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                    Edoardo Sernesi, nato nel 1947,
è professore ordinario di Istituzioni di Geolnetria
superiore alla Terza Università di ROlna.
È autore del volunle Geometria 1, pubblicato
in questa collana 1989.


PROGRAMMA DI MATEMATICA, FISICA, ELETTRONICA I\1ario Ageno, Elenlen ti di fisica T. M. APOS101, Calcolo Vol. l Analisi J Vol. 2 Ge0111et ria VoI. 3 Analisi 2 Michiel Bertsch, Istituzioni di /11alenlatica Sci pio ne Bobbio e Emilio Gatti, Elettro/nagnetisl11o Ottica Max Born, Fisica atol11ica Stefano Campi, Massimo Picardello e Giorgio Talenti, Analisi /11atel11atica e calcolatori Vito Cappellini, Elaborazione nUll1erica delle il1ll11agini Francesco Carassa, C0l11unicazioni elettriche Sergio Carrà, Tennodinanlica: aspetti recenti e applicazioni alla chÙl1ica e all'ingegneria Ciro Ciliberto, Algebra lineare Claudio Citrini, A nalisi 'nate/natica l Claudio Citrini, Analisi 111atenlatica 2 P. A. M. Dirac, l principi della /neccanica quantistica Albert Einstein, Il significato della relatività Antonio Fasano e Stefano Marmi, Meccanica analitica con elenlenti di 111eccanica statistica e dei continui Enrico Fermi, Terl110dinal11ica Bruno Ferretti, Le radici classiche della meccanica quantica Giorgio Franceschetti, Ca/11pi elettromagnetici Giovanni Gallavotti, Meccanica elenlentare Enrico Giusti, Analisi /11atel11atica l Enrico Giusti, Analisi 111atenlatica 2 Enrico Giusti, Esercizi e c0171plel11enti di analisi 111ate171atica (voI. 1) Enrico Giusti, Esercizi e cornplelnenli di analisi 1natelnatica (voI. 2) Angelo Guerraggio, Malenlatica generale Hermann Haken e Hans C. Wolf, p--'isica atol11ica e quantistica Werner Heisenberg, I principi fisici della teoria dei quanti Gerhard Herzberg, Spettri ato/11ici e struttura ato/11ica David A. Hodges e Horace G. Jackson, Analisi e progetto di circuiti integrati digitali Cha r les Kittel, Introduzione al/a fisica dello stato solido Charles Kittel e Herbert Kroemer, Termodinanlica statistica Serge Lang, Algebra lineare Giorgio Letta, Teoria elell1entare dell'integrazione P. F. Manfredi, Piero I\1aranesi e Tiziana Tacchi, L'alnplificalore operazionale Jacob Millman, Circuiti e sistel11i 111icroelettronici Jacob Millman e C. C. Halkias, Microelettronica R. S. Muller e T. I. Kamins, Dispositivi elettronici nei circuiti integrati Athanasios Papoulis, Probabilità, variabili aleatorie e processi slocastici Wolfgang Pauli, Teoria della relatività Giovanni Prodi, Analisi 111atel11atica Antonio Ruberti e Alberto Isidori, Teoria dei sistelni Walter Rudin, Analisi reale e cOlnplessa H. H. Schaefer, Introduzione alla teoria spettrale Edoardo Sernesi, Geolnetria J Edoardo Sernesi, Geometria 2 I. M. Singer e J. A. Thorpe, Lezioni di topologia elenlentare e di geol11etria \V. V. Smith e P. P. Sorokin, Il laser Giovanni Soncini, Tecnologie micfoelettroniche Guido Tartara, Teoria dei sistel11i di cOlnunicazione Bruno Touschek e Giancarlo Rossi, Meccanica statistica 
EDOARDO SERNESI GEOMETRIA 2 CE - BOLLATI BORINGHIERI 
Prima edizione ottobre 1994 @ 1994 Bollati Boringhieri editore S.L1. , Torino, corso Vittorio Emanuele 86 I diritti di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento totale o parziale con qualsiasi mezzo (compresi i microfihn e le copie fotostatiche) sono riservati L'editore potrà concedere a pagamento l'autorizzazione a riprodurre una porzione non superiore a un decimo del presente volume. Le richieste di riproduzione vanno inoltrate all' Associazione Italiana per i Diritti di Riproduzione delle Opere a Stampa (AIDROS), via delle Erbe 2, 20121 Milano, teI. 02/86463091, fax 02/89010863 Stampato in Italia dalla Stampatre di Torino CL 74 -9384-3 ISBN 88-339 -5548-6 
Indice Prefazione VII 1 Spazi topologici e applicazioni continue 1 Spazi metrici, 3 2 Spazi topologici, lO 3 Sottoinsiemi di uno spazio topologico, 24 4 Applicazioni continue, 34 3 2 Esenlpi 5 Sottospazi, 42 6 Prodotti, 61 7 Quozienti, 72 42 3 Proprietà topologiche 8 Proprietà di separazione, 88 9 Compattezza, 101 lO Generalizzazioni della compattezza, 114 Il Connessione, 125 12 Connessione per archi, 135 88 4 Omotopia, gruppo fondamentale e rivestin1enti 13 Omotopia di applicazioni continue, 142 14 Il gruppo fondamentale, 145 15 Proprietà funtoriali del gruppo fondamentale, 151 16 Esempi ed applicazioni, 154 17 Rivestimenti, 162 18 Rivestimenti universali, 167 142 
5 Varietà differenziabili 19 Funzioni e applicazioni differenziabili - Varietà, 173 20 Esempi di varielà differenziabili, 180 21 Spazi tangenti, 190 22 Di fferenziali, 195 23 Orientabilità, 202 24" Diffeomorfismi locali, 207 25 Immersioni e sottovarietà, 213 26 Summersioni, 221 27 Applicazioni differenziabili e insiemi di tnisura nulla, 231 28 Campi vettoriali, 238 29 Il teorcma di Whitney, 243 173 6 Geometria differenziale di curve e superfici 251 30 Curve differenziabili, 251 31 Classificazione delle curve rcgolari di R \, 255 32 Curve regolari di R 2 e di R 3, 263 33 Superfici di R "': isometrie e prima forma fondamentale, 275 34 Superfici di R J : operatore forma e seconda forma fondamentale, 288 35 Curvature, 292 36 Proprietà globali delle superfici di R 3, 308 37 Il Theorema Egregium, 313 38 Geodetiche, 319 39 Geometrie non euclidee, 324 7 Integrazione sulle varietà differenziabili 33 J 40 Algebra multilineare, 331 41 Varietà con bordo, 345 42 Forme differenziali, 353 43 Integrazione sulle varietà con bordo, 359 44 Differenziazione esterna, 365 45 Il teorema di Stokes, 369 Risoluzione degli esercizi 375 Bibliografia 383 Elenco dei siJnboli 385 Indice analitico 389 
Prefazione Questo 111anuale è un libro di testo per il corso di Ge()Jl1etria Il del Corso di Laurea in Mate111atica e insiel11e al I1lio precedente Geometria ] c011'zpleta, per quanto riguarda la geolnetria, l'insienle degli argo111enti istituzionali del priJno biennio. In realtà il prog ranuna di un secondo corso di geo111etria varia anche di Inolto da università a università: per que.)'to I1zotivo ho deciso di inserire I1zateriale "in eccesso" in 11l0do da assicurare un Ùnpiego abbastanza flessibile del testo. Mentre nel prÙno volu/ne il te/na d(nninante è l'algebra lineare, questo secondo vohllne si occupa del!' aspetto topologico-d(ff'erenziale della geo111etria nelle sue varie f'otlne. Una prÙna parte è dedicata alla topologia generale. Pur sapendo che le si dedica senzpre 111eno spazio nei corsi istituzionali, rbnango cOllvinto della sua .funzione .t'or/nativa. Quindi ad essa ho dato anlpio spazio (i prÙni 3 capitoli) in 1110do che lo studente possa approfondire attraverso 17101ti esel11pi ed esercizi ciÒ che il docente decide di svolgere a lezione. Il capitolo 4 tratta la teoria del gruppo fonda111entale e dei rivestil11enti, prilno approccio alla tOjJologia algebrica. Il resto del volu111e si occupa delle varietà difJerenziabili, concetto che deve e,')'sere conosciuto da ogni /11atel7'zatico. Un obiettivo che Irti sono posto è di separare l'aspetto top%gico-d(fferenziale da quello geoI11etrico-dijrerenziale. Ho pertanto riservato il capilolo 5 ad un ll1inicorso di topologia d(fferenzia'f: nel quale il leltore, COI1 l'ausilio di 1110lti esenlpi, puÒ .fal1ziliarizzarsi con tecniche e nozioni di base dove non intervengo/1o questioni di natura metrica (su17unersioni, inl1nersioni, partizioni del! 'unità, ecc.), spinxendol1zi fino a di1110strare illeore171a di il1l1J1ersione di Whitl1e) Nel successivo capitolo 6 si studia invece la ge()/netria d{fJerenziale classica di curve e supe/:fici. Qui vengono introdotte, seppure in Inodo elel1zelltare, anche le supeljici rienlanniane e la ge(Jlnetria intrinseca; inoltre qualche spazio è dedicato alla ge()Jl1etria iperbolica. Questa }ni ha dato /0 spunto per discutere brevel1zente l' assi0111atica euclidea secondo Hilbert, un argo111ento culturabnente inlportante che non aveva trovato posto nel prilno VO!U111e. Per il capitolo 6 n011 
VIII Prefazione è necessario tutto il capitolo 5: se il docente vuole svolgere solo la geol11etria dflerel1ziale classica può /Ùnitarsi ad introdurre le prime proprietà delle varietà d(fferenziabili (** 19-23). Il capitolo 7 tratta del! 'integrazione sulle varietà differenziabili supponendo nota l'integrazione secondo Rielnann negli spazi R n . Questo arg0111ento .fonda- 111entale è svolto nella lnaggior parte dei testi di analisi matenzatica in lnodo piuttosto affrettato e inadatto alle applicazioni geol1zetriche. PerciÒ /' ho inserito, pur sapendo che non spesso troverà posto in un corso di Geometria Il. In conclusione, il libro contiene I1zateriale a sufficienza da consentire al docente una certa flessibilità di utilizzo, in parte anche in corsi di Istituzioni di Geometria Superiore. Gli esercizi, niolti dei quali risolti, sono nUlnerosi. L'esposizione è sistel1zatica e rigorosa, e per questo 1110tivo è possibile che questo testo possa rendersi utile anche conze opera di consultazione a studenti del secondo biennio e a laureati. Quasi tutti i testi elencati nella bibliograjìa che si trova alla fine del volun'le S0110 stati utilizzati e consultati nella preparazione del volume. Alcuni di essi potranno j'ornire al lettore l'occasione per approfondinzenti degli argomenti trattati. Diverse persone lni hanno aiutato nella preparazione di questo secondo volUlne e del precedente. Desidero ringraziare E. Arbarello, G. Calnpanella, Ciro Ciliberto, R. Salvati Manni, E. Sinestrari per utili suggerimenti e osservazioni. Ringrazio in nlodo particolare il dottor M. Bruno della Bollati Boringhieri per il suo accurato e c0111petente lavoro redazionale. Un ringrazial11ento speciale va agli studenti dei l1ziei corsi, tra cui in particolare A. Sanlbusetti, per aver preteso precisione e chiarezza. Spero di riuscire ad accontentare i loro successori. E.S. AVVERTENZE Come è consuetudine, denotercn1o con N, Z, Q, R, C gli insiemi numerici fondamentali. La scrittura A := B significa "A è per definizione uguale a B". La fine di una dil11ostrazione viene contrassegnata con il simbolo 11I. La composizione di due applicazioni f : X ---+ Y, g : Y ---+ Z viene denotata g . f. Per gli altri sin1bo1i utilizzati e diversi da quelli di uso COlllunc, rinviamo il lettore alI' elenco che si trova al1a fine del vo1ume. 
Geometria  
Capitolo l Spazi topologici e applicazioni continue 1 Spazi metrici Il concetto di continuità di una funzione f : R ---t R, dove R è la retta reale, si esprime mediante quello di distanza: f si dice continua in x E R se per ogni é > O esiste 8$ > O tale che I/(x) - J(y)1 <  per ogni y tale che Iy - xl < 8$' / si dice continua se lo è in ogni x E R. Analoga definizione si dà per una funzione / : J  R definita in un intervallo J di R. Si può estendere la nozione di continuità a funzioni f : R n  R m semplicemente sostituendo il nlodulo di un numero reale con il modulo di un vettore. Più in generale è possibile introdurre il concetto di continuità di applicazioni tra insiemi su cui siano definite funzioni "distanza" soddisfacenti ad opportune condizioni. Precisamente, uno spazio l11etrico è un insieme non vuoto X su cui sia definita una distanza, cioè un' applicazione d:XxXR tale che per ogni x, x', x" E X d(x, x') > O d(x, x') = d(x', x) d(x, x') + d(x', x") > d(x, x") (disuguaglianza triangolare) d(x, x') = O se e solo se x = x'. Quindi uno spazio metrico è una coppia (X, d): distanze diverse sullo stesso insieme X definiscono spazi metrici diversi. 
4 Spazi IOfJologici e applicazioni continue l Cap. J Per esempIO R con distanza d(x x') = Ix - x'I è uno spazio metrico; più In generale, è uno spazio metrico R n con la distanza euclidea d(x, x') = Ilx - x'II, dove Ilx - x'll = n L (x. - X'.)2 . 'l 1. 1.=1 . - ( ) d I - ( I , ) . R n ( f ' .. 1 ) per ognI x - x J , . . . , X n e x - X l' . . . , X n In c r. eserCIZIO . L'insieme C dei numeri complessi è uno spazio metrico se si definisce la distanza ponendo d(z, w) = Iz - wl. Su un insieme arbitrario X è sempre possibile introdurre una distanza ponendo I { O se x = x' d(x. x ) = , ] se x =f x' . Questa si dice distanza discreta su X. Se X è uno spazio metrico con distanza dx c Y è un suo sottoinsieme non vuoto, ponendo dy(y, y') = dx(y, y') per ogni y, y' E Y, si definisce una distanza dy su Y, detta restrizione di dx a Y. Lo spazio metrico (Y, dy) si dice sottospazio di (X, d x), e questo è chiamato ]0 spazio alnbiente di (Y, dy). Diremo che un'applicazione f : X  Z di spazi metrici, con distanze d x e dz rispettivamente, è continua nel punto x E X se per ogni é > O esiste 8£ > O tale che dz(f(x), f(x'» <  per ogni x' E X tale che dx(x, x') < 8£. f sarà detta continua se è continua In ogni punto di X. Si ottiene in questo modo una generalizzazione della nozione di applicazione continua di un intervallo reale in R, o di R n in R m . Le applicazioni costanti di uno spazio metrico in un altro e 1'identità di uno spazio metrico qualunque in se stesso sono applicazioni continue. È anche continua l'inclusione di un sotto spazio nel suo spazio ambiente. 
l J Spaz.i metrici 5 Esercizi 1. DilTIOstrare che ognuna delle seguenti è una distanza in R n : d(x, x') = Ilx -- X'I!; n d'(x, X') =?: IXi - x1 1 = I d" (X, X') = nlX {!X'l - X l} t 2. Di Illostrare che ponendo d'" (x, x') = mn {Ix'l - x l} '1. non si dcfinisce una distanza in R n . 3. DiIllostrare che per ogni spazio metrico X con distanza d e per ogni r > O, ponendo dr(x, x') = rd(x, x'), si ottiene una distanza. 4. Dimostrare che se X è uno spazio metrico con distanza d, anche d(x, x') = d(x, x ' )/[ l + d(x, x')] è una distanza su X. Sia X uno spazio metrico con distanza d. Se x E X ed r > O, il disco aperto di centro x e raggio r è Dr(x) = {y E X : d(x, y) < r}. Un sottoinsielne di X si dice aperto (rispetto alla distanza d) se è unione di dischi aperti, oppure se è vuoto. Con questa defìnizione l'intero spazio X ed i dischi aperti sono particolari insiemi aperti. In R con la distanza euclidea i dischi aperti sono gli intervalli aperti e limitati (a, b) (= D(b-a)/2((b + a)/2», a < b. Sono insiemi aperti ad esempio R, le senlirette (-00, b) ed (a, +00), per ogni a, bER, c i complementari di insiemi finiti. Non sono aperti gli intervalli del tipo [a, b), (a, b], la, b], a < b, gli insiemi finiti, e gli insiemi Z e Q, dei numeri interi e dei numeri razionali rispettivamente. Inoltre R\Z è aperto, mentre R\ Q non è aperto. Esercizi 5. Dinl0strare che un sottoinsieme A di uno spazio metrico X è aperto se e solo se per ogni x E A esiste r(x) > O tale che Dr(x)(x) sia contenuto in A. 6. Dire quali dei sottoinsiemi seguenti di R l sono aperti rispetto alla distanza euclidea: A = {(XI, X2) : Xl = X2}; B = {(Xl, X2) : xlx2 fO}; C = {(Xl, X2) : X l > O}; D = {(XI, X2) : X2 < O}. 
6 Spazi tOfJologÙ'i e applicazioni continue I Cup. I 7. Dire quali dei seguenti sottoinsiemi di R 3 sono aperti rispetto a]]a distanza eucJidea: A = {x E R 3 : Ilxll > 2}; B = {(XI, x2: X3) : xT + x < l}; C = {(Xl,X2,X3): X3 = 1}: D = R l X Q = {(XI,X2,X3): x3 E Q}. 8. Dimostrare che i seguenti sottoinsiemi di R n non sono aperti rispetto alla distanza euclidea: zn. Qn, {x E R tl : l! x Il < l}, {x E R n : Il x Il = l}. 9. Sia X uno spazio metrico. Dilllostrare che (a) 0 ed X sono insiemi apeJ1i; (b) l'unione di una qualunque famiglia di insiemi aperti è un insieme aperto; (c) l'intersezione di due insiemi aperti è un insieme aperto. Una delle ragioni dell' importanza degli insiemi aperti sta nel fatto che è possi- bile caratterizzare la continuità di un' applicazione di spazi metrici esclusivamente in termini di tali insiemi, utilizzando quindi la distanza solo indirettamente. 1.1 TEOREMA Un 'applicazione f : X --? Y tra due spazi lnetrici è continua se e solo se per ogni aperto A di Y l'insienle f- l (A) è aperto in X. Dinlostraziolle. Denotiamo con dx e dy le distanze in X e in Y rispettivamente. Supponiamo che f sia continua; sia A un sottoinsieme aperto e non vuoto di Y e sia x E f I (A). Poiché f(x) E A che è aperto, esiste £ > O talc che De(f(x» c.A.. Per la continuità di f in x esiste 8(£) > O tale che f(D8(s)(X» C Ds(f(x». Ma allora D6(s)(X) C f l (A). Poiché x è un punto qualsiasi di f 1 (A) ne discende che f I (A) è aperto. Supponiamo viceversa che la condizione dell' enunciato sia soddisfatta e sia x E X. Per ogni £ > O, Ds(f(x» è un aperto di Y e quindi f- l [Ds(f(x» J è aperto in X. Poiché x E f- I [Ds(f(x»l, esiste 8(e) > O tale che Db{s)(X) C f- I [Ds(f(x»]. Ma allora f(D8(s/X» C D£(f(x» cioè per ogni Xl E X tale che dx(x, Xl) < 8(e) si ha dy(f(x\ f(x l » < e 
I I Spazi metrici 7 e quindi f è continua In x. DaII"' arbitrarietà della scelta di x segue che f è continua. !Il Il teorelna precedente è concettualmente i,mportante perché esso afferma che per poter parlare di continuità di applicazioni non è necessario conoscere le distanze definite sul dominio e sul codominio. Tutto quel che serve è conoscere gli insielni aperti. Questo è il punto di partenza del1a topologia, la quale studia insiemi su cui siano assegnati dei sottoinsiemi, che si dicono "aperti" (senza necessariamente far ricorso ad una distanza), in modo tale che il concetto di continuità si possa definire e studiare efficacemente. 1.2 Ese111pi l. È possibile che due diverse distanze su uno stesso insieme definiscano gli stessi insiemi aperti. In questo caso le due distanze si diranno topologica111ente equivalenti. Se ad esempio su X è definita la distanza d, ed r è un nUll1ero reale positivo, ponendo dr(x, y) = rd(x, y) per ogni x, y E X si ottiene una distanza d r su X (cfr. esercizio 3) che è diversa da d se r =I- l. Si ha ino1tre, per ogni é > O, Dé(x) = D;é(X) dove abbiamo denotato con D e con D r i dischi aperti rispetto a d ed a d r rispettivamente; ne segue che la famiglia dei dischi aperti rispetto a d coincide con quella dei dischi aperti rispetto a d r . Quindi d e d r sono topologicamente equi valenti. 2. In R n le distanze d, d', d" introdotte nell'esercizio ] sono topologicamente equi valenti. Per dimostrarlo consideriamo due punti distinti x = (x l, . . . , x n ), Y = (Yl, . . . , YnJ E R n . Si ha d fl (x, y) < d(x, y) < d' (x, y) < nd" (x, y). [1.1] La prima disuguaglianza discende dal fatto che d(x,y) = I L (Xi - Yi)2 > I max {(Xi - Yi)l} = max {IXi - Yil} z z 
8 Spazi lop%gici e applicazioni continue I Cap. J e la seconda è vera perché ., d(X,y)2=(Xi-yd < (IXi-Yilr =d'(X,y)2. L'ultima disuguaglianza è evidente. Fissati x E R n ed c > O, dalle r 1.1] segue che D (x) :J De(x) :J D(x) :J D/n (x). [1.21 Quindi se A è un aperto rispetto alla distanza d, per ognI x E A esiste un e > O tale che De(x) C A e allora, per le r 1.21, D(x) C De(x) C A e D/n(x) C Dc(x) C A, quindi A è aperto anche rispetto a d" e a d'. Gli altri casi si verificano in modo sin1ile. 3. Siano (X, dx) e (Y, d y ) spazi metrici e sia f : X -+ Y un'applicazione. Sia x EX; se esi ste una costante M > O tale che per ogni x' E X si abbia dy(f(x'), f(x» < M dx(x', x) allora f è continua in x. Infatti l'ipotesi implica che per ogni e > O f(Dc/M(x» C Dc(f(x», e quindi prendendo tic = el M la condizione della definizione è soddisfatta. 4. Ogni applicazione lineare L : R n -+ R m è continua rispetto alle distanze euclidee. Per dimostrarlo utiEzzeremo il criterio del1' esempio 3 applicato alle distanze d'in R n ed in R m che sono topologicamente equivalenti alle distanze euclidee (cfr. esempio 2). Poiché ogni applicazione costante è continua, possiamo supporre che L non sia l'applicazione nulla. Sia (aij)limljn la matrice che rappresenta L. Se x, x' E R n si ha: n n d'(L(x), L(x'» =  alj(Xj - x.) +... +  arnj(Xj - x.) < J=l }=l n n « mxlaljl) (Xj-x.) +...+(mxlamjl) (Xj-x') < Mmd'(x,x') } }=1 J }=l dove M = max laijl > O perché L non è l'applicazione nulla. Dal criterio del1'e- sempio 3 segue che L è continua. 
l! Spazi metrici 9 Casi particolari importanti di applicazioni lineari sono le proiezioni Pi : R n ---t R, 1: = l,..., n, definite da Pi(X) = Xi. Più in generale siano l < i l < i 2 < . . . < i m < n; definiall10 la proiezione . R n R m- Pi].....i m . ---t ponendo P . . ( x ) = ( X' x. ) 1,1"",Zm 7., ' . . ., 'lm . Pii ...,im è lineare c quindi continua. 5. Siano X ed Y spazi metrici. Un'applicazione bicuiva f : X ---t Y SI dice un' isol1zetria se per ogni x, x' E X si ha dx(x, x') = dy(f(x), f(x'». Un' isometria è un' applicazione continua; ciò segue da] criterio del!' esempio 3 con M = 1. X e Y si dicono iS0111etrici se esiste un'isometria f : X ---t Y. L'identità di uno spazio metrico in sé stesso, l'inversa di un'isonletria e la COI11posizione di due isornetrie sono altrettante isometrie. Quindi l'isometria è una relazione di equi valenza tra spazi metrici. 6. Siano X ed Y spazi metrici Un applicazione biettiva f : X -+ Y si dice un 0l11e01110rfis111o se è continua e se anche la sua inversa f 1 : Y ---t X è continua. Ogni isometria è un omeomOrfiS1110, ma non è vero il viceversa. Ad esempio l' appI icazione exp : R ---t (O, +00) definita da exp(x) ;::: eX, è un omeomorfismo perché ha inversa continua log : (O, +00) ---t R y  log(y). Ma evidentemente exp non è un'isometria, perché manda l'intervallo (-00, Oj nell' intervallo (O, l]. Due spazi metrici si dicono olneolnorfi se esiste un omeonlorfismo di uno sul- l'altro. È inlmediato verificare che l'omeomorfismo è una relazione di equivalenza tra spazi 111etrici. 7. L'insienle Q dei numeri razionali, con la distanza usuale, non è omeomorfo ad R perché non esistono biezioni tra Q e R. 
lO SìJa:.i topoloxici e applicazioni continue j Cap. I Esercizi lO. Sia (X d) uno spazio lnetrico. Dimostrare che la distanza d definita nell'esercizio 4 è topologicalnente equivalente a d. 11. Sia (X, d) uno spazio tnetrico ed y E X. DilTIostrare che l"applicazione f : X  R definita da f(x) = d(x y) è continua. 12. DilTIOstrare che 1'intersezione di una famiglia qualunque di sottoinsiclni apcrti di uno spazio metrico non è in generale aperta (suggerÙnen!o: si prenda la fmniglia di tutti i dischi aperti di centro un punto fissato). 13. DilTIostrare che se dI e d2 sono distanze topologicamente equivalenti su un insieme X, l'identità di X in se stesso è un omeolnorfìsmo se si considera il dOlninio con distanza dI e il codolninio con distanza d2. 14. Dil110strare che un' applicazione lineare L: C n  cm è continua. 15. Un sottoinsierne 8 di uno spazio metrico X si dicc lil1zita!o se esistono x E X e r > O tali che 8 C Dr(x). Ogni sottoinsieme finito di uno spazio l11etrico è limitato. Gli intervalli di R della forma (a, b), [a: b), (a, b], [a, b] sono lilnitati, Inentre non sono linlitati gli intervalli (-00, b), (-oo,bj, (a, +00), [a, +(0), R. Dire quali dei seguenti sottoinsiemi di R n . n > 2, sono limitati: {X E R n : x n > O}; {X E R tl : x n = O}; {X E R n : IXi I < l, i = 1, . . . , n}; {x E R n : Ix l + . . . + x n I < l}; {x E R n : J x I + . . . + x n I > l}; {x ERri : x I x 2 .. . X n = l}. 16. Dilnostrare che l'unione di una famiglia finita di sottoinsienli lilTIitati di uno spazIo nletrico X è un sottoinsieme limitato di X. 2 Spazi topologici Sia X un insieme non vuoto. Una strutlura {opologica, o tOjJo[ogia, su X è una famiglia non vuota T di sottoinsicmi di X, che si chiamano insiel11i aperti della topologia, soddisfacenti alle seguenti condizioni: (A l) 0 e X sono insie111i aperti; (A2) l'unione di una qualsiasi jCl111iglia di insie/11i aperti è un insierne aperto; (A3) l'intersezione di due insielni aperti qualsiasi è un insiel1ze aperto. Uno spazio top%gico è un insieme X su cui sia assegnata una topologia T, e si denota (X, T), o semplicemente X sottintendendo la topologia T per comodità di notazione. Gli elementi di X si diranno punti. L'insieme X si dice supporto dello spazio topologico (X, T). 
2 I Spazi lop%gici /1 2. ] ESe111pl 1. Se X è uno spazio metrico con distanza d la famiglia degli insiemi aperti rispetto a d è una {opologia su X (cfr. esercizio 1.9) che si dice indotta da d. 2. La topologia euclidea (o topologia naturale) su R n è la topologia [ indotta dalla distanza euclidea d. 3. Su C la topologia euclidea (o naturale) [ è queIJa indotta dalla distanza d(z, w) = Iz - wl; possiamo anche ottenere questa distanza, e quindi la topologia naturale, identificando C ad R 2 (z = x + iy  (x, y» e considerando la distanza euclidea in R 2 . In modo analogo possiamo identificare C n ad R 2n . La distanza euclidea in R 2n definisce .su C n una distanza e quindi induce una topologia [ che si chiama topologia euclidea, o naturale, su C n . In seguito, quando c0/1sidererel11o R n , oppure C n , COlne spazi topologici, sarà sottinteso che ci riferirenuJ alla top%gia euclidea, a Ineno che nOll si specfichi il contrario. 4. In un qualsiasi insieme non vuoto X la famiglia B = {X,0} soddisfa le condizioni A l, A2, A3 ed è quindi una topologia su X; 8 si chiama topo!ogia banale e (X, B) è uno spazio topologico banale. Un' altra topologia su un qualsiasi insieme non vuoto X si ottiene considerando aperto ogni sottoinsieme, cioè prendendo T = P(X). Questa si chiama topologia discreta e (X, P(X») è uno .\pazio topologico discreto. 5. Uno spazio topologico (X, T) si dice Inetrizzabile se esiste su X una distanza che induce la topologia T. Ad esempio ogni spazio discreto è ll1etrizzabile: la topologia discreta è indotta dalla distanza discreta. Non tutti gli spazi topologici sono metrizzabili; ad esempio uno spazio a supporto finito e non discreto non è metrizzabile perché ogni spazio metrizzabile e finito è discreto; la dimostrazione di questo fatto è lasciata come esercizio (suggerÙnento: si cominci a dimostrarlo nel caso in cui X ha due punti). Si noti che se (X, T) è uno spazio topologico metrizzabile, la distanza che induce la topologia T non è uni vocamente determinata (cfr. esempio 1 .2.(2). Nel considerare uno spazio top%gico I1zetrizzabile suppOrrel110 .r;enlpre Ùnpli- cita111ente assegnata una distanza che ne induce la tOjJologia. 6. Sia Y un sottoinsieme non vuoto di uno spazio metrizzabile X con distanza d x. Già sappiamo che la restrizione dy di d x è una distanza su Y; la topologia indotta da dy su Y si dice top%gia indotta da X su Y. Sia y E Y ed  > O. Si ha evidentemente DY.é(Y) = DXé(Y) n Y 
12 Spazi topoloxici e applicazioni continue I Cap. 1 (dove DY,é(Y) e DX.é(Y) sono i dischi aperti di centro y e raggio é in Y e in X rispettivamente), e quindi gli aperti di Y sono i sottoinsiemi della forma Y n A, dove A è un aperto di X. Si noti che un sottoinsienle di Y aperto in Y non è necessariamente aperto anche in X. Ad esempio un intervallo chiuso Y = r a, b J di X = R è aperto in se stesso ma non in R. 7. Siano X un insieme non vuoto e K C P(X) la famiglia di sottoinsiemi di X costituita dall'insieme vuoto e dagli insiemi il cui complementare è finito. K è una topologia che si chiama top%gia cofinita su X. Se X è finito, e solo In tal caso, K è la topologia discreta. 8. Nell'insieme X = {a b c, d, e} le famiglie T = {X 0, {a}, {a b}, {a, c, d}, {a, b, c, d}, {a, b, e}}; S = {X,0,{e},{a,e}{cd},{a,c,d}, {c,d,e}, {a, c,d, e}} sono topologie, mentre 7= {)(,0, {a,b,c}{b,c,d},{a,b,c,e}}, 9 = {X,0,{b,c},{a,b,c},{b,c,d}} )1 = {0, {b}, {b, c}, {b c, d}} non sono topologie. Se T e T' sono due topologie su un insieme non vuoto X, diremo che T è 111enO fine di T', oppure che T' è più fine di T, se ogni aperto di T è anche aperto di T', cioè se T C T'; scriveremo in tal caso T < T'. l\d esempio la topologia banale è meno fine di ogni altra, mentre la topologia discreta è pi ù fine di ogni altra. Naturahnente può accadere che due topologie su X non siano confrontabili, cioè che nessuna delle due sia più fine dell' altra. Ad esempio, le topologie T e S dell' esempio 2. 1 (8) non sono confrontabili. Esercizi l.. Sia {7j'}jc.J una fanliglia di topo]ogic sull'insielnc non vuoto X. Dilllostrare che T = n j 7j è una topologia su X. 2. Dare un csclnpio di due topologic TI e T]. su un insieme X tal i che TI U T2 non sia una topologia. Sia T una topologia sull'insieme non vuoto X. Una base di T è una famiglia di aperti B C T tale che ogni aperto di T sia unione di elementi di 8. Detto in 
2 I Spazi topologici /3 altro modo, ma equi valente al precedente, B è una base di T se per ogni aperto A di X e per ogni punto x E A esiste B E B tale che x E B C A. L'equivalenza delle due definizioni di base si verifica subito. Un esempio (banale) di base di T è costituito dalla famiglia T stessa. Con1e esempio tipico di base si pensi alla fan1iglia degli intervalli aperti di R, che costituiscono una base della topologia naturale. Più in generale, la famiglia di tutti i dischi aperti in uno spazio metrico (X d) è una base della topologia indotta da d. Dalla definizione segue che se B è una base di T e B C C C T, allora anche C è una base di T. Come si fa a riconoscere una base di una topologia T su X? Se B è una base di T, dati due quaJsiasi A, B E B la loro intersczione è un aperto ed è quindi unione di elementi di B. Anche X, essendo aperto, è unione di elementi di B. La proposizione seguente ci dice che queste due proprietà caratterizzano le basi. 2.2 PROPOSIZIONE Sia X un insienle non vuoto e B una f'cuniglia di sO{foin- sienli di X tal i che: (a) U B = X; BE8 (b) dati cOlnunque A, B E 8, A n B è unione di elelnenli di B. Allora esiste una topologia TB su X di cui B è una base; T8 è runica {op%gia con tale proprietà. DÙnostrazione. Se T8 csiste alJora è unica perché ogni suo aperto deve essere unione di elementi di B e, viceversa, ogni unione di ele111cnti di B deve stare in T8 perché gli elementi di B sono aperti in T8. Quindi T8 deve coincidere con la falniglia dei sottoinsiemi di X che sono unione di elementi di B. Pcr dimostrare che questa famiglia T8 è effettivamente una topologia si osservi innanzitutto che X e 0 vi appartengono; il primo per l'ipotesi (a), e il secondo come unione della fallliglia vuota di elementi di B. Se {U j } jE] è una famiglia di clementi di T8 allora si deve avere, per ogni j E J: Uj = U Bk Bk E B kEK(j) dove i K(j) sono opportuni insiemi di indici; quindi: U Uj = U ( U Bk ) E T8 JEJ JEJ kEK(j) Infine, se U 1 = U Bh E T8, U 2 = U Bk E T8, hEH kEK 
/4 Spazi fopoloXici e applicazioni cOl1tinue I Cap. / allora U\ n U 2 = ( U Bh ) n ( U Bk ) hEH kEK = U (Bh n Bk)' hEH kEK Poiché per l'ipotesi (b), Eh n Bk E TB per ognI (h, k) E H x K, la loro intcrsezione U I n U 2 sta in T8' Il Un ricoprÙl1ento di un InSIeme non vuoto X è una famigEa 1 di sottoinsiemi di X tale che X= U F. FEl Più in generale, se A è un sottoinsieme non vuoto di un InSJel11e X, una famiglia 1 di sottoinsiemi di X tale che Ac U F FEl SI dice un ricopri111ento di A. La condizione (a) della proposizione 2.2 afferma che 8 è un ricoprimcnto di X. .:sercizi 3. Dimostrare che se 8 soddisfa le condizioni (a) e (b) della propOSIZIone 2.2, la topologia T8 di cui si dimostra l'esistenza può anche caratterizzarsi come la topologia intersezione di tutte quelle che contengono 8, cioè T8= n T 8eT o equivalentemente COIne la meno fine tra tutte le topologie che contengono B. Una soltobase di una topologia T sull' insieme X è una famiglia S di insiemi aperti tale che la famiglia B = {U\ n . .. n Un: U J , . .. , UnE S}, costituita da tutte le intersezioni di un numero finito di elementi di S sia una base di T. In altre parole, per ogni aperto U di X ed x E X deve essere possibile trovare Uj,..., Un E S ta1i che x E U\ n . . . n Un C U. 
2 I Spazi lop%gici 15 È chiaro che è sufficiente verificare questa condizione per gli aperti U di una base di T. Si osservi che ogni base è anche una sottobase e che ogni sottobase è un ricopri mento di X. Un esempio di sottobase della topologia naturale di R è la fan1iglia S degli intervalli aperti illimitati (a destra o a sinistra), cioè del tipo (-00, b), (a, +00). Infatti la falniglia delle intersezioni finite di elementi di S coincide con la famiglia di tutti gli intervalli aperti di R. Si noti che S non è una base. Sia X uno spazio topologico. Un i ntorno di un punto x E X è un insieme N che contiene un aperto A contenente x: x E A C N. Denotiamo con N (x) la fal11iglia di tutti gli intorni di x; questa famiglia si chiama siste111a degli intorni di x. Si noti che N(x) non è vuoto perché X E N(x). Più in generale ogni aperto contenente x sta in N (x); ne segue che un aperto è intorno di ogni suo punto. Anche il viceversa è vero, come è affermato dalla seguente 2.3 PROPOSIZIONE Un sottoinsielne A dello spaZIO X è aperto se e solo se A E N(x) per ogni x E A. DÙnostrazione. Se A E N(x) per ogni x E A, la definizione di intorno in1plica che per ogni x E A esiste un aperto Ax tale che x E Ax C A, e allora A = U Ax xEA è aperto. Il viceversa è ovvio ed è stato già osservato prima dcl1' enunciato della proposIzIone. Il Una base locale, o base di intorni, o sistema j'onda111enlale di intorni di un punto x dello spazio topologico X è una famiglia 8 (x) di intorni di x tale che per ogni intorno M di x esista un N E B(x) tale che N C M. Si noti che nella definizione non si richiede che gli insiemi di 8 (x) siano aperti. Ad esempio gli intervalli chiusi [x - r, x + r], r > O, costituiscono un sistema fondamentale di intorni di x E R nella topologia euclidea. Gli intervalli aperti (x - r x + r), r > O, costituiscono un sistema fondamentale di intorni aperti di x E R. Più in generale per un punto x di uno spazio metrizzabile i dischi Dr(x), r > O, costituiscono un sistema fondal11entale di intorni di x. 
16 Spazi fopologici e applicazioni continue I Cap. l Ovviamente il sistema }./ (x) di tutti gli intorni di x è un particolare sistema fondamentale di intomi di x E X. Se 8 è una base di X, la famiglia B(x) = {B E B : x E B} è un sistema fondamentale di intorni aperti di x. Viceversa, se per ogni x E X è assegnato un sistema fondamentale di intorni aperti B (x) di x, allora B = U 8(x) XEX è una base della topologia di X. Uno spazio topologico X soddisfa il prÙno aSSi0/11a di nunlerabilità se ogni suo punto possiede un sistema fondamentale di intorni numerabile, cioè se per ogni x E X esiste una famiglia {Ni : i = 1,2,...} che è una base di intorni di x. Si può sempre suppon.e che un sistema fondamentale di intorni numerabile di x soddisfi l'ulteriore condizione Ni+l C N i per ogni i: altrimenti basta sostituire { N i } con {Mi : = n. Nj : i = J, 2, . .. } . } 'S. 1, Uno spazio topologico X soddisfa il secondo aSSl0/11a di nun1erabilità se X possiede una base numerabile. Ogni spazio metrizzabile (in particolare R n ) soddisfa il pnmo aSSloma di nUll1erabilità. Infatti per ogni x E X la famiglia: 8(x) = {D1/n(x) : n > l intero} è una base nUlnerabile di intorni di x. R n soddisfa il secondo assioma di numerabilità perché la famiglia 8 = {D1/n(x) : n > l intero, x un punto a coordinate razionali} costituisce una base della topologia euclidea (cfr. anche esempio 2.4(5) ed esercizio 9). Se uno spazio topologico X soddisfa il secondo assioma di numerabilità al10ra soddisfa anche il primo. Se infatti 8 è una base numerabile di X allora per ogni x E X la famiglia B(x) = {B E B : x E B} è una base di intorni di x numerabile. Il viceversa non è vero: ogni spazio discreto X soddisfa il primo assioma di numerabilità, ma se X non è numerabile allora X non possiede una base nume- rabile. Infatti ogni base della topologia discreta deve contenere tutti i sottoinsiemi costituiti da un solo punto (cfr. esempi 2.4(4), (6». 
2 I Spazi lopoloX ici 17 Sia X uno spazio topologico. Denotiamo con N+ l'insieme dei numeri naturali positivi. Un' applicazione f : N+ ---t X si chiama una successione di elelnenti di X. Per ogni n E N+ l'immagine X n = f(n) si chiama n-esÙno terlnine della successione f. Di solito una successione viene denotata {x n : n = 1, 2, . . .} oppure {x n }n l o più semplicemente {x n }, cioè viene identificata con l'insieme f(N+). La successione {Xn}nl si dice convergente al punto x E X (e x si dice IÙnite della successione) se per ogni intorno M di x esiste n(M) E N+ tale che X n E M per ogni n > n(M); si scriverà lim X n = X. n --t 00 Una sottosuccessione di {x n : n = l, 2, . . .} è una successione {x nk : k = 1, 2, . . . } ottenuta in corrispondenza di una successione crescente di interi positivi: nj < n2 < < n3 < .. .. Equi valentemente una sottosuccessione del1a successione f : N+ ---t X è una successione ottenuta come composizione f . p : N+ ---t X dove p : N+ ---t N+ è un' applicazione crescente. Contrariamente a quanto accade per le successioni in R, una successione in uno spazio topologico qualsiasi può convergere a più limiti distinti. Ad esempio, se X è uno spazio topologico banale e {xn} è una successione in X si ha lim X n = x n ----+ 00 per ogni x E X. In uno spazio metrizzabile se una successione ha un limite questo è unico (cfr. esercizio 19 e proposizione 8.5). 2.4 Esen1pi 1. La famiglia Ls = {(-oo,b): bER} u {0} U {R} è una topologia su R strettanlente meno fine della topologia naturale [. Analogamente, Ld = {(a, +00) : a E R} u {0} U {R} è una topologia meno fine di [. Le due topologie Ls e Ld non sono confrontabi li. La famiglia degli intervalli aperti a sinistra (e chiusi a destra) soddisfa alle condizioni della proposizione 2.2 e quindi è base di una topologia is su R. Di essa fanno ovviamente parte gli intervalli aperti a sinistra, che non sono aperti nel1a topologia naturale; quindi is =1= £. D'altra parte, ogni intervallo aperto (a, b) può scri versi come unione (a, b) = U l (a, b -  ] m> b--a di intervalli aperti a sinistra, e quindi sta in is. Perciò f è strettamente più fine di t. 
lo Spa:i tOfJ%gici e applicazioni continue I Cap. J Ad una analoga conclusione si arriva se si considerano gli intervalli aperti a destra (c chiusi a sinistra). L,a topologia id che si ottiene c la topologia is non sono confrontabili: infatti non è possibile ottenere un intervallo aperto a destra come unione di intervalli aperti a sinistra, e viceversa (perché?). 2. Se r > () ed x = (x l  X2) E R 2 , il sottoinsicnle di R 2 { ') r r } Qrex) = (YIY2) E R: IYI - xII < 2' IY2 -- x21 < 2: SI chianla quadrato aperto con lati paralleli agli assi, di centro x e lato r. Qrex) è un insieme aperto. Se infatti Z E Qr(X) c {) = min { - IZI - xII,  - I Z 2 - x21 } , allora Qr(x) :J D6ez), perché se y E D(j(z) allora I Yi - xi I < I Yi - zi I + I zi - xi I < {) + I zi - Xi I < , i = l, 2. Faccianlo vedere che la famiglia di insielni aperti .Q 2 = {Qr(x) : x E R 2 , r > O} è una base della topologia euclidea di R 2 . Allo scopo sarà sufficiente far vedere che ogni disco aperto Dp(Y), Y E R 2 , P > O, è unione di insielni Qrex) opportunaillente scelti. Osserviamo preliminanl1entc che per ogni x' E Qr(x) si ha d(x,x') < /2 . Sia ora x E Dp(Y) e 8 = d(x, y). Allora Qr(X) C Dp(Y) dove r = J2(p --- 8) perché per ogni Z E Qr(X) SI ha: d(yz) < d(yx)+d(x,z) < fj +(p -- 8) = p e l' asscrto è provato (fìg. 2.1). Se a < b e c < d l'insieme ') R e a  b; c  d) = (a, b) X (c, d) = {( X I  X 2) E R - : a < x I < b, c < X 2 < d} è un rettangolo aperto CO/1 lati paralleli agli assi. È immediato verificare che R(a b; c, d) è unione di quadrati Qr(x) e quindi è aperto. DenotialTIO con 1<2 la 
2 Spazi lopo!ogici /9 + I ! ///----,Q.J2(P-O)(X) / / Il \\ l 10\ t I \ I ..J I I ",'" Y I \",'" I \",'" I \ ", e I \ ",'" I / \ I \ I " .... "- "- ..... ..... / ", ", ..... --.-..............__........- Figura 2.1 fan1iglia di tutti i rettangoli R(a, b; c, d). Poiché ( r r r r ) Qr(x)=R XI-l' X\+2; X 2 - l , X 2 + 2  si ha R 2 :) Q2 e quindi anche la famiglia R. 2 è una base della topologia euclidca. Gli insiemi della forma (a, b) X R oppure R x (a, b) con a < b sono sottoinsiemi aperti di R 2 che si chiamano strisce aperte parallele ad uno degli assi. Poiché per ogni x E R 2 , r > O, si ha Qr(X) = [(XI -, XI +) x R] n [Rx (X2-' X2+)]' la famiglia 52 delle strisce aperte è una sottobase della topologia euclidea (fig. 2.2). 3. Sia X un insieme non vuoto ed fla famiglia dei sottoinsicmi di X costituiti u da un solo elemento. 1 soddisfa le condizioni della proposizione 2.2: la topologia di cui 1 è base è la topologia discreta. 4. Ogni spazio discreto soddisfa il prinlo assioma di numerabilità, perché per ogni x E X {{ x}} è un sistema fondamentale di intorni di x. 5. Sia B la famiglia degli intervalJi aperti di R della forma (x -- q, x + q), dove X e q sono nun1eri razionali e q > O. Evidentenlentc 8 è una falniglia numerabile di insienli aperti. Sia (a, b) un intervallo aperto ed y un suo punto. Sia r > O tale che (a b) :) (y --- r, y + r); 
20 Spazi top%gici e applicazioni continue I Cap. 1 R x ( X -!..., x +  J 2 2 2 2 I I I .... I I i ( X -!... f X +  J x R I 1 2 1 2 I I I I I I I I I _________J r------------------------ ------------------------ Figura 2.2 SIano x, q numcri razionali tali che r r r Iy -- xl < 3" e 3" < q < 2' Allora Y E (x - q,x+q) C (ab). Quindi (a, b) è unione di intervalli appartenenti a B; ne deduciamo che B è una base della topologia euclidea di R e quindi R soddisfa il secondo assioma di nUIl1erabilità. È facile dimostrare che anche R 2 soddisfa il secondo assiolna di nunlcrabilità, sostituendo la famiglia B considerata in R con la seguente: 8 2 = {Q q (x) : q  x I, x2 E Q, q > O}. Più in generale, R n soddisfa il secondo aSSlOlna di numerabili tà per ognI n (cfr. esercizio 9). 
2 l Spazi topologici 2/ 6. Se uno spazio X soddisfa il prilTIO assioma di numerabilità, X non soddi- sfa necessariamente il secondo. Un esempio è dato da uno spazio discreto non numcrabile. Un altro esempio è dato da R con la topologia id. Questo spazio soddisfa il prin10 assioma di numcrabilità. Infatti per ogni x E R la famiglia { [x, x +  ) : n > 1 intero} è un sistema fondamentale di intorni di x. Ma (R, JdJ non soddisfa il secondo assioma di numerabilità. Sia infatti B una base di id, Per ogni x E R deve esistere Ax E 8 tale che x E Ax C r x, +00 ) perché [x, +00) è un aperto di Jd. Allora, se x < y SI ha Ax =I- Ay e quindi B contiene l'infinità non numerabile di aperti {Ax : x E R} c pertanto B non è nUll1erabilc. Alla stessa concI usione si arri va considerando la topologia is. Esercizi 4. Per ogni x E R 2 ed r > O il sottoinsieme di R 2 ì Nr(x) = {y E R- : IYI - xII + IY2 - x21 < r} è un quadrato aperto con diagonali parallele aRli assi (fig. 2.3). DiITIOstrare che la famiglia '") D2 = {lVr(x) : x E R-  r > O} è una base della topologia euclidea di R::!. 5. Sia 112 .la faIniglia dei senlipiani aperti di R di una delle seguenti fornlc: {x E R 2 : x I < a}, ') {x E R- : X2 < a}, ') {xER-:xI>aL ') {x E R- : X2 > a}, a E R. Dilllostrarc che A 2 è llna sottobase deHa topologia cuclidea. 6. Sia n 2: 1  per ogni x E R T !  r > O. sia Qr(X) = { Y E R n : Iy, - x, I < i, i = l, . . . , n } . 
22 Spazi !opolog;ci e applicazioni continue I Cap. I /1" / I " // : "", IV, (x) / " / r I " // I " / I " / " ------------ " I X // "... I / . / " I / "" I / " I / " I / "-.J// -----JII- Figura 2.3 Dimostrare che la fallliglia Qn = {Qr(x) : x E R n , r > O} è una base della topologia euclidea di R n . Per ogni scelta di a = (al, . . . , a n ), b = (b!, . . . , b n ) E R ri tali che al < bl:...,a n < b n , sia R( a, b) = (a l , b l) X .. . x (a n , b n ) = {X E R n : ai < xi < bi, i = I, . . . , n }. Di mostrare che la famigl ia Rn = { R(a, b) : ai < bi, i = 1, .. . , n} è un' altra base della topologia cucI i dea di R n . 7. Sia Ari la famiglia dei semispazi aperti di R n della forn1a {x E R n : xi < a}, oppure {xERn:Xi>a}, 
2 I .ìJaz.i lop%gici 23 per qualche a E R c per qualche i = 1, . . . , n. Dilllostrarc che ilu è una sottobase della topologia euclidea. 8. Dilnostrare che in R n la famiglia di sottoinsielni {Qr(X)\{x}:xER u , r>O}: è una base della topologi a euclidea. 9. Dinl0strare che, per ogni n > 1, R n soddisfa il secondo aSSlOlna di nunlerabilità. (SuggeriJnenlo. Dimostrare che la famiglia {Qq(X): q x"...,xn E Q, q> O} è una base della topologia euclidea). lO. Se 7 è una falniglia di sottoinsielni di un insiellle non vuoto X, la topologia [neno fine tra tutte le topologie T contenenti 7, cioè nelle quali gli insiemi di 7 sono aperti. è T (1) = n T. YcT T (7) si chiama lopologia generata da 7. Dimostrare che: (a) 7 è una sottobase della topologia T (7) se e solo se 7 è un ricoprilnento di X. (b) Un ricoprinlento di X è souobase di un'unica topologia; precisamente, se T è una topologia di cui 7 è una sottobase allora T = T (7). (c) Se 1 non è un ricoprinlento di X, allora una sottobase di T (7) è costituita dalla famiglia 7 U {X}. (d) Se 7 C 7' sono due fanliglie di sottoinsiell1i di X, si ha T (1) < T (7'). Il. Si fissi un nUlnero reale positivo r. Dimostrare che la fanliglia di sottoinsiclni di R n Qn.r = {Qr(x) : x E R n } non è una base della topologia euclidea. Qual è la iopologia generata da Qrl.r? 12. Sia T* la farniglia dei sottoinsiclni di R 2 costituita da 0, R 2 c da tutti i sottoinsicmi il cui conlplementare è unione di un nUlnero finito di punti e di un nUI11erO fìnito di rette. Dimostrare che T* è una topologia c che K < T* < {, dove K è la topologia cofinita ed e è la topologia cuclidea. Dire se e quali delle topologie K e T* soddisfano il prinlo oppure il secondo assiolna di nUlnerabilità. 13. Sia x un punto dello spazio topologico X e N (x) il sisten1a degli intorni di x. Dimostrare che }./ (x) ha le seguenti proprietà: (a) Se N" N2 E N(x), allora N j n N'l. E N(x). (b) Se N E N(x) e X =:) M =:) N. allora M E }/(x). 14.. Sia X un insieme non vuoto; supponiamo che per ogni x E X sIa assegnata una falniglia }/(x) di sottoinsiclni di X con le seguenti proprietà: 
24 Spazi topologici e applicazioni continue I Cap. I (a) }/(x) =/=0 e ogni N E }/(x) contiene x. (b) Se N 1 , N2 E }/(x) allora NI n N 2 E }/(x). (c) Se N E .A/(x) e X =:) M ::J N, allora M E .N(x). (d) Se N E .A/(r;), esiste M E .A/(x) tale che M C N ed M E .A/(y) per ogni y E M. Dimostrare che esiste una ed una sola topologia T su X tale che per ogni x E X }./ (x) sia il sistema degli intorni di x rispetto a T. 15. Nel}' insielne {a, b, c, d, e} si determinino le topologie generate dalle famiglie 7, g, ).{ dell'esempio 2. I (8). 16. Dimostrare che R con la topologia Ls (cfr. esempio 2.4( l») soddisfa il primo e il secondo assiollla di nUlnerabilità. 17. Dimostrare che la famiglia degli intervalli chiusi e limitati { [a, b] : a < b} non è base di aJcuna topologia su R e che la famiglia {[a,b]:a<b, aEQ, briQ} è base di una topologia su R. 18. Quali sono le topologie generate dalle due famiglie del!' esercizio 17? 19. Sia {xn }n;::: l una successione di elementi di uno spazio metrizzabile X. Dimostrare che se {x n }n;? I converge in X il suo limite è unico. 20. Trovare tutte le topologie su un insielne X = {a, b, c} costituito da tre elementi. 3 Sottoinsiemi di uno spazio topologico Sia X uno spazio topologico e S un sottoinsieme di X. Un punto x E X si dice interno a 8 se esiste un intorno N di x tutto contenuto in 8. Il punto x E X si dice esterno a 8 se esiste un suo intorno N tale che N n 8 = 0, cioè se x è interno a X\8. Il punto x si dice punto di frontiera di S se x non è né interno né esterno a 8; equivalentemente se, per ogni .lv E N(x), N n k9 =I- 0 N n (X\S) =1= 0. L'insieIne dei punti interni a k9 si chiama interno di 8, e si indica con Int(8). Analogamente Est(S') denoterà 1'esterno di J..9, cioè l'insieme dei punti esterni a S, mentre Fr(8) denota la .frontiera di 8, che è l'insieme dei punti di frontiera di S. Ovviamente si ha: Int(8) C S Est(S) = Int(X\8) l3.lj [3.21 
3 I Sotloillsiemi di uno spazio (opologico 25 c quindi Est(8) n S = 0 [3.3J Un punto x E FrC5') può stare o non stare in S; ad esempio F r( [a, b» = {a  b } dove la, b) C R è un intervallo aperto a destra, e ovviamente a E la, b) e b (j. la, b) (cfr. esempio 3.4(2». Per ogni sottoinsieme 1.-9 dello spazio topologico X si ha: x = Int(8) u Est(S) U Fr(9) (3.4J dove l'unione è disgiunta. 3.1 PROPOSIZIONE Sia 8 un so!toinsienle di uno spazio topologico X. Allora.' (a) lnt(.-") è l'unione di tutti gli aperti contenuti in S, cioè è il più grande aperto contenuto in 8. (b) S è aperto t.;e e S% t.;e S = Int(k9). (c) k9 è aperto se e solo se S n Fr(S) = 0. DÙnostrazione (a) Sia A un aperto contenuto In S. Per ogni x E A si ha che A E }.I (x) e quindi x E Int(S); dunque A C Int(S). Facciamo vedere che Int(.S) è aperto. Sia x E Int(S'); per definizione esiste N x E }.I(x) tale che N x C 8 e quindi esiste un aperto Ax tale che x E Ax C N x C S. Da quanto già dimostrato segue che Ax C Int(8). Ma allora Int(k9) = U Ax xEIntlS) è aperto. (b) Segue subito da (a). (c) Segue da (b) tenuto conto di [3.3] e di [3.4]. Il La proposizione che ora dimostreremo caratterizza una classe importante di sottoinsiemi di uno spazio topologico. 3.2 PROPOSIZIONE Le condizioni seguenti sono equivalenti per un sottoinsielne 8 di uno spazio fopologico X: 2 
26 Spazi (op%gici e applicazioni continue I Cap. I (a) Fr(8) C S. (b) S = Int(8) U Fr(S). (c) Il cOlnplementare X\S è aperto. Dbnostrazione (b)  (a). Banale. (a)  Cc). Poiché Fr(.S) = Fr(X\S), dalla (a) e dalla [3.41 segue che: Fr(X\A-9) n (X\S) = 0 e quindi X\S è aperto, per la proposizione 3.1(c). (c)  (b). Dalla Cc), tenuto conto della [3.2] e della proposizione 3.1 (b), segue che X\S = Est(9) e quindi S = Int(/.9) U Fr(S) per la [3.4]. . Un s ottoin,rr enl£ S di uno spazio topologico X che soddisfa le condizioni equivalenti della proposizione 3.2 si dice Jjliu:Q. Denotiamo con 1la famiglia di tutti i sottoinsiemi chiusi dello spazio topologico X. Dalle proprietà (A 1), (A2), (A3) degli insiemi aperti segue subito che la famiglia 1 gode delle seguenti proprietà: (Cl) 0, X E 1. (C2) L'intersezione di una qualsiasi famiglia di elelnenti di 1 appartiene ad ,. (C3) L'unione di due (e quindi di un nUlnero finito qualsiasi di) elenlenti di 1 appartiene ad ,. Viceversa, dato un insieme non vuoto X ed una famiglia 1 di sottoinsiemi di X che gode delle proprietà (Cl), (C2), (C3), la famiglia T C P(X) definita da U E T {:} (X\U) E 1 soddisfa evidentemente le condizioni (Al), (A2), (A3). Quindi T è una topologia su X nella quale 1 è la famiglia degli insiemi chiusi. È evidente che T è l'unica topologia che gode di tale proprietà. Ciò significa che una topologia su un insieme 
3 I SOl/oinsiemi di uno spazio topologico 27 x # 0 può anche essere definita assegnando la famiglia degli insiemi chiusi rispetto a tale topologia, cioè assegnando una famiglia J' che soddisfi le condizioni (C]), (C), (C3). Se r5 è un qualsiasi sottoinsieme di uno spazio topologico X la chiusura di S, che si denota S , è definita come il più piccolo sottoinsieme chiuso di X contenente 5, o equivalentemente come l'intersezione di tutti i sottoinsiemi chiusi contenenti 5 (tale intersezione è un chiuso per la (C2». I punti di 9 si dicono aderenti ad S, o punti di aderenza di S. Si ha: S C 5, [3.5 J [3.6J [3.7] S è chiuso se e solo se S = 5 , S = X\Est(/S), er poiché Fr(S) = Fr(X\S): S = s U Fr(5) = Int(S) U Fr(S). IScT9c T [3.8J [3.9J Un punto x E X si dice punto di acculnulaz;one (o punto lin'lite) dell'insieme S C X se ogni intorno di x contiene almeno un punto di 5 diverso da x, cioè se (N\{x}) n S#0 per ogni N E N(x). [3.10 J L'insieme dei punti di accumulazione di S si chiama derivato di S e si denota con D(S). 3.3 PROPOSIZJONE Per ogni sottoinsie11'le 5 di uno spaZiO tOfJologico X Si ha: s = s U D(S). Dirnostrazione. Per definizione di derivato si ha D(S) n Est(S) = 0 e quindi, per la [3.71: SUD(S)C S . Sia x E S . Se x  5 allora, per la [3.8], x E Fr(S). Quindi N n S # 0 per ogni N E N(x) e poiché x  9 ne discende che x E D(S). Dunque S C Su D(S). Il 
28 Spazi fOjJo!ORici e applicaz.ioni continue I Cap. l 3.4 PROPOSIZIONE Sia X uno spazio topologico e sia S un sottoinsie111e di X. (a) Un punto x E X è aderente a /3 se e solo se NnS=l=0 per ogni N E N(x). (b) Un jJunto x E X è aderente a k.'3 se esiste una succes..';[one {x n } di elenzenti di S che conveff.?e ad x. Se X soddisfa il prÙ1'lo assÙJlna di nU111erabilità anche il viceversa è vero. IJi lnosl razfol1 e (a) SuppOnialTIO x E S. Se x E S la condizione è soddisfatta perché ogni N E N(x) contiene x. Se x E D(S) la condizione è soddisfatta per la [3.10J. Supponiamo viceversa che la condizione dell' enunciato sia soddisfatta. Allora x ti. Est(sr) perché Est(k.'3) n S = 0 e Est(S), essendo aperto, è intorno di ogni suo punto. Pertanto x E 1..'3 tenuto conto della [3.7]. (b) Supponiamo che {x n } sia una successione di elementi di F; tale che lim X n = x. Per definizione di limite per ogni N E N(x) esiste X n E N, e quindi n ---? 00 la condizione della parte (a) è soddisfatta; dunque x E S . Supponiamo viceversa che x E S e sia {Nn : n = 1,2,...} un sistema fondamentale di intorni di x che soddisfi la condizione N n + l C Nn per ogni n. Per la (a) per ogni n > 1 possiamo trovare un punto X n E Nn ns. La successione {xn} converge ad x. Il 3.5 Ese111pi l. Sia X uno spazio topologico e {xn : n = 1, 2 . . . } una successione in X. Supponiamo che {xn} possieda una sottosuccessionc convergente {Xnk : k = = l, 2, . . .} e sia x = linl x nk ; allora x E {x n } (proposizione 3.4(b)). Naturalmente k-4(X) ciò non significa necessariamente che x è un punto di accumulazione di {x n }: si pensi ad esempio ad una successione costante in uno spazio metrico. D'altra parte, se x E D( {x n }n21) non è neceSSarialTIente vero che esiste una sottosuccessione di {Xn} che converge ad x. Ad esempio sia X = {a, b, c, d, e} con la topologia T dell' esempio 2.1 (8), e siano x I ;::: a X n = c, n > 2. Allora e E D( {x n }n I) ma {Xn }n I non possiede una sottosuccessione convergente ad e. Se X è uno spazio nlctrizzabile e x E D( {x n }n2]) aIJora {x n }n2: l possiede una sottosuccessione convergente a x. Per la dimostrazione rinvialTIO il lettore a un risultato più generale che dilTIostreremo successivamente (proposizione 8.6). 2. In R gli insienli finiti (in particolare i punti), gli intervalli chiusi [a, b J e le loro unioni finite sono insienli chiusi. Gli intervalli aperti a destra r a, b) e qucni aperti a sinistra (a, b) non sono né aperti né chiusi. 
