa il più velocemente
possibile, barcollando sugli scarponcini troppo spessi e sollevando gonne e
sottane per allontanarle dai cespugli e dall’erba tagliente. Lì, sola con
quell’uomo, provai una certa timidezza. Entrambi contemplammo la strana
struttura di tela.
«Il carpentiere si è lamentato» disse il signor Dawes. «Dell’inclinazione
scomoda ma necessaria della sommità del tetto. Deve essere decentrata per
permettere l’osservazione dello zenit. E della difficoltà di farlo ruotare per le
misurazioni dell’azimut. Al contempo, ho bisogno che si possa chiudere con il
cattivo tempo, per preservare le strumentazioni. Che ovviamente sono gli oggetti
più preziosi e fragili di questo posto, e forse i più preziosi e fragili di tutto questo
continente di Nuova Olanda, indipendentemente dalla sua estensione, di cui,
com’è ovvio, siamo ancora all’oscuro».
Sembrava incapace di tamponare il flusso di parole con cui tentava di elevare
un muro o una barriera, ma alla fine tacque. Le aveva usate tutte.
«Qualsiasi carpentiere che si rispetti ama fare un lavoro pulito» osservai, nel
tentativo di correre in suo aiuto; ma certo quello non era un avvio di
conversazione promettente.
«Rudimenti sui corpi celesti, mi pare abbia detto il capitano Tench» disse lui.
La sua totale assenza d’entusiasmo era talmente palpabile che mi infuriai con
Tench e ancor più con me stessa, per essermi infilata in quella situazione
imbarazzante coinvolgendo il signor Dawes. Sarebbe bastato semplicemente
rinunciare all’idea di imparare un po’ di astronomia, ma non riuscivo a
sopportare di dover passare le settimane a seguire senza qualcosa che mi
occupasse la mente.
Lui guardò la calce nel secchio. Aveva un odore terribile e un riflesso
grigiastro. Immaginai che come sego fosse stato costretto a utilizzare il grasso
rancido della carne di maiale o di manzo salata, che costituiva il solo nutrimento
della colonia. La calce era pronta, il telo inumidito affinché facesse presa.
Desiderava solo che me ne andassi. Era costretto a recitare la parte del
gentiluomo davanti a una lady, e intanto il telo si asciugava e sarebbe stato
necessario bagnarlo di nuovo.
Mi ero preparata un discorso, ma non fu quello che pronunciai.
«Si pretende molto da voi, signor Dawes».
Fece un sorrisino, che i denti storti resero più mesto di quanto forse non
intendesse.
«Ed eccomi qui con l’ennesima pretesa» aggiunsi.
Lui portò lo sguardo dal telo al secchio di calce.
«Se posso essere d’aiuto...»
«Vedo che questo è un momento cruciale, signor Dawes. Tornerò un’altra
volta».
Per anni avevo esercitato la compostezza e mi stupii del tumulto che provavo,
mentre strappavo la gonna dal rametto in cui si era impigliata, stendendosi al
mio fianco come una ridicola bandiera e rivelando gli scarponcini da lavoro. Mi
voltai con la frenesia di andarmene, e da sopra la spalla parlai in un modo che in
una situazione diversa sarebbe apparso brusco.
«Facciamo un’altra volta, signor Dawes. Con tutte le mie scuse».
Sentii il suo sguardo addosso mentre mi allontanavo malferma per la fretta,
aggrappandomi a un arbusto che si rivelò più tagliente di quanto sembrasse.
Un errore che mi fa arrossire
Quella parola – azimut – mi aveva spaventata. Mi diceva che forse stavo uscendo
dal seminato. Tuttavia, con la sua indiscrezione, Tench aveva reso la rinuncia
altrettanto sgarbata della persistenza.
Il giovedì successivo, io e la signora Brown non dovemmo ricorrere a un
fragilissimo simulacro di storiella. Arrivati alla piattaforma, lei si tolse il
copricapo e si sedette sul masso plasmato per la schiena umana, Edward corse
verso la fenditura tra le rocce dove i ramoscelli con cui aveva giocato la volta
precedente erano ancora nascosti e Hannaford tirò fuori la pipa.
Imboccai lentamente il viottolo, imparando la sua danza. C’era tutto il tempo.
Tutto il tempo di questo nuovo mondo.
Il signor Dawes mi sentì arrivare e mi accolse sulla porta della capanna,
srotolando le maniche della camicia e controllando che il colletto fosse
abbottonato.
«Buon pomeriggio» disse, con la voce rauca di chi non parla da un po’.
«Buon pomeriggio, signora Macarthur, e benvenuta all’osservatorio».
Stavolta avevo preparato un bel discorso.
«Signor Dawes, voi siete un uomo impegnato e sarebbe presuntuoso da parte
mia approfittare del vostro tempo. Vi siete mostrato tanto cortese da voler
assecondare il mio ozioso capriccio, ma non sentitevi in obbligo di farlo. Venite
la prossima settimana a quello che il capitano Tench si diverte a definire il mio
salon, gustate una tazza del mio tè e abbandoniamo l’idea dei rudimenti di
astronomia».
Parlai con tutta la concretezza che riuscii a trovare, offrendogli una graziosa
scappatoia. Ciò nonostante ero tornata lì e bramavo di entrare nella struttura di
tela, di guardare dal telescopio, di imparare cosa fosse un azimut. Lo bramavo
più di quanto avessi mai bramato di imparare una nuova battuta del Minuetto di
Foote.
Al contempo, provavo vergogna. Il signor Dawes non esibiva la sua
erudizione come invece tanti altri facevano. Era padrone di una conoscenza
approfondita e autentica. Sarebbe stato sciocco pensare che io potessi
comprendere un millesimo di ciò che lui sapeva.
«Ho sbagliato, signor Dawes, ho commesso un errore che mi fa arrossire».
E di fatto mi sentii avvampare, consapevole di avere le guance infuocate e
imbruttite dal rossore. Le sfiorai, compiendo l’inutile gesto di tentare di
raffreddare una gota infiammata con una mano altrettanto calda. Ora ero io a non
riuscire a guardarlo negli occhi.
«Signora Macarthur, sarei sinceramente lieto...»
Parve accorgersi di aver già fatto ricorso a quel trito convenevole.
«Le assicuro che sarebbe un vero piacere condividere con voi ciò che so».
Tossì portandosi la mano alla bocca, come se quelle parole l’avessero
strozzato.
«Le stelle mi fanno compagnia da quando ero un bambino solitario» aggiunse
con quel suo sorriso mesto. «Sarei tanto felice di presentare queste mie amiche a
qualcuno che, come me, potrebbe godere della loro compagnia».
A quel punto, sentii le lacrime salirmi agli occhi e provai disagio. Questo
goffo estraneo aveva parlato a una parte di me che non svelavo a nessuno. La
sfrontata signora Macarthur, maestra del motteggio capace di divertire Tench,
l’incantevole signora Macarthur per la quale Worgan si sarebbe gettato nel
fuoco... quella persona dal carapace fragile era rimasta spiazzata, in quello che
aveva avuto l’aria di essere l’ennesimo rito sociale, da un uomo che le aveva
parlato dritto al cuore.
Ciechi e sordi
Nella sua capanna, sistemando dei rametti e qualche ghianda sul tavolo tra noi, il
signor Dawes diede il via alla nostra prima lezione. Parlò del Sole e dei pianeti
che gli giravano intorno compiendo delle orbite, e di un pianeta in particolare, la
nostra Terra, che aveva come suo satellite la Luna, che a sua volta compiva
un’orbita, e cresceva e calava a seconda dell’ombra che la Terra le proiettava
contro... e a quel punto si accorse che ero rimasta indietro. Fissavo le ghiande e i
rametti ma non seguivo, non avevo seguito fin dall’inizio.
Sapevo di non essere stupida, ma nulla nell’istruzione che il signor Kingdon
aveva ritenuto adatta a una ragazza mi aveva preparato a questo. Aritmetica di
base, per tenere i conti di casa. Divisioni con riporto di uno, in colonna. Ma ciò
che il signor Dawes stava cercando di spiegarmi non conteneva numeri da
sommare o sottrarre, non coincideva con niente, se non con quelle ghiande e
quei rametti, cui faceva compiere delle ellissi spostandoli sul tavolo, usando
quelle parole che non capivo.
«Credo non abbiate studiato la geometria» disse infine il signor Dawes in
tono gentile, come se non aver studiato la geometria equivalesse a essere ciechi e
sordi.
«No, signor Dawes, in effetti no».
Me ne stetti lì, mortificata. L’idea dell’istruzione era stata un vero errore.
«Siete stato oltremodo amabile, signor Dawes» dissi, tentando di recuperare
un brandello di dignità. «Ma le stelle e i pianeti dovranno continuare a girare
senza che una donna ignorante come me possa comprenderli».
Mi guardò con una durezza che rasentava la rabbia.
«Non sminuite le vostre capacità, signora Macarthur. Nessuno nasce sapendo
già la geometria. In quanto donna, vi sono stati preclusi i minimi rudimenti di
queste materie, e vi fa onore voler colmare una simile lacuna. Tornate la
prossima settimana e vi prometto che faremo progressi».
Magia ingegnosa
Quando mi presentai alla capanna, la settimana successiva, sul tavolo
torreggiava uno strano trabiccolo. Pensai che fosse un attrezzo per macinare o
ammatassare e lo dissi ad alta voce, senza riflettere.
Lui si produsse in quella sua strana risata, quasi repressa.
«Parola mia, signora Macarthur» disse, «lo stesso astronomo reale avrebbe
difficoltà a riconoscere questo marchingegno. Lo definirei un planetario
meccanico, anche se la somiglianza con un vero planetario è a dir poco vaga».
Quando sorrideva, i suoi lineamenti assumevano senza sforzo gli accenni del
buonumore, increspandosi intorno agli occhi e alla bocca in rughe incise dal
divertimento frequente. L’epiteto con cui il signor Dawes veniva apostrofato
dietro le spalle poteva anche essere Sua Santità, ma di sicuro lui non era affatto
un tipo austero.
«Non mi stupisce che non l’abbiate riconosciuto, signora Macarthur,
raffazzonato com’è, ma il suo scopo è quello di mostrarci il sistema solare, con
questa sfera al centro che rappresenta il Sole e quest’altra la Terra».
Girò la manovella di lato e i pianeti si mossero di scatto, a diverse velocità.
Grazie a una magia ingegnosa il meccanismo faceva compiere a ogni pianeta la
sua orbita, più o meno veloce, tutti spinti da un unico movimento.
«Ma certo, ora capisco. La rotazione!»
Mi arrabbiai con me stessa per aver perso un’occasione e perché forse lui mi
avrebbe liquidata come una sciocca signora annoiata. Ma il signor Dawes ignorò
il mio rammarico e cominciò a spiegare. Non lo scopo del planetario – gli era
troppo familiare per destare qualche interesse –, ma la sua costruzione. Il
carpentiere gli aveva regalato un pezzo di legno per il cabestano e per i pianeti,
spiegò, e lui si era rivolto a diversi conoscenti finché alla fine il tenente di
vascello Bradley era stato in grado di fornirgli il fil di ferro con cui collocare
ogni pianeta alla giusta distanza dal cabestano. Il risultato era la versione
australe di un planetario meccanico, un arnese strano ed esile, fatto di fili di ferro
ricurvi alle cui estremità tremolavano pianeti di legno non proprio sferici.
Mi invitò a provare, tenendo ferma la base mentre giravo la manovella, le
nostre teste vicine in contemplazione dei pianetini che orbitavano intorno al loro
minuscolo Sole.
«Ci si sente Dio» dissi, «rispetto a noi esseri umani, convinti di compiere
delle scelte quando non è affatto così».
Rammentai troppo tardi che era un amico del reverendo, e che forse non
avrebbe apprezzato una donna che dicesse di sentirsi Dio.
«Avete dato voce ai miei pensieri, signora Macarthur» disse invece lui.
«Mentre lo costruivo, sono stato costretto a ricordare a me stesso che neanche
Sua Santità il tenente è capace di camminare sulle acque».
Scoprii con piacere che il signor Dawes sapeva di essere oggetto di ironia e
dileggio. Prometteva di rappresentare una compagnia migliore di Tench, benché
quest’ultimo si esercitasse a pronunciare arguzie. Nel condividere quel
divertimento con lui, sentii svanire il tempo. Avevo ventiquattro anni, ero una
donna matura, ma tornai la ragazza che ero stata con Bridie: volubile, lieve,
espansiva e sicura di sé, che rideva impavida di qualsiasi sciocchezza in un
mondo che non si era ancora rimpicciolito.
L’unica domanda
L’astronomia insegnava un concetto perverso: ciò che appariva vero poteva non
esserlo affatto. I miei piedi, che sembravano solidamente ancorati al pavimento
della capanna del signor Dawes, in realtà vi stavano sospesi: piedi, capanna,
continenti, oceani, vorticavano a una velocità tremenda in una sorta di vuoto.
L’idea era talmente assurda che parlai senza riflettere.
«Ma come si fa a saperlo?»
Poi quell’osservazione mi parve infantile e mi pentii di averla fatta. Invece il
signor Dawes ne fu deliziato.
«Eccellente, signora Macarthur, avete posto l’unica domanda sensata».
Si stava prendendo gioco di me? Colse la mia titubanza. Lo vidi concentrarsi
sulla scelta delle parole più vicine a esprimere ciò che aveva in mente.
«Noi decidiamo ciò che riteniamo di sapere, in base alle prove che abbiamo.
In assenza di ulteriori prove, non possiamo fare altrimenti. Ma dobbiamo essere
umili, tanto da dubitare di quelle prove e da ricordare che non sono definitive.
Soprattutto, dobbiamo mostrarci umili riguardo alle conclusioni cui giungiamo.
Non esserne mai troppo certi».
Parve dubitare persino delle proprie parole e fissò il vuoto, forse alla ricerca
di parole migliori. Ma quelle che aveva usato esprimevano una verità
incontrovertibile che, senza esserne consapevole, conoscevo da sempre: il
mondo, e quindi anch’io che ne facevo parte, era una superficie di cui godere,
ma in cui non si doveva mai credere fino in fondo.
A quanto pareva, prima di apprendere le nozioni di base sui corpi celesti, dovevo
acquisire competenze ancor più elementari, precedute da abilità essenziali. Il
signor Dawes, tuttavia, era un maestro paziente. Concetti che in un primo
momento mi lasciavano sconcertata nel giro di una settimana divenivano
chiarissimi, perle infilate in una collana di comprensione. Cominciai a capire che
lo sconcerto non doveva indurmi a disperare. Al contrario, era l’inizio della
conoscenza.
Giunti al mio limite massimo di padronanza dell’astronomia, passammo alla
botanica. Nell’insediamento, alla vegetazione locale venivano attribuiti nomi che
trasformavano le piante in brutte copie di quelle a noi familiari. Ciliegie native,
spinaci selvatici, prezzemolo di Botany Bay. Ora imparavo a vederle non per
quello che non riuscivano a essere, ma per quello che erano in realtà. C’era un
buon motivo per la struttura di certi alberi, deformi rispetto alle querce e poco
ombrosi nei giorni caldi. Il signor Dawes mi mostrò come le foglie brillanti e
dure si esponessero coraggiosamente di taglio al sole, per trattenere tutta
l’umidità possibile. Mi spiegò il motivo per cui non ingiallivano, né cadevano
con il passare delle stagioni.
«Le foglie sono una vera conquista su questo terreno povero, non si possono
sprecare. Hanno imparato a mantenersi in vita nelle avversità».
Guardandoli con i suoi occhi imparai che questi alberi avevano un vigore e
una varietà di cui le querce erano prive. Una volta abbandonata l’idea che
dovessero somigliare a quelli della mia infanzia, riuscii a riconoscere la
delicatezza e la grazia delle loro foglie scintillanti nel riflesso del sole, delle
chiome che ondeggiavano e si avvolgevano nella brezza. Eppure la corteccia
diafana e soffice di uno in particolare – ben stratificata, come fogli di carta
impilati – era talmente strana da sembrarmi inverosimile, uno scherzo del creato,
ma il signor Dawes mi mostrò che anche per quella corteccia c’era un motivo: le
pagine accatastate resistevano all’aggressione di incendi e alluvioni.
Amavo curiosare tra foglie e cortecce attraverso la grossa lente del signor
Dawes: mi si svelavano paesaggi segreti, mondi vivaci dai bordi croccanti,
nascosti all’interno di quello in cui vivevo io. Mi resi conto che sarebbe bastata
un’infarinatura di botanica a riempirmi le giornate. Ovunque mi fossi trovata, ci
sarebbero sempre state piante pronte a chinarsi, annuire e protendersi per farsi
conoscere.
Era dalle remote lezioni del signor Kingdon che avevo perso il piacere di
sforzarmi per apprendere. E che gioia essere lodata quando finalmente capivo!
La prima volta in cui riuscii a classificare e ordinare una pianta senza l’aiuto del
signor Dawes provai un orgoglio smisurato. Per ciò di cui ero diventata capace, e
che non immaginavo di poter acquisire!
«Grazie, signor Dawes, per avermi spronata a fare più di quanto mi
aspettassi, e a vedere più di quanto abbia mai sognato».
Avvertii un groppo in gola, e dovetti tacere.
«Ebbene, signora Macarthur, voi siete un’allieva vivace ed entusiasta.
Lasciatemi dire che aprire per voi quelle che potremmo definire delle porte è
stato per me un immenso piacere».
Un misero gioco di parole che ci salvò entrambi.
Impermeabili
Un pomeriggio, mentre scendevo lungo il viottolo ormai familiare, notai che il
signor Dawes aveva visite: un gruppo di donne del posto con i loro bambini, e un
paio di uomini, stavano seduti intorno a un fuoco davanti alla capanna, e il
signor Dawes era tra loro. Esitai, ma uno dei bambini mi vide e avvertì gli adulti;
quindi tutte le facce si girarono verso di me, costringendomi a concludere la
discesa. Il signor Dawes si alzò e mi venne incontro.
«Permettetemi di presentarvi i miei amici di Sydney» disse.
Compì il giro completo, come un gentiluomo in un salotto.
«Werong. Milbah. Patyegarang. Baringaroo. Daringa».
Nomi dal suono confuso e ostico. Lui si accorse del mio disagio e li scandì
uno alla volta, invitandomi a ripeterli fino a quando non li memorizzai.
Compiuto il piccolo sforzo di ascoltarli con attenzione, divennero semplici come
James o Mary Ann.
Poi il signor Dawes pronunciò una frase che non compresi, ma in cui colsi il
mio nome: signora Macarthur. Ascoltarlo attraverso le orecchie dei presenti fu
come sentirlo per la prima volta: un insieme di suoni assai più complicati di
Werong o Daringa.
Gli uomini – forti, eretti, riservati – mi accolsero con uno sguardo obliquo,
non ostili, ma neanche troppo cordiali. Erano poco interessati alla conversazione,
ai sorrisi di circostanza e all’allegro chiacchiericcio. Non si preoccupavano di
mostrarsi partecipi o mettere gli altri a proprio agio. Erano investiti di
un’energia ponderosa, di un’autorità che non emanava dalle armi deposte al loro
fianco ma dal mondo di certezze consolidate in cui vivevano. Mi ricordarono
mio nonno, uomo gravato dalla fede, che viveva nell’ombra costante
dell’eternità.
Nemmeno le donne mi guardarono direttamente, ma mi fecero sentire ben
accolta. Era evidente che si erano enormemente divertite ai miei tentativi di
pronunciare i loro nomi, mentre avevano imparato il mio con estrema facilità.
Parlavano tra loro e ridevano di me, ma si spostarono lievemente per invitarmi a
sedermi tra loro in uno spazio pulito. Fui lieta di accogliere l’invito, ma ero
inesperta e goffa, le gambe intralciate dalla gonna, ed entrare a far parte di quel
gruppo fu un’impresa complicata.
Al di là dei rispettivi nomi, scambiati come testimonianza di quanto avremmo
voluto dire, ripiegammo sul linguaggio del corpo. Mi scoprii a prestare
un’attenzione tutta nuova ai visitatori del signor Dawes, come se li ascoltassi con
la pelle invece che con le orecchie.
Daringa mi mostrò la sua bambina, avvolta in una corteccia soffice e glauca
che sembrava fatta di carta. L’ammirazione per un bambino è tra le cose che non
richiedono parole. Sbirciai il visetto della piccola tra le pieghe di quella coperta
strana quanto pratica, le accarezzai la guancia, pronunciai le lodi che
inorgogliscono una madre.
Daringa la depose delicatamente a terra e la liberò dalla corteccia, per farmela
ammirare meglio. La piccola giaceva con lo sguardo solenne, i pugni in aria, le
cosce forti: un abbozzo di donna. Le dita affusolate e lustre di Daringa le
percorsero il corpicino come se il contatto con quella pelle morbida fosse un
piacere irresistibile. Era una regina con la sua principessa, le mani salde e sicure,
un insieme di autorità e amore.
Nessuno parlava mai delle nostre sorelle scure. Tuttavia Daringa, madre
come me, traboccante d’amore per la figlia che faceva ballare sulle ginocchia
come io avevo fatto con il mio, con la piccola che si perdeva in risatine proprio
come faceva Edward, anche se era malato... Daringa era sicuramente una sorella
per me, come qualsiasi altra donna che avessi conosciuto.
Ma questa donna apparteneva a un popolo che, a quanto mi era stato
assicurato, mangiava i propri bambini. Una convinzione che passava di bocca in
bocca, senza che nessuno si fosse mai chiesto: Come fate a saperlo? C’erano
ipotesi che si trasformavano in storie che, una volta definite, erano impermeabili
quanto una botte. E in una botte del genere la falsità girava per il mondo e nel
futuro, senza perdere neanche una goccia.
Quando le donne parlavano tra loro e con il signor Dawes, il loro linguaggio
era un flusso arrotondato e liquido di vocaboli privi dei sussulti dell’inglese, e
con una intonazione tutta diversa, dove le parole partivano sicure per poi
addolcirsi, quasi non volessero essere insistenti. Difficile immaginare un
rimprovero in quella lingua. Il signor Dawes formulava domande lente e
faticose, ma le donne lo capivano e rispondevano. Lui aveva un piccolo taccuino
azzurro e una matita e prendeva appunti mentre loro parlavano: era evidente che
stava cercando di imparare la lingua, ma quella era comunque una
conversazione.
Quando la bambina ebbe ricevuto tutti i complimenti del caso e fu
nuovamente avvolta nel suo scialle di corteccia, e il signor Dawes ebbe trascritto
un numero sufficiente di parole, le donne si alzarono, richiamarono i figli e
percorsero con calma il periplo del promontorio fino alla baia successiva. Gli
uomini si erano già dileguati, talmente silenziosi che non me ne ero accorta.
Basandomi sulla mia esperienza, ne dedussi che avessero i loro affari, da cui le
donne erano estromesse.
«Come avete visto, questi miei amici sono tanto gentili da condividere con
me un po’ della loro lingua» disse il signor Dawes. «E, cosa notevole, è una
lingua flessiva! Come il greco!»
Flessiva, pensai. Cosa mai significa flessiva? E perché sarebbe una cosa
notevole?
«Si crede di ricordare le parole appena ascoltate» proseguì lui. «Ma si
dimenticano. O si pensa di aver sentito qualcosa di più semplice, di più
familiare».
Sfogliò il taccuino, ansioso di mostrarmi tutto e impedendomi di vedere.
«Piano, signor Dawes. Non riesco a guardare!»
Alcune pagine avevano in cima una lettera dell’alfabeto ed erano divise in
due colonne che contenevano coppie di parole: Karingal – Duro, difficile da
spezzare. Karamanye – mal di stomaco. Korrokoitbe – ingoiare. Su altre pagine
c’era un verbo seguito dallo specchietto ancora incompleto delle sue
coniugazioni. Vedere – Naa. Vedo – Ngia Ni. Vedi. Vede. Vediamo. Vedete.
Vedono.
«Pensavo che si sarebbe trattato solo di riempire i vuoti» disse. «Che
presunzione. Ora ho cambiato metodo, se così si può dire. Vedete, qui c’è un
dialogo tra me e la piccola Patyegarang. Trascritto così come l’ho sentito. Ciò
che ho detto io, ciò che ha detto lei, in modo da assimilare il corpo vivo della
lingua, senza accontentarmi di un’unghia, con la speranza che a tempo debito
arrivi la comprensione».
Patyegarang aveva fatto parte del cerchio di donne, una ragazzina sul punto
di diventare donna. Il signor Dawes mi confidò che, al di là delle palesi
differenze, gli ricordava la propria sorella minore.
«Patyegarang ha la prontezza di spirito di mia sorella. La sua indole vivace,
la sua curiosità. Quando le parlo, è quasi come avere qui Anne».
Strinse le labbra in una smorfia di rimpianto.
«Mia sorella sarebbe una brava astronoma, e invece dovrà sposarsi».
Mi fu impossibile consolarlo. Sapevo bene quanto misere fossero le
possibilità di essere felice per una donna che avrebbe potuto essere una buona
astronoma, ma la cui padronanza della materia non sarebbe mai andata oltre
un’uscita in giardino a guardare in alto, fino a quando marito e figli non
l’avessero costretta a rientrare in casa.
Un gruppo particolare
Il signor Dawes non chiamava i suoi visitatori nativi, e men che meno fratelli
scuri. Mi spiegò che definire uno di loro un nativo corrispondeva a definire un
inglese europeo: accurato solo in termini generali, quindi offensivo. Il gruppo
particolare che sedeva con lui era composto maggiormente da gadigal. Oltre la
baia successiva c’erano i wangal. Sull’altra sponda del fiume i cameraygal.
All’interno, risalendo fino alla sorgente, nel posto che noi chiamavamo
Parramatta, c’erano i burramattagal.
«Come potete dedurre, il suffisso gal definisce una tribù o un gruppo
particolare».
Sorrise.
«Vedete, non è poi così difficile. E che bel termine, Parramatta, con il suo
significato: il posto delle anguille».
Parramatta. Avevo sentito la parola e l’avevo pronunciata decine di volte,
senza riflettere. Non era altro che il nome attribuito al luogo dai nativi. Ora
quella stessa parola mi sarebbe passata per la mente sempre associata al suo
significato. Era più di un insieme di suoni piacevoli. Raccontava il luogo e, nel
farlo, raccontava quale popolo fosse legato alla sua vita recondita, e quale non lo
fosse affatto.
L’eco della musica
Un pomeriggio, lasciati la signora Brown e Hannaford in cima alla sporgenza
come al solito, percorsi il viottolo fino alla capanna e sentii della musica
provenire dall’interno. Immaginai che il signor Dawes stesse cantando beato,
godendosi la solitudine, e pensai di rinunciare alla visita. Ma mentre me ne stavo
lì, incerta sul da farsi, la musica finì e lo sentii rivolgersi in lingua gadigal a
qualcuno che rispose con una vocetta limpida. Bussai e il signor Dawes mi invitò
a entrare, avanti, avanti! Era seduto sulla sedia con la matita in mano e il
taccuino aperto sul tavolo. Patyegarang era in piedi accanto al fuoco, e un
bambino – il fratello, pensai, del quale non avevo mai afferrato il nome – le
sedeva accanto, intento ad abbrustolire un pezzetto di pane infilzato su un
bastoncino.
«Stavo tentando di insegnare a Patye quella bella canzone antica,
Greensleeves» disse il signor Dawes. «E lei stava facendo lo stesso con una delle
sue, ma la difficoltà è reciproca».
Cantò: Greensleeves mio bene adorato, Greensleeves mio cuore dorato. Era
una canzone che conoscevo meglio di qualsiasi altra musica al mondo: la
cantava mio padre, seduto ai piedi del mio letto, il suo peso caldo accanto ai miei
piedi, la grande mano nodosa posata sulla mia spalla, il vento all’esterno e il
quieto rintocco dei campanacci delle pecore che si muovevano nell’ovile. Era,
per me, la canzone più familiare al mondo, ma nel guardare quella bambina, cui
doveva apparire strana, fu come se la ascoltassi per la prima volta: una
successione di suoni alti e bassi, alcuni lunghi, altri brevi, in un crescendo teso
verso il finale.
Il signor Dawes cantava con voce tenue ma intonata, e i tratti del viso gli si
addolcirono, perso com’era nella musica. Guardava la bambina, stabilendo con
lei un legame grazie al filo della melodia che si andava svolgendo. Ma quando
terminò, non riuscì a indurla a copiarlo. Era imbarazzata o confusa?
Poi lei sollevò il capo e cominciò a cantare. Riuscii a seguire i primi suoni:
alto, altissimo, e poi giù in una cantilena monotona e insistente, sostenuta da una
vibrazione profonda. Mi sforzai di trovare una melodia, un ritmo, poi mi
abbandonai alla sua forza. Non la si poteva definire musica alla stregua del
Minuetto di Foote o Dio salvi il Re. Ma lo era ugualmente, perché veniva dal
luogo da cui viene tutta la musica: era incerta ma ordinata, condivisa e
assolutamente privata, una lingua che non richiedeva uno sforzo di
comprensione, un dono fatto da una persona a un’altra.
La ragazzina stava ben piantata davanti a noi, e quando finì rimase a guardare
l’eco della musica sui nostri volti. Tutt’intorno, i suoni del mondo tornarono a
farsi sentire: le strida dei gabbiani, il mormorio degli alberi che si agitavano
nella brezza, lo sciabordio delle onde contro gli scogli ai piedi del promontorio.
«Grazie, Patye» disse il signor Dawes. «Un dono che non dimenticheremo
mai».
Sorrise alla bambina, che lo ricambiò prima di mettersi a fissarmi. Sorrisi a
mia volta, annuendo per manifestare il mio apprezzamento, ma lei non era in
cerca di lodi. Il piccolo aveva abbrustolito il pane e l’aveva mangiato, e ora mi
fissava anche lui.
«Ebbene, signora Macarthur» disse il signor Dawes, «direi che ci dovete una
canzone. Credo sia proprio ciò che la ragazza vuole».
Finché non aprii la bocca, non avevo idea di cosa avrei cantato. Un mattino di
maggio passeggiavo, sul prato verde di fieno, e il mio vero amore incontravo, su
quel prato verde di fieno. Ecco mia madre che cantava davanti alla pentola,
intenta a mescolare la crema che, mi aveva spiegato, non si poteva lasciare
neanche per un secondo e non si sarebbe rappresa se si fosse cantato mentre si
mescolava. Di tutta la musica che serbavo nella memoria, perché proprio quella?
Pesa molto?
Un giovedì, il signor Dawes si era avventurato negli arcani del moto retrogrado e
io mi sentii salva quando Daringa e Milbah percorsero il viottolo con i bambini,
raggiungendoci. Li accogliemmo, il signor Dawes portò fuori alcuni tizzoni con
la pala e in breve ci trovammo seduti a terra davanti a un piccolo fuoco.
A quel punto ero in grado di dire bujari gamarruwa, buongiorno a te, in una
mia versione della lingua parlata dalle donne, e a capire quando ricambiavano il
saluto. Erano le prime parole di una lingua straniera che avessi mai imparato, se
si escludeva il latino sullo stemma dei Kingdon. Addentrarmi nell’idioma di un
altro mondo quanto bastava per scambiare semplici convenevoli mi dava un
piacere incredibile.
Daringa mi rivolse una breve fila di parole che non compresi neanche quando
le ripeté. Il tono canzonatorio, mentre indicava il signor Dawes e poi me, era
chiaro, e quel che diceva provocò ilarità nelle altre. Guardai il signor Dawes, che
dava l’aria di aver capito, ma che, per una volta, pareva stranamente restio a
tradurre.
«Suvvia, signor Dawes. La mia educazione linguistica è già finita?»
Torse la bocca, un segnale universale di dubbio, ma era un maestro troppo
integerrimo e onesto per sottrarsi.
«Ha chiesto: Pesa molto?»
«Pesa molto?» ripetei.
Colsi un significato profondo nell’aria, che però non riuscii a catturare,
arrivando solo a capire che io e il signor Dawes eravamo oggetto di attento
esame e fonte di gran divertimento.
Mi accorsi anche che il signor Dawes si era fatto paonazzo. Era proprio
arrossito fino alla radice dei capelli. Fu quello a farmi capire l’origine di tanta
allegria. In un baleno mi fu chiaro ciò che le donne credevano o fingevano di
credere, cioè che io e il signor Dawes ci incontrassimo per qualcosa di più delle
lezioni di astronomia. E adesso ci scrutavano, per vedere se avevano ragione.
Il signor Dawes mi guardò negli occhi, ancora rosso in viso, e quello sguardo,
carico di emozioni forti e private, mi rivelò ciò che già sapevo, ma che non mi
ero concessa di ammettere. Sua Santità il tenente non era per niente un santo.
Anzi, era piuttosto interessato alle femmine della specie, se non proprio a una in
particolare.
Quella scoperta comportò un’altra illuminazione: la domanda di Daringa
aveva risvegliato in me la stessa curiosità riguardo la pesantezza del signor
Dawes.
Ora lei stava dicendo qualcosa indicando con il mento il signor Dawes, che
suscitò nelle altre un’ilarità incontenibile. Usò l’inglese stavolta: «Il tipo è a
posto», ma una parte della frase si perse tra le risate.
«Ebbene, signor Dawes» dissi, la voce incerta per il riso o per qualcos’altro,
«Daringa sta cercando di spiegarmi qualcosa, ma voi dovete aiutarmi a capire!»
Lui esitò, poi il suo viso cedette al divertimento.
«Si tratta di una loro leggenda, basata sulle Pleiadi, le sette sorelle. La
leggenda narra di un uomo a caccia di donne. Daringa sta dicendo, temo
riferendosi a me: Il tipo è a posto, ma preoccupati del suo amico».
«Il vostro amico? E chi sarebbe, signor Dawes?»
Lui abbassò lo sguardo su di sé, io lo seguii e a quel punto fui io, benché fossi
una donna sposata, ad arrossire.
La signora Macarthur e il signor Dawes
Le donne se ne andarono, lasciando uno spazio di silenzio tra noi. Io ero calma,
immersa in una luce attenta, intensa e pacifica. Non c’era alcuna fretta.
«C’è un posto che vorrei mostrarvi, signora Macarthur» disse il signor
Dawes, prendendomi per mano. Avvertii il calore umido del suo palmo e una
sensazione forte e vibrante passò dal suo corpo al mio.
Il suo letto, ipotizzai, ritraendomi davanti a quello scarto troppo immediato
dal punto in cui ci trovavamo a quello che avremmo raggiunto. Lui avvertì la
mia reticenza e mi strinse più forte la mano.
«Qui sotto, se non vi dispiace» disse, conducendomi oltre la capanna, lungo il
viottolo scosceso, verso la baia che scintillava e danzava.
«Lo chiamo mon petit coin à moi. Conoscete il francese, signora Macarthur?»
Non aspettò la mia risposta negativa.
«Mon petit coin à moi» ripeté, e capii che si stava sforzando di colmare il
silenzio. E non faceva molta differenza che a colmarlo fosse l’inglese, il francese
o il gadigal. «Significa letteralmente “il mio angolino per me”, un angolino tutto
mio. Mon petit coin: il mio angolino. À moi: per me».
Quando ci fummo fatti strada tra gli arbusti, ci fermammo in una radura
protetta su tre lati dalla vegetazione. Il quarto, che si affacciava sulla baia, era
riparato ma non chiuso da ulteriori rami, e l’insieme formava uno spazio intimo:
una stanza fatta di foglie.
«Mon petit coin à moi» disse lui. «Ma ora forse dovrei chiamarlo notre petit
coin à nous, che ovviamente significa “un angolino tutto nostro”».
Fu come quel primo pomeriggio, quando non la smetteva più di parlare del
telo e dell’azimut e del carpentiere lamentoso: il signor Dawes copriva con tutte
le parole che gli riusciva di trovare lo spostamento verso una nuova direzione.
Si inchinò sotto una sporgenza rocciosa ed estrasse una coperta che distese su
un masso liscio, all’altezza di una sedia o di un letto.
«Vedete, dato che qui passo tante ore, mon petit coin è dotato di tutte le
comodità».
«Mon petit... com’è che dite, signor Dawes?»
Sentir uscire dalla mia bocca quelle parole sconosciute, copiando ogni sillaba
che lui pronunciava, mi diede la sensazione di appartenergli. Oltre alle parole,
condividevamo le emozioni che risvegliavano: il piacere di avere un posticino
privato dove essere noi stessi. À moi. Solo per me, solo mio.
Non fu un rombo di tuono, piuttosto lo sciogliersi quieto e naturale di un ruscello
ghiacciato, invisibile fino a quando finalmente la superficie si spezza e scivola
via, rivelando ciò che nascondeva da sempre: lo scorrere incessante del
desiderio.
La nostra fu una relazione improntata all’assoluta semplicità. Tra noi c’erano
affetto e piacere. Lui era un compagno ardente e bramoso. Lo sentivo ridere, un
palpito di riso contro il mio orecchio. Io continuai a essere la signora Macarthur
e lui il signor Dawes, indipendentemente dagli eventi. Ci deliziava quella
formalità, come tutti i gesti che ci scambiavamo.
Sentivo la mia pelle protendersi verso di lui, il sangue scaldarsi alla sua
vicinanza. L’abitudine di essere la signora Macarthur – composta, cortese,
riservata – mi era cresciuta intorno come un vestito indossato troppo a lungo, di
cui conoscevo ogni singola cucitura. Ma eccolo lì che si apriva per mostrarmi ciò
che conteneva. Con il signor Dawes, quell’uomo sorprendente, scoprii di
possedere un corpo che ne desiderava un altro e che gridava di puro piacere.
Sulla coperta due persone potevano solo giacere vicinissime, scambiandosi
calore, ascoltando i rispettivi cuori. Bastava alitare una parola perché l’altro la
sentisse.
«Avete detto: un errore che mi fa arrossire» bisbigliò. «E quando vi ho
guardata mi sono accorto che stavate realmente arrossendo. L’algida signora
Macarthur arrossiva».
Sfiorò la guancia che si era imporporata.
«Il rossore vi si addice, signora Macarthur».
Un dono
Come il signor Dawes, prudente quanto me, fosse riuscito a riconoscermi rimane
un mistero. Oggi penso che avesse riconosciuto lo scudo. Ne aveva identificato
la forma e lo scopo, perché anche lui ne aveva uno.
Non era attraente, ma mi ritrovai persuasa che lo fosse. Veniva da
Portsmouth, suo padre era impiegato presso l’Ufficio Armamenti, e aveva
studiato grazie a una borsa di studio, subendo prepotenze per la sua condizione
umile. Aveva trovato conforto nelle stelle e nei pianeti: la gloriosa, indifferente
magnificenza delle loro orbite aveva colmato il suo senso di solitudine. Era
diventato tenente della fanteria di marina perché su ogni imbarcazione era
indispensabile qualcuno capace di leggere nelle stelle l’esatta ubicazione di una
nave sulle distese oceaniche. Aveva imparato a nascondere la sua vera
personalità, tanto che i colleghi ufficiali lo definivano una strana creatura con
strani entusiasmi. Si dichiarò lieto che l’astronomia gli avesse procurato una
scusa per tenersi alla larga dall’insediamento.
Portsmouth era piuttosto lontana da Bridgerule, ma non all’altro capo del
paese. Provavo un piacere doloroso nel fantasticare un poco su come sarebbe
andata se, dietro quella siepe, con me ci fosse stato il signor Dawes.
Imparammo a conoscerci, almeno entro i confini della perdonabile stupidità
umana. Per pochi mesi estivi, sempre speziati dal pericolo, ci rendemmo felici
l’un l’altra. Com’è facile scrivere la parola e ricordare la sensazione. Indagare
troppo a fondo in quella felicità è superfluo, un’ulteriore manifestazione di
stupidità. Mi limiterò a dire che la nostra felicità fu un dono di cui sono grata.
Dalla stanza fatta di foglie sentivamo le onde sciabordare sulla riva,
guardavamo i gabbiani volteggiare e fluttuare nella brezza. Da lì, se si guardava
a est o a ovest, l’acqua della baia pareva limitata, circoscritta da lingue di terra
boscosa, come se quello specchio non fosse altro che un lago, uno spazio tutto
nostro. Di tanto in tanto vedevamo i gadigal e i cameraygal sui gusci di corteccia
da cui pescavano. Di tanto in tanto, una nave postale navigava a fatica da e verso
Parramatta, la vela che sventolava o i remi sul pelo dell’acqua che urtavano il
legno con un suono sordo. Una volta passò il reverendo su una barchetta, una
canna da pesca fissata a poppa. Ma dietro il nostro schermo di rami riuscivamo a
dimenticare il mondo esterno, dove la signora Macarthur e il signor Dawes erano
impigliati in una rete di impossibilità.
Mentre il pomeriggio volgeva verso la sera, guardavamo il baluginio del sole
morente sull’acqua, quel dolce scintillio e luccicore, la luce sospesa tra le foglie
degli arbusti, e l’immobilità che ci vegliava. Quando la stella della sera –
Venere, per gli astronomi come noi – cominciava a vedersi nitida in cielo, per
me era ora di andare. E mi ripromettevo di tornare. Nel frattempo Venere
sarebbe stata lì, ogni sera, a ricordarmi quest’altro mondo.
Non parlavamo mai del signor Macarthur. Del futuro. Sapevamo di non averne
uno.
Fiducia
Io e il signor Dawes ci eravamo scoperti da poco quando mi avventurai in una
goffa conversazione con la signora Brown. Era una donna accorta, e la nostra
consuetudine del giovedì – la signora Macarthur che scompariva da sola giù per
il viottolo – era un fatto curioso. Man mano che le settimane si susseguivano,
divenne sempre più impellente trovare il modo di raccomandarle: Non ditelo al
signor Macarthur.
Hannaford ci precedeva nell’arrampicata, con Edward sulle spalle. Lo
sentivamo cinguettare una parodia di ordini da sergente, con Hannaford che
obbediva: march, fianco destr, presentat’arm, una pura fantasia.
«Signora Brown» esordii, «sappiate che il signor Dawes ha una natura
peculiare. È un solitario, capite? Poco incline alla compagnia».
Con la memoria rividi il signor Dawes che faceva lo sciocco con gli amici
gadigal e wangal, arricchendo il proprio vocabolario: fingeva di mangiare o, per
il divertimento di tutti, gattonava o si grattava l’ascella.
«Certo, signora Macarthur» disse lei.
«Ecco perché preferisce...»
Mi affannai a cercare le parole. Restare solo con me era troppo sfacciato.
«...preferisce evitare le distrazioni. Io sono una pessima allieva, signora
Brown, e mi deconcentro fin troppo facilmente!»
«Capisco, signora Macarthur».
Mi chiesi se nella sua risposta non ci fosse una sfumatura di divertimento, ma
il volto era nascosto dalla cuffietta.
«Non è prassi comune» dissi. «Una donna sposata...»
Davanti a noi, Hannaford si era girato ad aspettarci, con Edward ancora sulle
spalle. Bruscamente, come in preda all’impazienza, la signora Brown mi
semplificò le cose.
«Capisco» ripeté. «Per quanto riguarda Hannaford e me, vi assicuro che le
lezioni resteranno una questione tra allieva e maestro».
Si volse a guardarmi dritto in faccia. Per lo spazio di diverse pulsazioni non
fummo più domestica e padrona, ma due donne che si capivano.
«Potete fidarvi di noi, signora Macarthur. Di Hannaford e di me. Abbiamo
ben chiaro quel che volete dire».
Noi. Hannaford e me. Ero stata troppo immersa nei miei affari per prendere
nota di ciò che vedevo ogni giovedì quando risalivo il viottolo: la signora Brown
e Hannaford seduti vicini sul masso a forma di schienale, intenti a parlare
tranquilli, con Edward che giocava ai loro piedi: un perfetto, dolce quadretto
famigliare. Ecco due persone le cui vite difficili non avevano cancellato
l’urgenza che il signor Dawes e io provavamo: trovare un compagno. Potevo
fidarmi di loro. Non intendevano rinunciare a quei pomeriggi.
Papilio
Stentavo a credere che il signor Macarthur non capisse ciò che stava accadendo.
Non vedeva quanto ero felice e rilassata quando rientravo dalle lezioni? Ma lui
comprendeva solo l’aspetto animale della relazione tra i sessi, ed era incapace di
riconoscere la tenerezza negli altri.
Agli occhi del signor Macarthur, come a quelli di Tench, il signor Dawes era
un ingegnoso buffone, un goffo marchingegno matematico. Le stelle, e un luogo
da cui osservarle, erano tutto ciò che pareva desiderare. Una simile carenza di
bisogni era deplorevole. Non aveva ambizioni, non amava tramare, non godeva
nello sconfiggere un rivale. Agli occhi del signor Macarthur, il signor Dawes,
privo di simili qualità, si poteva a malapena definire un uomo.
All’inizio il planetario era stato un buon pretesto, essenziale per le lezioni ma
troppo pesante da trasportare. Poi all’astronomia si era aggiunta la botanica, e il
promontorio del signor Dawes era il luogo migliore in cui esaminare le piante
delicate che nei dintorni dell’insediamento erano state calpestate fino a
scomparire. Le giustificazioni vennero accolte e il signor Macarthur non mi
impedì mai di andare all’osservatorio una volta alla settimana. Gli lasciai credere
che Hannaford e la signora Brown fossero sempre con me, e lui non mostrò mai
sufficiente interesse da indurmi a ricorrere a qualche altra bugia.
Tuttavia, nelle rare occasioni in cui mio marito faceva domande sulle lezioni
settimanali, mi chiedevo se dietro quelle indagini non si nascondesse una
qualche intuizione di cui lui stesso era inconsapevole. Facevo in modo di
condividere solo il guscio duro delle ricchezze che mi venivano donate.
«Un fatto davvero interessante, signor Macarthur» esordivo. «Lo sapete che
le piante che producono un baccello simile a quello dei legumi appartengono alla
famiglia delle Papilionacee, così chiamate perché il fiore ricorda una farfalla, o
papilio?»
Il signor Macarthur si accontentava della nozione impartita con una singola
frase e trovava sempre una scusa per uscire dalla stanza, oppure si eclissava
dietro un libro: di botanica o di astronomia non si sarebbe riparlato fino alla
settimana successiva.
Scrivere il suo nome
Corsi un grosso rischio in una delle lettere a Bridie, risalente a quando io e il
signor Dawes eravamo nel pieno fulgore della nostra amicizia. L’ho sotto gli
occhi proprio ora. All’epoca credevo di non fare altro che ragguagliare la mia
amica sulle persone della nostra cerchia sociale. Ma ricordo il piacere pericoloso
che provai nel manovrare le notizie in modo da continuare a ripetere un certo
nome. Il signor Dawes, il capitano Tench e pochi altri sono tra le persone che
vediamo con maggiore frequenza. Frase sufficientemente candida, come la
successiva: Grazie agli insegnamenti del signor Dawes, ho fatto qualche piccolo
progresso in botanica. A questo punto, ricordo di aver sorriso tra me: Il signor
Dawes è talmente preso dalle stelle da risultare invisibile all’occhio umano. E
alla fine non seppi resistere e inserii un’allusione comprensibile soltanto a me:
Avevo la presunzione di divenire un’allieva del signor Dawes, ma ho presto
scoperto di aver sopravvalutato le mie abilità, un errore che mi fa arrossire.
Un errore che mi fa arrossire! Leggo il vecchio inchiostro sbiadito e sorrido,
perché allora ero convinta di aver svelato il mio segreto pur tenendolo nascosto.
Mi ero sentita molto sagace. Ora mi accorgo che questa lettera grida a gran voce
la verità.
Una frequentazione pericolosa
Mi fidavo della signora Brown e di Hannaford. Al contempo, temevo che in una
comunità di mille anime ammassate in una piccola radura nella foresta fosse
impossibile mantenere un segreto. Soprattutto quando tra i membri c’era
qualcuno che stava scrivendo un libro. Un autore era una frequentazione
pericolosa. Quando, un pomeriggio, incontrai Tench nei pressi del ponte e lui si
fermò per parlarmi, esibii il mio sorriso più grazioso. Sii cauta, mi dissi.
«Ebbene, signora M., come procedono gli studi di astronomia?» chiese.
«Sapeste che fatica organizzare le lezioni... Spero ne sia valsa la pena...»
Innocente, all’apparenza, ma Tench non lo era mai. Forse sapeva?
Si avvicinò.
«Ho penato per convincere Sua Santità» sussurrò, come per rivelarmi un
segreto. «Un osso duro, ve lo garantisco, ma per compiacere voi, mia cara
signora, non esiste compito troppo arduo».
Il tono solenne fu accompagnato da uno sguardo lascivo. No, non sapeva. Mi
aveva fermata sul ponte per indagare sulle mie lezioni di astronomia, non spinto
da sospetti, ma a caccia dell’opportunità di recitare il ruolo dello spasimante
svenevole. Pensai a una replica sarcastica – quindi avrebbe ucciso un drago per
me? – ma cambiai subito idea. Qualsiasi risposta, per quanto canzonatoria, alle
sue orecchie sarebbe suonata come un invito a proseguire la danza del
corteggiamento.
Dopo il turbamento causato da Jack Bustino, avevo assunto un atteggiamento
lievemente distaccato con il capitano Tench. Lui però non era tipo da credere che
una donna potesse resistergli, e dagli sguardi maliziosi che continuava a
lanciarmi avevo capito che giudicava la mia freddezza far parte del concedersi e
ritrarsi amoroso. Aveva smesso di sottopormi a nuove prove. Era stato un
modello di galanteria, cortesia e squisitezza. In attesa della mossa successiva.
Avrei preferito non prestargli più attenzione per il resto del soggiorno della
fanteria di marina nel Nuovo Galles del Sud, ma non potevo mostrarmi troppo
gelida, perché mi ero resa conto di volere qualcosa da lui: il suo silenzio. Forse
non aveva subodorato nulla, ma immaginavo fin troppo bene che nel suo libro
avrebbe potuto descrivere le visite settimanali della signora Macarthur
all’osservatorio in modo da risvegliare nel lettore un’attenzione venata di
sospetto. Probabilmente sarebbe accaduto in un futuro remoto, ma,
indipendentemente dal momento, le conseguenze per me sarebbero state
spaventose. Il capitano Tench non sapeva di maneggiare uno strumento in grado
di provocare un disastro. Dovevo fare in modo che nel suo libro non si parlasse
di me.
«Io e il signor Dawes siamo tornati di recente da una spedizione nell’interno,
signora M.» disse, «e vi assicuro che senza un gentiluomo dotato delle sue
capacità di navigazione saremmo ancora lì! La sera, davanti al fuoco, scrutava le
stelle e individuava la nostra posizione, che poi elaborava e fissava su una tavola
nautica: una prodezza notevole, che non mancherò di annotare nel mio piccolo
resoconto sulla colonia».
Notevole, ma il tono e il sorriso dicevano spassosa. Mi figuravo già il modo
in cui avrebbe presentato il povero signor Dawes nel suo libro: un ridicolo
strumento di noiosa erudizione.
Tuttavia colsi l’opportunità.
«Oh, capitano Tench!» esclamai con quello che voleva apparire un tono gaio.
«Vedo che siete alla ricerca incessante di aneddoti divertenti con cui soddisfare i
vostri lettori!»
«Infatti, mia cara signora, siete nel giusto, come sempre» disse lui con un
inchino.
Gli occhi gli brillarono e capii che stava pensando: Ah, sta per cedere!
«Però permettetemi di ricordarvi, signore, che c’è chi si sentirebbe a disagio
nel vedersi menzionato nel vostro libro. Se avrò mai il sospetto che custodirete
nella memoria una qualsiasi mia confidenza, per poi metterla per iscritto, in
vostra compagnia me ne resterò tristemente muta!»