3 I .Sot/oinsiemi di uno spazio fopologico 29 Ogni sottoinsieme finito di R ha derivato vuoto e interno vuoto e quindi coincide con la sua frontiera. Se a < b e S è uno qualsiasi degli intervalli (a, bl, [a, b), [a, b], (a, b), allora Int(8) = (a, b), Fr(S) = {a, b}, D(S) = la, bJ. Una successione {x n }n l è un insieme chiuso se non possiede sottosuccessioni convergenti oppure se contiene il limite di ogni sua sottosuccessione convergente. Ad esempio {n }nl è un insieme chiuso, mentre {l/n }nl non è chiuso e {l/n }n1 = {l /n }nl U {O}. L'insieme Q dei numeri razionali soddisfa 1nt(0) = 0, Est(Q) = 0, Fr(Q) = R e quindi Q = R. 3. In un o spazio metrizzabiIe X si ha, per ogni x E X, r > O: Drex) C {y E X : d(x, y) < r}; Fr(Dr(x» C {y E X : d(x, y) = r}; Ogni punto è chiuso in X. Per le successioni valgono le stesse affenl1azioni fatte nell'esempio 2. 4. In R con la topologia cofinita gli insiemi chiusi sono gli insiemi finiti ed R stesso. Quindi in questa topologia si ha, se a < b: (a,b) =R; Int«a, b» = 0; Fr«a, b» = R. 3.6 PROPOSIZIONE Le seguenti condizioni sono equivalenti per un sottoinsielne S di uno ..l)azio topologico X: (a) 9 = X. (b) Int(X\ST) = 0. Cc) S interseca ogni insienle aperto non vuoto. (d) Esiste una base 8 per la (op%gia di X tale che S intersechi ogni aperto nOll vuoto appartenente a B. DÙnost razione (a)  (b). Segue dalla [3.7J. (b) :::} (c). Se A è aperto e A n S = 0 allora A C Est(SI). 
30 Spazi top%giei e applicazioni continue I Cap. I Cc) =.} (d). Ovvio. (d) =.} (a). Sia x E X\8. Per ogni N E N(x) esiste A E B tale che x E A C N. Poiché A n ,,-9 =I- 0 si ha (N\ {x}) n S =I- 0 e quindi x E D(S) C ,,-'3. Il Un sottoinsielne di uno spazio topologico X che gode delle proprietà equivalenti della proposizione precedente si dice denso in X. Q è un esempio di sottoinsieme denso in R. Si osservi che se S C T C X e S è denso in X allora segue dalla [3.9 J che anche T è denso in X. Uno spazio topologico si dice se.PQ.ra.bile se possiede un sottoinsieme numerabile che è denso. R è un esempio di spazio separabile perché Q è denso e numerabile. 3.7 PROPOSIZIONE (a) Uno spazio X che soddi.tà il secondo assionla di nUlnerabilità è separabile. (b) Uno spazio l11etrizzabile e separabile X soddisfa il secondo assiOfna di nume rabilità. Dinlostraziol1e (a) Sia B una base nUlnerabile di X. In ogni aperto non vuoto A della base B scegliamo un punto x A e sia t.'3={XA :AE B}. 8 è un insieme nun1erabile che è denso perché soddisfa la condizione (d) della proposizione 3.6; quindi X è separabile. (b) Sia S un sottoinsieme denso numerabile di X e sia B = {Dq(x) : x E S, q > O razionale} la famiglia dei dischi aperti di centro punti di 8 c raggio razionale; B è una famiglia numerabile. Facciamo vedere che B è una base per la topologia di X. Sia A C X aperto ed y E A. Sia r > O tale che A :J Dr(Y). Poiché S è denso esiste x E D r / 3 (y) n 8. AIIora se q è un numero razionale tale che r 2r -<q<- 3 3 SI ha Y E Dq(x) C Dr(Y) C A e q uindi A è unione di elementi di B. Il 
3 I SotfoÙzsiemi di uno spazio topologico 31 3.8 Esempi L Siano O < m < n interi ed R l'insieme dei punti di R n aventi esattall1ente m coordinate razionali. Rn è denso in R n . Poiché R = Qn è numerabile, R n è separabile e quindi soddisfa il secondo assioma di numerabilità. 2. (R, jd) è scparabile perché Q è denso nella topologia Jd, ma non soddisfa il secondo assioma di numerabilità (cfr. esempio 2.4(6». Quindi (R jd) non è uno spazio metrizzabilc. 3. Sia K un campo, n > 1 un intero e XI  . . . , X n indeterminate. Denotiamo con P l'anello dei polinonli in XI, . . . , X n a coefficienti in K. Se S è un sottoinsieme di P, denotiamo con (8) l 'ideale genq!o.1çL ,,9, che è l'intersezione di tutti gli ideali contenenti S; ovvero, costrutti vamente, (S') è l'insieme di tutte le combinazioni 1ineari finite di elementi di S: (B) = {PI/I +...+Phfh: fl,...,fh E ,,9, PI,...,Ph E P}. Sia a = (ah. .. , a n ) un elemento del prodotto cartcsiano K rt . Diremo che a è uno zero di S se I(a) = O per ogni 1 E S. L'insieme degli zeri di S velTà denotato VeS), e si dirà sottoinsie111e algebrico di K n , o semplicemente insienle algebrico. Dalla definizione costrutti va dell' ideale (8) segue immediatanlente che VeS) = V«8») per ogni S C P, e quindi non è restrittivo considerare solo gli insiemi algebrici definiti da ideali. Si ha ino1tre: (a) Il C 1 2 {:} V(II) :) V(I 2 ); (b) V (Il n 1 2 ) = V (Il) U V (1 2 ), Il, 1 2 ideali; (c) V ( L lo: ) = n V(Io:) se {lo: }aEA è una falniglia di ideali, dove deno- (}EA aEA tiamo con L lo: l'ideale somnla degli ideali la, definito come aEA L la = ( U lo: ) (EA (EA (d) se ma = (X] - al,... ,X n - arJ allora V(ma) = {a}; (e) per ogni ideale I di P, si ha V(I) = V( j/), dove VI = {f E P : fS E I per qualche s > O} è l'ideale radicale di I. 
32 Spazi topologici e applicazioni continue I Cap. I Le (a), (c), (d), (e) sono di dimostrazione immediata. Dimostriamo la (b). Pcr la (a) V(l] n 1 2 ) :J V(II) U V(I 2 ). Viceversa, se a fI- V (I]) U V (1 2 ), siano Il E Il, 12 E 1 2 tali che li( a) =f O, i = 1, 2. Allora Il f2 E Il n 1 2 e (fl f2)(a) = Il (a)/2(a) =1= O, quindi a  V(ll) U VeI2). Si osservi che o = VeCI» K n = V«O» sono insiemi algebrici. Dalle proprietà (b) e (c) segue allora che la famiglia dei sottoinsiemi algebrici di K n ha le proprietà (Cl), (C2) e (C3) degli insiemi chiusi, e quindi definisce una topologia Z su K n , nella quale gli aperti sono gli insiemi il cui complementare è un insieme algebrico; Z si chiama lopologia di Zariski su K n . Si noti che per la (d) i punti di K n sono chiusi nel1a topologia di Zariski; in particolare Z è più fine della topologia cofinita; se n = l le due topologie coincidono. In R n Z è meno fine della topologia eucJidea perché gli insiemi algebrici sono chiusi nella topologia euclidea (cfr. esempio 4.3(4». Lo stesso vale in C n . Esercizi 1. Dinlostrare con esempi che l'unione di una famiglia infìnita di sottoinsiemi chiusi di uno spazio topologico non è in generale un sottoinsieme chiuso. 2. DilTIOstrare che dati comunque due sottoinsielni A, B di uno spazio top01ogico X si ha Fr(A n B) = Fr(A) n Fr(B) Fr(A u B) c Fr(A) u Fr(B), Int(A n B) = Int(A) n Int(B): Int(A u B) :J Int(A) u Int(B), AuB= A U B , - - AnB c AnB. Trovare esenlpi in cui le inclusioni precedenti sono strette. 
3 I SOl1oinsiemi di uno spazio [opologico 33 3. In uno spazio topologico X siano E un sottoinsieme denso ed U un aperto. Dimostrare che si ha: E (ì U =:) U. 4. Sia X uno spazio topologico. Dimostrare che X è discreto se e solo se per ognJ sottoinsieme A di X, D(A) = 0. 5. Sia A un sottoinsienle di uno spazio topologico X. Ditnostrare che Fr(A) =:) Fr(Int(A». Dare un esempio in cui non vale l'uguaglianza. 6. Sia S la fmniglia di sottoinsiemi di N costituita da 0, N e da tutti i sottoinsiemi della forma An = {n, n + 1, n + 2, . . .}, n E N. (a) Dimostrare che S è una topologia Cb) trovare i punti di accumulazione dell' insieme S = {3, 7, 51 , 107} e determinare 8 . (c) determinare i sottoinsienli di N il cui derivato è N: 7. Sia X = {a, b, c, d, e} con la topologia T dell'esempio 2.1 (8). Trovare la chiusura, il deri vato, la frontiera e l'interno dei seguenti sottoinsiemi: {a}, {e}, {d,e}, {a, c}, {a,b}, {a, d, e}. 8. Descrivere la chiusura, la frontiera, l'interno, 1'esterno e il deri vato di ognuno dei seguenti sottoinsiemi di R3: {x = (Xl,X2,X3): xI,x2,x3 E Q} {x : x I + x2 = l}; {x: x I E Q}; {x : XI + X2 = 2, X3 > O}. 9. In R consideriamo il sottoinsieme S = Ln: 1) : n = O, I, 2, . .. } . Dimostrare che S = 8 U { l} nella topologia euclidea, S = R neHa topologia cofinita. lO. Sia X un insieme non vuoto. Un operatore di chiusura su X è un'applicazione C : P(X)  P(X) tale che 0(0) = 0, 0(8) =:) S per ogni S E P(X), 0(0(8) = 0(8) per ogni S E P(X), OCA U B) = OCA) U O(B) per ogni A, B E P(X). 
34 Spazi topologici e applicazioni continue I Cap. I Dimostrare che se C è un operatore di chiusura su X c se T denota la famiglia di tutti i sottoinsiemi 8 di X tali che C(X\S) = X\S, aDora T è una topologia. Dimostrare che per ogni sottoinsieme B di X sì ha: 0(5) = S nella topologia T. Il. Sia X un insienle non vuoto. Un operatore di interno su X è un' applicazione I : P (X) -t P (X) tale che /(X) = X, S ::J 1(8) per ogni B E P (X): /(/(B» = 1(8) pcr ogni 8 E P(X), /(A n B) = I(A) n [(B) per ogni A, n E P(X). Dil110strarc che se [ è un operatore di interno su X e se T denota la famiglia di tutti i sottoinsierni A di X tali che I(A) = A, T è una topologia. Dimostrare che per ogni sottoinsieme S di X si ha /(8) = Int(S) nella topologia T. 4 Applicazioni continue Siano X e Y due spazi topologici e f : X -4 Y un' applicazione. f si dice continua nel punto x E X se per ogni intorno N di f(x) E Y esiste un intorno M di x tale che f(M) C N. f si dice continua se è continua in ogni punto. È evidente che la definizione di continuità che abbiamo dato coincide con quella data nel paragrafo ] qualora X e Y siano spazi metrizzabili. L'insieme i cui elementi sono le applicazioni continue di X in Y si denota C(X, Y). 4.1 PROPOSIZIONE Sia f : X  Y un'applicazione di spaZi topologici. Le condizioni seguenti sono equivalenti: (a) f è continua. (b) f ] (A) è aperto in X jJer ogni aperto A di Y. (c) f ] (C) è chiuso in X per ogni chiuso C di Y. DÙnostrazione (a) => (b) Sia A un aperto di Y e x E f - l (A). Poiché A è un intorno di f(x) e f è continua esiste un intorno M di x tale che f(M) C A. Quindi x E M C f l (A) e perciò f- ] (A) E N (x). Segue che f- l (A) è aperto perché è intorno di ogni suo punto. 
..f. I Applic a zio1li continue 35 (b) =.} (a) Sia x E X e N E N(f(x). Esiste un aperto A C Y tale che f(x) E A C N. Allora M = f l (A) E N(x) e f(M) = A C N. Quindi I è continua In x. (b) {:} (c) segue facilmente dalla relazione: f- I (Y\8) = X\I 1(8) per ogni sottoinsieme S di Y. 11II 4.2 PROPOSIZIONE applicazioni. Se I è continua in x. Quindi se I e g sono continue anche Siano X, Y, Z spazi topoLogici, f : X ----7 Y, g : Y ----7 Z continua in x e g è continua in f(x) E Y allora g. f è la [oro c0l11posizione g' f è continua. DÙnostrazione. Immediata. !Il 4.3 Eselnpi l. . L'applicazione identità di uno spazio topologico in se stesso è continua. Se X, Y sono due spazi topologici e Yo E Y, l'applicazione costante: C Yo : X ----7 Y che manda ogni x E X in Yo è continua. Ogni applicazione di uno spazio discreto X in uno spazio Y è continua. Ogni applicazione di uno spazio X in uno spazio banale Y è continua. Siano T e T'. due topologie su un insieme non vuoto X e 1 X : X ----7 X l' applicazione inità, Se si considera il dominio di 1 x con la topologia T'ed il codominio con la topologia T allora l x è continua se e solo se T < T'. 2. Se X e Y sono spazi metrizzabili, un' applicazione f : X ----7 Y è continua se e solo se è continua con1e applicazione tra spazi metrici. Ciò segue dal teorema 1.1. In particolare sono continue 'l. applicazioni lineari L : R n ----7 R m (cfr. esempio 1.2( 4»; le traslazioni Ta : R n -t R n , a E R n , sono isometrie e quindi sono continue. - Similmente sono continue le applicazioni lineari L : C n ----7 cm C le traslazioni Ta : C n ----7 C n . 3. Sia X uno spazio topologico. Un' applicazione f : X ----7 R n è continua In x E X se e solo se sono continue in x le composizioni: Pi . f : X ----7 R, i= 1.... , n. ) , dove Pi denota la i-esima proiezione di R n in R. L'affermazione "solo se" segue dal fatto che le proiezioni Pi sono continue perché lineari c dalla proposizione 4.2. Viceversa supponiamo che le applicazioni li := Pi' I siano continue in x, e sia N C R n un intorno di f(x) = (fl (x) . .. , In(x». 
36 Spazi topo logici e applicazioni continue I Cap. l Esiste r > O tale che f(x) E Qr(f(x» C N, dove Q r (f (x)) = {Y E R n : I Yi - li (x) I < , i = l, . . . , n } (cfr. esempio 2.4(2)). Per la continuità di Il, . . . , In in x esistono intorni M], . . . , .J.n di x tali che li (Mi) C (li (x) - , li (x) + ; ), i = l, . . . , n. Ma allora, posto M = MI n . . . n M n , si ha: [(M) C I] (M]) x . . . x !n(M n ) C Qr(f(x» C N, e quindi f è continua in x perché M E N(x). 4. Sia f : X -+ Y un' applicazione continua tra due spazi topologici. Gli insiemi f - I (y), Y E Y, si chiamano fibre di f. Se i punti di y sono chiusi le fibre di f sono sottoinsiemi chiusi di X. Le fibre di un'applicazione continua f : R n -+ R si dicono insienli di Livello di f. Se L : R n -+ R è ]ineare gli insiemi di li vello di L sono i sottoinsiemi di equazione L(x) = a, a E R, e cioè ipe rpiani affini di R n ; per n - 2, 3 SI ottengono rette e pla/u affini rispettivamente. Due iperpiani affini L(x) = a, L(x) = b, a, bER definiti dalla stessa applicazione ]ineare si dicono paralleli. Più in generale un sottospazio affine di R n è un sottoinsieme chiuso che è fibra di un' applicazione lineare L : R U -+ R m . Quindi un sottospazio affine è un sottoinsielne di R n definito da equazioni della forma aJIxl +...+ alnX n = al r 4.1] amI XI +... + arnnX n = a m cioè è il luogo delle soluzioni di un sistema di equazioni lineari. Se il sistema è omogeneo si ottiene un sotto spazio vettori aIe. Ogni sottospazio affine non vuoto A è il traslato di un unico sottospazio vettori aIe V, quello delle soluzioni del sistelna omogeneo associato al sistema l4.1 J che definisce A: A = V + b = {v + b : v E V} 
4 I Applicaz.ioni (,0/11iI1IU! 37 dove b E R n è un qualsiasi elemento di A, cioè una soluzione qualsiasi del sistema [4.11. La dÙnensione di A è per definizione uguale alla dimensione dello spazio vettori aIe V. \: Siano X, Y spazi topologici. Un' applicazione f : X  Y si dice aperta se per ogni sottoinsieme aperto A C X r insieme f(A) C Y è aperto; f si dice chiusa se per ogni sottoinsieme chi uso C C X l'insieme I (C) è chi uso in Y. La con1posizione di due applicazioni aperte (rispettivamente chiuse) è aperta (chiusa). :'.ic- L'applicazione I : X -) Y si dice un o1neo1110rfisll1o oppure un' equivalenza lopologica se f è continua, biunivoca, e se l'inversa 1- I : y ---7 X è continua. Un'applicazione biunivoca e continua è un omeomorfismo se e solo se è anche aperta oppure chiusa. Un'iSOlnetria di spazi metrizzabili è un omeomorfismo (cfr. esempio 1.2(6». '''' Due spazi topologici si dicono 0lne0l11orfi, oppure topologicalnente equivalenti, e si scrive X  Y, se esiste un omeomorfismo f : X  Y. Le tre proprietà seguenti sono ovvie: (a) l'identità di uno spazio in se stesso è un (J/neolnorjiSl1zo; (b) se f : X  Y è un oI11eol11orjisl1lo, anche f ] : y  X è un (UneOnlorjiSI110; (c) se f : X -) Y e g : Y  Z sono (nne0I1Z0rji.\'1ni, la c(nnposizione g. f : X  Z è un o17zeolnoljìsI110. Da queste proprietà segue che l'equivalenza topologica è una relazione di equivalenza tra spazi topologici. Una proprietà che una volta posseduta da uno spazio X è anche posseduta da ogni spazio omeomorfo a X si dice proprietà topologica. Ogni proprietà che si definisce solo in termini di insiemi aperti o chiusi e di applicazioni continue è una proprietà topologica. i\d esempio soddisfare il primo oppure il secondo assioma di numerabilità, l'essere separabile, l'essere uno spazio discreto o banale, sono altrettante proprietà topologiche. 4.4 Esen1pi l. Le proiezioni Pi : R n  R sono applicazioni aperte. Sia A C R n un aperto, a E pi(A) e x = (x l  . . .  Xi I, a Xi+h . . . , X n ) un qualsiasi punto di A tale che Pi(x) = a. Poiché A è aperto esiste r > O tale che Qr(x) C A. Allora a E Pi(Qr(X» C pi(A) e Pi(Qr(X)) = (a -, a +) è un intorno di a: quindi pi(A) è aperto. 
38 Spazi topologici e applicazioni continue I Cap. J Se n > 2 le proiezioni non sono chiuse. Sia infatti l < j < n, j =f i, e consideriamo il chiuso ,..') di R n di equazione: XiX} - 1 = O. Allora Pi(S) = R\ {O} non è chiuso. 2. Sia n < m e  : R n ---; R m l'inclusione lineare t,(XI"'" x n ) = (XI,..., Xn, O,..., O). L è continua e chiusa ma non aperta. La continuità segue dal1a linearità. Sia G'V C R n chiuso e Y = (YI,..' , Ym) E Rm\t(C). Se Yj 10 per qualche j > n + l, allora D/YJI(Y) C Rm\t,(Rn) C Rm\t(C). Se invece Yn+l = . . . = Ym = O, allora y = t(Y'), dove y' = (YI, . . . , Yn) E Rn\C. Sia r > O tale che Dr(Y') C Rn\C. Allora Dr(Y) C Rm\t(C). Quindi ogni Y E Rm\t(C) è esterno a t(C), cioè L(C) è chiuso. Questo dimostra che t è un' applicazione chiusa. L'applicazione t non è aperta perché t(R n ) non ha punti interni. 3. Sia X uno spazio topologico. L'insieme Omeo(X) degli omcomorfìsmi di X in se stesso è un gruppo di trasformazioni di X, cioé è un insieme di biezioni di X in sé che costituisce un gruppo rispetto alla composizione (cfr. Sernesi 1989,  ] 4). e applicazioni lineari invertibili L : R n ---+ R n sono particolari omeomorfismi; esse costrtuiscono un sotto gruppo di Omeo(R n ) che si può identificare con il gruppo GLn(R) del1e matrici n X n reali inverti bili. Un altro sottogruppo di "Omeo(R n ) è costituito dalle traslazioni: Ta : R n  R n , Ta(x) = x + a x E R n . 11 gruppo delle traslazioni di R n si identifica con il gruppo additivo R n c verrà denotato 817.' Se Ta E 8n e L E GLn(R) la composizione Ta,L := Ta · L = L . T L J(a) è un' affinità di R n . Si ha: Ta.L(x) = L(x) + a = Ax + a = (  aljXj + al,...,  anjXj + a n ) , ) } 
4 I Applicazioni continue 39 dove A = (aij) è la matrice che rappresenta L. Le affinità sono omeomorfismi perché composizione di due omeomorfismi; esse costituiscono un sottogruppo di Omeo(R n ) che denoteremo Aff(R n ) e che contiene GLn(R) e 8n COlTIe sottogruppi. Un altro sottogruppo notevole di Aff(R n ) è il gruppo An delle omotetie: ricordiamo che una Ol1'lotetia è un' affinità Ta:L in cui L = À 1 R n per qualche À E R\ {O}. Le applicazioni lineari L : R n  R n in cui L è un operatore unitario, cioè è rappresentato da una matrice ortogonale, costituiscono un sottogruppo di G Ln(R) isomorfo al gruppo ortogonale O(n). Le affinità Ta,L E Aff(R n ) in cui L E O(n) sono le iS0111etrie, o congruellze, di R n e costituiscono un sottogruppo Isom(R n ) di G Ln(R). Le iso/11etrie dirette, o sil1unetrie, di R n sono quelle isometrie Ta,L tali che L E SO(n), cioè tali che det(L) = 1. Esse costituiscono un sottogruppo IS0111o(R n ) di Aff(R n ) contenuto nel sottogruppo Affo(Rn) di Aff(R n ) costituito dalle affinità .dirette, cioè dalle affinità Ta.L tali che det(L) > O. Infine ricordiamo che una silnilitudine di Rn è un'affinità ottenuta con1ponendo un numero finito di isometrie e di omotetie. Le similitudini costituiscono un sottogruppo Simil(R n ) di Aff(R n ) (cfr. Sernesi 1989,  20). Vediamo dunque che tutte le trasformazioni di R n considerate in geometria affine e in geometria euclidea sono particolari omeo1110rfismi. In modo simile si vede che Aff(C n ) è un sottogruppo di Omeo(C n ), cioè ogni affinità di C n è un omeomorfismo (cfr. esercizio 11). Esercizi 1. Sia f : X ---+ Y un"applicazione di spazi topologici, x E X e 8(f(x» un sistelna fondamentale di intorni di f(x). Dimostrare" che f è continua in x se e solo se per ogni N E 8(f(x» esiste M E }.!(x) tale che f(M) c N. 2. Siano X e Y due spazi topologici e f : X ---+ Y un' applicazione. Siano S e 8 rispettivamente una sottobase e una base del1a topologia di Y. Dimostrare che le condizioni seguenti sono equi valenti: (a) f è continua; (b) f l (B) è aperto in X per ogni B E 8; Cc) f '(8) è aperto per ogni 8 E S; (d) f( V ) c f(V) per ogni sottoinsicnle V di X; (e) f-' ( W ) ::J f- '(W) per ogni sottoinsieme W di Y. 3. Sia f : X ---+ Y un' applicazione di un insielne X in uno spazio topologico Y con topologia T. Dilnostrare che la famiglia di sottoinsiemi di X: f 'CT):={f-'(A):AET} è una topologia su X rispetto alla quale l'applicazione f è continua. f-' (T) è precisamente la meno fine lra tutte le topologie su X che rendono f continua, e si chiama topologia indotta da f su X. 
40 Spazi lopologici e applicazioni continue I Cap. 1 4. Sia I : X --+ Y un' applicazione di uno spazio topologico X con topologia T in un insieme Y. Dimostrare che la famiglia di sottoinsiemi di Y: f*(T) := {A C Y : f- I(A) E T} è una topologia su Y, che r applicazione f è continua rispetto ad essa, e che ogni altra topologia su Y che rende I continua è meno tìne di I*(T). Questa si chiama top%gia indotta da I su Y. 5. Sia S un sottoinsieme di uno spazio topologico X e Xs : X ---+ R l'applicazione così defìnita: { l se x E S XS'(x) = O se x F/: S Dimostrare che Xs è continua in x se e solo se x r:f- Fr(S). 6. Dimostrare che le topologie jd e 1's su R sono omeomorfe. (Su8gerÙnento. Verificare che rapplicazione x  -x è un omeon1orfismo). 7. Siano X uno spazio top01ogico, I, g : X -+ R applicazioni continue e a E R. Dimostrare che ognuna delle seguenti applicazioni è continua: al : X -r R, Ifl : X -t R, I + g : X ---+ R, I g : X ---+ R, (af)(x) = af(x): If/(x) = II(x)!; (f + g)(x) = I(x) + g(x); (fg)(x) = I(X)g(X)1 X E X. 8. Siano X uno spazio topologico, f, g : X ---+ R rt applicazioni continue e a E R. Dimostrare che ognuna delle seguenti appJicazioni è continua: 1+ g : X -) R n , (I + g)(x) = I(x) + g(x); al : X -t R n , (af)(x) = al(x); 11/11 : X ---+ R, IIfI/(x) = /lf(x)/I. 9. Siano X uno spazio topologico e I : X --t R un' app1icazione continua tale che I(x) FO per ogni x E X. Dimostrare che l'applicazione: :7 : X --> R, (:7 ) (x) = f() ' x E X è continua. lO. Siano Il  . . .  In : R ---+ R applicazioni continue. Dimostrare che le applicazioni 1+ : R n ---+ R f+(x) = Il (x d + . . . + fn(x n ); IX : R n ---+ R, IX (x) = Il (XI). .. In(x n ) x = (x l, . . . , X n ), sono continue. Il. Un'affinità conzplessa è un'applicazione I : C n --+ C n deHa forma I(z) = L(z) + b, z E cn dove b E C n e L E GLn(C). DirTIostrare che un 'affinità cOlllplessa è un omeomorfismo. 
.f. I Applicaz.ioni continue 41 12. Sia X uno spazio topoJogico tale che per ogni sottoinsienle I C X sia abbia Int(I) = 0. Dimostrare che ogni applicazione f : Y ---7 X da uno spazio topologico Y in X è continua. 13. Sia f : R  R l'applicazione così definita: f(x) = { X x+l se x < O se x  O. DiITIOstrare che f è continua se il codominio ha la topologia euclidea ed il dominio ha la topologia id (cfr. esenlpio 2.4(1 ». 14. Sia n  ] un intero. Si identifìchi l'insieme Mn(R) delle matrici quadrate n x n a 2 elelnenti reali allo spazio cuclideo R n , associando a una matrice A = (ai}) il punto R n2 (a] ] , . . . , a l n  a21  . . . , a2n, . . . , a nn ) E . Dimostrare che l'applicazione det : Mn(R) ---7 R A r-t det(A) è continua. ") 15. In modo simile al caso reale dell'esercizio precedente, si identifìchi Mn(C) a cn e si dilTIostri che det: Mn(C) ---7 C è un'applicazione continua. 
Capitolo 2 Esempi 5 Sottospazi Sia X uno spazio topologico con topologia T, e sia S un suo sottoinsieme non vuoto. Consideriamo la famig1ia Ts dei sottoinsiemi di k.9 della forma S n A, al variare di A tra gli aperti di X. È imlnediato verificare che Ts è una topologia, che si chiama topologia relativa di S in X (ovvero lopologia indotta da X su S); si ha Ts = i J(T), dove i : /..9 C X è l'inclusione (cfr. esercizio 4.3). In particolare 1'inclusione i è continua se S ha la topologia T8 (ed infatti T8 è la topologia meno fine su S che rende i continua). Nel caso particolare in cui X è metrizzabile la topologia relativa di k.9 in X è q uella indotta dalla distanza (cfr. esempio 2.1 (6». Considerato come spazio topologico con la topologia relativa, S si chiama sottospazio lopologico (o brevemente sottospazio) di X e X si chiama spazio alnbiente di S. Si noti che dalla definizione segue che un sottoinsieme H C S è chiuso se e solo se esiste un chiuso K C X tale che H = K nS. Come abbiamo già osservato nel caso degli spazi metrizzabili, dal fatto che un sottoinsieme B di 8 sia aperto (oppure chiuso) in S non segue necessariamente che B è aperto (risp. chiuso) in X. Le principali proprietà dei sottospazi sono date dalla seguente 5.1 PROPOSIZIONE Siano X uno spazio tO!Jo!ogico e S un suo sottospazio. (a) Se 0 =f T C k.9, la top%gia relativa di T in k.9 coincide con la tOjJologia relativa di T in X. Cb) Se B è una base della topologia di X, la janliglia Bs={Bnk.9:BEB} è una base della tOjJologia di S. 
5 I SOllospazi 43 (c) Se 5 è una sottobase della {opologia di X, la famiglia 58 = {A n S : A E 5} è una sottobase della topologia di 1..9. (d) Sia x E S; un sottoinsielne U di S è un intorno di x 1n S se e solo se esiste un intorno V di x in X tale che U = V n S. (e) Se W è un sottoinsienle di S e denotialno con W r la chiusura di W in 8 - -r - e con W la chiusura di W in X, allora W = W n S. (f) S è aperto in X se e solo se l'inclusione i : S C X è aperta. (g) S è chuso in X se e solo se l'inclusione i è chiusa. DÙnosfrazione (a) Se A C T è aperto nella topologia relativa di T in S esiste B aperto in S tale che A = B n T; per la definizione di topologia relativa di S in X esiste un aperto U di X tale che B = Un 1..9; quindi A = T n (8 n U) = T n U è aperto nella topologia relativa di T in X. Il viceversa si dimostra in modo simile. (b) Sia A un aperto di S e B un aperto di X tale che A = B nS. Poiché 8 è una base di X si ha B = U Bj, Bj E 8 JEJ e perciò A = B n 1..9 = ( .U Bj ) n 8 = .U (B) n 8); }EJ }EJ poiché ogni Bj n S E 88, ciò prova che 88 è una base della topologia di 1..9. Cc) Segue in1mediatamente da (b). (d) Se V è un intorno di x in X esiste un aperto B di X tale che x E B C V; allora A = 1..9 n B è un aperto di S tale che x E A C V n S = U, e quindi U è un intorno di x in S. Se viceversa U è un intorno di x in S ed A un aperto di S tale che x E A C U, esiste un aperto B di X tale che A = B n S. Poniamo V = B U U. Allora x E B C V, quindi V è un intorno di x in X e V n S = U. Le dimostrazioni di (e), (f) e (g) sono lasciate al lettore. Il Sia I : X ---t Y un' applicazione continua di spazi topologici e sia Y' un sottospazio di Y tale che I(X) C Y'. Ponendo l'(x) = I(x), x E X, resta defi- nita un' applicazione j' : X ---t Y' che, è immediato verificarlo, è continua; l' si 
44 Esempi I Cap. 2 chiama applicazione di X in Y' indotta da I. I si dice inclusione continua se r applicazione X  I(X) indotta da I è un oIneomorfislllo. In particolare se f : X  Y. è un omeomorfismo allora f è un'inclusione continua. L'inclusione di un sottospazio nel suo spazio ambiente è un inclusione continua. Se Ti, T 2 sono due topologie su un insieme X =f 0 e Ti < 72 strettamente, l'identità (X 7 2 )  (X, Ti) è un esempio di applicazione continua e biettiva che non è un' inclusione continua. Siano I : X  Y un' applicazione continua di spazi topologici, S un sottospazio di X ed i : S C X l'inclusione. La composizione I . i : .9  Y è un'applicazione conti nua che si chiama restrizione di I a 8, e si denota 118' Se viceversa g : S -4 Y è un' applicazione continua, ogni applicazione continua I : X ---t Y tale che fls = g si chiama estensione continua di g ad X. Lasciamo al lettore la dimostrazione della seguente: 5.2 PROPOSIZIONE Siano X, Y spazi topologici, f : X  Y un orneolnoJ:fis111o ed S un so!tospazio di X. Allora la restrizione fjs : S ---t Y è un 'inclusione continua. Supponiamo dati un ricopri mento 1 dello spazio X ed un'applicazione continua I : X  Y. Per ogni F E 1 consideriamo la restrizione flF : F  Y. La famiglia di applicazioni continue {/,F : F -4 Y}FEf soddisfa alle ovvie condizioni di c0l11patibilità C/IFI)JF,0F2 = (!IF 2 )IF,nF 2 , per ogni Fh F'2 E ,. Supponiamo viceversa dato un ricoprirncnto ]' dello spazio X ed una famiglia di applicazioni continue {IF: F  Y}FEf soddisfacenti alle condizioni di compatibi1ità (f F, )/F, nF 2 = (f F 2 )IF 1 nF 2 , per ogni F 1 , F 2 E 7. [5.11 Possiamo allora definire l' incollal11ento delle applicazioni {I F} come l'applicazione f : X -4 Y data da f(x) = !F(X) se x E F. Si ha ovviamente fjF = IF per ognI F E 1, 
5 l Sotlospazi 45 ma In generale f non è continua. Ad esempio l'applicazione f : R ---t R definita da { O se x < O. f(x) = - , 1 se x > O non è continua ed è l' incollamento delle applicazioni costanti Co : (-00, O] ---t R, Cl: (O, +00) ---t R, che sono continue. La proposizione seguente dà delle condizioni che garantiscono la continuità dell' incollamento di una famiglia di applicazioni continue. 5.3 PROPOSIZIONE Siano 1 un ricoprinlento dello .\l Ja Z io tOjJologico X, {f F : F ---t Y} FEl una fan1iglia di applicazioni continue a valori in uno spazio to- pologico Y, soddisfacenti alle condizioni di conlpatibilità [5. I 1, e f : X ---t Y l'incollanlento delle {f F}. SuppOnial110 che una delle seguenti condizioni sia sod- di.ratta: (a) tutti gli F E 1 sono insielni aperti (si dice 111 questo caso che 1 è un ricoprimento aperto); (b) 1 è una .fanliglia finita di insiemi chiusi (]' è un ricoprimento chiuso finito). Allora I è continua. Dinl0strazione. Supponiamo soddisfatta la (a), e sia A un aperto di Y. Poiché ]' è un ricopri mento di X, si ha f--'(A)=I I(A)n ( U F ) = U (I I(A)nF)= U fF1(A). FEl FEl FEl Per la continuità delle applicazioni f F, f F I (A) è aperto in F per ogni F E 1 e quindi è aperto in X, perché gli F sono insiemi aperti; ne segue che f l (A) è aperto in X, e quindi f è continua. N eH' ipotesi (b) la dimostrazione è simile: si considera un chiuso H C Y e si verifica che 1- l (H) è chiuso in X. Il 5.4 Esenlpi l. Se X e Y sono due spazi metrici e f : X ---t Y è un' applicazione tale che dx(x, x') = dy(f(x), f(x'» per ogni x, x' E X, allora f è un'inclusione continua di X in Y considerati come spazi topologici metrizzabili. 
46 Esempi I Cap. 2 2. I seguenti sottospazi di R n , n > 1, sono esempi che ricorrono frequentemente in topologia: I = [O, l J: l'intervallo unitario chiuso di R. In = {X E R n : O < Xi < 1, i = 1  . . . , n}: l' n-cubo. D n = {x E R rl : /lxll < l}: l'n-disco unitario chiuso. S11. - 1 = {x E R n : Uxll = l} = Fr(D n ): l'(n - I )-.\fera. s . 1 = {x E sn . l : x n > O}; S - ] = {x E S11. I: X 11. < O}; le (n-I )-senli.fere chiuse (o (n - l)-calotte chiuse). /1n = {x E R n : x I + . . . + Xn < 1  Xi > O, i = l,. . . , n}: l' n-sÙnplesso. Uno spazio X 01l1eOmor[o a D n si chiama n-cella. Si verifica facilmente che ogni sottospazio affine A di '(dimensione m di R n è omeomorfo a R m . Sia infatti A = V + b, b E R n , dove V è un sotto spazio vettoriale di dimensione m in R n , e sia {v I, . . . , v m } una base ortonormale di V. L'applicazione h : R m  R n definita da h(y) = YI VI +. . . + Ym V m + b induce un omeomorfismo di R m su A. Un SOt!oillsienle K di R n si dice convesso se per ogni coppia di punti distinti P, Q E K, il segmento che li congiunge PQ ={(I-t)P+tQ:tEI} è contenuto in K. Un solido convesso è un sottoinsieme convesso il CUI interno è non vuoto. In, D n e /111. sono solidi convessi (fig. 5.1); un sottospazio affine diverso da R rt è convesso ma non è un solido; sn . l non è convesso. ,/ ,/ /' ....... ,.., ,.., ....... ...... ...... ....... Figura 5.1 
5 I SO! lo.pazi 47 L'intersezione di una famiglia qualunque di insiemi conveSSI è un InSIeme convesso, come segue subito dal1a definizione. Se k.9 C Rn è un qualunque sottoinsieme, l'inviluppo convesso di S è il più piccolo insieme convesso K(k.9) contenente S, cioè l'intersezione di tutti gli insiemi convessi contenenti 8. Ovviall1ente l'in viluppo convesso di un insieme convesso S è S stesso. L'inviluppo convesso di sn - l è D n . 11rJ. è l'inviluppo convesso dell'insieme finito {O,e),...,e n }, dove el,...,e n sono i vettori della base canonica di R n . Più in generale l'inviluppo convesso di un insieme finito {P I  . . . , Pm} è K(P" . . . , Pm) = {tI P, + . . . + tm.Pm : t, + . . . + t m = l, tj > O, j = 1, . . . , m}. 3. Per costruire oIneomorfismi tra sottospazi di R n useremo quando possibile affinità o addirittura congruenze o similitudini. Due sottospazi topologici S e T di Rn si diranno affinenzente equivalenti (rispettivamente congruenti, risp. sÙnili) se esiste un' affinità (risp. una congruenza, risp. una similitudine) f : R n --t R n tale che 1(8) = T. Poiché le affinità sono omeomorfismi, segue dalla proposizione 5.2 che due sotto spazi affinemente equivalenti (in particolare congruenti o simili) sono omeo- m ortì.. Ad esempio D n ed sn l sono omeomorfl ad un qualsiasi disco chiuso Dr(x), x E R n , r > O, e alla sua frontiera rispettivamen te, p erché è possibile, con una opportuna similit udine (quale?) mandare D n su Dr(x ) in modo che sn - l abbia per immagine Fr(Dr(x». Denoteremo d'ora in poi Fr(Dr(x» con 811. I(x,r). 4. Consideriamo DI (O) = Dn\sn -- I C R n , il disco aperto di centro l'origine e raggio 1. L'applicazione h : D l (O) --+ R n definita da h(x) = x/Cl - Ilxll) è un omeomorfismo. Infatti h è continua e possiede un' inversa continua data da h-1(y) = y/(l + 11yll). So1tospazi di R 5. Siano [a, b J e [c, dJ due intervalli chiusi e limitati (a < b, c < d), considerati come sotto spazi topo logici di R. L'applicazione f : [a, b] --+ [c, d] 
48 Esempi I Cap. 2 defini la da d-c f(x) = c + b _ a (x - a) è la restrizione ad [a, b] di una affinità di R in R, che è un omcomorfismo. Per la proposizione 5.2 f è un omeomorfismo. Con un' ulteriore restrizione otteniamo omeomorfÌsmi tra ( a, b) e ( c, d), l a, b) C [c, d), (a,bl e (c,dJ. L'olneomorfismo f che abbiamo considerato soddisfa f(a) = c, f(b) = d. Se si- considera invece l'applicazione g : [a, b]  l c, d] defini la da e-d g(x) = d + (x - a) b-a si ottiene un olneomorfismo tale che g(a) = d, g(b) = c; g induce omeomorfismi di la, b) su (c, d] e di (a, b l su [e, d). Si noti che se b - a =I- d-c gli intervalli la, bJ e [e, d] non sono congruenti pur essendo omeomorfi. 6. Siano e < b cd f : [c, b) --+ R definita da f(x) = (x - e)/(b - x). f è un'inclusione continua cioè induce un omeomorfismo di [c, b) sull'immagine, che è l'intervallo [O, +00). Infatti f è continua e dotata di inversa f- I : [O, +00) --t [e, b) data da f - l (t) = (bt + c) / (t + l). Per restrizione f definisce un omeomorfismo di ( c, b) su (O, +(0). Analogamente, se a < c e se poniamo g(x) = (x - c)/(x - a) 
5 I Sottospazi 49 definiamo un omeomorfismo g : (a, c]  (-CX) OJ, il cui inverso è g- 'Ct) = (c - at)/(l - t). Anche qui per restrizione si definisce un omeomorfismo di (a, c) su (-00, O). Il lettore può modificare facilmente questi esempi sostituendo [O, +00) e (-00, O] con ld. +00) e (-00, dl per un qualsiasi d E R. Se a < b e se poniamo c = C a + b) /2, possiamo definire h : (a, b)  R come incollamento di f e g definite qui sopra, ponendo cioè x-c h(x) = { X - a x-c b-x se a < x < c, se c < x < b. Otteniamo in questo modo un omeoITIorfismo di (a, b) su R. 7. Riassumendo gli esempi 5 e 6, possiamo dire che: (C\!) due intervalli aperti, lin1itati o no, sono omeomorfì; ((3) due intervalli chiusi e limitati sono omeomorfi; (l') due intervalli aperti da una parte e chi usi dall' altra, limitati o no, sono omeomorfi. È possibile dimostrare che le classi (a), ({3) e (l') sono topologicamente distinte, cioè che ogni intervallo di una di esse non è omeomorfo ad alcun intervallo di un'altra. Dimostreremo questo fatto nel paragrafo Il (cfr. esempio 11.14(1)). Sottospazi di R 2 e di C 8. Siano P" . . . , Pm, m > 2 punti di R 2 tali che Pj ,=1= Pj per ogni j = 2, . . . , m. a poligonale di vertici P 1 ,...  Pm. è l'unione di segmenti rr = rr C PI, . . . , p m) = P 1 P 2 U P 2 P 3 U . . . U P m. ,])rn. La poligonale rr si dice chiusa se P 1 = P m ; rr si dice senlplice se non si autointerseca, cioè se due qualsiasi dei segmenti che la compongono non hanno punti in comun e, fatta ec cezione per 1'estremo comune a due segmenti c onsecutiv i ({Pj}=Pj--lPjnPjPj+l) e per il punto P 1 =P m (comune a P 1 P 2 e a Pm IP m ) nel caso in cui rr è chiusa (fig. 5.2). È facile dimostrare che una poligonale SClll- plice e non chiusa rr CP}, . . . , Pm) è omeomorfa ad I. Un orneomorfismo è indotto dall' immersione f : I -4 R 2 , definita come incollalnento delle applicazioni (j = 
50 E'empi I Cap. 2 =2,...,m) [ 1-2 i-l ] Ij . U j: m-l  m - l  R2 dove .. [ i-2 i-l ] U J . l ' l  I, U j (t) = (m - l)t - i + 2, m- m- e fj:IR2 Jj(u)=(1-u)P j - 1 +uPjo Una poligonale senlplice e chiusa TI = TI (P" . . . , Pm I, p]) (con m > 4) è onleornorfa alla circonferenza Si. P4 P2  Poligonale né semplice né chiusa P,    Ps Poligonate semplice non chiusa P-, Ps Poligonale semplice e chiusa Figura 5.2 
5 l Sottospazi 51 Per costruire un omeomorfismo h : SI  n Si ponga: s+ : = {x = (x, y) E SI: y > O}, S -- : = {x = (x, y) E SI: y < O}, n' := n (Prn - J, . . .  P 2 , P 1 ), n" := n (Pm - I, P I ). Essendo n'una poligonale semplice e non chiusa, dalla prima parte di questo esempio otteniamo un omeomorfismo f : lO, Il  n'. Per ogni x E S+, si ponga h' (x) = f ( x ; l ) . . n ' Ovviamente h' : s+  è un omeomorfismo e si ha: h' (l, O) = I( l) = P,; h'(-l,O) = 1(0) = P m --!. n " Sia ora g: lO, Il  l'oilleomorfismo così definito: g(t) = (1 - t)P m ,-\ +tP,. Per ogni x E S-, si ponga h" (x) = g ( x ; 1 ) . n " Ovviall1ente h" : S-  è un omeomorfismo e si ha: h"(-l,O) = g(O) = P rn - 1 ; h" (1, O) = g( l) = P I . Ne segue che h' c h" si incollano in un' applicazione h : S'  n. Inoltre h è continua (infatti {S -,S+} è un ricoprimento fìnito e chiuso di SI) e dunque h è un olTIcomorfismo come richiesto. 9. Il quadrato 1 2 ed il disco chiuso D 2 sono omeonl0rfi (cioè 1 2 è una 2-cella). Possiamo sostituire 1 2 con il quadrato chiuso Q = {(XI,X2) E R2: -l < X"X2 < l} di centro l'origine e lato di lunghezza 2 : I::! e Q sono simili e quindi oll1eomorfi. La similitudine s : 1 2  Q è data da s(x) = (2x l -- 1, 2X2 - l) 
52 Esempi I Cap. 2 e l'inversa è s -- l (t) = C I ; ] , t l ;] ). Costruiamo un omeomorfìsmo f di D 2 su Q nel modo seguente. Per ogni x # O denotialTIO con x' E Fr( Q) il punto di intersezione con Fr(Q della semiretta di origine O e passante per x. Definiamo { O se x = o. I(x) = ' 1/ x' "x se x E D 2 \ {O}. L'applicazione f : D 2 ---t Q così definita è biunivoca perché ha inversa f . I (y) = { ; / /I y'll se y = O se y E Q \ {O} . La continuità di 1 e di f- ] segue da quella della funzione Q\ {O} ---t R y  l/y'll la cui verifica ClelTIentare è lasciata al lettore (fìg. 5.3). Si noti che f induce un omeomorfismo di S] sul1a poligonale Fr( Q). Si os- servi anche che f non può essere la restrizione di un' affinità l : R 2  R 2 . Tale affinità sarebbe infatti un' applicazione lineare (perché 1(0) = 1(0) = O) e quindi . I I ! Xl Figura 5.3 
5 I S()tlo.pazi 53 un'0l110tetia (per come è definita f). Ma ciò implicherebbe che Ilx'll è costante al variare di x E S], il che è falso. IO. Siano P,  . . . , Pm E R 2 , m > 3 punti distinti a tre a tre non allineati c tali che per ogni j = 2, . . . , m i punti P"..., Pj - 2' Pj+l'.'" Pm, siano tutti in uno dei due semipiani in cui R 2 è diviso dalla retta contenente Pj - l e Pj. L'inviluppo convesso K(P],..., Pm) si chi,una poligono convesso di vertici Pj,..., Pm. Con un metodo simile a quello dell' esempio 9 si dimostra che ogni poligono convesso è una 2-cella. Il. Un sottospazio topologico di R 2 omcomorfo a SI si chiama arco di Jordan. Come dimostrato nell'eselnpio 8 una poligonale semplice e chiusa è un arco di Jordan. La figura 5.4 rappresenta un arco di Jordan. 12. In molti casi è comodo identifìcare R 2 al piano complesso C e avere così a disposizione il linguaggio e le proprietà dei numeri complessi per studiare la topologia del piano. Ad esempio, sia O < O < 21r e sia Ao = {z E C\{O} : O < arg(z) < O}. Se n > 2 è un intero, l'applicazione C-tC Z I-t zn definisce per restrizione un oll1eomorfismo di AO/n su Ao per ognI O E (O, 21r J, il CUI in verso è indotto dall' applicazione di C in C: w  (detenninazione principale di wl/n) = n/- I I ( ( arg(w) ) . . ( arg(w) ) ) = V W cos + l Sin . n n Figura 5.4 
54 Esempi I Cap. 2 In particolare si trova che il semipiano A1r = {z E C : 1 m( z) > O} è omeomorfo al prinlo quadrante aperto A1r/2 = {z E C : Re(z) > O, Im(z) > O} e anche a A 21r = C\ {x E R : x > O}. Più in generale, qualsiasi siano 0 1 , O 2 E (O, 21r l gli aperti Ao, ed Ao sane omeomorfi; un omeomorfismo AO i ---+ A0 2 è definito da -1 Z r+ (deternlinazione principale di Z02(}j ) = Izlo20 I (COS(02 0 ;- I arg(z» + i s.in(020 I arg(z») 13. Considerian1o la funzione csponenzialc complessa exp : C ---+ C definita da exp(z) = eX(cos(y) + i sin(y», se z = x + ly. Questa applicazione è evidentemente continua. Inoltre exp(zl) = exp(z2) se e solo se X2 = XI, Y2 = YJ + 2k7r per qualche k E Z. Quindi exp è inietti va ad esempio nella striscia aperta B = {z E C : O < I In( z) < 27r} la quale viene mandata sull'aperto A 21f (fìg. 5.5). Su A 21r l'applicazione inversa di exp è data dalla detenl1inazione principale del logaritl110 naturale complesso In : A 2 'lf ---+ C 
5 Soltospazi 55 '" '" '" '" - - -1- - _ _ _ _ , --------r----- I I I I ________-1______ ----------,------- l I I I l I I , I I ------------------- t B ... ... ... , , , , , , , , I I , I , I I I O \ \ \ \ \ \ , , , " " , " , " " I . 2JlI "--__ I __-"';; --t-- I I I I I , , I , , , , ... ... A 2n o Figura 5.5 definito da ln(w) = In jwl + i arg(w). Poiché In è continua, abbiamo che B è omeomorfa ad A 21r e quindi, per quanto visto prima, ad Ao per ogni () E (O, 21r J. Si noti che exp trasforma i segmenti di B paralleli alJ' asse ilnrnaginario in circonferenze di centro l'origine. 14. Il semi piano A7r C C e il disco aperto unitario D = {z E C: Izl < l} sono omeomorfi. Un omeornorfismo è indotto dall'applicazione T : A1r  C defini ta da z -- I T(Z) = ----:- . Z + l Per verifìcarlo osserviamo che r è ben definita e continua In tutto A7r e che T(Z) E D per ogni Z E' A1r' Infatti Im(z) > O implica I Im(z - i) I < I Im(z + i)l, ed essendo Re(z - i) = Re(z + i) SI ha Iz - il < Iz + il, cioè Ir(z)1 < 1. 
56 Esempi I Cap. 2 D'altra parte consideriamo l'applicazione a : D -+ C definita da w + 1 a(w) = i(w - 1) ; a è continua e soddisfa a(D) C A1f' Quest'ultimo fatto segue osservando che w + 1 -i(w + l)( w - l) -2 Im(w) + i(l - IWJ2) - - . i (w - l) (w - ]) ( w - l) I W 1 2 - 2 Re( w) + ] il den0111inatore è reale positivo perché Iwl 2 - 2 Re('l.u) + 1 > (Re(w) - 1)2 per ogni w E C; la parte immaginaria del numeratore è l - Iwl 2 > O; quindi a (w) E A7r' È immediato verificare che, per ogni z E A 1r , W E D, si ha a(r(z» = z r(a(w» = w. Questo dimostra che a eD) = A7r r(A 7r ) = D e che T e a sono inietti ve. Qui ndi r e a sono oI11eomorfi smi tra A1r e D uno inverso dell' altro. Altri esel11pi 15. Sia c E R 3 e H un piano di R J non contenente c; sia H c il piano para11elo a H passante per c. Denotiamo con 7rc:H : R3\Hc -+ H l'applicazione definita da 7rc.H(X) = H n r(c x) dove abbiamo denotato con r(c, x) la retta contenente c ed x. 1fcH si chiama proiezione di R 3 su H di centro c; c è il centro di proiezione. Per la sua definizione geometrica è evidente che 7r cH è continua. Per verificare questo fatto analiticamente sceglialTIO ad esempio H con1C il piano di equazione X3 = O e c = (O, O, ]). Allora, identificando H a R 2 , l'applicazione 7rc:H : R3\Hc -+ R 2 (dove Hc è il piano di eq. X3 = 1) 
5 I Sotlospazi 57 C = (O; 0,1) / / ___1_________ / / X ----------. . \ O \ L / "+ (x) \ / \ / \. / \. / /  / Figura 5.6 è data da 7rc,H(X) = (xI/(1 - X3), x2/CI - xJ», ed è evidentemente continua. La restrizione dì 7r c.H (con e e H come qui sopra) a 8 2 \ { e} si denota 7r + e si chiama proiezione stereografica di S2\ {e} su R 2 (fig. 5.6). Questa applicazione è un omeolTIorfismo di 8 2 \ {e} su R 2 . Infatti è dotata di inversa continua definita da I ( 2y I 2Y2 YT + y - 1 ) 7r + (Yh Y2) = 2 + 2 + l ' 2 + 2 + 1 ' 2 + 2 + 1 . Y l Y2 Y l Y2 Y I Y2 Si noti che la restrizione della proiezione stereografica alla semisfera chiusa S_ = {x E 8 2 : X3 < O} è un omeomorfismo di 8 su D 2 . È evidente che cambiando opportunamente e E 8 2 e H è possibile definire in più modi un omeomorfismo di S2, pri vata di un punto qualsiasi, su R 2 . L'unica condizione che e e H devono soddisfare (oltre a c  H) è che Hc incontri S2 solo in c. 16. L'esempio 15 può facilmente generalizzarsi a R n , n > 2. Sia e E RrI., H un iperpiano di R n non contenente c, e Hc l'iperpiano parallelo a H passante per c. La proiezione di R n su H di centro e (il centro di proiezione) si definisce come l'applicazione 7rc.H : Rn\Hc  H data da 7rc,IfeX) = H n ree, x). Se c = CO . . . , O, l) e H ha equazione X n = O, si ha ( Xl Xl X n I ) 7rc,H(X) = 1 - ' l - ' . . .  1 - . X n X n X n 3 
58 Esempi I Cap. 2 La restrizione di 7r c.H a sn-- 1 \ { c} è un omeomorfismo di Sn - 1\ { C} su R n -] che si denota 7r + e si chiama proiezione stereografica. Nel caso particolare n = 2 si ottiene un omeomorfismo di SI \ {(O, l)} su R, come illustrato nella figura 5.7. 17. Il gruppo lineare generale reale GLn(R) = {a E Mn(R) : det(A) =f O} (n intero > l) è un sottospazio aperto di Mn(R). Denotiamo con In E Mn(R) la matrice identità. I sottogruppi di GLn(R): O(n) = {A E Mn(R) : tAA = In} : SO(n) = {A E O(n) : det(A) = l} : SLn(R) = {A E Mn(R) : det(A) = l} : gruppo ortogonale gruppo ortogonale speciale; gruppo lineare speciale reale, sono sottospazi chiusi di Mn(R). Sia g un intero > l e ( Og J g = -Ig Ig ) E M 2g (R) Og  c = (0,1) ,/ Figura 5.7 
5 I So ttospazJ 59 dove Og E Mg(R) denota la matrice nulla. Il sottogruppo di GL 2g (R) t gruppo simplettico Sp(g, R) = {A E M 2g (R): AlgA = 19} : . reale dI grado g è un sottospazio chiuso di M 2g (R). Le verifiche di questi fatti sono lasciate al lettore. 18. Similmente al caso reale (esempio 17), GLn(C) è un sottospazio aperto di MnCC), mentre i suoi sottogruppi U(n) = {A E Mn(C): t A A = In} : SU(n) = {A E Un(C) : det(A) = l} : SLn(C) == {A E Mn(C) : det(A) = l} : gruppo unitario, gruppo unitario speciale, gruppo lineare speciale cOlllplesso. sono chiusi in Mn(C). È anche chiuso in M 2g (C) il gruppo simplettico complesso di grado g: Sp(g, C) = {A E M 2g (C) : t AlgA = 19}. Esercizi 1. Dimostrare che un sottospazio topologico di uno spazio soddisfacente il prilTIo (risp. il secondo) assioma di numerabilità soddisfa anch' esso il primo (risp. il secondo) assioma di nUlllerabilità. 2. Siano a, b numeri reali non nulli e C C R 2 l' ellisse di equazione xT/a 2 + x/b2 = 1. Con un Inetodo siInile a quello dell'eselllpio 9 si dilllostri che l'in viluppo convesso K(C) è una 2-cella (fìg. 5.8). 3. Per ogni n 2: 3 dimostrare che In è una n-cella. 4. Sia S = {(XI,X2) E R2: -I:::; xl,X2 < l}. Trovare un sottospazio X di R 2 contenente S nel quale S sia, rispetto alla topologia relativa di X, (a) aperto e chiuso, oppure (b) chiuso ma non aperto, oppure (c) aperto ma non chiuso. 5. Esercizio come il precedente, ma con S = {(Xj,X2) E R2: -I < XI,x2  l}\{(O,O)}. 