Mi ero sforzata di buttare lì la mia osservazione con assoluta leggerezza, ma
lui percepì qualcosa nel tono.
«Persino muta, signora, sareste una compagnia deliziosa» ribatté galante.
«Ah, ma preferirei sentirmi libera di parlare. Non vorreste promettermi di
rinunciare a menzionarmi nel vostro libro?»
«Mia cara signora M., verrebbe da pensare che abbiate qualcosa da
nascondere. Un amante in agguato dietro un albero, magari!»
E si guardò ostentatamente intorno, ridendo a quella che considerava una
splendida battuta. Tuttavia non smise di scrutarmi.
Non scomporti, mi dissi, o coglierà un soffio di mistero. Capii troppo tardi
che chiedendogli il silenzio gli avevo consegnato io stessa l’arma che più
temevo. Mi salì in petto un’enorme vampata di panico.
La miglior difesa per proteggersi da un narratore è la banalità, ma ormai era
tardi. Il capitano Tench non avrebbe mai creduto in una mia repentina
trasformazione in Mary Johnson.
Abbassai la voce, come se fossi restia a parlare.
«Mio caro signore, credo conosciate la mia condizione di donna in questi
luoghi. Siamo così poche che temo che anche solo menzionare il mio nome
possa risultare troppo eclatante. Sapete bene quanto voi uomini amiate, diciamo,
fare danni con il gentil sesso».
Un buon tentativo. Fare danni con il gentil sesso ci riportava sul terreno che
Tench prediligeva, sul quale gli uomini e le donne si misuravano dietro uno
schermo di motteggi. Gli concessi un sorrisino cordiale, sperando al contempo
che il signor Macarthur non ci cogliesse in una conversazione tanto intima,
peggiorando la mia situazione.
Il corteggiatore affascinato ricambiò il sorriso, ma vedevo bene come lo
scrittore curioso annusasse ancora l’aria.
«Sono nelle vostre mani, mio caro signore» aggiunsi, allargando le mie in un
gesto d’impotenza, sfiorandogli per puro caso il braccio. «Mi appello alla vostra
natura di gentiluomo».
Il figlio del maestro di ballo non seppe resistere.
«Oh, ma certo, avete la mia parola di gentiluomo, signora M.» disse, con tale
fervore che temetti stesse per genuflettersi. Invece tentò di afferrarmi la mano,
catturando il pollice. La ritrassi subito. Lì, sul ponte, eravamo esposti come su
un palcoscenico. Era un gioco pericoloso. Lui si avvicinò per sussurrarmi
all’orecchio.
«Mia carissima signora, il vostro vulnerabile ammiratore obbedirà. Non un
solo accenno a voi comparirà nel libro. Sul mio onore».
Non un solo accenno a voi comparirà nel libro. Ho il suo libro qui, sul tavolo,
con la dedica: Al mio caro amico John Macarthur, in segno di grande stima e
ammirazione. Il capitano Tench tenne fede alla parola data. Qui io non compaio.
Ma non seppe resistere alla tentazione di mettere in atto una scappatoia
ingegnosa, degna dello stimato John Macarthur: mi inserì in una nota a piè
pagina. Un vago riferimento alla mia partecipazione a un certo ricevimento
presso la residenza del governatore. In realtà, chiunque sia dotato di una mente
indagatrice si chiederebbe perché mai Tench si fosse preso la briga di citarmi,
ma io riesco a raffigurarmelo mentre sorrideva tra sé nel vergare quella nota.
Nel libro non si parla nemmeno del signor Macarthur.
A mio marito è stata negata persino una nota a piè pagina. Lui si sarebbe offeso,
se non ci fosse stata quella dedica. E comunque, forse Tench ritenne, a ragione,
che il signor Macarthur non si sarebbe neppure degnato di leggere il libro.
Il cappello indecoroso
Il signor Dawes frequentava poco l’insediamento, ma una mattina lo vidi
venirmi incontro sul sentiero sterrato che costeggiava la caserma. Già da lontano
scorsi il suo sorriso, candido sul volto abbronzato, e mentre ci avvicinavamo
pensai che fosse sul punto di abbracciarmi, lì davanti a tutti.
Ovviamente non lo fece. Si fermò e si tolse il cappello indecoroso con la tesa
scurita dal sudore e lo spacco dove era stato ripiegato troppe volte, e ci facemmo
un inchino, misurati come due diaconi.
«Buongiorno, signora Macarthur» disse. Neanche l’individuo più arguto
avrebbe capito che il pomeriggio precedente era stato vicino alla signora
Macarthur come nessun altro mai, eccetto il marito. A dire la verità, più vicino
ancora del marito. Il marito della signora Macarthur poteva fare quel che voleva
con le sue braccia e le sue gambe, ma non arrivava a sfiorarla nell’intimo.
Solo quando ci fummo oltrepassati in tutta sicurezza, mi chiesi chi ci avesse
visti. In questo posto c’era sempre qualcuno che vedeva, anche se non era
pericoloso come il capitano Tench. Non era accaduto nulla, nulla era stato detto.
Nulla era visibile. Tuttavia, l’aria risuonava di estasi. Difficile credere che
nessun altro sentisse il mondo vibrare quando io e il signor Dawes eravamo
vicini.
Era una vera follia. Certo, il signor Dawes riceveva poche visite
dall’insediamento. Era anche vero che eravamo al sicuro nel nostro rifugio di
foglie, e che la signora Brown e Hannaford vigilavano sul sentiero. Tuttavia,
sapevo che di tanto in tanto Tench faceva una visita, e forse qualcun altro.
Saremmo stati pazzi a pensare che fosse una storia possibile. Ma in realtà non
pensavamo affatto, limitandoci a fluttuare da un incontro all’altro. Torno a quei
momenti con stupore e un pizzico di paura al ricordo. Paura e passione. Non ho
dimenticato ciò che provavo giacendogli accanto. Seduta qui, ormai anziana,
sento il sangue rimescolarsi al solo pensiero, un rossore che mi testimonia che
sono ancora viva.
Quale mistero insondabile, simile a uno strano planetario sbilenco, è il desiderio.
L’uomo viaggia seguendo un’orbita e lo stesso fa la donna, entrambi convinti di
aver tracciato la propria rotta. Ma siamo tutti innescati dalla stessa manovella
invisibile, spinti dalle stesse forze: il bisogno di unione, la brama di trovare
un’anima gemella. Ci muoviamo senza mai colmare la distanza tra noi.
Quanto a me, quale forza girava la mia manovella? Il desiderio: che grande
scoperta. L’ambizione, anche: amavo incontrare di nuovo la giovane donna che
si era creduta padrona del proprio destino.
Permettimi di provocarti, mio ignoto lettore, ricordandoti che hai solo la mia
parola su tutto questo. La storia dell’intreccio di due cuori nella Sydney del 1791
è riportata solo nel documento che stai leggendo. Sembra veritiera, ma chi ti dice
che non sia solo la fantasia maliziosa di una vecchia astuta?
Calunnia
Ormai ero stanca del mio salon e della corda su cui mi costringeva a stare in
equilibrio, continuando ad affascinare il capitano Tench per farlo tacere e al
contempo tenendolo alla giusta distanza. Servivo il tè con un sorriso fragile
come la porcellana.
Lui era un gatto, muto e inesorabile. Ormai sapeva che con me non avrebbe
fatto progressi, né pensavo lo desiderasse. A esaltarlo era il gioco sentimentale, o
meglio il gioco di potere: creare piccoli segreti tra noi che mi costringessero alla
complicità.
Quel pomeriggio in particolare, gli porsi la tazza e lui la prese facendo in
modo di sovrapporre le sue dita alle mie sul piattino. Erano lisce, fresche,
insistenti. Non potevo lasciar cadere la tazza, e neanche protestare. Un
osservatore avrebbe pensato che il suo fosse un sorriso di ringraziamento per il
tè, di apprezzamento per l’ospitalità, del tutto innocente. Ma il tocco delle dita
rivelava la soddisfazione di avermi coinvolta in uno sfioramento segreto.
Quando si decise a prendere la tazza, mi voltai con l’impulso di pulirmi la
mano sulla gonna. Lui seguì il mio capo girato e mi sussurrò in tono confidente:
«Oh, a proposito, signora Macarthur, ieri sono andato all’osservatorio a
trovare il signor Dawes, il nostro comune amico. Abbiamo parlato di voi, mia
cara signora M., e delle cose che fate insieme».
Le cose che fate insieme! Sapeva! Adesso sapeva. Dovevo a ogni costo
dissimulare il mio turbamento! Non dovevo rovesciare il tè che stavo versando o
tradirmi muovendo anche un solo muscolo del viso! C’era ancora il tempo di
negare tutto. Sfoderai il mio sorriso di circostanza, ma mi tremavano le gambe e
il cuore batteva a una velocità sgradevole. Avvertivo un groppo in gola, qualcosa
che cercava di uscire, la nausea indotta dalla paura.
«Mi dice che state facendo grandi progressi nello studio dell’astronomia. E
che la vostra predisposizione per la botanica è davvero notevole».
Gli lanciai un’occhiata ma si era girato per versarsi lo zucchero, per poi
rimettere con cura il coperchio sulla zuccheriera. Mi stava punzecchiando, come
il gatto che gioca con il topo prima di ucciderlo?
«Ah, sono un’alunna spaventosamente mediocre» dissi, imponendomi di
usare un tono allegro. «Però so dirvi l’ordine dei pianeti in base alla loro
distanza dal Sole».
Cominciai a elencarli, con l’idea di rallentare la conversazione
appesantendola di dati. Ma ero arrivata a malapena a Marte che lui mi
interruppe.
«Parola mia, vedo che Dawes dice la verità. Avete compiuto davvero grandi
progressi. Mi chiedo solo se vi abbia presentato i suoi amici nativi».
«Oh, sì, li ho conosciuti. Sono spesso da lui, alla capanna».
Mi tornarono in mente le parole: Pesa molto? e le allontanai. E non osai
aggiungere altro, per evitare di pronunciarle. Il capitano Tench stava mescolando
lo zucchero. Poi ripose con grazia il cucchiaino sul piattino, annuendo come chi
non sta ascoltando affatto. Capii che quella conversazione aveva un obiettivo, e
la sua domanda era solo un pretesto per condurla dove desiderava.
«Mi chiedevo se aveste conosciuto una nativa cui il signor Dawes è
particolarmente legato».
A quel punto mi guardò negli occhi, ammiccando.
«Una fanciulla, un’amica intima. La chiama Patty, mi pare».
Non ero una dissimulatrice abbastanza esperta da riuscire a nascondere ciò
che provai: oltraggio, repulsione, sdegno.
«Oh, capitano Tench» esclamai. «Sono sconvolta!»
Sconvolta, sì, davanti a un uomo capace di formulare una menzogna tanto
spregevole.
Aprii la bocca per dimostrargli che si sbagliava, pensando di usare come
prova la sorella di cui mi aveva parlato il signor Dawes. Ma respingere quella
bugia sarebbe servito solo a rafforzarla, e in ogni caso avrei solo sprecato il fiato.
Tench aveva dimenticato che stava facendo congetture. Per quanto lo riguardava,
un’ipotesi si era trasformata senza intoppi in un dato di fatto. E la menzogna si
basava su una verità che la rendeva convincente e la investiva del potere maligno
che la verità stessa non avrebbe avuto la forza di sconfiggere.
Quali balzi compie la mente in meno di un batter d’occhio! Avevo appena
pronunciato la parola sconvolta che mi resi conto di poter fare di meglio che
protestare. Se il capitano Tench riteneva di sapere già cosa accadeva
all’osservatorio, avrebbe smesso di tenerlo d’occhio. La sua piccola, ignobile
invenzione avrebbe fatto da schermo o da diversivo. Per quanto ingegnosa, io
non sarei mai riuscita ad architettare un piano migliore per distoglierlo dalle cose
che fate insieme.
«Oh, il nostro caro signor Dawes» dissi. «Chi l’avrebbe mai immaginato?»
Avvertii l’enorme sollievo nella mia voce, e lo avvertì anche Tench. Assunse
un’aria interrogativa.
«È vero che l’ho visto con i nativi» proseguii, nel tentativo di smorzare il
sollievo con la riprovazione. «Mi ha detto che stava imparando la loro lingua!»
«Spiacente di sconvolgervi, signora M.» si scusò Tench in tono schietto. «E
la ragazza è ancora quasi una bambina».
Scosse il capo, apparentemente rammaricato, ma sotto la pelle gli scorreva
l’eccitazione. Lascivo e trionfante, sin dal momento in cui mi aveva
furtivamente accarezzato le dita, era lì che aveva avuto intenzione di condurre il
nostro scambio: come con la storia di Jack Bustino, aveva voluto condividere
uno sporco segreto, trascinando anche me nel suo lerciume.
Poco importava. Pensava di avermi invischiata nel suo segreto, ma non
avrebbe mai saputo che, invece, era lui a restare invischiato nel mio. Più
raccontava la sua frottola sul signor Dawes e Patyegarang, più il signor Dawes e
la signora Macarthur sarebbero stati al sicuro. Il capitano Tench poteva
accarezzarmi le dita e sussurrarmi confidenzialmente all’orecchio tutto ciò che
desiderava. Non mi avrebbe più intimorito.
Quel giorno fu l’ultimo ad accomiatarsi. Lo accompagnai alla porta e, quando mi
prese la mano e fece per baciarla, gli concessi di farlo. Se ne andò fischiettando.
Lo vidi allontanarsi in direzione della caserma, un uomo soddisfatto del suo
segreto, anche se era quello sbagliato.
Non ci fu bisogno di spiegazioni
La storia tra il signor Dawes e la signora Macarthur non finì come accade in un
romanzo. Non fummo scoperti. Nessuna donna usurpò il mio posto. Non ci
furono morti. Ciò che accadde fu al contempo più semplice e più misterioso.
Successe che un mattino, mentre giacevo all’alba accanto al signor Macarthur,
capii di non poter più vivere così.
Durante la relazione con il signor Dawes aveva cominciato a prendere forma
una nuova Elizabeth Veale, un germoglio appartato piantato nel terreno, con
foglie e radici, in attesa di slanciarsi dalla terra densa nella luce della sua vera
vita.
Accanto al signor Dawes avevo scoperto una donna che mi piaceva, che
ammiravo. Avevo imparato su di me cose che non avevo mai lontanamente
immaginato. La nostra amicizia mi aveva insegnato che la fiammella della vita
non si era spenta in me. Al di sotto delle blande cortesie della signora Macarthur
viveva una donna del tutto diversa, che ero felice di accogliere.
Il mondo ci aveva concesso quel breve spazio, pochi mesi mentre l’estate
degli antipodi volgeva verso l’autunno. Era stato un periodo che ai piaceri della
carne aveva unito una saggezza più profonda, che avrei custodito per tutta la
vita. Avevo rischiato di non imparare mai ciò che mi avrebbe accompagnato fino
alla morte: che ero perfetta così com’ero, con i miei punti deboli e la mia forza.
Che occupavo uno spazio nel mondo, e che avevo l’assoluto diritto di farlo.
Avevo incontrato la donna che ero e non desideravo affatto nasconderla come
un ratto in una fogna. Con il signor Dawes ero la vera me stessa, ma dovevo
anche esistere nella luce cruda della vita che mi era stata data. Ciò che avevamo
costruito insieme era sincero e importante. Ma la sua orbita, come la mia, si
spostava altrove. L’universo ci aveva fatto un regalo, una congiuntura fuggevole
e preziosa, che non era destinata a durare ma che potevamo solo apprezzare,
imparando la lezione appresa.
Non avevo idea dello spazio che il mondo mi avrebbe offerto negli anni a
venire, ma la prospettiva dell’astronomo mi avrebbe indotto alla pazienza.
Ridursi alle dimensioni di una stella lontana, muoversi con la lentezza dei pianeti
che impiegavano centinaia di anni a completare la loro danza serena: ecco le arti
dell’astronomo, che avrei trasformato nelle arti di una donna. Ero destinata a
un’orbita che non avevo il potere di alterare, quella di essere la signora
Macarthur. Il mio compito era creare uno spazio tutto per me mentre compivo
quell’orbita.
Non fu necessario parlarne al signor Dawes. Non ci fu bisogno di spiegazioni.
«Siamo stati fortunati, signora Macarthur» disse. «Io più di quanto
meritassi».
Sedemmo a lungo e in silenzio ai due capi del suo tavolo traballante a
guardare il fuoco nel camino, un compagno confortante che conosceva l’inutilità
delle parole.
Si protese per prendermi la mano e mi condusse fuori dalla capanna e giù per
la discesa, verso l’acqua. Non volevamo giacere insieme. L’atto sarebbe stato
gravato dal peso dell’ultima volta. Ci limitammo a sedere vicini nel nostro petit
coin, l’uno accanto all’altra, sulla pietra da cui si vedeva in lontananza il sole
sorgere a est sopra i promontori e le baie, e tramontare a ovest oltre la massa del
continente. Arrivarono i gabbiani. Restammo a contemplarne uno che si tuffava
in acqua – con uno schianto talmente forte da farsi male –, mancava la preda,
risaliva, tornava a tuffarsi, volteggiava di nuovo nell’aria. Lo guardammo
eseguire cerchi prendendo la mira, immergersi un’ultima volta e poi galleggiare
sulla superficie, agitando il capo per ingoiare il pesce.
Ridemmo dell’uccello, della scintilla di energia di quello spettacolo, del
modo in cui l’acqua e il cielo, l’uccello e il pesce, il vento e la marea si
muovessero in armonia, proprio come doveva essere. Tuttavia qualcosa era
finito, anche se qualcosa sarebbe rimasto con noi per sempre: questa vita, questo
mondo e il dono che ci eravamo scambiati.
Addio alla mia vita di società
Fu nei primi dolci giorni d’autunno che io e il signor Dawes sedemmo per
l’ultima volta nel notre petit coin. All’inizio dell’estate successiva, la Gorgon
avrebbe riportato la fanteria di marina in Inghilterra. Al momento del nostro
secondo Natale agli antipodi la compagnia che avevo avuto sarebbe ripartita: il
signor Dawes, il capitano Tench, il signor Worgan e tutti gli altri militari che
ormai erano diventati amici. Rimaneva il governatore, ma era cosa risaputa che
presto se ne sarebbe andato anche lui, affidando l’incarico al maggiore Grose
fino a quando non fosse giunto un nuovo governatore.
C’erano stati nuovi arrivi, uomini abbastanza gradevoli con cui dare seguito
alla tradizione del tè dai Macarthur. Il colonnello Paterson – gentiluomo affabile,
comandante in seconda del maggiore Grose e come lui pupillo di Sir Joseph
Banks – aveva portato con sé una moglie altrettanto affabile, ma dopo un paio di
apparizioni nel mio salon, i due furono inviati nell’insediamento di Norfolk
Island.
In ogni caso, tra quelli di noi che avevano condiviso i primi tempi segnati
dalla fame c’era un legame che escludeva qualsiasi nuovo arrivato.
Il signor Worgan mi lasciò il pianoforte, incitandomi a continuare i miei
splendidi progressi, insieme a istruzioni su come accordarlo e all’arnese per
poterlo fare. Lo conservo ancora, anche se il pianoforte non c’è più. Eccolo qui,
un pezzo di metallo dalla forma strana, che significa qualcosa solo per me, e che
custodisco in ricordo di quell’amico.
Il capitano Tench non fece mistero della sua impazienza di tornare in patria.
«Potrei dire, mia cara signora M., che contemplo la partenza con emozioni
contrastanti, ma sta di fatto che l’attendo in preda a un’assoluta estasi».
Lo fissai fino a quando si rese conto di come suonassero falsi le brame e i
desideri espressi nei miei riguardi fino ad allora.
«Cara signora, non fosse per l’idea di dovermi separare da voi, ovviamente!
Una vera sofferenza. Una persona per la quale nutro un affetto profondissimo e
la cui presenza squisita continuerà ad albergarmi nella memoria e nel cuore».
Un’esagerazione persino al suo orecchio e, forse per renderla più autentica,
mi chiese un piccolo pegno come ricordo. Prese in mano un pezzetto di nastro
che si era staccato dal mio cappello e giaceva sul davanzale in attesa di essere
ricucito: era chiaramente ciò a cui mirava. Ma non volevo affatto che il capitano
Tench se ne andasse con quella fettuccia, serbandola nel taschino e ricamandoci
sopra chissà quale favola. Ah, sì, mi è stata donata da una lady assai cara, lo
immaginai raccontare. Carissima. Molto vicina al mio cuore. Ignorai le sue
allusioni e gli offrii invece una manciata di tè dolce avvolta nella carta, per
niente intima.
Il signor Dawes sarebbe potuto rimanere, come altri ufficiali della fanteria di
marina, ma il governatore gli aveva ordinato di tornare in Inghilterra. Era stato
protagonista di un atto di insubordinazione, mi spiegò il signor Macarthur, che
aveva a che fare con una spedizione punitiva contro la tribù di Botany Bay.
Veniva rispedito a casa per aver disonorato l’arma. Stando a quanto diceva il
signor Macarthur, sarebbe finito davanti alla corte marziale.
Nessuno fece mai domande sulla conclusione delle lezioni di botanica e
astronomia. Il capitano Tench era troppo occupato a farmi gli occhi dolci, e il
signor Macarthur era lieto di non dover subire ulteriori conferenze sulle
Papilionacee. Incontrai il signor Dawes in qualche occasione nell’insediamento,
dopo il nostro ultimo momento di intimità: ci limitammo a un inchino e a
proseguire ognuno per la propria strada, senza guardarci negli occhi.
Quando fu annunciata la partenza della Gorgon, ero quasi sicura di essere
incinta. Calcolai i mesi, più volte, sempre con lo stesso risultato: impossibile che
il padre fosse il signor Dawes. Fui lieta di quella certezza. Scrutare il bambino
per cercarvi tracce dell’uomo sarebbe stato un piacere troppo doloroso. La
certezza fu impietosa, ma assoluta.
Il signor Dawes fu costretto a presentarsi al salon per il ricevimento d’addio
voluto da Tench, e ci trovammo a eseguire un infelice balletto per evitarci,
spostandoci nella sala in modo da non trovarci mai vicini. Tench tentò di
rallegrare quello che fu un pomeriggio piuttosto teso. Sollevò la tazza come
aveva fatto tante volte, e propose un brindisi: A Sua Maestà! E poi: A casa!
Avrei dovuto provare invidia per i fanti di marina, che avrebbero presto visto
la realizzazione concreta di quel brindisi, ma in verità l’immagine di casa era
diventata un po’ stantia. Non riuscivo più a figurarmi la fattoria, la terra e me
stessa in un grembiule a righe. Tutto era avvolto nella nebbia e nella pioggia.
«A casa!» esclamai con gli altri, ma la parola risuonò estranea alle mie
orecchie.
Il signor Dawes mandò un messo con il planetario, riposto con cura in una
scatola, accompagnato da un messaggio formale – scritto nella consapevolezza
che altri potevano leggerlo – in cui si augurava che continuassi i miei studi. Il
planetario, umile e semidistrutto com’era, mi divenne prezioso, l’emblema della
mia parte migliore. Lo conservo ancora.
Triste, tristissimo
Bridie mi scrisse, inserendo quello che parve un accenno a quanto aveva letto tra
le righe della mia lettera. Mi disse che aveva sempre ritenuto il signor Macarthur
un marito eccellente, se avesse incontrato una donna dotata di inclinazioni e
qualità che gli si confacessero. Ti ringrazio, amica cara, pensai, per il tessuto
sottile, trasparente solo ai miei occhi, dietro il quale mi comunichi di aver capito.
Ora, alla vigilia della partenza dei fanti di marina, non riuscii a contenere le
emozioni mentre scrivevo una lettera in risposta, che avrebbe veleggiato fino in
Inghilterra a bordo della Gorgon: il signor Dawes e la lettera sulla stessa nave,
che si portavano via un pezzetto di me.
In questo momento sono di umore triste, tristissimo, scrissi. Domani
perderemo alcuni membri preziosi della nostra piccola comunità e dei buoni
amici, resi cari da atti di gentilezza e di affetto. Ricordo ancora la mia
desolazione, la convinzione di un destino ineluttabile. Irrequieta e affranta,
lasciai correre la penna. Questo potrebbe indurti a dubitare della mia felicità.
Per l’amor del cielo, dubita! Bramavo di essere ascoltata, di poter condividere,
per una volta, i miei veri sentimenti.
Vedendole spiccare sulla pagina compresi quanto fossero pericolose quelle
parole. Dovevo prenderle per mano e ricondurle in un alveo sicuro. Ma, per
quanto mi riguarda, posso aggiungere in tutta sincerità che da quando ho avuto
il dono della ragione e della riflessione non sono mai stata più felice di adesso.
Oh, povera donna, che ti affanni a rimandare di frase in frase il momento in cui
dire la bugia. Con sincerità.
Un guizzo di onestà insisteva per emergere. È vero, alcuni desideri non si
sono realizzati, ancora. Mi controllavo, nel tentativo di mantenere l’equilibrio
tra ciò che rivelavo e ciò che celavo. Ma se pure considero come questa
condizione non perfetta, mi reputo ampiamente appagata. Certo, rispetto alla
morte o allo sbranamento, era ovvio che fossi appagata. Ampiamente.
Noto che, rispetto al solito, avevo sottolineato molti termini. Sincerità è
enfatizzata da una riga incerta, e le parole di adesso giacciono su uno strato di
inchiostro. Perfetta ha addirittura quattro righe, come la si dovesse scandire in
sillabe. Ampiamente e appagata sono marcate da una sottolineatura forte. Il
pennino si ferma alla fine di ogni riga con un ispessimento dell’inchiostro, come
se non credessi che quelle parole potessero assolvere il duro compito della
persuasione.
Gorgon
Per tutta la mattina fui consapevole che la Gorgon era nella baia, a beccheggiare
in attesa di puntare la prua verso est e la vastità dell’oceano. Mi ero imposta di
non guardarla salpare, ma mezz’ora prima che l’ancora fosse levata uscii di casa
e corsi fino alla baia. Gli ultimi soldati salirono a bordo, accompagnati da una
serie di hurrà sfilacciati e dalle esplosioni disarmoniche di fiffari e tamburi.
L’ancora venne levata, sentii la canzone dei marinai che facevano ruotare il
cabestano e le vele sferragliare mentre venivano issate. La nave era troppo
lontana perché potessi distinguere i volti, ma quando lentamente si mosse agitai
il fazzoletto, ricambiata dal baluginio di qualche puntino bianco a bordo.
Quando la nave scomparve e non ci fu più ragione di salutare, scorsi all’altro
capo della baia una sagoma ai piedi del promontorio dove aveva vissuto il signor
Dawes. Nell’acqua fino alle ginocchia, fissava la nave: Patyegarang. Era troppo
distante per distinguerla con certezza, ma non avevo dubbi. Non salutava, ma
fissava con attenzione assoluta la nave, come per inviare un messaggio con la
sola forza dei sentimenti.
Il capitano Tench mi aveva detto che il signor Dawes sperava di tornare. Voleva
vendere la commissione, fare richiesta per emigrare come insegnante, o una cosa
del genere. Di sicuro questo posto avrebbe avuto bisogno di un maestro capace
come lui. Ma non accadde, non so perché. So solo che non l’ho più visto, né mi
aspetto che succeda, ormai, anche se non passa quasi giorno senza che io pensi a
lui.
La stella della sera
Ciò che io e il signor Dawes avevamo condiviso non era l’amore che trionfa alla
fine dei romanzi, con l’ultima pagina seguita da un grande silenzio soddisfatto.
Sarò onesta. Eravamo come tutti gli esseri umani che, avvolti in nebbie
tenebrose, si affannano per tastare le rispettive personalità. L’ombra celava
moltitudini di me che lui non avrebbe mai conosciuto, come io non avrei mai
conosciuto le sue.
Tuttavia, signor Dawes, quanto – oh, quanto! – vorrei sedere con voi su quel
sasso vicino all’acqua ancora una volta, e guardare la stella della sera che, con il
suo splendore fuggevole, annunciava, simile ai rintocchi di una campana, che per
me era giunta l’ora di tornare al ruolo complicato e pericoloso di moglie di John
Macarthur, Signore.
Parte quinta
Lavori pubblici
La strategia del lungo termine mise a dura prova persino la pazienza del signor
Macarthur, poiché il governatore continuava a resistere alle pressioni per
concedere terre agli ufficiali del Corpo del Nuovo Galles del Sud. Ma, a un anno
di distanza dalla partenza dei fanti, se ne andò anche lui. Non era in vista nessun
nuovo governatore e l’incarico sarebbe stato coperto dal più grande ammiratore
del signor Macarthur, il maggiore Grose, alias Vecchio Somaro.
Non si trattava più di lungo termine, ormai, ma di rapidità. Il nuovo
governatore poteva arrivare da un momento all’altro e il potere di VS sarebbe
svanito in un attimo. La nave del Lupo di mare era appena scomparsa alla vista
che VS firmò il documento che il signor Macarthur aveva tanto caldeggiato: la
concessione dei quaranta ettari di terra che aveva adocchiato a Parramatta, più
alcuni galeotti per lavorarla. Con un solo svolazzo di penna compiacente, il
signor Macarthur conseguì l’obiettivo che in Inghilterra avrebbe impiegato tutta
la vita a raggiungere.
Ma, a differenza di altri uomini ambiziosi della colonia, non appena
realizzato uno scopo lui pensava al successivo.
«L’inchiostro della concessione non si era ancora asciugato» disse. «Lui
stava ancora tamponando la firma, che io ho giocato una nuova carta. Non c’è
voluto molto a convincere quell’indolente dell’utilità di una figura che si
occupasse di tutti i dettagli più banali della sua nuova carica. Ho suggerito il
ruolo di Ispettore dei lavori pubblici».
Come avrebbe fatto il signor Macarthur senza una mogliettina pronta ad
approvare i suoi trionfi?
«Si è esaltato all’idea» proseguì. «Si è visto libero di starsene sul divano tutto
il giorno: è andato con lo sguardo ai cuscini. Finché, mostrandomi enormemente
dispiaciuto, ho accennato al fatto che l’incarico non potesse essere remunerato
senza il permesso di Whitehall. Poverino, era l’emblema del dispiacere!»
Il signor Macarthur non aveva dimenticato come imitare le debolezze altrui.
Mi trovai davanti il povero maggiore, la faccia aggrottata per la profonda
costernazione, simile a quella di un segugio.
«Poi, con la necessaria cautela, mi sono offerto per l’incarico».
«Senza paga» dissi. «A che pro?»
Era come giocare a volano: me lo lanciava e aspettava che glielo rilanciassi.
«Mia cara. Mia cara, sagace moglie».
Prese tempo, godendosi l’attimo.
«A Whitehall non potranno rifiutarsi di pagare, una volta che il lavoro sarà
compiuto. A tempo debito, l’incarico sarà ben remunerato. Ma non si tratta di
denaro, qui. Vi viene in mente, moglie mia, anche una sola azione in questo
luogo che non rientri nella definizione di lavoro pubblico? Un qualsiasi
permesso per possedere, ripulire, costruire, assegnare, ricompensare o punire?»
Aveva ragione, non me ne venne in mente neanche una.
«I governatori vanno e vengono, ma l’Ispettore dei lavori pubblici è
un’istituzione che trascende i loro capricci».
L’Ispettore dei lavori pubblici si assegnò immediatamente dieci, poi venti e
infine trenta galeotti, attingendo alle riserve di Sua Maestà, e li mise a ripulire e
a coltivare le sue terre. Era anche nella posizione di deviare mattoni e legnami
verso la propria fattoria. Sei mesi dopo la partenza del governatore, era stata
bonificata un’area dove far crescere un buon raccolto di mais. Altri sei mesi, e la
casa era pronta ad accoglierci.
A quel punto avevo dato alla luce una bambina. Era malaticcia come il
fratello, e per diversi mesi temetti che se ne sarebbe andata, seguendo la
sorellina. La tenni stretta come avevo fatto con Jane, stavolta senza illudermi.
Non potendo permettermi di sperare ancora, scesi a patti con il fatto che questa
piccina pigolante con la boccuccia arricciata mi lasciasse a sua volta. Invece si
aggrappò alla vita. Ogni giorno ci stupiva continuando a respirare, e la sua
immobilità era più quella di chi gestisce le proprie scarse risorse che di chi si
prepara alla dipartita.
Il signor Macarthur insistette nell’imporle il nome di Elizabeth. Io non ero
d’accordo. Lei era lei, non una copia della madre. Ma mio marito non cedette –
forse lo stuzzicava l’idea di circondarsi di Elizabeth – e in fondo che importanza
aveva il nome, purché la piccola sopravvivesse?
Elizabeth aveva diciotto mesi ed Edward quattro anni quando finalmente ci
trasferimmo a Parramatta. Era ancora debole, sarebbe sembrata mingherlina in
confronto alla principessa vigorosa di Daringa, ma sperai che il trasloco a
Parramatta le desse nuova forza, mentre cominciavo a credere che sarebbe
rimasta con me.
Senza il minimo rimpianto
Sydney era stata casa mia per tre anni, ma la lasciai senza il minimo rimpianto.
Dopo la partenza dei fanti e del governatore, era diventata irriconoscibile. Grazie
alle speculazioni degli ufficiali vi scorrevano vergognosi fiumi di rum, e il rum
alimentava qualsiasi forma di corruzione. Gli ufficiali si pavoneggiavano,
disponendo a piacere di tutto ciò che controllavano, e gli uomini ai loro ordini
raspavano alla ricerca di vantaggi disonesti.
Prima ancora della partenza del signor Dawes il suo promontorio era stato
trasformato in una batteria militare, con i cannoni puntati verso il mare, e la
capanna e l’osservatorio erano stati assorbiti dalle strutture belliche. L’abbozzo
di viottolo che mi piaceva percorrere era ormai un sentiero ampio battuto da
carri e affusti, e la baia lì accanto, che un tempo ospitava l’accampamento degli
amici del signor Dawes, era diventata un caos di pontili e stamberghe di
raccoglitori di vongole.
Intorno all’insediamento, VS continuava a elargire appezzamenti, venti ettari
qui, quaranta là. Ogni colono con una concessione in tasca si sentiva in diritto di
cacciare le tribù dalla terra che considerava ormai sua, grazie a quel pezzo di
carta.
Però i membri delle tribù restavano dov’erano, tenaci. Sembravano legati al
posto da qualcosa che trascendeva la comodità o la scelta. Continuavano ad
annidarsi, sgraditi e infelici, su ciò che avevamo usurpato, forse nell’ostinata
convinzione che ce ne saremmo andati presto. Ma negli spazi ridottissimi
concessi da noi, loro languivano. I malanni che per noi rappresentavano forse
una settimana di fastidi, per loro erano mortali. Tra i coloni si era diffusa l’idea
che fosse solo questione di tempo e che, con la stessa naturalezza con cui
cambiano le stagioni, i nostri fratelli scuri ci avrebbero fatto la cortesia di
sparire.
Tra i nativi che frequentavano la città cercavo le persone con cui avevo fatto
conoscenza grazie al signor Dawes. Mi capitava di vedere Daringa e le altre
donne, e una volta anche Patyegarang, sedute intorno a un focherello sulla riva.
Mi fermavo, pronunciavo il saluto che avevo imparato, bujari gamarruwa, e loro
lo ricambiavano. Ma non mi fecero mai posto, invitandomi a sedere con loro,
come quando le avevo incontrate all’osservatorio. Se l’avessero fatto,
probabilmente avrei declinato l’invito. La signora Macarthur seduta per terra in
mezzo alle native davanti a tutta la città? Sarò onesta: per un gesto simile ci
sarebbe voluta una donna più coraggiosa di me.
Mi era tristemente chiaro che la mia frequentazione con gli abitanti di Sydney
era esistita solo perché il signor Dawes aveva fatto da intermediario. Con la sua
partenza, non c’era più modo di portarla avanti. Quei giorni, quel luogo – i pochi
mesi sul promontorio – erano stati uno spazio neutrale, una sospensione fugace
di tutte le normali abitudini di vita. Gli abitanti dei due versanti di un grande
abisso si erano uniti per gettare un ponte malfermo. Ma quel momento era ormai
passato.
Il trasloco a Parramatta, lontano dai ricordi di quei giorni innocenti, fu un
vero sollievo. Voltai le spalle, chiusi gli occhi e pensai unicamente ai benefici
che ne avrei tratto. Diciamolo francamente: io non ero meglio degli altri.
La prima mattina
La casa di Parramatta era situata su un pendio dolce, esposto a nord, con un
fiume ai suoi piedi. L’insediamento era a pochi minuti di cammino, la casa del
governatore a meno di un miglio. Il signor Macarthur si compiacque di
puntualizzare che la nostra residenza era sessanta centimetri più lunga rispetto
alla sua.
La prima mattina passai da una stanza all’altra, non un gran viaggio, certo,
ma da ciascuna riuscivo a vedere il ruscello che scorreva scintillante sulle pietre,
fino a raggiungere il piccolo fiume che baluginava tra le mangrovie. Il sole
entrava dalle finestre come un amico, e in quel posto – sul ciglio di un’altura
lieve, con alle spalle un’altra altura – c’era qualcosa che mi trasmetteva pace.
Ovviamente riecheggiava in me la casa del nonno, sul fianco verde della sua
collina nel Devon, con il sole che si riversava all’interno e una grande quiete
diffusa ovunque.
Edward entrava e usciva senza posa, intralciando gli uomini che
trasportavano casse, sedie e tavoli. La piccola Elizabeth, quella dolce bambina
sognante, se ne stava immobile in una lama di sole nel salotto, i capelli chiari e
sottili a incorniciarle il capo, incantata a guardare il giardino appena sistemato
all’esterno. È troppo giovane per ricordare tutto questo, pensai: il sole, i tonfi
delle casse portate dentro dagli uomini e sistemate nelle stanze vuote, le voci
armoniose del luogo in cui ci trovavamo, quelle della brezza tra gli alberi, degli
uccelli e di tutti gli esserini invisibili che vivevano sul prato e comunicavano tra
loro. Lei non avrebbe ricordato la sensazione del sole sul viso, né l’emozione di
un nuovo inizio. Ma io sì.
Hannaford fu messo a capo degli operai e si rivelò più che all’altezza nel trattare
con quegli esseri truculenti. Sapeva quando essere generoso con il liquore del
signor Macarthur, e quando mostrarsi severo. Il signor Macarthur si presentò
davanti ai nuovi arrivati, illustrando ciò che la legge avrebbe riservato loro se si
fossero azzardati a rubare, a pronunciare turpitudini, a oziare sul lavoro o a
mostrarsi insolenti. Hannaford era al suo fianco, il viso nascosto dal cappello.
Quando il signor Macarthur si fu allontanato, lo sentii tradurre le sue parole.
«Niente impertinenze, carogne. E, per Dio, niente parolacce e bestemmie se
non volete che il capo usi le vostre budella come giarrettiere».
Lasciammo Smasher Sullivan a Sydney. Aveva scontato la sua condanna e
ottenuto il riscatto. Fui lieta di quel commiato. In lui c’era qualcosa di
ripugnante.
La signora Brown controllava le domestiche. Le risorse erano misere –
ragazze che avevano subito chissà quali abusi prima di essere spedite qui – ma
lei imparò a conoscere l’indole di ognuna, come il nonno conosceva l’indole
delle sue adorate mucche da latte. Una ragazza doveva essere trattata con
gentilezza, un’altra andava invece pungolata. Una poteva lavorare dall’alba al
tramonto, sempre che non dovesse soffermarsi su quello che stava facendo,
un’altra invece amava raccogliere le sfide.
«Non sono cattive, signora Macarthur» si limitò a dire la signora Brown
quando la elogiai per come riusciva a gestirle. «Non sono cattive».
Liberazione
Come avevo sperato, Parramatta fu una liberazione da Sydney, dove troppe
persone vivevano miseramente accalcate in uno spazio ridotto. Qui il cielo era
grande, grandissimo, limpido e sconfinato, il fiume piacevole con le casuarine
ricurve, le mangrovie scintillanti, gli uccelli selvatici che si immergevano e
planavano. L’agglomerato non era altro che un sentiero con le capanne dei
galeotti allineate sui due lati, e i modesti appezzamenti coltivati erano tristi
terreni polverosi strappati alla foresta. Ma per quanto l’insediamento fosse
trasandato, e per quanto scarsa fosse la coltivazione, questo posto aveva una
consolante compostezza, in contrasto con il fango, lo squallore, gli alberi, gli
arbusti abbattuti e l’aria frusta di Sydney.
Con Edward ed Elizabeth potevo passeggiare sui nostri possedimenti e ogni
giorno scoprire un nuovo germoglio, una fiammella di verde. Certo, non era il
Devon. Ma all’alba c’erano il canto familiare del gallo e il rassicurante tramestio
delle galline nel pollaio, e il piacere di guardarle svolazzare nel trambusto
durante il rientro nel loro rifugio al tramonto, quasi riuscissero a immaginare le
zanne dei cani locali. Adoravo quei miei pennuti, le galline grasse e compiaciute
che spettegolavano tra loro intanto che raspavano, il gallo a petto in fuori sul suo
letamaio.
Il signor Macarthur aveva comprato una coppia di pavoni, facendoli arrivare
in nave dal Capo. Li trovavo sfrontati e spacconi, con le loro strida insolenti, il
maschio che trascinava la coda nella polvere o l’apriva in una ruota vibrante. A
loro volta rappresentavano la sfrontatezza del loro padrone: i pavoni non
potevano mancare nella tenuta di un gentiluomo.
Assalti
A Sydney si poteva credere che i nativi fossero un fastidio temporaneo, ma noi
che vivevamo fuori città non potevamo cullare una simile illusione. Qui le terre
selvagge non erano nascoste dalle colline e dai corsi d’acqua. A poche centinaia
di metri dal gabinetto esterno, infinite miglia d’ignoto riducevano a briciole gli
spazi conosciuti.
L’insediamento di Parramatta era talmente ben difeso da indurci a credere
che nessuna minaccia sarebbe penetrata all’interno, né avrebbe raggiunto la
nostra casa, a un tiro di schioppo dalla caserma. Le nuove fattorie a nord, invece,
subirono diversi assalti. Non ogni settimana, ma incessanti, come le emicranie. I
raccolti venivano bruciati, il bestiame ucciso, le capanne depredate. Si riteneva
che molte di quelle scorrerie fossero guidate da un certo Pemulwuy, ma c’erano
anche altri capi, di cui non conoscevamo i nomi. Chiunque fossero i guerrieri, la
loro abilità nel guerreggiare era evidente. Sapevano come danneggiare al
massimo i coloni correndo il minimo rischio: compivano incursioni rapide nei
luoghi isolati, prima di sparire nel fitto della boscaglia. Non ricorrevano mai a
cariche massicce e dirette, e non attaccavano mai un insediamento. Evitavano le
fattorie se i soldati vi stazionavano accanto, o se il fattore era armato. E non
colpivano mai due volte lo stesso posto.
Capitava che un colono venisse trafitto da una lancia, ma si sapeva che nelle
fattorie isolate ne sarebbero potuti morire molti di più. I guerrieri non si
preoccupavano tanto di uccidere i nemici quanto di colpire la fonte della loro
sussistenza, e a tal scopo ricorrevano all’arma perfetta: il fuoco. A fine estate, i
campi di mais pronti per la raccolta venivano incendiati e il lavoro di un intero
anno e il cibo per tutto l’anno a venire finivano in cenere nel giro di mezz’ora.
La potenza di quell’arma stava nella sua semplicità e nella complicità della
natura. Un incendio appiccato in un giorno di vento caldo era inestinguibile.
Il furto, con o senza violenza, era un reato che la gente di qui era decisamente
in grado di comprendere. Ciò che accadeva oltre gli insediamenti era tutt’altra
cosa. Bruciare il mais invece di rubarlo, sgozzare i maiali senza mangiarli,
trafugare i vestiti dalle capanne quando i nativi praticamente non li usavano: agli
occhi dei coloni erano tutte prove dell’irrazionalità, dell’immaturità e della
perfidia dei nativi. Come interpretare il loro comportamento, altrimenti?
Le istruzioni generali da Whitehall rimasero essenzialmente inalterate: lo
spargimento di sangue era da evitare, per quanto possibile. I nativi andavano fatti
prigionieri, se ci si riusciva, e trattati come gli altri delinquenti. I moschetti
dovevano essere caricati a pallettoni e non con le pallottole, per spaventare e
ferire ma non per uccidere. Vecchio Somaro, però, era ben lieto di affidare i
dettagli alla discrezione dei suoi comandanti, e i coltivatori avevano elaborato
una loro idea su come difendersi.
Mio marito era riuscito a farsi nominare comandante della guarnigione di
Parramatta nel quadro di una strategia più ampia, ma presto comprese di aver
sbagliato i calcoli. Fino ad allora i doveri militari l’avevano coinvolto poco; ora
minacciavano di travolgerlo.
In quanto comandante, toccava a lui gestire gli assalti e i saccheggi nelle
fattorie più lontane. Dopo ogni incursione, era costretto a inviare uomini a caccia
dei colpevoli, anche se non c’era da illudersi che le ricerche sortissero risultati,
dato che i nativi non rimanevano certo lì a farsi catturare. Bisognava organizzare
distaccamenti a guardia delle fattorie più vulnerabili, però i nativi, non essendo
ciechi, spostavano le loro incursioni altrove. Tuttavia, qualche azione andava
intrapresa, per mantenere un’apparenza di controllo. Mio marito era indaffarato a
trasferire gli uomini da un posto all’altro e a cercare di indovinare dove sarebbe
avvenuta la nuova scorreria. C’era il timore concreto che i galeotti fuggitivi si
unissero ai nativi, sommando i moschetti alle lance. La situazione covava sotto
la cenere, senza infiammarsi o estinguersi del tutto, ma sottraeva al signor
Macarthur tempo ed energie che avrebbe potuto impiegare in modi più
vantaggiosi.
Rifiutò di definire guerra ciò che stava accadendo. Si trattava di azioni
discontinue e malvagie compiute da selvaggi, ribadì, sostanzialmente insensate e
in fin dei conti inutili. Ed era vero, non si trattava della guerra che i soldati come
lui conoscevano. Nella loro tradizione, chi non manteneva la formazione e non
combatteva con ordine si chiamava traditore. E gli uomini colpevoli di
tradimento non meritavano pietà.
In ogni caso, mi garantì che non intendeva perdere il sonno per i saccheggi
compiuti da uomini che bollava come selvaggi. Parramatta non correva alcun
pericolo, disse, liquidando il problema degli assalti alle fattorie.
«Oh, lasciamo pure che incendino qualche piccolo podere. Non possiamo
certo proteggere ogni capanna e ogni pannocchia. Io ragiono a lungo termine,
mia cara. Non c’è dubbio che Pemulwuy e i suoi compari non sprecheranno il
nostro tempo ancora per molto».
La durezza nel suo tono mi costrinse a guardarlo. Lui si limitò a elargirmi un
sorrisetto striminzito.
Burramattagal
Avevo saputo che, durante le prime settimane dell’insediamento a Parramatta,
c’era stato un accenno di relazioni cordiali con i burramattagal. Si era dato inizio
a un commercio, un baratto di pane e manzo salato in cambio di pesce. A un
certo punto i rapporti però si erano guastati, a causa di una canoa dei nativi
inspiegabilmente distrutta da uno dei galeotti, e il commercio fu interrotto.
Qualche famiglia burramattagal viveva ancora nei dintorni, negli spazi
sempre più angusti che le concessioni non avevano ancora trasformato in
proprietà privata. Questa tribù adottava una strategia diversa da Pemulwuy:
diventare semplicemente invisibile. Nel periodo in cui abbondavano le anguille,
sulla sponda del fiume comparivano due o tre uomini con le lance da pesca, e
gruppi di donne con i bambini a caccia di granchi tra le mangrovie. Mi sarebbe
piaciuto avvicinarmi per salutarle, sperando di farmi capire con le parole che mi
aveva insegnato il signor Dawes. Ma loro mi scorgevano mentre mi avvicinavo e
sparivano prima che le raggiungessi, lasciando solo l’ombra delle foglie in
movimento. Eravamo nuclei di persone diverse che abitavano lo stesso spazio,
ognuno immerso nei propri affari, come se l’altro non esistesse.
Un pomeriggio, poco tempo dopo il nostro trasferimento a Parramatta, sorpresi
alcune donne al fiume prima che sparissero come al solito. Arrivata nel punto
dove si trovavano trovai un fuoco nascosto, i tizzoni ardenti senza fumo o
fiamma. Accanto, abbandonato nella concitazione della fuga, c’era un bastone
del tipo che usavano per scavare. Lo sollevai e ne sentii il calore, lì dove era
stato tenuto in mano.
Bisognava impugnarlo per accorgersi dell’abilità con cui era stato intagliato.
Il legno, come brunito dal fuoco, aveva la durezza e la consistenza del metallo,
ma il peso si bilanciava dolcemente nella mano. Su un’estremità c’era una
protuberanza rotonda, cui appoggiarsi per darsi slancio. Sull’altra c’era una lama
affilata e piatta. C’era anche un appiglio per impugnarlo, lucidato in un bagliore
smorzato. Capii che era il prodotto di tante ore di lavoro, creato con l’eleganza e
la competenza con cui si realizza la ruota di un carro o una sedia.
Provai l’impulso di tenerlo. Di allontanarmi bilanciandolo nella mano. Di
portarlo a casa, mostrarlo agli altri, esibirlo su una mensola, fare mia un po’
della sua gloria.
Ma c’era intimità nell’afferrarlo dove l’altra donna l’aveva stretto in mano,
lisciandolo e lucidandolo negli anni. Pensai al grande mestolo che mia madre
usava per mescolare la crema, un’estremità consumata dagli anni passati a
sfregare sul fondo della pentola, ai segni che lei aveva lasciato sulla forma del
cucchiaio, come se vi avesse inciso il proprio nome.
Mi vergognai di quell’impulso e posai il bastone accanto al fuoco. Una donna
sarebbe tornata a prenderlo, felice di ritrovarlo. Si sarebbe resa conto che avrei
potuto portarlo via, e non l’avevo fatto. Sarebbe stata una specie di
comunicazione tra noi. Un saluto amichevole, magari l’inizio di una
conversazione.
Quella notte, mentre giacevo in attesa del sonno, rimuginai sul baratto di pesce e
manzo salato di cui avevo sentito parlare. Pensai alle gadigal con cui ero entrata
in contatto, la cui perspicacia per quanto riguardava il signor Dawes e me aveva
di gran lunga superato la mia, dotate di un umorismo talmente raffinato da
costringermi a chiedere spiegazioni, come fossi una bimba. Quelle donne non
sarebbero mai state tanto ottuse da credere che il manzo salato valesse quanto il
pesce fresco. Perché mai i loro vicini burramattagal avrebbero dovuto essere
meno sagaci?
Fui illuminata da un’altra possibilità, accompagnata dal sollievo per un
mistero risolto. La parola da noi usata era baratto. Ma l’azione che i
burramattagal compivano nello scambiare il pesce con il manzo forse non era
una forma di commercio. Forse rientrava più nella sfera dell’educazione. Forse
era il loro modo di dire: Guarda, ti mostro come si fa: io do a te e tu dai a me.
Accettando il tuo cibo più scadente ti insegno la grazia, il perdono e la
generosità. E forse anche la vergogna.
Lo scambio di beni magari si era interrotto perché l’alunno si era mostrato
troppo pigro per imparare. Troppo rozzo per provare vergogna.