60 Esempi I Cap. 2 . ------JIIII- K(C) :Figura 5.8 6. Far vedere con un eselTIpio che la conclusione della proposizione 5.3 non è vera se nell' ipotesi (b) non si suppone lì nito i l ricoprimento T. 7. Descrivere analiticmnente l'inversa della proiezione stereografìca 7r+ di sn-I\{(o,..., O, l )} sul]' R ri - 1 di equazione X n = O. 8. Un sottoinsieme E di uno spazio topologico X si dice discreto se la topologia relativa di E in X è la topologia discreta. Dimostrare che: (a) E C X è discreto se e solo se ognI e E E possiede un intorno U e In X tale che UenE={e}; (b) Z, {l/n: n E N+} sono sottoinsielni discreti di R, mentre Q, {l/n: n E N+}u {O} non sono di screti. 9. Un' applicazione continua f : X ---+ Y si dice un ol11eol1uuiisl1Z0 locale se ogni x E X possiede un intorno aperto che viene mandato da f omeomorfìcamentc su un aperto di Y. Ogni omeolnorfismo è un 01l1eonl0rfisl1l0 locale, ma non vale il viceversa: ad eselnpio ogni applicazione di spazi discreti è un olneomorfismo locale, ma non è un OIne0I110f- fislTIO se non è biettiva. Vari eselTIpi di omeolTIorfisllli locali verrano dati nei capitoli seguenti. Si dinl0stri che un orTIeoITIorfisl1l0 locale è un' applicazione aperta. DiITIostrare inoltre che un' inclusione continua f : X ---+ Y è un omeomorfislno locale se e solo se è un' applicazione aperta. IO. Di lTIOstrare che S:  s per ogni n  I. Il. Sia X = {x E R 2 : x2 > O Ilxll  l}. Dire quali dei seguent: sottoinsielni sono chiusi In X con la topologia di sottospazio di R2: " A = {x E R"": X2 > O, Il xii = l} C = {(O, t) E R2: () < t < l}; 'ì B = {x E R": X2 2:: 1/2 Ijxll < l}; D = {(t, t) : O < t :; V2j2}. 
6 I Prodotti 61 12. Sia X = {x E R 3 : IX31 :; ], XT + x < ]}. Dire quali dei seguenti sottoinsiemi sono aperti in X con la topologia di sottospazio di R3: A = {x E R 3 : O < X3 :; l, xT + x < 1 /2 }  n = {x = (O, O, t) : O < t < l}; C = {x = (O, O, t) : O < t < l}; D={XER3:xT+x< 1/2, IX31 < l}; E = {x = (XI,X2, 1/2): xT +X < 1/2}, 13. Sia X = {(XI, X2) E R 2 : x2  xI > O}. Dire quali dei seguenti sottoinsicmi sono apcrti in X con la topologia 'di sottospio di R2: . ,   A = {x E R'" : O < X I :::; X2 < l}  B = {x E R'" : 1 < X I < X2}; C = {x E R 2 : ] < Xl < X2}; D = {x E R 2 : Xl < x2, XI = l/n, n  l intero}. 14. Sia X = {(XI, X2) E R 2 : xI  O, x2 > O}. Dire quali dei seguenti sottoinsiclni ono chiusi in X con la topologia di sottospazio di R2: A = {(I,x2): X2 > O}; n = {(l/n, 1) : n  l intero};  C = {x= (XI,X2) E R"': xI +X2 = l, XI> O, x2 > O}; D = {e l, l/n) : n > 1 intero} . 15. Sia X = {x E R 2 : Il X Il < 1} U {x E R 2 : x l = O}. Dire quali dei seguenti sottoinsielni sono chiusi in X con la topologia di sottospazio di R2: A = {x E R2: Ilxl[ < l}; n = AU {eD, l)}; C=Bu{(O,-I)}; D={(XI,O): -1 <XI <l}. 6 Prodotti In questo capitolo studieremo un procedimento per costruire nuovi spazi topo- logici a partire da spazi assegnati, che consiste nel considerare il loro prodotto cartesiano e su di esso definire un' opportuna topologia. Descriveremo il pro:edimento inizialmente nel caso di due spazi Xl e X 2 con topologie Ti e 72 rispettivamente. Nel prodotto caltesiano X = XI X X 2 consideriamo la famiglia B dei sottoinsiemi che sono il prodotto di un aperto di XI per un aperto di X 2 , cioè B = {Al X Al : AI E TI, A 2 E 72}. 
62 Esempi I Cap. 2 La famiglia B è un ricoprimento di X perché X = X] X X 2 E B. Inoltre se Al x A 2 , BI X B 2 E B, allora (Al x A 2 ) n (B I x B 2 ) = (AI n B I ) x (A 2 n B 2 ) E B perché Al n BI E Ti ed A 2 n B 2 E 72. Ciò prova che la famigli_. soddisfa le condizioni della proposizione 2.2 ed è quindi base di un 'unica topolqgia T su X; T si chiama topologia prodotto su X (delle topologie Ti e 7'2); con la topologia T X si chiama spazio topologico prodotto (oppure prodotto topologico) di Xl per X 2 . Per definizione gli aperti di X sono i sottoinsiemi che si possono ottenere come unione di insiemi appartenenti a B. Segue subito che un sottoinsieme N di X è un intorno del punto (x l, X2) E X se e solo se esistono un intorno N I di XI E XI ed un intorno N 2 di X2 E X 2 tali che N] x N 2 C N. Un esempio importante è R 2 , che è il prodotto topoIogico di R per se stesso. Per vederlo occorre ricordare che la famiglia dei rettangoH aperti {R(a,b;c,d): a < b, c < d} è una base per la topologia euclidea di R 2 (cfr. esempio 2.4(2». Tali rettangoli sono particolari _elementi della base B chc definisce la topologia prodotto, quindi questa topologia è più fine della topologia euclidea. Pcr concludere che di fatto le due topologie coincidono è sufficiente verificare che il prodotto di due aperti di R, cioè un elemento di 8, è un aperto nel1a topologia euclidea; la verifica è immediata e si fa con lo stesso procedimento usato per dimostrare la seguente proposizione, che generalizza quest'esempio. 6.1 PROPOSIZIONE Siano 8 1 e B 2 basi degli spazi topologici XI ed X 2 rispet- tivalnente. La fa111iglia di so!toinsie111i BI82={B,xB2:BIEBI' B 2 E8 2 } è una base per la topologia prodotto di XI x Xl' [JÙnostrazione. Poiché gli elelnenti di BI B 2 ono aperti nella topologia prodotto, è sufficiente verificare che gli insiemi della forma AI x A 2 , Ai aperto in Xù i = 1,2, sono unione di elementi di Bl B 2 . Si ha AI = U n1', A 1 = U B' jEJ hEH per opportuni B{ E B l , B E 8 2 , c quindi Al X A 1 = ( .U B{ ) x ( U Bf ) = .U (B{ x B'). Il }E.! hEH }EJ hEH 
6 I Prodotti 63 Il prossimo risultato ci dice che l'operazione di prodotto topologico è compa- tibile con quella di considerare sottospazi. 6.2 PROPOSIZIONE Siano 1..9 1 ed S2 sottospazi degli spazi topologici XI ed X 2 rispettival1lente. La topologia indotta da XI x X 2 su SI X S2 coincide con la topologia prodotto delle topoLogie di SI e di Fi 2 . DÙnostrazione. Se V C SI X 8 2 è un aperto nella topologia indotta da XI x X 2 , esiste un aperto U di XI x X 2 tale che V = (1.."1 x 8 2 ) n U. Per definizione di topologia prodotto U = W Aj x Bj per opportuni aperti Aj di }EJ XI e Bj di X 2 . Quindi V = (SI x 8 2 ) n ( W Aj x Bj ) = '.U (SI x 8 2 ) n (Aj x Dj) = lEJ }EJ = W (SI nAj) x (92 nB j ) }EJ e questo prova che V è aperto nella topologi prodotto. Il viceversa si dimostra leggendo le stesse uguaglianze in senso inverso. !Il Un caso banale di prodotto topologico si ha quando uno dei due spazi possiede un solo punto. Se X è uno spazio topologico e {*} è uno spazio con un solo .punJ9 *, allora {*} x X ed X x {*} sono omeomorfi ad X stesso; gli omeomorfismi sono quelli ovvi: X{*}xX X-4Xx{*} X I-t (*, x) X I-t (x, *). Combinando la proposizione precedente con questa osservaZIone SI ottiene il seguen te 6.3 COROLLARIO Nel prodotto topologico XI x X 2 dei due spazi XI ed X 2 , per ogni XI E XI e X2 E X 2 i sottospazi {XI} X X 2 e Xl x {X2} sono ()1ne01110rfi a X 2 e a Xl rispettivalnente. Dati due insiemi non vuoti XI ed X 2 , le applicazioni PI : XI x X 2 -4 XI P2 : XI x X 2 ---t X 2 
64 Esempi I Cap. 2 definite da P1:(X" X2) = Xi, i = 1,2, si chiamano proiezioni. Per ogni sottoinsieme A, di Xl si ha p '(A I) = A] X X 2 ; analogamente P2 '(A 2 ) = XI X A 2 se A 2 C X 2 . È chia- ro quindi che se Xl e X 2 sono spazi topologici e Xl x X 2 ha la topologia prodot- to, le proiezioni sono applicazioni continue. Più precisamente abbiamo la seguente 6.4 PROPOSIZIONE Siano Xl e X 2 spazi topologici. La topologia prodotto su XI x X 2 è la lneno fine tra tutte le topologie risjJetto alle quali le proiezioni PI e P2 sono continue. Dinlostrazione. Siano Ti e 72 le topologie di Xl e di X 2 rispettivamente. La topo- 10gia meno fine tra quelle che rendono continue PI e P2 è generata dalla famiglia PI- '(Ti) U P;- 1(7'2) dove Pj-- I(Ti) = {pi-'CA 1 ) = Al x X 2 : Al E Ti}, P '(72) = {p;-'(A 2 ) = X] X A 2 : A 2 E 72}, e quindi ha pcr base la famiglia di tutte le intersezioni finite di elementi di PI '(Ti) U P;- 1(72). Ma poiché, come è evidente, PI '(Ti) e p;-](7'2) sono due topologie, un'intersezione finita del tipo suddetto si riduce all'intersezione di un elemento di PI' (Ti) con uno di p:;.' (7'2); quindi la topologia generata da P l (Ti) u p:;' I (7;) ha per base la famiglia {(AI x X 2 )n (XI x Al) = AI x A 2 : A, E Ti, Al E 72} che è la base che definisce la topologia prodotto. !Il Si noti che la proposizione 6.4 fornisce una definizione alternativa della topo- logia prodotto. Un' altra proprietà delle proiezioni è la seguente: 6.5 PROPOSIZIONE Se XI e X 2 sono due spazi topo logici, le proiezioni Pi : X, x X 2  Xi, i = 1, 2, sono aperte. DÙnostrazione. Sia A C XI X X 2 aperto; allora A = U (A' x A j ), jEJ' 2 dove gli A{ e gli A{ sono aperti di Xl e di X 2 rispettivamente. Si ha PI(A) = ,U p,(A' x A) = l) A{", }EJ } P2(A) = .U ] P2(A' x A) = l) A{, }E } che sono aperti. !Il 
6 I Prodotti 65 Avevamo già verificato che le proiezioni sono aperte nel caso di Xl x X 2 = R 2 (cfr. esempio 4.4( l». Se Il : Y  XI e 12 : Y  X 2 sono applicazioni di insiemi non vuoti, possiamo definire un' applicazione I : Y  XI X X 2 ponendo I(Y) = (/I(Y), 12(Y) per ogni y E Y. È evidente che l''è: l'unica applica- zione di Y in XI x X 2 tale che PI . I = Il, P2 . I = 12; I si chiama applicazione prodotto di II e 12 e si denota talvolta con Il x /2. La seguente proposizione esprime la cosiddetta proprietà universale del prodotto topologico (vedi anche esempio 4.3(3». 6.6 PROPOSIZIONE Siano Y, X" X 2 spazi topologici. Un 'applicazione I Y  XI X X 2 è continua in y E Y se e solo se le applicazioni Il = PI . I : Y  Xl, 12 = P2 . I : Y -+ X 2 S0110 continue in y. DÙnostrazione. Se I è continua In y E Y, allora Il e 12 sono continue In y perché lo sono anche p l e P2. Supponiamo viceversa che Il e 12 siano continue in y E Y, e sjano Xl = Il (y), X2 = 12(y). Scegliamo un intorno aperto A di I(y) = (x], X2), e siano A] e A 2 intorni aperti di XI e di X2 rispettivamente tali che A :J Al X A 2 . Per la continuità di Il in y esiste un intorno aperto U I di y tale che Il (U I ) C Al; analogamente esiste un intorno aperto U 2 di y tale che !2(U 2 ) C A 2 . Allora U] n U 2 è un intorno aperto di y tale che I(U I n U 2 ) C I](U I n U 2 ) x 12(U l n U 2 ) C AI x A 2 C A e quindi I è continua in y. Il La seguente proposizione è di dimostrazione immediata. 6.7 PROPOSIZIONE Siano Y, X}, X 2 spazi tO]Jologici. Un'applicazione g : XI x X 2 -+ Y è continua in un punto (XI, X2) E XI X X 2 se e solo se per ogni intorno N di g(XI, X2) E Y esistono un intorno N] di x I E XI e un intorno N 2 di X2 E X 2 tali che g(N] x N 2 ) C N. La generalizzazione della definizione di prodotto topologico dal caso di due spazi a quello di un numero finito qualunque è molto semplice. 
66 Esempi l Cap. 2 Se XI,.. . , X rn sono spazi topologici con topologie Ti,..., Tm rispettivamente, la [opologia prodotto su XI X . . . X X m = X (delle topologie Ti,..., Tm) si definisce come la topologia che ha per base la famiglia di sottoinsiemi di X { A I X . . . X A11' : Ai E li, i = I:..., m }. Che questa fan1iglia ha le proprietà caratteristiche di una base (proposizione 2.2) si verifica come nel caso m = 2. X, con la topologia prodotto, si chiama prodotto (ojJologico (o spazio topologico prodotto) degli spazi XI,"" Xm. La definizione di topologia prodotto su X può anche darsi in modo equivalente per induzione su m > 2, scrivendo XI X . . . X X m = XI X (X:! X . . . X X m ). È facile verificare che le due definizioni sono equivalenti. I risultati dimostrati per il prodotto di due spazi si possono estendere in modo ovvio al caso di un numero finito qualsiasi di spazi. Ne lasciamo le dimostrazioni al lettore come esercizio. 6.8 Esenlpi l. Per ogni n > 2 R n , con la topologia euclidea, è il prodotto topologico di R per se stesso n volte. Ciò segue dal fatto che la famiglia { R( 3, b) : a j < b i, j = l,..., n } che genera la topologia prodotto, è una base della topologia euclidea (cfr. esercizio 2.6). Dalla proposizione 6.2 segue che l'n-cubo In è il prodotto topo logico di I per se stesso n volte. 2. Poiché C  R:!, il prodotto topologico C n di C per se stesso n volte (n > 2) è on1eomorfo a R 2n . 3. Se X è un sottospazio di R m e n > m, il prodotto topologico X x R n -- m è un sottospazio di R n che si chiama cilindro di base X. L'esempio elementare del sottospazio Y di R 3 definito dall' equazione XT + x = 1 è il caso particolare del cilindro di R 3 di base SI C R2; cioè In questo caso y=SI x R (fig. 6.1). 4. Il prodotto di n copie della circonferenza S I per se stessa si chiama toro n-dÙnensionale, o n-toro, e si denota T n . Poiché S I C R 2 , Tn è omeomorfo a un . d . R 2n R 2 R ì sottospaZlo l = x . . . x - . Il 2-toro T 2 è omeomorfo al sotto spazio di R 4 T' = {(YI, Y2, Y3, Y4) : YT + Y = l = Y + yJ}. 
(j I PrOdOlli 67 t ! I I --- ------ ".. ! iR .igura 6.1 t ......... }'igura 6.2 L'applicazione continua h : R 4 --+ R 3 definita da h(Yl," . , Y4) = «YI + 2)Y3, (YI + 2)Y4' Y2) manda T' omeomorficame nte sul sottospazio di R 3 (vedi fig. 6.2) T = {(XI, X2, X3) : ( ..; XT, + x - 2)2 + x = l}. Infatti evidenten1entc h(T') C T; inoltre l'applicazione k : T --+ R 4 così definita: _ ( / 2 2 XI X2 ) k(xI, X2, X3) - XI + x 2 - 2, X3, V? 2 ' V? ? Xl + X2 xl + Xl 
68 ESeJl1pi I Cap. 2 è continua e soddisfa k(T) C T' h lT , . k = ] t  k . h I T' = 1 T' . Quindi h lT , e k sono omeomorfismi inversi uno dell'altro. 5. Se D = (O O 1), s = (O, O, -1), lo spazio S2\ {D, s} è omeomorfo a SI x R. Identifichiamo S I x R al cilindro Y C R 3 di equazione xT + x = 1 (cfr. esempio 3). Un omeomorfìsmo h : S2\ {u, s} ---t Y si ottiene per proiezione da O, cioè ponendo (vedi fig. 6.3) h(x) = Y n (semiretta per x di origine O) = ( XI X2 X3 ) V X 2 + x 2 ' V X2 + x 2  V x2 + x 2 . I 2 I 2 I 2 La veri fica che h è un omeomorfismo è lasciata al lettore conle esercizio. y 5 .... --- ------- ..... Figura 6.3 
6 I Prodotti 69 Consideriamo una famiglia qualsiasi {X s } SES di spazi topologici con topologie Ts, s E 8, e il prodotto cartesiano x = TI., XS = { I : S -+ U Xs: I(s) E XS S E S } . sES sES Se t E S e f E X, I(t) E Xt si chiama t-esil1Zu coordinata di f. L'applicazione Pt : X -+ Xt definita da pt(/) = I(t) si chiama t-esilna proiezione. Definiamo su X una topologia nel modo seguente. Consideriamo la famiglia B di tutte le intersezioni finite di insiemi p,; l (U s ), al variare di s E S e di U s E Ts. La famiglia B è ovviamente un ricopri mento di X (= p; I (X s ) per un qualsiasi s E S), e l'intersezione di due qualsiasi elementi di 8 è ancora un elen1ento della famiglia B. Quindi 8 è base di una topologia T su X che si chiama topologia prodotto delle topologie Ts, s E 1..9. Con la topologia T, X si chiama spazio topologico prodotto (o prodotto topologico) della famiglia {Xs}SES' Dalla definizione segue che rispetto alla topologia T tutte le proiezioni sono continue e che T è la meno fine tra le topologie su X che rendono continue tutte le Ps. Quindi, per la proposizione 6.4 e per la sua generalizzazione al prodotto di un numero finito qualsiasi di spazi, la definizione di topologia prodotto data ora coincide con quella data precedentemente nel caso di una famiglia finita di spazi topologici. Un caso particolare importante di prodotto topologico si ha quando tutti i fattori Xs coincidono con uno spazio fissato Y. In questo caso TI Xs = yS sES è l'insieme delle applicazioni di S in Y. Se ad esempio S = N+ (i numeri naturali positivi), si ottiene come prodotto l'insieme delle successioni di elementi di Y. Per S = N ed I = [O, l J, il prodotto topologico IN si chiama cubo di Hilbert. Un altro esempio notevole si ottiene prendendo S = (a, b), un interallo aperto di R, e Y = R. In questo caso X = R(a,b) è l'insieme delle funzioni a valori reali definite in (a, b). La topologia prodotto in R<a,b) si chiama topologia della convergenza puntuale. Questo nome è dovuto al fatto che una successione di funzioni {fn}nEN+ C R<a.b) ha un limite nella topologia prodotto T se e solo se per ogni x E (a, b) la successione di numeri reali {fn(X)}nEN+ ha un limite. Se infatti I = lim I n allora per ogni x E (a, b) e r > O deve esistere un n r tale che n ---+ 00 per ogni n > n r In E p;' ] (f(x) - r f(x) + r», 
70 Esempi I Cap. 2 cioè !fn(x) - f(x)1 < T, e quindi f(x) = lim fn(x), 17.-+00 Se viceversa per ogni x E (a, b) esiste il lim fn(x), allora ponendo noo f(x) = lim fn(x) n-+oo si definisce un elemento f E R(a,b); scelti XI,.'" xk E (a, b) e TI,"" Tk > O, SIano nl, . . . , nk interi positivi tali che per i = 1, . . . , k si abbia Ifn(Xi) - f(Xi)1 < Ti per ogni n > ni. Allora per n > max(n I, . . . , nk) si ha f n E p;,' ( (f (X ,) - r l, f (x I ) + TI» n . . . n p k l ( (f (X k) - T k , f (X k) + T k ) ) e questo prova che f = lim f n. noo Diamo ora la generalizzazione di due risultati già dimostrati nel caso del prodotto di due spazi. 6.9 PROPOSIZIONE Sia X = TI XS' Allora: sES (a) Per ogni s E S la proiezione Ps : X ---t Xs è aperta. (b) Un'applicazione g : Y ---t X di uno spazio Y in X è continua se e solo se sono continue tutte le conlposizioni gs = Ps . g : Y ---t Xs. DÙnostrazione (a) Sia U un aperto di X e s E S. Scelto comunque a E Ps(U) sia f E U tale che ps(f) = a. Poiché U è aperto, esistono s"..., sk E A.9 ed aperti U 1 C C X Sj , . . . , Uk C X Sk tali che, posto v = P;, ' (U l) n .. . n P;k l (U k), si abbia f E V C U. Ma allora a E Ps(V) C Ps(U) e { Xs se sE;l'{s)"."Sk} Ps(V) = U s se sE {s"...,Sk}, è un aperto. Ne segue che a è interno a Ps(U), il quale quindi è aperto. 
6 I Prodotti 7/ (b) Se g è continua è ovvio che le composizioni gs sono tutte continue, stante la continuità delle Ps. Supponiamo viceversa che tutte le gs siano continue. Per dimostrare che g è continua sarà sufficiente dimostrare che, per ogni s E F; ed ogni aperto U s di Xs, g- l (p; l (U s » è aperto (perché gli insiemi p I (U s ) formano una sottobase di X). Ma g- I (p; l(U s » = (Ps' g)-I(U s ) = gs' I(U s ) è aperto perché gs è continua. !Il Esercizi 1. DiITIOstrare che se Xl e X2 sono spaZI topologici l'applicazione (J : XI x X 2  X2 X Xl definita da (J (x l, X2) = (X2, X d è un omeomorfislno. 2. Dilllostrare che se XI"." X m sono spazi topologici discreti (risp. banali) il prodotto topologico XI x . . . X X m è discreto (risp. banale). 3. Dare un esempio di spazio X tale che X:::::: X x x. 4. Sia X uno spazio Inetrizzabile. Dimostrare che la distanza d : X x X  R è un' appli- cazione continua rispetto alla topologia prodotto. 5. Siano S, e 82 sottoinsicmi degli spazi topologici Xl e X2 rispettivamente. Dimostrare che nel prodotto topo logico Xl x X2 si ha: SI X S2 = S I X S2, Int(SI x 8 2 ) = Int(SI) x 1nt(52), Fr(SI x 52) = (Fr(SI) x 8 2) u ( S l x Fr(S2». 6. Dimostrare che se O < a < b sono numeri reali, la corona circolare Ca,b = {z E C: a:; Izl  b} C C è omeomorfa a I x SI. 7. Dimostrare che Rn+I\{O} è omcomorfo a sn x R. (Suggerimento. Usare f : sn x R ---+ R n + 1 \ {O} definita da f(x, t) = etx). 8. Dimostrare che se X, Y, Z sono spazi topologici ed X  Y, allora X x Z :::::: Y X Z. 9. Siano X' e X" due spazi topologici metrizzabili con distanze d' e d" rispettivamente. DilTIostrare che il prodotto topologico X' x X" è mctrizzabile. (Suggerimento. Dimostrare che d« x' , x"), (y', y") = max { d' (x' , y'), d" (x" , y") } è una distanza su X' x X" che induce la topologia prodotto). 
72 Esempi I Cap. 2 lO. Sia X uno spaZIO topoIogico discreto ed Y uno spazIo qualsiasi. Dimostrare che la proIezIone Xxyy è un olneomorfismo locale. Il. DilTIOstrare che in K 2 (K un campo infinito) la topologia di Zariski è strettamente più fine della topologia prodotto della topologia di Zariski su K per se stessa. 7 Quozienti Considereremo ora un altro procedimento per costruire spazi topologici, che è queJlo del passaggio al quoziente. Esso consiste nel costruire un nuovo spazio topologico a partire da uno spazio dato mediante "incollamenti'" o "identificazioni" ottenuti introducendo una relazione di equi valenza nell' insieme supporto dello spazIo. Sia X uno spazio topologico, Y un insieme e p : X  Y un' applicazione surieuiva. La topologia quoziente su Y rispetto a p è Tp = {U C Y : p - ] (U) è aperto in X}. Con la terminologia dell'esercizio 4.4 Tp è la topologia indotta da p su Y. È ovvio che se Y ha la topologia quoziente, p è un 'applicazione continua; inoltre Tp è più fine di ogni altra topologia che renda p continua. Segue subito dalla definizione che un sottoinsieme C di Y è chiuso rispetto a 7p se e solo se p-l (C) è chiuso in X. Un' applicazione continua e surietti va p : X --+ Y di spazi topologici si dice una identificazione se Y ha la topologia quoziente rispetto a p. Dalla definizione segue immediatamente che un'identificazione biunivoca è un'applicazione aperta e quindi è un omeomorfismo. È chiaro che vale anche il viceversa: ogni omeomorfismo è un' identificazione. Daremo ora un criterio per verificare se una data applicazione di spazi topologici è un' identificazione. Premettiamo che, data un' applicazione suriettiva di insiemi f : S --+ T, un sottoinsielne A di S si dice saturo (rispetto a f) se A = f- l (f(A»; equivalentemente, se ogni 8 E 9 tale che f(8) E f(A) appartiene ad A. Se A è un qualsiasi sottoinsieme di S, la saturazione di A (rispetto a f) è f-- I (f(A», cioè è il più piccolo sottoinsieme saturo di k.9 contenente A. 7.1 LEMMA (a) Sia p : X ---+ Y un 'identificazione. C'è una corrispondelJza biunivoca tra i sottoinsienli aperti (risp. chiusi) saturi di X e 'i sottoinsielni aperti (risp. chiusi) di Y, che si ottiene associando ad A C X il sottoinsiel11e p(A) C Y. (b) Condizione necessaria e sufficiente affinché un' applica,zione continua e su- riettiva p : X ---+ Y sia un 'identificazione è che p(A) sia aperto in Y per ogni aperto saturo A di X. 
7 j Quozienti 73 DÙnoslrazione (a) Se A è un aperto saturo, p(A) è aperto, perché p- I (p(A» = A è aperto in X c p è un' identificazione. Ogni aperto B di Y si otticne in questo modo perché B = p(p - ] (B» e p - l (B) è un aperto saturo. Se poi AI c A 2 sono aperti saturi tali che p(A]) = p(A 2 ), allora Al = P l(p(Ad) = p -- l (P(A 2 » = A 2 . L'affermazione riguardante i chiusi si ottiene osservando che A C X è un chiuso saturo se e solo se X\A è un aperto saturo, e che in tal caso p(A) = Y\p(X\A). Cb) La necessità è stata appena dimostrata. Supponianlo viceversa che p : X ---t Y sia continua e surietti va c che la condizione dcll' enunciato sia soddisfatta. Se B in Y è tale che p-l (B) sia aperto allora B = p(p- '(B» è aperto perché p--l(B) è un aperto saturo. Ne segue, tenuto anche conto della continuità di p, che gli aperti di Y sono -i sottoinsiemi B tali che p- '(B) sia aperto. !Il Un esempio di identificazione è dato dall' applicazione (fìg. 7.1) E : lO, l J ---t Si definita da E(a) = Ccos(21ra), sin(21ra» (= e 27ria se si considera Si C C) E è continua e surictti va. Un aperto A C I è saturo precisamente se non contiene né O né 1 oppure se li contiene entrambi. Nel primo caso A è unione di intervalli aperti contenuti in I ed E(A) è unione dei corrispondenti archi aperti di SI, quindi è aperto; nel secondo caso A è unione di intervalli aperti contenuti o 1 È(O) = E(1) = 1 Figura 7.1 
74 Esempi I Cap. 2 In I e di [O, r) U (l - r, 1] per qualche r > O. Anche in questo caso E(A) è unionc di archi aperti e quindi è aperto. Dal lemma precedente segue che E è un' identi ficazione. Si noti che la restrizione di E all'intervallo (O, Il è continua e biuni voca ma non è un omeomorfismo, perché non è un' identificazione: infatti A = (1/2, l J è un aperto saturo di (O, l J, ma E(A) non è aperto in SI. Se in un insieme X è definita una relazione di equivalenza p possiamo con- siderare l'insiemc quoziente XI p i cui elclTIcnti sono le classi di p-equivalenza. Chiameremo l'applicazione suriettiva p : X  XI p, che a ogni x E X associa la sua classe di equivalenza, proiezione naturale (o proiezione canonica). Un sot- toinsie111e S di X si dirà saturo rispetto a p (o p-saturo) se è saturo ri spetto a p, cioè se contiene l'intera classe di equivalenza di ogni suo elemento. Supponiamo che l'insieme X su cui è definita la relazione di equivalenza p abbia una struttura di spazio topologico. XI p, con la topologia quoziente rispetto alla proiezione canonica p si chiama spazio quoziente di X rispetto a p. Si osservi che ogni applicazione suriettiva di insiemi f : X  Y può vedersi come la proiezione naturale rispetto a una opportuna relazione di equivalenza. Infatti si ha una biezione Y  XI p(f), dove p(f) è la relazione di equi valenza su X così definita: XI P(f)X2 {:} f(xI) = f(X2)' 7.2 PROPOSIZIONE Supponia111o che f : X  Y e g : Y  Z siano identifica- zioni. Allora g' f : X  Z è un 'identificazione. DÙnostrazione. Chiaramente g' f è continua e suriettiva. Se A C X è un aperto saturo rispetto a g' f allora A è saturo rispetto a f e quindi f(A) è aperto in Y. Poiché f(A) è anche saturo rispetto a g, g(f(A» = (g . f)(A) è aperto in Z; quindi g . f è un' identificazione per il lemma 7.1. Il 7.3 PROPOSIZIONE Sia p : X  Y un'applicazione continua e suriettiva. Se p è aperta oppure chiusa p è un 'identificazione. DÙnostrazione. Se p è aperta allora in particolare per ogni aperto saturo A C X p(A) è aperto; quindi p è un' identificazione per il lemma 7.1. Se p è chiusa e A è un aperto saturo di X, allora p(A) = Y\p(X\.4) .è aperto; la conclusione segue ancora dal lemma 7.1. Il Dalle proposizioni 7.3 e 6.9 segue che, se X = 11 Xs è il prodotto topologico sE8 di una famiglia {Xs} SES di spazi topologici, le proiezioni Ps : X  Xs sono identificazioni. È facile dare esempi di identificazioni che non sono né aperte né chiuse (cfr. esempio 7.6(5». 
7 I Quozienti 75 7.4 PROPOSIZIONE Sia p : X ----+ Y un 'identificazione e Z uno spazio tOfJolo- gico. Un 'applicazione g : Y ----+ Z è continua se e solo se g' p : X  Z è continua. Inoltre g è un on1eonlor.fislno se e solo se è biettiva e g . p è un 'identificazione. Dinl0strazione. È ovvio che g . p è continua se g lo è. Supponiamo viceversa che g' p sia continua, e sia U un aperto di Z. Allora p - I (g -- l (U» = (g . p)" l (U) è un aperto di X e quindi g - l (U) è aperto in Y perché p è un' identificazione. Quindi g è continua. Se g è biunivoca e g. p è un'identifìcazione allora g è continua; inoltre per ogni aperto A di Y g(A) = (g . p)(P" I (A» è aperto perché p' l (A) è un aperto saturo di X; quindi g è anche aperta, cioè è un omeomorfismo. Il viceversa è ovvio. 11I Se p è una relazione di equivalenza in un insieme X c Z è un insieme, un'applicazione G : X  Z si dice cOlnpatibile con p se G(Xj) = G(X2) ogni volta che x l PX2. Il seguente corollario è immediato. 7.5 COROLLARIO Se p è una relazione di equivalenza nello spazio topologico X e Z è uno spazio topo[ogico, sussiste una corrispondenza biunivoca applicazioni continue { applicazioni continUe } ----+ g : XI p ----+ Z compatibili con p G:X----+Z data da g 'r---t g . p dove p : X  Xl p è la proiezione naturale, e la cui inversa è G*  G. J dove G*(p(x») = G(x) per ogni p(x) E XI p. 7.6 Esenlpi l. Se n > m e 1 < il < ... < i m < n, la proiezione . R n R m Pi"...:i m . ----+ è un' identificazione perché è suriettiva, continua e aperta. 
76 Esempi I Cap. 2 2. L'identificazione E : tO 1) -4 S' considerata a pagIna 73 è la restrizione dell' applicazione continua E : R -4 S' E( a) = e 2 ?Tia. Anche quest' applicazione è un' identificazione perché, come è facile verificare, è aperta. È anche facile vedere che E è un omeomorfismo locale. 3. Sia X uno spazio topologico e S un suo sottoinsieme. Denotiamo con Ps la relazione di equivalenza in X così definita: XI PSX2 {:} x, = X2 oppure x,  X2 E S. Le classi di equivalenza sono S e i punti di X\S. Per questo si dice che lo spazio quoziente X/ P8 è lo spazio ottenuto da X ident(ficando S a un punto. 4. Un caso particolare dell'esempio 3 si ha prendendo X = [O, l], '3 = {O I}; in questo caso XI Ps  SI, e l'omeomorfismo è indotto dall'identificazione E : I -4 SI considerata prima. Più in generale si prenda X = D n e k.'3 = sn - ]. Allora lo spazio X/ P8 è omeomorfo a sn. Diamo la dimostrazione nel caso n = 2, costruendo un' identificazione p : D 2 -4 8 2 a cui sia associata la relazione di equivalenza psJ (cioè PSI = p(p)). L'applicazione p è definita nel modo seguente: p(u, v) = (2u V I - u 2 - v 2 , 2v V l - u 2 - v 2 , 2(u 2 + v 2 ) - l) , (u, v) E D 2 . È facile verificare che p è surietti va, che p '( (O O, 1») = 8 l e che la restrizione PID 2 \SI : D 2 \S' -7 S2\ {(O, O, l)} è biettiva. Chiaramente p è continua. La verifìca che p è un'identificazione sarà facile dopo che l'avremo interpretata geometricamente. Sia F = {(x" X2, X3) : x + x + (X3 - 1)2 = l} n {x E R 3 : X3 < l} l'emisfero inferiore deIJa sfera di centro (O, O, 1) e raggio l, e l: = {(x" X2, X3) : x + x + (x) - 1/2)2 = 1/4} la sfera di centro (O, O, 1/2) e raggio 1/2 (vedi fig. 7.2). Denotiamo con ç : F -7 R 2 la restrizione a F della proiezione PI.2 : R 3 -+ R 2 . ç induce un omeomorfisnlo di F su D 2 che verrà denotato con lo stesso simbolo. 
7 J Quozienti 77 F Figura 7.2 Sia D = (O, O, 1) e definialTIO un' applicazione w:FL nel modo seguente: w(x) = { 0 ( ' se X3 ) = l L \ {n} n r(x, D), se X3 =f 1 dove r(x, D) denota la retta passante per x = (x" X2, X3) E F e per o. Sia infine T : L --+ S2 l' orncomorfismo T(SI, S2, S3) = (2s], 2s 2 , 2(S3 - 1/2». Allora l'applicazione p è la composizione c-I p=T'W' (la verifica è un esercizio). Poiché T e ç--' sono on1eornorfismi, e quindi identifi- cazioni, per verificare che p è un'identificazione sarà sufficiente verificare che w lo è. Poniamo K = w- '(D) e sia A un aperto saturo di F. Poiché WIF\K : F\K  L\{n} è un omeomorfismo, se A n K = 0 w(A) è aperto in L \ {D} e quindi in L. Se invece A n K =f 0, allora K C A perché A è saturo e K è una classe di equivalenza. Ma allora A\K è aperto e w(A\K) è ancora aperto per quel che abbiamo appena detto. Per verificare che w(A) = w(A\K) U {n} 
78 Esempi I Cap. 2 è aperto basta verificare che n è interno a w(A). Poiché A è aperto e contiene K esiste r > O tale che A contenga F n {(x,  X2, X3) : X3 > l -- r}; denotiamo con Fr quest' insieme. Allora w(A) contiene w(F r ), che è un disco sferico aperto centrato in n; ne segue l' asselto (vedi fig. 7.3). In generale per ogni n > 2 si definisce un' identi ficazione p : D n ---t sn che induce un omeomorfismo D n / Psn - l  sn ponendo p(U),...,U n )= (2Ul \h -L uJ,...,2u n J I-L uJ, 2L u; -1). La verifica è simile a quella fatta nel caso n = 2. 5. Un'identificazione non è in generale né aperta né chiusa. Un esempio è dato dallo spazio Y ottenuto da R identificando ad un punto l' intervallo lO, l) e dalla proiezione canonica. p : R ---t Y. Il punto p( lO, 1» non è né aperto né chiuso e p( [ O, l» = p( (O, l» = p( lO, 1/2 J). 6. In 1 2 sia k la relazione di equivalenza che identifica il punto (O, t) con il punto (l, t) per ogni t E I, e lascia ogni altro punto equivalente solo a se stesso. Il quoziente K = 12/k è omeomorfo a SI x I. Per verificarlo identifichiamo S' x I al sotto spazio di R 3 SI X 1= {(X"X2,X3): xT+x = l, O < X3 < l} e definiamo un' applicazione f : 1 2 ---t S' x I Figura 7.3 
7 I Quozienti 79 ponendo I(s, t) = (cos(21rs), sin(27rs), t). f è chiaramente continua e surietti va, e p(/) = k. Per verificare che 1 è un'identificazione consideriamo un aperto saturo A C 1 2 . Sia 8 = {O, l} x I = ( {O} x I) u ( { l} x I). La restrizione I jI 2\8 : 1 2 \8  SI x 1 definisce un omeomorfismo di 1 2 \8 sulla sua immagine (perché 1 è invertibile su 1(1 2 \8» che è aperta in SI x I. Quindi se A C 1 2 \8 I(A) è aperto (cfr. fig. 7.4). Se invece esiste x E A n S, allora x = (O, t) oppure x = (1 , t) per qualche t E I e la classe di equivalenza di x è {(O, t), (l, t)}. Poiché A è un aperto saturo, esiste r > O tale che U r = ([O,r) x (t - r,t+r» U «1 - r, 1] x (t - r,t+r» C A. f ........- -... ........-  e k  ........- ---- ........- Figura 7.4 
80 Esempi I Cap. 2 Ma allora f(U r ) è un intorno di f(x) contenuto In f(A), cioè' f(x) è interno a f(A). Questo prova che f(A) = f(A n S) U f(A\A n 8) è aperto perché f(A\(An9» è aperto e ogni punto di J(AnS) è interno a f(A). Quindi J è un' identificazione. 7. Ancora in 1 2 consideriamo la relazione di equivalenza J..L che identifica il punto (O, t) con il punto (1, l-t) per ogni t E I e lascia ogni altro punto equivalente solo a se stesso. Il quoziente M = 1 2 / J..L si chiama nastro di Moebius (fig. 7.5). Con una verifica simile a quella dell' esempio 6 si dimostra che l' appJicazione g : 1 2 --+ R 3 definì ta da g(S, t) = (cos(27rs) + (t - 1/2) sin(7rs) cos(21rs), sin(27ìs)+ + (t - 1/2) sin(7rs) sin(27rs), (t - 1/2) cos(7rs» induce un' inclusione continua di M in R 3 . L'aperto M O = I x (O, l) di M SI J..L chiama nastro di Moebius aperto. 8. Sia T la relazione di equi valenza in 1 2 che identifica il punto (O, t) con il punto (l, t) per ogni t E I, il punto (s, O) con (s, l) per ogni s E I, e lascia ogni altro punto equivalente solo a se stesso. Il quoziente 12/T è omeornorfo al toro T 2 = Si X S'. L'omeolnorfismo è indotto dall'applicazione h : 1 2 --+ R 3 definita da h(s, t) = «2 + cos(27rs» cos(27T't), (2 + cos(27rs» sin(27rt), sin(27rs». la cui immagine è 'i'. La verifica è simile a quella del]' esempio 6. 9. Un gruppo topologico è un insieme G che è contemporaneamente un gruppo c uno spazio topologico in modo che l'operazione gruppale e la struttura topologica t I i 1 2 M - ---JiIB- Figura 7.5 
7 I Quozienti 81 siano legate dalla seguente condizione: l'applicazione G x e  e : (x, y)  xy---] è continua. R e C, con l'operazione di somma e la topologia euclidea, sono gruppi topologici. Ogni gruppo astratto munito della topologia discreta è un gruppo topologico; lo è anche se munito della topologia banale. ') GLn(R), SLn(R), O(n), SO(n), con la topologia di sottospazi di R n -, sono gruppi topologici. Lo stesso è vero per i gruppi di matrici complesse GLn(C), 2 SLn(C), U(n), SU(n), con la topologia indotta da C n . Più in generale, ogni sottogruppo di un gruppo topologico (e quindi ogni sotto gruppo di GLn(R) e di GLn(C), cioè ogni gruppo lineare), con la topologia di sottospazio, è un gruppo topologico. Se H è un sottogruppo del gruppo topologico e, l'insieme e/H delle classi laterali destre è uno spazio topologico con la topologia quoziente; è facile verificare che la proiezione p : e  e/H è aperta. Lo stesso vale per l'insieme delle classi laterali sinistre. Se il sottogruppo H è normale, e/H è un gruppo topologico. Ad esempio la circonferenza Si  R/Z è un gruppo topologico; analogamente il toro T n  R n /zn. lO. Sia X un insieme e G un gruppo. Diremo che e agisce, o opera, su X (a sinistra), oppure che X è un e-insielne (sinistro), se è definita un' applicazione a:GxXX tale che, denotata con gx E X J'immagine a(g, x) di (g, x) E G x X, SI abbia: (gg')x = g(g'x), per ogni g, g' E e, x E X, ex = x, per ogni x E X, dove e è l'identità di e. L'applicazione a si dice un'azione (sinistra) di e su X. Dalla definizione segue che per ogni g E G l'applicazione indotta g : X  X, g(x) = gx, è una biiezione. L'azione di e su X si dice libera se per ogni g =I- e e per ogni x E X si ha gx=fx. a si dice transitiva se, dati comunque x, x' E X, esiste g E G tale che gx = x'. Se x E X, l'orbita di x è ex = {gx E X : g E e}; lo stabilizzatore di x è il sottogruppo ex = {g E e : gx = x}. Pcr definizione e agisce liberamente (risp. transitivamente) su X se e solo se ex = {e} per ogni x E X (risp. se e solo se ex = X per ogni x E X). Ogni gruppo e agisce transiti vamente per moltiplicazione sinistra sull' insielne G / H delle classi laterali sinistre rispetto a un qualsiasi sottogruppo H: e x e/H --+ e/H (g, h) t--+ gh. 
82 Esel1zpi I Cap. 2 In particolare G agisce transitivamente su se stesso per moltiplicazione a sinistra. Se X è uno spazio topologico, ogni sottogruppo di Omeo(X) opera su X come un gruppo di trasformazioni di X. Se un gruppo C agisce su uno spazio topologico X in modo che per ogni g E C l'applicazione g : X --+ X sia un omeomorfismo, X si dice un C-spazio. Se l'azione è transiti va, X si dice un C-spazio o1110geneo; se 1'azione è libera, X è detto C-.spazio principale. R n è esso stesso un gruppo topologico. Un R n -spazio principale omogeneo è uno spazio affine n-dimensionale. Se X è un C-insien1e, due distinte C-orbite sono disgiunte; quindi C definisce una relazione di equivalenza in X in cui le C-orbite coincidono con le classi di equivalenza; se X è uno spazio topologico lo spazio quoziente si denota X/C e si chiama spazio quoziente di X rispetto all'azione di C. Si verifìca facilmente che la proiezione naturale p : X --+ XI G è aperta. Infatti la saturazione rispetto a p di un sottoinsieme A di X è U gA se A è gEG , .. , aperto quest InSIeme e aperto. Il. Sia n > O; in R n + 1 \ {O} consideriamo la seguente relazione di equivalenza "'-': x  y {:> esiste À E R À =f () tale che Yi = ÀXi, i = O . . .  n. Quindi due punti sono equivalenti se e solo se appartengono alla stessa retta per l'origine. Lo spazio quoziente R n + 1 \ {O} I  si chiama spazio proiettivo reale di dÙnensione n, e si denota con pn(R), o semplicemente pn. pl e p2 si chiamano rispettivamente retta proiettiva reale e piano proiettivo reale. po consiste di un solo punto. Per definizione pn può essere identificato con l'insieme delle rette di R n + 1 passanti per l'origine; un insieme saturo è un sottoinsieme di R n + 1 \ {O} che è unione di rette passanti per l'origine, private di O. Denoteremo con 7r : R n + 1 \ {O} --+ pn la proiezione canonica. Se x = (xo, . . . , xn), denoteremo con lxo..., X n l il punto 7r(x) E pn  X = (xo, . . . , x n ) si dirà una (n + 1 )-upla di coordinate o111ogenee del punto 1r(x). È chiaro dalla definizione che le coordinate omogenee di un punto di pn sono individuate dal punto stesso solo a meno di un comune fattore di proporzionalità non nullo. Per ogni i = O, . . . , n sia Ui = {l x o, . . . , X n J E pn : Xl: =f O} . Evidcnteinente Un,..., Un sono aperti in pn e costituiscono un ricoprimento (ogni punto di pn ha una almeno delle sue coordinate omogenee di versa da zero). Se SI pone Ri+l = 7r l (U 1 J = {(Xo,... xn) E R n + 1 \{O} : Xi=fO}, 
7 I Quozienti 83 la restrizione di 1r . R n + I U 1ri. i  i è un' identificazione (cfr. esercizio 4). Da ciò segue che l'applicazione continua A... . R +I R n '¥'l' 'l  (X o,..., x n ) 1-+ (X O/Xi,".' Xi - l/Xi, Xi+I/Xi,'.., Xn/Xi), essendo compatibile con 1ri, induce un' applicazione continua 'Pi : Ui  R n . La 'Pi è biunivoca; la sua inversa è 'Pi l (Yo, . . . , Yi - I, Yi+}, . . . , Yn) = lYo, . . . , Yi - I, l, Yi+h . . . , Yn J ed è anch' essa continua, perché è la composizione dell' inclusione continua R n --+ R n + ' \ {O} ..' ... (Yo, . . . , Yi - l, Yi+J, . . . , Yn) I---+' lYo,. . . , Yi I, 1, Yi+l, . . . , Yn] con 1ri. Quindi ognuno degli aperti Ui C pn è omeomorfo a R?I.. Il complelnentare Hi = pn\Ui si chiama iperpial10 all'Ùfinito (o Ùnproprio) rispetto a Ui. È facile verificare che Hi  p11, - l e che Ui è denso in pn. 12. pn(R) può anche essere definito nel modo seguente. In S11, si consideri la relazione di equivalenza così definita: x  y {:} y = ::i: x, che identifica ogni punto x E sn con il suo antipodale -x. Si noti che sn C R n + 1 \ {O} e che la relazione "-J su sn è la restrizione della relazione "-' su R n + 1 \ {O}. Lo spazio quoziente S11, /  è omeomorfo a p11,. Per dimostrarlo osserviamo prcliIninarmente che la proiezione naturale T : S11, --+ S11, / '"'-J è aperta e chiusa. Infatti, se A C sn è aperto, l'insieme saturato di A è T-1((A» = A U (-A), dove -A = {-x: x E A} è l'imlnagine di A attraverso 1'omeomorfismo sn --+ sn che manda x 1-+ - x, e quindi è aperto. Allora T(A) = T(A U ( - A» è l'immagine di un aperto saturo e quindi è aperto. Nello stesso lTIodo si dimostra che T è chiusa. Definiamo un' appJicazione continua ji : Rn+l\ {O}  sn 
84 Esempi I Cap. 2 ponendo jt(x) = x/llxll. La composizione M = T . jt : R n + ' \ {O}  S11. I  induce un'applicazione continua e biunivoca - . P 11. 011. 1 M. o . Quest'applicazione è un omeomorfismo se è aperta. Sia A C pn un aperto. Allora M (A) = M(7r- I (A» = T(jt(7r-- I(A») = T(Sn n 1[- I(A) è aperto in sn /  perché T è aperta. Quindi M è un omeomorfismo. 13. pI è omeomorfo a SI. Pcr definire un omeomorfìsmo consideriamo la circonferenza S C R 2 di centro (O, - 1/2) e raggio 1/2. Definiamo un' applicazione continua, : SI  S ponendo { O ,(x) = (9\ {O}) n r(x, O) se x = (:l: 1 , O), altrimenti, (dove r(x, O) denota come al solito la retta contenente x c O; vedi fig. 7.6). Anal i ticamente ,(x) = (-XIX2/ll x I1 2 , -x/llxI12). Chiaramente , è continua ed aperta. Poiché ,(x) = ,(y) se c solo se y = :l: x, , induce un onleomorfismo pl  9. Ma S  SI, quindi pl  SI. 14. Sia n > O un intero. È possibile definire lo spazio proiettivo c0111plesso di dÙnensione n, denotato p11.(C), in lTIodo simile a come è stato definito pn(R), come il quoziente di C n + 1 \ {O} rispetto alla relazione di equivalenza r"'.J X r-.J Y {} esiste À E C, À =f0, tale che y?: = ÀXi, i = O,..., n (dove, come nel caso reale, C n + 1 \ {O} si intende munito della topologia euclidca indotta da C n + 1 ). pl (C) e p2(C) si dicono retta proiettiva cOlnplessa e piano proiettivo cOlnplesso rispettivamente. Denoteremo con 1[ : C n + J \ {O}  pn(c) 
7 l Quozienti 85 51 Figura 7..6 la proiezione naturale; per ogni z = (zo,...  zn) E Cn;-I\{O}, il punto 7r(z) E pn(c) si denoterà anche [zo,..., Zn L e (zo,..., zn) si dirà una (n + l)-upla di coordinate oll1ogenee di 1r(z): Ponendo Ui = {r Zo, . . . , Zn J E pn (C) : zi # O} i = O, . . . , n, si ottiene un ricoprilTIento aperto {U o , . . . , Un} di pn (C) in cui ogni Ui è omeomorfo a C n tral11ite l'omeomorfismo [Zo . . . zn] t----; (zo / Z1:' . . . , Zn I Zi). Il cOmplelTIentare H. = p n ( c\ \ u. 'l I 'l S1 chianla iperpiano ali 'infinito (o Ùnproprio) rispetto a U i . Le dimostrazioni di questi fatti si estendono parola per parola dal caso reale a quello comp1esso. È facile dimostrare che pl CC) è omeomorfo a S; esso viene spesso chiamato .fera di Rienzanl1 (cfr. Sernesi 1989, p. 306). Esercizi 1. Sia p la relazione di equivalenza su R così definita: xpy {::} Ixl = Iyl. DitTIostrare che RI p è o111eomorfo alla sellliretta chiusa [O +00). 
86 Esempi l Cap. 2 2. Siano PI, P2 e P le seguenti relazioni di equivalenza in R2: (XI, X2)Pl (YI, Y2) {::} X2 = Y2 e Ix" = lyI!. (XI, X2)P2(YI, Y2) {:} X] = YI e I X 21 = IY21. (XI  X2)P(Y], Y2) {::} IXII = IYII, I X 21 = IY21. Dilllostrare che R 2 I Pl e R 2 I P2 sono entrambi omeomorfi a un semlplano chiuso, e che R 2 I P è onleomorfo al quadrante chiuso {(XIX2): XI  O X2  O} C R 2 . 3. Dimostrare la seguente proposizione: Siano XI e X2 spazi topologici con relazioni di equivalenza PI e P2 rispettivaOlente. Supponiamo che le proiezioni canoniche Pi : Xi -+ Xii Pi, i = 1,2, siano entralnbe aperte" Nello spazio topologico prodotto X = X] X X2 sia p la relazione di equivalenza (x], X2)P(Yl , Y2) {::} X l PI YI, X2P2Y2 e sia p : X -+ XI p la proiezione naturale. Allora l'applicazione q:X-+Xllpl xX 2 1p2 t q(XI,X2) = (Pl(XI),P2(X2» induce un orneonlorfislTIO q : XI P -+ XI I p] X X21p2. 4. Sia f : X -+ Y un' identificazione, n C Y un sottospazio aperto (risp. chiuso) e A = f- I (B) C X. Dimostrare che l'applicazione g:AB indotta da f è un' identificazione. 5. Sia f : X -+ Y un'identificazione, A C X un sottospazio, B = f(A) C Y e g : A -+ B l'applicazione indotta da f. ConsiderimTIo in B le due topologie TI = topologia indotta da y T2 = topologia quoziente rispetto a g. DitTIostrare che TI < T2 e dare un esempio in cui TI =f T2. Dimostrare che se A è aperto e f è aperta, oppure A è chiuso e f è chiusa, allora TI = T 2 . 6. In I x S I si consideri la relazione di equivalenza (t, s)  (t', s') {::} (t, s) = (t'  s') oppure t = t' = O t = t' = ]. oppure Dinlostrare che I x SI /  è omeolTIorfo a S2. 
7 I Quozienti 87 7. Sia p : X  Y un' identificazione. Dimostrare che se D è un sottoinsie111e denso di X, p(D) è denso in Y. 8. Interpretare pn(R) come spazIo quoziente rispetto a un'azione di R* := R\{O} su R n +! \ {O}. 9. Dilnoslrare che uno spazIo quoziente di uno spazio separabile è separabile. lO. Dinlostrare che pn (R) è omeonl0rfo al quoziente della semisfera S rispetto alla relazione di equivalenza che identifica i punti dell'equatore {x E sn : xn+l = O}  sn - I che sono diamctrahncnte opposti. (Su/?/?erÌ1nento. Si utilizzi r esercizio 5 e il fatto che la proiezione sn  pn è chiusa). Il. Dimostrare che se G è un gruppo topo logico e H è un sottogruppo discreto di G, la proiezione G  G / H è un omeomorfìsmo locale (in particolare R n  T n è un o lneolllorfi SIno locale). 12. Sia f : X  Y un'identificazione. Dimostrare che se X soddisfa il primo (risp. il secondo) assioma di numerabilità allora Y soddisfa il primo (risp. il secondo) assioma di numcrabilità. 
Capitolo 3 Proprietà topologiche 8 Proprietà di separazione In questo paragrafo studieremo una classe di proprietà topologiche, dette pro- prietà di separazione. Uno spazio di Hausdo11f (o spazio T 2 ) è uno spazio topologico X che soddisfa il seguente assioma: ASSIOMA DI SEPARAZIONE DI HAUSDORFF Dati c0l11unque u, v E X distinti, esistono due aperti U, V di X tali che u E U, v E V e U n v = 0. Gli esempi più importanti di spazi di Hausdorff sono gli spazi metrizzabili (in particolare R n ): se u =/=v sono punti dello spazio metrizzabile X, allora d(u v) = = r > O e gli aperti U = D r / 3 (u), V = D r (3(V) soddisfano ovviamente u E U, v E V; inoltre U n V = 0. Infatti, se per assurdo esistesse w E U n V, si avrebbe 1. = d(u,v) < d(u,w)+d(wv) < rJ3+rJ3 = 2r/3. Ogni spazio discreto è di Hausdorff; uno spazio topologico banale con almeno due punti non è di Hausdorff. Ogni insieme inflnito con la topologia cofinita non è uno spazio di Hausdorff. 8.1 PROPOSIZIONE Ogni sottospazio Y di uno spaZlO di Hausdorff X è di Hausdor.ff: DinuJstrazione. Se u, v sono due punti distinti di Y, esistono aperti U, V di X tali che u E U, v E V e U n V = 0. Allora U ' = U n Y, VI = V n Y sono aperti di Y tali che U E U', v E V', e U ' n V' = 0. Il 8.2 PROPOSIZIONE Il prodotto lOjJologico X di una ja111iglia {X s } sE8 di spazi di Hausd(J1:ff' è uno spazio di Hausdo(ff. 