Mi ero compiaciuta di trasformare il bastone in un gesto amichevole alla sua
proprietaria. Ma non era possibile che fosse stato lasciato lì apposta, per
comunicarmi un messaggio che nella mia ottusità non avevo saputo decifrare?
Questo è il mio posto e questo oggetto lo testimonia. Tra le sue molteplici
funzioni, forse il bastone aveva quella di atto di proprietà, chiaro e cristallino per
chi lo avesse saputo leggere, uguale al pezzo di carta su cui era scritto J.
Macarthur 40 ettari.
Era un’ombra sul limitare della mia esistenza, la consapevolezza di essere su
una terra che altri riconoscevano come loro. Nei giorni in cui passeggiavo senza
intravedere un burramattagal, ero felice di fingere che non esistessero ombre.
Le prime pecore
Quaranta ettari non erano neanche la minima parte di quello che il signor
Macarthur voleva e, a meno di un anno dal nostro arrivo a Parramatta, stava già
tentando di comprare la terra confinante a ovest con la nostra. Era proprietà di
Ruse, un ex galeotto. Venne fuori che a bordo della Neptune il signor Macarthur
si era permesso di mancare di rispetto alla detenuta che ora era diventata sua
moglie, cosa che Ruse non aveva dimenticato. Dopo aver ostinatamente rifiutato
qualsiasi cifra proposta dal signor Macarthur, alla fine, per puntiglio, Ruse
vendette la terra ad altri per la metà del suo valore. A quel che ne so, Ruse è
stato l’unico uomo che abbia mai tenuto testa a mio marito.
Tuttavia, in un secondo tempo venni a sapere che il poveretto aveva
conosciuto tempi duri e mi feci qualche domanda. Era molto pericoloso pestare i
piedi all’Ispettore dei lavori pubblici.
Il modo migliore per ottenere altra terra dal governo era dimostrare di aver
sfruttato al meglio quella che già si possedeva, perciò il signor Macarthur
comandava con mano ferma Hannaford e i galeotti. Ma il raccolto era lento.
Ripulire i terreni richiedeva molta fatica. Se si aspirava a creare una grande
fattoria, bisognava avere ovini o bovini che vagassero tra gli alberi e brucassero
il foraggio locale. Il loro incremento avrebbe accresciuto il bisogno di ettari in
cui farli pascolare. Gli occhi del signor Macarthur scintillavano nell’aritmetica
della procreazione.
A stretto giro acquistò l’unico gregge che fu capace di trovare: sessanta
pecore bengalesi arrivate da Calcutta con la Atlantic. Abituata ai grandi mastelli
di lana prodotti dalle greggi di mio nonno, feci fatica a classificare quelle
creature come pecore. Erano animali miseri e arruffati, praticamente delle capre,
coperti di un pelo ruvido e ispido di colore indefinito, che torcevano le strane
orecchie pendule. Ti hanno gabbato, capitano Macarthur, pensai. Qualcuno deve
aver subodorato il figlio di un commerciante di tessuti che non ha mai visto una
pecora da vicino.
«È il massimo che possiamo avere» disse con noncuranza. «Cercherò di
ottenerne di migliori, ma per il momento queste andranno bene».
Nel primo pomeriggio, l’ex ladro di pecore Hannaford andò a ispezionare le
nuove arrivate, tutte ammassate sul pendio erboso dietro la casa.
«Che ve ne pare, signor Hannaford?» dissi. «Una brutta imitazione di vere e
proprie pecore, non trovate?»
«Ah, be’, signora Macarthur».
Gli avevo teso un tranello senza rendermene conto, perché quale pastore
avrebbe mai criticato il bestiame del suo padrone? Mi occhieggiò da sotto la tesa
del cappello.
«Di certo non sono il tipo di pecore che conosco meglio. Ma potrebbero
riservarci delle sorprese, signora Macarthur, e state certa che ne trarrò il
massimo».
Si girò per afferrarne una. Fu chiaro dalla ferma competenza con cui
maneggiava l’animale che il signor Macarthur forse si era fatto gabbare
nell’acquisto delle pecore, ma non per quanto riguardava il pastore. Quell’uomo
sapeva il fatto suo.
Poco dopo l’arrivo delle pecore bengalesi, Hannaford tornò da Sydney con tre
pecore irlandesi, due femmine e un giovane montone. Erano un piacere per gli
occhi: robuste, solide, con il vello color panna a dispetto dei mesi passati sulla
nave. Piantate sulle quattro zampe, come diceva mio nonno delle sue pecore
migliori. Si unirono alle bengalesi sulla collina, dedicandosi immediatamente ai
ciuffi d’erba come se non conoscessero affatto la dolcezza dei pascoli irlandesi.
Risalire quel pendio nel tardo pomeriggio con la signora Brown, Edward ed
Elizabeth, mentre le pecore venivano ricondotte all’ovile, divenne per me un
piacere quotidiano. Chiamai il posto Fairview, perché si ergeva su una sorta di
palcoscenico naturale, con il terreno che digradava su ogni lato e gli alberi che
svettavano solenni sul prato, quasi fossero stati piantati per esaltare la bellezza
della tenuta di un gentiluomo. Da lassù lo sguardo si perdeva fino alle lontane
creste montuose che marcavano il perimetro del nostro mondo.
Uscire – con gli uccelli che diffondevano le loro melodie da ogni albero,
l’aria densa dell’umidità di fine giornata, ogni filo d’erba avvolto in un’aureola
di luce e seguito da uno strascico d’ombra – era una gioia serena. Amavo
contemplare l’azzurro delle montagne incupirsi e farsi più misterioso, e
aspettavo che il sole calasse alle loro spalle. Cercavo di spiegare a Edward il
motivo per cui l’ultima pallida luce sul pendio veniva spazzata via dall’ombra
che lo risaliva. Siamo in movimento, gli dicevo. Su una grande sfera che ruota
rispetto al Sole, come un’arancia attorno alla fiamma di una candela. Ma non ero
il signor Dawes. Non riuscivo a convincere il mio adorato bambino. Non
importa, pensavo, lo capirà a tempo debito, e forse ricorderà con un sorriso le
goffe spiegazioni di sua madre.
C’era anche Hannaford, ad assicurarsi che il pastorello non pungolasse le
pecore per ricondurle all’ovile o non ne lasciasse indietro qualcuna. Aveva una
cordicella per la conta e mi piaceva guardare le sue dita tozze che scivolavano,
annodavano, scivolavano, annodavano, come quelle di mio nonno un tempo.
Il signor Macarthur mi disse che aveva preso le irlandesi per mettere un po’ di
carne sulle bengalesi smunte. La carne di montone era sempre pregiata. Dubitai
che il montone irlandese potesse identificare quelle creature caprine come sue
simili, e mi chiesi se le fragili bengalesi non sarebbero state danneggiate
dall’assalto di quell’estraneo corpulento. Ma un pomeriggio risalimmo il pendio
prima del solito e vidi che le femmine erano nervose, pronte per il montone.
Hannaford le teneva d’occhio.
«Buon pomeriggio, signora Macarthur. E buon pomeriggio a voi, signora
Brown».
Le pecore si muovevano impacciate, con i montoni che andavano dall’una
all’altra come se avessero smarrito qualcosa e chiedessero aiuto per ritrovarlo. Il
montone irlandese girava intorno a una bengalese e uno degli scheletrici montoni
bengalesi lo sfidò; ma l’irlandese lo indusse subito a dileguarsi senza fare storie.
«Sono, cioè, sono...» esordì Hannaford, per la prima volta in imbarazzo.
«Sono pronte, giusto?» feci io pragmatica, dimostrando che la vista di un
montone che copriva una pecora non mi avrebbe sconvolta. Guarda, Edward,
pensai. Un giorno sarai tu ad avvicinarti a una donna, tentando la sorte.
«Sono curiosa di vedere l’incontro tra Irlanda e Bengala» aggiunsi. «Secondo
voi, signor Hannaford, come andrà a finire?»
Allargò le manone forti, evitando di sbilanciarsi.
«È una cosa mai vista finora, signora Macarthur. E siamo qui, in questo
sperduto buco di... del mondo».
Sapevo che aveva pensato buco di culo.
Anche la signora Brown sentì forte e chiaro la parola non pronunciata, e si
agitò, tossicchiando per camuffare il divertimento. Hannaford la guardò di
traverso, e tutti e tre restammo lì, con le facce arrossate, impegnati a reprimere
l’umorismo e a evitare di scambiarci occhiate.
Ora l’irlandese si stava avvicinando ai posteriori della femmina, scuotendo le
orecchie. Le sfiorò il fianco con la zampa anteriore, grattandolo, ma lei ostentò
indifferenza, spostandosi come se avesse individuato un ciuffo d’erba appetitoso;
così lui fu costretto a seguirla, continuando a grattarle il fianco.
Nella mia mente il montone era il signor Macarthur che mi solleticava il
braccio, il suo modo di dirmi che richiedeva i miei servigi, e la pecora ero io che
pensavo: oh, è proprio necessario? Mi sfuggì un verso nel ravvisare quella
somiglianza, e la signora Brown si girò verso di me. Ci scambiammo uno
sguardo: due donne unite dal divertimento per le buffonate maschili.
Scoprimmo così che il montone irlandese non si vergognava affatto di
montare la bengalese, per quanto brutta fosse, e lei lo accolse placida, come si
trattasse di una vecchia abitudine.
Quando Hannaford venne a informarci che le pecore stavano partorendo, ci
avviammo tutti su per la collina – il signor Macarthur si unì a noi in via
eccezionale, per valutare se il gregge si fosse accresciuto – in un mattino limpido
e tranquillo, con una cimosa fitta di nuvole grigie appesa sopra l’orizzonte e il
sole che luccicava attraverso quella coltre perlacea.
L’aumento del gregge fu subito palese, anche se alcune pecore dovevano
ancora partorire. Le pecore di mio nonno normalmente davano alla luce un solo
agnello, ma quasi tutte quelle indiane ne avevano due che strofinavano loro il
muso addosso. Alcune ne avevano tre e poche altre di quelle femmine poco
promettenti avevano partorito addirittura quattro agnelli in salute, quasi
pensassero di essere cagne con la loro cucciolata. Erano felici, si erano
irrobustite sui nostri pascoli rigogliosi e gli agnelli correvano robusti nella loro
ombra.
Il signor Macarthur, che non aveva la competenza mia e di Hannaford al
riguardo, non si mostrò stupito per la fertilità delle bengalesi. Ma era orgoglioso
come se fosse stato lui a procreare gli agnelli.
«Messer Irlandese ha dato il massimo, signor Macarthur» disse Hannaford.
«Ha servito magnificamente tutte queste femmine. Ma se dovesse capitarvi di
trovare altri bei montoni, signore, potreste magari considerare l’opportunità di
acquistarli?»
Percepii la sua cautela. Come si permetteva un deportato di dare ordini al
signor Macarthur?
Lana e pelo
Si capiva subito se le bengalesi erano state fecondate dal montone irlandese.
Man mano che gli agnelli crescevano il loro manto si sviluppava e alcuni
avevano un vello più liscio e di forma diversa.
«Guardate questa bellezza, signor Macarthur» disse Hannaford, afferrandone
uno. «Una carognetta forte e sana, perdonate il linguaggio, signora Macarthur. E
guardate qui».
Separò il pelo corto e polveroso dell’agnello.
«Vedete, signore? Sotto il pelo, quasi a pelle, c’è qualcosa di simile alla
lana».
Il signor Macarthur evitò di toccare, ma io lo feci. Hannaford aveva ragione:
sotto il pelo c’era un secondo strato nascosto di una sorta di velluto, l’impronta
dell’irlandese sulla bengalese pelosa.
«Il buon sangue che emerge» disse Hannaford. «Il buon sangue per la lana».
Ma il signor Macarthur non provava alcun interesse per la lana o il pelo. A lui
interessavano solo i numeri. Io e Hannaford lo guardammo mentre tentava di
contare le pecore, si confondeva e ricominciava. Hannaford teneva in mano la
cordicella per la conta.
«Centoquindici agnelli, secondo i miei calcoli, signor Macarthur. Tutto il
gregge conta centottantasette capi».
Di razza spagnola
Grazie alle concessioni del colonnello, Elizabeth Farm si era espansa al
massimo; un ulteriore ampliamento era ostacolato dalle terre altrui e dall’acqua.
Questo fu uno sprone per le ambizioni del signor Macarthur. A circa trenta
miglia di distanza c’era un terreno superiore a quelli visti fino a quel momento,
su cui pascolava libero il bestiame che era scappato nelle prime settimane di
insediamento. Il signor Macarthur, in qualità di ispettore, aveva fatto un
sopralluogo, occhieggiato il bestiame, riconosciuto la splendida unicità del posto
e aveva deciso che Cowpastures, come veniva chiamato, doveva essere suo.
Non lo scoraggiava la distanza dagli insediamenti, che avrebbe reso difficile
difenderlo da attacchi e saccheggi. L’impedimento più immediato stava nel fatto
che Cowpastures era stato destinato in esclusiva alla Corona dal primo
governatore, quindi non era devolvibile. Ma il signor Macarthur interpretava un
simile impedimento come uno stimolo all’ingegno. Al pari di un generale che
schieri le truppe, approntò un piano a lungo termine.
Il primo passo fu quello di acquisire ulteriori capi di bestiame, con la sola
funzione di fornire al possessore un argomento valido per espandere le proprie
terre.
L’acquisto successivo fu di quattro pecore e due montoni. Erano magri, con le
spalle cadenti, praticamente senza torace e con le costole poco promettenti, ma,
persino inzaccherato dalla traversata, il loro vello era più soffice e fine della lana
degli irlandesi.
«Le chiamano merino» disse mio marito. «Waterhouse le ha comprate al
Capo. Qualcuno gli ha rifilato una storia sul fatto che si tratta di autentiche
merino spagnole. Una bella fandonia, e lui ci ha rimesso parecchio denaro. Forse
discendono dalle spagnole, ma sono state incrociate. Gliel’ho detto, queste sono
spagnole pure come io sono olandese!»
Si divertì molto al ricordo di quella battuta.
Il nonno mi aveva parlato delle mitiche merino spagnole, pecore talmente
pregiate, dalla lana talmente fine, che la Spagna le teneva tutte per sé. Ero lieta
che non fosse lì a vedere il mito in carne e ossa.
Perché mai il signor Macarthur aveva acquistato quelle creature poco
promettenti? Ah, certo: per far dispetto al nuovo parroco, il signor Marsden, che
fantasticava di essere un agricoltore.
«Le volevo tutte, ma Waterhouse aveva già stretto un accordo con Marsden.
Ho tentato di convincerlo, ma quel fesso cocciuto me ne ha venduto solo la
metà».
Guardò le pecore gironzolare e belare.
«Mi sono preso la soddisfazione di vedere la faccia delusa del parroco. Non
sarà l’unico ad avere le merino di razza spagnola nel Nuovo Galles del Sud! Lo
stolto accarezza sogni di lana fine, pensa un po’».
Ciò nonostante, era chiaramente scontento di quell’acquisto.
«Le terremo separate, per preservarne la purezza».
Si espresse come se ne avesse cento, e non soltanto sei.
«Preserveremo la purezza della loro impurità» motteggiò ridendo. «Così
potrò definirle spagnole davanti al prossimo grullo che verrà a cercare delle
merino pure».
Hannaford non apprezzò particolarmente le nuove pecore. Mi disse che le
spagnole faticavano a procreare e che erano pessime madri. Né lo convinceva il
concetto di purezza. Sei pecore mantenute pure avrebbero presto formato un
gregge malaticcio. Tuttavia assecondò gli ordini del signor Macarthur e si diede
un gran daffare per costruire un recinto per il pascolo di quelle spagnole dall’aria
oltremodo triste.
Lavorare
Quando le spagnole partorirono gli agnelli, il signor Macarthur ne fu deluso: da
quattro femmine, solo tre agnelli vivi.
Hannaford era nell’ovile con una delle madri, lo vidi che tentava di
convincerla a stare ferma affinché il piccolo potesse succhiare il latte. La madre
non guardava l’agnello, e appena lui si avvicinava si spostava, nervosa, come si
trattasse di un estraneo, lasciando il povero piccolo a protendersi verso il nulla.
Lo vedemmo inciampare, cadere, barcollare dietro la madre.
«Signora Macarthur, se io tengo ferma questa, voi potreste avvicinarle
l’agnello» disse Hannaford, afferrando la pecora.
L’agnello era leggero come una piuma tra le mie braccia, e aveva
decisamente bisogno di una buona poppata. Ma era incantevole come un
giocattolo per bambini, con il manto liscio e soffice. Mi accovacciai con lui
accanto alla madre, la accarezzai sotto il mento e le avvicinai l’agnello.
Finalmente rimase ferma quanto bastava perché lui si attaccasse. Quanto mi
piaceva tornare a lavorare con le pecore, ad annusare l’odore della lana da
vicino, ricordando le cose che mi aveva insegnato mio nonno.
«È da spezzare il cuore» disse Hannaford. «A un certo punto della
discendenza, il sangue che faceva una buona madre e quello che faceva una
buona lana hanno seguito vie diverse. Farei volentieri cambio con una bella
Leicester».
L’agnello bevve tutto il latte e si stese, sfinito dalla caccia alla madre.
«Potremmo mescolare un po’ di questo sangue spagnolo con quello degli
altri» ipotizzai, «incrociandoli quando sarà il momento. Mi chiedo se il sangue
della buona madre resterebbe, e quello della buona lana emergerebbe...»
Seguivo il ragionamento a voce alta, ma il silenzio di Hannaford, che si era
chinato sulla femmina per toglierle una spina dal vello, mi trasmise il suo
imbarazzo. Non doveva certo essere lui a ricordarmi che mio marito aveva
ordinato di mantenerle pure.
«Non saprei, signora Macarthur» disse infine. «Sono solo un povero
ignorante».
«Sciocchezze, signor Hannaford. Non siete affatto ignorante, siete un ladro di
bestiame, e chi è più esperto in fatto di pecore di un uomo che si è quasi giocato
la vita per accaparrarsene una buona?»
Lui rise, felice di non aver dovuto pagare quel prezzo, e io fui lieta di aver
dissipato il momento di imbarazzo. Il piccolo enigma della lana buona contro la
madre buona aveva risvegliato un guizzo di curiosità; ma il piacere di
quell’enigma non valeva un contrasto con il signor Macarthur.
Hannaford se ne stava accanto alla pecora, le mani che lisciavano e
separavano il vello. Soffice, fine, color panna, si sollevava forte sotto le sue dita.
«I montoni» disse. «Sapete, signora Macarthur, un montone può spargere il
seme, scusate il linguaggio, senza perdere niente. Senza perdere la...»
Evitò di dire purezza. Non ci guardammo in faccia, mantenendo gli occhi
fissi sulla lana aperta sotto le sue mani. Ondulatura: la parola mi tornò in mente,
con la voce di mio nonno. Fitta, addensata, questa era la miglior ondulatura che
mio nonno avrebbe mai potuto immaginare.
«Ovviamente le femmine spagnole vanno tenute separate» dissi.
«Sarà fatto, signora Macarthur, senza dubbio. I gentiluomini spagnoli faranno
il loro dovere con le connazionali. E poi si dedicheranno a tutte le altre, finché
ne avranno la forza».
Si decise infine a guardarmi in faccia.
«Non andrà perduta nessuna purezza, signora Macarthur, ve lo assicuro.
Nessuna».
Oh, sapeva bene in che situazione vivessi. Lo sapevano tutti.
Deplorevole
La terra, per quanto irresistibile se si poteva avere gratis, non era la vera
passione del signor Macarthur. Non erano le pecore o il mais a interessarlo, né
gli oneri militari, divenuti improvvisamente gravosi. Al primo posto nella sua
mente c’era il commercio: la Britannia era stata solo la prima di una serie di navi
mercantili. L’enorme profitto legato agli alcolici c’entrava solo in parte. L’indole
lo portava ad agognare di trovarsi nel mezzo del groviglio di desiderio, timore,
ignavia e cattiveria di altri uomini, per poterli manovrare attraverso complotti,
macchinazioni, lusinghe, minacce e blandizie. Il piacere che traeva dall’ordire le
sue trame ingegnose andava ben oltre il denaro e il potere di determinare gli
eventi.
Eravamo a Parramatta da pochi mesi quando si presentò da me, tutto premuroso.
«Mia cara moglie, è spiacevole» esordì, «anzi, deplorevole, ma essenziale,
che io trascorra del tempo a Sydney. Devo assicurarmi di non perdere i favori di
VS».
Era la realizzazione di un desiderio che non avevo mai osato formulare, ma
per amore delle apparenze, e per spirito provocatorio, feci il broncio. Lo vidi
affannarsi a caccia di qualche altro argomento.
«Quei filibustieri del Corpo. In mia assenza, troveranno qualcun altro cui far
credere di potermi sostituire nell’organizzazione del nuovo trasporto. Devo
andare lì».
«Oh, e io non potrei accompagnarvi, e tornare a godere di un po’ di vita di
società?» chiesi.
«Be’...» fece lui.
Lo lasciai annaspare prima di correre in suo aiuto.
«Ripensandoci, non mi sentirei tranquilla ad affidare i bambini alle cure della
servitù».
Si rischiarò in volto. Eccoci qui, due persone che definivano deplorevole una
circostanza che in cuor loro li faceva gioire.
La mattina in cui partì per Sydney rimasi a guardare il cavallo rimpicciolirsi
tenendo Elizabeth per mano. Poi rientrai in casa e attraversai con lei una stanza
dopo l’altra. L’aria negli angoli sembrava più immobile. La luce che scintillava
sulle assi del pavimento era più serena.
Ero arrivata a detestare il talamo nuziale, e persino la camera in cui si
trovava. Si può aver paura di una mensola di marmo, della forma particolare
delle crepe sul soffitto? Spalancai le portefinestre – a lui piaceva una stanza da
letto chiusa, mentre io preferivo far passare l’aria – e feci entrare il mondo
esterno. C’era il giardino, e più in là il giallo e il verde degli arbusti, i tronchi
pallidi come ideogrammi cinesi nella confusione di foglie, mentre il sole
compiva con calma il suo tragitto giornaliero.
Quanto in fretta ci si riappropriava di uno spazio! Come ci voleva poco!
Quella notte giacqui assaporando la gioia della semplice certezza di essere
sola. Non riuscivo a dormire per quel piacere tutto nuovo, prima di essere
sorpresa da un’ulteriore novità. Scivolai fuori dal letto e andai sulla veranda, i
piedi nudi sul lastricato, e lasciai che il buio rugiadoso della notte mi penetrasse.
Sentii che ogni pezzetto del mio corpo tornava a vivere, i piedi sul pavimento
freddo che avvertivano ogni venatura della pietra.
Un cane abbaiò in lontananza, un suono sordo: un cane rilassato, spensierato,
che pareva latrare solo per il gusto di sentire la propria voce. Alla catena chissà
dove, il suono che veniva trasportato per miglia, non a colmare il silenzio ma a
renderlo più assoluto. Quel suono sordo e lontano comunicava la vastità della
notte, come una macchiolina su un lenzuolo bianco ne esalta il candore. Il cane
faceva quello che stavo facendo anch’io, ferma nel buio ad accogliere il mondo
nascosto.
Oltre il giardino fiorito, tra le fessure della capanna occupata da Hannaford e
dal pastorello si intravedeva una luce. Fui colta dall’impulso di attraversare il
prato, accostarmi al muro della capanna e sbirciare da una di quelle fessure.
Perché mai volevo curiosare da quello spiraglio tentatore? Non c’entrava
Hannaford, e neanche il pastorello. La mia curiosità era l’estremo opposto
dell’ignoranza. Alle prese con me stessa, nella libertà della solitudine, volevo
osservare altre vite, altre persone, a loro insaputa. Per tutta la mia esistenza
avevo contemplato solo facciate, avevo presentato solo facciate. Ora ero
consumata dal desiderio di andare più a fondo, al di là della superficie. Chi sono
gli altri quando pensano di non essere osservati? Come ci si sente a essere una
persona?
Mi avvicinai furtiva alla capanna, elaborando confusamente una scusa da
fornire se fossi stata scoperta. Potevo spacciarmi per una sonnambula, con lo
sguardo fisso e persa in borbottii come Lady Macbeth? Ma Lady Macbeth non si
sarebbe sollevata in punta di piedi per curiosare da una fessura, per quando
dormisse profondamente. Né avrebbe avuto l’accortezza di avvolgersi nella
vestaglia azzurra per celare il candore della camicia da notte. Non avevo una
giustificazione, nessun pretesto, per quanto folle, mentre avvicinavo l’occhio
allo spiraglio.
Al tremolio della fiamma, in un primo momento non distinsi nulla. Poi
qualcosa si mosse e sentii un bisbiglio. Ci fu un suono, come un sospiro
soddisfatto. Mi schiacciai di sbieco contro il pertugio e vidi che il movimento era
quello di una gamba nuda, che la gamba apparteneva alla signora Brown, e che
era intrecciata a un braccio che apparteneva a William Hannaford.
Mi allontanai in fretta. Più di quanto mi aspettassi, pensai. Oh, molto di più!
Risi, colta da un’inspiegabile ilarità, piegata in due dal divertimento, o qualsiasi
cosa fosse, mentre riattraversavo il prato in silenzio. Ovviamente sapevo che
Hannaford e la signora Brown si erano trovati, e che ovviamente si ingegnavano
per stare insieme. Era facile, quando volevano un po’ di intimità, dire al
pastorello di andare a dormire con gli altri uomini. Ma non ero andata avanti con
il pensiero, non avevo anticipato ciò che forse avrei visto, avevo solamente
voluto godere della libertà di guardare.
Tornata a casa mi infilai nel letto e giacqui raggomitolata, i battiti del cuore
che si placavano piano. Inutile negarlo, c’era uno spasimo, un’ironia che si
contorceva in me come una bestiolina infelice. Un tempo ero stata dove si
trovavano loro, nella tenerezza di due corpi e due spiriti fusi. Ma era finita,
finita, finita. E non pensavo che mi sarebbe più accaduto.