8 I Proprietà di separazione 89 DÙnoSlrazione. Siano u, v due punti distinti qualsiasi di X. Poiché u =f v, esiste un indi cc s E 8 tale che u(s) =f v(s) in Xs; e poiché Xs è di Hausdorff, esistono aperti U s , V:5 in Xs tali che u(s) E U s , ves) E Vs, e U s n V s = 0. Siano U e V gli aperti di X definiti da u = Ps l(U s ) = {x E X: x(s) E U s }; V = Ps '(Vs) = {x E X : x(s) E Vs}. Chiaramente u E U, v E V c U n V = 0. Quindi X è uno spazio di Hausdorff. Il La seguente proposizione descrive una proprietà degli spazi T 2 che abbiamo già osservato negli spazi metrizzabili. 8.3 PROPOSIZ[ONE In uno spazio di Hausdor.ff X ogni punto è un sottoinsieme chiuso. DÙnostrazione. Sia u E X. Pcr ogni v E X, v =fu, esistono aperti U, V tali che u E U, v E V ed U n V = 0; in particolare v E V C X\{u}. Dunque X\{u} è un intorno di v, e quindi è aperto, cioè u è chiuso. 11I Uno spazio topologico i cui punti sono sottoinsiemi chiusi si dice spazio T,. La proposizione 8.3 afferma che ogni spazio di Hausdorff è anche uno spazio TI. Il viceversa non è vero, cioè ci sono spazi TI che non sono T 2 . Un esempio è dato dalla topologia cofinita in un insieme infinito. Uno spazio banale con almeno due punti è un esempio di spazio topologico che non è uno spazio T,. 8.4 PROPOSIZIONE Uno spazio lopologico X è uno spazio T, se e solo se per ogni coppia di punti distinti u, v E X esistono aperti U, V tali che u E U, v rt U, e v E V, u rt: v. Dinlostraziol1e. Supponiamo che X sia uno spazio T,. Presi u, v E X distinti, i sottoinsiemi U = X\ {v}, V = X\ {u} sono aperti e soddisfano le condizioni richieste. Supponiamo viceversa che X soddisfi le condizioni del1' enunciato, e sia u E X un punto qualsiasi. Per ogni v E X\ {u} esiste per ipotesi un aperto V tale che u E,l' V, v E V; quindi v E V C X\ {u}, cioè X\ {u} è un intorno di v. Poiché ciò è vcro pcr ogni v E X\ { u }, X\ { u} è aperto, cioè {u} è chiuso. Il Le proprietà delle successioni in uno spazio T, o in uno spazio di Hausdorff sono simili a quelle delle successioni ncgli spazi metrizzabili. 8.5 PROPOSIZIONE Se una successione in uno spazio di Hausdol:[l X converge, il suo lil1lite è unico. 
90 Proprietà tOPO/oMiche I Cap. 3 Dinlostrazione. Sia {x n : n = l, 2, . . .} una successione in X, e supponiamo per assurdo che x, x' E X siano distinti e tali che l o , x = 1m X n = X . n ---+ 00 [8.1] Poiché X è di Hausdorff esistono U, V C X aperti tali che x E U, x' E V, U n V = 0. Per la prima delle [8.11 esiste N > () tale che X n E U per ogni n > N. D'altra parte la seconda delle [8.1 J implica 1'esistenza di N' > O tale che X n E V per ogni n > N', e questa è una contraddizione. Il La proposizione 8.5 si applica in particolare agli spazi metrizzabili, ma non è vera per gli spazi TI. Infatti se ad esempio X è uno spazio infinito con la topologia cofinita, allora X è TI ed ogni sua successione costituita da infiniti punti converge a ogni punto dello spazio. Una proprietà abbastanza sottile riguarda i punti di accumulazione di una successione (cfr. esempio 3.5( l »). Il seguente risultato è utile in molti casi. 8.6 PROPOSIZIONE Sia {xn : n = l, 2, . . .} una successione in uno spazio TI soddisfacente il prÙno assÙJ1na di nlllnerabilità, e sia x E X un punto di acculnulazione di {x n }. Allora {xn} possiede una sottosuccessione convergente ad x. Din1ostrazione. Poiché X è TI ogni sottoinsieme finito di {x n } è discreto e quindi x è punto di accumulazione di {x n : n > N} per ogni N > O. Sia {Uk}k>l un sistema fondamentale di intorni di x tale che Uk+1 C Uk per ogni k > l. Poiché x E D({x n }) esiste n} > O tale che x n ] E U 1 . Poiché x E D({x n : n > nl}) esiste n2 > n I tale che x n2 E U 1 . Procedendo indutti vamente possiamo trovare una sottosuccessione {x nk : k = l, 2, . . .} tale che x nk E U k per ogni k > l. È chiaro che x = lim x nk . !Il k ---+ 00 La proposizione precedente si applica agli spazi metrizzabili e agli spazi TI a base numerabile. -Uno spazio regolare è uno spazio topologico X che soddisfa le seguenti condizioni: (R I ) X è uno spazio TI. (R 2 ) Per ogni sotloinsielne chiuso F in X e ogni x E X\F esistono aperti U, V tali che x E U, F C V e U n V = 0. 8.7 PROPOSIZIONE Ogni spazio regolare è di Hausdorfl DÙnoslrazione. Sia X uno spazio regolare e u, v E X due punti distinti. Poiché X è uno spazio TI, {v} è un insieme chiuso. Prendendo F = {v}, x = u, la 
8 I Proprietà di separazione 9/ proprietà (R 2 ) assicura l'esistenza di aperti disgiunti U, V tali che u E U, v E V e quindi X è di Hausdorff. Il Uno spazio norl1lale è uno spaZIO topologico X che soddisfa alle seguenti condizioni: (N 1 ) X è uno spazio T,; (N 2 ) per ogni coppia di sottoinsielni chiusi e disgiunti Fl' F 2 di X esistono aperti U" U 2 tali che F, C U" F 2 C U 2 , U, n U 2 = 0. 8.8 PROPOSIZIONE Ogni spazio nornlale è regolare, e quindi di Hausdorff. DÙ1'lostraziQne. Esercizio. 11I Esistono spazi regolari che non sono normali e spazi di Hausdorff che non sono regolari (cfr. esempi 8.11(1), (3»). Ogni spazio discreto è normale. Un'importante classe di spazi normali è costituita dagli spazi metrizzabili. 8.9 TEOREMA Ogni spazio lnetrizzabile X è norlnale. DÙnostrazione. Abbiamo già osservato che X è uno spazio di Hausdorff e quindi è uno spazio T,. Sia d : Xt x X  R la distanza che induce la topologia di X. Per ognI sottoinsieme rion vuoto F C X, definiamo una funzione dF : X  R ponendo dF(X) = inf {d(x, y)}. yEF Per verificare la proprietà (N 2 ) consideriamo due sottoinsicllli chiusi e disgiunti F 1 , F 2 di X, che possiamo supporre entrambi non vuoti (la condizione (N 2 ) è veri- ficata banalmente se almeno uno dei due insieIlli F, ed F 2 è vuoto). Consideriamo i sottoinsiemi U, = {x E X: dF1(x) - d F2 (X) < O}, U 2 = {x E X: dF1(X) - dF 2 (X) > O}. Chiaramente U, n U 2 = 0. Sia x E FI. Allora d F1 (x) = O. D'altra parte x (/. F 2 e quindi, poiché F 2 è chiuso, esiste r > O tale che d(x, y) > r per ogni y E F 2 ; ne segue che dp)(x) > O, e quindi che d FI (x) - d F 2 (x) = - d F 2 (x) < O, cioè x E U 1 . Quindi FI C U 1 . In modo sinlile si dimostra che F 2 C U 2 . 
92 Proprietà lop%gìche I Cap. 3 Facciamo vedere che U I è un insieme aperto. Sia Xl E U I e poniamo r = dF 2 (XI) - dF 1 (XI). Si ha r > O; faremo vedere che D r / 3 (xd C U I , e questo proverà che U j è aperto. Sia dunque x E D r / 3 (XI); dobbiamo far vedere che dFJx) - dF'2(X) < O. Si ha dF 1 (x) - dF 2 (X) = = r d FI (x) - d FI (x l ) l + [d F/ X d - d F 2 (x d l + [d F 2 (x l) - d F 2 (x) l = [8.21 = [dF 1 (x) - dF 1 (XI)] - r + [dF 2 (xd - dF](x)]. Ino1tre per ogni y E FI si ha d(x,y) < d(x,xt)+d(xI,Y) < rl3 +d(x!,y) c quindi d FI (x) = i n f {d( x, y)} < r 13 + in f {d (x I , y)} = r 13 + d FI (x l ), yEF I yEF j cioè dF1(X) - dFj(XI) < r13. Analogamente si trova che per ogni y E F 2 d(XI, y) < d(XI, x) + d(x, y) < r /3 + d(x, y) e quindi che dF 2 (XI) = inf {d(x" y)} < rl3 + inf {d(x, y)} = rl3 + dF 2 (X) yEF-:. yEF 2 cioè d p, (x t> - d F., (x) < r 1 3 . - - Sostituendo nelle l8.2] si trova d F, (x) --- d F 2 (x) < r / 3 - r + r 13 < () c l' asserto è dimostrato. In modo simile si din10stra che U 2 è aperto. !Il 
8 I Proprietà di separazione 93 Le proprietà di separazione che uno spazio X può avere sono collegate all'e- sistenza di applicazioni continue su X a valori reali. Ad esempio su uno spazio topologico banale (che non soddisfa alcuna delle proprietà di separazione considerate sopra) le uniche funzioni continue a valori reali sono le costanti. D'altra parte, se uno spazio X ha la proprietà che per ogni coppia di punti distinti u, v E X esiste una funzione continua! : X -+ R tal c che f(u) =f f(v) (cioè una funzione continua che "separa u da v") al10ra X è uno spazio di Hausdorff: infatti, ponendo r = d(f(u), f(v» e U = f- I «f(u) - r /2, f(u) + r /2», V=! 1«f(v)-r/2, f(v) + r/2), U e V sono aperti disgiunti e u E U, v E V. Ci si può aspettare che gli spazi normali, soddisfacendo alla proprietà di separazione più forte, possiedano funzioni continue a valori reali con proprietà molto forti. Ciò è quanto afferma il seguente 8.10 TEOREMA (Lemma di Urysohn) Siano Ao e Al due softoinsienli chiusi non vuoti e disgiunti di uno spazio nornlale X. Esiste un'applicazione continua f : X -+ ("O, l] tale che { O per ogni x E Ao f(x) = . 1 per ognI x E A,. Dhnostrazione. Denotiamo con D l'insieme dei numeri razionali diadici non negativi, cioè dei numeri razionali della forma a/2 Q , dove a e q sono interi non negativi. Comincianlo col costruire una famiglia 1 = {U t : t E D} di insiemi aperti di X tale che per ogni s, t E D, s < t, SI abbia U s C U t . Prendiamo Ut = X per ogni t > l, t E D, U j = X\A,. Per la normalità di X esistono aperti M e N tali che Ao C M, Al C N, M n N = 0. Prendiamo U o = M. 
94 Proprietà topologiche I Cap. 3 Si ha U o C X\N C X\A, = U 1 . Sia ora t E D tale che O < t < l. Possiamo scrivere in lTIodo unico t = (2m + 1) /2 n per qualche m, n > O. Costruiremo Ut per induzione su n. Poniamo a = 2m/2n = m/2n ] (J = (2m + 2)/2 n = (m + I )/2 n ] Se n = 1, allora a = O, (J = 1 e U O! = Un, U j3 = U, sono già stati costruiti In modo che U ex C U/3' Se n > 2, allora a < t < {3 e per l'ipotesi induttiva possiamo supporre di aver costruito insiemi aperti U a e U/3 tali che U O! C Uf]. Allora U ex e X\U fJ sono due insiemi chiusi c disgiunti; per la normalità di X esistono due sottoinsiemi aperti V, W tali che U O! C V, X\U/3 C W, W n V = 0. Prendiamo U t = V. Si ha U ex C U t , U t C X\W C UfJ' È chiaro che se ti = (2h + 1) /2 n , t < t', allora U t e U t , costruiti in questo modo soddisfano U t C U t ', perché si ha m < h e quindi - - -............... U ex C U t C U t C U/3 C U /3 C U ì C U t , C U t , C Utj, dove '7 = h/2 n - " li = (h + 1 )/2 n I. Da ciò segue che la famiglia 1 costruita induttivamente ha le proprietà volute. Definiamo ora l'applicazione f : X -t [O, 1] ponendo f(x) = inf{t E D: x E U t } per ogni x E X. Si noti che la famiglia 1 ricopre X; quindi per ogni x E X 1'insieme {t E D : x E U t } non è vuoto e il suo estremo inferiore è ben definito. Inoltre da come è stata costruita la falniglia 1 segue subito che f(x) E l() l] per ogni x E X, e che f(x) = {  se x E Ao se x E A,. Ci resta da verificare che f è continua. A questo scopo sarà sufficiente verifièarc che per ogni numero reale a tale che () < a < ] gli insiemi f '([ O, a» e f- '«(a, 1 ]) sono aperti in X (perché gli intervalli della fonna [O, a) ed (a, I] formano una sottobase della topologia di [O, l]). 
R I Proprietà di separazione 95 Consideriamo l'insieme f '([O, a» = {x E X : f(x) < a}o Per definizione di estremo inferiore quest'insieme consiste degli x E X tali che x E U t per qualche t < a. Quindi f l (fO, a» = U U t tED t<a è un insieme aperto. Per dimostrare che l'insieme f-' (a, 1 J) = {x E X : f(x) > a} è aperto sarà sufficiente dimostrare che X\ f l ( ( a, 1 ]) = f ] (lO, a l) = {x E X : f (x) < a} è un insieme chiuso. Perché si abbia f(x) < a deve essere x E U t per ogni t > a, t E Do Quindi f 1([O,aJ) = n Uto tED t>a Faremo vedere che quest' insieme è chiuso mostrando che n U t = n U t o tED tED t>a t>a Ovviamente si ha n U t C n Uto tED tED t>a t>a D'altra parte per ogni t > a, t E D, esiste s E D tale che a < s < t perché D è denso in R+; quindi U s C U t o Ne segue che n U s C n U t . Il sED tED s>a t>a Si noti che, viceversa, se X è uno spazio topologico tale che per ogni coppia di sottoinsiemi chiusi non vuoti disgiunti Ao e A, esiste un'applicazione continua f : X --+ [O, Il tal e che f(x) = {  se x E Ao se x E A" allora X è uno spazio che soddisfa (N 2 ). 
96 Proprietà top%giche I Cap. 3 Infatti Un = f I (lO, 1/2)), U l = f - I «( 1 / 2, 1 J) sono due aperti disgiunti di X tali che Ao C U o , AI CUI' 8.11 Esempi l. Spazio di Hausdorff non regolare. Sia X = lO, l J C R e S il sottoinsieme {l/n : n = 1,2,3,...}. Sia T la topologia meno fine contenente ogni sottoinsieme aperto di X\ {O} nella topologia di sottospazio di R, e contenente inoltre ogni insieme Br, O < r < 1, definito da Br = {x E X : X < r, X rt: S}. Con la topologia T così definita X è uno spazIo di Hausdorff, ma non è regolare. DitTIostriamo che X è di Hausdorff. Siano u, v E X distinti, e supponiamo u < v. Se 0=l-u, sia c = v - u; U = (O, u + e/2), V = (u + e/2, 1] sono due aperti di X tali che u E U, v E V, U n V = 0. Se u = O, sia O < r < v, e prendiamo U=B r , V=(v-r,lJ. U e V sono aperti in X; inoltre uEU, vE V, unv=0. Quindi X è uno spazio di Hausdorff. S è un sottoinsieme chiuso di X perché k9 = X\B 1 ; inoltre O rt: S. Facciamo vedere che non esistono aperti U, V in X tali che O E U, S C V, U n V = 0. Ogni aperto U contenente () deve contenere Br per qualche O < r < 1; d'altra parte ogni aperto V contenente S ma non O è un aperto di X\ {O} nella topologia euclidea; ma un V siffatto interseca ogni Br, O < r < 1, quindi la condizione U n V = 0 non può essere verificata. Questo dimostra che X non è regolare, perché non soddisfa la condizione (R 2 ) (si noti che X è TI perché è di Hausdorff). 2. Un criterio utile per costruire esempi di spazi non normali è il seguente LEMMA Se uno spazio lopologico separabile X contiene un sottoinsienle chiuso discreto nOI1 nUlnerabile S, X non è Il o rlna le. Dilnostrazione. Sia D C X un sottoinsieme numerabile e denso (X è separabile) e supponiamo per assurdo che X sia normale. Poiché k.9 è discreto e chiuso in X, ogni sottoinsieme di S è chiuso in X. Quindi per ogni sottoinsieme proprio A1-S esistono aperti U(A) e U(S\A) in X tali che A C U(A), S\A C U(S\A), U(A) n U(S\A) = 0. Poiché D è denso, si ha: U(A) n D =I- 0 per ogni sottoinsien1e non vuoto A 1- S. [8.3 ] 
8 I Proprietà di separazione 97 Inoltre, se A, B 1- S sono due sottoinsiemi non vuoti ed A 1- B, si ha U(A) n D =I- U(B) n D. [8.4 ] Infatti, se A \B =I- 0, si ha U(B) n U(S\B) n D = 0 mentre U(A) n U(S\B) n D =I- 0 perché U(A) n U(S\B) è un intorno aperto di A\B e in particolare non è vuoto; ne consegue che U(A) n D e U(B) n D sono distinti. Se invece B\A =I- 0 si ragiona nello stesso modo. Dal1e [8.3J e [8.4J segue che l'applicazione P(S)  P(D) definita da A t---? U (A) n D, se A 1- S, A =I- 0, St---?D o t---? 0 è iniettiva. Ciò è assurdo perché P(S) ha cardinalità maggiore di quella di P(D). !!Il 3. Applichiamo il lemma del]' esempio 2 per dare un esempio di spazio regolare che non è nor111ale. Sia S una retta di R 2 e X uno dei due semipiani chiusi individuati da S. Sia D la famiglia dei dischi aperti di R 2 contenuti in X e }I la famiglia così definita: }I = {D U P : P E S, D E D, D tangente a S in P}. È immediato verificare che la famiglia D u}I soddisfa le condizioni della proposizione 2.2 ed è quindi base di una topologia T su X. Si noti che S è chiuso in (X, T) e che la topologia indotta da T su X\S è la topologia euclidea, mentre quella indotta su S è la topologia discreta. Inoltre (X, T) è separabile perché Q2 n X è un sottoinsieme denso. Dal lemma dell'esempio 2 segue che (X T) non è uno spazio normale. Ma (X, T) è uno spazio regolare. Infatti T è una topologia che soddisfa l' as- sioma T], perché più fine della topologia euclidea (esercizio 8). Inoltre siano F un 
9R Proprietà lop%giche I Cap. 3 sottoinsieme chiuso di X e p E X\F. Se p rt: S, sia r > O tale che Dr(P) non intersechi S né il chiuso (X\9) n F di X\k9. Allora Dr(P) n F = 0 c quindi A = Dr/2(P) c n = X\Dr/2(P) sono aperti disgiunti tali che p E A, F C B. Supponiamo invece p E S. Poiché F è chiuso esiste un aperto D U P in }.I tale che (D U P) n F = 0. Si scelga allora DI U P E }{ con DI iD. Si ha subito che A = DI U P e B = X\D I U P sono due aperti disgiunti, p E A, F C B. 4. Abbiamo visto (proposizione 8.2) che il prodotto topologico di una famiglia di spazi di Hausdorff è ancora di Hausdorff. Di un' analoga proprietà godono gli spazi TI e gli spazi regolari (cfr. esercizi 15 e 16). Ma la proposizione 8.2 non si estende agli spazi normali. Un esempio è dato dal prodotto topologico di (R, Jd) per se stesso. Infatti (R, Jd) è normale (esercizio 12), ma R 2 con la topologia prodotto J d non è normale. Per vederlo osserviamo che una base B di J d è costituita dai rettangoli della forma la, b) X re, d), a < b, e < d. Da ciò segue che Q2 è denso in R 2 rispetto a Jd, c quindi (R, Jd) è uno spazio separabile. Sia S la retta di equazione x+y = O (ma le stesse considerazioni si applicano ad ogni retta di coefficiente angolare -< O). Per ogni P = (a, -a) E S esiste un aperto A E 8 tale che AnS = {P}; basta prendere ad esempio A = fa, a+ l) X r -a, -a+ l) (vedi fig. 8.1). Questo significa che S è un sottoinsieme discreto di (R 2 , Jd). Poiché Figura 8.1 
8 I Proprietà di separazione 99 evidentemente k.9 è anche chiuso, applicando il lemma dell'esempio 2 si vede che (R 2  J d ) non è normale. Si noti chc lo spazio (R, id) è normale ma non metrizzabile (cfr. esempio 3.8(2». Se X è uno spazio nonnale metrizzabile, X x X è normale perché metrizzabile (cfr. esercizio 6.9). 5. È evidentc che ogni SOftO,\}Jazio di uno spazio TI è U110 .\1)([zio TI. L'analoga proprietà è stata dimostrata per gli spazi T 2 (proposizione 8.1). È anche vero che ogni sottospazio Y di uno spazio regolare X è regolare. Sia infatti F un sottoinsieme chiuso di Y e y E Y\F; sia F' un chiuso di X tale che F = F' n Y. Poiché X è regolare e y rt. F' esistono aperti U', V' in X tali che y E U', F' C V' e U' n V' = 0. Allora U = u' n Y e V = V' n Y sono aperLi di Y e. y E U, F C V, U n V = 0. Quindi Y soddisfa la condizione (R2) poiché inoltre Y è sotto spazio di uno spazio TI è anche uno spazio TI e quindi è regolare. In modo simile è facile dilTIOstrare che ogni sottospazio chiuso Y di uno .\})azio 110nnale X è norlnale (esercizio 17). Ciò non è più vero se si toglie la condizione che Y sia chiuso: esistono esempi di sottospazi (non chiusi) di spazi normali che non sono normali. 6. Una varietà topologica di dinlensione n (intero > 1) è uno spazio topologico di Hausdorff X che soddisfa il secondo assioma di numerabilità e tale che ogni x E X possieda un intorno aperto U x omeon10rfo a un aperto di R n . Un omeomorfismo CPu di un aperto U di X su un aperto di R n si chiama carta (o carta locale). Una famiglia {'Pu!} di carte tale che {Ui }iEI sia un ricoprimento aperto di X si dice atlante. È evidente che per dimostrare che uno spazio di Hausdorff X è una varietà topologica è sufficiente trovare un atlante. Ogni aperto di R n , in particolare R n stesso, n > 1, è un esempio di varietà topologica di dimensione n. Per ogni n > 1, sn è una varietà topologica di dimensione n. Infatti sn è evidentemente uno spazio di Hausdorff a base numerabile; un atlante costituito da due sole carte si può ottenere in più modi considerando le proiezioni stereografiche di centro due punti distinti. Il prodotto X x Y di due varietà topologiche X e Y di dimensioni n e m rispettivamente, è una varietà topologica di dimensione n + m (esercizio). In particolare per ogni n > 2 l'n-toro T n è una varietà topologica di dimensione n. Lo spazio proiettivo reale pn(R), n > 1, è una varietà topologica di dimensione n (cfr. esercizio 18 ed esempio 7.6(11»). Nella definizione di varietà topologica la condizione di essere spazio topologico di Hausdorff non è ridondantc. In altre parole esistono spazi topologici non di Hausdorff tali che ogni loro punto possieda un intorno aperto omeomorfo a un aperto di R n per qualche n > 1 (indipendente dal punto). Un esempio è il seguente. 
100 Proprietà topologiche I Cap. 3 Sia X = (- l, 2J C R con la topologia T così definita: U E T se e solo se U = 0, X, oppure se è unione di insiemi della forma (a, b), -l < a < b < 2, (a, O) U (b, 2 L -1 < a < O, O < b < 2. È facile verificare che T è una topologia e che T è meno fine della topologia indotta da R (gli insiemi (b,21 non sono aperti in T). X non è di Hausdorff perché ogni intorno di 2 interseca ogni intorno di O. D'altra parte ogni punto x E X ha un intorno omeomorfo a un aperto di R. Ciò è evidente se x =f 2. Se x = 2, allora u = (-1/2, O) u (3/2,21 è un intorno di 2; è facile verificare che l'applicazione f:U-+(-I,I) definita da { 2u f(u) = 4 - 2u se -- 1/2 < u < O se 3/2 < u < 2 è biunivoca, continua, con inversa g : (-1, l) -+ U continua definita da { t/2 g(t) = 2 _ t/2 se - 1 < t < O se O < t < l. Esercizi 1. Dimostrare che l'essere TI (rispettivamente T 2 , regolare, nonnale) è una proprietà topo logica per uno spazio X. 2. DilTIOstrare che un insieme infinito con la topologia cofìnita non è n1etrizzabile. 3. Dimostrare che uno spazio banale con almeno due punti non è metrizzabilc. 4. Dimostrare che uno spazio X è di Hausdorff se e solo se per ogni x E X l' intersezione di tutti gli intorni chiusi di x consiste del solo punto x. 5. Dimostrare che uno spazio X è di Hausdorff se e solo se la diagonale ={(x,X):XEX} è chiusa in X x x. 6. Sia f : X ---+ Y un' applicazione di insiemi; il grafico di f è r f = {(x, f(x)) E X x Y : x E X} C X x Y. DÌlnostrare che se X e Y sono spazi topologici, Y di Hausdorff, e f è continua, il grafico r f è chiuso in X x Y. 
9 I COmpalieZZa 101 7. Siano f, g : X ---+ Y applicazioni continue, con Y di Hausdorff. Dimostrare che se esiste un sottoinsieIne denso D C X tale che f(x) = g(x) per ogni x E D, allora f = g. 8. Din10strare che se T < U sono due topologie sull' insiemc non vuoto X e T è TI (risp. T 1 ) allora U è TI (risp. T2). 9. Dimostrare che uno spazio quoziente di uno spazio X è uno spazio TI se e solo se ogni classe di equivalenza è un sottoinsieme chiuso di X. lO. Sia X uno spazio normale e 8 un sottoinsieme chiuso. Dimostrare che lo spaZIO quoziente ottenuto da X identificando 8 a un punto è normale. Il. Sia E un sottoinsieITIe di uno spazio T] e p un suo punto di acculnulazione. Dimostrare che ogni intorno di p contiene infiniti punti di E. 12. Dinl0strare che (R, jd) (risp. (R, i8» è uno spazio normale. 13. Dilllostrare. che uno spazio TI X è rcgolare se e solo se per ogni p E X e ogni aperto U contenente p esiste un aperto V tale che P E V C V C U. 14. DirTIostrare che uno spazio TI X è nonnale se e solo se per ogni sottoinsieme chiuso F c X e ogni aperto U contenente F esiste un aperto V tale che F C V C V C U. 15. Dimostrare che il prodotto topologico di una famiglia di spazI TI è uno spaZIO TI. 16. Dimostrare che il prodotto topologico di una famiglia di spazI regolari è regolare. 17. Dimostrare che ogni sottospazio chiuso di uno spazio normale è normale. 18. Ditnostrare che lo spazio proiettivo reale pn(R) è uno spazio di Hausdorff. (SuggerÙnento. Si usi la rappresentazione di pn COlne quoziente di sn). 9 COlnpattezza U no spazio topologico si dice cOlnpatto se ogni suo ricoprimento costituito da insiemi aperti (brevemente, se ogni ricoprÙnento aperto) possiede un sottorico- primento finito, cioè possiede una sottofamiglia costituita da un numero finito di insiemi che è ancora un ricopri mento dello spazio. . Un sot1oinsie111e K di uno spazio topologico X si dice COlnpatto se con la topologia relativa K è uno spazio compatto; equivalcntcmente K si dice compatto se ogni ricoprimento di K con insiemi aperti di X possiede un sottoricoprimento fini to. Ogni spazio banale è compatto, come è anche compatto ogni spazio finito ed ogni spazio con la topologia cotini ta. Se X è uno spazio discreto, la famiglia {x} xEX è un ricopri mento aperto di X tale che ogni. sua sottofamiglia non è un ricoprimento (cioè {x }XEX non possiede sottoricoprimenti propri); quindi se è infinito e discreto X non è compatto. 
102 Proprietà lopologiclze I Cap. 3 R non è compatto, perché ad esempio il ricoprimento aperto {( -n, n) }n I non possiede un sottoricoprimento finito. Ogni intervallo aperto (a, b) di R non è compatto. Infatti la famiglia di intervalli aperti U = { (a + e, b - e) : O < e < b; a } costituisce un ricoprimento di (a, b); ma ogni sottofamiglia finita di U ha come unione un interval10 ancora appartenente ad U, e quindi diverso da (a, b). Abbiamo il seguente risultato classico: . 9.1 TEOREMA (di Heine-BoreI) Ogni intervallo chiuso e linzitato la, b] C R è 'colnpatto. DÙnostrazione. Sia U un ricopri mento di fa, b] con aperti di R. Consideriamo il sottoinsieme X= {x E [a,b]: fa,x] è ricoperto da un numero finito di aperti di U}. È sufficiente far vedere che X = fa, b]. Innanzitutto X =f 0: infatti a E U per qualche U E U, e quindi a E X. È anche evidente che X è un intervallo contenuto in [a, bl. X è aperto in la, b]. Se infatti x E X e U j ,..., Un E U sono tali che la, xJ C C U 1 U . . . U Un, allora, poiché U j U . . . U Un è aperto, esiste r > O tale che: [a,bln(x-r,x+r)c U] U...UU n e quindi anche fa, bJ n (x - r, x + r) C X. Sia z = sup X. Poiché X C fa, b J e [a, b J è chiuso e limitato, z E fa, b] e quindi esiste V E U tale che z E V. Sia s > O tale che (z - s, z] C V n fa, bJ. Allora z - s E X e quindi esistono VI,..., V m E U tali che la, z - sJ C VI U . . . U V m . Ma allora fa, zJ C VI U ... U V m UV e quindi z E X; pertanto X è anche chiuso in [a, b l. Ma l'unico intervallo simul- taneamente aperto e chiuso in la, bl è la, b] stesso; dunque X = fa, b]. !Il Non tutti i sottospazi di uno spazio compatto sono compatti. Ad esempio un intervallo aperto e limitato (a, b) non è compatto, ma è un sottospazio di [a, b], che è compatto. Abbiamo però il seguente risultato: 9.2 PROPOSIZIONE (a) Ogni sottoinsielne chiuso K di uno spazio cOlnpatto X è cOlnpatto. (b) Ogni sottoinsienze cOlnpatto K di uno .\pazio di Hausd(J/ff. X è chiuso. [JÙnostrazione (a) Sia U un ricoprimento di K con aperti di X. Poiché X\K è aperto la famiglia U U {X\K} è un ricoprimento aperto di X. Ma X è compatto e quindi questo 
9 I Compatlezza 103 ricopri mento possiede un sottoricoprimento finito, cioè esistono U". . . , UnE U tali che: U, U . .. U Un U (X\K) = X. Segue che K C U 1 U . .. U Un, cioè {U"..., Un} è un sottoricoprimento finito di K e quindi K è compatto. (b) Sia p E X\K. Poiché X è di Hausdorff per ogni x E K esistono aperti U x e V x tali che x E U x , P E Vx, U x n V x = 0. La famiglia {U x }XEK è un ricoprimento aperto di K e quindi, per la compattezza di K, possiede un sottoricoprimento finito. Quindi esistono x, . .. , X n E K tali che K C U X1 U . . . U UXT/' L'aperto V = VXI n . . . n V Xn soddisfa P E V C X\K e quindi p è esterno a K. Poiché p è arbitrario in X\K segue che K è chiuso. Il Si noti che ogni sottoinsieme proprio non vuoto di uno spazio banale è compatto ma non è chiuso: quindi nella proposizione 9.2(b) l'ipotesi che X sia di Hausdorff è necessaria. Come conseguenza della proposizione 9.2 abbiamo la seguente caratterizzazione dei sottoinsiemi compatti di R. 9.3 COROLLARIO Un sottoinsie111e K di R è compatto se e solo se K è chiuso e IÙnitato. Dimostrazione. Supponiamo che K sia chiuso e limitato. Poiché è limitato, K è contenuto in un intervallo chiuso e limitato J. Poiché è chiuso in R, K è chiuso in J. Ma allora K è compatto per la proposizione 9.2(a) e per la compattezza di J. SuppOnial110 che K sia compatto. Poiché R è di Hausdorff K è chiuso per la proposizione 9.2(b). Inoltre K deve essere limitato. Se non lo fosse {(-n,n)}n' sarebbe un ricoprimento di K che non possiede un sottoricoprimento finito: infatti, per ogni sottofamiglia finita {( -n" nl),..', (-nk, nk)}, si ha (-n" nl) U . . . U (-nk, nk) = (-n, n) dove n = max { n l , . . . , nk }, che è un intervallo limitato e quindi non contiene K. Il Abbiamo la seguente importante: 
104 Proprietà tOjJologiche I Cap. 3 9.4 PROPOSIZIONE (a) Ogni sottoinsien1e infinito Z di uno spazio cOlnpatto X possiede un punto di accu111ulazione in X. (b) Ogni successione di punti di uno spazio cOlnpatto TI che soddisfa il prÙno assio111a di numerabilità possiede una sottosuccessione convergente. DÙnostrazione (a) Supponiamo per assurdo che Z non possieda punti di accumulazione: allora Z è chiuso in X e quindi con1patto. Inoltre la topologia relati va su Z è la topologia discreta: quindi Z è uno spazio topo logico discreto infinito e pertanto non è compatto. Abbiamo una contraddizione. (b) Se infiniti termini della successione coincidono essi formano una sottosuc- cessione convergente. Se la successione contiene infiniti punti distinti essa, per la prima parte della dimostrazione, possiede un punto di accumulazione ed in questo caso la conclusione segue dalla proposizione 8.6. !Il Una conseguenza importante della proposizione 9.4 è il seguente risultato classico: 9.5 TEOREMA (di Bolzano- Weierstrass) Ogni successione lhnitata {xn }n 1 di numeri reali possiede una sottosuccessione convergente. Dimostrazione. Poiché {xn} è una successione limitata, esiste un N > O tale che {xn} C [- N, N]. Ma r - N, N J è compatto, e quindi per la proposizione 9 .4(b) { Xn} possiede una sottosuccessione convergente. Il È possibile caratterizzare la con1pattezza mediante una proprietà delle famiglie di insiemi chiusi. Una famiglia 1 di sottoinsiemi di un insieme X si dice avere la proprietà del!' inte rsezione finita se ogni sottofamiglia finita di 1 ha intersczionc non vuota. 9.6 PROPOSIZIONE Condizione necessaria e su.fficiellte a,fjinché uno spazio topologico X sia cOlnpatto è che ogni fa111iglia 1 di sotloinsielni chiusi di X che ha la proprietà dell'intersezione finita abbia intersezione non vuota. Di111ostrazione Necessità. Supponiamo X compatto e sia 1 una famiglia di sottoinsiemi chiusi di X: è sufficiente dimostrare che, se n F = 0, allora 1 non ha la proprietà FEl 
9 I Conlpattezza 105 dell'intersezione finita. Consideriamo la famiglia di insiemi aperti di X: U = {X\F : F E l}. Poiché U U = U X\F = X\ [ n F ] = X, VEU FEr FEr U è un ricoprimento aperto di X. Per la compattezza di X esistono U 1 = X\FJ, . . . , Un = X\Fn E U tali che x = U 1 U ... U Un = (X\F]) U... U (X\F n ) = X\(F] n ... n Fn). Da queste uguaglianze segue che F, n . . . n Fn ::= 0, e quindi 1 non ha la proprietà dell' intersezione finita. Sufficienza. Supponiamo soddisfatta la condizione dell' enunciato e sta U un ricoprimento aperto di X. Consideriamo la famiglia 1 = {X\U : U E U} di sottoinsiemi chiusi di X. Poiché U è un ricoprimento di X la famiglia 1 ha intersezione vuota: infatti n F = n X\U = X\ ( U U ) = 0. FEr VEli UEU Quindi la famiglia l non ha la proprietà del] 'intersezione finita. Segue che esiste una sottofanliglia finita: {F] = X\ U, , . . . , Fn = X\ Un} C l la cui intersezione è vuota, cioè tale che 0= (X\U,) n... n (X\U n ) = X\(U, u... U Un). Da quest'uguaglianza segue che X = U, u . . . U Un e quindi U possiede un sottoricoprimento finito. !Il Un'altra importante proprietà della compattezza è il suo comportamento rispetto alle applicazioni continue. 
106 Proprietà lopologiche I Cap. 3 9.7 PROPOSIZIONE Sia f : X ---t Y un'applicazione continua di spazi 10polo- gici. Se X è conlpatto, I(X) è conlpatto in Y. DÙ11osfrazione. Sia U un ricoprimento aperto di I(X). La famiglia di sottoin- siemi di X v = {/- 1 (U) : U E U} è un ricoprimento aperto di X. Per la compattezza di X esistono U"..., Un E U tali che X = 1 l(U I ) u... u I-'(U n ). Si ha quindi 1 (X) = 1 (I '( U I ) U . . . u I. '( Un» CUI U . . . U Un. cioè {U"..., Un} è un ricopri mento di I(X). Quindi f(X) è compatto. Il 9.8 COROLLARIO Sia X uno pazio topologico e 1 : X ---t R un 'applicazione continua. Se X è cOlnpatto f aSSUlne un valore nlassimo ed un valore lninÙno su X. IJin10strazione. Dalla proposizione 9.7 segue che f(X) è un sottoinsieme com- patto di R, e quindi è chiuso e limitato. Ne segue che I(X) contiene il suo estremo superiore ed il suo estremo inferiore. 11I 9.9 COROLLARIO (a) La cOlnpattezza è una proprietà topologica. (b) Uno Lpazio quoziente di uno spazio cOlnpatto è compatto. DÙnostrazione. Esercizio. . Il semplice risultato seguente viene utilizzato spesso. 9.10 PROPOSIZIONE Sia X uno spazio co/npatto ed Y uno spazio di Hausdorff. Se 1 : X ---t Y è un'applicazione continua allora f è chiusa. Se 1 è continua e biunivoca allora 1 è un olneolnorjiSl110. DÙnostrazione. Sia O C X chiuso. Allora O è compatto per la proposIzIone 9.2(a), e quindi 1(0) è compatto. Dalla proposizione 9.2(b) segue che 1(0) è chiuso in Y; quindi 1 è un' applicazione chiusa. L'ultima asserzione segue dalla prima perché un'applicazione biunivoca, continua e chiusa è un omeomorfismo. Il Dimostreremo ora un importante risultato che afferma che il prodotto di una famiglia di spazi compatti è uno spazio topologico compatto. La dimostrazione di 
9 I Compattezza 107 questo fatto è molto più facile nel caso del prodotto di un numero finito di spazi che nel caso gcnerale. Pcr completezza darcll10 le dimostrazioni separatamente nei due casi, anche se la seconda dÙnostrazione è indipendente dalla prinla. 9.11 TEOREMA (di Tychonoff) Il prodotto topologico di una fal11iglia di spazi cOlnpatti è COlnpatto. DÙ110sfrazione. Diamo per prima la dimostrazione nel caso del prodotto topo- logico X x Y di due spazi compatti X e Y. Sia {Uj} jEJ un ricoprimento aperto di X x Y e, per ogni j E J, sia Uj = U Vh X W h hE h(j) per opportuni aperti V h C X, Wh C Y. La famiglia 1 = {Vh X W h : h E H} dove H = U h(j), è un ricoprimento aperto di X x Y. Sia x EX; {x} x Y è jE] un sottospazio compatto di X x Y perché omeomorfo ad Y, e quindi esiste un sottoinsieme finito h(x) C H tale che: {x}xYc U VhXWh hEh(x) e tale che ogni Vh contiene x. Pcr ogni x E X definiamo un intorno aperto V(x) di x ponendo: V(x) = n Vh. hEh(x) La famiglia V = {V(x) : x E X} è un ricoprimento aperto dcl10 spazio compatto X, e quindi possiede un sottoricoprimento finito; pertanto esistono XI,'..' Xs E X tali che X = V(XI) U . . . U V(x s )' La famiglia finita di aperti: {V (XI) X W h : h E h(x])} U... U {V(x s ) X W h : h E h(x s )} è un ricoprimcnto di X x Y. Inoltre per ogni i = I,..., s ed ogni h E h(Xi) l'aperto V(Xi) x Wh è contenuto in Uj(ih) pcr qualche j(i, h) E J. Ne deduciamo che la famiglia {Uj(i:h) : i = l,. <., s h E h(Xi)} è un sottoricoprimento finito di {Uj} JEJ e quindi X x Y è compatto. 
f08 Proprietà lopologiche I Cap. 3 Questa dimostrazione si generalizza facilmente al caso del prodotto di un numero finito qualunque di spazi compatti. !JÙnosfrianl0 il feorelna nel caso generale. Supponiamo che {XJ.l} J.lEM sia una famiglia di spazi compatti e sia X = TI XJ.l' J.lEM Consideriamo una famiglia qualsiasi 8 di sottoinsiemi di X avente la proprietà dell' intersezione finita; dimostreremo che n B =f0 BE8 [9.11 e da ciò seguirà la con1pattezza di X per la proposizione 9.6. Per dimostrare la [9.1 J consideriamo la classe 1 di tutte le famiglie di sot- toi nsiemi di X che hanno la proprietà del1' intersezione finita. La classe 1 è parziahnente ordinata rispetto ali 'inclusione; se L è una catena in I la famiglia FI. = U F appartiene a 1 ed è un estremo superiore per L. Dal lemma di Zorn FEL segue che I possiede un elemento lnassimale. È evidente che per dimostrare la [9.1] non è restrittivo supporre che B sia proprio 1'elen1ento massimale di I. Da quest' ipotesi segue che: (a) ogni sottoinsieme di X che sia l'intersezione di un numero finito di elementi di B appartiene a B; Cb) se un sottoinsieme di X ha intersezione non vuota con ogni elemento di B appartiene a B. Sia J.L E M, PJ.l : X -4 XJ.l la proiezione e consideriamo la famiglia di sottoin- siemi di XJ.l BJ.l = {pJ.l(B) : B E B}. La famiglia BJ.l ha la proprietà dell'intersezione finita e, poiché XJ.l è compatto, IJ.l:= n pJ.l(B) =f 0. BE8 Scegliamo un punto xJ.l E IJ.l per ogni indice Jl. E M, e sia x E X il punto definito da x(J.l) = xJ.l' J.L E M. Dimostreremo che x E B per ogni B E B: da ciò seguirà la [9.1] e il teorema. Sc eglia mo arbitrariamente J.l E M ed un aperto UJ.l C XJ.l contenente xJ.l. Poiché xJ.l E pJ.lCB) per ogni B E B, si ha UJ.l n pJ.lCB) =f 0 per ogni B E 8 
9 I Compattezza 109 e quindi p] (uJ1-) n B =I- 0 per ogni B E B. [9.2] Dalla (b) segue che P I (U J1-) E B. Dalla (a) segue inoltre che ogni intersezione U* di un numero finito di insiemi PJ1- l (U J1-) sta in B. Poiché tutti questi insiemi contengono x, dalla definizione di topologia prodotto segue che gli aperti U* costituiscono un sistema fondamentale di intorni di x; inoltre dal1a [9.2J segue che ognuno degli U* interseca ogni B E B. Di conseguenza ogni intorno di x interseca ogni B E B, cioè x E B per ogni B E B. !Il 9.12 COROLLARIO Un qualsiasi prodotto topologico di inten'alli chiusi e lilnitati di R è uno .spazio COlnpatto di Hausdor.ff. DÙnostrazione. Il corollario è immediata conseguenza della proposizione 8.2 e del teorema di Tychonoff. /I 9.13 COROLLARIO Un sottoinsie111e K dello spaZiO euclideo R n è conlpatto se e solo se è chiuso e lÙnitafo. DÙnostrazione. Supponiamo K chiuso e lin1itato. Allora K è contenuto in un prodotto di intervalli chiusi e lilnitati P = Il X . . . x In, che è compatto; essendo inoltre chiuso in R n , e quindi in P, K è compatto. Supponiamo viceversa K compatto. K è chiuso perché R n è di Hausdorff (proposizione 9.2(b». Se K non fosse limitato la famiglia dei dischi aperti di centro 1'origine sarebbe un ricoprimento di K che non possiede un sottoricoprilTIento fìnito, il che è una contraddizione. 11I 9.14 Esempi, osservazioni e c0111plelnenti 1. Dal corollario 9.3 segue che in R gli unici intervalli compatti sono gli intervalli chiusi e limitati. Sappiamo che due interval1i chiusi e limitati qualsiasi sono omeomorfi (esempio 5.4(7»; quindi, poiché la compattezza è una proprietà topologica, se J e J' sono due intervalli omeomorfi e J è compatto, anche J' è compatto. Questo dimostra che la classe ((3) dell' esempio 5.4(7) è disgiunta dalle classi (a) e (I)' 2. Se n > l segue dal corollario 9.13 che un disco aperto Dr(x) C R n , x E R n , r > O, non è compatto perché non è chiuso. Un ricopri mento aperto di Dr(x) da cui non è possibile estrarre un sottoricoprimento finito è ad esempio: {Dp(x):O<p<r}. La n-cella D n è compatta e quindi non omeomorfa ad alcun disco aperto. Il semi spazio aperto Ln = {x E R n : x n > O} 
110 Proprietà lopologiche I Cap. 3 non è compatto perché non è né chiuso né limitato; il ricoprimento aperto di Ln {Ln.r : r > O reale} dove Ln;r = {x E R n : x n > r}, non possiede un sottoricoprimento finito. 3. La sfera sn, n > l, è compatta perché chiusa e limitata in R n + 1 . Lo spazio proiettivo reale pn(R) è con1patto perché esiste un' applicazione continua e suriettiva sn  pn(R) (proposizione 9.7). Il toro n-dimensionale Tn = Si X . . . X Si (n volte) è compatto per il teorema di Tychonoff. 4. Il gruppo ortogonale O(n) è compatto. Infatti la condizione che definisce le matrici A = (aij) E O(n) è t AA = In, cioè: Lah1:ahj=81:j, l < i j < n. h In particolare si ha: L ai = l. i = 1, . . . , n h > ovvero:  ai = n. h:'l -") Qui ndi O(n) si identifica ad un sottoinsieme chiuso di Rn contenuto nel disco chiuso Do( vrz,). Pertanto O(n) è chiuso e limitato, cioè compatto. In modo simile si dimostra che SO(n), U(n), SU(n) sono compatti. 5. Un sottoinsieme A di uno spazio topologico X si dice relativa11'lente compatto in X se A è compatto. Ogni sottoinsieme limitato di R n è relativamente compatto. Ogni sottoinsieme di uno spazio compatto è relativamente compatto (proposizione 9.2(a». Ogni sottoinsieme compatto di uno spazio di Hausdorff è relativamente compatto perché è chiuso (proposizione 9.2(b». Si osservi che uno spazio topologico A può essere relati vamente compatto COll1e sottospazio di uno spazio X ma non esserlo come sotto spazio di un altro spazio Y: ad esempio un intervallo aperto limitato (a, b) è relativamente compatto in R ma non lo è in se stesso. 6. Ogni spazio COlnpatto di Hausd(J/1J' X è ilor/naie. Siano infatti A e B due sottoinsiemi chiusi e disgiunti di X. Per la proposizione 9.2(a) A e B sono 
C) I COInpattezza 111 compatti. Sia b E B. Poiché X è di Hausdorff per ogni a E A esistono intorni aperti U a di a e Va di b tali che a E U a , b E Va, U a n Va = 0. La famiglia {Ua}aEA è un ricoprimento aperto di A, e quindi possiede un sottoricoprimento finito; pertanto esistono al,..., a n E A tali che A C U al U . . . U U an . Gli aperti Ub := U a ] U . . . U U an e Vb := Vai n . . . n V an soddisfano: A C U b , b E Vb, U b n Vb = 0. La famiglia {Vb}bEB costituisce un ricopri mento aperto di B e quindi possiede un sottoricoprimento finito. Pertanto esistono b l ,..., b m E B tali che B sia con- tenuto nell' aperto V := Vb l U . . . U Vb m ' L'aperto U := U b , n . . . n U bm contiene A e U n V = 0. Quindi X è normale. 7. Un' applicazione continua f : X  Y si dice propria se per ogni sottoinsieme compatto K C Y l'insieme f- I (K) è compatto. Un esempio banale di applicazione propria è l'identità di uno spazio X in sé. Se Z è uno spazio compatto e Y è uno spazio qualsiasi, la proiezione Z x Y ---+ Y è propria. È propria ogni applicazione continua f : X ---+ Y di uno spazio compatto X in uno spazio di Hausdorff Y: infatti ogni compatto K C Y è chiuso e quindi f I (K), essendo chiuso in X, è compatto. 8. Daremo ora una dimostrazione dl teorema fondamentale dell' algebra che utilizza la nozione di compattezza e la proposizione 9.8. TEOREMA FONDAMENTALE DELL'ALGEBRA Ogni polino111io non costante a coejjicienti conlplessi P(Z) = ao + al Z + . . . + anZ n possiede una radice in C. DÙnostrazione. Possiamo supporre a n =f O, n > ]. L'applicazione: IPj : C  R IPI(z) = IP(z)1 è continua. Facciamo vedere che IPI possiede un minimo assoluto, cioè che esiste u E C tale che !P(u)1 < jP(z)1 per ogni z E C. Scrivendo: n ( an I ao ) P(Z) = anZ 1 + - z +... + zn a n a n abbiamo per ogni z =I- O: n an l aO IP(z)1 = lanz I 1 + - + . . . + --;;: anz anz e da quest' uguaglianza segue facilmente che per ogni costante reale C > O esiste r(C) > O tale che IP(z)1 > C per ogni z E C tale che I zi > r(C). Inoltre per ogni r > O la restrizione di !PI al disco chiuso Dr = Dr(O) ammette un massimo e un minimo perché Dr è compatto (proposizione 9.8). Ma allora, scelto C > O 
112 Proprietà [opologiche I Cap. 3 arbitrario e w E Dr(C), posto R = max{r(C), r(IP(w)I)} un punto u E DR in cui IPI 1DR al11mette un minimo soddisfa IP(u)J < IP(z)j per ogni z E DR. [9.31 In particolare IP(u)1 < IP(w)1 perché w E D R ; quindi, essendo IP(w)1 < IP(z)1 per ogni z rt: DR, si ha anche: IP(u)1 < IP(z)1 per ogni z rt: DR. [9.41 Le [9.3J e [9.41 insieme ci dicono che u è un punto di minimo assoluto per IPI. Per concludere la dimostrazione dobbiamo far vedere che IP(u)1 = o. Suppo- niamo per assurdo IP(u)j > O. Ponendo z - u = h, per ogni z E C possiamo SCrI vere: P(z) = P(u+ h) = Ao +A]h+... + Anhn per opportuni Ai E C. Sia m il più piccolo intero pOSItIVO tale che Am =f O: m esiste perché An #0. Osservando che Ao = P(u), c dividendo per P(u) primo e secondo membro, otteniamo l'identità: P(u+h) l m TI P(u) = + Bm h +... + Bn h , [9.5 J dovc abbiamo posto Bi = Ai . Poiché Bm 1- O, possiamo esprimerlo come: Ao Brn = r(cos(<p) + i sin(cp» dove r = IBml > O. Analogamente scriviamo: h = p(cos(¥') + i sin(¥'». Pertanto si ha: Bmhrn = rpm(cos(<p + m¥') + i sin(cp + m¥'». Scegliendo 'ljJ in modo che si abbia <p + m'ljJ = 7r si ottiene: B h m- m m - -rp . 
9 I Compattezza 113 Con questa scelta di h la [9.51 diventa: P(u+h) l . m h m r n-m ] P(u) = -rp + Bm+lh+...+Bnh [9.6J Scegliendo inoltre p > O tale che O < r pm < 1, cioè o < p < VT, SI ottiene: O < 1 + Bm h m = 1 - r pm < 1. Pertanto dalla [9.61 deduciamo: P(u+h) 1 m m lB B h n 1n l. p ( U ) < - r p + p m+ l h + . . . + n [9.7] L'espressione: Bm+1h +... + Bn hn - m . è una funzione di h che tende a O al tendere di h a O; quindi è possibile scegliere p = I h I sufficientemente piccolo perché si abbia: IBm+lh+...+Bnhn-ml < r. Ma allora dalla [9.7J segue: P(u + h) < 1  P(u) il che contraddice l'ipotesi che IP(u)1 SIa un minimo assoluto per IPI. Il Esercizi 1. Dimostrare che un sottoinsieme chiuso e discreto di uno spazio cOlllpatto è finito. (Suggerilnenlo. Utilizzare la proposizione 9.2(a». 2. Sia X uno spazio topologico e siano Kl,..., Ks sottoinsiemi di X. Dilllostrare che se K 1 , . .. , Ks sono compatti allora Kl U . . . U K.') è compatto. 3. seguenti sottoinsiemi di R n , n  2, non sono compatti: Dn\{O}, Sn 1\{(I,O,...,O)}, {xERn:xn=O}, Int(I n ). Di ognuno di essi trovare un ricopritnento aperto che non possiede un sottoricoprimento finito. 
J /4 Proprietà lopoloXiche I Cap. 3 4. Siano a < b numeri reali. Dimostrare che X = la, b] n Q non è cOlnpatto trovandone un ricoprilTIento aperto che non possiede un sottoricoprimento finito. 5. DilTIostrare che l'unione delle circonferenze di centro O e raggio r E [O, 1] lÌ Q è un sottoinsieme non compatto di R 2 trovandone un ricoprimcnto aperto che non possiede un sottoricoprimcnto finito. 6. Ditnostrare che ognuno dei seguenti spazi topologici: In. sn 1, !1 n , D'n, n  l non è omeolTIorfo ad alcuno dei seguenti: R n , Rn\r, R n \!1 rt , Rn\sn - l, Int(I n ), Int(n), n  I. 7. Sia X un insielne e (1 un numero reale non nullo. Un'applicazione f : R ---+ X si dice periodica di periodo (1 sc per ogni x E R si ha: f(x + (1) = f(x). Ogni applicazione costante è periodica di periodo (J per ogni (J E R\ {O}. Eselnpi non banali di appJicazioni periodiche sono le funzioni trigonometriche sin, cos : R ---+ R, che hanno periodo 27r. Dimostrare che se X è uno spazio topologico e f : R ---+ X è un'applicazione continua e periodica, f(R) è compatto in X. 8. Dimostrare che pn(c) è C0l11patto pcr ogni n  1. 9. DirTIostrare la proposizione 9.4 utilizzando la 9.6. lO. Sia In = r a n , bn.L n = 1,2, . . . una successione di intervalli chiusi e limitati di R tali che In+l C In per ogni n. Dimostrare che, se lim n Ib n -- anJ = O, allora n In è non vuoto e consiste di un solo n punto. Il. Sia X uno spazio metrizzabile con distanza d, e SIano A, B sottoinsiemi chiusi non vuoti di X. POniaIllO: deA, B) = inf dea, b). aEA bEB Dimostrare che se A oppure B è compatto allora deA, B) = O {::} A n B =1=0. Dare un esempio in cui A lÌ B = 0 e deA, B) = O. lO Generalizzazioni della compattezza lO.] DEFINIZIONE Uno spazio topologico X Si dice localmente compatto se ogni punto p E X possiede un intorno COlnpatto. 
IO I Generalizzazioni della cOInpallezza //5 Sono esempi di spazi localmente compatti gli spazi compatti, lo spazio cuclideo R n , i chiusi di R n , gli aperti di R n e più in generale le varietà topologiche, gli spazi discreti. Q, e pi ù in generale Qn, sono esempi di spazi non localmente cOlnpaUi. 10.2 eROPOSIZIONE (a) Oglli sottospazio chiuso C di uno L\pazio locabnente C0l11patto X è local- l1zen te c0111patto. (b) Sia X uno spazio /ocabnente conlpatto di Hausd(J1:fJ Ogni punto di X possiede un siste111a .fondalnentale di intorni relativamente conlpatti. Dil11ostrazione (a) Sia p E C e sia K un intorno compatto di p in X. Allora C n K è un intorno di p in C che è chiuso in K e quindi è compatto. Cb) Sia p E X e sia U un aperto contenente p. Poiché X è localmente compatto, p possiede un intorno compatto K. Allora V := Int(K) n U è un intorno aperto di p contenuto in U. Inoltre V C K = K, perché K è chiuso essendo compatto in uno spazio di Hausdorff (proposizione 9.2(b ». Ma allora V è compatto perché chiuso nel compatto K. 11I 10.3 PROPOSIZIONE Sia X uno spaZIo topologico locabnente cOlnpatto di Hausdorff che soddisfa il secondo assi0111a di nU111erabilità. Allora X è unione di una .fanziglia nUlnerabile di sottoillsie111i cOl1zpattì {Ki : i = 1, 2, . . .} tali che K i C Int(Ki+J) per ogni i. Dilnostrazione. Sia {U 1 : : i = J, 2, . . .} una base numerabile di X. Sia U un aperto di X c sia x E U. Poiché X è localmente compatto, x possiede un intorno compatto K, ed esiste i tale che x E Ui C Int(K) n U; come nella dilTIostrazione della 1 O.2(b) si vede che U i è relativamente compatto. Quindi per ogni aperto U ed x E U esiste U 1 : relativamente compatto tale che x E U i C U. Pertanto gli Ui che sono relati vamente compatti costituiscono a loro volta una base numerabile di X. Possian1o perciò supporre che {U i : i = 1,2,...} sia una base numerabile di aperti relativamente con1patti di X. Per ogni i la chiusura Ui può essere ricoperta da un numero finito di aperti Uj, la cui unione ha chiusura compatta Hi, essendo gl i U j rclati vamente compatti. Pertanto si ha, per ogni i: Ui C lnt(Hi) c quindi x = l) Int(H 1 J. 1. 
1/6 Proprietà topologiche I Cap. 3 Poniamo K] = HI e induttivamente definiamo Ki+1 = U Hj, dove J(i) C N+ jEJ<i) è un sottoinsieme finito tale che Ki C U Int(Hj). jEJ(i) La famiglia {Ki} ha le proprietà volute. Il La proposizione 10.3 si applica alle varietà topologiche e ad ogni sottospazio X di R n che sia aperto oppure chiuso in R n . L'esistenza di una famiglia numerabile di sottoinsiemi compatti {Ki : i = = l, 2, . . .} con le proprietà dell' enunciato nel caso di aperti o di chiusi di R n si può dimostrare direttamente. Se X è chiuso basta prendere ad esempio Ki = X n Di(p) dove p è un fissato punto di X. Se X è aperto si prenda Ki = {x E X : !lxll < i, d(x, Rn\X) >  } , dove per un qualsiasi sottoinsieme F di R n si pone: d(x, F) := inf{ d(x, y) : y E F}. Sia X uno spazio topologico e siano li e V due ricopri menti aperti di X. Diremo che V è un raffina111ento di U, oppure che V è più .fine di li, se ogni V E V è contenuto in qualche aperto di li. Una famiglia 1 di sottoinsiemi di uno spazio topologico X si dice [oca[n1ente finita se ogni punto p E X possiede un intorno U p che interseca solo un numero finito di insiemi della famiglia ,. 10.4 DEFINIZIONE Uno 1)azio [opofogico X si dice paracompatto se ogni ricoprÙnento aperto li di X possiede un raffina111ento V !ocabnente finito. Ogni spazio compatto X è paracompatto: se infatti U è un ricopri mento aperto di X, e V è un suo sottoricoprimento finito, allora V è un raffìnamento local- lnente finito di li. È facile verificare che ogni sottospazio chiuso di uno spazio paracompatto è paracon1patto. La nozione di paracompattezza viene utilizzata nello studio delle varietà difTe.- renziabili. È utile avere criteri per stabilire se uno spazio topologico è paracom- patto. La seguente proposizione dà un criterio che utilizza nozioni più facili da verificare della paracompattezza. 10.5 PROPOSIZIONE Sia X U110 spaZio top%gico loca/nzente COl1zpatto di Hausdor,[l che soddì5/a il secondo assÌOl1za di l1ul11erabilità. Ogni ricoprinlento aperto U di X possiede un rajjinal1zento locabnente finito 'V costituito al più da un 'infinità nUl1zerabile di aperti. In particolare X è paraC0111patto. 
/0 I Generalizzazioni della conlpattezza /17 Dinzostrazione. Per la proposizione 10.3 esiste un ricoprimento nUlnerabile di X costituito da sottoinsiemi compatti {K i : i = l, 2, . . .} tali che Ki C Int(Ki+l) per ogni i. Pcr ogni i > O la famiglia V 7 : = {[Int(Ki+2)\Ki l J n u : U E U} (dove si pone Kj = 0 se j < O) costituisce un ricoprimcnto aperto di K 7 :+ 1 \Int(Ki), che è chiuso in Ki+1 e quindi compatto. Pertanto Vi possiede un sottoricoprimcnto finito {ViI,.", Via(i)} di Ki+l \lnt(Ki)' Poiché U rK i + 1 \Int(Ki)] = X, io la famiglia V = {Vih : 1: = O, 1, . . . , l < h < a(i)} costituisce un ricoprimento aperto di X parametrizzato da un insieme numerabile. Inoltre V è più fine di U per come sono stati definiti i ricoprimenti Vi. Sia x E X; esiste i > 1 tale che x E Ki. L'aperto Int(Ki+l) è un intorno di x tale che Int(Ki+l) n Vjh = 0 per ogni j > i + 2 e quindi interseca solo un numero finito di aperti del ricoprimento V. Pertanto V è un raffinalnento localmente finito di U. !Il 10.6 COROLLARIO (a) Sia X C R n . Se X è chiuso oppure aperto, allora X è paraC0l11patto. (b) Se X è una varietà Topologica allora X è uno .\pazio paracol11pal1o. DÙnostrazione. Immediata. 11I Al tre generalizzazioni dcila nozione di cOìnpattezza sono le seguenti. 10.7 DEFINIZIONE Uno .)pazio topo!ogic() X si dice numerabilmcnte compatto se ogni sottoinsienze infinito Z C X possiede un punTo di acculnulazione. Uno spazio topologico X si dice C0l11patto per successioni se ogni successione di ele/1zenti di X possiede ulla sottosuccessione convergente. Oalla proposizione 9.4(a) segue che ogni spazio topologico compatto è nu- lnerabilmente compatto. D'altra partc ogni spazio compatto per successioni è numerabilmente compatto; infatti ogni suo sottoinsicn1e infinito Z contiene una successione a elementi tutti distinti e questa, dovendo contenere una sottosucccs- 
J /8 Proprietà topologiche I Cap. 3 sione convergente, possiede qualche punto di accumulazione. Quindi valgono le seguenti implicazioni: X compatto  X nUl11erabilmente cOlllpatto -<= X compatto per successioni Nessuna delle implicazioni precedenti è un' equi valenza (cfr. esercizio 8). Di- mostreremo tra poco che le tre nozioni di compattezza coincidono negli spazi metrizzabili. Sia U un ricoprimento aperto di uno spazio metrizzabile X. Supponiamo che esista un numero reale £ > O tale che il ricoprimento VE costituito dai dischi aperti di raggio £ sia un raffinamento di U. Il numero e > O si dice un nunlero di Lebesgue del ricoprimento U. Abbiamo il seguente utile risultato. , 10.8 PROPOSIZIONE Sia X uno spazio Inetrizzabile C0l11patto per successioni. Ogni ricoprÙnento aperto U di X possiede un nUlnero di Lebesgue. DÙnostrazione. Per ogni x E X, sia e(x) > O l'estremo superiore dei numeri ti > O tali che il disco D8(X) sia contenuto in un aperto del ricoprirnento U. Poniamo E'o = inf E'(x). xEX E'o Se eo > O, prendendo e = 2 SI ottiene l'asserto. Supponiamo per assurdo che eo = O; allora esiste una successione {Xn} di punti di X tale che lim e(x n ) = O. noo Poiché X è compatto per successioni, a l11eno di sostItuIre {xn} con una sua sottosuccessione, possiamo suppon'e che esista Xo E X tale che lim X n = Xo. Sia noo no tale che d(xo, x n ) <  t(xo) per ogni n > no. Allora si ha D E (XO)/4(X n ) C D E (xo)/2(XO) per ogni n > no . d . ( ) E'(xo) . P e qUln I c X n >  per ognI n > no. ertanto . e(xo) 11m e(x n ) > _ 4 > O noo una contraddizione. 11I Possiamo ora dil110strare il seguente: 
IO I Generalizzaziol1i della compattezza /19 ] 0.9 TEOREMA Sia X uno spazio lnetrizzabile. Le seguenti condizioni sono equi valen ti: (a) X è COlnpatto. (b) X è l1u111erabihnente COlnpatto. (c) X è COlnpatto per successioni. DÙnostrazione (a) =? (b) è la proposizione 9.4(a). (b) =? (c). Sia {x n : n = ]  2, . . .} una successione in X. Se infiniti termini della successione coincidono essi formano una sottosuccessione convergente. Se {xn} contiene infiniti punti distinti essa possiede un punto di accumulazione perché X è numerabilmente compatto; in questo caso, poiché X è uno spazio metrico, per la proposizione 8.6 {xn} possiede una sottosuccessione convergente. (c) =? (a). Sia U un ricoprimento aperto di X e sia é > O un numero di Lebesgue di U. Supponiamo per assurdo che U non possieda un sottoricoprimento finito. Allora neanche il ricoprimento V.s costituito dai dischi aperti di raggio é possiede un sottoricoprimento finito. Pertanto, scelto arbitrariamente un punto XI E X, esiste X2 ti. D.s(x]). Procedendo per induzione supponiamo di aver trovato {XI, X2, . . . , xn} ta1i che Xk ti- D.s(Xh) per ogni 1 < h < k < n. Poiché {D.s(X l), . . . , D.s(Xk)} non è un ricoprimento di X esiste X n +l ft D.s(Xh) per ogni h = l,..., n. Pertanto è possibile costruire una successione {xn : n = l, 2, . . .} di punti di X tali che d(Xi, Xj) >  per ogni i =f j. D'altra parte la compattezza per successioni di X implica l'esistenza di una sottosuccessione convergente {Xnk : k = l, 2 . . .}. Sia X() = lim X nk . Sia ko > O tale che k ---+ 00 c d(xo, x nk ) <"2 per ogni k > ko. Allora, per ogni h, l > ko, si ha: d(x nh , xnJ < d(x nh , xo) + d(xo, xnl) < é, una contraddizione. Ciò conclude la dimostrazione. 11I Originariamente la nozione di compattezza è stata introdotta negli spazi metrici sotto forma di compattezza per successioni. Solo successivamente si è passati alla definizione utilizzata oggi. Un'altra caratterizzazione della compattezza negli spazi metrizzabili viene data attraverso la nozione di "completezza". 
/20 Proprietà lopofogiche I Cap. 3 10.10 DEFINIZIONE Sia X uno spazio metrico con distanza d. Una successione di Cauchy in X è una successione {xn }n l di elell1enti di X tale che per ogni é > O esiste Né > () tale che d(xn  X'1L') < é per ogni n, n' > Né' Se {xn }n2: l è una successione convergentc allora è di Cauchy. Sia infatti x = lim X n e sia é > O. Poiché la successione converge esiste Ne n-+oo c tale che d(x, x n ) < 2" per ognI n > Né' Pertanto, se n, n' > Ne, si ha: é é d(x n , x n /) < d(x n , x) + d(x, x n ') < 2" + 2 = é. Viceversa non è sempre vero che una successione di Cauchy converge. Ad esempio la successione di numeri reali {  : n = 1,2,...} converge a O e quindi è di Cauchy; questa stessa successione, considerata nello spazio metrico (O, 1], è ancora di Cauchy ma non converge. 10.11 DEFINIZIONE Uno spazio metrico X si dice completo se ognl succes- sione di Cauchy in X converge. Dai corsi di Analisi Matematica è ben noto al lettore che R, e più in generale R n , sono spazi metrici completi, mentre Q non è completo. Ogni sottospazio chiuso di uno spazio metrico completo è ancora completo: la dimostrazione di questo falto è lasciata al lettore. Si osservi che la completezza, a differenza di tutte le altre proprietà studiate fin qui, non è una proprietà topologica. In altre parole due spazi metrizzabili omeomorfi possono essere l'uno completo e l'altro no. Ad esempio l'intervallo (O, 1) ed R sono duc spazi metrizzabili onlcomorfi, ma R è completo mentre (O, 1) non lo è. 10.12 DEFINIZIONE Uno spazio 1nel rico X si dice totalmente l ilnitato se per ognl é > () esso possiede un ricoprÙnento .finito costituito da dischi chiusi di ragglo c. La totale limitatezza è equi valcnte all' esistenza, per ogni é > O, di un numero finito di punti tali che ogni p E X abbia distanza al più é da uno di cssi. Ogni spazio metrico totalmente linlitato è limitato perché l"unionc di un numero finito di sottonsiemi limitati è limitato. Il viceversa non è vero: esistono spazi metrici limitati che non sono totalmente limitati (cfr. esercizio 7). Neanche la totale linlitatezza è una proprietà topologica degli spazi lTlctriCi. Un esenlpio è nuovamcnte fornito dall'intervallo (O 1) e da R. Abbiamo la seguente caratterizzazione degli spazi metrizzabili compatti. 
IO I Generalizzaz;oni della C0/11pattezza /2/ 10.13 TEOREMA Uno spazio metrizzabile X è COfnpatto se e solo se eo/ne ,)pazio /netrieo è eo/npleto e totalmente linlitato. DÙnostrazione. Supponiamo X compatto. Allora X è totalmente lilnitato perché per ogni é > O il ricopri mento costituito dai dischi aperti di raggio é possiede un sottoricoprimento finito. Inoltre X è completo. Sia infatti {xn} una successione di Cauchy e fissiamo é > O. Sia N' tale che d(xn, x m ) <  per ogni n, m > N'. Per la compattezza è possibile trovare una sottosuccessione convergente {x nk }. Sia x = lim X nk e sia k -HXJ k  O tale che nk > N' e d(x, x nk ) < . Allora, per ogni n > N' si ha: d(x, x n ) < d(x, x nk ) + d(x nk , x n ) < é e quindi x = lim X n ; pertanto {xn} converge e quindi X è completo. n -jo 00 Supponiamo viceversa X completo e totalmente limitato. Sarà sufficiente dimo- strare che X è compatto per successioni. Sia dunque {Xn} una successione in X. Possiamo supporre che contenga infìniti termini distinti, altrimenti essa certamente possiede' una sottosuccessione convergente. Consideriamo un ricoprimento di X con un numero finito di dischi chiusi di raggio 1. Poiché {xn} è un insieme infinito, almeno uno di tali dischi, diciamo B 1 , contiene infiniti termini distinti della successione, corrispondenti a un insieme infinito di indici Il C N+. Conside- riamo ora un ricoprimento di X con un numero finito di dischi chiusi di raggio . Poiché la sotlosuccessione {xn : n E I,} contiene infiniti termini distinti, uno di tali dischi, diciamo B 2 , contiene infiniti termini distinti della sottosuccessione, corrispondenti ad un insieme infinito di indici 1 2 C Il' Proseguendo in questo modo possiamo costruire indutti vamentc per ogni intero k > l un insieme infinito Ik di numeri naturali tale che Ik+l C Ik e tutti i termini X n per n E Ik siano contenuti in un disco di raggio . Ora costruiamo una sottosuccessione {Xnk} k scegliendo nl < n2 < . .. tali che nk E Ik per ogni k. Per ogni i, j > k si ha: 2 d(x n1 , x ni ) < k perché X n , e xn j sono entrambi contenuti in un disco di raggio ; quindi {x nk } è una successione di Cauchy. Poiché X è completo questa successione è convergente c quindi {Xn} possiede una sottosuccessione convergente: dunque X è compatto per succeSSIOni. 11I È interessante notare che il teorema precedente caratterizza una proprietà to- pologica degli spazi metrizzabili, la compattezza, mediante due proprietà non topologiche. 
122 Proprietà lopo{ogiche I Cap. 3 10.1 4 TEOR EMA Sia X uno spazio metrico completo. Per ogni successione {Dn = Dr n (x n ) }nl di dischi chiusi in X tali che DI :) D 2 :) ... e lim r n = O, si n-+oo ha: n Dn =I 0. n Dinlostrazione. La successione {xn} dei centri dei dischi Dn è una successione di Cauchy perché se é > O e N è tale che r N < , allora per ogni n, m > N si ha X n , x m E DN e quindi d(xn, x m ) < 2r N < é. Sia x = liro Xn. Facciamo vedere che x E n Dn. Per ogni n > 1 il disco noo n Dn contiene i termini X n , Xn+h X n +2,'.' della successione. 11 punto x, essendo punto di accumulazione di {x n }, lo è anche dell' insieme {x rn : m > n}: pertanto x appartiene a Dn perché quest'insieme è chiuso. Il Per un caso particolare di questo risultato si veda l'esercizio 9.1 n. Vedremo tra poco una conseguenza interessante del teorema 10.14. 10.15 DEFINIZIONE Uno spazio topologico X si dice di prima categoria se è unione di una Jcuniglia nUlnerabile di sottoinsiemi chiusi aventi interno vuoto. AltrÙnenti X si dice di seconda categoria o di Baire. 10.16 TEOREMA (di Baire) Ogni spazio Inetrico con1pleto è di seconda cate- gorla. Dimostrazione. Supponiamo che X sia uno spazio metrico completo e che {C n }n I sia una famiglia numerabile di insiemi chiusi aventi interno vuoto. Sia DI un disco chiuso di raggio 1. Poiché Cl ha interno vuoto, anche Cl n DI ha interno vuoto e quindi esiste un disco chiuso D 2 di raggio minore di 1/2 contenuto in DI e tale che D 2 n Cl = 0. Similmente C 2 n D 2 è un chiuso avente interno vuoto, e quindi esiste un disco chiuso D3 di raggio minore di 1/3 contenuto in D 2 tale che D3 n C 2 = 0. Continuando in questo modo possiamo costruire induttivamente una successione di dischi chiusi {Dn }n I tali che DI :J D 2 :) . . ., Dn n (C n l U . . . u Cd = 0 e tali che Dn abbia raggio rn < l/ n per ogni n. Pcr il teorema 10.14 esiste x E n Dn. Per costruzione x rt. U C n e quindi n n U C n =IX. Il n Dal teorema di Baire segue che R n è uno spazio di seconda categoria. Invece Q, e più in generale Qn, è di prima categoria perché è numerabilc e i suoi punti sono chiusi a interno vuoto. Uno spazio discreto è banalmente di seconda categoria 
IO I Ceneralizzazioni della compattezza /23 perché non possiede sottoinsiemi chiusi non vuoti ad interno vuoto. Un' altra classe di spazi di seconda categoria costituita dagli spazi compatti di Hausdorff, come ora dimostreremo. 10.17 TEOREMA Ogni spazio C0111patto di Ha usdorjj' X è di seconda categoria. DÙnostrazione. Sia {C n }n I una famiglia numerabile di sottoinsiemi chiusi di X a interno vuoto. Poiché X è normale (cfr. esempio 9.14(6» e poiché X\C 1 =I- 0 è possibile trovare un aperto non vuoto U I C X\C I tale che U I n CI = 0. Similmente, poiché U 1 è compatto di Hausdorff, e quindi normale, e poiché U I nC 2 è un chiuso a interno vuoto, possiamo trovare un aperto non vuoto U 2 C U 1 tale che U 2 C U I e U 2 n C 2 = 0. Procedendo induttivamente si costruisce una successione di aperti {Un}nl tali che U n + 1 C Un e U n n (C n U ... U Cl) = 0. La famiglia di chiusi { U n }n I ha la proprietà dell' intersezione finita e quindi, per la compattezza di X, esiste x E n U n. Per costruzione x rt: U C n e pertanto LJ C n =l-X. Il n n n Terminiamo il paragrafo con alcuni risultati riguardanti gli spazi di funzioni. Siano X un insieme e (Y, d) uno spazio metrico. Nell'insieme Y x delle applicazioni di X in Y definiamo una distanza ponendo per ogni I, g E yX: 8(/, g) = sup {d(/(x), g(x»)}. xEX È immediato verificare che 8 è una distanza, che è chiamata distanza del sup o distanza della convergenza un {forme. La topologia definita da 8 in Y x si chiama topologia della convergenza un iforl1ze. I I 10.18 PROPOSIZIONE Se (Y, (1) è uno spazio /netrico conlpleto allora (Y x, 8) è uno spazio 111etrico con1pleto. DÙnostrazione. Sia {In} una successione di Cauchy In Y x. Poiché, per ognI n, m c x E X, d(ln(x), 1m, (x) < 8(/11.' 1m), la successione {fn(x)} di elen1enti di Y è di Cauchy per ogni x E X. Poiché Y è completo, per ogni x E X esiste Yx E Y tale che Yx = lim In (x). DefinialTIo I : X  Y ponendo, per ogni x E X, I(x) = Yx. Facciamo vedere che I = lim In- Fissato é > O, sia N > O tale che 6Un, 1m) <  
/24 Proprietà lopologiche I Cap. 3 per ogni n, m > N. Allora, per ogni x E X e n > N, si ha: - -  d(ln(x), I(x» = lim d(ln(x), Im(x» < _ 2 < é m-+oo e quindi 8(111.' I) < é per ogni n > N. Il Il caso più importante della proposizione 10.18 si ha quando X è uno spazio topologico. In questo caso possiamo considerare il sottoinsieme C(X, Y) di yX costituito dalle applicazioni continue. Si ha il seguente risultato. 10.19 TEOREMA Siano X uno l)azio top%gico e (Y, d) uno pazio 111etrico. Allora C (X, Y) è chiuso in Y X rispetto alla topologia della convergenza unifornle. In particolare, se Y è conlpleto anche C(X, Y) è cOlnpleto. DÙnostrazione. Sia I E Y X un elemento appartenente alla chiusura di C (X, Y) e sia {In} una successione di elementi di C(X, Y) convergente a f. Fissato é > O, sia n > O tale che 8(fn, f) < . Sia x E X. Per la continuità di in esiste un intorno U di x tale che, per ogni x' E U -, c d(ln(x), !n(x» < 3' Pertanto si ha: - I -, / -, - é é é d(J(x ), J(x» < d(J(x ), fn(x »+d(Jn(x ), Jn(x»+d(fn(x), f(x» < 3+3+3 = c e quindi I è continua in x. Segue che J è continua in ogni punto, e quindi è continua. L'ultima affermazione dell'enunciato segue dalla proposizione 10.18 e dal fatto che C (X, Y) è chiuso in Y X. Il Il teorema 10.19 generalizza il ben noto risultato dell' Analisi Matematica se- condo il quale se una successione di funzioni continue a valori reaH definite in un intervallo J converge unifonnemente, allora il suo limite è una funzione continua su J. Esercizi L Dimostrare che Q è uno spazio paracolllpatto, ma non locahnente compatto. 2. Dinlostrare che il prodotto di una falniglia di spazi localmente compatti è localmente cOlllpatto. 3. Dimostrare che la compattezza locale, la paraColnpattezza c la compattezza per suc- cessioni sono proprietà topologiche. 4. Dilllostrare che uno spazio 111etrico conlp]eto è scparabile. 
J I J Connessione /25 5. Sia X uno spazio metrico non compatto. Dimostrare che esiste una funzione continua e non limitata f : X  R. 6. Dimostrare che in uno spazio metrizzabile X un sottoinsieme Y è compatto se e solo se è chiuso e compatto per successioni. 7. Sia h l' insien1e costituito dalle successioni {xn : n = 1, 2 . . .} di numeri reali tali che la serie L X;l, sia convergente, cioè tali che L X < 00. Si dilTIostri che ponendo n n d( {x n }, {Yn}) == L (X n - YrJ2 n si definisce in l2 una struttura di spazio metrico. Si dimostri che la sfera unitaria SI (O) C l2 4i centro la successione O a valori costanti uguali a O, con la metrica indotta da l2, è uno spazio metrico limitato ma non totalmente limitato. (SuggerÙnento. Oli infiniti punti el = {l, O, O, . . .}, e2 = {O 1, O, .. .}, e3 = {O, O, l, () . . .}, . .. di SI (O) hanno tra loro distanza V2). 8. In N si consideri la topologia I generata dagli insiemi {2n - l, 2n}, n > 1. Dimostrare che (N, I) è numerabilmente compatto ma non è compatto né compatto per successioni. 9. Dimostrare che uno spazio metrico completo privo di punti isolati non è numerabile. lO. Dimostrare che uno spazio topologico X è di seconda categoria se e solo se l'inter- sezione di una qualsiasi famiglia numerabile di insiellli aperti densi è non vuota. Il Connessione Uno spazio topologico X si dice connesso se gli unici sottoinsiemi di X che sono contemporaneamente aperti e chiusi sono X e 0. Altrimenti X si dice sconnesso; quindi X è sconnesso se esiste un sottoinsieme aperto e chiuso A di X non vuoto e diverso da X. Un sottoinsiel11e Y di uno spazio X si dice connesso (risp. sconnesso) se con la topologia di sottospazio Y è uno spazio connesso (risp. sconnesso). Il.1 PROPOSIZIONE Le condizioni seguenti per uno spazio topologico X. sono equivalenti: (a) X è sconnesso. (b) X è unione di due soltoinsie111i aperti non vuoti e disgiunti. (c) X è unione di due sottoinsienli chiusi non vuoti e disgiunti. Dilnostrazione. (a) {:} (b). X è sconnesso se e solo se esiste A f 0, )( aperto e chiuso in X; in tal caso A e B = X\A sono entrambi aperti, disgiunti e non vuoti e X = A U B. Viceversa, se X = A U B con A e B aperti non vuoti e disgiunti, 
/26 Proprietà topologiche I Cap. 3 allora A e B sono ciascuno sia aperto che chi uso e di versi da 0 e da X; quindi X è sconnesso. L'equivalenza (a) {:} (c) si dimostra nelIo stesso modo. Il Sono sconnessi gli spazi discreti con almeno due punti perché ogni loro sot- toinsieme è aperto e chiuso. Ogni spazio banale è connesso. Un qualsiasi punto di uno spazio topologico è un sottoinsieme connesso. Per ogni x E R, R\ {x} è sconnesso perché unione dei due aperti (- oo x) e (x +(0). Analogamente, se J è un intervallo aperto di R e x E J, J\ {x} è sconnesso. Se r è la retta di R 2 di equazione L(x) = O, dove L(x) = aXl + bX2 + c, R2\r è unione dei due aperti u = {x E R 2 : L(x) < O}, U+ = {x E R 2 : L(x) > O}, e quindi è sconnesso. 11.2 TEOREMA Gli intervalli di R, in particolare R stesso, sono connessi. DÙnosfrazione. Supponiamo che J sia un intervallo sconnesso; dunque esistono due chiusi A, B di R tali che J C A U B, e A n J e B n J siano non vuoti e disgi unti. Siano a E A n J e b E B n J, e supponiamo a < b. Poiché J è un intervallo, [a, b l C J. L'insieme A n r a, b] è un chiuso di R, quindi contiene il suo estremo superiore, che chiamiamo z. Poiché z E A n [a, bJ e b E B, si ha z < b; e poiché z = sup{An [a,b]} l'intervallo (z,b) è contenuto in B. Ma B è chiuso e perciò z E B, e questa è una contraddizione. !Il Vale anche un teorema inverso, e cioè Il.3 TEOREMA Ogni sottoinsieJ11e connesso di R è un intervallo. DÙnost razione. Per il teorema precedente è sufficiente dimostrare che un sot- toinsieme Y di R che non è un intervallo è sconnesso se contiene almeno due punti. Siano dunque a =f b due punti di Y; poiché Y non è un intervallo pOSSialTIO sceglierli in modo che esista c E R\Y tale che a < c < b. Poniamo A = (-00, c). Allora A n Y = A n Y; quindi A n Y è un sottoinsieme di Y non vuoto e diverso da Y, aperto e chiuso in Y. Il Dimostreremo ora alcune proprietà degli insiemi e degli spazI connessI. 
Il] Connessione 127 11.4 PROPOSIZIONE Siano Y, Z sottoinsiemi dello spazio topo logico X tali che Y C Z C Y . Se Y è connesso anche Z è connesso. DÙnostrazione. Sia F C Z un sottoinsieme aperto e chiuso in Z. Esistono un aperto A e un chiuso C di X tali che F = Z n A = Z n C. Poiché Y è connesso e F n Y è aperto e chiuso in Y si ha F n Y = 0 oppure F n Y = Y. Nel primo caso 0=FnY=AnY=An Y perché A è aperto e quindi anche F = A n Z = 0. Nel secondo caso Y = F n Y = C n Y, cioè Y C C quindi Y C C, perché C è chiuso. Segue che F = Z n C = z. Il 11.5 PROPOSIZIONE Se f : X  Y è un'applicazione continua e se Z è un sottoinsielne connesso di X, f(Z) è un sottoinsien1e connesso di Y. DÙnos{razione. È sufficiente dimostrare che, se f : X  Y è continua e surietti va e X è connesso, allora anche Y è connesso. Supponiamo per assurdo che A sia un sottoinsieme aperto e chiuso di Y, diverso da Y e da 0. Per la continuità di f, f. l (A) è un sottoinsieme aperto e chiuso di X; poiché f è suriettiva f l (A) non è vuoto e è diverso da X; questo contraddice la connessione di X. Il 11.6 COROLLARIO (a) La connessione è una proprietà (opologica. (b) Uno spazio quoziente di uno spazio connesso è connesso. DÙnostrazione. Esercizio. Il Il.7 PROPOSIZIONE Se due sottoinsienli connessi Y e Z di uno spazio topo- logico X hanno un punto in COl11une, Y U Z è connesso. /JÙl1os1razione. Supponiamo che A sia un sottoinsieme aperto e chiuso di YUZ. Se A =I- 0 sarà ad esempio A n Y =I- 0. Poiché A n Y è aperto e chiuso in Y connesso, si ha Y = A n Y. Poiché per ipotesi Y n Z =I- 0, anche A n Z =I- 0; dal1a connessione di Z segue che A n Z = Z e quindi A = Y U Z. Il 
128 Proprietà topologiche I Cap. 3 Due punti dello spazio topologico X si dicono connessi in X se esiste un sottoinsieme connesso di X che li contiene entrambi. 11.8 PROPOSIZIONE Se scelti cOlnunque due punti dello spazio topologico X, questi sono connessi in X, lo L\pazio è connesso. DÙl1ostrazione. Supponiamo che A sia un sottoinsieme non vuoto, simultanea- mente aperto e chiuso di X, e facciamo vedere che A = X. Poiché A =I- 0 esiste p E A. Sia q un qualsiasi altro punto di X; per ipotesi esiste un sottoinsieme connesso Y C X tale che p, q E Y. A n Y è aperto e chiuso e non vuoto in Y, quindi A n Y = Y; ne segue che q E A. Quindi .A. = X. Il C0111binando le proposizioni 11.7 e 11.8 si dimostra il seguente 11.9 COROLLARIO L'unione di una jClIniglia di sottoinsielni connessi di uno spazio lopologico X aventi un punto in comune è connessa. Dbnostrazione. Sia Y = U Ki, Ki sottoinsiemi connessi di X tali che n Ki =I- 0, iEI iEI e sia Yo E n Ki' Siano YI, Y2 E Y due punti arbitrari; siano i l, i 2 E I tali che iEI y, E Ki , e Y2 E Ki 2 . Allora Ki l U Ki 2 è connesso per la proposizione Il.7, perché Yo E Ki l n Ki 2 . Quindi y, e Y2 sono connessi in Y; dalla proposizione 11.8 segue che Y è connesso. Il In uno spazio topologico X possiamo introdurre una relazione binaria p ponendo ppq {:} p e q sono conneSSI in X. È facile verificare che p è una relazione di equivalenza (per la transitività si utilizzi la proposizione Il.7). Le classi di p-equivalenza si chiamano cornponenti connesse di X; per ogni p E X denoteremo con C(p) la componente connessa che lo contiene, e la chiameremo la conzpol1ente connessa di p. Per la proposizione 11.8 X è connesso se e solo se possiede un'unica componente connessa. 11.10 PROPOSIZIONE Per ogni p E X, C(p) è il più grande so{{oinsiefne connesso di X contenente p. DÙnostrazione. Supponiamo che Y sia un sottoinsieme connesso di X conte- nente p. Se q E Y allora per definizione p e q sono connessi in X, cioè q E C(p); quindi Y C C(P). D'altra parte C (p) è connesso. Infatti per ogni x E C (p) esiste un sottoinsieme connesso Y(x) C X tale che p, x E Y(x); come abbiamo appena dimostrato 
Il I Connessione 129 Y(x) C C(P). Si ha quindi C(P) = U Y(x) xECCp) e poiché P E n Y(x) xEC(p) per il corollario Il.9 C (p) è connesso. Il Il.11 COROLLARIO Per ogni punto p dello spazio X, la c(J/nponente connessa di p è un sottoinsien1e chiuso di X. Dimostrazione. Poiché C (P) è connesso, anche C (P) è connesso per la pro- posizione 11.4. Oalla proposizione 11.10 segue che C(P) C C(P), e quindi vale l'uguaglianza. !Il Il.12 TEOREMA Il prodotto topologico di una qualsiasi famiglia di spaZI connessi è uno spazio connesso. Dinlostrazione. Diamo prima la dimostrazione nel caso del prodotto X x Y di due spazi connessi X e Y. Siano (Xl, YI), (X2, Y2) E X x Y. I sottospazi X x {Y2} C {Xl} X Y di X x Y sono omeomorfi a X e a Y rispettivamente e quindi sono connessi. Ne segue che in X x Y (XI, YI )P(XI, Y2) (X l, Y2)P(X2, Y2). Per la transitività (X l, YI )P(X2, Y2), quindi X x Y è connesso per la proposizione Il.8. Per induzione si dimostra facilmente che il prodotto topologico Xl x . . . X X m di un numero finito di spazi connessi Xl"", X m è connesso. Dimostriamo ora il teorema nel caso generale. Sia X = rr Xp, il prodotto topologico di una famiglia {Xp,} j.LEM di spaZI p,EM connessi, e sia p E X un suo qualsiasi punto. Consideriamo un arbitrario aperto B della base che definisce la topologia prodotto. Per definizione esistono un numero finito di indici J-ll,'.., J-lk E M e aperti non vuoti Al C Xp,1 , . . . , Ak C Xp,k tali che B = {x E X : x (J-li) E Ai, i = l  . .. , k } . 
/3() Proprietà topologiche j Cap. 3 Fissiamo al E AI, . . . , ak E Ak; denotiamo con q il punto di B così definito: { a. q(J.l) = 'l p(J.l) se J.l = J.li per qualche i = l,.. . , k; altrimenti. Consideriamo il sottoinsieme di X G = {x E X : x(J.l) = p(J.l) per ogni J.l =I- J.ll, . . . , J.lk}' G è connesso perché omeomorfo a XJ.LI x ... X XJ.Lk e con'tiene l punti p e q. Quindi q E C(P); ne segue che C(P) n B =I- 0. Poiché B è un arbitrario aperto di una base di X, C(p) è denso in X; ma C(p) è anche chiuso; quindi C(p) = X, cioè X è connesso. Il 11.13 COROLLARIO Per ogni n > 1, R n , In, sn e pn(R) sono connessi. DÙnostrazione. La connessione di R n e di In segue dal teorema precedente applicato a n copie di R e di I = [O, l J, che sono connessi per il teorema Il.2. La connessione di sn segue dal fatto che per un qualsiasi p E sn si ha sn = sn\{p} e sn \ {p} è omeon10rfo a R n , quindi è connesso. pn (R) è connesso perché è un quoziente di sn che è connesso. Il 11.14 Esen1pi e applicazioni l. Sia J un intervallo aperto (limitato o no) di R. Un intervallo J' è omeomorfo a J se c solo se J' è aperto. Se infatti J' è aperto aJlora è omeomorfo a J, come abbiamo già dilTIOstrato (esempi 5.4(5), (6». Se invece J' è chiuso e limitato, è compatto e quindi non isomorfo a J, che non è compatto. Supponiamo poi che J' = (a, b] sia un intervallo aperto a sinistra, e che esista un omeomorfismo f : J' ---t J. Poiché ! è un' applicazione biunivoca si ha !(J'\ {b}) = J\ {f(b)}. J'\ {b} = (a, b) è connesso e, poiché f è continua, !(J'\ {b}) è connesso. Ma questo è assurdo perché J è un intervallo aperto e quindi J\ {f(b)} è sconnesso. Analogamente si dimostra che un intervallo della forma J' = [ a, b) non può essere omeomorfo a J. Tenuto conto dell'esempio 9.14(1), questo dimostra che le 3 classi (a), (f3), ('7) dell' esempio 5.4(7) sono disgiunte. 2. Generalizzando il ragionamento dell' esempio l è facile dimostrare che I e SI non sono omeomorfi. 
11 I Connessione 13/ Supponiamo infatti per assurdo che esista un omeomorfiSll1o f: I ----+ SI. Poiché f è bi uni voca si ha f((O, l» = SI\{f(O), f(I)}. Dalla continuità di J segue che questo sottoinsieme di S' è connesso, perché (O, 1) è connesso. Ma SI\{f(O)}  R e, poiché J(O) 1- J( I), SI\{f(O), J(I)}  R\{un punto} che è sconnesso; questa è una contraddizione. Si noti che I e S 1 sono entrambi compatti e connessi. 3. Le componenti connesse di uno spazio topologico sono chiuse (corollario Il.11) ma in generale non sono aperte. Si consideri ad esempio il sotto spazio T di R così definito: T={O}U{l/n:n > 1 intero}. Allora CCO) = {O} non è aperto in T, perché O E D(T). 4. Siano (X], TI) e (X 2 , 7;) due spazi topologici. La loro SOlnma topo logica si definisce come lo spazio (XI 11 X 2 , T) dove X] 11 X 2 è runione disgiunta di Xl e X 2 , e la topologia T è definita nel modo seguente: A E T se e solo se A n XI E TI e A n X 2 E 7;. Si noti che X, e X 2 sono sottospazi di Xl 11 X 2 simultaneamente aperti e chiusi. Quindi Xl 11 X 2 è sconnesso. In modo simile si definisce la somma topologica di una famiglia qualsiasi di spazi topologici. Esercizi 1. Dil1l0strare che l' insielne dei numeri razionali Q C R è sconnesso. 2. Riconoscere quali dei seguenti sottoinsiemi di R 2 sono sconnessi: A = R 2 \{(x,0): x=F0}. B = P\{(O, y) : y irrazionale}, dove P = {(x, y) : -1  x, y:; l} C = D,(I,O) U D,(-I,O) D=C E = C u {(O, O) }. 
132 Proprietà topologiche I Cap. 3 3. Dimostrare che R con la topologia id (rispettivamente is) è sconnesso. 4. Sia S un sottoinsienle dello spazio topologico connesso X. Diremo che S sconnette X se X\S è sconnesso. Dimostrare che un iperpiano sconnette R n e che un sottospazio affine di dimensione m < n - 2 non sconnette R TL , n 2:: 2. 5. Dimostrare che R non è olneomorfo a R n per ogni n > 2. (Suggerilnento. Usare il fatto che un punto sconnette R mentre nessun punto sconnette R n ). 6. Dimostrare che l'unione del1e circonferenze di centro (O, O) e di raggio razionale  ] è un sottoinsieme sconnesso di R 2 . 7. Sia f : RrI, ---+ R n un'applicazione continua e biunivoca tale che f(sn l) = sn - l. DiITIostrare che f(D I (O» = DI (O). 8. Uno spazio topologico X si dice totalmente sconnesso se per ogni x E X C(x) = {x}. DiITIOstrare che ogni spazio metrizzabile numerabile con almeno due punti è totalmente sconnesso (in particolare Q è totalmente sconnesso). 9. Dinl0strare il seguente teorema: TEOREMA DEL PUNTO fISSO Ogni applicazione continua f : [a, b] ---+ [a, b] di un 'intervallo chiuso e limitato la, b], a < b, 111 se stesso ha un punto fisso, cioè esiste x E [a,bJ tale che f(x) =x. lO. Uno spazio topologico X si dice localmente connesso in un punto p E X se ognI intorno di p contiene un intorno connesso di p. X si dice 10cal1nente connesso se è localmente connesso in ogni suo punto. Ogni spazio discreto è localmente connesso pur essendo totalmente sconnesso. Il sottospazio di R T = {O} U {1/n : n;:: 1 intero} è locahnente connesso in tutti i suoi punti eccetto che in {O}; si noti che T è totalmente sconnesso. U no spazio connesso non è necessarialTIente localmente connesso (cfr. esempio 12.6(2». DilTIostrare che: (a) se uno spazio X è localmente connesso nel punto p, allora p è un punto interno d i C (p) ; (b) ogni sottospazio apel10 di uno spazio localmente connesso è localmente connesso; (c) per ogni punto p di uno spazIo localmente connesso X C (p) è un sottoinsieme aperto di X; (d) la connessione locale è una proprietà topologica. Il. Dimostrare che per ogni t E R il sotto spazio di R 2 Xt = {(x, y) : xy = t} non è omeomorfo ad R. 
1 l I Connessione 133 12. Sia X C R 2 l'unione di due circonferenze di raggIo 1 e centri (1, O) e (-1, O) rispettivamente, tangenti nel1' origine (fig. 11.1). Dimostrare che: (a) X non è omeomorfo a S I ; (b) X non è on1eomorfo a I. Figura Il.1 13. Si consideri la SOlnma topologica X n = S I Il. . .Il s l di n  1 copie di SI, e sIa Fn lo spazio quoziente di X n ottenuto identificando a un punto il sottoinsieme { ( l , O) 1 , . . . , (1 , O)n } , dove (1, O)j è il punto (1, O) de11a j-esima copia di SI. Fn si chiama fiore ad n pela li (se n = 1, FI = SI). Per ogni intero n 2:: ] si consideri poi il sottospazio di R 2 n Y n = U Cj j=] dove Oj è la circonferenza di centro il punto (j, O) e raggio j (fig. 1] .2). Di mostrare che: (a) per ogni n > 1, Fn  Y;-t (b) se n =f1n. Fu *' Fm. 4 I I I Figura Il.2 
/34 Proprietà lopologiche I Cap. 3 14. Sia Y C R 3 il cilindro di equazione xf + x = l e Z il cono di equazione xf + x - x = O. Dimostrare che Y e Z non sono omeomorfi. 15. Dil110strare che GLn(R) e O(n) sono sconnessi. 16. Dire quali dei seguenti sottoinsiell1i di R 3 sono connessi: A = {(l,O,t): O  t  l} U {(XI,X2,D): xy +X = l} U {(XI,X2, 1): xT +x = l}; B = A\{(l,O, l)}; C = A \ {(O, 1, O)}; D = {(l,O, t) : O < t < l} U {(Xl,X2, l): xT +x = l}. 17. Dire quali dei seguenti sottoinsiemi di R 2 sono conneSSI: A = {x E R 2 : x2 = nx l, X l > O, X2 > O, n intero tale che l  n < 3}; .., n =Au {x E R": x2 = l}; C = A U {x E R 2 : X2 = O}; D = A U {x E R 2 : x l  O, X2 < O}. 18. Dire quali dei seguenti sottoinsielni di R 3 sono connessI: A = {x E R 3 : Ilxll < l, (XI, X2) =F(O, O)}; B = {x E R 3 : Il x ll < 1, Xl + X2 + X3 =F 0 }; C = {x E R 3 : 1/2 < Ilxll < l, Xl =F 0 }; D = {x E R 3 : Ilxll = l, (XI, X2) =F(O, O) =F(XI, X3), (X2, X3) =F(D, O)}. 19. Siano Z] = {x E R2: IIx- (1,(»11 < l}, Z- I = {x E R 2 : Il x - (-1,0)11 < l}; dire quali dei seguenti sottoinsielni di R 2 sono conneSSI: A = Z] U Z- l ; B = A u {(D,O)}; C = A u {( -2, O), (2, O)}; D = A U {x E R 2 : X2 = l}; ') E = A U {x E R : X2 = D}. 
J 2 I C01lnessione per archi /35 12 Connessione per archi Un arco, in uno spazio topologico X, è un'applicazione continua a: I  X dell'intervallo chiuso e limitato I = [O, 1 J in X. I punti a(O), a( 1) E X si dicono gli estrelni di a, C rispettivamente punto iniziale e punto finale di a. Se per ogni p, q E X esiste un arco a tale che a(O) = p e a( l) == q, X si dice connesso per archi (fig. 12.1). Un sottoinsielne Y di uno spazio X si dice connesso per archi se come sotto spazio è connesso per archi. Per ogni n > 1 R n è connesso per archi. Infatti, se x, y E R n , a (t) = (1 - t)x + ty è un arco in R n di estremi x ed y (è il segmento di estremi x e y). Analogamente sono connessi per archi i sottoinsiemi convessi di R n ; in particolare i dischi aperti, D n , In, f1 n sono connessi per archi. La connessione per archi è una proprietà pi ù forte della connessione: 12.1 PROPOSIZIONE Uno spazio connesso per archi è connesso. Dil1lostrazione. Siano x, y E X. Per ipotesi, esiste un arco a : I  X tale che a(O) = x, a( l) = y. Gli elementi x e y appartengono al sottoinsieme connesso a(I) di X: dunque x e y sono connessi in X. Ne segue, per la proposizione Il.8, che X è connesso. 11I La proposizione 12.1 non si può invertire: esistono spazi connessi che non sono connessi per archi (cfr. esempio 12.6( l». Dalla proposizione 12.1 segue che uno spazio sconnesso non è connesso per archi. Un'altra proprietà importante è data dalla seguente proposizione (si noti l'ana- logìa con la proposizione Il.5): a p=a(O)  Figura 12.1 
136 Proprietà lopologiche l Cap. 3 12.2 PROPOSIZIONE Se f : X  Y è un 'applicazione continua e se Z è un sottoinsieme connesso per archi di X, f(Z) è un sottoinsieme connesso per archi di Y. Dimostrazione. È sufficiente dimostrare che, se f : X  Y è continua e suriettiva e X è connesso per archi, allora Y è connesso per archi. Siano Yh Y2 due punti qualsiasi di Y; per la suriettività di f esistono XI, X2 E X tali che f(xi) = Yi, i = 1,2. Sia a: I -t X un arco in X di estremi XI e X2. Allora f . a : I -t Y è un arco in Y e (f. a)(O) = YI, (f. a)(l) = Y2. Il 12.3 COROLLARIO (a) La connessione per archi è una proprietà topologica. (b) Uno spazio quoziente di uno spazio connesso per archi è connesso per a rc h i. Dimostrazione. Esercizio. !Il L'analogia tra connessione per archi e connessione si ha anche per il concetto di "componenti connesse per archi" di uno spazio, che ora definiremo. Sia dato uno spazio topologico X; introduciamo in X una relazione binaria e ponendo xey se esiste un arco a in X tale che a(O) = x, a( 1) = y. È facile verificare che e è una relazione di equivalenza. La riflessività xex per ogni x E X segue dal fatto che 1'applicazione costante a : I -) X, a(t) = x per ogni t E I, è un arco. Se xey, cioè esiste un arco a tale che a(O) = x, a(l) == Y, allora yex perché b : I -t X definito da b(t) = a(1 - t) è un arco tale che b(O) == a(l) = y, b( 1) = a(O) = x; quindi e è simmetrica. La transitività: se xey, yez, allora esistono archi a, b in X tali che a(O) = x, a(l) = y = b(O), bel) = z. Definiamo c : I -t X ponendo { a(2t) cCt) = b(2t -- 1) se O < t < 1/2 se 1/2 < t < 1. c è un arco, e c(O) = x, c( l) = z, quindi xez. Le classi di E'-equivalenza si chiamano componenti connesse per archi di X; la componente connessa per archi contenente un punto p E X si denota Ca(P). X è connesso per archi se e solo se possiede un' unica componente connessa per archi. Si ha la seguente 
/2 I Connessione per archi /37 12.4 PROPOSIZIONE Per ogni punto p di uno spazio topologico X, Ca(p) è il più grande sottoinsielne connesso per archi di X contenente p. DÙnostrazione. Se Y è un sottoinsieme di X connesso per archi contenente p, e q E Y, per definizione esiste un arco a in Y tale che a(O) = p, a( 1) = q. La composizione di a con l'inclusione di Y in X è un arco in X di estremi p e q; quindi peq, cioè q E Ca(p). Ne segue che Y C Ca(P). D'altra parte Ca(p) è connesso per archi. Infatti se q E Ca(p) esiste un arco a in X tale che a(O) = p, a( 1) = q; per concludere è sufficiente far vedere che a è un arco in Ca(P), cioè che a(I) C Ca(p). Sia s E I. Definiamo b s : I -+ X ponendo bs(t) = a(ts), t E I. b s è un arco in X di estremi p ed a(s); quindi a(s) E Ca(p); poiché ciò è vero per ogni s E I si ha a(I) C Ca(p). Il Vale anche il seguente 12.5 TEOREMA Il prodotto topologico di una .fanliglia qualsiasi di spaZl connessi per archi è uno spazio connesso per archi. DÙnostrazione. Sia X = Il XJ.l' XJ.l connesso per archi per ogni J.l E M. Siano J.lEM p, q E X. Per ogni J.l E M esiste un arco 0:J.l in XJ.l di estremi p(J.l) e q(jj), perché XJ.l è connesso per archi. Definiamo a : I -+ X ponendo a(t)(J,l) = aJ.l(t). Per le proprietà della topologia prodotto, a è un arco in X; inoltre a(O)(J,l) = aJ.l(O) = p(J.l), cioè a(O) = p; analogamente a(]) = q, quindi X è connesso per archi. Il ] 2.6 Esempi l. In R 2 consideriamo il sottoinsieme c = {( 11 n, y) : O < Y < J, n > ] intero}  e l'intervallo unitario dell' asse x Ix = {(x O) : O < x < l}. 
138 Proprietà lop%g;che I Cap. 3 È facile vedere che Ix U C è connesso per archi, e quindi connesso. Si osservi infatti che Ix U C = U (Ix U C n ), n] dove C n = {( 11 n, y) : O < Y < l}. Poiché ognuno degli insiemi Ix U C n è connesso per archi e n (Ix U C n ) = Ix U ( n Cn ) = Ix, n1 n dall' esercizio 1 segue l' asscrto. Sia p = (O, l). L'insieme x = {p} u Ix u C è connesso perché P E Ix U C (chiaramente p E D(I x u C». D'altra parte X non è connesso per archi; per dimostrarlo sarà sufficiente far vedere che se a : I  X è un arco tale che a(O) = p, allora a(t) = p per ogni t E I. II sottoinsieme G = a '(p) C I è chiuso perché a è continua. Sia to E G e D = Dl/2(P); per la continuità di a esi ste é > O tale che a«to-e, to+e»CDnX. Ma aCeto - c, t o + c» è connesso c contiene p, quindi coincide con p perché ogni sottoinsieme di D n X contenente p è sconnesso se contiene altri punti. Quindi (t o - é, t o + é) C G; ne segue che G è aperto e chiuso in I; dunque G = I perché I è connesso. 2. Uno spazio topo logico X si dice localmente connesso per archi in un punto p E X se possiede un sistema fondamentale di i n torni connessi per archi di p. Ciò equi vale a dire che per ogni intorno U di p esiste un intorno V C U di p tale che 
12 I Connessione per archi 139 per ogni q E V esista un arco a q : I  V tale che aq(O) = p, aq(l) = q. È evidente che se X è localmente connesso per archi in p allora X è localmente connesso in p (cfr. esercizio Il.10)). X si dice locabnente connesso per archi se è localmente connesso per archi in ogni suo punto. Ogni aperto di R n è localmente connesso per archi, perché i dischi aperti di R n sono connessi per archi. Ogni varietà topologica è localmente connessa per archi. Uno spazio discreto con almeno due punti è localmente connesso per archi, ma non è connesso per archi. Viceversa uno spazio connesso per archi non è necessariamente anche local- mente connesso per archi. Ad esempio si consideri il sottoinsieme Ix U C C R 2 dell' esempio l, e si prenda Y = Ix U C = Ix U C U Iy, dove Iy = {(O, y) : () < Y < l}. Y è connesso per archi perché y = U (Ix U C n ) U (Ix U I y ), n1 . ognuno degli insiemi Ix U C n e Ix U Iy è connesso per archi e (Ix U Iy) n [ n (Ix U CnJ ] = Ix =f 0 n?1 (cfr. esercizio 1). D'altra parte Y non è localmente connesso in p = (O, l) (e quindi non è localmente connesso per archi in p). Infatti ogni intorno di p della forma Dr(P) n Y, o < r < 1 non contiene intorni connessi di p (fig. 12.2). 3. Le componenti connesse per archi di uno spazio topologico non sono chiuse in generale, a differenza di quel che accade per le componenti connesse. 
/40 Proprietà fopologìche I Cap. 3 t i I v y ... I x Figura 12.2 Ad esempio lo spazio X dell' esempio l SI decompone In due componenti connesse per archi: X = {p} u (Ix u C). La componente {p} è chiusa, mentre la componente Ix U C non è chiusa perché p è aderente a Ix U C. Esercizi 1. Dimostrare che l'unione di una famiglia di sottoinsiemi connessi per archi di uno spazio topologico X aventi un punto in comune è connessa per archi. t I v -.... B Figura 12.3 
/2 l C01lnessione per archi 141 2. Dimostrare che i seguenti sottoinsiemi di R n , n 2: 2, sono conneSSI per archi: {x E R n : x n > O}; sn - ]; {x E R n : X n f O} u {O}. 3. Dimostrare che uno spazio topologico connesso e ]ocalmente connesso per archi X è connesso per archi. 4. Dimostrare che ogni aperto connesso di R rt è connesso per archi. 5. Si considerino i seguenti sottoinsiemi di R2: Iy = {(O,y): O  y  l}, n = {(x,y): O < x < l, y = cos('lt-jx)}. Si dimostri che X = Iy U B è connesso ma non connesso per archi (vedi fig. 12.3). 
Capitolo 4 Omotopia, gruppo fondamentale e rivestimenti 13 Omotopia di applicazioni continue In questo capitolo studieremo l' omotopia, che è una relazione di equivalenza tra app1icazioni continue di importanza fondamentale in topologia, e ne daremo diverse applicazioni. Denoteremo come al solito con I l'intervallo chiuso lO, Il di R. Siano X e Y due spazi topologici e lo, Il : X ----+ Y due applicazioni continue; una olnotopia tra lo e Il è un' applicazione continua: F:XxI----+Y tale che F(x, O) = lo(x) e F(x, 1) = Il (x) per ogni x E X. Se un'omotopia F esiste diciamo che lo è 0171otopa a Il e scriviamo F : lo  Il, o più semplicemente fo  Il' Nella pratica risulta essere più utile la seguente nozione più generale. Siano A un sottoinsieme di X e fa, l, : X ----+ Y due applicazioni continue tali che foCa) = Il (a) per ogni a E A; una onlo[opia tra lo e Il relativa ad A è un' omotopia F : fo  Il tale che F(a, t) = foCa) = fl (a) per ogni a E A, t E I. Se F esiste diciamo che fo è olnotopa a Il relativalnente ad A e scriviamo F : fo rel A Il, o più semplicemente fo rcl A Il. Ovviamente prendendo A = 0 si riottiene la nozione di omotopia. 13.1 LEMMA Siano X e Y due spazi fopologici e A un sot!oinsienle di X. Ne!l'insien1e delle applicazioni continue di X in Y la relazione rc] A è di equivalenza. In particolare l'oln%pia è un relazione di equivalenza. Dirnostrazione. La riflcssività si dimostra prendendo F(x, t) = f(x) per ogni f : X ----+ Y. Se F : fo rel A Il allora G : Il :::rcl A lo, dove G(x, t) = F(x, 1 - t): 
13 I Omotopia di applicazioni conTinue /43 quindi. la relazione è simmetrica. Per dimostrare la transitività supponiamo F : lo ""' reI A Il e G : Il rcI A 12; allora: { F(x, 2t) H(x. t) = , G(x,2t - l) () < t < 1/2 1/2 < t < 1 xEX definisce un'omotopia tra lo e 12 relativa ad A. !Il Se lo rel A Il diremo che lo e Il sono 0111otope relativalnente ad A (oppure che sono olnotope se A = 0). lntuitivamente fa e Il sono omatope se è possibile deformare con continuità lo in Il: infatti un' omotopia è essenzialmente una fa- miglia di applicazioni continue Ft : X  Y, t E I, dove Ft(x) = F(x, t) per ogni x EX. 13.2 Ese111pi l. Siano I, g : X  R m . due applicazioni continue da uno spazIo X In R m . Ponendo F(x, t) = I(x) + t(g(x) - I(x» si definisce un' omotopia tra I e g. In particolare F(x, t) = tx + (l - t)y definisce un'omotopia F : R n x I  R U tra l'applicazione costante Cy (dove y E R n è un punto fissato) e 1'identità 1 R n . 2. Sia Y uno spazio topologico. Un'applicazione continua f : SI  Y è omotopa a un' applicazione costante se e solo se f si estende a un' applicazione continua g : D 2  Y. Supponiall1o infatti che g esista: allora ponendo F(x, t) = g(tx) si ottiene un' omotopia F : cg(O)  I. Se viceversa esiste un' omotopia F : c p  f per qualche p E Y l'applicazione g : D 2  Y definita da g(x) = { ; ( IIII ' Ilxll) se x =I- O se x = O è continua e estende f. Due spazi topalogici X e Y si dicono 0111otopicalnente equivalenti (oppure dello stesso tipo di 0f1101opia) se esistono applicazioni continue f : X  Y, l' : Y  X tali che l' . f "-' 1 x , f. l'  1 y . Le applicazioni I e l' si dicono equivalenze omotopiche tra X e Y una inversa del!' altra. 
/44 Omo{opia, gruppo fondamentale e rivestinlenti I Cap. 4 13.3 LEMMA L'equivalenza olnotopica è una relazione di equivalenza tra spazi topologici. Dimostrazione. La riflessività c la simmetria sono ovvie per definizione. Di- mostriamo la transitività. Siano f : X  Y, g : Y  Z equivalenze omotopiche, di inverse omotopichc g' : Z  Y e f' : Y  X. Quindi esistono omotopie: F : l' . I  l x, F': f . l'  1 y C .,  1 c , . ,  l .g 'g- y, .g'g - z. Si ottiene un'omotopia H : (f' . g') . (g . f)  Ix ponendo { f'(G(f(x),2t» H(x, t) = F(x,2t - l) o < t < 1/2 1/2 < t < 1. Un'omotopia H' : (g. f). (f' . g')  1z è invece data da: , { g(F'(g'(z), 2t» H (z, t) = C' (z, 2t - l) O < t < 1/2 1/2 < t < 1. Il Ovviamente se X e Y sono omeolTIorfi allora X e Y sono anche omotopi- camente equivalenti, ma non vale il viceversa. Ad esempio R n , n > l, non è omeomorfo a un punto {p} ma è omotopicamente equivalente a {p}. Definiamo infatti I : {p}  R n ponendo f(p) = O, e sia g : R n  {p}. Allora g . f = l {p} mentre un'omotopia F : f . g  1 R n è data da F(x, t) = tx. Quindi f e g sono equivalenze omotopiche. Uno spazio topologico si dice contraibile se è omotopicamente equivalente a un punto. Dalla verifica precedente segue che R n è contraibile. ] 3.4 Esempio Sn - l e R n \ {O} sono omotopicamente equivalenti per ogni n > 2. Infatti l'in- clusione  : sn - l  R n \ {O} e l'applicazione (J : R n \ {O}  sn l definita da u(x) = Il:11 sono equivalenze omotopiche: un'omotopia F :  . u ::::: l Rn\{O} è data da F(x, t) = xe(t -l)lnllxll. Esercizi 1. Siano x, y punti di uno spazio topologico X. Dimostrare che le applicazioni costanti cx, C y : I ----+ X sono omotope se e solo se x e y appartengono alla stessa componente connessa per archi. 
J 4 I Il gruppo fondanlentale 145 2. Dimostrare che uno spazio X è contraibile se e solo se l'applicazione l x è omotopa a un' applicazione costante di X in se stesso. 3. Dimostrare che un sottospazio convesso di R n è contraibile. In particolare D n , In, f1n sono contraibili. 4. Dinl0strare che uno spazio contrai bile è connesso per archi. 14 Il gruppo fondamentale In questo paragrafo vedremo come, utilizzando la nozione di omotopia, sia possibile associare ad ogni spazio topologico un gruppo. Le proprietà aJgebriche di questo gruppo riflettono le proprietà topologiche dello spazio. Siano X uno spazio topologico e f, g: I  X due archi tali che J(I) = g(O). La cOlnposizione, o prodotto di I per g, è l'arco I * g così definito: { 1(2t) (/*g)(t)= g(2t - l) O < t < 1/2 1/2 < t < l. Due archi I, g : I  X si dicono equivalenti, e SI scrive I "" g, se sono omotopi relativamente a {O, l}. In particolare se I "-' g allora 1(0) = g(O) ed f ( 1) = g( 1 ) (fig. 14.1). 14.1 LEMMA Siano lo, go, Il, g] : I  X archi tali che fo "-' Il e go "-' gl. Se lo( l) = go(O), allora Il (l) = gl (O) e lo * go "-' Il * gl. Dhnostrazione. L'affermazione Il (1) = gl (O) è ovvia. Siano F : lo rel {n,l} fI, G: go ::=rel {o, l} gl. Allora: { F(2s, t) H(s, t) = G(2s - l, t) O < s < 1/2 1/2 < s < l è un'omotopia lo * go :::rcl {O:l} Il * gl (fig. 14.2). 11I Fissiamo un punto Xo E X. ChiamereIl10 cappi di base Xo gli archi chiusi di punto iniziale e finale Xo. Denotiamo con 7rl (X, xo) l' insienle delle classi di equivalenza di cappi di base Xo. Se f è un cappio di base Xo denoteremo con li J E 7r1 (X, xo) la sua classe di equivalenza. Si noti che, dati I, g cappi di base Xo, la composizione f * g è definita ed è ancora un cappio di base X(). Pertanto, dati [Il, [g J E 7r1 (X, xo), definiamo il loro prodotto nel modo seguente: r I J 19 J = r f * g]. 
/46 Omotopia, gruppo fondamentale e rivestimenti I Cap. 4 9 Xo x, F x, = f(1) = 9(1) f f Figura 14.1 (* g , , f, g, u Xo x, x 2 X 2 Xo x, x, f*g fo 9 0 o o H F G Figura 14.2 
/4 I Il gruppo fOlldamentale 147 Per il lemma precedente quest' operazione è ben definita. 14.2 PROPOSIZIONE Sia c Xo : I  X il cappio costante di base Xo ed I, g, h cappi di base Xo. Allora: (a) (I * g) * h  I * (g * h); (b) C Xo * I  f  I * c Xo ; (c) I * fa  C Xn  l° * I, dove l° : I  X è il cappio di base Xo cosÌ definito: 10(s) = 1(1 - s), s E I. DÙnostrazione (a) Per definizione [(f * g) * h](s) = I ( 4s ) g( 4s - 1) h(2s - l) 1(2s) g(4s - 2) h(4s - 3) [I * (g * h)J(s) = 0 < s < I/4 1/4 < s < ] /2 1/2 < s < ] O < s < 1/2 1/2 < s < 3/4 3/4 < s < l. Un'on1otopia F : (I * g) * h :::rcl {O,I} I * (g * h) è data da: I (4s) 1 + t F(s, t) = g(4s - t - l) h(4s-t-2) 2-t l + t 0<8<- - - 4 l+t 2+t -<s<- 4 - - 4 2+t -<8<1. 4 - - Quest' omotopia è illustrata dalla figura 14.3. (b) Dimostreremo che C Xo * I "-' I lasciando al lettore il compito di dimostrare in modo simile che f "-' f * c xo ' Definiamo: F(s, t) = 1(2s + t-l) l + t Xo l - t O<s<- - - 2 1 - t -<s<1 2 - - OttcnialTIO così un' omotopia F : C x !) * f :::rel {o, l} f che è illustrata dalla figura 14.4. 