Allo stesso tempo, il pensiero di quella gamba, di quel braccio, mi fece
sorridere. Quella gioia mi sarebbe appartenuta per sempre. Con il signor Dawes
avevo condiviso una fiamma destinata a spostarsi da una persona all’altra. Per un
po’ si era accesa su William Dawes ed Elizabeth Macarthur. Ora si posava su
Agnes Brown e William Hannaford: un dono di cui potevamo godere, ma che
dovevamo trasmettere senza trattenerlo.
Me ne stavo raggomitolata, in una confusione di sorrisi e ironia troppo fitta
per poterla dipanare. Lady Macbeth era strisciata fino a quella fessura a caccia di
una verità che forse aveva trovato: quando la vita offre una gioia, bisognava
coglierla. Me ne stavo qui, da sola, e che gioia provavo. Era meglio godere della
propria, autentica compagnia, piuttosto che vagare nella solitudine di un
matrimonio infelice.
Non sapevo mai per quante notti avrei avuto il letto tutto per me, perché il signor
Macarthur tornava sempre senza preavviso.
Immaginerai, scrissi a Bridie un giorno, a ridosso di un suo rientro, quale sia
stata la mia gioia al ritorno del signor Macarthur. Ah, quanto amavo trovare
sempre una doppia valenza alle parole. Era un piacere intimo che non sfioriva
mai.
Era possibile che a Sydney il signor Macarthur si intrattenesse con una
graziosa meretrice. Ma non volli indagare allora, e non lo farò ora.
Mi faccio avanti
Non ci fu nulla di esplicito tra me e il signor Macarthur, ma man mano che lui si
allontanava dai lavori della fattoria io mi facevo avanti. Paragonata alla modesta
tenuta di mio nonno, questa era un’impresa enorme, e all’inizio fui intimorita
dalla quantità di cose che dovevo capire. Non avevo esperienza, diffidavo del
mio giudizio, non sapevo niente degli operai, né di come esercitare l’autorità.
Ma non ero sola. Ogni mattina Hannaford e la signora Brown si presentavano
al mio cospetto. Ognuno si fermava rispettosamente accanto al tavolo e mi
diceva cosa serviva, mentre io, come un’alunna, scrivevo la lista delle
incombenze, del denaro da sborsare, dei progetti da perfezionare, dei problemi
da risolvere.
Non dissi mai alla signora Brown e a William Hannaford che sapevo come
riuscivano a condividere un po’ d’intimità. La cosa non mi riguardava. Ma loro
sapevano che io sapevo. C’era un affetto tra noi tre, una presenza amichevole
nella stanza, che accoglievamo con piacere.
All’inizio andavo dal signor Macarthur con i fogli in mano, perché mi
consigliasse o li approvasse, ma lui scorreva le pagine svogliatamente, e io
diradai le mie visite. Di tanto in tanto, solo per ricordargli quanto fosse noiosa la
gestione di una fattoria, fingevo di avere un dilemma, e lo costringevo a sedersi
mentre sciorinavo una serie infinita di dettagli e lui fremeva, sperando che finissi
presto. Eravamo tornati alle Papilionacee.
La moglie del fattore che avrei potuto essere, e che mio nonno mi aveva
insegnato tanto bene a diventare, si era affacciata in punta di piedi dietro la
moglie del gentiluomo. Il tempo trascorso con il signor Dawes mi aveva rivelato
quanto amassi affrontare un problema, quanto mi piacesse dibattermi tra le
difficoltà. Come padrona di Elizabeth Farm, avevo ogni giorno un nuovo
fastidio. Ma ogni nuovo fastidio portava con sé il ricordo del precedente, e della
sua soluzione. Il fastidio era un fastidio, certo, ma l’indolenza era mortale.
Lana fine
Io e Hannaford non ci eravamo più confrontati sull’eventualità di unire i montoni
spagnoli alle pecore incrociate, e tantomeno ne avevamo parlato con il signor
Macarthur. Tuttavia la cosa procedette e, mentre gli agnelli frutto di quelle
unioni crescevano, ci parve che, sì, il montone spagnolo avesse trasmesso la sua
lana fine alla prole, e le pecore incrociate l’avessero dotata della loro robustezza.
Un miracolo in cui non avevamo osato sperare.
«Dio deve sentirsi così» dissi a Hannaford una sera nell’ovile, mentre
contemplavamo gli agnelli lanosi che in qualche modo avevamo creato partendo
da pecore pelose.
Una volta, in un’altra vita, avevo detto qualcosa di simile studiando un
planetario, e sorrisi al ricordo.
«Già» rispose Hannaford. «Dio, certo. Ma noi potremmo dargli una mano,
sempre che procediamo come si deve, liberando tutto il gregge dal pelo».
Fu colto da un guizzo di preoccupazione, al pensiero di quanto fosse
inopportuno che William Hannaford, deportato, e la signora Macarthur fossero
uniti con tanta disinvoltura da un noi nella stessa frase, o di quanto fosse
disdicevole parlare con tanta leggerezza di aiutare Dio. Ma io fui felice che quel
noi ci unisse, e concordavo sul fatto che non sempre l’opera di Dio fosse
talmente compiuta da non richiedere un piccolo aggiustamento.
«Pensate a un allevamento da lana, quindi, e non da carne?»
«Il montone su cui ho messo mano, ecco, è stato il suo vello a tentarmi, e ho
pensato: lana. Non mi fido degli spagnoli, non credo che saranno sempre disposti
a venderci i loro capi».
Girò la testa come se volesse sputare, ma non lo fece.
«Quando dico venderci» aggiunse con una punta di disprezzo, «mi riferisco
all’Inghilterra. Ma qui? Perché non offrire a questo posto qualcosa da portare al
mercato?»
Su mia insistenza, il signor Macarthur mi seguì al pascolo e dovette
riconoscere che la lana prometteva di essere molto fine. Ma dopo un’occhiata
rapida, si girò per ridiscendere lungo la collina.
«Sì, ben fatto, mia cara» disse. «Davvero apprezzabile».
«Ma, signor Macarthur» ribattei io, tendendo la mano per fermarlo, «non è
forse vero che si potrebbe inviare la lana a Londra per venderla, quando
nessun’altra merce dopo sei mesi è abbastanza ben conservata da trovare un
mercato?»
«Certo, immagino sia così».
C’era un’ulteriore sfumatura di noncuranza nella sua voce, ma l’espressione
si era indurita. Mi accorsi che Hannaford era ancora a portata d’orecchio e che
mio marito avvertiva il bisogno di dimostrare che la propria autorità non veniva
intaccata da una moglie che gli pigolava intorno.
«Quel tipo, Marsden, ha una mezza idea di produrre lana da queste parti»
disse. «Ma qui c’è bisogno di carne. Solo un pazzo non se ne renderebbe conto».
Il silenzio successivo lasciava intendere che la pazza ero io.
«Mia cara moglie, il vostro entusiasmo è lodevole. Ma permettetemi di
convincervi facendo ricorso all’aritmetica. Il prezzo della lana è fissato in pence,
quello del montone in scellini. Dodici pence per uno scellino, come vedete».
Hannaford di colpo si allontanò con una delle pecore e tirò fuori il coltello
per pulirle uno zoccolo. Chiamò poi il pastorello per farsi aiutare. «Sveglia,
ragazzo, sveglia!»
«Mia cara moglie» ripeté il signor Macarthur, battendomi sul braccio in un
eccesso di paternalismo, «sono certo che, au fond, la vostra idea vi sembrerà solo
il desiderio dei campi e delle pecore di casa».
Evitai di spiegargli nuovamente la questione della lana, ma la sua
indifferenza mi permise di prefigurare la selezione e il mantenimento che avrei
potuto progettare con Hannaford, in modo che la nuova generazione di agnelli
avesse la lana più fine. Provai l’ebbrezza di pensare a tutte le combinazioni e le
modifiche possibili tra bengalesi, irlandesi e spagnole, una volta intrapreso quel
percorso. Incrocio, l’aveva chiamato mio nonno, ma era impraticabile se non si
conoscevano i genitori, e i genitori dei genitori di ogni singola pecora. Per
tenerne traccia sarebbe stato necessario scrivere tutto in colonne ben distinte,
come nel taccuino azzurro su cui il signor Dawes aveva cominciato a classificare
una lingua tutta nuova. In tal modo si sarebbe potuto fare ordine, e
l’accoppiamento di un montone e di una pecora non sarebbe stato causale, ma
organizzato.
Mi immaginai mentre mi inerpicavo sulla collina ogni mattina per
raggiungere il gregge e tastare la lana di questo capo, il torace di quello. Nel
quadretto, sul crinale con me c’era anche il nonno, che si guardava intorno,
orgoglioso di questa nipote capace e soddisfatto dei suoi risultati. E forse
sarebbe anche riuscito a perdonare William Hannaford per aver rubato un
montone altrui.
Mon petit coin
Sulle sponde del fiume avevo scovato un angolino tutto mio, dove di tanto in
tanto abbandonavo le vesti della signora Macarthur. Era schermato da cespugli
che incorniciavano la vista lungo il corso d’acqua: un’altra ariosa stanza fatta di
foglie. In quel luogo incantevole spesso mi chiedevo su quale insenatura, fiume,
strada il signor Dawes stesse posando gli occhi. Ovunque fosse, avrebbe trovato
un nuovo petit coin, dove forse avrebbe pensato alla donna che aveva
pronunciato con tanta difficoltà quella frase. Mon petit coin à moi.
Una sera raggiunsi il mio angolino, meditabonda, persa in riflessioni
sull’anno appena trascorso e su quello a venire, e sulle svolte sorprendenti che
mi avevano portata in questo luogo pacifico. C’era un tronco caduto che, come il
masso in cima al promontorio del signor Dawes, sembrava fatto apposta per
accogliere una schiena. Mi accomodai sulla sua forma familiare e attesi che
l’aria fluisse nella turbolenza che avevo provocato, finché non diventai solo un
altro elemento del paesaggio e le creature che mi circondavano tornarono alle
loro attività.
Un uccello acquatico nero avanzò in una macchia d’erba, la testa che
ondeggiava a ogni passo, e in alto, da qualche parte, un altro uccello cantava
qualcosa tipo: Pi-ttato! Pi-ttato! come se anche lui notasse la bellezza dello
scenario. Vi fu un lievissimo fruscio mentre un serpente nero e snello passava da
un ciuffo d’erba a un altro. Fili di ragnatele pendevano dorati nella tenera luce
liquida e sotto, sul terreno, le falci perfette delle foglie di eucalipto erano
distribuite in una composizione elegante.
Mentre stavo lì seduta, il fiume catturò l’ultima luce, e la superficie si animò
di vibranti disegni rosa e di punti luminosi dove salivano le bolle. Sull’altra
sponda, i tronchi neri avviluppati delle mangrovie, immersi fino alle infinite
ginocchia, fuoriuscivano dall’acqua ombrosa. C’erano lo sciabordio di piccole
onde, il dolce suono sibilante delle casuarine attraversate dalla brezza, il
cinguettio e ciangottio di uccelli invisibili che si preparavano per la notte. Un
nugolo di moscerini si librava nell’ultimo raggio di un sole morente, che dorava
ogni puntino. Mentre la luce cedeva il posto alle tenebre, ogni attimo era una
sorta di dolce turbamento, uno stupore incantato dalla bellezza delle cose
semplici che mi circondavano. Il mondo aveva creato quella leggiadria, e al
contempo aveva generato in me un’affinità che la riconosceva come tale.
Voltandomi a guardare in cima alla salita, distinsi tra gli alberi la sagoma
scura della casa. Una lucina scintillò, si affievolì, si fece brillante e fissa. Era la
signora Brown che accendeva la lampada in salotto. A quella se ne unì un’altra,
in sala da pranzo.
Presto avrei affrontato la collina e sarei entrata in quella luce dorata. Avrei
trovato i bambini, le creature che lì erano fiorite. Conoscevo ogni pieghina del
loro corpo, ogni impulso delle loro piccole anime. Conoscevo ogni angolo di
quelle stanze, ogni disegno nelle venature di ogni asse del pavimento.
Conoscevo ogni albero e roccia del mio petit coin, ogni forma assunta dall’acqua
nel letto del fiume durante l’alta marea. Questa terra – la polvere, le pietre e gli
alberi – era legata a me dalle mille notti passate a respirare la sua aria, da mille
filamenti di memoria. Seduta sulla sponda del fiume, non mi era mai venuto in
mente di calcolare in che direzione fosse l’Inghilterra, per potervi puntare contro
il becco pieno di nostalgia. Questo angolino non mi faceva pensare a un altro
posto. Qui mi concentravo su ciò che mi circondava. Questo cielo. Questa terra.
Quest’acqua e queste pietre.
Non erano carne della mia carne, sangue del mio sangue. Il Devon era la terra
che ospitava i resti di tutti gli uomini e le donne che si erano uniti e che infine
avevano generato me, era il luogo in cui i miei antenati riposavano nel cimitero
di Bridgerule da talmente tanto tempo che le parole sulle lapidi si erano sbiadite.
Ma ormai io appartenevo a questo posto, più di quanto fossi mai appartenuta a
una qualunque altra scheggia della possente massa del globo.
Mi concessi di accettare di rimanere qui per tutta la vita. Di posare i piedi a
terra e fare radici. Di camminare ogni pomeriggio fino al fiume e alle sue ombre
misteriose. Di guardare i miei figli – e forse i miei nipoti – irrobustirsi al sole e
nell’aria dolce e secca. Di farmi crescere questo posto addosso, come una
seconda pelle. Di invecchiare e morire qui, felice di diventare polvere in questa
polvere.
Come l’ago di una bussola che ondeggia ed esita, tremola e alla fine punta in
una direzione, i miei pensieri mi mostrarono ciò che sapevo da lungo tempo,
senza rendermene conto: questa era casa mia.
L’acqua era ormai cupa, le mangrovie spettrali. Seduta sulla sponda del fiume, a
guardare la foresta che radunava ombre sulla riva opposta, non riuscii a
immaginare la possibilità di un futuro qui. Prima o poi il signor Macarthur
avrebbe detto: Torniamo a casa, e io cos’avrei potuto fare? Io forse sapevo che
questa era casa mia, ma la signora Macarthur era costretta a trovarne una
ovunque decidesse il marito. Restare qui era un sogno, un desiderio indefinito.
Ma l’idea era più forte della sua irrealizzabilità. Persino riconoscere quel
desiderio e dargli voce era una sorta di potere.
Sfuggente come il fumo
Strano che per più di due anni nessun nuovo governatore avesse attraccato a
Sydney Cove. Le navi ci portavano diverse voci: il suo nome era questo; non era
stato ancora nominato; stava per arrivare. Ogni nave ospitava una storia diversa,
raccontata con la stessa certezza mozzafiato della precedente.
Nel frattempo, il povero maggiore Grose era sempre meno capace di
occuparsi dei suoi doveri. Le ferite riportate al servizio di Sua Maestà in
America avevano avuto un effetto debilitante e non c’era riposo sufficiente ad
alleviarle. Mi capitava di intravederlo, nelle mie rare e fugaci visite a Sydney, e
notavo il suo pessimo colorito e una nuova corpulenza, sintomo di malattia più
che di gozzoviglie. Perciò non ci stupimmo quando dichiarò di dover rientrare in
Inghilterra per curarsi.
Affidò le redini al suo vice. Il potere non guastò l’amabile colonnello
Paterson, che rimase una persona gradevole come sempre. Sarebbe stato felice,
disse, di limitarsi a tenere in caldo la poltrona, e accolse senza la minima
obiezione i suggerimenti dell’Ispettore dei lavori pubblici. Grazie al nostro
gregge in costante crescita, e a qualche blandizia del signor Macarthur, il
colonnello fu lieto di destinargli quaranta ettari oltre i confini dell’insediamento,
in un posto chiamato Toongabbie, cui ne aggiunse altri quaranta. Il signor
Macarthur non fu l’unico a beneficiare della generosità del colonnello: la terra
veniva elargita ovunque, e nuove fattorie presero a sorgere in prossimità di tutti i
corsi d’acqua.
Le incursioni di Pemulwuy e di altri si infittirono di pari passo con la
ripartizione della terra, provocando danni più pesanti. Il signor Macarthur poteva
rifiutarsi di attribuire il nome di guerra a quegli eventi ma, indipendentemente
dalla definizione, non c’era dubbio su chi stesse avendo la meglio. I soldati
inviati nel Nuovo Galles del Sud per mantenere l’ordine tra i prigionieri erano
stati messi di guardia davanti ai campi di mais. Ma non potevano essere
ovunque, e così un campo dopo l’altro di prezioso mais se ne andava in fumo.
Chi si era insediato nelle zone più isolate e viveva nel terrore quotidiano di veder
saettare qualche lancia fuori dalla foresta, parlava di abbandonare le fattorie. Di
tanto in tanto la situazione si faceva talmente grave che si vociferava – sussurri
subito tacitati, ma persistenti – che alla fine tutti noi saremmo stati costretti ad
abbandonare definitivamente la colonia.
Certo, i nativi subivano delle perdite. Ma non c’era mai una vittoria
definitiva, perché la battaglia veniva sempre combattuta secondo la loro
strategia: incursioni improvvise, ritirate fulminee. Pareva che non ci fosse modo
di farli uscire in campo aperto, sottoposti al tiro delle armi da fuoco. Erano
troppo furbi.
Mi accorsi che mio marito cominciava a prendere la questione sul personale,
intanto che inseguiva un nemico sfuggente come il fumo. Pemulwuy stava
mettendo alla berlina il capitano Macarthur.
Vecchia Cornamusa
Dalla Iconic venimmo a sapere che la Admiral Barrington, con a bordo il nuovo
governatore, avrebbe attraccato di lì a breve. Il signor Macarthur fece sellare il
cavallo e partì per Sydney che la colazione era ancora in tavola, con l’intenzione
di precedere tutti nell’accoglierlo. Si vantò poi di essere salito sulla nave prima
che l’ancora venisse calata. Si intrattenne in una lunga conversazione privata,
che gli permise di delineare al nuovo arrivato un profilo dei diversi personaggi e
problemi con cui avrebbe avuto a che fare, oltre a elargirgli la propria opinione
su come gestirli al meglio.
Il nuovo governatore, come il primo, era un ufficiale della marina e fu
immediatamente ribattezzato dal signor Macarthur Vecchia Cornamusa. Per un
po’ credette a tutto quello che mio marito gli diceva. Ma era stato a Sydney Cove
con la prima flotta e non era uno sciocco. Vide presto l’andazzo della colonia,
che pareva sotto il dominio del Corpo e alimentata a liquore. Sin dal primo mese
fu evidente che progettava di strappare l’autorità agli ufficiali, prosciugando quei
vantaggiosi fiumi di rum.
A sentire mio marito, l’atteggiamento di Vecchia Cornamusa era dettato da
pura e semplice cattiveria. E aveva in mente di annientare proprio lui, il capitano
John Macarthur. Quale offesa! Quell’uomo era un furfante e uno stolto.
L’Ispettore dei lavori pubblici minacciò di abbandonare l’incarico, scrisse
lunghe e feroci missive contro il governatore a Whitehall, avvelenò quante più
menti poté.
Vecchia Cornamusa gli tenne testa. Smascherò la finzione dietro la sua
minaccia di dimettersi da ispettore e affidò seduta stante l’incarico ad altri. Si
seppe che accompagnava le lettere di Macarthur a Whitehall con le sue, e non
permetteva a nessuno di dimenticare che, nella sua persona e per nomina, lui era
il rappresentante di Sua Maestà Re Giorgio III su questo continente.
Il colonnello Paterson, ora vicegovernatore e comandante del Corpo, era
ancora utile, ancora coltivato con cura da mio marito. Ma non possedeva più i
poteri divini di cui aveva goduto quando sostituiva il governatore. Non c’era
dubbio: i giorni di gloria degli ufficiali erano agli sgoccioli.
Più di una volta sorpresi il signor Macarthur chiuso in tetri pensieri, da uomo che
aveva assaggiato trionfi che ora rischiava di perdere. Le sue ambizioni erano
ostacolate da ogni lato: al momento non c’era modo di ottenere nuove terre, le
sue speculazioni lucrose erano minacciate, e la cosa che si rifiutava di chiamare
guerra continuava a covare sotto le ceneri.
Sapevo cosa significavano quei tetri pensieri. Mio marito aveva qualche asso
nella manica.
Intravedere la scena
Una sera si presentò alla porta un messo dalla caserma con un biglietto per il
signor Macarthur.
«Sì» disse lui. «Problemi alle fattorie a nord. Sì, capisco».
Non si mostrò affatto preoccupato o stupito, come se si fosse aspettato
l’arrivo proprio di quel biglietto da un giorno all’altro, sapendo già cosa fare
quando lo avesse ricevuto.
«Di nuovo Pemulwuy?» chiesi.
Il signor Macarthur mi rivolse un sorrisetto che non seppi decifrare.
«Ah, sarà meglio che me ne occupi, mia cara».
Il tono era allegro, cosa che mi stupì, visto che gli obblighi militari
normalmente lo irritavano. Era già fuori dalla stanza, a ordinare di sellargli il
cavallo, e quella notte non fece ritorno.
Dormii male. Non riuscivo a togliermi dalla mente l’atteggiamento del signor
Macarthur mentre leggeva il messaggio. Che combinate, signor Macarthur?
Cos’è che sapete e tenete per voi?
Il mattino seguente, quando mi alzai, regnava la calma. Uscii sulla veranda e la
signora Brown mi portò il tè per colazione. Hannaford svoltò dietro l’angolo
della casa: stava per parlare quando sentimmo il flebile, lieve scoppio di uno
sparo lontano, seguito da un altro. Arrivarono grida dalla città, risuonarono dei
fischi, un tamburo prese a battere convulso, e partì una scarica di spari.
«Cosa succede?» chiesi, in preda a una brutta sensazione, perché qualcosa
non andava e quel qualcosa era legato al biglietto giunto al signor Macarthur, e
che lui stava aspettando.
A quel punto vedemmo il pastorello inerpicarsi su per la collina.
«I nativi» ansimò quando ci raggiunse. «Arrivano i nativi! Dal fiume!
Almeno duecento!»
Gli brillavano gli occhi per la gioia di assistere a un evento di quella portata,
nella sicurezza di poterlo raccontare.
«Il signor Macarthur dice che non c’è pericolo, ma di restare qui, signora. E
non uscire di casa per nessun motivo».
«I nativi» ripeté la signora Brown. «Che Dio li aiuti, non ce la faranno mai
contro le armi da fuoco».
Mentre stavamo parlando ci fu silenzio. C’erano state poche decine di spari,
qualche minuto di grida.
Qualunque cosa fosse accaduta, era finita.
Quando mio marito fece ritorno, quella sera, avevamo ormai sentito un
resoconto – più di uno, a dire la verità – degli eventi. Il fatto principale, comune
a ogni versione, era che, un’ora dopo l’alba, un folto gruppo di nativi – un
numero tra dieci e cento –, capeggiato da Pemulwuy, aveva attaccato la città di
Parramatta. C’era stato uno scontro. Alcuni nativi erano stati uccisi. Forse sei,
forse cinquanta. Secondo alcune versioni, era morto anche Pemulwuy.
Attendevo il ritorno del signor Macarthur con impazienza, perché al mio
orecchio molti aspetti di quei resoconti non avevano senso, in particolare la
questione centrale: perché mai Pemulwuy, quel generale astuto, avrebbe
condotto un attacco frontale, in piena luce, alla parte meglio difesa della colonia?
Un’azione che non aveva mai compiuto prima, e che sicuramente sapeva
destinata a fallire?
Mio marito risalì la collina al piccolo galoppo in serata, e scese di sella con
l’aria soddisfatta di chi ha portato a termine un buon lavoro.
«È vero quello che abbiamo saputo?» chiesi. «Un assalto dei nativi?»
Pensavo che la storia fosse stata alterata mentre viaggiava di bocca in bocca.
«Per sommi capi, sì. Però, moglie, ora fatemi riprendere fiato!»
Ordinò che gli venisse servita la cena, si sedette e si concentrò sul pasto. Gli
versai il vino, un bicchiere anche per me, come qualsiasi moglie paziente in
attesa dei comodi del marito. Ma pareva che preferisse imburrare il pane per il
resto della serata, piuttosto che darmi altre notizie.
«Ebbene, signore, mi terrete in sospeso tutta la notte?» sbottai, addolcendo il
tono aspro con un sorriso.
Si rilassò contro lo schienale e mi scrutò, cercando di far combaciare tono e
sorriso.
«Dunque, ecco com’è andata. Le fattorie a nord sono state attaccate da più di
cento nativi in piena notte».
Era come se stesse fornendo le prove, o dettando una lettera, ogni frase
tagliata e incollata nell’aria.
«I coloni hanno preso le armi e li hanno inseguiti fino al mattino, spingendoli
ai confini della città».
«Fino al mattino» ripetei. «Nella boscaglia. E i nativi si sono diretti verso la
città, senza disperdersi nella foresta?»
Non stavo dubitando. Cercavo solo di capire.
«Sì, mia cara, è quel che vi ho appena detto» rispose il signor Macarthur. «I
coloni sono arrivati con i nativi sul limitare della città. Poi, sfiancati dalla
marcia, sono entrati nell’insediamento. I coloni, intendo. Un’ora dopo li hanno
seguiti i nativi, in gran numero, capeggiati dal nostro amico Pemulwuy».
Le parole erano chiarissime. Tuttavia faticavo a figurarmi gli uomini severi e
saggi, che avevo conosciuto grazie al signor Dawes, compiere le azioni che il
signor Macarthur mi aveva appena descritto.
«Seguiti!» esclamai. «Perché mai i nativi li avrebbero seguiti, se erano stati
braccati da loro fino al mattino?»
Il signor Macarthur tacque. Fissava la candela sul tavolo, su cui scivolava una
goccia di cera grigia. Si protese e bloccò la cera con un dito, attento a rimuoverla
nei punti in cui si attaccò alla pelle. Nella stanza aleggiava una strana atmosfera.
Come se uno spiffero gelido fosse entrato e si fosse seduto con noi.
Mi scervellai nel tentativo di dare forma alle sue parole. I coloni seguiti da un
gran numero di nativi. E riuscii a trovare un’unica spiegazione.
«Ora capisco!» gridai. «Gli era stata fatta una promessa!»
«Una promessa! Quale promessa, di grazia, e perché?»
Mi scrutò attentamente, ma la mia esclamazione non era dettata dalla
diffidenza. Era solo che sfiancati dalla marcia mi sembrava una spiegazione
troppo elaborata, mentre quel seguiti lo trovavo insufficiente.
Ma mi ero avventurata su sentieri che il signor Macarthur non voleva
percorressi.
«Vi chiedo perdono, signor Macarthur».
Se volevo scoprire di più, dovevo eliminare quello spiffero.
«È solo che, come certo capirete, abbiamo sentito gli spari vicini ed è
normale che io desideri sapere tutto».
Sapere tutto. Usai un tono frivolo, come se sapere tutto di quegli spari
equivalesse a sapere tutto del prezzo di una libbra di maiale allo spaccio.
«Saprete tutto, siatene certa».
Lanciò un’occhiata obliqua, come se si stesse rivolgendo all’angolo del
soffitto.
«Pemulwuy era furioso. Ha minacciato di usare la lancia contro il primo che
gli si fosse avvicinato. E ha trafitto uno dei soldati».
Il tono del signor Macarthur si appiattì su furioso e trafitto, togliendo vivacità
a quelle immagini, trasformandole in banalità tipo un breve acquazzone o una
bella giornata.
Ha trafitto uno dei soldati. Se Pemulwuy avesse voluto ferire o uccidere il
soldato, nulla glielo avrebbe impedito, ma di questo il signor Macarthur non fece
parola. Mi sforzai di intravedere la scena come attraverso una fitta nebbia. Ha
trafitto uno dei soldati, un’immagine abbastanza chiara, come anche il fatto che
fosse furioso; ma cosa c’era dietro il braccio che lanciava e la furia che lo
muoveva?
«Se mi è concesso chiederlo, signore, perché mai Pemulwuy era tanto
furioso? Era stato detto o fatto qualcosa? Magari un inganno smascherato o una
promessa non mantenuta?»
Mi sforzai di usare il suo stesso tono spento, per indurlo a dire di più.
«Oh, per l’amor del cielo, donna!» gridò. «Vi aspettate forse che io riesca a
sondare la mente di un selvaggio? Smettetela di incalzarmi come un maledetto
avvocato!»
Prese la brocca, si riempì con precisione il bicchiere e prese un sorso.
«Davvero, mia cara» aggiunse con una risata forzata. «Come potete aspettarvi
che un uomo trovi lo spazio per infilare una risposta alle vostre domande?»
«Ma, signor Macarthur, dovete riconoscere che questa storia è alquanto
strana».
«Mia cara» rispose lui con tono flautato. «Voi qui conducete una vita
protetta, com’è giusto che sia. Ma quelli di noi che ogni giorno si affannano a
trattare con i nativi sanno bene che non sono creature dotate di raziocinio».
Attesi, anche se ero sempre più certa di assistere a una recita. Lui prese
tempo, sorseggiando ancora il vino e deponendo il bicchiere con cura.
«Quindi» proseguì, «poiché Pemulwuy ha dato inizio al conflitto con le sue
azioni, è stato necessario far assaggiare ai nativi la superiorità delle nostre armi
da fuoco».
Alla fine il quadro mi fu chiaro. I soldati si erano disposti in formazione con i
fucili carichi, in attesa dell’ordine di far fuoco. Quando Pemulwuy aveva
sollevato e tirato la lancia, l’ordine era stato impartito. Dall’uomo al comando.
Mio marito era un soldato. La sua professione, almeno in teoria, implicava lo
spargimento di sangue. Ma fino al trasferimento a Parramatta essere un soldato
per lui aveva significato poco più che indossare un’uniforme, rispettare i
protocolli del rango e salire di grado. Sentendolo parlare della superiorità delle
nostre armi da fuoco, colsi l’aspetto sanguinoso – la carne e le ossa – della sua
professione.
Forse non aveva brandito un’arma, forse non aveva premuto in prima persona
il grilletto obbediente che avrebbe spedito una pallottola di piombo a lacerare la
carne e a ridurre in frammenti le ossa di un altro essere umano. Ma forse era
stata sua la voce che aveva dato l’ordine. Fuoco! Sua la scelta tra il pronunciare
la parola o non farlo.
Avvertii un nodo in gola all’idea di mio marito, che penetrava il mio corpo
ogni sera, che proferiva quella parola orribile.
«Quanti morti?»
La domanda suonò strana.
«Morti? Quanti morti? Oh, cinque o sei. E diversi feriti».
«E Pemulwuy, è morto anche lui?»
Sollevò il bicchiere e lo svuotò.
«Pemulwuy è stato catturato vivo. Con sette pallettoni in corpo. È stato
trasferito in ospedale, dove rimarrà prigioniero».
Si tamponò la bocca, gettò il tovagliolo accanto al piatto e si rilassò sulla
sedia, le braccia conserte.
«Ho motivo di credere, mia cara, che con il generalissimo scuro in mano
nostra, i selvaggi non ci procureranno più fastidi».
Un grande gelo
Il mattino dopo mi recai sul luogo dei fatti, comunque si fossero svolti. Un
piantone all’ingresso dell’ospedale era l’unico elemento fuori dall’ordinario.
L’erba, le pietre, la polvere non mostravano alcun segno degli eventi.
Di certo c’era solo che erano stati sparati dei colpi. Li avevo sentiti con le mie
orecchie.
Non era un fatto accertato, ma una probabilità, che Pemulwuy fosse stato
fatto prigioniero. Sette pallettoni. Se era vero, ecco un’ulteriore stranezza in
quella storia strana. Significava che i moschetti usati contro gli uomini che,
stando al signor Macarthur, erano morti, erano caricati a pallottole, mentre quelli
puntati su Pemulwuy erano caricati a pallettoni. Mi venne in mente una ragione
incontrovertibile per quella diversa scelta: era stato tutto pianificato, anche la
volontà di non uccidere Pemulwuy, ma di farlo prigioniero.
Gli ufficiali di Sua Maestà avevano studiato la storia. Sapevano che
uccidendo un condottiero in battaglia si correva il rischio di insignirlo del
pericoloso appellativo di martire. Farlo prigioniero, invece, equivaleva a
distruggerlo. Lo si poteva esibire e umiliare, giustiziare o mandare in esilio.
Magari lo si poteva indurre a far arrendere il suo popolo. A prescindere da come
si fosse scelto di procedere, una volta fatto prigioniero il capo la vittoria era
assicurata.
Rimasi lì, il cuore avvolto in un grande gelo, a contemplare un vuoto che
nascondeva così tanto. Il fiume si increspava e luccicava al sole del mattino, uno
stormo di pappagalli rossi dardeggiò garrendo sull’acqua, una gazza troppo
giovane per essere cauta saltellava sul sentiero davanti a me. Qui nulla era
cambiato. Gli ipotetici cadaveri erano stati rimossi e il sangue era stato coperto
con la terra. Niente testimoniava dell’accaduto. Tranne le parole di quella storia,
tagliate e incollate nell’aria.
Non avevo un altro posto dove tornare, se non nella casa di mio marito, dove i
figli che gli appartenevano si sarebbero svegliati e gli uomini e le donne di cui
era il padrone si sarebbero occupati delle sue necessità. Potevo tentare di
estorcergli altri dettagli, ma a che sarebbe servito? Aveva elaborato la sua storia,
non aveva motivo di cambiarla.
Rimasi ferma tanto a lungo da attirare l’attenzione dei soldati in servizio
all’esterno della caserma. Li vidi parlottare tra loro lanciandomi occhiate, e
prima che potessero avvicinarsi chiedendo: Tutto bene, signora Macarthur? mi
girai e mi avviai verso la casa e l’uomo che era, finché la morte non ci avesse
separato, mio marito.
Sarebbero passati i giorni, le settimane, i mesi. Il resto della mia vita. Ma
dietro ogni momento, per sempre, avrebbe aleggiato il fantasma di quelle vite
stroncate e di una storia poco convincente.
Fertilità
Il posto delle anguille si rivelò assai fecondo, e non solo per le pecore. Elizabeth
non aveva ancora compiuto due anni che venne al mondo James. Oh, era un
bambino bello e forte, placido e dolce, e adoravo guardare la sua presa sicura
sulla vita, assai diversa dagli inizi stentati di Edward e dalla persistente fragilità
di Elizabeth. Era il primo che potevo amare senza la paura di perderlo, e i giorni
che passai con lui furono una pura gioia. Provai un tuffo al cuore quando, al suo
primo compleanno, mi accorsi di essere di nuovo incinta.
Poi James morì. Una febbre improvvisa si portò via nel giro di due giorni
quel bambino sano, divenuto fiacco e pallido, gli occhi sempre più vacui mentre
lo guardavo senza poter trovare un rimedio. La signora Brown mi raggiunse
nella stanza soffocante e in penombra dove il suo corpicino giaceva tra i
bendaggi e gli infusi che gli avevamo somministrato. Mi sostenne, immobile; mi
fece spazio tra le sue braccia, lasciandomi provare quel terribile vuoto. Non
parlò, ma rimase con me mentre affrontavo ciò che andava affrontato.
Lo seppellimmo a Fairview, una piccola fossa con una piccola bara e una
piccola lapide con il suo nome inciso. Mi rese il posto più caro, una parte di
questa terra che ero io stessa, una parte di me sepolta in essa.
Dovetti accantonare il dolore per la sua perdita e prepararmi all’arrivo del
nascituro, John. Lo amai, ma la sofferenza offuscò quell’amore. Lui divenne
adulto, anche se morì prematuramente. Forse, nel profondo, fu sempre
consapevole del fatto che sua madre, immersa nella foschia del dolore per la
perdita del fratello, non aveva saputo accoglierlo come avrebbe meritato.
John aveva a sua volta compiuto a malapena un anno che partorii una
seconda bambina, perciò John e Mary furono più gemelli che fratelli. Mary
aveva due anni quando arrivò un terzo maschio che, su insistenza del signor
Macarthur, venne chiamato James. Due anni dopo fu il turno di William; poi,
dopo una pausa, quello di Emmeline.
Non avrei mai dovuto farlo
Come ogni gentiluomo della colonia, il signor Macarthur era convinto che i figli
dovessero ricevere un’educazione appropriata in Inghilterra. Non avevo nessun
argomento da contrapporre a quell’idea, perché di fatto nella colonia non
esisteva una scuola degna di tal nome. Avevo già versato qualche lacrima in
privato per quello che sarebbe accaduto ai miei bambini quando fossero
cresciuti. Non appena erano abbastanza grandi da pronunciare il nome della
madrepatria, il signor Macarthur insegnava loro che l’Inghilterra era la fonte di
ogni bene, e loro ne parlavano rapiti.
Quando Edward compì sette anni fu trovato un certo signor Skinner, che lo
avrebbe portato in Inghilterra e l’avrebbe sistemato in una scuola. Il signor
Macarthur me lo comunicò leggendo la data della partenza sul messaggio inviato
dal signor Skinner, come se si trattasse di una cosa di poco conto. Ma notai che,
mentre parlava, con le dita ripiegava un angolo del foglio, lo ripiegava e lo
lisciava, lo ripiegava e lo lisciava.
Sapevo da sempre che quel momento sarebbe arrivato, ma speravo che
avvenisse più in là. Sempre più in là. Non con la concretezza brutale di adesso.
«È troppo giovane» dissi, «non potremmo aspettare?»
Agitò la lettera contro la gamba, come per colpirsi.
«Sciocchezze» disse la bocca al di sopra di quella mano agitata. «Non c’è
niente da guadagnare nell’attesa. Niente di niente».
Poi mi stupì, venendo al mio fianco e passandomi il braccio intorno alle
spalle.
«Mia cara» disse, e per una volta l’affetto fu dolce. «Mia cara, comprendo
come questa sia una grande prova per voi. Come per ogni madre».
«Non per un padre?»
Tolse il braccio, ripiegò il foglio, lo infilò in tasca.
«Si divertirà» disse.
Cadde il silenzio, mentre entrambi ascoltavamo la vacuità di quelle parole.
«Non si può fare altrimenti» aggiunse, e per un attimo condividemmo la
stessa tristezza.
Il signor Macarthur mi aveva ordinato di non accomiatarmi da Edward.
Altrimenti, aveva aggiunto, la separazione sarebbe stata troppo dura.
«Ma bisogna prepararlo» obiettai. «Dobbiamo dirglielo».
«Sciocchezze. Facciamolo salire a bordo in allegria. Se penserà che si tratta
di una separazione, farà difficoltà».
«Ma farà difficoltà comunque, quando la nave sarà in navigazione e si
renderà conto dell’accaduto!»
«Oh, gli passerà presto. I bambini dimenticano in fretta».
Io, il signor Macarthur e il signor Skinner accompagnammo Edward in
cabina, dove il signor Skinner gli mostrò tutti gli strumenti ingegnosi per riporre
e assicurare ogni cosa. Mentre Edward era concentrato sul funzionamento del
chiavistello dell’armadietto, il signor Macarthur mi fece segno di andare. Esitai.
Lui insistette.
Mi chinai per baciare il piccolo. Un ultimo abbraccio. Ma per lui il
chiavistello in quel momento era più interessante della madre: era una cosa
nuova. Sua madre gli era familiare, affidabile come l’aria. Il signor Macarthur
mi sollecitò a uscire, mi condusse alla porta, ma mentre mi giravo per andare mi
strappai il fazzolettino dal corpetto e lo infilai nel fagotto di Edward.
Non mi era necessario essere a bordo per sapere che alla fine si sarebbe
stancato di tutte le novità della nave, avrebbe cercato la mamma, non l’avrebbe
trovata e, quando avesse chiesto dove fosse, gli sarebbe stato risposto che non
c’era. Che non l’avrebbe rivista per anni. Un lasso di tempo che per lui non
aveva molto significato, ma il fatto fondamentale gli sarebbe stato chiarissimo:
la mamma lo aveva abbandonato. Si sarebbe rivolto al grande e grosso signor
Skinner, sapendo che per un futuro apparentemente infinito non avrebbe potuto
sperare in nient’altro.
Il tradimento avrebbe alimentato il pianto. Il tradimento, perché gli era stato
permesso di salire, curioso e spensierato, a bordo di quella nave.
Non avrei dovuto lasciarmi persuadere. Avrei dovuto far sedere il piccolo
prima dell’imbarco, spiegare, arginare le sue proteste; avrei dovuto stargli
accanto mentre lui accettava i fatti. Persino all’ultimo minuto avrei potuto dire:
Edward, dimentica il chiavistello, sto andando via.
Codarda, in preda alla confusione e incerta, mentre sbarcavo a fatica sapevo
solo di aver permesso che venisse compiuto un terribile torto.
Fui debole, e vorrei tanto non esserlo stata.
Casa
Il signor Macarthur aveva fatto del suo meglio per minare l’autorità di Vecchia
Cornamusa, e dapprima parve vincere la partita. Ma vedevo bene che, sotto le
sfuriate per le offese e gli oltraggi, avvertiva un cambiamento negli umori della
colonia. Saggiò il vento, e mi disse che qualcuno pareva evitarlo. Sembrava che
alcuni fossero scivolati discretamente nell’ombra protettiva del governatore.
Persino una moglie come me, che viveva isolata in una fattoria di Parramatta, se
ne rendeva conto: gli uomini cercavano di coprire il proprio fianco
improvvisamente esposto.
Una sera il signor Macarthur mi raggiunse in salotto.
«Mia carissima e amatissima moglie» esordì.
Sentii i nervi tendersi.
«Siete stata la regina delle mogli, ma la vostra pazienza è finalmente
ricompensata. Mi sono convinto a vendere i nostri beni qui per poter tornare
nella terra dei nostri avi».
Di colpo mi sentii una donna che, dopo aver camminato sicura, metteva il
piede in fallo tra l’erba sul ciglio delle scogliere di Bude. Per un istante, prima di
venir afferrata dalla gravità, quella donna avrebbe creduto ancora di potersi tirare
indietro. Nessuna paura, solo l’idea di una rete che la afferrasse, di un angelo che
la riportasse in cima. E mentre precipitava avrebbe continuato a sorridere.
Invece niente rete, né angeli. Solo il tentativo disperato di aggrapparsi a
qualcosa. A un filo d’erba, all’aria.
«Che meraviglia» dissi. Mi tremava la voce, e lui sorrise indulgente per
quella che scambiò per gratitudine.
«Che meraviglia rivedere casa, quale splendida notizia» proseguii, come se
bersagliare l’idea di parole potesse impedirle di realizzarsi.
In attesa di un’ispirazione, mi imposi un’espressione che mi pareva adeguata
a chi non desidera che tornare in patria. Quell’eventualità era sempre stata
inevitabile, ma mi ero concessa di pensare che non sarebbe accaduta prima di
domani, di un mese, di un anno. Ora inorridivo per l’illusione in cui mi ero
cullata. Tutte quelle sere nel mio petit coin, tutti quei pomeriggi a Fairview, tutti
i figli nati e morti, e io ero andata avanti come se dovesse durare per sempre.
«Offrirò la tenuta a Sua Eccellenza» disse il signor Macarthur.
L’epiteto conteneva sempre una punta di derisione.
«Solo la Corona ha le risorse per acquistare un possedimento tanto prezioso.
Chiederò duemila sterline. Le vale da sola la casa. Un vero affare».
Furono le parole un vero affare che permisero a qualche genio di farmi visita
abbastanza a lungo da mostrarmi la strada.
«Duemila sterline!» esclamai. «Un atto di pura generosità, signor Macarthur.
Un dono davvero munifico. Sua Eccellenza ne sarà commosso».
«Un dono!» esclamò lui. «Un dono a Sua Eccellenza!»
Io ero un emblema di innocente entusiasmo.
«Va a fare il paio con la vostra generosità nel prestare servizio in questo
luogo. Lavorando ben oltre il dovuto, sfiancando il cavallo nell’andirivieni da
Sydney, rendendovi insostituibile nel creare prosperità! E ora, ecco il nobile
dono della migliore fattoria del Nuovo Galles del Sud, la terra sgomberata e
coltivata, una bella casa, per non parlare del bestiame, i cavalli e, ovviamente, le
pecore. Dopotutto una dozzina delle vostre pecore è di pura razza spagnola,
introvabile al di fuori della Spagna!»
Mi imposi di tacere. Le parole avevano cominciato a formarsi da sole, e il
tono della mia voce si era fatto troppo acuto.
«Certo, duemila per la casa e la terra. Ovviamente, con il raccolto e il
bestiame la cifra cambia. Chiederò almeno tremila sterline a Vecchia
Cornamusa».
Annuii, ma mi concessi un’aria lievemente corrucciata.
«Qui siamo riusciti a garantirci una certa agiatezza» dissi. «Dubito che a casa
godremo dello stesso benessere. Ma il vostro caro fratello forse ci troverà una
casa modesta. E qualcuno tra i vostri compagni d’armi sicuramente saprà
suggerirci come gestire al meglio il vostro salario».
Il silenzio del signor Macarthur prometteva bene.
«I cavalli» disse. «Dimenticavo i cavalli. I migliori purosangue del paese.
Forse sarebbe meglio quattromila».
Parve incerto. In effetti era una cifra colossale.
«Se vi chiedesse di vendere a meno, dopo tanti anni di servizio, sarebbe una
vera offesa».
Si alzò, come se fosse stato punto, attizzò il fuoco e ripiombò a sedere. La
parola offesa era stata la mia carta vincente. Mi colse il dubbio che il subdolo
signor Macarthur e la sottoscritta in fin dei conti non fossero tanto diversi l’uno
dall’altra.
In un barlume di estro ispirato avevo agito al meglio. Però non ero sicura dei
risultati. Certo, era possibile che la Corona rifiutasse di sborsare quattromila
sterline per qualcosa che, tanto per cominciare, in origine aveva regalato, e
quindi saremmo rimasti. D’altro canto, il governatore forse sarebbe stato
talmente lieto di liberarsi del signor Macarthur da pagare qualsiasi cifra, e quindi
saremmo partiti.
Il governatore comunicò al signor Macarthur di aver immediatamente scritto a
Whitehall, caldeggiando l’acquisto. A Whitehall però non sembravano persuasi
da quella opportunità. A quanto pareva, i funzionari avevano mostrato un certo
stupore nello scoprire che un ufficiale pagato dalla Corona per prestare un
servizio governativo avesse trovato il modo di mettere insieme tanto in fretta una
simile tenuta. All’improvviso Whitehall mostrò un grande interesse per il
capitano John Macarthur e per i suoi affari, soprattutto riguardo ai fiumi di rum
di cui aveva supervisionato l’importazione.
Non si parlò più di vendere, ma non mi concessi di esultare. Era solo una
tregua. Conoscevo mio marito. Una volta presa una decisione, niente lo fermava.
Ogni sera andavo nel mio petit coin, come sempre, ma ormai lo facevo con
malinconia, preparandomi a un addio.
Confesso di essermi abbandonata ad altre fantasticherie. L’arsenico. La
belladonna fatale. Avrei mai trasformato il pensiero in azione? In un libro, forse.
Ma la mia vita era al contempo più semplice e più complicata di qualsiasi storia
di fantasia, e sapevo di non essere un’assassina.
Incastro a coda di rondine
Una sera, un anno dopo la notte delle quattromila sterline, il signor Macarthur
mi mise a parte di un altro progetto grandioso.
«Carissima» disse, mentre ci accomodavamo davanti al fuoco dopo cena,
«sono convinto da tempo che abbiamo realizzato un’ottima speculazione. Ho
quindi deciso che il nostro futuro sarà qui e ravviso prospettive vantaggiose nella
produzione di lana fine».
«Lana fine!» esclamai. Solo chi mi avesse conosciuto meglio del signor
Macarthur avrebbe distinto il divertimento nel mio tono.
«Un uomo dotato di raziocinio non può non capire come questa colonia abbia
bisogno di un prodotto che si presti all’esportazione. La lana si adatta allo scopo.
Abbiamo appurato che in questo paese le pecore prosperano».
Sollevai il ventaglio, come per proteggere le guance dal fuoco.
«Le spagnole che mi sono procacciato hanno dimostrato quel che si può fare»
proseguì. «L’ipotesi di unire le spagnole a incroci meno puri ha superato di gran
lunga le mie aspettative».
Lo fissai da dietro il ventaglio. Non tradiva la minima consapevolezza del
fatto che l’ipotesi, come lui la chiamava, non era stata affatto un’idea sua. Non
fingeva, non mentiva. Compresi che la sua forza più grande stava nell’occupare
con tutto se stesso gli edifici che creava, dimenticando in buona fede che erano
frutto di pura invenzione.
Andava su e giù per la stanza parlando con tale fervore che gli si accumulò
della saliva bianca agli angoli della bocca. Non solo aveva accoppiato le pecore
in modo da produrre la lana più fine mai vista al mondo. Ora sarebbe andato
oltre, avrebbe seguito direttamente ogni aspetto della sua immissione sul
mercato.
Non ci si poteva limitare a caricare i fusti di lana di John Macarthur su una
nave per inviarli a Londra e aspettare che i mercanti si assiepassero sul molo per
accaparrarsela! Serviva la presenza di un esperto, qualcuno dotato di fiuto per gli
affari che potesse condurre la transazione. E c’era solo un uomo in grado di
farlo: lui stesso. Appena possibile, avrebbe inventato un pretesto per avere una
licenza dal Corpo e avrebbe trovato un passaggio per Londra assieme a un carico
di lana. Si scusò perché io sarei dovuta rimanere nel Nuovo Galles del Sud,
calcando la mano sulle lusinghe.
«Sono perfettamente consapevole, mia cara moglie, delle difficoltà che
incontrerete nel curare i nostri interessi qui. Ho la certezza che non ne esista uno
su un milione dotato della risoluzione e della perseveranza necessarie per
affrontarle. Ma confido che voi, mia carissima moglie, saprete superarle,
rendendomi un uomo grato e compiaciuto».
Dovetti mostrarmi dubbiosa delle mie capacità. Esibire entusiasmo sarebbe
stato controproducente. Mi fu facile sfiorare i tasti giusti, visto che lui non stava
praticamente ascoltando. I suoi orizzonti erano invasi dal quadretto di se stesso
che calcava le scene di Londra, un Giasone del nuovo mondo che abbagliava
tutti con il suo vello d’oro. La vera fatica fu nascondergli il mio sollievo.
Sei mesi di traversata fino in Inghilterra, sei mesi per tornare. Un anno nel
mezzo, per prendere confidenza con quel commercio. Due anni, quindi. E se io e
Hannaford fossimo riusciti a mandare un carico dopo l’altro, il signor Macarthur
si sarebbe sentito in obbligo di restare a Londra per occuparsi della vendita. La
sfida – la mia mente, come la sua, si librava verso il futuro – sarebbe stata quella
di assicurarmi un flusso di lana costante, ma non troppo da farci accumulare un
capitale che ci permettesse di tornare in Inghilterra. Mi abbandonai alle
fantasticherie: due anni, quattro. Otto.
Ma mi imposi di non sperare. Non era ancora partito.
La logica del progetto era perfetta. Il signor Macarthur voleva avviare un
commercio di lana. Io ero ben contenta di restare qui a produrla. Fu con una
soddisfazione tinta d’ironia che compresi come in quell’affare, se non in altri, io
e il signor Macarthur collimavamo con la stessa delicatezza di un incastro a coda
di rondine.
Due possibilità su cinque
Prima che il signor Macarthur potesse organizzare il passaggio, tra gli ufficiali si
levò un certo tumulto. Si trattava del governatore. Mio marito mi risparmiò i
dettagli, né io volli approfondire. Comunque c’era stato un processo, condotto
come sempre dagli ufficiali del Corpo, e il governatore era stato tanto sciocco da
opporsi al giudizio espresso dalla corte.