148 Omotopia, gruppo fondamentale e rivestimenti I Cap. 4 f 9 h f Xo Xo f 9 h c f Xo Figura 14.3 Figura 14.4 f fO c Xo Figura 14.5 (c) Poiché (foy) = I è sufficiente dimostrare una delle due affermazioni. Di- nl0streremo che c Xo r'-J I * fO. Per definizione (f * fO)(s) = { f(2s) 1(2 - 2s) o < s < 1/2 1/2 < s < 1. L'applicazione { 1(2st) F(s, t) = 1«2 - 2s)t) o < s < 1/2 1/2 < s < 1 è un'omotopia C Xo rcl {o. I} I * l° (fig. 14.5). Il 14.3 COROLLARIO Ri.\lJetto al prodotto, 7r] (X, xo) è un gruppo il cui elelnento neutro è [c xo ] e in cui I.fl' = [fO] per ogni [f] E 1[1 (X xo). Di171ostraziol1e. È una conseguenza immediata della proposizione 14.2. !Il 
14 I Il gruppo fondamentale /49 7r] eX, xo) si chiama gruppo ,fondall1entaLe, o prÙl10 gruppo di olnolopia, di X con punto base Xo. Se X è dotato della topologia discreta, in particolare se X = {xo} consiste di un solo punto, allora 1[1 (X, xo) = {lcxoJ} è ridotto al solo elemento neutro. Più in generale segue subito dalla definizione che 7r1 (X, xo) = 1[1 (Ca(x(), XO) (Ca(Xo) è la componente connessa per archi di xo). Se Xo e XI sono due punti di X, che relazione c'è tra 7r) (X, xo) e 7rl (X, XI)? Se Xo e X I appartengono a componenti connesse per archi distinte allora non c'è alcuna relazione tra i due gruppi fondamentali perché, come già osservato, essi dipendono solo dalle rispettive componenti connesse per archi. Nel caso in cui invece Xo e XI siano estremi di uno stesso arco i due gruppi sono isomorfi, come ora dimostreremo. 14.4 PROPOSIZIONE Siano Xo, XI E X e supjJol1ialno che esista un arco a : I  X tale che 0:(0) = Xo ed 0:(1) = X,. Allora l'applicazione: 7r a : 7rl (X, xo)  7r, (X, XI) de,fin ita da: 7r a ClfJ) = [0:0 * f * al è un iSOI1UJ1fisnzo di gruppi. DÙnostrazione. Lasciamo al lettore iJ compito di dimostrare che 7r a è ben definita utilizzando il lemn1a 14.1. Se [I], [g] E7rl(X,XO) si ha: 7r a ([fHgJ) = 7r a ([f * g]) = [ao * f * g * al = = [ao * I * a * 0:0 * g * al = [0: 0 * f * aH.ao * g * al = 7r a ([f])7r a «(gJ) e quindi 'fra è un omomorfìsmo di gruppi. Inoltre si verifica immediatamente che l' Onl0ITIOrfismo 7r al! : 7r1 (X, X d ---+ 7rl (X, XO) soddisfa ( 7r a() . 7r a) ([ f l) = [I] ( 7r a . 7r (o ) [ g l = (g I per ognI rf J E 7r, (X, xo) per ogni [g J E 7r1 (X, X d c quindi 7rfY. e 7r a o sono isolllorfìsmi uno inverso dell'altro. !Il 
/50 Omotopia, xruppo fondamentale e rivestimenti I Cupo 4 Una conseguenza immediata della proposizione 14.4 è che se X è uno spazio connesso per archi allora 7r] (X, xo) e 1r] (X, x I) sono gruppi isomorfi per ogni xo, XI E X; quindi, a meno di isomorfismo, si può parlare del gruppo fondalnentale di X senza far riferimento a un punto base. Va osservato che l'isomorfismo 7r Q definito dalla proposizione precedente non è canonicamente definito ma dipende dall' arco a (cfr. esercizio 4). Se però 7r1 (X, xo) è commutativo allora l' isomorfismo 7r Q è indipendente da a (cfr. esercizio 6). Uno spazio topologico X si dice selnplicelnente connesso se X è connesso per archi e ha gruppo fondamentale ridotto al solo elemento neutro. IJ pi ù ovvio esenlpio di spazio semplicemente connesso è uno spazio costituito da un solo punto. Vedremo nel prossimo paragrafo che ogni spazio contraibile è semplicemente connesso; in particolare lo sono R n c D n . Esercizi 1. Sia X uno spazio topologico. Dimostrare che dati due archi f, g : I  X tali che 1(0) = Xo = g(O), /(1) = g(1) si ha f  g se e solo se 1* gO  CX(P dove gO(s) = g(1 - s), s E I. 2. Sia X uno spazio topologico e sia cp : I  I un' applicazione continua tale che cp(O) = 1, cp( l) = O. Dimostrare che per ogni arco I : I  X si ha l°  I o cp. 3. Sia X uno spazio topologico. Dimostrare che se I, g, h: I  X sono tre archi tali che 1(1) = g(O) e g(l) = h(O) allora (I * g) * h  1* (g * h). 4. Sia X uno spazio topologico, Xo, x I E X e a, (3 : I  X due archi tali che a(O) = Xo = (3(0), a( l) = X l = (3( l). Dimostrare che 'Ir(30 . 'Ira : 'Ir,(X,xo)  'lrl(X,XO) coincide con l' autolnorfismo interno [I]  l a * (30] I [1][ a * (30). 5. Sia X uno spazio topologico e siano Xo, Xl E X e a, {3 : I  X come nell'esercizio precedente. Dimostrare che se a  {3 allora 'Ira = 1rfJ. 6. Sia X uno spazio topologico. Dimostrare che se XO, XI E X appartengono alla stessa cOlnponente connessa per archi, l'isomorf1smo 'lro : 'lrl (X, xo)  'lrl (X, Xl) è indipendente dall'arco a: I  X di estremi Xo ed XI se e solo se 'lr1(X,XO) è un gruppo abeliano. 7. Dimostrare che un sottospazio convesso V C R n è senlplicemente connesso. (Suggeri1nento. Se I. g : I  V sono cappi di base v E V si defìnisca F: I rcl {O, l} g ponendo F(s, t) = 1(8) + t(g(s) - I(s»)). 
/5 I Proprietà funtoriali del gruppo fondcunentale 15/ 15 Proprietà funtoriali del gruppo fondamentale Il gruppq fondamentale non sarebbe di alcuna utilità se non avesse la proprietà di essere compatibile con le applicazioni continue, nel senso che ora spiegheremo. Consideriamo due spazi X, Y e un' applicazione continua 1/; : X  Y. Sia Xo EX; definiamo un' applicazione: 1/;* : 7r1 (X, xo) ----+ 7r} (Y, 1/; (xo) ponendo 1/;*(l/)) = f1/;. IJ. È facile verificare che l'applicazione 1/;* è ben dcfinita (la verifica è lasciata al lettore ). 15.1 TEOREMA Siano X, Y e Z spazi [opologici e Xo E X. (a) Per ogni 1/; : X  Y continua l'applicazione 1/;* : 7r} (X, xo)  11"} (Y, 1/;(xo» è un onl0nzorfisI110 di gruppi. Cb) Siano 1/; : X  Y, 'P : Y  Z applicazioni continue. Si ha: ('P .1/;)* = 'P* . 1/;* : 7r1(X, xo)  1[)(Z, (<.o .1/;)(xo» dove 1/;* : 1[1 (X, xo) ----+ 11" l (Y, 1P(Xo» e <.0* : 1[1 (Y, 1/;(xo» --+ 1[1 (Z, ('P . 1/; )(Xo». Cc) (Ix)* : 7r1 (X, xo) --+ 7r1 (X, xo) è l' 011UJlnorjisnuJ identità. DÙnostrazione (a) 1/;*(f!J[g]) = 1/;*(ll * gJ) = l1P . (I * g)] = [(1/; . f) * (1/; . g)1 = r1/; . fJ[1P . gl = = 1/;*([!])1P*([gJ). Le proprietà (b) e (c) sono ovvie. Il Le (a), (b) e (c) del teorcnla 15.1 si dicono proprietà .funtoriali del gruppo .fondanlentale. Se 1/; : X ----7 Y è un' applicazione continua e Xo E X chiameremo 1P* : 1[1 (X, xo) ----+ 7r1 (Y, 1/;(xo» l' onunnOrfiSl1UJ indotto da 1P. 15.2 COROLLARIO Se 1/; : X -+ Y è un 0111e01110r.fis111o e X() E X, l' 01110- 11l0l:fiSJ110 indotto 1P* : 1[1 (X, xo)  1[1 (Y, 1/;(xo) è un isolnorfis111o. In particolare, due spazi connessi per archi aventi gruppi .fondal11entali non iSOt11orji non S01l0 olneolno(fi. 
/52 Olnolopia, gruppo fondcllnentale e rivestimenti I Cap. 4 DÙnostrazione. Dalle (b) e (c) del teorema 15.1 segue che (1/;-1)* . 1/;* = (l x )* = l 1r \(x.xo) 1/;* . ('ljJ 1)* = (1 y)* = 11["1 (Y1 (xo)) e quindi 1/;* e (1/; ])* sono isomorfìsmi uno inverso dell' altro. Il L'ultima asserzione del corollario è particolarmente importante. Essa fornisce infatti un criterio sufficiente affinché due spazi siano omeomorfì. Purtroppo il gruppo fondamentale è in generale difficile da calcolare e quindi il corol1ario 15.2 in molti casi non può essere applicato. Cercheremo di aggirare questa difficoltà studiando la relazione tra gruppo fondamentale e omotopia di applicazioni continue. Utilizzeremo il seguente lemma. 15.3 LEMMA Sia X uno .lJazio topologico e E : I x I ---t X un 'applicazione continua. Ponicuno jet) = E(O, t), g(t) = E(I, t), h(s) = E(s, O), k(8) = E(8, l). Allora: jO * h * g :::rel {o1 1 } k DÙnostrazione. Poniamo Xo = k(O), x I = k( 1) c definiamo G : I x I ---t X nel modo seguente: Xo o < 8 < t/3 t/3 < 8 < 1/3 1/3 < 8 < 2/3 1/3 > 1 -- 8 > tl3 1 - 8 < t13. G(s t) = J(1 +t - 38) E(38 - 1, t) g(t + 3s) XI c Xo k C X 1 E(3s-1,t) X 1 g{t + 3s) f O h 9 Figura 15.1 
J 5 I Proprietà funtoriali del gruppo fondanzentale 153 È immediato verificare che G : fO * h * g rel {o, l} k. L'omotopia G è illustrata dalla figura 15.1. Il 15.4 PROPOSIZIONE Siano X, Y spazi topologici, <p,1/;: X  Y applicazioni continue e F : X x I  Y un' onlotopia tra <p e 1/;. Siano Xo E X e a : I  Y l'arco di estrenli <p(xo) e 1/;(xo) definito da a(t) = F(xo, t), t E I. Si ha un diagranlma conunutativo di on101110rfislni: 7r1 (X, xo)  7r1 (Y, <p(xo» 1/;*  l 1ra 7r 1 (Y, 1/; ( x o ) ) In particolare <p* è un ison10r.fislno (ri.spettivalnente iniettiva, suriettiva) se e solo se 1/;* è un isolnorjisl110 (rispettivamente iniettiva, suriettiva). Dimostrazione. Sia f : I  X un cappio di base Xo e sia E I x I  X l'applicazione continua definita da: E(s, t) = F(f(s), t). Si ha: E(s,O) = (<p. 1)(s), E(s, l) = (1/;. f)(s) E(O, t) = a(t) = E(l, t). Per il lemlna 15.3 1/;*([/]) = [1/; . /1 = lao * (<p' f) * a] = 11"a(<P*(lfJ». Il 15.5 COROLLARIO Siano X, Y spazi topologici e <p : X  Y un 'equivalenza olnotopica. Allora <p* : 7r] (X, xo)  7rl (Y, <p(xo» è un isolnorjis111o per ogni Xo E X. DÙnostrazione. Sia 1/; : Y  X un'inversa omotopica di <p. Dalla proposizione } 5.4 applicata a 1/;. <p e 1 x si deduce che (1/; . <p)* = 1/;* . <p* : 1[) (X, xo)  1[1 (X, 1/;( <p(X o »), dove 1/;* : 1[1 (Y, <p(xo»  1[1 (X, 1/;(<p(X o ») è un isomorfismo: pertanto <p* è iniettiva e 1/;* è suriettiva. Applicando ancora la proposizione 15.4 a cp.1/; e 1 y si deduce che (<p . 1/;) * = <p * . 1/; * : 7r I (Y, <p ( x o»  7r l (Y <p ( 1/; ( <p (X o) ) ) ) , dove ora <p* : 7r1 (X, 1/;(<p(X o »)  7r1 (Y, <p(1/;(cp(X o »» è un isomorfismo. In parti- colare 1/;* è inietti va. Segue che 1/;* è un isomorfismo. Ma allora anche <p* : 7r1 (X, xo) --7 1[} (Y, <p(xo» dev' essere un isomorfÌsmo. 11I 
154 Omotopia, gruppo fondamentale e rivestimenti I Cap. 4 Quindi il gruppo fondamentale di uno spazio topologico è invariante per equi- valenza omotopica oltre che per omeomorfismo. In particolare abbiamo: 15.6 COROLLARIO Ogni .\pazio contraibile è selnplice111ente connesso. Un' altra utile conseguenza della proposizione 15.4 è il seguente 15.7 COROLLARIO Supponiamo che 'P : X --+ Y sia un'applicazione conti- nua 01110topa a un 'applicazione costante. Allora 'P* : 7r] (X, xo) --+ 7rj (Y, <p(xo») è l' 01710111orfis111o nullo per ogni Xo E X. DÙnostrazione. Immediata. 11I 1'6 Esempi ed applicazioni Fino a ora gli unici spazi di cui abbiamo calcolato il gruppo fondamentale sono quelli contraibili, che abbiamo visto essere semplicemente connessi. Il primo esenlpio di spazio non semplicemente connesso di cui calcolerenlo il gruppo fondamentale è SI. Consideriamo l'applicazione continua E : R --+ S] data da E(x) = e 21rÌX , x E R, dove abbiamo identificato SI all'insieme dei numerI complessi di modulo 1. E è anche un olTIomorfismo di gruppi. Inoltre E è aperta ed è un omeomorfismo locale. Più precisamente per ogni x E R l'intervallo aperto (x - , x +  ) viene mandato da E omcomorficamcntc su Si \ { - E(x)}. Denoteremo con I ( 1 1 ) çx :  \ { - E(x)} --+ X - 2 ' x + 2 l'omeomorfismo inverso. Utilizzeremo i seguenti due lemmi. 16.1 LEMMA ( di sollevamento) Se a è un arco in S I di punto iniziale 1, esiste un unico arco a' in R di punto iniziale O tale che E. a/ = a. a' è chial1zato sollevamento di D: a R. DÙnostrazione Esistenza. Poiché I è compatto e a è continua, possiamo suddividere I in sot- tointervalli rto td, [t}, t 2 1,..., [tn "t n ], 0= to < tI < ... < t n = l tali che si abbia 
J 6 j Esenzpi ed applicazioni 155 la(t)-a(t')1 < l per ogni t, t' E [ti l, tiJ, e quindi tali che a(rti I, tiJ) sia contenuto in Si \ { -a(ti _ l)}' per ogni i = ],..., n. In particolare a([O, td) è contenuto in Si \ { -]} e possiamo quindi definire un' applicazione continua al : [O, td  R come la composizione di alro,t,1 con ço : SI \ { -]} -+ (- , ); evidentemente al (O) = () e E. al = ajro,td' Procediamo per induzione su i: supponiamo di aver definito ai : [O, ti]  R continua tale che ai(O) = O e E . ai = a1fo,t i !. Se i < n - l possiamo definire ai+l : lO, ti+d  R continua come l'incollamento di ai con la composizione di ajl t t,t1+iJ con . l ( l l ) çat(t/) . S \ { -a(ti)}  ai(ti) - 2' ai(ti) + 2 . Evidentenlente ai+1 (O) = O e E. ai+1 = allo,tH11' L'arco a' = a n ha le proprietà volute. Unicità. Supponiamo che a' e a" siano due archi in R tali che a' (O) = a" (O) = () c E. a' = E. a" = a. L'arco a' - a" : I  R soddisfa E. (a' - a")(t) = ] per ogni t, c pertanto si ha (a' - a")(I) C Z. Ma poiché I è connesso a' - a" dev'essere costante, e da a' (O) = a" (O) segue a' = a". Il 16.2 LEMMA (di sollevamento dell'omotopia) Se a e (3 sono due archi in SI di punto iniziale l tali che esista un' omotopia F : a rcl {O,I} (3 allora esiste un 'unica 0111otopia F' : a' rel {o, l} (3' tale che E . F' = F. Dbnostrazione Esistenza. Sia Ft : I  Si la restrizione di F : I x I  Si a I x {t}. Ft è un arco in S l di punto iniziale 1, c quindi, per il lemma 16.1, possiede un unico sollevamento a un arco F£ : I  R di punto iniziale O. Definiamo F' : I x I  R ponendo F'(s, t) = Ff(s). Si ha E . F' = F. Resta da din10strare che F' è continua. Poiché F è continua e I x I è compatto, esiste é > O tale che IF(y) - F(y')1 < 1 per ogni y, y' E I x I tali che \y - y'l < c. Da ciò segue che esistono O = So < SI < . . . < Sm = 1 e O = t o < t I < . . . < t n = l tali che per ogni j = 1,. . . , m, i = l, . . . , n, si abbia F( l S j ], S j} x [ti I, ti]) C SI \ { - F( S j }, t?: I) }. Pcr ogni i = 1,...,n l'insieme F'([O,sd x [ti--I,til) è connesso perché gli insiemi F'([O,sd x {t}) = F;(rO,sI1), t E [ti l,ti], sono connessi e contengono F' (O, t) = O; ma allora F' ([ O, S d x [t i I, t i]) C ( _! ! ) 2' 2 
156 On'lolopia. gruppo j()l1damenlale e ril'estime1l1i I Cap. 4 e quindi la restnzIone di F' a [O, sll X [t 1 : -- l, ti] coincide con la composizione ço . Fì[O.SI1X[t l I :tIJ' che è continua. Per incollamcnto segue che lI'r o ,sllxI è continua. Procediamo per induzione: supponiamo di aver dimostrato che lIo,sJ IxI è continua per qualche 1 < j < m-l. Per ogni i= 1,...,n F'([sj,sj+d x [ti l,ti l) è un sottoinsieme connesso di R perché gli insiemi F'([sj, sj+Il x {t}) = F!(rsj, Sj+l.J) sono connessi e intersecano F' ( { S j} x l ti l, ti]) che è connesso per J' ipotesi induttiva. Ma allora F' (r S j , S j+ d x [ti I , ti 1) C (F' ( S j, ti - I) - , p' ( S j , ti I) +  ) e quindi, come nel caso precedente, segue che la restrizione lI'[sJsJ+Jlxrt! _ ht!J è continua; per incollan1ento deduciamo che lIo:sJ+llxI è continua e il passo indutti vo è dimostrato. Quindi F' è continua. F' è un' omotopia tra a' e (3' perché F'(s, O) = (s) = a'(s), F'(s, l) = F{(s) = [3(s); per definizione F'(O, t) = O per ogni t E I; inoltre F'(l,t) è contenuto in E-1(a(1» perché F(l,t) = a(l) = (3(1) per ogni t E I, e dalla connessione di {l} x I segue che F' è costante su {l} x I: . d , F " (3 , qUln I : a rcl {o I } . Unicità. Sia F" : a' rcl {O,IÌ (3' un'altra omotopia tale che E. F" = F. Pcr ogni t E I la restrizione di F" a I x {t} deve coincidere con il soJlevamento Ff di Ft, e quindi F" = F'. Il Dalla dimostrazione del lemma 16.2 segue immediatan1ente il seguente: 16.3 COROLLARIO Per ogni arco a in SI, il punto .finale a'(I) del sollevalnento a' dipende solo dalla classe di Ol1'lotopia relativa a {O, l} di a. 16.4 TEOREMA 7r1 (8 I, 1) '= Z. DÙnostraziol1e. Definiamo un' applicazione {) : 1[1 (8 I, 1) -+ Z ponendo b(lfJ) = f'(l). Per il corollario 16.3 ti è ben definita. Inoltre 8 è un omomOrfiS1110: se r f J, (g J E 1[1 (8 I, 1), sia g" : I -+ R l'arco definito da g" (t) = = f'(l) + g'(t), t E I. Si ha E. g" = g, c quindi l'arco f' * g" è il sollevamento di f * g e 8(lfJlgJ) = 80f * g]) = (f' * g")(l) = f'(l) + g'(l) = 8([/]) + 8([gJ). £5 è suriettiva: per ogni n E Z sia () : I -+ R dcfinito da (J(t) = nt. Allora (Jn :=E'(J. soddisfa £5([(Jn])=n. 
/6 I Esempi ed applicazioni /57 ti è inictti va: se 8 ([ /]) = O, allora l' è un cappio in R. Poiché R è semplicemente connesso /' rcl {o, l} C(), e quindi / :::rcl {o. l} C h cioè r /] = re Il. /I In particolare vediamo che S] non è semplicemente connessa. Poiché S] è OITlotopicarncnte equivalente a R 2 \ {O}, si ha anche: 1r1 (R 2 \ {O}, (], O» == z. Per calcolare il gruppo fondamentale di altri spazi topologici è utile la seguente proposIzIone: 16.5 PROPOSIZIONE Siano X, Y .l)azi topologici e Xo E X, Yo E Y. Si ha un iso/no rfisn'lo: 1r1 (X X Y, (xo, Yo» == 1r1 (X, xo) X 1r] (Y Yo). DÙnostrazione. Le proiezioni PX : X x Y -+ X, py : X x y --+ Y inducono omomorfismi: PX* : 1r] (X x Y, (xo, Yo» --+ 1r1 (X, xo) PY" : 1r] (X x Y, (xo, Yo» --+ 7r] (Y, Yo) che definiscono un omomorfismo: (PX*,PY*): 1r1(X x Y,(xo,Yo» --+ 1f](X,xo) X 1r1(Y,YO)' Per dimostrare chc questo è un isomorfismo verifichialTIO che possiede un inverso. Per ogni ([ / J, [g J) E 1r] (X xo) X 1r1 (Y, Yo) definiamo un cappio / x g in X x Y di base (xo, Yo) ponendo (/ x g)(s) = (/(s), g(s», s E I. È facile verificare che l'applicazione: 7r} (X, xo) X 7r1 (Y, Yo) --+ 7r1 (X X Y, (xo, Yo» che manda ([/J, [g]) in [/ x g] è ben definita cd è l'inversa di (px*,Py,J. Il Abbiamo il seguentc imn1ediato 16.6 COROLLARIO (a) Il gruppo fonda/nel1tale del toro T 2 = SI X SI è iS(J/nolj'o a Z2. Cb) Il gruppo ,fol1dalnentale del cilindro R x S I è iso/nor:fo a Z. In particolare il toro ed il ci1indro non sono semp1icen1ente connessi e non sono o111comorfi tra loro. 
158 Omotopia, Rruppo fondamentale e rivestimenti I Cap. 4 Un sottospazio X dello spazio Y si dice un ritratto di Y se esiste un' applica- zione continua p : Y -+ X la cui restrizione a X sia ]' identità, cioè sia tale che p .  = Ix, dove f., : X -+ Y è l'inclusione; un' applicazione p siffatta si dice una retrazione di Y su X. 16.7 TEOREMA S l non è un ril ratto di 0 2 . Dimostrazione. Sia  : SI --+ D 2 ]' inclusione. Se esistesse una retrazione p : 0 2 --+ SI si avrebbe: P* . f.,* = (l s l)* = 11["1(81,1) : 1[1(SI, l) --+ 1[1(0 2 , l) --+ 7r1(SI, l). Ma ciò è impossibile perché 7rl (SI, 1) == Z, mentre 1ft (D 2 , l) è banale essendo D 2 semplicemente connesso. 11I 16.8 COROLLARIO (Teorema del punto fisso di Brouwer) Ogni applicazione continua f : 0 2 --+ D 2 ha abneno un punto fisso, cioè soddLfa f(x) = x per qualche x E D 2 . Dinl0Slrazione. Se esistesse una f : D 2 --+ 0 2 priva di punti fissi sarebbe possibile definire una retrazione g : 0 2 --+ SI ponendo g(x) = y, dove y è il punto di intersezione di SI con la retta (x, f(x») più vicino ad x (fig. 16.1). Il Il teorema precedente si estende a on per ogni n > 1, cioè si dimostra che ogni applicazione continua f : D n --+ D n possiede un punto fisso. Una versione differenziabile di questo teorema sarà dimostrata nel paragrafo 45 (teorema 45.4). Questi risultati sono a loro volta casi particolari di altri "teoremi di punto fisso" (quali ad esempio il teorema del punto fisso di Lefschetz; cfr. Guillemin e Pol1ack 1974) i quali affermano che, sotto opportune ipotesi, un'applicazione continua di uno spazio in se stesso possiede un punto fisso. I teoremi del punto fisso sono interessanti perché hanno svariate applicazioni in matematica. Il seguente risultato ne è un esempio. Figura 16.1 
16 I f..sempi ed applicazioni 159 16.9 TEOREMA Sia A una lnatrice 3 x 3 ad elelnenti nUlnerl reali positivi. Allora A possiede un autovalore reale positivo. DÙnostrazione. Sia D = S2 n {(x], X2, X3) : XI > O, X2 > O, X3 > O}. D è omeomorfo a D 2 e quindi, per il teorema di Brouwer, ogni applicazionc continua di D in sé ha un punto fisso. Sia F : R 3 ---+ R 3 l'applicazione lineare dcfinita dalla matrice A. Se x E D allora F(x) ha tutte le coordinatc positive per l'ipotesi su A e perché le coordinate di x sono tutte non negative. Quindi ponendo f(x) = 11:11 si definisce un'applicazione continua I : D ---+ D. Sia v E D un punto fisso di f; si ha: IIF(v)llv = F(v) e quindi v è un autovettorc di F con autovalore IjF(v)1I > O. Il Il prossimo risultato che dimostreremo è utile per calcolare il gruppo fonda- nlentalc in molti casi. Esso è un caso particolare del teorema di Van Kampen, il quale esprime il gruppo fondamentale di uno spazio della forma X = U U V, con U, V aperti, in termini dei gruppi fondamentali di U, V c U n V. La dimostrazione del teorema di Van Kampen va però al di là degli scopi di questo testo; il lettore intcressato può consultare Greenberg (1967). 16.10 TEOREMA Sia X = U U V, con U, V aperti semplicelnente connessi e tali che U n V sia connesso per archi. Allora X è semplicelnente connesso. DÙnostraziolle. Sia Xo E U n V e sia f : I ---+ X un cappio di base Xo. Sarà sufficiente dimostrare che I è equivalente a un cappio interamente contenuto in U. Pcr la compattezza di I esistono O = to < t l < ... < t n = 1 tali che, per ogni i = 1,..., n, f(lti I, ti]) sia contenuto in U o in V. Scegliamo una suddivisione siffatta tale chc il numero n sia il nlinimo possibile. Allora feti) E UnV per ogni i. Supponiamo infatti che ad csempio feti) rt: U: al- lora I(rti hti1) e f([titi+ll) sono contenuti in V, e quindi anche f([ti l,i+d) C V; n1a allora possiamo omcttcre ti dalla suddi visione, e ciò contraddice la minimalità di n. Pcr ogni i = l  . . . , n sia li : I ---+ X l'arco ottenuto riparall1etrizzando la restrizione di I a [ti-l,ti l, cioè definito come fi(t) = f(l-t)ti l +tti). Per costruzione fi è un arco interamente contenuto in U oppure in V. Facciamo vcderc che se fi non è contenuto in U allora è equi valente ad un arco contenuto in U. Poiché gli estremi di li appartengono a U n V, per la connessione per archi di U n V esistono archi a, b in U n V tali che a(O) = Xo, a( 1) = fiCO), e b(O) = Xo, bel) = fi(l) (fig. 16.2). 
160 Omotopia, gruppo fondamentale e rivestimenti I Cap. 4 .1 . ; ' '. .'< e\. . 6J "'" ""\ b , I a '/ xo/ f. I Figura 16.2 La composIzIone a * li * bO è un cappio in V di base xo; per la semplice connessione di V questo cappio è equivalente in V, e quindi anche in X, al cappio costante c Xo ; pertanto li è equivalente in X all'arco aO*b, che è interamente contenuto in U, essendo addirittura contenuto in U n V. Sia Fi : li :::rcl {o, l} aO * b un' omotopia che rea1izza l' equi valenza. Ri parametrizzando e incollando le Fi otteniamo un' applicazione F : I x I -+ X così definita: ( s - ti . l ) F(s, t) = Fi . . ' t t'l - t'l - l S E r ti - l, ti J. Per costruzione F è un'omotopia reI {O, l} tale che F(s, O) = I(s), e F(s, 1) E U per ogni S E I. Il 16.11 COROLLARIO La sfera sn è selnplicelnente connessa per ogni n > 2. DÙnostrazione. Sia O < é < l, e siano U = {x E sn : Xn+l > -e}, V = {x E Sn : Xn+l < .s}. U e V sono aperti di sn semplicemente connessi perché omeomorfi a D n , e U n V è connesso per archi. Dal teorema 16.10 segue che Sn è semplicemente connessa. !!Il Terminiamo questo paragrafo con una dimostrazione del teorema fondamentale dell' algebra che utilizza l' omotopia. 16.12 TEOREMA FONDAMENTALE DELL"ALGEBRA Ogni pO/Ù101nio non costante a coe.f!icienti c0111plessi P(Z) = ao + al Z + . . . + anZ n possiede una radice in C. 
16 I Esempi ed applicazioni 161 DÙuostrazione. Possiamo supporre a n = I, cioè che P(Z) = ao + al Z + . . . + zn sia monico di grado effettivo n > l. Sia: Q(T) = ao +  T + . . . +  T n - l + T n c n c n - l C dove c E C è una costante non nulla. Per ogni t E C si ha: P(ct) = cnQ(t) e quindi un numero complesso t è radice di Q(T) se e solo se ct è radice di P(Z). Pertanto ai fini della dimostrazione del teorema non è restrittivo sostituire P(Z) con il polinomio Q(T); inoltre se scegliamo c in modo che lei  O i coefficienti di Q(T) soddifano: I ao I I a l I I an l I c n +  +... +  < l. Pertanto, salvo sostituire P(Z) con Q(T) per un opportuno c, possiamo supporre che P(Z) soddisfi la condizione: I ao I + I a l I + . . . + I a n - 11 < J. Faremo vedere che P(Z) possiede una radice nel disco unitario D 2 . Supponiamo per assurdo che P(z) =I- O per ogni z E D 2 . Allora P definisce un' applicazione continua p : D 2  C\ {O} la cui restrizione a Si q : SI  C\ {O} è omotopa a una costante (cfr. esempio 13.2(2». Per ogni (z, t) E Si X I poniamo: F(z, t) = zn + t(a n _ l zn - l + . . . + al z + ao). Si ha IF(z,t)1 > Iznl-It(an _lZn -l +...+alz+ao)1 > > ] - t ( I a n - l Z n-Il + . . . + I aO I) = = 1 - t(laol + lall + . . . + la n Il) > O. Pertanto F : S l X I  C\ {O} dcfinisce un' omotopia tra l'applicazione zn : S l   C\ {O} e q, e quindi zn è omotopa a una costante. D'altra parte zn : SI -t C\ {O} è la composizione di zn : S l  S l con l'inclusione SI -+ C\ {O}: la prima 
162 Omolopia, gruppo fondamentale e rivestimenti I Cap. 4- applicazione induce l' omomorfismo 1[1(8], 1)  1r1(SI, 1), "moltiplicazione per n", che è diverso da zero, mentre l'inclusione SI  C\ {O} induce un isomorfismo di gruppi fondamentali perché è un' equivalenza omotopica; quindi (zn)* : 1r1 (SI, l)  1rl (C\ {O}, l) è non nullo e zn non è omotopa ad una costante. Abbiamo ottenuto una contrad- dizione e il teorema è dimostrato. !Il 17 Rivestimenti Un'applicazione continua di spazi topologici p : R  X è un rivestinlento se è suriettiva e se ogni x E X possiede un intorno aperto U x tale che p l (U x ) sia unione disgiunta di aperti ognuno dei quali viene mandato da p omeomorficamente su U x . Un aperto U x con tale proprietà si dice ben ricoperto. È ovvio che ogni rivestimento è un olneomorfisnlo locale. Il viceversa è falso perché un omeomorf1smo locale non è in generale suriettivo: ad esempio un'immersione aperta A C X è un omeomorfismo locale ma non è un rivestimento se A"1 X. L'applicazione E : R  SI, E( x) = e 27rix , è un rivestimento; la sua restrizione a un qualsiasi aperto proprio di R è un omeomorfismo locale ma non è un rivestimento. U 11 altro esempio di rivestimento è la proiezione naturale T : sn  pn. Il lemnla seguente descrive alcune proprietà generali dei ri vestimenti. 17.1 LEMMA Sia p : R  X un rivesti/nenlo. (a) Per ogni aperto U C X, la restrizione PU : p - l (U)  U è un rivestinlento. (b) Se Y è una cOfnponente connessa di R e X è connesso e /ocalnIente connesso, la restrizione q : Y  X è un rivestÙnento. Cc) Per ogni x E X P I (x) è un sottospazio discreto di R. (d) Se X è connesso e locabnente connesso e se per qualche x E X P ](x) è un insielne finito costituito da n punti, ciò è vero per ogni altro punto x' E X. Il nUlnero n si dice grado del rivestimento p. D i,nost ra zi on e ( a) è lasciata al lettore. (b) Dalla definizione di rivestimento segue che anche R è localmente connesso. 
/7 I Rivestimenti 163 Poiché Y è aperto in R (cfr. eserCIZIO 11.10) e p è aperta, p(Y) è aperto in X. D'altra parte, sia x E p(Y) e sia U x un intorno connesso di x ben ricoperto. Si ha p l (U x ) n Y # 0 perché U x n p(Y) # 0 e quindi Y contiene qualche componente connessa di p l (U x ) che viene nlandata da p omeomorficamente su U x . In parti- colare x E p(Y), cioè p(Y) è anche chiuso. Poiché X è connesso, p(Y) = X, cioè q è suriettiva. L'esistenza di intorni ben ricoperti di ogni punto si verifica subito. (c) Sia U C X un aperto ben ricoperto contenente x. Ogni r E p l (x) è contenuto in un aperto V r mandato da p omeomorficamente su U, e quindi non contenente alcun altro r ' E p 1 (x). (d) Sia Z C X il sottoinsieme CostItUIto dai punti z E X tali che p ] (z) consiste di n punti. Z # 0 perché x E Z. Sia z E Z e U z un intorno connesso di z ben ricoperto. Poiché p- l (z) consiste di n punti, p ] (U z ) possiede n cOIllponenti connesse, e quindi p - I (z') consiste di n punti per ogni z' E U z cioè U z C z: pertanto Z è aperto. D'altra parte, se t E Z , e se U t è un intorno connesso di t ben ricoperto, U t n Z # 0 e quindi, ragionando come prima, si deduce che U t C Z: in particolare t E Z e quindi Z è anche chiuso. Poiché X è connesso, si ha Z = X, cioè l'asserto. Il Per comodità, nel seguito di questo paragrafo considereremo coppie (X, xo) costituite da uno spazio topologico X e da un suo punto xo; chiameremo una coppia siffatta spazio topologico puntato (o con punto base); un 'applicazione continua (un olneonlorjisnlo, un rivestÙnento, ecc.) di spazi topologici puntati I : (X, xo) ---7 (Y, Yo) è un' appJicazione continua (un omeomorfismo, un rivestimento, ecc.) t : X -4 Y tale che I(xo) = Yo. Dimostreremo una serie di risultati che mettono in relazione il gruppo fonda- mentale di uno spazio con i suoi rivestimenti. La teoria che svilupperemo è basata su opportune generalizzazioni dei lemmi 16.1 e ] 6.2. 17.2 TEOREMA (di unicità del sollevamento) Siano p : (R, ro) ---7 (X, xo) un rivestinzento e t : (Y, Yo) -4 (X, xo) un'applicazione continua di spazi lopologici puntati con Y connesso. Se esiste un'applicazione continua l' : (Y, Yo) ---7 (R, ro) tale che p' l' = t (cioè un sollevamento di f), essa è unica. Dimostrazione. Supponiamo che l'' : (Y, Yo) ---7 (R, ro) sia un altro sollevamento di f. Siano A = {y E Y : l' (y) = t" (y ) } B = {y E Y : t' (y ) # t" (y ) } . Si ha Y = A U B, A n B = 0, e A#0 essendo ,Un E A. Dimostreremo che sia A che B sono aperti: da ciò seguirà che B = 0 e che A = Y perché Y è connesso. 
164 Omotopia, gruppo fondamentale e rivestimenti I Cap. 4 Sia f} E Y e sia U C X un intorno aperto di I(f}) ben ricoperto. Se y E A il punto l' (f}) = l'' Cf}) appartiene a un aperto V di R mandato da p ol11eomorficamente su U; sia q : U  V l'omeomorfismo inverso. Allora j' - I (V) n f" - I (V) è un intorno aperto di f} contenuto in A perché per ogni y E j' I (V) n j" I (V) si ha: j'(y) -= q(f(y») = f"(y); pertanto A è aperto. Se f} E B allora i punti f' (f}) ed j" (f}) di R appartengono ad aperti disgiunti V' e V" rispettivamente, mandati da p ol11eomorficamente su U. Allora f' I (V')n nf" - l (V") è un intorno aperto di fj contenuto in B, e quindi B è aperto. . 17.3 TEOREMA (di sollevamento degli archi) Siano p : (R, ro)  (X, xo) un rivestimento e a un arco in X di punto iniziale Xo. Esiste un unico arco ao 1n R di punto iniziale ro tale che p' a() = a; ao si dice sollevamento di a. Dimostrazione Esistenza. Supponiamo dapprima che X sia ben ricoperto; SIa V C R un aperto contenente ro Inandato da p omeomorficamente su X e sia q : X ---+ V l'omeomorfismo inverso. Allora a' = q . a è un sollevamento di a. Passiamo al caso generale. Poiché I è compatto ed a è continua, possiamo sud- dividere I in sottointervalli [to, td, lt" t2], ..., [t n -}, tnJ, O = to < tI < . . . < t n = 1 tali che a(lti. l, ti D sia contenuto in un intorno ben ricoperto di a(ti l) per ogni i = l, . . . , n. Ragionando come nella prima parte della dimostrazione vediamo che esiste al : [to, tI l ---+ R continua tale che al (O) = TO e p' al = allo,tl1' Procediamo per induzione su i: supponiamo di aver definito ai : [O, ti l ---+ R continua tale che ai(O) = ro e p' ai = allo,til' Nuovamente, ragionando come nella prima parte della dimostrazione possiamo sollevare al 1 t ntt ...11 a un' applicazione continua (J1: : [ti, ti+d  R tale che (Ji(ti) = ai(ti) e p. (Ji = a!tti,t J +!1' Incollando ai con ai otteniamo Q;i+1 : [O, t 1 :+ I ] ---t R continua tale che ai+1 (O) = To e p' ai+l = al[O,tt+ll' Allora l'arco a' = a n è un sollevamento di a. Unicità. Segue dal teorema 17.2. /I Ovviamente il sollevamento ao dipende dal punto iniziale ra. Per ogni altra scelta di r E p l (xo) il teorema fornisce un diverso sollevamento a di a di punto iniziale r. 17.4 TEOREMA (di sollevamento dell' omotopia) Siano p : (R, ro) ---t (X, xo) un rivestimento, a un arco in X di punto iniziale Xo ed a' = a() il sollevan1ento di a. Per ogni o1notopia F : I x I ---t X tale che F(s, O) = a(s) per ogni s E I esiste un 'unica olnotopia F' : I x I ---t R tale che p' F' = F e F'(s, O) = a'(s) per ogni sEI. 
17 I Rivestimenti /65 Dilnostraziolle. La dimostrazione è molto simile a quella dcl lemma 16.2. Per ogni S E I sia Fs : I --t X l'arco di punto iniziale a(s) definito da F.e;(t) = FCs, t). Per il teorema 17.3 esiste un unico sollevan1ento F : I --t R di Fs tale che F(O) = a'(s). Definialllo F' : I x I -+ R ponendo F'(s, t) = F(t) per ogni (s, t) E I x I. L'applicazione F' soddisfa p' F' = F e F'(s, O) = a'(s) pcr ogni s E I; inoltre F' è unica con queste proprietà, per l'unicità dei sollevamcnti F.. Resta da verificare che F' è continua. Poiché I x I è compatto e F è continua, anche FCI x I) è compatto; gli aperti ben ricopcrti di X costituiscono una base, e quindi esiste una famiglia finita di aperti ben ricoperti {U],..., UN} che ricopre F(I x I). Gli aperti F-- I (U I ), . . . , F I (U N) ricoprono I x I. Siano O = So < SI < . .. < sm = 1 e O = t o < ti < . . . < t n = 1 tali che per ogni j = 1, . . . , m, i = 1, . . . , n si abbia r sii, si l x [ti - I, ti] C FU l (U k) per qualche k. Pcr ogni j = l, . . . , m, F'(lsj - I, si l x [O, tI]) è un sottoinsieme connesso di R pcrché gli insiemi F'( {s} X [O, tIl) = F(rO, td), s E [S} h si J , sono connessi e in- tersecano l'insieme conncsso F' C[ si - I, s} l x {O}) = a' ([ Sii' si J). Quindi, avendosi: p( F' C [ S j - I , si J x [O, t I ]» = F (r S) I, S} l x [O, t d) C U k per qualche k, F'Clsj - l, SjJ x [O, tIl) è contenuto in un aperto Vk n1andato da p omeomorficamcntc su U k; pertanto: .Fj'[Sj I.S]]X[OtIJ = (PIV k ) l. FìIS} I,S]]X[o.tll è continua. Pcr incolIamcnto segue che lI'Ix[o,td è continua. Per induzione suppo- niamo di aver dimostrato che lI'Ix[o,t z l è continua per qualche 1 < i < n - l. Per ogni j = l,..., m, F'([si ], S}] X [ti, ti+d) è un sottoinsieme connesso di R perché i sottoinsiemi F' ( { s} x r ti, t i + l ]) = F:: ([ t i, t i+ Il ) , s E [s j -- I , S j l , sono connessi e intersecano F'([sj l, SjJ x {ti}), anch'esso connesso per l'ipotesi induttiva. Da ciò seguc come prima che  I ' [ _ J lt t J è continua, e per incolla- s] - ] ,s] X n HI mento anche lI'I x lt t ,t z +d lo è. Di nuovo per incollamento deduciamo che Fì'Ixlo,ti+d è continua, e quindi F' è continua. Il 17.5 COROLLARIO Siano p : (R, TO) -+ (X, xo) un rivestÙnento e a, {3 due archi in X di punto iniziale Xo. Se a rel {n,I} {3 allora i loro sollevamenti soddisfano ao rel {o.]} {3o. In particolare ao (1) = {3() (l ). Dimostrazione. Sia F : a rel {O,l} {3 un'omotopia relativa e sia F' : I x I  R il suo sollevamento. Si ha F' (s, O) = a' (s) per ogni S E I; inoltre F' (O, t) = TO per 
166 Omolopia, gruppo fondamentale e rivestimenti I Cap. 4 ogni t E I perché FJ : I  R è il sollevamento dell'arco costante Fo : I  X, Fo(t) = F(O, t) = Xo; similmente F'(I, t) = ao(l) per ogni t E I perché F{ : I  R è il sollevamento dell'arco costante FI : I  X, FI(t) = F(l,t) = a(l). Quindi F' è un'omotopia relativa a {O, l}. Inoltre F'(s, 1) = f3o(s) per ogni s E I perché F'(O, 1) = TO e F(s, ]) = f3(s). Quindi F' : a() rcl {o, l} f3(). Il 17.6 COROLLARIO Se p : (R, TO)  eX, xo) è un rivestimento, l' 01110morjislno indotto P* : 7r1 (R, T()  7rl (X, xo) è iniettivo. Dimostrazione. Se l' è un cappio in R di base ro tale che p' l' ""' rei {o l} C Xo ' cioè tale che p*(f/'l) = [cxoL allora segue dal corolIario 17.5 che l' :::rel{o,l} Cro, cioè [l'J = [cro]' Il Consideriamo un rivestimento p : R  X e un cappio a : I  X di base un punto Xo E X. Per ogni r E p I (xo) il sollevamento a : I  R è un arco di punto iniziale r il cui punto finale a( 1) dipende solo da r e da r a l E 7rl (X, xo), per il corollario 17.5, e appartiene a p I (xo). Si ottiene in questo modo un' applicazione: p - ] (xo) X 7r] (X, xo)  p-l (xo) ( r, l a J)  a e 1 ). [17.11 17.7 PROPOSIZIONE Sia p : R  X un rivestinlento e Xo E X. La r 17.11 definisce un'azione di 7r1 (X xo) su p-I (xo): r[aJ = a(I) In cui lo stabilizzatore di un punto ro E p I (xo) coincide con il sottogruppo p*(7rl(R, ro» di 7r1(X, xo). L'azione è transitiva se e solo se p- I(xo) è contenuto ln una cOlnponente connessa per archi di R. DÙnoslrazione. La proprietà T[C xo l = T per ogni T E P l (xo) è ovvia. La verifica del fatto che T([ a H(31) = (r[a])[f3) per ogni [a], [f3] E 7r] (X, xo) e r E p l (xo) è lasciata al lettore. Affinché r al E 1ft (X, xo) stabilizzi il punto TO E p- l (xo) è necessario e sufficiente che si abbia D:o (1) = TO, cioè che ao sia un cappio di base TO; poiché D: = P . ao' ciò significa che [aJ E P*(7rl (R, ro». L'ultima asserzione è conseguenza del fatto che ogni arco di estremi due punti TO, TI E P l (xo) è della forma ao per qualche cappio a : I  X di base Xo (la sua proiezione). Il L'azione descritta dalla proposizione precedente è chiamata lnonodrolnia del rivestimento p sulla fibra p l (xo). La monodromia associa ad ogni [a] E 7r1 eX, XO) una biezione dell 'insieme p- ] (xo) in sé stesso, cioè una permutazione di p ] (x(). 
18 I Rivestimenti universali 167 L'insieme delle permutazioni di p ] (xo) così ottenute costituisce un sottogruppo del gruppo di tutte le permutazioni di p- I (xo), che si chiama gruppo di nlonodr(J1nia del rivestimento p nel punto Xo. 17.8 COROLLARIO (a) Sia p : (R, TO)  (X, xo) un rivestÌ/nenio di spazi topologici puntati, con R connesso per archi. C'è una corrispondenza biunivoca naturale tra l'insienle p l (xo) e !'insienze delle classi laterali destre di P*(7r] (R, TO» in 7r1 (X, xo). Quindi se p l (xo) è finito la sua cardinalità è uguale all'indice di P*(7r1 (R, ro» in 7r] (X, xo). Cb) Sia p : R  X un rivestÙnento tale che R sia connesso per archi. Allora tutte le fibre p - ] (x) hanno la stessa cardinalità. Dbnost razione (a) La corrispondenza è indotta dall'azione [17.1 J e associa a una classe laterale p*(7rI(R,ro»[O:] l'elemento rolo:J = O:o(l). La biunivocità segue dalla proposizione 17.7. (b) Siano Xo, XI E X, To E p-I(XO)' TI E p-l (x]), sia 0:': I --+ R un arco tale che 0:'(0) = ro, 0:'(1) = TI, e sia o: = p . 0:' : I --+ X. È immediato verificare che il diagramma: 7r a' : 7r1 (R, ro) --+ 7r1 (R, TI) P* l P* l 7r a : 7rl (X, XO) --+ 1r1 (X, XI) è commutativo. Pertanto l'isomorfìsmo 1ra manda il sottogruppo P*(1rj (R, ro» sul sottogruppo P*(1rI (R, TI», e quindi induce una biezione dell'insieme delle classi latcrali destre di P*(7r1 (R, TO» su quello delle classi laterali destre di P*(7r1 (R, r] ». Il Esercizio 1. Siano p : R ---+ X, q : S ---+ Y rivestimenti. Dimostrare che l'applicazione p x q : R x S ---+ ---+ X X Y, (p x q)(r, s) = (p(r), q(s», è un rivestimento. 18 Rivestimenti universali Uno spazio topologico T si dice [ocalnIente connesso per archi se ogni punto t E T possiede un sistema fondamentale di intorni aperti connessi per archi. /n questo paragrafo tutti gli spazi che considereremo si supporranno implici- tal1lente connessi per archi e locabnente connessi per archi. 
168 Omo{opia, gruppo fondamentale e rivestimenti I Cap. 4 18.1 DEFINIZIONE Un rivestimento p : R ---+ X in cui R è semplicemente connesso è detto un rivestimento universale di X. Un esempio di rivestimento universale è l'applicazione E : R  S], E (x) = e 21rÌx che abbiamo studiato nel paragrafo 16. 18.2 PROPOSIZIONE Sia p : (R, ro)  (X, xo) un rivestÙnento universale di spazi topologici puntati. C'è una corrispondenza biullivoca naturale tra p- l (xa) e 7rl(X, xo). Dimostrazione. È un caso particolare del corollario 17.8. Il 18.3 Esempio Sia pn lo spazio proietti vo reale di dimensione n > 2, e sia T : sn --+ pn la proiezione naturale. T è un rivestimento e, poiché sn è semplicemente connessa, T è un rivestimento universale. Per ogni p E pn la fibra T l (p) consiste di due elementi: segue dalla proposizione 18.2 che 7rl (pn) è un gruppo costituito da due elementi. Quindi' 7r] (pn) '::::! Zj2. Invece pl è omeon10rfo a SI e quindi 7r) (Pl) == Z. In particolare pn non è semplicemente connesso per ogni n > 1. La proposizione 18.2 mette in evidenza una proprietà importante dei rivesti- menti universali. Anche il prossimo risultato ha conseguenze importanti nel caso particolare dei rivestimenti universali. 18.4 TEOREMA Sia (R, ra) !p f : (Y, Yo)  (X, xo) [18.1] un diagralnlna di applicazioni continue tra spazi topologici puntati, con p un rivestimento. Le seguenti condizioni sono equivalenti: (a) esiste un sollevamento g : (Y, Yo) --+ (R, ra) di f; (b) f*(7r] (Y, Yo» C P*(1r] (R, ro». Dimostrazione (a)  Cb) Segue dalle proprietà funtoriali del gruppo fondamentale. (b) =.} (a) Definiamo g nel modo seguente. Per ogni y E Y sia o: : I --+ Y un 
18 I Rivestimenti universali 169 arco tale che a(O) = Y(h a( 1) = Y; l'arco f. a : I -+ X soddisfa (f. a)(O) = Xo, (f . 0:)( 1) = I(y); sia (f. a)o : I -+ R il suo sollevamento di punto iniziale ro. Poniamo g(y) = (f . a)o(l). Verifichiamo che g è ben definita. Se (3 : I -+ Y è un a1tro arco tale che (3(0) = Yo, {3C 1) = y allora a * {30 è un cappio di base Yo e f(a * (30) è un cappio in X di base Xo. Per ipotesi lf(a * {30)J E P*(7r1 (R, ro» e quindi f(a * (30) si solleva a un cappio di base ro (proposizione 17.7). Ciò significa che i sollevalnenti di I. a e di f. (3 hanno lo stesso punto finale, cioè che (f. a)o (l) = (f . {3)() (1), e quindi g è ben definita. g è continua. Sia infatti y E Y, e sia, come nella prima parte della dimostrazione, o: : I -+ Y un arco tale che a(O) = Yo, a( 1) = y; sia U C R un intorno aperto di g(y), che possiamo supporre essere mandato da p omeomorficamente sull' ape110 p(U), e sia V C Y un intorno aperto di y connesso per archi tale che f(V) C p(U). Per ogni y' E V esiste un arco (J : I -+ V tale che (J (O) = y, (J ( 1 ) = y': poiché a * (J è un arco di punto iniziale Yo e finale y', si ha g(y') = (/C a * (J ) )o (1) = (f . (J )(y)( l), e questo punto appartiene a U perché f. (J è contenuto in p(U) e (f. (J )(y)(O) E U. Quindi g(V) C U, e pertanto g è continua in y; per l'arbitrarietà di y E Y ciò dimostra che g è continua. 11I 18.5 COROLLARIO (a) Sia dato un diagranlnlu [18.1 J di applicazioni continue tra spazi topologici puntati, con p un rivesfÙnento. Se Y è senlplicemente connesso allora un sollevamento g di f esiste. (b) Se p : (R, ro) -+ (X, xo), q : (T, to) -+ (X, xo) sono due rivestinlenti universali di X, esiste un unico 01ne01110rfismo <I> : (R, ro) -+ (T, to) tale che q. cI> = p. DÙnostrazione. La (a) è evidente. Dimostriamo la (b). Il teorema 18.4 applicato prima al rivestimento q e poi al rivestimento p implica l'esistenza di cI> : (R, ro) -+ ---t (T, t o ) e di \}J : (T, to) -+ (R, ro) tali che q' <I> = p e p . '¥ = q, e quindi tali che q . <l> . \}J = q, p. \}J · <I> = p. Per l'unicità del sol1evamento (teorema 17.4) applicata ai diagrammi (T, t o ) L q q : (T, t o ) -+ (X, xo) e (R, ro) Lp p : (R, ro) -+ (X, XO) 
/70 Om%pia, f?ruppo fondamentale e rivestimenti I Cap. 4 rispetti vamentc, si ha <p. 0/ = l T, qt. <I> = l R, e quindi <P e \fJ sono omeomorfismi inversi uno dell'altro. L'unicità di <P segue ancora dal teorema 17.4. 11I Dal corollario 18.5(b) segue dunque che un rivestimento universale di uno spazio X, se esiste, è unico a meno di omeomorfismo. Un caso particolare della (a) del corollario 18.5 è la seguente: 18.6 PROPOSIZIONE (Proprietà universale dei rivestimenti universali) Sia p : (R, ro) ---t (X, xo) un rivestÌ1nento universale. Per ogni rivestÙnento q : (Y, Yo) ---t ---t (X, xo) esiste un 'unica applicazione continua g : (R, ro) ---t (Y, Yo) tale che q . g = p, e g è un rivestÙnento. DÙnostrazione. Resta solo da dimostrare che g è un rivestimento; la verifica è un semplice esercizio che lascialllo al lettore. !Il Un caso particolare della proposizione 18.6 è il seguente: 18.7 COROLLARIO Se g : (R, ro) ---t (X, xo) è un rivestÙnento, con X se111pli-. celnente connesso, al/ora g è un (J1neonUJrjislno. Vogliamo ora occuparci del problema del1'esistenza del rivestimento universale di un dato spazio topologico X. Osserviamo innanzitutto che se p : R --+ X è un rivestimento universale e V c X è un aperto ben ricoperto, allora per ogni cappio a : I ---t V esiste un'omotopia reI {O, l} in X tra a e un cappio costante: infatti a si solleva a un cappio a' in R il quale, per la semplice connessione di R, è omotopo reI {O, l} ad un cappio costante e l'omotopia induce un'omotopia in X tra a e un cappio costante. Pertanto X soddisfa la seguente condizione: Ogni punto x E X è contenuto in un aperto V tale che ogni cappio di base x contenuto in V è omotopo reI {O, l} in X al cappio costante c x . U no spazio X soddisfacente questa condizione si dice [ocabnente senlplicelnente C011nesso. Quindi una condizione necessaria affinché X possieda un rivestimento universale è che X sia localnlentc semplicemente connesso. 18.8 Esenzpio Sia X = U C n C R 2 , dove C n C R 2 è la circonferenza di centro il punto n (  , o) e raggio  (fig. 18.1). Questo spazio è connesso per archi e localmente connesso per archi, ma non è locahnente semplicemente connesso perché la condizione della definizione non è soddisfatta nell' origine. Quindi X non possiede un rivestimento uni versale. 
/8 I Rivestimenti universali /71 Figura 18.1 Dimostreremo ora un teorema di esistenza per i rivestimenti. 18.9 TEOREMA Se X è uno spazio connesso pera rchi, /ocabnente connesso per archi e locabnente se11'lplicelnente connesso allora X possiede un rivesti/nenlo un ive rsale. Dimostrazione. Fissiamo Xo E X. Sia A(X; xo) l'insieme degli archi in X aventi per punto iniziale Xo e sia "",," la relazione di equivalenza, già introdotta nel paragrafo 14: a  (3 se a e (3 sono omotopi relativamente a {O, l}. In parti- I Il l ) l S . R A(X; xo) l ,. . . co are se a '"'-' (3 a ora a( = (3(). la = InSIeme quozIente e per .........., ogni a E A(X; xo) sia [a] E R la classe di equivalenza di a. Definiamo p : R -io X ponendo p(laJ) = a(I). Introduciamo una topologia in R assegnandone una base nel modo seguente. Per ogni [aJ E R e per ogni aperto V C X contenente p(laJ) SIa l a, V] = {[ a * (3 J : (3 arco in V di punto iniziale a( l)} C R. Ovviamente a E la, V] e gli insiemi la, V] ricoprono R. Inoltre, se l(3] E E [al, Vd n [a2, V 2 ] allora [f1] E l(3, VI n V 2 ] C la!, Vd n [a2, V:d; quindi [a" V,l n n[a2, V 2 1 è unione di insiemi [a, V]. Pertanto la famiglia di insiemi {[ a, V]} è base di un' unica topologia su R. p è continua: sia U C X un aperto e sia a E p- l (U). Allora [a, Ul è un aperto di R contenente a e pela, Un C U; dunque p è continua. p è aperta: infatti p([ a, Vl) è la componente connessa per archi di V contenente p(a): pertanto pela, Vl) è aperto in V e quindi in X perché V, come X, è localmente connesso per archi. 
172 Omotopia, gruppo fondamentale e rivestimenti I Cap. 4 p è un rivestilnento: sia x E X e sia U un aperto contenente x, connesso per archi e tale che ogni cappio in U di base x sia omotopo reI {O, l} al cappio costante c x . Per ogni a E p I(U) si ha p(la UJ) = U. Inoltre se [a*{j], [a*{1'l E fa, U] sono tali che p([a*{1J) = p([a*{1']) allora iJ(l) = iJ/(l) c, per la scelta di U, {1 rcl {o1} {1'; quindi r a * {3] = r a * {1'1. Pertanto la restrizione di p a la, U J è biunivoca su U oltre che continua ed aperta. Dunque p manda [o:, Ul omeomorficamentc su U. Pertanto, poiché p ] (U) è unione disgiunta degli aperti la U], U è ben ricoperto c quindi p è un l'i vesti mento. R è connesso per archi. Sia [cxoJ E R la classe del cappio costante in Xo. È sufficiente costruire, per ogni [a l E R, un arco in R di punto iniziale lc xo l e punto finale [a]. Poniamo as(t) = a(st) per ogni s, t E I. L'applicazione a: : I  R, cPa(s) = [a s ], soddisfa cPa(O) = [cxoJ, <Pa(l) = [al, p' cPa = a. Inoltre cPa è continua: per ogni s E I e per ogni intorno aperto V di a(s) = P(<Pa(s», sia e > O tale che a«s -, s + e» C V; si verifica subito che <Pa:(s - e, s + e» C [<pa:(s), VJ = [O:s, V], e quindi <Pa è continua. R è selnplicelnente connesso. Sia <P : I  R un cappio di base [c xo l e sia a = p.cP. Per l'unicità del sollevamento si ha <P = <Pa:. Quindi la] = cjJ(l) = [c xo ] perché cP è un, cappio. Ne discende che a "-J C Xo e quindi anche <P è omotopicamente equivalente al cappio costante di base r CXo l per l'iniettività di P* : 7r1 (R, r C Xo D  7rl (X, Xo). Il Le ipotesi del teorema 18.8 sono in particolare soddisfatte dalle varietà topo- logiche connesse. Quindi deduciamo il seguente 18.9 TEOREMA Ogni varietà topo[ogica cOllnessa possiede un rivestinlellto universale. Ad esempio il toro T 2 = SI X SJ possiede il rivestimento universale: p : R 2  T 2 p(x, y) = (E(x), E(y» = (e 21rix , e 21riy ) (cfr. esercizio 17.1). La sfera sn, n > 2, essendo semplicemente connessa, è rivestimento universale di se stessa, cioè ha come rivestin1ento universale l'identità sn  sn. 
Capitolo 5 Varietà differenziabili In questo capitolo abbandoneremo la generalità della topologia per passare a considerare le varietà differenziabili studiandone le principali proplictà. La nozione di varietà differenziabile è una delle più importanti di tutta la matematica. Molti degli spazi topologici che abbiamo considerato nei capitoli precedenti sono esempi di varietà differenziabili, e ora li tratteremo in modo diverso utilizzando strumenti del calcolo differenziale di più variabili. 19 Funzioni e applicazioni differenziabili - Varietà In questo paragrafo introdulTemo alcune nozioni di calcolo differenziale di più variabili reali che vengono utilizzate nello studio delle varietà differenziabili. Ci limiteremo ad alcuni richiami che hanno soprattutto lo scopo di fissare notazioni e terminologia. Per maggiori dettagli rinvieremo il lettore ai testi di Analisi I\1atematica, nei quali questi argomenti vengono sviluppati in modo sistematico e approfondito. Denoteremo con U l, . . . , Un le funzioni coordi nate in R n . Sia U un aperto di R n , a = (aI,..., a n ) E U, v E R n e sia F : U -+ R una funzione. La funzione con1posta: t  a + tv  F(a + tv) è definita in un intorno di O E R. La sua derivata in O, cioè il limite l . F(a + tv) - F(a) 1m t-+o t se esiste, si dice derivata direzionale di F in a nella direzione v, o rispetto a v, e si denota v(F)a. 
/74 Varietà diflerenziabili I Cap. 5 Se v = ej, il j-esimo vettore della base canonica, la derivata direzionale ej(F)a si dice j-esÙna derivata parziale di F in a, o anche derivata parziale di F in a . d . d h 8F rIspetto a Uj, e SI enota anc e _ 8 (a). u. } 19.1 PROPOSIZIONE Siano U C R n un aperto, a E U, v, w E R n , F, G : U  R funzioni, e a, bER. Valgono le seguenti identità ogni volta che prÙno e secondo lnelnbro esistono: (av + b\\')(F)a = av(F)a + bw(F)a v(aF + bG)a = av(F)a + bv(G)a [19.11 v(FG)a = v(F)aG(a) + F(a)v(G)a La din10strazione è lasciata al lettore. Una funzione F : U  R sarà detta di e/asse C(O) in U se è continua in U, di classe C(I) se è continua e tutte le S1J_ dJriY_l t;:ntfziali pim_e:.iJQDO in 9g[l}_ p un .t9 di U  sono funzioni continue in U. Le derivate parziali seconde, terze ecc. di F si definiscono induttivamente. F sarà detta di classe C(k), k > O, in U se è di classe C(O) e tutte le sue erivate parziali di ogni ordine minore o uguale a k esistono in ogni punto di U e sono funzioni continue in U. F è di classe C(DO) se è di classe C(k) per ogni k > O. Ovviamente, se F è di classe C<k) in U, F è anche di classe C(h) in U per ogni O < h < k. Se F è di classe C<k\ k > 2, la sua derivata parziale di ordine h < k eseguita rispetto alle variabili Ui l' ui 2 ,..., ui h nel punto a E U si denota ahF (a). aUi I aU 1 : 2 . . . aUi h Per funzioni di classe C(k) le derivate parziali successi ve sono indipendenti dall' ordine in cui vengono eseguite; cosicché ad esempio, se k > 2 si ha: a 2 F (a)= a 2 F (a) au.au' 8u .au' 'l} } 'l per ogni i =I- j e a E U. Se U C R n è un aperto cF: U  Rrr è un'applicazjQne, per ogni x E U SI ha: F(x) == (F, (x), . . . , Fm(x» dove FI".', F:;;,.,,;: U  R sono le .funzioni coordinate (o c()lnp0n.,nti) di f. Diremo F di classe C(k) in U se le funzioni F j , . . . , F m sono di classe C<k)- in U; similmente diremo F di classe C(OO) in U se F"..., Fm soo di classe C(ro) in U. 
19 l Funzioni e applicazioni differenziabili - Varietà /75 Un fatto evidente, che va però sottolineato, è che la restrizione di un'appli- cazione F : U ---t R m di classe C(k) (risp. di classe C(DO» a un aperto V C U è ancora un' applicazione di classe C(k) (risp. C<DO». Inoltre l'identità di R n in sé è un' applicazione di classe CeDO), e quindi l'inclusione U C R n è di classe C(OO). Le applicazioni di classe C(k) o C(oo) si possono compon.e. Precisamente, se U C R n e V C R m sono aperti, F : U ---t R m e G : V ---t RP sono applicazioni di classe C(k) (risp. C(OO» tali che F(U) C V, allora la composizione G. F : U ---t RP è una funzione di classe C(k) (risp. C(OO». Se U, V sono due aperti di R n , una biezione F : U ---+ V si dice un df .f'eoI110rjìsI11o di classe C(k) (risp. C<OO» se le composizioni F : U ---t V C R n e F ' : V ---t [I C R n sono entrambe applicazioni di classe C(k) (risp. C(OO». Se un diffeomorfismo F : U ---t V esiste, anche F- l è un diffeomorfismo e U e V si dicono diffeol1zor.fi di classe C(k) (risp. C(OO». È utile estendere le nozioni di applicazione di classe C(kJ o C(OO), a insiemi di definizione qualsiasi, nel seguente modo. Sia X C R n un sottoinsieme, e sia F : X ---t Rrr un'applicazione. Diremo F di classe C(k) (risp. C(OO» in X se per ogni x E X esiste un intorno aperto U x di x in Rn ed un' applicazione F : U x ---t R m , di classe C<k) (risp. C(OO)") tale che: Fjxnu x = Flxnu x ' Se X C R n ed Y C R m , un' applicazione F : X ---t Y si dirà di classe CCk) (risp. C(CO» se la composizione F : X ---t Y C R m è di classe C<k) (risp. C(OO» in X. F si dirà un dfffeo/norfis111o di classe C(k) (risp. C(OO» se è biettiva e anche F ] è di classe C(k) (risp. C(OO»; se una tale F esiste diremo X e Y diffeonl0rfi di classe C(k) (risp. C(OO». La composizione di applicazioni di classe C<k) o e(CO) definite su insiemi qualsiasi è ancora di classe C(k) o C(OO), come segue subito dalla de0nizione. Inoltre, la restrizione di un' applicazione F : X --+ Y a un sottoinsieme X' C X è di classe C(k) (risp. Cl OO » in X' se F è di classe Ctk) (risp. C(CO). 19.2 DEFINIZIONE Sia X uno spazio topo[ogico. Una coppia (U, 'Pu) dove U C X è un aperto e 'PU è un olneo11zorfis111o di U su un aperto di R n sì dice una n-carta locale, oppure un n-sistema di coordinate locali, in X. Due n-carte locali (U, 'Pu), (V, 'Pv) in X si dicono C(k) -compatibili, oppure differenziabilmente compatibili di classe C(k) (k > O oppure k = 00) se U n v = 0 oppure se U n v =I- 0 e l'applicazione: 'PV . 'Pu' : 'Pu(U n V) ---t 'Pv(U n V) [19.21 è un d{ff'eo1110r.fi.nno di classe C<k) (vedi fig. 19.1). Se (U, 'Pu) è una n-carta locale in X, con abuso di notazione diremo talvolta che l'applicazione 'PU : U ---t R n è una n-carta ocale in X relativa all'aperto U. 
176 Varietà differenziabili j Cap. 5 Scriveremo <p u (p) = (x, (p), . . . , X n (p) ) dove x G._ ._,-:r-B : U ---t R sono le _ (!:l1J_ioni com ponenti dell' applicazione <pu.: U --+ --+ R n , che chiameremo coordinate locali in U definite da 'PU' Chiameremo talvolta U un aperto c()ordinatizzato di X. Un aperto contenuto in U è ancora un aperto coordinatizzato perché la restrizione di una carta locale ad un aperto più piccolo è ancora una carta locale. Nel caso k = O la condizione [19.2J è automaticamente soddisfatta perché 'PV . <Pu' è composizione di omeomorfismi e quindi è un omeomorfismo. Quindi due n-carte locali in uno spazio X sono sempre C(O)-compatibili. In R le coppie (R, t), (R, t 3 ) sono l-carte locali che }J.g!J sono C(l)-compatibili perché la funzione \IX, pur essendo un omeomorfisillo di R in sé, non è di classe CC!) in O. Si osservi che se due n-carte locali (U, <pu), (V, 'Pv) in X sono C(k) -compatibili allora sono anche C(h)-compatibili per ogni O < h < k. Siano (U, <pu), (V, <pv) due n-ca11e locali in X tali che U n V =I- 0, siano x"..., X n : U  R le coordinate locali definite da CPu, e Yl,..., Yn : V --+ R le coordinate locali definite da 'Pv. Le componenti dell' applicazione [19.2] sono funzioni a valori reali sull' aperto <pu(U n V) di R n che si diranno funzioni di transizione dalle coordinate XI,..., X n alle coordinate YI, . . . , Yn' <l'v I J <t'v -1 <t'v . <l' v l ... Figura 19.1 
19 I Funzioni e applicazioni differenziabili - Varietà 177 19.3 DEFINIZIONE Un n-atlante differenziabile di classe C(k) nello spazio topologico X è una falniglia di n-carte locali {(U,\  'P >J} AEA tale che {U A} ÀEA sia un ricoprimento di X e le carte locali (UÀ 'PA) siano a due a due C(k)-compatibili. Uno spazio topologico di Hausdorff a base numerabile in cui sia assegnato un n-atlante differenziabile di classe C(k) per qualche intero n > O si dice varietà differenziabile di classe C(k), se k > 1 oppure k = 00, e si dice varietà topologica (() di classe' c (O) ) se'--k '=:'0 (cfl: anche esel1zpio 8.11 (6»). L'intero n è la dimensione della varietà X. Direnlo anche che l'atlante {(UA, 'PÀ)}ÀEA definisce in X una struttura di varietà differenziabile di classe C(k) (se k > 1, o k = (0) oppure una struttura di varietà topologica (se k = O). Scriverenlo dim(X) = n se la varietà X ha dÙnensione n. È evidente che una varietà di classe C(k) è anche una varietà di classe C(h) per ogni O < h < k. In particolare ogni varietà differenziabile è una varietà topologica. D'ora in poi, per semplificare la trattazione, quando parleren10 di d(ffeomorfislni senz' altro specificare, soUintenderel1zo che si tratti di diffeonzorfis11'zi di classe C(OO), I1zentre parlando di varietà e di applicazioni differenziabili sottinfenderen1o che esse siano di classe C(OO). Molte delle cose che diremo si estendono dal caso C(OO) al caso C(k), per un qualsiasi k > 1. Le condizioni che lo spazio topoIogico X sia di Hausdorff e soddisfi il secondo assioma di numerabilità non sono ridondanti (cfr. esempio 8.11(6». Molte pro- prietà locali delle varietà differenziabili si mantengono senza tali ipotesi, le quali hanno però lo scopo di escludere esempi patologici assicurando che le varietà differenziabili non siano oggetti troppo generali (si veda a questo proposito il successivo 9 29). DireIIlo che due diversi n-atlanti differenziabili {(UÀ, 'PA)}ÀEA, {(VjL' 'lj;P,)}P,EM sono equivalenti, oppure definiscono la stessa struttura di varietà dtJerenziabile su X se e solo se la loro unione {(UÀ,'PÀ), (Vp,,1/;p,):ÀEA, J.lEM} è ancora un atlante differenziabile. Ciò equivale a dire che ogni carta locale (UÀ, 'P À) è differcnziabilmente c0111patibile con ogni carta locale (Vp,,1/;/1-)' Da questa definizione segue che per una data struttura di varietà differenziabilc su X esiste un atla1.te dij]erenziabile lnassÙnale, ottenuto prendendo l'unione di tutti gli atlanti che definiscono quella struttura. In pratica tutti gli esempi di varietà differenziabili vengono assegnati mediante un particolare atlante differenziabile, spesso costituito da un numero finito di carte locali; la nozione di atlante differen- ziabile massimale è però utile nel trattare questioni generali e nelle dimostrazioni. Nel considerare una varietà differenziabile sottintenderemo che le carte locali consi- 
/78 Varietà dijferel1ziabili I Cap. 5 derate siano elementi di un dato atlante differenziabile. Lasceremo al lettore di verificare di volta in volta che una data condizione soddisfatta in un dato atlante è soddisfatta anche in ogni altro ad esso equivalente. L'esempio più semplice di varietà differenziabile di dimensione n è lo spazio R rt , in cui la struttura di varietà può essere definita da un atlante costituito un' unica carta locale: {(R n , l R n ) }. Ogni aperto U di R n è un esempio di varietà differenziabile di dimensione n in cui un atlante è costituito da ua sola carta locale {(U,)}, dove  : U  R n è l'inclusione. Più in generale ogni aperto A di una varietà differenziabile X è ancora una varietà differenziabile della stessa dimensione che si dice una sottovarietà aperta di X. Infatti se {(U À, <p >J} ÀEA è un n-atlante differenziabilc in X, allora la famiglia {(U À n A, cP ,\!<uAnA)} ÀEA*, dove A * C A è il sottoinsieme costituito dagli indici À tali che U,\ n A =f 0, è un n-atlante differenziabile in A. Ogni spazio discreto X è una varietà differenziabile di dimensione O, in cui le applicazioni {p} -7> RO = {O}, P E X, sono carte locali che costituiscono un atlante di ffercnziabi le. Una varietà differenziabile (topo logica) di dimensione 2 è detta superficie d(tTerenziabile (topologica). L' il'l}.2ortana delle varietà differenziabili, ......_.lel,.. att'? ce. ad esse è possibile apJ2Ufare g1i _ strument ed "I risuiiati del calcolo infinitesimale in più variabili utilizzando le carte ocali per riçondursi allo spazio euclidco. Ad esempio, una junzione F:A-+R definita su un aperto A della varietà differcnziabilc X si dice dijJ'erenziabile se per ognì carta locale (U, 'Pu) tale che U n A =f 0 la funzione F . 'Pc/ : 'Pu(U n A) --t R è differenziabile; si osservi che F. 'Pu l è una funzione delle coordinate U I, . . . , Un in R n definita nell'aperto CPu (U n A) di R n . Siano X ed Y varietà diffcrcnziabili, diln(X) = n, dim(Y) = m. Un' applicazione F:X-+Y sì dice difJerenziabile, oppure un nlorjiSl110, se per ogni carta locale (U, 'Pu) in X e per ogni carta locale (V, 1/;v) in Y, la composizione: 1/;v . F . 'Pu' : 'Pu(U) -+ R rn è differenziabile COIne applicazione dell'aperto 'Pu(U) C R n in R m . F si dirà un d(ffeol11orfis111o se è un omeomorfismo e se F e F l sono differenziabi1i. 
19 I Funzioni e applicazioni d(fferenziabili - Varietà 179 L'identità di una varietà in se stessa è un esempio di diffeomorfismo. Segue dalla definizione che se F : X  Y è un diffeomorfismo anche F- l : y  X è un diffeomorfismo. È facile verificare che la composizione di morfismi è ancora un morfismo. In particolare la composizione di di fTeomorfì.sm i è un diffeomorfismo. Se esiste un diffeomorfismo F : X  Y diciamo che X è diffeolnolfa ad Y e le varietà X ed Y si dicono diffeol1101fe. Lo studio delle varietà differenziabili e delle proprietà che una varietà ha in comune con quelle ad essa diffeomorfe è l'oggetto della topologia differenziale. Per le varietà differenziabili di dimensione 1 non useremo il termine "curva" perché, conformemente alla tradizione, riserveremo questo nome per qualcosa di un po' diverso. Precisamente, sia X una varietà differenziabile; una curva d(ff'e renziabile in X è un' applicazione di classe C«(X»): o::JX dove J C R è un intervallo (se J non è aperto ciò significa che l'applicazione è definita c di classe C((X») su un 'intervalIo aperto contenente J). Quindi una curva differenziabile è un' applicazione; due curve differenziabili diverse possono avere la stessa immagine. Esercizi 1. Dimostrare che un' applicazione lineare L : R n  R m è di classe C(OO), e che è un diffeomorfismo se e solo se è invertibile, cioè n = m e det(L) =1=0. Dimostrare inoltre che una traslazione è un diffeomorfismo. Dedurre che affinità, isometric c silnilitudini sono diffeomorfismi. 2. Dimostrare che l'applicazione f : R  R, I(t) = (i è un On1COlTIOrfìslno di classe C(oo) ma non è un diffeomorfislTIo. 3. Dimostrare che i due atlanti (R, t), (R, t 3 ) su R, pur non essendo equivalenti, definiscono su R due strutture di varietà differenziabili diffeomorfe. 4. Generalizzando l'applicazione I dell' esercizio 2 definire un olneomorfismo di classe C(oo) I: R n  R n che non è un diffeomorf1smo. 5. Siano a, bER, con a < b. Dimostrarc che r applicazione b-a b+a f : R  R I(t) = -y- tanh(t) + 2 dove h( sinh( t) tan t) = - cosh(t) e t --- e t Cl + e t' definisce un diffeomorfismo di R sull' intervallo (a, b). In particolare, due intervalli aperti qualsiasi di R sono diffeomorfì. Verifìcare se romeonlorfisrno h : (a, b)  R dell'esempio 5.4(6) è un diffeomorfismo oppure no. 
ISO Varietà d(fferenz.iabi/i I Cap. 5 6. Dimostrare che la funzione <p : R  R: { e- I/x2 <p(x) = O x>O xO è di classe e(oo). 7. Trovare un diffeomorfisn10 di R n sul1'aperto (O, l)n. 8. Dimostrare che l'applicazione f : R n -+ Dn\sn -I, f(x) = I + IXII è un diffeomorfismo. 9. Dimostrare che le seguenti applicazioni di R 2 in sé sono diffeolllorfismi e determinarne le inverse: (a) F(u,v)=(veU,u) (b) F(u, v) = (u 3 , v - u); (c) F(u,v)=(1 +2u--2v, 1-2u+v) (d) F(u,v) = (u+e v , 1 +v). lO. Dimostrare che f : R 2 \ {O}  R 2 \ {O} ( u -V ) f(u,v) = ì 2 ' 2 i u- + v u + v è un diffeomorfìsmo, e determinarne rinverso. Il. Verificare che l'applicazione di classe e(oo): ") ') f : R-  R- ') ì f(u, v) = (u - v-, 2uv) non è un diffeomorfismo sulla sua imlnagine. 20 Esempi di varietà differenziabili Come al solito identificheremo C con R 2 , c quindi potremo considerare C e i suoi aperti COlne delle varietà differenziabili. Una funzione di variabile complessa f : U  C definita su un aperto U di C è differenziabile se la parte reale e la parte in1maginaria di j(z) = f(x + iy) sono differenziabili come funzioni di (x, y). Tutte le funzioni olomorfe sono differenziabili di classe C(OO) nell' aperto di definizione. In particolare lo sono i polinon1i a coefficienti complessi e le funzioni trascendenti elementari, cioè e Z , le determinazioni di ln(z), sin(z), cos(z) ecc. e le loro inverse. Il coniugio z  z è un diffeomorfismo di C in sé. Gli esempi principali di varietà diffcrenziabili sono ottenuti come "sottovarietà di R N " per qualche N, secondo la seguente definizione. 
20 I I'.'empi di varietà differenz.iabili /8/ 20.1 DEFINIZIONE Un sOllospazio X di R N si dice sottovarietà differenziabile di dilnensione n se ogni punto x E X possiede un intorno aperto in X che, C0/11e sottoinsie111e di R N , è d(ffeo111orfo li un aperto di R n . Quindi, in base alle definizioni date nel paragrafo precedente, X C R N è una sottovarietà se per ogni x E X esiste un intorno aperto U di x in R N e un' applicazione differenziabile F x : U ---t R n che induce una biezione Fx di U n X su un aperto V di R n , tale che Ja biezione inversa V ---t U n X sia differenziabile COl11e applicazione di V in R N . Se queste condizioni sono soddisfatte le coppie (U n X Fx) sono n-carte locali tra loro differenziabilmente compatibili al variare di x E X, e quindi costituiscono un atlante differenziabile in X; X è pertanto una varietà differenziabile di dimensione n. Un modo per assegnare sottovarietà di R N è mediante "parametrizzazioni". 20.2 DEFINIZIONE Una paralnetrizzazione in R N è un 'applicazione dijJ'eren- ziabil e f : A ---t R N definita su un aperto A di R U che è un diffeol1zorfisnlo sull 'Ùnn1agine. In tal caso f(A) è ulla sottovarietà di dimensione n di R N . Quindi una parametrizzazionc è essenziahnente l'inversa di una carta locale. Se p E R N e v è un vettore non nullo di R N allora I (t) = p + tv = (p I + tv l  . . . , Pn + tv n ) [20.1 J è una parametrizzazione I : R -7> R N della retta r passante per p e di direzione (v); pertanto r è una sottovarietà di dimensione 1 di R N . Silniln1ente un sottospazio affine X di dimensione n è un esempio di sottovarictà differenziabile di R N di dimensione n, ottenuta come immagine di una parametrizzazione di X (Sernesi 1989, p. IO!). Ovvianlente non ogni sottovarietà di R N si può ottenere come immagine di una parametrizzazione, perché non è detto che possegga un atlante costituito da una sola carta locale. Però se X è una sottovarietà di R N , allora per defìnizionc esistono parametrizzazioni lÀ : A,\ ---t R N , À E A, tali che U lÀ (A)..) = X e gli insien1i f À (A À ) sono aperti coordinatizzati di X. À L'applicazione f : R ---t R 2 l20.2] J(t) = (r cos(t), r sin(t)) ha per imn1aginc la circonferenza 8'(0, r) di centro O e raggio r > O che è una sottovarietà di R 2 (vedi oltre) ma I non è una pararnetrizzazione perché non è bi uni voca. 
/X2 Varietà dUlerenziahili I Cap. 5 Figura 20.1 Sia A = (O, 7r /2) U (7r /2, 27r) C R, e sia a : A -+ R 2 definita da a( O) = (cos( O), sin(20» [20.31 a è differenziabilc e biunivoca ma non è una parametrizzazione, perché a(A) è connesso, mentre A è sconnesso (fig. 20.1). Si osservi che la [20.1] e la [20.2J sono curve differenziabili in R N . La [20.3] non è una curva differenziabile perché non è defìnita in un intervallo, ma la sua estensione a R lo è. Una sottovarietà di dimensione n in R n + 1 è detta ipersupeI:ficie differenziabile. Nel caso n = 1, 2 si hanno le curve piane dfJerenziabili e le superfici differenziabili di R 3 che forniscono esempi classici e ben conosciuti di varietà differenziabili. Per costruire ipersuperfici differenziabili di R n + 1 si utilizza spesso il seguente 20.3 LEMMA Sia U C R n un aperto, e sia f : U -----7 R un 'applicazione d(ffe renziabil e. L'applicazione: . U R n+ l c.p. -+ <p(x) = (x, f(x» è una para111etrizzazione e quindi ha per inunagine una ipersuperjicie dijj'erenzia- bile di R n + ' . DÙnostrazione. c.p è differenziabile perché tali sono le sue componenti; inoltre <p è biunivoca, e la sua inversa <p l: c.p(U) -+ U è c.p-l(X,y) = x, che è differenziabile essendo la restrizione a c.p(U) della proiezione R n +] -+ R n sulle prime n coordinate. Il La parametrizzazionc c.p definita nel lemma 20.3 si dice una paralnetrizzazione di Monge (fig. 20.2). La sua il11magine è il grafico dellaful1zione f. Dal lemma 20.3 
20 I Esempi di varietà differenziabili 183 A. u + I ----...... Figura 20.2 segue immediatamente che sono curve piane differenziabili i grafici di funzioni differenziabili f : U -+ R definite in un aperto U di R. Simihl1ente sono esempi di superfici differenziabili di R 3 i grafici di funzioni differenzi abili di due variabili reali definite su un aperto U di R 2 . La circonferenza SI C R 2 L'applicazione: cp:(-I,I) -+SI cp(x) = (t, V 1 - t 2 ) è una parametrizzazione di Monge dell'aperto V = {(x, y) E SI : y > O}; per il lemma 20.3 cp' 1, che è la proiezione PI sulla prima coordinata, è una carta locale in SI relati va all'aperto V. Similmente l'applicazione: 'P' : (- 1, l) -+ SI 'P'ex) = (t, - V 1 - t 2 ) è una parametrizzazione di Monge dell'aperto V' = {{ (x, Y) E SI : y < O} e quindi la sua inversa, cioè la proiezione PI sulla prima coordinata, è una carta locale in SI relativa all'aperto V'. Le due carte locali (V, pd, (V' pd non costituiscono un atlante perché i punti (-1, O) e (l  O) non appartengono a V U V'. Per ottenere un atlante differenziabile consideriamo anche le altre due pararnctrizzazioni di Monge 1jJ: (-1, l) -+ SI 1/;' : (- 1, l) -+ SI 
/H4 Varietà diflerenziabili I Cap. 5 definite da: 'ljJ (t) = ( v' l - t 2 , t), 1/;' (t) = ( -- v' 1 - t 2 , t) che hanno per inversa la proiezione P2 sulla seconda coordinata definita rispetti- vamente sugli aperti W = {(x,y) E Si : x > O} e W' = {(x,y) E SI : x < O}. Le quattro carte locali { (V, PI ) , (V', PI), (W, P2), (W', P2)} sono differenziabilmente compatibili perché V I - t 2 è differenzia bile in (-1,1); quindi cos6tuiscono un l-atlante differenziabile per Si, e S 1 è una varietà differenziabi le di di l11ensione l (fig. 20.3). Un altro modo di assegnare carte locali nella circonferenza è dato dalle proie- zioni stercografiche. La proiezione stereografica 1[+ : Sl\{(O, l)} -+ R di centro il punto (O, l), che è definita da: x 7r+(x, y) = 1 -y è di classe C(OO) ed è dotata di inversa di classe C(OO): 1[+ l : R -+ Sl\{(O, l)} l ( 2t t 2 - l ) 7r + (t) = i 2 + l ' t2 + 1 quindi 7r + è una coordinata locale in SI. L'analoga proiezione stereografica 7r : Sl\{(O, -l)} -+ R di centro i 1 punto (O, - l), definita da x 7r (x,y)= 1 +y ti;' (t) 1jJ(t) ... Figura 20..3 
20 I Esempi di varietà d{U"e1-e n ziabili /85 fornisce un' altra coordinata locale che insieme alla precedente definisce un atlante differenziabile per SI, perché si verifica immediatamente che le due carte locali sono differenziabilmente compatibili. Ricordiamo che 7r= I è definita da: _ I ( 2t 1 - t 2 ) 7r. (t) = 2 1 . ') 1 . t + J t- + poiché S] è compatta non esiste un atlante differenziabile costituito da una sola carta locale: quindi 2 è i I minimo numero di carte locali necessarie per ottenere un atlante differenziabile di S]. Tutto quanto detto per S I si trasporta con ovvi cambiamenti ad una circonferenza qualsiasi SI (c, r) C R 2 , c E R 2 , r > O. La .fera S2 C R 3 Come ne] caso di SI, è possibile costruire un atlante differenziabile per la sfera 8 2 in più modi. Ad esempio possiamo utilizzare due proiezioni stereografiche: 7r+ : 8 2 \ {(O, O, l)}  R 2 7r+(x], X2, X3) = ( ] XI , X2 ) -- X3 l - X3 c 7r _ : S2\ {(O, O, -I)}  R 2 ( XI X2 ) 7r-(X"X2,X3)= 1 ' 1 ' + X3 + X3 le quali definiscono due carte locali sugli aperti S2\ {(O, O, l)} e S2 \ {(O, O, -I)} rispettivamente che insieme formano un atlante differenziabile (la verifica del fatto che le due carte sono di fferenziabilmente compatibili è lasciata al lettore). Si osservi che poiché 7r ] : R 2  8 2 \ {(O, O, -I)} I _ 1 2 2 7r (x,y)- 1 2 ') (2x,2y,1-x -y) + x + y- la composizione 7r + . 7r _ I è definita su R 2 \ {O} e ha la seguente espressione: _ I 1 (7r+ . 7r )(x, y) = 2 2 (x, y). x +y Se la si interpreta come un'applicazione di C\ {O} in C, SI ottiene: I l (7r+.7r_ )(z) = =. z In modo simile si verifica che la sfera sn C R n +] è una varietà differenziabile 7 
/86 Varietà differenziabili I Cap. 5 di dimensione n per ogni n > 3 (cfr. eserCIZIO l). Anche in questi casi è facile estendere le considerazioni precedenti ad una sfera qualsiasi sn(c, r) C R n + 1 , c E R n + 1 , r > O. 20.4 PROPOSIZIONE Se X ed Y sono varietà differenziabili, dim(X) = n, dim(Y) = m, il loro prodotto cartesiano X x Y ha una struttura di varietà differenziabile di dinlensione n+m tale che le proiezioni X x Y  X e X x Y  Y siano I1zorjismi. Di1nostrazione. Sia (U, cpu) una carta locale in X e (V, 1/;v) una carta locale in Y. Allora U x V C X x Y è un aperto. Definiamo: CPu x 1/;v : U x V  R n x R m ponendo: (CPU x 1/;v )(a, b) = (cpu(a), 1J';v(b». (U x V, CPu x 1/;v) è una carta locale in X x Y. È immediato verificare che se (U ' , cpu') e (V', 1/;v') sono altre carte locali in X ed in Y rispettivamente, allora (U x V, CPU x 1/;v) e (U' x V', CPu' x 1/Yv') sono differcnziabilmente compatibili. Quindi, al variare di (U, cpu) in un atlante in X e di (V, 1/;v) in un atlante in Y, la carta locale (U x V, CPU x 1/Yv) varia in un (n + m)-atlante differenziabile in X x Y. Pertanto X x Y è una varietà diffcrenziabile di dimensione n + m. La verifica che le proiezioni sono morfismi è lasciata al lettore. Il Il cilindro Segue dalla proposizione 20.4 che il cilindro K = S l X R C R 2 X R = R 3 è una superficie differenziabile e che un atlante differenziabile è costituito ad esempio dalle due carte locali: (1r+, lR): [S'\{(O, l)}] x R  R 2 (x, y, u)  C : y ' u) (1r , IR): lSl\{(O, -l)}] x R  R 2 (x, y, u)  ( 1 : y ' u) ottenute a partire dalle due proiezioni stereografiche di centro (O, 1) e (O, - l) e dall' identità di R. Il lettore verifichi che il cilindro è anche una superficie di R 3 . 
20 I Esempi di varietà differenziabili 187 Il toro Ancora appl icando la proposizione 20.4 deduciamo che il toro T 2 = S 1 X S I C C R 2 X R 2 = R 4 è una superficie differenziabile. Un atlante differenziabile costituito da quattro carte locali può essere ottenuto a partire da due proiezioni stereo grafiche per ciascun fattore S I nel modo seguente: TI = (1r+,1r+): [Sl\{(O, l)}] x [SI\{(O, l)}] --+ R 2 T2 = (7r +, 7r -) : [S I \ { (O, l)} l x [S 1 \ { (O, - 1 ) }] --+ R 2 T3 = (7r ,1r+): [Sl\{(O, -l)}l x rSI\{(O, l)}] --+ R 2 T4 = (1r-,-): rS1\{(O, -I)}] x fS 1 \{(0, -l)}] --+ R 2 . Lo 1)azio proiettivo reale pn(R) Sia 7r : R n + 1 \ {O} --+ pn = pn(R) la proiezione e [xo,..., xn] = 7r(xo, . . . , x n ). Per ogni i = O, .. . , n SIa Ui = {r xo, . . . , X n 1 : Xi f O} c 'Pi : Ui --+ R n ( Xo x 1 : - l Xi+l X n ) 'Pi(lxo,...,XnJ)= -,...,-, ,..., . Xi xi xi xi 'Pi è un omeomorfismo di Ui su R n , il cui inverso è 'P l (uo, . . . , Ui ], Ui+ I , . . . , un) = [uo, . . . , Ui l' l, Ui+ I , . . . , Un ] (cfr. esempio 7.6(11». Sia i =I- j e per sell1plicità di notazioni supponiamo i < j. Per ogni u = (uo,..., Ui--], Ui+li"" un) E 'Pi(U i n U j ) si ha Uj =1-° e: ('Pj . 'P?: I )(u) = 'Pj([ Un, . . . , Ui I, 1, Ui+l, . . . , Un 1) = = ( Un , . . . , J-., . . . , U j - l , U j + l , . . ., un ) U' U. U' U' U. } } } } } è un  applicazione differenziabile di 'Pi(Ui n Uj) in R n . Quindi 'Pi e <p j sono differenziabilmente compatibili e pertanto {(U o , 'Po), . . . , (Un, 'Pn)} è un n-atlante diffcrenziabile per pn. Dunque pn è una varietà differenziabile di dimensione n. Nel caso n = l sappian10 che pl è omeomorfo ad SI: è facile verificare che 
/88 Varietà dijJerellziabili I Cap. 5 con la struttura di varietà differenziabile che abbiamo definito su pl e con quella che abbiamo definito su S I in precedenza pl e S I sono diffcomorfe. La g ra.\'slnanniana Gr,N degli r-sottospazi di R N Siano O < r < N interi. Denotiamo con Gr,N l'insieme i cui elementi sono i sottospazi vettori ali di dimensione r di R N ; se V C R N è un tale sottospazio, lo denoteremo con lV] quando lo considereremo come elemento di Gr,N' Gr,N si dice grassmanniana degli r-sottospazi di R N . Per r = 1 si ottiene come caso particolare Gl,N = pN I (R). Dato lV J E Gr,N, sia {v],..., v r } una base di V dove: Vi = (Vi l , vi2, . . . , viN ). La matrice r x N: VII VI2 V1N V21 V22 V2N Vrl V r 2 VrN ha rango r. Viceversa, una matrice r x N di rango r: mll ml2 mlN m21 m22 m2N M= mrl m r 2 mrN definisce un elemento di Gr,N: il sottospazio di R N generato dalle sue righe. Due matrici M, M' E Mr,N(R) di rango r definiscono lo stesso sottospazio V se e solo se esiste A E GLr(R) tale che AM = M'; diremo in tal caso che M e M' sono equivalenti. Quindi Gr,N si identifica con l'insieme delle classi di equivalenza di matrici di rango r di Mr.N(R). In analogia con il caso r = ] gli elementi mi} della matrice M possono essere considerati come coordinate olnogenee generalizzate di [V]. Identifichiamo Mr,N(R) con lo spazio euclideo R rN . Poniamo Mr,N(R)r I = {M E Mr,N(R) : rg(M) < r - l}. Mr,N(R)r I è un chiuso di Mr,N(R). Abbiall10 un'applicazione: 7r : Mr,N(R)\Mr,N(R)r I --7 Gr,N che identifica Gr,N al quoziente di Mr,N(R)\Mr,N(R)r - I rispetto alla relazione di equivalenza definita sopra. Considerian1o Gr,N con la topologia quoziente. 
20 I Eselnpi di varietà dijferenziabili 189 Fissiamo r indici distinti 1 :::; il < ... < i r < N, e sia [ = {il, i 2 , . . . , i r } C C {l,..., N}. Detta MI la sottomatrice r x r di M costituita dalle colonne i l, . . i 2 , . . . , 'lr, ponIamo UI = {M E M r1 N(R) : det(MI)#O}. È evidente che ogni M E Mr,N(R) di rango r appartiene ad U I per qualche [. Inoltre, se M E UI allora ogni M'equivalente a M appartiene a UI e pertanto UI è un aperto saturo di Mr,N(R)\Mr:N(R)r--l' Poiché per ogni A E GLr(R) si ha (AM)I = AMI, ogni matrice M E UI è equivalente a una e una sola matrice N tale che NI = Ir, la matrice identità r x r: basta prendere N = (MI l )M. Quindi i punti di Gr,N che hanno coordinate omogenee in UI corrispondono biunivocamente all'insieme delle matrici N E UI tali che NI = Ir. I restanti r(N - r) elementi di una matrice N siffatta possono considerarsi come coordinate locali in Gr,N: infatti è immediato verificare che essi definiscono un omeomorfismo dell' aperto G I := 7r(UI) di GrN su Rr(N - r). Non è difficile verificare, in modo analogo al caso dello spazio proietti vo, che se [ e J sono due insiemi di r indici distinti compresi tra 1 e N al10ra le corrispondenti carte locali sono differenziabilmente compatibili. Al variare di [ tra tutti gli insiemi di r indici distinti in {l,..., N} gli ape11i G I ricoprono GrN' In conclusione le carte locali che abbiamo costruito definiscono un r(N - r )-atlante differenziabile in Gr,N, che quindi è una varietà differenziabile di dimensione r(N - r). Esercizi 1. Costruire un atlante differenziabile per la sfera sn c R n + l utilizzando il lemma 20.3 e generalizzando quanto è stato fatto nel caso n = l. 2. Costruire atlanti differenziabili per il toro e per il cilindro a partire dall'atlante differenziabile {(V, pd, (V', p}), (W, P2), (W', P2)} di SI. 3. Verificare quali degli omeomorfismi considerati negli esenlpi 5.4 sono diffcomorfismi tra varietà differenziabili. 4. Sia p E R N e sia v un vettore non nullo di R N . Dimostrare che l'applicazione ì : R -t R N ì(t) = a + vt 3 è biunivoca e ha per immagine la retta r passante per p c di direzione (v) ma non è una parametrizzazione di r. 5. Utilizzare la rappresentazione pn = sn , dove r-.; è la relazione di equivalenza che r-.; identifica punti antipodali, per verificare che pn è una varietà differenziabile. Dimostrare che la proiezione sn -t pn è un morfismo. 6. Dimostrare che l'unione degli assi coordinati non è una sottovarietà di R 2 . 
190 Varietà differenziabili I Cap. 5 7. In ciascuno dei seguenti casi dimostrare che f : R 2 ---+ R 3 è una parallletrizzazione: (a) f(u,v)=(uu+v,u-v); (b) f(u, v) = (u 2 , u 2 + v, 2u); ') '") (c) f(u,v)=(u"-+v,u-v-v); Cd) f(u,v) = (u 3 - v 2 ,u+ l,v); (e) f(u, v) = (e u + v  uv e U - V). 21 Spazi tangenti La nozione di vettore tangente ad una varietà differenziabilc in un suo punto verrà data generalizzando i vettori di R n interpretati come derivate direzionali. Sappiamo che dato un punto p E R n , ad ogni vettore v di R n si associa la derivata direzionale rispetto a v in p, che opera sulle funzioni differenziabili in un intorno di p e che gode delle proprietà [19.1]. In particolare il j-esimo vettore della base canonica e j opera come derivata parziale rispetto ad U j. Dalle [19.1] si deduce che se v = (v I , . . . , v n ) = V l e I + . . . + V n e n allora si ha aF BF v(F)p = VI _ 8 (p) +... + V n _ a (p) UI Un per ogni funzione differenziabile F definita in un intorno di p, e quindi v è individuato dal modo in cui opera sulle funzioni, perché in particolare Vi = V(Ui)P' Questa osservazione permette di introdurre la nozione di vettore tangente ad un punto qualsiasi di una varietà differenzia bile detìnendolo come un operatore sulle funzioni definite in un intorno del punto, che gode di proprietà analoghe alle [1 9. l ]. Sia dunque X una varietà differenziabile e p E X. Denotiamo con £(X,p) l'insieme i cui elementi sono le funzioni a valori reali che sono definite in qualche intorno di p E X. Si osservi che se F, G E [(X, p) le funzioni F + G e FG: (F + G)(x) = F(x) + G(x), (FG)(x) = F(x)G(x) sono ben definite in un intorno di p, che è l'intersezione degli intorni di definizione di F e G, e quindi sono elementi di £ (X, p). 
21 I Spazi tangenti 191 21.1 DEFINIZIONE Sia X una varietà differenziabile e p E X. Un vettore tangente a X in p è un'applicazione v:£(Xp)R tale che: v(aF + bG) = av(F) + bv(G) [21.1 ] v(FG) = v(F)G(P) + F(P)v(G) per ogni F, G E £(X p), a, bER. L'insiel11e di tutti i vettori tangenti a X in p SI denota Tp(X) e Si chiama spazio tangente a X in p. Dimostriamo alcune proprietà che discendono dalla definizione. 21.2 PROPOSIZIONE (a) Se c : X  R è una funzione costante, allora v(c) = O per ogni v E Tp(X). (b) Se F, G E £(X,p) coincidono in un intorno U di p allora v(F) = v(G) per ogni v E Tp(X). DÙnostrazione (a) Sia l : X  R la funzione costante uguale a l; si ha: cv( 1) = v( c l) = v( c) 1 + cv( I) = v( c) + cv( l ) e quindi v(c) = O. (b) Sia l u : U  R la funzione identican1ente uguale a 1 su U. L'ipotesi significa che 1 u F = 1 uG. Pertanto si ha: v(luF) = v(lu)F(p) + v(F) = v(luG) = v(lu)G(P) + v(G). Poiché F(P) = G(p) si deduce che v(F) = v(G). Il Supponiamo dim(X) = n; sia cp : U  R n una carta locale definita in un intorno U di p e siano x]  . . .  X n le funzioni coordinate locali definite da cp. Definiamo i vettori tangenti ( 8 ) ' ( 88, ) ,..., ( f- ) ETp(X) ] p XL. P X n P ponendo: ( 8' ) (F) = 8(F8'u l) (!p(p», i = 1, . .. ,.n,  p z 
192 Varietà dijJerenziabili l Cap. 5 dove U l, . . . , Un sono le funzioni coordinate in R n ; scriveremo anche ( a F ) ax, 1, p invece di ( ai ) p (F). Si osservi che F. rp - I è una funzione definita in un aperto di R n contenuto in ep(U) e contenente ep(P). È immediato verificare che i ( aa ) Xz p soddisfano le condizioni [21.1]. Essi sono le generalizzazioni a X dei vettori tangenti in R n definiti dalle derivate parziali. Segue subito dalla definizione che ( ax. ) ax- p = Dij. 21.3 LEMMA Sia dim(X) = n, p E X, e siano x l, . . . , X n coordinate locali ll1 intorno di p tali che Xi(P) = O, i = 1,..., n. Per ogni F E [(X, p) esistono F I , . . . , Fn E [(X, p) tali che in un intorno di p sussista l'identità di funzioni: n F = F(P) +  XiFi 1,=1 [21.21 dove F(p) è La funzione costante, con va/ore F(P). DÙnostrazione. Sia 'P : U  R n la cal1a locale che definisce le coordinate XI, . . ., X n , e sia C := F.ep- 1 E [(R n , O). Supponiamo di aver dimostrato l'esistenza di n funzioni C I, . . . , C n E [(R n , O) tali che: n C = C(O) +  UiCi 1,=1 [21.31 dove U I , . . . , Un sono le funzioni coordinate in Rn. Allora si ha: n F = C . ep = F(P) + L (Ui . ep)( C i . ep). i=l Poiché Xi = Ui . ep, ponendo Fi = Ci . <p SI ottiene la l21.2]. Pertanto sarà sufficiente dimostrare la [21.3]. Sia D C R n un disco aperto di centro O la cui chiusura sia contenuta nell'aperto di definizione di C. Per ogni u = (Ul, . . . , un) E D e s E [O, l] si ha: d  ac dUi(SU)  ac - d C(su) = L _ a (su) d =  _ a (SU)Ui S Ui S Ui e quindi: l I I C(u) = C(O)+! :s C(su)ds = C(O)+ ! L : (sU)Ui ds = C(O)+L Ui ! : (su)ds. o o o 
21 I Spazi tanxenti /93 l Ponendo Ci(U) = f ac (su)ds si ottiene la [21.3 J. Resta da verificare che le 8Ui o funzioni Ci sono differenziabili. Ciò segue facilmente dal fatto che le funzioni ac (su) sono di classe C(OO) in u, s e dal seguente risultato di calcolo in più 8Ui variabili per il quale rinviamo a un testo di Analisi: se una funzione f(u, s) è di l classe C(l) in un aperto U x V di R n + 1 , allora la funzione g(u) = f I(u, s)ds è di o classe C(I) in U e l 8g f af - (u) =:; - (u, s)ds. Il au. au. z z o 21.4 PROPOSIZIONE Ponendo (v + w)(F) = v(F) + w(F) (av)(F) = o:[v(F)J per ogni F E £(X,p), o: E R, v, w E Tp(X), si definisce su Tp(X) una struttura di spazio vettoriale reale tale che dim(Tp(X» = dim(X). Dinl0strazione. La verifica del fatto che v + w e o:v sono vettori tangenti è lasciata al lettore. Segue immediatamente che Tp(X) è uno spazio vettoriale. Supponiamo dim(X) = n; sia <p : U ---+ R n una carta locale definita in un intorno U di p e siano x l, . . . , X n le funzioni coordinate locali definite da cp. Dimostriamo che (  ) , (  ) ,..., ( a a ) costituiscono una base di aXI aX2 X n p p p Tp(X). Supporremo cp(P) = O, il che non è restrittivo: infatti, se a = cp(P), 1j;(x) = = cp(x) - a è una carta locale che soddisfa 1j;(P) = O e, dette Yl, . . . , Yn le coordinate locali definite da 1/;, si ha ( aa ) = ( aa ) per ogni i = l, . . . , n. x p y", p Sia F E £ (X, p). Si ha, utilizzando la [21.21: ( a F ) = (  ) ( F(P)+t x.p. ) = ax, ax' ) =1 J J z p z p =O+ [( x ) Fj(p)+Xj(P) ( F ) ] = Fi(P)' } l X P X'" P 
/94 Varietà diflerenziabili I Cap. 5 Se v E Tp(X) si ha: v(F) = v [ F(P) + t XjF j ] = }=I n = O +  [v(xj)Fj(p) + Xj(p)v(Fj)J) = }=I n ( 8F ) = v(Xj) _ 8 . . }=l x} P Poiché quest' uguaglianza è vera per ogni F E £ (X, p) deducianlo che v = L v(Xj) ( aJ p e quindi (  ) , (  ) ,..., (  ) generano Tp(X). Inoltre se aXI aX2 aX n . p p p [ 21.41 v =La. (  ) } ax. ' } p allora v(x.)=L a. ( 8X i ) =L a.{j.'=a. z .} 8 .} 'l} Z } x. } ) p e quindi ( aa ) , ( aa ) ,..., ( a a ) sono anche linearmente indipendenti. Il XI P X2 p X n p Nel caso X = R n gli spazi tangenti Tp(R n ) si identificano ad R n mediante la base canonica (  ) , ( a a ) ,..., ( a a ) . aUI p U2 p Un p Se {XI,"" Xn} e {YI,..., Yn} sono due sistemi di coordinate locali nell'intorno del punto p E X, allora la formula [21.4] applicata a ( ai )p dà: ( aJ p =7 ( :n p ( aJ p Questa formula esprime il passaggio dalla base { ( ai ) p} alla base { ( ai ) p } per mezzo della matrice ( ( :. ) p)' che è chiamata matrice di transizione dalle coordinate {XI,"" Xn} alle {YI"", Yn} nel punto p. [21.5 ] 
22 I Differenziali /95 Esercizio 1. Calcolare le matrici di transizione degli atlanti di S l c di S2 considerati nel * 20. 22 Differenziali Se f : X  Y è un morfismo di varietà differenziabili e p E X, allora per ogni F E [(Y, f(P» si ha F. f E [(X, p). Resta pertanto definita un'applicazione: f*p : Tp(X)  Tf(p)(Y) ponendo f*p(v)(F) = v(F . f) per ogni F E [(Y, f(P»). È immediato verificare che f*p è un 'applicazione lineare, che chiameremo d{fferenziale di f in p. Ovviamente, per ogni p E X, il differenziale (Ix )*p del morfismo identità Ix è l'identità di Tp(X). Più in generale, se X è una sottovarietà aperta di una varietà Y e  : X  Y è l'applicazione di inclusione, allora *p è un isomorfismo in ogni punto p E X. Infatti un sistema di coordinate {x l , . . . , xn} in un intorno di p in X è anche un sistema di coordinate in Y e L*p ( ( ai ) p) == ( ai )p' i == l, . . ., n. Se o: : J  Y è una curva differenziabile nella varietà Y, dove J è un intervallo aperto, e se to E J, il vettore a*to ( ( :t )t) E T,,<to)(Y) do: si chiama vettore velocità di o: in t o e si denota con o:'(t o ), oppure con dt (to). Se Y = R N , e se 0:( t) = (o: l (t), .. . , o: N (t) ), allora l'i-esima coordinata di o:'(to) rispetto alla base corrispondente alle coordinate Ul,'..,UN è d( Ui . 0:) ( ) _ dai ( ) dt to - dt to. Quindi, identificando Ta(to)(R N ) = R N si ottiene: o:'(t o ) = (a (t o ), a(to),. .. ,00N(to») da- dove abbiamo denotato a(to) = dt't (t o ), i = I, . . . , N. 