C’era qualcosa nel signor Macarthur che aveva l’effetto di mandare gli altri in
tale frenesia da farli agire contro i loro stessi interessi. La sua arte più raffinata
forse era quella della provocazione: istigava chiunque alla stupidità con
precisione chirurgica, disprezzo glaciale, sdegno superbo. Signore, mi sarebbe
venuta voglia di dire al governatore, evitate per quanto possibile di punzecchiare
mio marito. Potreste pensare di vincere, e forse per un po’ sarebbe anche così,
ma alla fine ne uscireste distrutto.
Con l’incoraggiamento del signor Macarthur il tumulto si fece esplosivo. Gli
ufficiali si accordarono e chiusero ogni comunicazione con il governatore,
arrivando a ignorarlo per strada. Tutti, tranne il colonnello Paterson. Bonario per
natura, era anche guidato da altri motivi. Era un vecchio amico del governatore,
ed entrambi erano i protetti del potentissimo Sir Joseph in Inghilterra. Il
colonnello doveva scegliere tra inimicarsi il governatore e Sir Joseph oppure il
signor Macarthur. Si trovava esattamente dove il signor Macarthur voleva vedere
i suoi avversari: preso tra due fuochi.
Quando la questione raggiunse il punto critico, in casa si scatenò un
pandemonio: il signor Macarthur tornò di furia da Sydney e mise a soqquadro la
biblioteca, in cerca della custodia con le pistole da duello. Rimasi sulla porta
mentre le controllava con mani tremanti, non per la paura ma per l’eccitazione.
La molla dentro di lui era sul punto di scattare.
«Paterson mi ha sfidato, il pazzo. Dio abbia pietà di lui, perché da me non
l’avrà!»
«Signor Macarthur» iniziai a dire io tendendo la mano, ma non ci fu verso
che mi desse ascolto. Sorrideva, gli occhi socchiusi per il piacere, come sul
punto di gustare una prelibatezza.
«È la mia preda» disse. «Mia cara moglie, vi invito a non tentare di
dissuadermi dalla caccia!»
«Signor Macarthur» ripetei, incapace di decidere se desiderassi fermarlo o
incoraggiarlo. Ogni scelta proiettava una serie di conseguenze che sul momento
non ero in grado di valutare.
«Non vi preoccupate» disse lui, benché non fossi riuscita a trovare qualcosa
da dire. «Ormai sono talmente preso che il gioco comincia a divertirmi».
«A divertirvi» ripetei. «Il gioco».
Surclassa in astuzia e pazienza. Un motto che mi era stato utile, ma ormai
avevo esaurito l’astuzia e consumato tutta la pazienza.
Se ne andò, lasciando la casa in un silenzio assoluto, quasi stesse trattenendo
il respiro. Mi fermai oltre la porta a guardare il giardino, il suono del cavallo
spronato al galoppo che si affievoliva in lontananza.
Il duello avrebbe avuto luogo dietro la caserma di Parramatta, in uno certo
spazio tra gli alberi in cui, come sapevo, si erano già combattuti altri duelli senza
spargimento di sangue. Immaginai che si sarebbero riuniti tutti lì: i duellanti, i
padrini, il chirurgo. Le pistole sarebbero state caricate – dal signor Macarthur,
ovviamente. Poi ci sarebbe stato il rito della misurazione della distanza con i
passi. Quindi gli spari. Se fossi uscita di casa li avrei sentiti. Uno, due.
E poi? La mia parte razionale prospettò le varie possibilità. Entrambi i
duellanti mancavano il bersaglio. Il signor Macarthur feriva il colonnello. Il
colonnello feriva il signor Macarthur. Il colonnello uccideva il signor Macarthur.
Il signor Macarthur uccideva il colonnello.
L’aritmetica mi disse che c’era una possibilità su cinque che nel giro di
un’ora mio marito mi venisse restituito cadavere. Una su cinque che fosse
arrestato con l’accusa di omicidio. Due possibilità su cinque, dunque.
Non diedi voce al pensiero: Due possibilità su cinque di liberarmi di lui. Ma
voglio essere onesta, feci quei calcoli in preda alla speranza, non allo sgomento.
Non avrebbe senso mentire in queste pagine intime.
Il signor Macarthur rincasò molto tardi, né vittima né assassino. La pallottola del
colonnello aveva mancato del tutto il bersaglio, mentre la pistola truccata del
signor Macarthur aveva spedito una pallottola nella spalla del colonnello.
Persino nel tumultuoso Nuovo Galles del Sud era impossibile sorvolare sul
ferimento in duello di un superiore di grado. Il governatore fu costretto a
prendere provvedimenti. Fino a quando non si fosse accertato che il colonnello
Paterson fosse fuori pericolo, il signor Macarthur sarebbe stato sottoposto a
restrizioni: gli fu proibito di lasciare il proprio domicilio. Al che, ovviamente, il
prigioniero scrisse al governatore chiedendo se gli fosse permesso di spostarsi da
una stanza all’altra di casa sua. In veranda ci poteva andare? E al gabinetto?
Una volta appurato che il colonnello sarebbe sopravvissuto, il signor
Macarthur invocò la corte marziale per restituire dignità al proprio nome. Il
governatore non ne volle sapere, manifestando l’intenzione di scagionarlo, ma
solo se avesse promesso di mantenere la calma. Una pessima mossa: fu facile per
il signor Macarthur rifiutare l’offerta del governatore. Voleva solo calpestare il
suo onore, quell’orpello corrotto.
Fu allora che capii. Rifiutando l’offerta, avrebbe costretto il governatore a
mandarlo in Inghilterra per subire un processo.
Il signor Macarthur lasciò Parramatta sul battello postale per Sydney un bel
pomeriggio di novembre. Il giorno dopo si sarebbe imbarcato sulla Hunter, una
nave di Sua Maestà, veleggiando oltre Sydney Cove, oltre le baie e i promontori
del porto, tra gli scogli che avevamo oltrepassato con la Scarborough dodici anni
prima, e infine nell’oceano che lo avrebbe riportato in Inghilterra.
Guardai la piccola imbarcazione seguire la corrente sul fiume e solcare la
grande ansa dove le mangrovie si spargevano nell’acqua, per poi sparire. Un
attimo prima era lì, quello successivo era svanita, quasi fosse inghiottita
dolcemente dalle mangrovie: prua, scafo, poppa, lo strascico di un ultimo
sventolio di bandiera. Rimasi a osservare come se dovesse ricomparire, farsi più
grande, tornare al molo, come se l’idea della partenza del signor Macarthur fosse
solo una bella fantasticheria.
Continuai a guardare per un tempo indefinito, il tempo nuovo che
apparteneva solo a me. Poi rimasero solo i puntini di luce che danzavano sul
fiume, l’indaffarato sciabordio dell’acqua contro le rocce della banchina, un
gabbiano che sfrecciò con uno strido acuto e la sottoscritta, una donna che
inalava l’aria dolce della solitudine.
Da allora sono passati quarant’anni e ora sono seduta nella stanzetta luminosa
della casa di Parramatta, dove per tanto tempo ho sbrigato i miei affari. Il signor
Macarthur ha chiamato questo posto Elizabeth Farm, ma nell’intestazione delle
mie lettere è solo Parramatta, e non scrivo mai questa parola senza pensare alle
persone che così l’hanno battezzata nella loro lingua, e per le quali Parramatta è
sempre stata e sempre sarà il posto delle anguille.
Ora, dopo tanti anni trascorsi qui, ho la piena consapevolezza di ciò che è
stato fatto ai gadigal, ai wangal, ai cameraygal, ai burramattagal e a tutti gli altri.
Non hanno solo subito il furto delle terre, il danno alle loro tradizioni. Non
hanno solo patito atrocità. E morti. Dietro tutto questo risiede un’altra violenza,
più profonda: la sostituzione della storia vera con una falsa.
Mi tocca da vicino – letteralmente, visto che me ne sto seduta a guardare il
fiume nel punto in cui si suppone siano accaduti i fatti – ciò che accadde un’ora
dopo l’alba di quel mattino estivo, quando Pemulwuy trafisse un soldato con la
sua lancia.
Lui fuggì dall’ospedale, i ceppi che ancora gli stringevano la gamba.
Continuò a saccheggiare per qualche anno, fino a quando fu offerta una taglia
per la sua cattura, vivo o morto. Gli sparò un colono che, a riprova
dell’uccisione, gli tagliò la testa, successivamente inviata in Inghilterra per la
gioia degli uomini di scienza.
La morte di un uomo non significò la fine delle incursioni, che continuano
tutt’oggi, nelle zone più lontane. Come potrebbe essere altrimenti? Saccheggi e
oltraggi, li chiamiamo. Ma sarebbe più corretto definirli difesa della propria
terra.
Tuttavia, dopo quella mattina i coloni sperimentarono una nuova sicurezza.
Chiamarono quel tafferuglio la Battaglia di Parramatta, come se pochi minuti di
caos potessero trovare posto accanto alla battaglia delle Termopili o di
Agincourt: una vittoria avvenuta sotto l’egida di Dio.
La Battaglia di Parramatta conferma la storia che i coloni tendono a
raccontarsi sui popoli che hanno cacciato: tutta gente irrazionale e priva di
buonsenso. Santo cielo, erano convinti di potersi impadronire di una delle
guarnigioni di Sua Maestà! Questo e altri fatti rafforzano nei coloni la
convinzione che la cacciata dei nativi rientri nell’ordine naturale delle cose, dove
il forte e l’intelligente si sostituiscono al debole e allo sciocco. Per quanto sia
triste, si rassicurano a vicenda sul fatto che sia inevitabile come l’avvicendarsi
del giorno e della notte.
Il signor Macarthur scrisse un resoconto del tafferuglio, che forse fu inviato
al governatore, il quale probabilmente lo trasmise al capitano Collins, all’epoca
in Inghilterra. Collins lo inserì nella sua storia della colonia e, per quanto ne so,
nessuno l’ha mai messo in discussione.
Forse sono state le lezioni di astronomia a farmi dubitare di ciò che sembra
assodato. Quelle e la certezza che il popolo di Pemulwuy non è né debole né
sciocco. Per credere alla storia riferita dal capitano Collins bisogna essere
convinti del contrario.
Non ho idea di cosa sia accaduto in quel lontano mattino. So solo che non
può essere andata come il signor Macarthur ha raccontato a me e il capitano
Collins ha riferito al mondo. Conoscendo mio marito, sono certa che si sia
trattato di un inganno: una trappola, un’imboscata o una promessa tradita. In
ogni caso la verità è stata occultata, sostituita da una storia diversa.
Sono una nuova arrivata in questo posto, all’oscuro della sua grana profonda. Il
lasso di vita di una donna non si può paragonare alle infinite generazioni di
popoli che risiedono qui da sempre. Tuttavia, ancorché nuova arrivata, mi sento
a casa qui. In qualsiasi altro luogo sarei in esilio.
Ciò nondimeno, capisco che il mon petit coin, la stanza fatta di foglie lungo il
fiume, non è veramente à moi. Come la maggior parte dei nuovi arrivati, in
passato non riuscivo a definire correttamente ciò che stavo facendo. Ora non ho
problemi a essere più onesta. Come ha fatto a suo tempo la signora Brown, devo
scendere a patti con il fatto di essere una ladra. Più ladra di quanto non lo sia
stata lei. Io ho rubato per ognuno di questi quarant’anni.
Certo, mi assicuro che chi vive all’interno delle nostre terre sia trattato bene.
Fornisco a questa gente beni cui sembra attribuire valore, benché fino a poco
tempo fa ne abbia fatto a meno. A ben guardare, ora ne hanno bisogno solo
perché siamo arrivati noi. Ci salutiamo chiamandoci per nome e scambiamo
qualche parola di circostanza – in inglese, visto che loro lo parlano meglio di
quanto io non parli il burramattagal –, come buoni vicini.
Ma dietro la buona volontà di facciata, siamo tutti consapevoli di una verità
indigesta, e cioè che io non sono disposta a restituire ciò che è loro da sempre.
Non sono disposta a prendere i miei figli, salire a bordo di una nave e tornare
nella terra dei nostri avi.
Non riesco a pensare a un modo di raddrizzare tanti torti, come non ci sono
riuscita tanti anni fa, quando ho raccolto il bastone di una burramattagal e ho
ascoltato ciò che aveva da raccontarmi. L’unica differenza è che oggi non mi
volto dall’altra parte. Oggi sono pronta a guardare in faccia ciò che abbiamo
fatto.
Lo so, questo non ripara neanche in parte al danno commesso. Ma è il punto
di partenza, la prima dura verità senza la quale non esisterebbe speranza di
riparazione.
Fuori dalla finestra l’ultimo bagliore del giorno si deposita dolcemente sul
giardino, con dietro i grandi alberi quieti cresciuti tanti anni prima che Elizabeth
Veale occupasse un posto in questo mondo. Quale consolazione sapere che gli
alberi, la luce del sole, gli uccelli vanno avanti a vivere, ignari della vita in
questa casa, o nel cuore della donna che ci abita.
Oggi vedo che il destino, la Provvidenza – o comunque si voglia chiamare la
fortuna sfacciata – mi ha regalato due lunghi intervalli di tempo senza il signor
Macarthur. La sua prima assenza è durata quattro anni, la seconda quasi dieci. Al
ritorno dal secondo viaggio, ormai alternava periodi maniacali e di depressione
cupa. Era come una macchina che lavora troppo velocemente e fa fumo e cigola
fino ad andare in pezzi. È meravigliosamente ironico che la sua follia alla fine si
sia concretizzata nella convinzione che sua moglie gli fosse infedele, a distanza
di molti anni da quando lei si era rotolata tra le braccia del signor Dawes. Il
signor Macarthur aveva ragione, ma ormai era impazzito da troppo tempo, aveva
lanciato troppe accuse perché qualcuno stesse ad ascoltarlo.
Gli anni in cui fu lontano mi offrirono occasioni di cui poche donne godono.
Occupandomi del gregge senza di lui non ero né una moglie, né una vedova, né
una vecchia zitella. E al contempo rivestivo tutti questi ruoli. Nell’ambiguità
della mia situazione potevo essere solo me stessa, e quello che tutti siamo,
soprattutto alla fine: sola.
Quale piacere taciuto è la solitudine, quando invece si ritiene di doverla
temere. Potrà apparire tediosa ma, da donna sopravvissuta a un matrimonio
interessante, mi dichiaro felice del mio tedio.
Ora, in quello che potrei definire poeticamente il crepuscolo della mia vita, è
proprio il crepuscolo a essermi più caro. Alla fine della giornata, scendere al
fiume quando le ombre si allungano sull’erba è come una preghiera per me. Ogni
crepuscolo è piacevole, ma oggi c’era appena stato il temporale e nel bagliore
arancione del tramonto un cielo incredibile si è dispiegato come un ampio,
nobile messaggio. C’erano nuvole di ogni tipo: macchioline candide e precise
tratteggiate in linee sciolte, ciuffi canuti come i capelli di un vecchio, cumuli
plateali fitti come tappeti, sbuffi rosa che catturavano l’orlo del tramonto e, come
arrivate da un cielo tutto diverso, due piccole nuvole splendenti con la forma
degli occhiali del signor Dawes.
Seduta sul tronco guardavo la luce svanire, il fiume che tratteneva il
barbaglio dolce del cielo. Cinque bambini burramattagal si facevano strada su
una lingua di sabbia, le gambe sottili e lunghe di ciascuno che si allontanavano e
si avvicinavano, si allontanavano e si avvicinavano, gambe fatte per coprire
grandi distanze, mai stanche, ogni allontanamento e avvicinamento riflesso con
assoluta fedeltà dall’acqua ai loro piedi, tanto da farli sembrare in dieci, cinque
bambini capovolti e cinque a testa in su. E tutti parevano talmente veri da
indurre a chiedersi quali fossero i bambini veri e quali quelli riflessi. Quale il
passato eterno di questo luogo e quale l’eterno futuro, quei piedi tutti parte della
terra attraverso il tempo.
Perché scrivo questo? Che importanza ha che quei bambini fossero una
visione talmente bella da obbligarmi ad annotarla? Che importanza ha l’esistenza
di una donna che il futuro ricorderà come Elizabeth Macarthur e che voleva
essere conosciuta per quel che era?
Non darò un titolo a questo resoconto intimo. Lo vedo come un fiume simile
a quello accanto al quale sono cresciuta, continuamente avvolto in spirali,
increspato e impennato nel suo alveo, mai immobile e misurabile ma fatto di
attimi – Lì! Quello! – e di altri attimi – Lì! Quello!
Il signor Dawes direbbe: non scrivete niente. Non lasciate niente. Cosa ve ne
importa se in futuro la gente vorrà credere all’insipida finzione delle vostre
lettere? E avrebbe ragione. Nel futuro imprevedibile in cui questi fogli verranno
trovati, nessuno ricorderà la signora Macarthur, e il suo glorioso marito sarà solo
un nome sbiadito su un libro noioso che racconta il passato.
Il signor Dawes avrebbe ragione, ma anche torto. Non sono una poetessa, ma
come fossi tale anelo a essere ricordata, persino da un estraneo del futuro, per la
persona vera che sono e che parla dritto in faccia al tempo. Gli altri vogliono
trovare Dio. Io ho sempre avuto un obiettivo più modesto. Mi accontento di
trovare me stessa che viene incontro a me stessa in ciò che ho scritto qui, e mi
alzo in segno di saluto.
C’è un cespuglio vicino al fiume che in questa stagione è carico di mille baccelli,
ognuno curvo come un punto interrogativo. Danzano nel loro pallore argenteo
tra le foglie scure, e l’intero cespuglio sembra ridere, agitato dalla brezza, le
foglie delicate e i minuscoli baccelli ricurvi che pongono la loro domanda. Mi
fermo e gli sorrido come a un vecchio amico.
E in un certo senso lo è, perché quando lo vedo penso al signor Dawes: il
cespuglio di punti interrogativi gli sarebbe piaciuto. Me lo immagino mentre
dice: Se aspettiamo il tempo necessario, signora Macarthur, ci verrà rivelata
tutta la frase.
Ebbene, signor Dawes, vorrei tanto sentirla, quella frase. E sono disposta ad
aspettare.
Nota dell’autrice
No, nel sottotetto di Elizabeth Farm non è stata rinvenuta nessuna scatolina
piena di segreti. Non ho né compilato né curato ciò che avete appena letto. L’ho
scritto io.
Questa storia però segue gli eventi e le persone che emergono dalle lettere,
dai diari e dai documenti ufficiali dei primi anni di esistenza della colonia del
Nuovo Galles del Sud. I brani delle lettere che la mia “Elizabeth Macarthur” cita
sono effettivamente estratti delle lettere della vera Elizabeth Macarthur.
Mi sono concessa qualche libertà per dare forma a questa opera di fantasia.
Ad esempio, lo scorrere del tempo e l’ordine di alcuni eventi reali mi sono un
po’ sfuggiti di mano, e due governatori si sono fusi in un unico personaggio.
Questo non è un testo di storia.
Al contempo, non è neanche un’opera di pura finzione. Quei vecchi
documenti mi hanno ispirata e guidata. Sono arrivata a scrivere questa storia
maneggiandoli come la mia “Elizabeth Macarthur” consigliava: non
affrettandomi a crederci.
Kate Grenville
È possibile trovare le note dei lettori e ulteriori informazioni su questo libro sul
mio sito web: kategrenville.com.au
Ringraziamenti
Esprimo la mia profonda gratitudine alla Darug Custodial Aboriginal
Corporation (in particolare a Leanne Watson e a Erin Wilkins) e al Metropolitan
Local Aboriginal Land Council (nello specifico a Nathan Moran). Entrambi gli
enti mi hanno accolta con affetto, riservandomi tempo e competenza. Li
ringrazio e ringrazio tutti gli altri appartenenti alle loro organizzazioni, disposti a
lasciarsi coinvolgere in questo tentativo di esplorare alcuni aspetti della nostra
storia comune. In quanto autrice non indigena sono consapevole di quanto sia
facile, nel raccontare eventi del passato, essere ciechi di fronte alla nostra stessa
cecità culturale. Vi prego di voler accettare il mio più sincero apprezzamento per
la generosità che mi avete dimostrato.
Vorrei inoltre ringraziare le tante persone che si sono fatte carico di darmi
consigli sugli aspetti relativi agli aborigeni trattati in questo racconto: Trish
Adjey, Andrew Bovell, Wenona Byrne, Heather Goodall, Ashley Hay, Anita
Heiss, Kim Mahood, Bruce Pascoe e Chris Wallace.
Melissa Lucashenko ha sottratto del tempo al suo progetto per leggere il
manoscritto e offrirmi commenti perspicaci e preziosi: di nuovo grazie, Melissa.
E ringrazio calorosamente Lynette Russell e Ramona Koval, amiche care che
hanno letto il manoscritto e che mi hanno sostenuto nei miei tanti momenti di
incertezza.
Sono profondamente debitrice a Stephen Gapps e a Henry Reynolds per le
consulenze approfondite e generose sulla cosiddetta Battaglia di Parramatta
(benché le speculazioni della signora Macarthur non siano da attribuire a loro).
Per la botanica, Patrick Matthew ha condiviso con me la sua sapienza con la
perspicacia e il buonumore che lo distinguono. A impedirmi di commettere
errori irreparabili riguardo alle pecore sono intervenuti Suzanne, Sal e George
Falkiner, insieme a Barbara Holloway. Da scrittrice a scrittrice, Susan Hampton
mi ha altruisticamente ceduto alcuni vivaci quadretti sulle pecore che aveva in
serbo per sé: grazie Susan, sei stata generosissima. Per le prime case coloniali ho
fatto ricorso alla sapienza di Robert Griffin, che ringrazio. Eventuali errori sono
da attribuire esclusivamente a me.
Eve Salinas riconoscerà un passaggio importante, frutto della sua gentilezza
nei miei confronti. Judith Upton, della Cornwall Online Parish Clerks, si è
assunta l’onere di fornirmi informazioni dettagliate relative ai registri
parrocchiali di Bridgerule. Grazie, Judith, per le indicazioni e per il lavoro svolto
da te e dai volontari che ti affiancano.
La dottoressa Helena Berenson ha elaborato ipotesi competenti sulla possibile
natura della malattia di John Macarthur, e mi ha sostenuta con amicizia.
Michelle Scott Tucker ha generosamente incoraggiato e consigliato questa
novella ammiratrice di Elizabeth Macarthur. Il suo ottimo libro, Elizabeth
Macarthur: A Life at the Edge of the World, rimarrà la biografia ufficiale di
quella donna notevole per molto tempo ancora.
Gli estratti e le riproduzioni delle lettere di Elizabeth Macarthur fanno parte
delle Macarthur Papers nelle raccolte della Mitchell Library, State Library del
New South Wales, e vengono qui usati dietro gentile concessione della
biblioteca.
I miei primi lettori, come sempre, sono stati Tom e Alice Petty. Il loro
sostegno vale più di quanto io possa esprimere a parole. Ho l’immeritata fortuna
di averli nella mia vita.
Indice
Nota della curatrice
Le memorie di Elizabeth Macarthur
Parte prima
Non ero un’orfana
Spostarsi in gregge
Non mostrarmi troppo perspicace
Comprare un montone
Ripiegata e messa via
Il disegno di Dio
Lo vedevamo ovunque
Festuca
Un gentiluomo, ovviamente
Palpitante e strano
Colosso
Colta in fallo
Impossibile da nascondere
Eclissare
Un pezzetto di casa
Un evento felice
Parte seconda
Pane tostato
Una delicatezza
Istinto animale
Contare
Ambizione
Un briciolo di verità
Duelli
Un caso sfortunato
La cupa tetraggine
Uno scarafaggio piatto e scintillante
Una compagna intima
Consapevolezza segreta
Intrusione
In chiave matematica
A bordo della Neptune
Origliare
Provocare al punto
Divina provvidenza
Il prezzo da pagare
La forma delle parole
Parte terza
Incredibile
Scarafaggi
Divinità tutelare
La perla del governatore
Gentilezze
Passeggiate
Né profitto né piacere
Accantonare Dio
Lettere
Vigilanza
Una casa
Mi ha fatto la proposta
La signora Brown
Un becco triste
Il pugno fermo
Il migliore dei fratelli
Diario di viaggio di una lady
Un piacevole rompicapo
Una casa con un pianoforte
Parente stretto della verità
Il migliore dei segreti
Pungolata da una scintilla
Jack Bustino
Una celia segreta
Una distesa di ettari
Britannia
I frutti della perfidia
Una donna felice
Parte quarta
Rudimenti di astronomia
Non eravamo nel Devon
Un errore che mi fa arrossire
Ciechi e sordi
Magia ingegnosa
L’unica domanda
Impermeabili
Un gruppo particolare
L’eco della musica
Pesa molto?
La signora Macarthur e il signor Dawes
Un dono
Fiducia
Papilio
Scrivere il suo nome
Una frequentazione pericolosa
Il cappello indecoroso
Calunnia
Non ci fu bisogno di spiegazioni
Addio alla mia vita di società
Triste, tristissimo
Gorgon
La stella della sera
Parte quinta
Lavori pubblici
Senza il minimo rimpianto
La prima mattina
Liberazione
Assalti
Burramattagal
Le prime pecore
Lana e pelo
Di razza spagnola
Lavorare
Deplorevole
Mi faccio avanti
Lana fine
Mon petit coin
Sfuggente come il fumo
Vecchia Cornamusa
Intravedere la scena
Un grande gelo
Fertilità
Non avrei mai dovuto farlo
Casa
Incastro a coda di rondine
Due possibilità su cinque
Nota dell’autrice
Ringraziamenti
Se vi è piaciuto Una stanza fatta di foglie di Kate Grenville,
vi consigliamo di non perdere
Clare Chambers
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NERI POZZA EDITORE