196 Varietà dijJerenziabili I Cap. 5 22.1 PROPOSIZIONE Siano X, Y e Z varietà differenziabili e siano I : X ---t Y, g: Y ---t Z Inorjisnli. Per ogni punto p E X si ha: (g . f)*p = g*f(p) . f*p : Tp(X)  Tg(f(p»(Z) dove f*p : Tp(X) ---t Tf(p)(Y), g*f(p): Tf(p)(Y) ---t Tg(f(p»(Z) sono i differenziali di I e di g in p e in f(p) rispettivamente. Dimostrazione. È lasciata al lettore. Il 22.2 COROLLARIO (a) Se f : X ---t Y è un diffeomorfismo allora per ogni p E X il dfferenziale I*p : Tp(X) ---t Tf(p)CY) è un isomorfi.\'1no. (b) Se A C R n è un aperto e I : A  X è l'inversa di una carta locale allora f*p : Tp(A)  Tf(P)(X) è un isonl0rfismo per ogni p E A. Dimost razione (a) Sia f- l : Y ---t X il diffeomorfismo inverso di I. Per la proposizione 22.1 si ha: ( l x ) * p = (I - l . I) * p = (f - l ) * f (p) . f *p (l Y )*f(p) = (I. 1- 1 )*f<p) = !*p' (!-l)*f(p) e poiché (l x )*p e (1 Y)*f(p) sono le identità di Tp(X) e di Tf(p/Y) rispettivamente, la conclusione segue. Cb) Sia cp : I(A) ---t R n l'inversa di !. Per la proposizione 22.1 si ha: (<p . !)*p = C <p )*f(P) . I*p e poiché (<p' I)*p è l'identità di Tp(A) = Tp(R n ), I*p è iniettiva. Il Se X è una sottovarietà di R N di dimensione n, allora per ogni p E X esiste un aperto A C R n ed una parametrizzazione I : A ---t R N la cui immagine è un aperto U C X contenente p, e la cui inversa è una carta locale <p : U  R n . Sia p E A tale che f(p) = p. Dal corollario 22.2(b) segue che f*p è iniettiva ed ha per immagine t*p(Tp(X» dove t : X C R N è l'inclusione. Quindi t*p 
22 I Differenziali /97 identifica Tp(X) ad un sottospazio di Tp(R N ) = R N . Per questo motivo nel seguito considereremo gli spazi tangenti ad una sottovarietà di R N come dei sottospazi vettoriali di R N . Spesso è utile considerare lo spazio tangente affine a X in R N , che è definito come il sotto spazio affine p + Tp(X) di R N (fig. 22.1). Sia I : X --+ Y un'applicazione differenziabile e a : J  X una curva diffe- renziabile. La composizione I. a : J -+ Y è una curva differenziabile in Y. Sia p == a(to), e sia v = a' (to) E Tp(X) il vettore velocità di a. Per la proposizione 22.1 si ha: I*p(v) = (I . a)' (io), [22.1 J cioè il differenziale f*p può essere calcolato sul vettore v come il vettore velocità della curva f. a. Quest'osservazione è utile perché un vettore velocità è facile da calcolare in pratica e perché ogni vettore tangente a una varietà in un suo punto qualsiasi è il vettore velocità di qualche curva differenziabile, come ora dimostre- remo. Quindi la [22.1] fornisce un metodo pratico per calcolare il differenziale di un morfismo. 22.3 PROPOSIZIONE Sia X una varietà difJerenziabile, p E X e sia v E Tp(X). Esiste una curva differenziabile a : J --+ X definita in un intervallo J contenente O tale che a(O) = p e a' (O) = v. Dbnostrazione. Se X = R U possiamo definire a : R --+ R n come a(t) = p + tv. Nel caso generale sia A C R n un aperto e sia q; : A  X l'inversa di una carta locale tale che q;(u) = p per qualche U E A. Per la proposizione 22.2(b) il I i ---- Figura 22.1 f 
198 Varietà differenziahili I Cap. 5 differenziale cP*u : Tu(A) -+ Tp(X) è un isomorfismo. Sia w E R n = Tu(A) tale che v = cP*u(w). Allora o:(t) = 4J(u + tw) è la curva cercata. Il Una curva o: che gode delle proprietà descritte dalla proposizione 22.3 si dice adattata a v. Supponiamo che f : X -+ Y sia un morfismo di varietà differenziabili e sia p E X. Consideriamo coordinate locali {x I, . . . , xn} in un intorno di p e coordinate locali {YI, . . . , Ym} in un intorno di f(p), dove n = dim(X) e m = dim(Y). VogJiamo determinare la matrice che rappresenta f*p : Tp(X) -+ Tf(p) (Y) rispetto alle basi ( f ) , ( - 8 8 ) ,..., ( - 8 8 ) di Tp(X) x I P X2 p X n p e ( ) , (  ) , . . ., ( a a ) di T f (p) (Y). a:, f(p) aY2 f(p) Ym f(p) Si ha !* (( aj )J =E (( a(.f) )J ( a:J f(p)' I coefficienti della somma a secondo membro formano la j-esima colonna del1a matrice cercata, la quale ha pertanto la forma seguente: J !(p) := ( ( a(.f) )J = ( 8(YI . f» ) 8xI p ( 8(y I . f» ) 8X2 P ( 8(Yl . f» ) 8x n p ( 8(Ym' f» ) ( 8(Ym' f» ) 8XI p 8X2 P ( 8(Ym . f» ) 8x n p Questa matrice si chiama matrice jacobiana di f in p. Abbiamo dimostrato la seguente 22.4 PROPOSIZIONE Sia f : X -+ Y un morfismo di varietà differenziabili, p E X, {Xl"", xn} coordinate locali in un intorno di p e {YI,..., Ym} coordinate locali in un intorno di f(p). Il differenziale f*p : Tp(X) -+ Tf(p)(Y) è rappresentato dalla matrice jacobiana J f(P) rispetto alle basi ( aJ p' ( aJ p"'" ( a:n )p di Tp(X) 
22 I Differenziali /99 e ( aa ) , ( aa ) ,..., ( f- ) di Tf(p) (X). Y] f(p) Y2 J(P) Ym J(P) U n caso particolare della proposizione precedente si ha quando I : U  R m è un'applicazione diffcrenziabile definita su un aperto U di R n a valori in R m .. Se f] , . . . , / m : U  R sono le componenti di / si ha in p E U: ali (p) af] (p) al] (p) aXl 8X2 aX n J f(p) = a/m (p) al m (p) al m (p) aXI aX2 aX n cioè la matrice jacobiana è la matrice delle derivate parziali delle componenti di I calcolate in p. Se / è una parametrizzazione allora, per il corollario 22.2, J I(p) ha rango massimo in ogni p E U. 22.5 Eselnpi l. Se f : R m  R m è una traslazionc allora f*p = l R Tti mentre se g : R n  R m è un' applicazione lineare allora g*p = g per ogni p E R n . Quindi se F : R n -t R m è un' affinità con parte lineare L, allora F*p = L per ogni p E R n . Segue che se X è una sottovarietà di R n allora la restrizione .Fìx : X -t R m ha per differenziale (.fìx )*x in ogni x E X la restrizione di L a Tx(X). 2. Se U è un intervallo aperto di R e a : U  R N è una curva differenziabile, in un punto to E U la matrice jacobiana è a (to) a ( t o) J a(to) = a(to) cioè t(Ja(t o » = a'(to) è il vettore velocità di a in io. Quindi se è una parame- trizzazione a ha vettore velocità non nullo in ogni punto. Per esempio la curva a : R -t R 2 , a(t) = (t 2 , t 3 ), ha vettore velocità a'(i) = = (2t, 3t 2 ) che si annulla in i = O. Quindi, pur essendo un omeomorfismo, a non è una parametrizzazione. 3. Se U C R n è un aperto e cp : U  R N è un'applicazione differenziabile tale che cp(U) C X, dove X è una sottovarietà di R N , allora per ogni U E U cp*u(Tu(U» C T<p(u)(X) 
200 Varietà differenziabili I Cap. 5 (proposizione 22.1). In particolare, se dim(X) = n e Cp*u è inietti va si ha l'ugua- glianza; quindi, se la matrice jacobiana J cp(u) ha rango n le sue colonne generano T<p(u) (X). Ad esempio, lo spazio tangente ad S] (O, r) C R 2 , r > O, in un suo punto p = (x y) è il sottospazio (y, -x») di R 2 . Infatti l'applicazione [20.2], che ha per immagine ...'3 l (O, r), ha matrice jacobiana ( -r Sin(t» ) J I(t) = r cos(t) per ogni t E R. Analogamente, sia r > O e: . R 2 R 3 ep. --+ [22.2J ep(u, v) = (r cos(u) cos(v), r cos(u) sin(v), r sin(u». L'applicazione cp è un morfismo la cui immagine è la sfera 8 2 (0, r) di centro l'origine e raggio r in R 3 . La matrice jacobiana di ep in un punto (u, v) E R 2 è: Jep(u,v) = -r sin(u)cos(v) -r sin(u) sin(v) r cos(u) -r cos( u) sin( v) r cos( u) cos( v) O Questa matrice ha rango massimo precisamente nei punti In cui cos( u) # o. Pertanto cp* ha rango massimo ad esempio nell'aperto (- ; , ; ) x R, la cui immagine è 8 2 (0, r) privata dei due poli (O, O, ::!:r). Se p E 8 2 (0, r)\ {(O, O, ::!:r)} le colonne di J cp( u, v) generano il piano p.l... Naturalmente per eseguire lo stesso calcolo si può utilizzare l'atlante costituito dalle proiezioni stereografiche. Più in generale si può calcolare facilmente che Tp(sn) = p..l, cioè che lo spazio tangente a sn in un suo punto p è il sottospazio di R n + 1 ortogonale e p. 4. Sia U un aperto di C e I : U --+ C un' applicazione di classe CC 1). Sia f(z) = I(x + iy) = u(x, y) + iv(x, y) dove u, v : U --+ R sono rispettivamente la parte reale e la parte immaginaria di I. La matrice jacobiana di I nel punto z è: au (z) au (z) ax ay av (z) av (z) ax ay a (dx,dy) E Tuz , J I(z) = Associando il numero complesso dz = dx + idy, lo spaZIO 
22 I Differenzìali 201 tangente Tu,z si identifica a C. Quindi per ogni dz = dx + idy E Tu,z si ha: ( au au ) . ( av av ) I*z(dz) = ax (z)dx + ay (z)dy + 1 ax (z)dx + 8y (z)dy . Se f è olomorfa allora: l' (z) = dI =! ( a f _ i a f ) =  [ 8U + av + i ( av _ au ) ] . dz 2 ax ay 2 dx ay ax ay Poiché 8u dx 8v 8u 8y' ay av - ax calcolando si trova: l'(z)dz = f*z(dz). Si osservi che se f è olomorfa allora det(J/(z» = Il'(z)1 2 . 5. Toro in R 4 . L'applicazione: cp : R 2 ---t R 4 [22.3 J <p(u, v) = (cos(u), sin(u), cos(v), sin(v» ha per immagine il toro T 2 = S l X Si. La matrice jacobiana di cp è: - sin(u) O cos(u) O Jcp(u,v) = O - sin( v) O cos( v) e ha ovunque rango 2. Pertanto il piano tangente a T'l in cp( u, v) è generato dalle colonne di Jcp(u,v). Esercizi 1. Dimostrare che se f : X ---+ Y è un' applicazione costante tra varietà differenzÌabili allora f*x : Tx(X) ---+ Tf(x)(Y) è l'applicazione nulla per ogni x E X. 2. Verificare che per ogni n > 1 il morfìsmo . R n R n+l <p. -+ <p(Ol, . . . , On) = (r cos(O}) . . . COS(On l) COS(On), r COS(O}) . . . COS(On" l) sin(On), [22.4 ] r cos(O]) . . . cos(On - 2) sin(On .- l), . .. , r sin(OI» 
202 Varietà differenziabili I Cap. 5 ha per immagine la sfera sn(o, r) di centro l'origine e raggio r in R n + 1 e che la matri cc j acobi an a di 'P ha rango massi mo nei punti dell' aperto (-  ' ; ) x R n - I, e ha imlllagine sn(o, r)\ {(O, . .. , O, r), (O, . . . , O, -r)}. 23 Orientabilità Le varietà differenziabili sono definite in modo da essere localmente diffeomorfe allo spazio euclideo, cioè in modo che ogni punto abbia un intorno diffeomorfo a un aperto di R n per qualche n. Ciò significa che la loro geometria non presenta alcuna particolarità da un punto di vista locale, cioè la loro struttura è la stessa nell'intorno di ogni punto. Ciò che distingue tra loro varietà non diffeomorfe della stessa dimensione sono le cosiddette "proprietà globali": trovare un diffeomorfismo F : X --+ Y tra due varietà equi vale a stabilire che esse sono globalmente identiche dal punto di vista della topologia differenziale, mentre per dimostrare che due varietà non sono diffeomorfe occorre scoprire che hanno qualche diversità globale. La proprietà globale più semplice a definirsi è la "orientabilità". Sia X una varietà differenzi abile, e siano {x l, . .. , Xn} e {Yl,'.', Yn} due si- stemi di coordinate locali definiti negli aperti U e V rispettivamente. I due sistemi di coordinate si dicono orientati concordelnente (discordelnente) in p E U n v se det ( ( :. ) p) > O « O), dove ( ( : ) p) è la matrice di transizione dalle coordinate {XI, . . . , xn} alle {Yl, . . ., Yn} nel punto p. Poiché det ( ( : ) J è una fun- zione di p continua e mai nulla il suo segno è costante sulla componente connessa di p in U n V. Quindi in tale componente connessa i due sistemi di coordinate sono ovunque concordemente orientati oppure ovunque discorden1ente orientati. 23.1 DEFINIZIONE Una varietà diff'erenziabile X si dice orientabile se possiede un atlante differenziabile {(U;\, CP)J} ÀEA tale che in ogni p E U À n UN i sistemi di coordinate locali definiti da cp;\ e da CP;\' siano orientati concordelnente per ogni coppia di indici À, )./ E A. Un atlante siffatto si dice orientato. Se non possiede un atlante orientato X si dice non olientabile. Due atlanti orientati si dicono concorden1ente orientati (o concordi) se la loro unione è un atlante orientato, altrimenti si dicono discordemente orientati (o di- scordi). Due atlanti orientati sono discordi se e solo se in ogni punto ogni sistema di coordinate definito dal primo atlante è discordemente orientato da ogni sistema di coordinate definito dal secondo. È evidente che l'essere concordemente orientati è una relazione di equivalenza tra atlanti orientati. Pertanto se X è orientabile l'insieme di tutti gli atlanti orientati è ripartito in due classi disgiunte ognuna costituita da atlanti tra loro concorden1ente orientati. Queste due classi si dicono le orientazioni di X. X possiede due orientazioni, ognuna delle quali è indi- 
23 I Orientabilità 203 viduata assegnando un atlante orientato che la rappresenta. Se in X è assegnato un atlante orientato la diremo una varietà orientata; l'atlante orientato definisce una orientazione in X. In pratica la scelta di una orientazione di una varietà equi vale alla scelta di una orientazione in tutti i suoi spazi tangenti "in modo coerente"; una volta as- segnata una orientazione della varietà X si assegna una orientazione in ognI Tp(X) che varia con continuità al variare di p e che è definita dalla base { ( al ) p , . . . , ( an ) p }, dove {XI,"" xn} sono coordinate locali in un intorno di p definite da una carta locale appartenente ad un atlante orientato che definisce l' orientazione di X. Dalla definizione segue immediatamente che se X è orientabile ogni sua sotto- varietà aperta è orientabile; il viceversa è ovviamente falso, perché ogni varietà, orientabile o no, possiede un aperto diffeomorfo a un aperto di R n e quindi orientabile (cfr. il successivo esempio 23.2(1 ». Quindi per dimostrare che una varietà X non è orientabile è sufficiente trovare una sua sottovarietà aperta che non è orientabile. Se dim X = O, un' orientazione su X si definisce attribuendo un segno, + 1 o - 1, ad ognuno dei suoi punti. 23.2 Esempi 1. Poiché ogni carta locale è concordemente orientata con se stessa, ogni varietà che possiede un atlante consistente di una sola carta locale è orientabile. Quindi sono orientabili gli aperti di R n (in particolare R n stesso), e le sotto varietà di R N che sono immagini di una parametrizzazione. È pure orientabile ogni varietà che possiede un atlante consistente di due carte locali {(UI, 'P l), (U 2 , <P2)} tali che U I n U 2 sia connesso. Se infatti {(U I , <p]), (U 2 , 'P2)} è un atlante non orientato allora è orientato l'atlante {(U I , 'P l), (U 2 , 1/;2) }, dove 1/;2 è la carta locale definita cambiando di segno la prima componente di 'P2. In particolare le sfere sn, n > 2, sono varietà orientabili perché l'atlante costituito dalle due proiezioni stereografiche 7r + e 7r soddisfa la condizione. 2. Nella circonferenza SI l'atlante {7r +, 7r--} costituito da due proiezioni stereo- grafiche non è orientato. Infatti si ha: 1 (7r- . 7r I)(t) = - t 1 e la matrice di transizione è ì' Però sostituendo a 7r la carta locale -7r - SI t- ottiene un atlante orientato. Quindi S] è orientabilc. 3. Il nastro di Moebius aperto MO. Ricordiamo (cfr. esempio 7.6(7» che MO è il quoziente di I x (O, 1) rispetto alla relazione di equivalenza J.l che identifica tra loro i punti (O, t), (1, l - t) E I x (O, l) per ogni t E (O, l). 
204 Varietà differenziabili I Cap. 5 Sia O < E < . L'applicazione differenziabile g: (-c,I +e) x (0,1) -+ R 3 definita da g(s, t) = ( cos(211" s) + (t - ) sin(11" s) cos(211" s), sin(211"s) + (t -  ) sin(11"s) sin(211"s), (t - ) COS(11"S») ha immagine omeomorf a a MO. Inoltre per ogni So E I l'aperto (so - c, So +e) x (O, 1) viene mandato da g diffeomorficamente sulla sua immagine, che è un aperto di MO. Quindi M O è una superficie differenziabile. La proiezione ç: (-c, l +e) x (O, l) -+ M O è differenziabile e per ogni x E (-c, l + c) x (O, 1) il differenziale ç*x : Tx« -c,l + c) x (0,1» -+ Tç(x)(Mo) è un isomorfismo; ciò segue dal fatto che la restrizione di g a un intorno suffi- cientemente piccolo di x è una parametrizzazione. Il segmento (-E, l +E) X { } C (-E, l +E) x (O, l) ha immagine ç (( -E, l +E)X {  }) ditfeomorfa a SI. In ogni punto x = (S, ) E (-E,l + E) x { } conside- riamo la base canonica {el, e2} di Tx« -c,l + c) x (O, I »: essa viene trasformata dall' applicazione ç* in una base di Tç(x)(M) che ne definisce una orientazione. Quando x varia da (O, ) a (1,  ) il punto ç(x) descrive interamente SI tornando al punto di partenza y := ç ( (O, )) = ç ( (1, )) ma le basi di Ty(MO) trasformate dclla base canonica di T( o: t ) « - c, I + c) x (O, 1» e di quella di T( I ,  ) ( ( - e, 1 + c) x (O, 1» sono discordemente orientate (fig. 23.1): quindi le due orientazioni di T.lI(MO) possono essere ottenute una dall' altra con variazione continua di un' orientazione in Ty,(MO) al variare di y' E SI. Ciò non avverrebbe se MO fosse oricntabilc. Quindi MO è una superficie non orientabilc. 
23 I Orientabilità 205 v, V1 Figura 23.1 4. Il piano proiettivo reale p2(R) contiene un aperto diffeomorfo al nastro di Moebius aperto e quindi è un esempio di superficie differenziabile compatta non orientabile. Per verifìcarlo si consideri la rappresentazione di p2 come quoziente della sfera T : S2 ---t p2. T è un morfismo la cui restrizione alla semisfera chiusa S = {x E S2 : X3 > O} è un' identificazione (J : S: ---t p2 che realizza p2 come quoziente di S ottenuto identificando tra loro punti dia- metralmente opposti del1a circonferenza SI = {x E S : X3 = O}. L'immagine (J (S l) = T(S l) è la retta impropria di equazione X 3 = O. Sia O <  < 1, e sia Sé = {x E S2 : O < X3 < é}. (J (Se) è un aperto di p2 contenente la retta impropria e diffeomorfo a MO (fig. 23.2). La verifica di questo fatto è lasciata al lettore. Nel capitolo 4 abbiamo verificato che S2 e p2 non sono omeomorfi perché hanno gruppi fondamentali non isomorfi (cfr. esempio 18.3). Ne consegue che queste due superfici non sono neanche diffeomorfe. La stessa conclusione discende dal fatto che S2 è orientabile e p2 non lo è. Si osservi che p2 è ottenuto dal piano R 2 con l'aggiunta di una retta proietti va, cioè di un S I , di punti all' infinito. Invece S2 è ottenuta dal piano R 2 con l'aggiunta di un punto all' infinito; in altre parole per ottenere S2 si devono identificare ad un unico punto tutti i punti della retta impropria di p2. Questa identificazione ha 1'effetto di restituire l' orientabilità. 
206 --- --- a -- --- ---------------------- Varietà differenziabili --------------- --- -- -- Se b --- --- --------------- --- a  -- --- -- ..... --- c J b ....... --- --- ------------------- b a t a t t c ..... c t b , , ..... , " , , " , ' , " , " _..c:;. , " b  --- - - ..... ----- Figura 23.2 .......-  a .,..----.... ,- , " , , , , , ',- --, , , " , " , - ...... , , -- a (Se) I Cap. 5 
24 I Diffeomorfismi locali 207 Esercizi 1. Dimostrare che lo spazio proiettivo complesso pn(c) è una varietà diffcrenziabile orientabile di dimensione 2n per ogni n 2:: l. 2. Dilllostrare che p2(R) è omeomorfo allo spazio ottenuto dal nastro di Moebius M identificando ad un punto la circonferenza 8M := M\Mo. 3. Sia X una superficie topologica. Un atlante {U i , 'Pi }iE=I si dice 0/0111011'0 se per ogni i, j E I tale che U 1 : n Uj 1= 0 l'applicazione 'Pj . 'Pi I : 'P1"(Ui n Uj)  C è ololl1orfa (dove si è identificato R 2 con C). Due atlanti ololnor:fi in X si dicono equivalenti se la loro unione è ancora un atlante olomorfo. Una classe di equivalenza di atlanti OlOlTIOrfì in X si dice struttura c()1nplessa su X. Una superficie topologica dotata di una struttura complessa si dice superficie di Riel11ann. Dimostrare che una superficie di Riemann è una superficie differenziabile orientabile. 24 Diffeomorfismi locali Le proprietà algebriche dei differenziali di un nlorfismo di varietà differenziabili danno informazioni sul comportamento del morfismo stesso. In questo paragrafo c nei successi vi investigheremo queste proprietà e le loro conseguenze geometriche. Un risultato fondamentale dell' Analisi che utilizzeremo è il seguente. 24.1 TEOREMA (della funzione inversa) Sia U C R n un aperto, e sia F : : U ---t R n un'applicazione di classe C( l). Supponia1110 che esista a E U tale che il differenziale F*a : R n ---t R n sia un isomorji.wno. Allora esiste un aperto V C U contenente a tale che F(V) è un aperto e la restrizione Flv : V ---t F(V) è un diffeolnol:fis1110 di classe C( 1). Per la dimostrazione di questo teorema nnVIamo a un testo di Analisi Mate- matica. N el paragrafo 22 abbiamo dimostrato che, se un' applicazione F : U ---t Rn è un diffeomorfismo di U su un aperto, allora F*a è un isomorfismo per ogni a E U (corollario 22.2). Il teorema 24.1 inverte questo risultato. Si osservi che dall' enunciato del teorema 24.1 e dal corollario 22.2 segue in particolare che se F*a è un isomorfismo in un punto a E U allora F*x è un isomorfismo in ogni punto x appartenente ad un intorno aperto di a; in altre parole il luogo dei punti x E U in cui F*x è un isofnorjislno è aperto. Ciò che è notevole nel teorema 24.1 è che esso permette di concludere che un n10rfismo ha una proprietà topologica c differenziale molto forte a partire dall ' informazione, molto semplice da verificare, che F*a è un isomorfismo, cioè che la matrice jacobiana J F(a) ha determinante diverso da zero. 
208 Varietà differenziabili I Cap. 5 Ad esempio, sia U un aperto di C e f : U ---t C un' applicazione olomorfa. Segue dall' esempio 22.5(4) che I è un diffeomorfismo locale in un punto z E U se e solo se l' (z) =I- O. Consideriamo un morfìsmo di varietà differenziabili f : X ---t Y. Diremo f un diffeolnorfismo locale nel punto x E X se f induce un diffeomorfismo di un intorno aperto di x su un intorno aperto di f(x). f si dirà difjeoln()J:{ismo locale se lo è in ogni punto x E X. Un diffeomorfismo locale è anche un omeomorfismo locale. Ovviamente un diffeomorfismo è un diffeomorfismo locale, ma il viceversa non è in generale vero: ad esempio, il morfismo E : R ---t SI, E(x) = e 21rix è un diffeomorfismo locale ma non è un diffeomorfismo. Ogni inclusione aperta è un diffeomorfismo locale ma non è un diffeomorfismo se non è suriettiva. Si osservi che se esiste un diffeomorfismo locale f : X  Y allora dim(X) = dim(Y). Segue immediatalnente dalla definizione che, se I : X ---t Y è un diffeomorfismo locale in x E X e g : Y ---t Z è un diffeomorfismo locale in I(x), allora g . I è un diffeomorfismo locale in x; quindi la composizione di diffeomorfismi locali è un diffeomorfismo locale. Il teorema 24.1 può anche enunciarsi così: se F*a è un isomorfismo, F è un diffeomorfismo locale in a. In tale forma questo risultato ammette un' immediata estensione a morfismi tra varietà. 24.2 TEOREMA Sia f : X ---7 Y un lnorfismo di varietà differenziabili ed x E X. f*x è un ison10rjislno in x se e solo se I è un diffeomorfismo locale in x. La dimostrazione del teorema è un facile esercizio sull'uso delle carte locali e viene lasciata al lettore. 24.3 Eselnpi 1. Sia I : SI  R, I(x, y) = x, il morfismo indotto dalla proiezione. Il differenziale f*x si annulla in x = (-1, O), (l, O), i punti in cui la retta tangente è parallela aH' asse y. In un qualunque intorno di uno di questi punti f non è biunivoca e quindi non è un diffeomorfismo locale. In ogni altro punto di SI I è un diffeomorfismo locale (fig. 24.1). 2. Sia s : R 2  R 2 , s(u, v) = (u, uv). Siano (u, v) coordinate nel dominio e (x, y) nel codominio. La matrice jacobiana di s in un punto (u, v) è: J s( u, v) = ( : ) 
24 I DiffeomollisI11i locali 209 Figura 24.1 e quindi s è un diffeomorfismo locale in tutti i punti che non appartengono alla retta u = O. Infatti la restrizione di s a R 2 \ {u = O} è un diffeomorfismo R 2 \{u = O}  R 2 \{x = O} il cui inverso è b: R 2 \{x = O}  R 2 \{u = O} b(x, y) = (x, ) . Tutta la retta u = O viene mandata da s nell' origine. Quindi Im(s) = [R 2 \{x = O}l u {O} non è aperta. 11 fatto di essere un diffeomorfismo locale è una proprietà locale dei morfismi, che si verifica punto per punto; invece la proprietà di essere un diffcomorfismo è di natura globale perché un diffeomorfìsmo dev' essere necessariamente un' ap- plicazione biunivoca. La biunivocità è anche sufficiente perché un difTeOlTIOrfislTIO loca1e sia un diffeomorfismo: 24.4 PROPOSIZIONE Se f : X  Y è un diffeol1un:fislno locale e un' applica- zione biettiva, allora f è un diffe ()In o rfisl1 10. 
2/0 Varietà differenziabili I Cap. 5 DÙnostrazione. Poiché f è biettiva l'applicazione inversa f- l : Y  X è definita. Inoltre, essendo f un diffeomorfismo locale, ogni punto y E Y possiede un intorno aperto V tale che la restrizione di f ] a V sia un diffeomorfismo; in particolare f-] è un morfismo. Quindi f e f- l sono diffeomorfismi uno inverso dell' altro. Il Un esempio di diffeomorfislTIo locale suriettivo che non è un diffeomorfismo è l'applicazione z 1--7 e Z , di C\{O} in sé; la controÌ111magine di ogni punto w E C\{O} è un insieme infinito discreto: questa proprietà è un caso particolare di un risultato generale che ora dimostreremo. Consideriamo un morfìsmo I : X -+ Y di varietà e supponiamo dim(X) = = dim(Y). Un punto y E Y si dirà valore regolare di I se f è un diffeomorfi- smo locale in ogni punto x E f '(y); altrimenti y è detto valore critico di f. Questa definizione rientra in una più generale che daremo nel prossimo paragrafo. Si os- servi che dalla definizione segue che ogni punto y E Y tale che f- '(y) = 0 è un va- lore regolare perché la condizione della definizione è banalmente soddisfatta in y. 24.5 TEOREMA Sia f : X -7 Y un lnorfislno di varietà e supponialno dim(X) = = dim(Y). Sia y E Y un valore regolare di I. Allora: (a) L' insie111e f l (y) è un sottopazio discreto di X (eventualmente vuoto). (b) Se X è cOlnpalto allora I '(y) è un insielne finito ed esiste un aperto V C Y contenente y tale che ogni y' E V è un valore regolare di f e gli insien1i 1--] (y) ed f l (y') hanno lo stesso nUlnero di elen1enti. In particolare l'insielne dei valori regolari di f è un aperto di Y. DÙllostrazione (a) Sia x E f- ] (y). Poiché f è un diffeomorfismo locale in x, esiste un intorno aperto U di x mandato da f diffeomorficamente su un intorno aperto di y; in particolare f è bi uni voca in U e quindi f I (y) n U = {x}. (b) f-' (y) è un sottoinsieme chiuso e discreto di uno spazio compatto e quindi è fìnito. Sia f - I (y) = {x" . . . , x n }, e per ogni i = 1, . . . , n sia Ui un intorno aperto di X'i Inandato da f diffeo1110rficalTIente su un intorno aperto di y. Al10ra V = r f(U]) n . . . n !(Un)]\f(X\(U, u . . . U Un») è un aperto di Y contenente y che ha le proprietà volute. 11I L'ultima asserzione del teorema può anche esprin1ersi così. Sia W C Y l'aperto dei valori regolari: la funzione W --+ N che associa a y E W il numero # f '(y) dei punti dell' insieme f - l (y) è locahl1ente costante, cioè è costante su ogni componente con nessa di W. 
24 I D iffeom()/fismi locali 211 Anche se è molto sen1plice, il teorema 24.5 ha notevoli conseguenze. Vediamone alcune. Identifichiamo C al piano euclideo R 2 e sia 7[+ : S2\ {(O, O, l)} --+ C la proiezione stereografica. Sia F : C  C un morfismo. Direrno che F si estende all'infinito se esiste un morfismo F : S2 --+ S2 tale che F = 7[+ . F . 7[ l, cioè se esiste fr la cui espressione nelle coordinate locali determinate da 7[ + è F. Segue dal teorema 24.5(b) che se F si estende aH' infinito e possiede almeno un valore regolare (per esempio è olomorfa) allora esiste un aperto non vuoto W di C tale che # F" l (w) < 00 per ogni w E W. Ciò non avviene ad esempio per la funzione esponenziale z 1--+ e Z , la quale ha tutto C come insieme di valori regolari, ma ognuno di essi ha controimmagine infinita: pertanto e Z non si estende all' infinito. La stessa cosa avviene per tutte le funzioni olomorfe intere f : C --+ C dotate di una singolarità essenziale aH' infinito. Una classe di morfÌsmÌ che si estendono alI' infinito sono i polinomi. Se p (Z) = ao + a l Z + . . . + a n Zn è un polinomio a coefficienti complessi di grado effettivo n (a n =I- O), allora la corrispondente funzione P : C --+ C si estende all 'infinito. Infatti la restrizione di 7[+ l. P '7[+: S2\{(0,0, l)} --+ S2 a S2\ {(O, O, l), (O, O, -l)} è, nelle coordinate locali date da 7[ , la funzione: ( l ) zn Q(z) = P = = - - - n Z ao + al z + . . . + anz (cfr. 920). Poiché Q(z) si estende a una funzione (olomorfa e quindi) di classe C(OO) in un intorno di O, 7[ l . P . 7[+ si estende a un morfismo P : S2 --+ S2. Il teorema 24.5 permette di dare una nuova semplice dimostrazione del teorema fondamentale deIl' algebra. 24.6 TEOREMA FONDAMENTALE DELL"ALGEBRA Ogni polirunnio non costante a coefficienti c(nnplessi possiede una radice in C. Di1nost razione Sia P(Z) = a() + al Z +. . . + anZ n un polinomio a coefficienti complessi di grado effettivo n > l, e sia P : C  C la corrispondente applicazione. Sarà sufficiente dimostrare che P è suriettiva. Sia z E C: P è un diffeomorfismo locale in z se e solo se p' (z) =f O. Poiché i l polinomio p' (Z) non è identicamente nullo, esso si annulla in un numero finito di punti {Zl  . . . , Zk} e quindi C\ {P(ZI)' . . . , P(Zk)} è l'insieme dei valori regolari di P. Poiché P si estende all'infinito, per il teorenla 24.5(b) la funzione #p-l(w) è costante al variare di w E C\{P(z}),...,P(Zk)}' essendo quest' insieme connesso. Ma # P l (w) non è zero ovunque e quindi è posi ti vo ovunque. Ciò significa che P è surietti va. /I 
212 Varietà d(fferenziabi li I Cap. 5 Esercizi 1. Verificare che la proiezione naturalc T : S2  p2 è un diffeomorfismo locale. 2. Determinare i valori regolari della proiezione f : sn  R n , f(Xj,..., xn+d = (X],..., x n ). 3. Sia f : R  R un diffeomorfismo locale. Dimostrare che Im(!) è un intervallo aperto e che f definisce un diffeomorfismo di R su Im(f). 4. Dimostrare che se Il : XI  Y 1 , 12 : X2 -4 Y2, . . . ,Ik : Xk ---+ Yk sono diffeomorfismi locali allora: f = fl X . . . X fk : XI x . . . X Xk  Y I X . . . X Y k f(x] , . . . , Xk) = (f] (x d, . . . , I(xk» è un diffeomorfìsmo locale. 5. Sia U = {(p, O) E R 2 : p > O} e ? P : U  R- p(p, O) = (p cos( O), p sin( O». Dimostrare che p è un diffeomorfìsmo locale. Determinare un aperto massimale V C U tale che la restrizione PIV sia un diffeomorfismo sull'inlmagine, e determinare p(V). p J è detta applicazione di passaggio da coordinate polari a coordinate cartesiane in R 2 . 6. Sia U = {(p,O,<p) E R3: p > O} e s : U  R 3 s(p, O, cp) = (p cos(O) COs(<p), p sin(O) cos(<p), p sin(<p». Dinl0strare che 8 è un diffeorTIorfìsmo locale. Determinare un aperto massimale V C U tale che la restrizione slv sia un diffeol110rfismo su]]'immagine, e determinare s(V). S è detta applicazione di passaggio da coordinate polari (o jferiche) a coordinate . . R 3 carle.5lane ln . . 7. Sia W = {(p, O, z) E R 3 : p > O} c c : W  R 3 c(p, O, z) = (p cos(O), p sin(O), z) Dimostrare che c è un diffeomorfismo locale. Detenllinare un aperto massimale V C W tale che la restrizione clv sia un diffcolTIorfisrTIo sull' immagine, e determinare c(V). c è detta applicazione di passaggio da coordinate cilindriche a coordinate cartesiane in R J . 
25 I Immersioni e sotlovar;età 213 8. Sia X uno spazio topologico di Hausdorff soddisfacente il secondo assioma di numera- bilità, e Y una varietà differenziabile. Supponianlo che f : X  Y sia un omeomorfismo locale. Dimostrare che X possiede una struttura di varietà differenziabile tale che f sia un diffeomorfismo locale. 9. Siano X, Y, Z varietà differenziabili, f: X  Y un diffeomorfismo locale che è un rivestinlento e g : X  Z un nlorfismo. Supponiamo che si abbia g(x) = g(x') per ogni x, x' E X tali che f(x) = f(x'). Dimostrare che ponendo per ogni y E Y: h(y) = f(x), dove x è un elemento qualsiasi di f- l (y), SI definisce un morfismo h : Y  Z tale che h. f = g. 25 Immersioni e sottovarietà 25.1 DEFINIZIONE Sia X una varietà differenziabile. Un sottospazio Z C X si dice sottovarietà differenziabile di dinlensione..,:!!i 'di X se per ogni z E Z esiste un intorno aperto U z di z in X e un'applicazione differenziabile Fx : U z ---t R m che induce una biezione Fz di Uznz su un aperto V di B tale che la biezione inversa V ---t U z n Z sia dijJerenziabile COlne applicazione di V in X. Se dim(X) = n, l'intero n - m si dice codimensione di Z in X. Se Z è una sottovarietà di dimensione m di X, allora ogni coppia (U z n Z, Fz) è una carta locale in Z. La condizione che Fz e la sua inversa siano differen- ziabili implica che due qualsiasi di queste carte locali sono differenziabilmente compatibili. Pertanto {(U z n Z, Fz)} zEZ costituisce un m-atlante differenziabile in Z, e quindi Z è una varietà differenziabile di dimensione m. Nella definizione 25.1 rientrano come casi particolari le sottovarietà di R N (definizione 20.1; vedi fig. 25.1). Una sottovarietà di dimensione O è un sottoinsieme discreto di X. Una sottovarietà di dimensione n di una varictà differenziabile X di dimensione n è una sottovarietà aperta. Ciò segue facilmente dal teorema 24.2 (cfr. esercizio l). Segue subito dalla definizione che l' applicazione  : Z  X di inclusione di una sottovarietà Z in X è un morfismo di varietà. Inoltre in ogni punto z E Z il differenziale *z : Tz(Z) ---t Tz(X) è inietti vo: la dimostrazione è simile al caso delle sottovarietà di R N (cfr. corollario 22.2) e vicnc lasciata al lettore. 25.2 DEFINIZIONE Un lnorfisl11() di varietà dijj'erenziabili f : X -+ Y è un 'ÌIl1mersione nel punto x E X se f*x : Tx(X) ---7 Tf(x)(Y) è iniettivo. f è un 'immersione se è un 'Ùn111ersione in ogni x E X. 
2/4 Varietà difj'erenziabili I Cap. 5 Figura 25.1 La definizione di immersione è data e si verifica punto per punto; è quindi una nozione di natura locale. Se I è un' immersione in qualche punto x E X, allora dim(X) < dim(Y), e se vale l'uguaglianza allora I è un diffeomorfismo locale. Se f : X ---t Y è un'immersione in x E X e g : Y ---t Z è un'immersione in I(x), allora g' f è un'immersione in x; pertanto la composizione di immersioni è un' immersione. Un morfismo di varietà differenziabili F : X ---t Y è un' inclusione differenziabile se induce un diffeomorfìsmo di X su una sottovarietà di Y, cioè se I(X) è una sottovarietà di Y e I : X ---t f(X) è un diffeomorfismo. Se X è una sotto varietà di Y, l' applicazione  : X C Y che manda X in se stessa è un esempio di inclusione differenziabile, che si chiama inclusione naturale della sottovarietà X in Y. L'applicazione di R n in R n + m che manda (x l  . . . , xnJ  (x I, . . . , x n , O, . . . , O) [25.1 ] è un' inclusione differenziabile e un  imlnersione. 25.3 PROPOSIZIONE Ogni inclusione differenziabile è un 'inunersione. Dimostrazione. Immediata. Il Il viceversa non è vero. Ad esempio l'applicazione [20.2] non è un'inclusione differenziabile perché non è iniettiva; ma è un'inllnersione perché J I(t) = (-r sin(t), r cos(t» è di rango l per ogni t E R. 
25 I Immersioni e sotlovarietà 215 In compenso la proposizione 25.3 può essere invertita localmente. 25.4 PROPOSIZIONE Se I : X ----) Y è un 'imlnersione allora ogni punto x E X possiede un intorno aperto V tale che la restrizione Ilv : V ----) Y sia un 'inclusione diffe re nziab ile. DÙnostrazione. Poniamo y = I(x). Siano cp : A ----) X l'inversa di una carta locale in un intorno di x, 1/J : B ----) Y l'inversa di una carta locale in un intorno di y, dove A C R n e B C R m sono aperti. Siano a E A, b E B tali che cp(a) = x, 1/;(b) = y, e supponiamo, come è lecito fare, che si abbia I( cp(A» C 1jJ(B). Si ha un diagramma commutativo: f ----) X cp i A Y i1/; B ----) H In cui H = 1jJ l . f . cp. Per costruzione H(a) = b. Per ipotesi H*a è iniettiva: pertanto la matrice jacobiana J H(a) ha rango massimo n, c, salvo riordinare le variabili, possiamo supporre sia della forma: JH(a) = C) dove M E GLn(R), N E M m n,n(R). Definiamo K : A x R rn - n ----) R m nel JTIodo seguente: K(v, w) = H(v) + (O, w). Allora K(a, O) = H(a) = b e JK(a,O) = ( ImO-n) dove O è la matrice nulla n x Cm - n). Si ha det(J K(a, O» = det(M) #0: per il teorema 24.1 K è un diffeomorfìsmo locale in (a, O). Anche la composizione 1/; . K è un diffeomorfìsmo locale in (a, O): pertanto esiste un aperto W C A x R rn n contenente (a, O) tale che la restrizione (1jJ. K)IT-V : W ----) Y sia una carta locale relativa a un intorno di y. Poniamo U = W n (A x {O}). Allora j : U C W è un'inclusione differenziabile e quindi anche r(1/;. K)lw J . j è un'inclusione differenziabile. X CPIU i U f ----) Y i (1jJ. K)lw W ----) j 
216 Varietà difJerenziabili I Cap. 5 Poiché 'PIU : U ---t X è l'inversa di una carta locale in un intorno di x, l'asserto è dimostrato. 11I Si osservi che dalla dimostrazione della proposizione 25.4 segue che esistono coordinate locali in un intorno di x e in un intorno di Y tali che f si esprima in coordinate locali nella forma [25.11. Affinché un' immersione sia anche un' inclusione differenziabile è necessario che sia un' applicazione inietti va. L'inietti vità non è però sufficiente: non è difficile dare esempi di immersioni che sono inietti ve ma che non sono inclusioni differenziabili (cfr. il successivo esempio 25.6(1)). L'iniettività è sufficiente nel caso in cui il dominio dell' applicazione è una varietà compatta. 25.5 PROPOSIZIONE Sia f : X ---t Y un' Ùnnze rsione lluettiva. Se f è un' ap- plicazione propria allora è un 'inclusione differenziabile. In particolare se X è conlpatta f è un 'inclusione differenziabile. Dimostrazione. L'ultima affermazione segue dalla prima, perché se X è com- patta allora f è propria perché Y è di Hausdorff. Dimostriamo la prima affermazione. lnnanzitutto faremo vedere che l' applica- zione X  f(X) è aperta e quindi è un omeomorfismo. Sia U C X aperto e supponiamo f(U) non aperto in f(X); allora esiste una successione {Yi }i l di punti di f(X)\f(U) che converge ad un punto Y E f(U). Siano {x} = F- l (y), {x 1 :} = f l(Yi), i = 1,2,.... Poiché {y} U {Yi : i = 1,2,...} è compatto anche { x } U {Xi : i = 1, 2, . . .} è compatto, e quindi, a meno di sostituire {Xi }i2: l con una sottosuccessione, possiamo supporre che esista x' := lim(xi) E X. Ma allora si ha: F(x') = lin1 F(Xi) = lim(Yi) = y = F(x) e, per l'iniettività di f, x' = x: quindi lim(xi) = x. l\1a x E U, mentre xi rt: U per ogni i, e ciò contraddice il fatto che U è aperto. Quindi F(U) è aperto. Dunque X ---t f(X) è un omeomorfismo. Ma per la proposizione 25.4 F è localmente un'inclusione differenzi abile; pertanto f(X) è una varietà e X ---t f(X) è un diffeomorfismo locale biunivoco; dunque, per la proposizione 24.4, X ---t f(X) è un diffeomorfìsmo. !Il Ogni parametrizzazione f : U ---t R" 1V , dove U C R n è un aperto, è un' incl usione differenziabile e, in particolare, un' immersione. Spesso è possibile, per una data sotto varietà X C R N di dimensione n, assegnare un' immersione f : U ---t R N , con U C R n aperto, ta1e che f(U) = X ma che non è una parametrizzazionc: questo morfismo, di volta in volta opportunamente ristretto, fornisce, grazie alla proposizione 25.4, parametrizzazioni le cui immagini ricoprono tutta la varietà e le cui inverse ne definiscono quindi un atlante. Un'immersione f con queste proprietà si dice talvolta una rappresentazione paralnetrica di X, c le con1ponent i 
25 I Immersioni e sottovarietà 2/7 di 1 si chiamano equazioni parametriche di X. Un esempio di rappresentazione parametrica della circonferenza SI è costituito dall'immersione [20.2]; altri esempi sono descritti più avanti. 25.6 Esen1pi l. Sia 1 : R  R 2 definita da 1(0) = (cos(O), sin(20». Si verifica immediatamente che 1 è un' immersione. La sua restrizionc alI' aperto  = (O, 7r /2) U (7r /2, 27r) è biunivoca, ma l'inversa non è continua perché I() = I(R) è connesso, mentre 11 è sconnesso. Quindi /16. è un' imn1ersione iniettiva che non è un' inclusione differenziabile (fig. 25.2). 2. Le applicazioni [22.21 e [22.4] non sono rappresentazioni parametri che perché non sono ovunque immersioni. La restrizione della [22.21 a (- ; , ; ) x R è una rappresentazione para!netrica di 8 2 (0, r)\ {(O, O, ::f:r)}. La restrizione della l22.41 all'aperto (- ; , ; ) x R n - I è una rappresentazione parametrica di 8 n (0, r)\ \ {(O,..., O, ::f:r)}. 3. L'applicazione: cp : R 2  R 3 cp(u, v) = (r cos(u), r sin(u), v) è una rappresentazione paraITIctrica del ci lindro con asse l'asse Z, e sezione oriz- zontale la circonferenza S I (O, r) C R 2 . 4. Toro in R 4 . L'applicazione: . R  R 4 ep.  ep(u, v) = (cos(u), sin(u), cos(v), sin(v» è una rappresentazione paranlctrica del toro T 2 = SI X SI (cfr. esempio 22.5(5». J1'igura 25.2 ti 
2/8 Varietà dijj'erenziabili I Cap. 5 ,5. Superfici rigate. Una superficie rigata di R N è una superficie descritta da una retta (o da un suo aperto) che varia in dipendenza di un parametro. Di solito una rappresentazione parametrica di una superficie siffatta è ottenuta assegnando una curva o: : J -+ R N e, per ogni u E J, una retta r( u) passante per 0:( u), assegnata mediante un suo vettore di direzione v( u) # O, in modo che la con.ispondente applicazione v : J -+ R N sia di classe C(OO). Una rappresentazione parailletrica della superficie è quindi, in forn1a vettoriale: cp(u, v) = o:(u) + vv(u), [25.21 dove (u, v) varia in un opportuno aperto U di J x R. Le rette r(u) si dicono generatrici, e la curva o: direttrice, della superficie rigata. Affinché la [25.21 definisca un'immersione è ovviamente necessario che la sua matrice jacobiana abbia rango 2, il che si traduce in opportune condizioni su 0:, su v e su U. Precisamente è immediato calcolare che la [25.21 è un'immersione nell'aperto U costituito dagli (u, v) per cui i vettori a/(u) + vv'(u) e v(u) sono linearmente indi pendenti. Il cilindro descritto nell' esempio 3 è una superficie rigata di R 3 in cui o:(u) = (r cos(u), r sin(u), O) e v( u) = (O, O, 1) è costante. Più in generale chiameremo cilindro una superficie rigata tale che le generatrici siano parallele tra loro; se la superficie è assegnata con rappresentazione parame- trica [25.21, si può sempre fare in modo che v(u) = Va sia costante al variare di u. Una sua rappresentazione parametrica è pertanto: cp(u, v) = o:(u) + vV(). Una superficie rigata in cui la curva direttrice è costante, cioe In cui tutte le generatrici passano per uno stesso punto p, si dice un cono di vertice p. Una sua rappresentazione parametrica è: cp ( u, v) = p + v v( u), v # O 6. Superfici di rotazione in R 3 . Se o: : J  R 3 è una rappresentazione para- metrica di una l-varietà la cui immagine è contenuta in un piano H, e r è una retta di H tale che r n o:(J) = 0 allora, al variare del piano H nel fascio di asse r, o:(J) descrive una superficie detta di rotazione. Per verificare che si tratta effettivamente di una superficie, supponiamo per sem- plicità che H e r siano un piano e un asse coordinati, ad esempio il piano z = O c l'asse y = z = O. Poiché r n o:(J) = 0 possiamo supporre che a(J) sia contenuta ad 
25 I Immersioni e sottovarietà 2/9 esempio nel sell1ipiano y > O. Pertanto sarà a(u) = (a] (u), a2(u), O), con a2(u) > O per ogni u E J. Allora il luogo descritto è l'immagine dell' applicazione: ep : J x R -4 R 3 ep(u, v) = (al(u), a2(u)coS(v), a2(u) sin(v». Infatti, per ogni fissato uo, 'P(uo,') : R -+ R 3 ha per immagine la circonferenza del piano di equazione x = al (Un), di centro il punto (al (Uo), O, O), descritta dal punto o:(uo) quando H varia attorno a r. La matrice jacobiana di ep è: J'P = a ( U ) aj(u) cos(v) o:i(u) sin(v) O - O:2( u) sin( v) a2(u)coS(v) Poiché per ipotesi O:2(U) > O e (a (u), a(u» =1-(0, O) per ogni u E J, Jep ha ovunque rango massimo e quindi 'P è una rappresentazione parametrica. Da ciò segue che ep(J x R) è una superficie. 7. L'immagine di un n1orfis111o X -+ Y di varietà differenzi abili non è in generale una sottovarietà di Y. L'applicazione s considerata nell'esempio 24.3(2) ha per in1magine [R 2 \ {x = O} J U {O}, che non è una sottovarietà di R 2 nell'intorno di O (perché?). 8. La superficie r0111QnG di Steiner. Si consideri t'applicazione I : R 3 -+ R 3 /(u) = I(uo, U], U2) = (U]U2, UOU2, UOUI) che è evidentemente differenziabile. La matrice jacobiana di I è: () U2 U l J I = U2 O Un UI Uo O e det(J I) = 2U()Ul U2. DenotialTIo con Po, PI, P2 i tre piani coordinati di R 3 . J I ha rango 3 su R 3 \(Po U Pl U P2), ha rango 2 su (Po U Pl U P2)\ {O}, e ha rango O nell' origine. Quindi f è un diffeomorfismo locale in ogni punto dell' a- perto R 3 \(po U p] U P2) che viene mandato suriettivamente su se stesso; per ogni u E R 3 \(po UPI UP2) si ha I(u) = I(-u) e quest'applicazione è "2-]", cioè la controimmagine di ogni punto di R 3 \ (Po L) Pl U P2) consiste di due punti. Invece la restrizione di I a po U Pl U P2 manda Po U Pl U P2 sull'unione TO U TI U T2 dei tre 
220 VarietlÌ d(fferenziabili I Cap. 5 Figura 25.3 assi coordinati. La controimmagine f '(x) di un punto x E Tj\{O} è un'iperbole del piano Pj. Infine f- I (O) = To U TI U r2. La restrizione di f alla sfera S2 è un' immersione. Infatti si calcola subito che per ogni u E S2 n (Po U PI U P2) la restrizione di f*u a TuCS 2 ) è inietti va. E poiché su S2 si ha f(u) = f(v) se e solo se v = :l=u, f induce un'immersione 4J : p2(R)  R 3 . L'immagine R := 4>(P2(R) si chiama superficie di Steiner, o supel:ficie ronlana (fig. 25.3), così chiamata da J. Steiner che la scoprì durante un viaggio a Roma nel 1844. La superficie di Steiner è un modello in R 3 del piano proietti va reale ma non è una superficie differenziabile. L'immersione 4J non è un' inclusione sull 'unione delle rette coordinate Ho U H, U H 2 e quindi R non è diffeo1l10rfa a p2(R). Esercizi 1. Dilllostrare che una sottovarietà di din1ensione n di una varietà differenziabile X di diITICnsione n è aperta in X. 2. Detenninare il più grande aperto U in cui r applicazione f : R 2 ---+ R 2 f(u, v) = (u 2 , v 2 , uv) è unill1mersione. Verificare se fi U è un'inclusione differenziabile. 
26 I Summersioni 221 '") 3. Verificare che l'applicazione I : R  R"- I(t) = (sin(t), sin(t)cos(t)) è un  imInersione e determinarne l'immagine. 4. Sia I : R 2 ---+ R 3 I(u v) = (sin(u), sin(2u), v). Determinare "il luogo in cui I è un'immersione. 26 Summersioni 26.1 DEFINIZIONE Un lnorfislno di varietà differenziabili f : X  Y è una summersione nel punto x E X se f*x : Tx(X) -+ Tf(x)(Y) è suriettivo; f è una summersione se è una sunlnlersione in ogni x E X. Il punto x è detto punto regolare per f se f è una sumnlersione in x. Se non è un punto regolare:, x è detto punto critico per f. Un punto y E Y si dice valore regolare di f se ogni x E f ! (y) è un punto regolare; altrÙnenti y è detto valore critico per f. In particolare, se y  Im(f), y è un valore regolare di f; se dim(X) < dim(Y) ogni x E X è un punto critico e y E Y è un valore regolare per f se e solo se y  lm(f). Anche la nozione di summersione, come quella di immersione, è di natura locale. Se f è una summcrsione in qualche punto x E X allora dim(X) > dim(Y), e se vale l'uguaglianza allora f è un difJeomorfismo locale in x. Se f : X  Y è una summersione in x E X e g : Y  Z è una summersione in f(x), allora g. f è una summersione in x; pertanto la composizione di summersioni è una summersione. Un esempio tipico di sunlmersione è la proiezione: . R n + rn R rn p . ----t L 26.1 ] P(XI, . . . , xn+m) = (Xn+l, . . . , x n + m ). Per ogni punto y E R m la fibra p I (y) è uno spazio euclideo R U , e quindi è una varietà differenziabile di dimensione n. Un risultato analogo è vero per ogni sumnlerSlone. 26.2 TEOREMA Sia f : X  Y una sUl1unersione nel punto x E X, e Sia :ti = f(x). Allora f-- 1 (y) è una sottovarietà difJèrenziabile di X di dÙnensione dim(X) - dim(Y) in un intorno di x. 
222 Varietà d(flerenziabili I Cap. 5 DÙnoslrazione. Supponiamo dim(X) = n + m e dim(Y) = m. Sia cp : A ---t X l'in versa di una carta locale in un intorno di x, 1jJ : B ---t Y l'in versa di una carta locale in un intorno di y, dove A C R n + m e B C R m sono aperti. Siano a E A, b E B tali che cp(a) = x, 1P(b) = y. Possiamo supporre che si abbia f(cp(A» C 1P(B) e quindi che si abbia un diagramma commutativo: -L y X cp i A i1P B ---t H in cui H = 1P. l . f . <p. Per costruzione H(a) = b. Per ipotesi H*a è suriettiva e quindi possiamo supporre (salvo a riordinare le variabili) che la matrice jacobiana di H in a sia della forma: JH(a) = (N M) dove M E GLm(R), N E Mm,n(R). Definiamo K : A ---t R n + m ponendo: K(v) = (VI, . .. , V n , H(v». Allora K(a) = (al, . . . , a n , b) e JK(a) = ( :) dove O è la matrice nulla n x m. Poiché det(J K(a» = det(M) # O, segue dal teorema 24.1 che K è un diffeomorfismo locale in a e quindi esiste un intorno aperto di (ah,'" a n , b) in R n + m , che possiamo suppon.e della forma R x S, con R C R n e 1..9 C R m ape11i, in cui è definito il diffeomorfisn1o inverso K- 1. Inoltre per costruzione si ha H = p . K, dove p è la summersione [26.11. Pertanto 4J := cp . K l : R x S ---t X è un diffeomorfismo su un intorno di x, cioè è l'inversa di una carta locale in x, e si ha un diagramma commutativo X -L y 4J i i'l/J RxS ---t B p Allora la composizione: . 4> a . R  R x ...9 --+ X, in cui il primo morfismo è l'inclusione x t---+ (x, O), ha per immagine un intorno di x in f ] (y), e a(R) è una sottovarietà di X. Il Il seguente corollario è immediato: ...... 
26 [ Swnmersioni 223 26.3 COROLLARIO Sia I : X ---t Y un lnorfis111o di varietà differenziabili. Se y E Y è un valore regolare di f, allora l° l (y), se 1lon è vuota, è una sottovarietà di dinzensione dim(X) - dim(Y) di X. Dalla proposizione 26.2 e dal suo corollario 26.3 segue che le fibre di una summersione sono varietà aventi tutte la stessa dimensione. Ciò in generale non avviene per un morfismo qualsiasi: la struttura di un morfismo che possiede punti critici può essere molto complicata (cfr. esempio 25.6(8». 26.4 PROPOSIZIONE Sia f : X ---t Y un l1un:[isl11o di varietà differenziahili, y E Y un valore regolare di f, e Z = f ] (y). Per ogni punto z E Z si ha: Tz(Z) = N[!*z : Tz(X) ---t Ty(Y)l. DÙnoslrazione. Poiché Ilz : Z ---t Y è costante, (!i Z )*z : Tz(Z) ---t Ty(Y) è l'applicazione nulla. Pertanto, essendo commutativo il diagramma Tz(Z) L*z l  C/jZ )*z 1J (Y) Tz(X) ---t f*z per la proposizione 22.1 ed essendo L* inietti va, si ha Tz(Z) C NC/*z). Poiché f è una summcrsione in z si ha dirn[N(/*z)J = dim(X) -- dim(Y) = dim(Z). Ma si ha anche dim(Tz(Z» = dim(Z), e quindi Tz(Z) = N(/*z). Il I risultati precedenti forniscono un metodo molto semplice per costruire varietà differenziabili senza dover assegnare carte locali: gli esempi che seguono illustrano questo metodo. 26.5 Esenzpi 1. Per verificare che la sfera sn è una varietà difTercnziabile senza costruirne carte locali si può utilizzare il corollario 26.3, osservando che sn è il sottoinsieme di R rH1 , n > l, definito dall'equazione IlxW = 1, cioè sn = l-l(l) dove I : R n + 1  R è l'applicazione f(x) = II x ll 2 = xf + .. . + X.+l' Poiché JI = (2x],...,2x n +I), l è un valore regolare di f, e dal corollario 26.3 discende che sn è una sottovarietà di dimensione n di R n + l . 
224 Varietà dij]"erenziabili I Cap. 5 2. Sia P(X, Y) E RlX, Y] un polinomio non costante nelle indeterminate X, Y a coefficienti reali, e sia C = {(x, y) E R 2 : P(x, y) = O} C R 2 la curva piana definita da P. Se in ogni punto p E C si ha ( 8P 8P ) ax (p) ay (p) #(O O) [26.21 allora O è un valore regolare dell' applicazione P : R 2 ---t R definita dal polinomio P(X, Y), e quindi C è una varietà di dimensione l. In generale l'insieme dei punti p E C in cui la condizione [26.2 J è soddisfatta è un aperto di C che è una varietà di dimensione l. C può consistere di di verse componenti connesse, alcune delle quali possono ridursi a un punto. In un punto isolato di C si devono annullare entrambe le derivate parziali di P, perché altrimenti un intorno del punto in C sarebbe una varietà di dimensione l. Ad esempio la curva di equazione y 2 = X 2 (X - l) che è una cubica di tipo speciale ("parabola campaniforme puntata"; cfr. Sernesi 1989, p. 352), consiste di due componenti connesse, una delle quali è ridotta al solo punto O, e in O le derivate parziali si annul1ano. 3. Gli esempi 1 e 2 sono casi particolari di ìpersuperfici algebriche di Rn+l. Sia n > l e sia P(X) E R[X I = R[X 1  . . ., Xn+1 J un polinomio non costante in n +] indeterminate a coefficienti reali, n > l, e sia X C R n + 1 il luogo dei punti in cui si annulla P. Se in ogni punto p E X si ha ( ap ap ) 8X 1 (p)..., aX n + 1 (p) #(0,...,0) [26.31 allora O è un valore regolare di P e X è una sottovarietà di dimensione n di R n +! chiamata ipersuperficie algebrica non singolare. Più in generale l'insieme dei punti p E X in cui la condizione [26.3] è sod- disfatta è un aperto di X che è una varietà di dimensione n. Sono esempi di i persuperfici algebriche le quadriche Q C R n + 1 , che hanno equazIone: n+1 n+1  aJ'jXj + 2 .  aijXiXj + 2  aOjXj + aoo = O. )=1 I::S;) <}::;n+1 J=I [26.4 ] Per una quadrica la condizione [26.31 è soddisfatta in ogni punto se e solo se la quadrica è non degenere cioè se la matrice simmetrica dei suoi coefficienti A = (aij) soddisfa det(A) # O. La classificazione euclidea delle quadriche di R 3 consiste delle seguenti 5 quadriche non degeneri Q in forma canonica (vedi fig. 26.1), a cui ogni quadrica 
26 I Summersiolli (a) (c) 225 )la. (b) I I l I (d) .... .::.. \ ----_\-_------_\ /'" (e) Figura 26.1 
non degenere è congruente (cfr. Sernesi 1989, p. 380): X 2 y2 Z2 (a) --;;- + b 'ì + -;;- = 1 a- .. c- X 2 y2 Z2 (b) - + - - - = l a 2 b 2 c 2 X 2 y2 Z2 (c) - - - - - = l a 2 b 2 c 2 X2 y2 (d) - + - -- Z = O a 2 b 2 X2 y2 (c ) - - - -- Z = O a 2 b 2 226 Varietà differenziabili I Cap. 5 (a > b > c > O) ellissoide (a > b > O, c > O) iperboloide iperbolico (a una ,falda) (a > O, b > c > O) iperboloide ellittico (a due ,falde) (a > b > O) parab%ide ellittico (a, b > O) parab%ide iperbolico La condizione [26.3 J è soddisfatta in ogni punto di ciascuna delle (a),..., (e) e quindi queste quadriche sono superfici differenziabili. Le quadrichc (b), (e) sono caratterizzate dalla condizione det(A) > O e sono superfici rigate (cfr. esempio 35.9(9», mentre le (a), (c), (d) sono caratterizzate dalla condizione det(A) < O e sono superfici a punti elI ittici (cfr. esempio 35.9(8). "I 4. GLn(R) si identifica all'aperto di Mn(R) = R n - definito dalla condizione det(A) =I- O, c quindi è una varietà- di dilTIensione n 2 . Sia SLn(R) C GLn(R) il gruppo lineare speciale. Si ha SLn(R) = det l (l), dove: det: GLn(R) -t R. è la funzione determinante, che è differenziabile. FaccialTIO vedere che l è un valore regolare di del. Se A E SLn(R), la matrice jacobiana J(det)A è una lnatrice 1 x n 2 il cui elemento di posto i, j è: a(det(A» _ a  eSltr) a - _ a L (--1) altrO) . . . antr(n) a.. a.. (T l] l] = (__l)i+j det(A(1 ..... .nll...).. .n» cioè è il complemento algebrico di a 1 :j nella nlatricc A. Poiché det(A) =I- O non tutti i complementi algebrici dei suoi elementi sono uguali a O, cioè J(det)A =I-(O . . . , O). Quindi 1 è un valore regolare di del. Dal coroIlario 26.3 segue che SLn(R) è una sotto varietà di dimensione n 2 - I di GLn(R). 5. Sia O(n) C GLn(R) il gruppo ortogonale. Una matrice A = (aij) E GLn(R) appartiene a O(n) se e solo se soddisfa la condizione ulteriore t AA = In, dove In E GLn(R) è la matrice identità. Consideriamo l'insieme Simm(n, R) C Mn(R) costituito dalle matrici sin1metricheo Simm(n, R) si identifica a un sottospazio . l d " d " . n(n + l) d . R n'2 d fi . d Il ". vettona e I ImenSlone 2 I ( e nIto a e equazioni ai) = aji, l " . ) " d . .. " .. d o f 'i' . b . 1 d " d . . n (n + l) < 't < J < n e qUln I e una vancta 1 lerenZla 1 e l lmenSlone 2 
26 J SUl1ll1lerSiOl1; 227 L'applicazione: w : GLn(R) -+ Simm(n, R) A  t AA è un morfismo, e O(n) = W U l (In). Dimostriamo che In è un valore regolare di w. Sia A E GLn(R). Identifichiamo TA(GLn(R» = Mn(R) , perché GLn(R) è un aperto di Mn(R) = R n -, e Tw(A)(Simm(n, R» = Simm(n, R) perché Silnm(n, R) è uno spazio euclideo. Interpretiamo i vettori tangenti come vettori velocità di curve differenziabili e il differenziale per 111eZZO dei vettori velocità. Sia M E TA(GLn(R». Allora M è il vettore velocità della curva: t  A + tM e w*A(M) = dlt(A + tM)(A + tM) I (O) = dt = d[tAA + t(tM A ::AM) + t 2 (tMM) (O) = (MA + (AM. Supponiamo A E O(n) e N E Simm(n, R). Allora ( AN ) 1 _ l W*A 2 = 2 It (AN)A + tA(AN)] = 2 (tN + N)] = N. Ciò prova che in A il differenziale W*A è suriettivo, cioè che A è un punto regolare. Quindi In è un valore regolare di w. Segue dal corollario 26.3 che O(n) è una varietà di dimensione: ') n(n + l) n- - = 2 n(n - 1) 2 6. Un gruppo di Lie è una varietà differenziabile G che è anche un gruppo con prodotto J..L : G x G -+ G e inverso i : G -+ G che sono morfismi di varietà. Negli esempi 4 e 5 abbiamo dimostrato che i gruppi GLn(R), SLn(R) e O(n) sono varietà differenziabili. È illlmediato verificare che le rispettive operazioni J..L e  sono applicazioni differenziabili e quindi GLn(R), SLn(R) e O(n) sono gruppi di Lie. 
228 Varietà differenziahili I Cap. .5 7. Sia 7r: R 2 \{0} ----tpl, 1r(XO,Xl) = [xo,xIJ, la proiezione canonica, e sia r(1r) = {«xa, XI), fxo, xtJ)} C [R 2 \ {O}] x pl il grafico di 1r. Consideriamo r(7r) come un sottoinsieme di R 2 x pl e SIano n = r(7r) la chiusura di r(7r) in R:! x pl e .., a : il ----t R.:. la proiezione. r(7r) è defìnito in [R 2 \ {O} l X p' dall'equazione Xo Y, - x l Y() = O in cui (xa, x l) sono coordinate in R 2 e [Y(), Y 1 ] sono coordinate omogenee in pi. La stessa equazione definisce un chiuso C in R 2 x pl che coincide con n. Infatti n c C perché C è chiuso. Inoltre sia il\r(7r) che C\r(7r) sono contenuti in {O} x pl; d'altra parte ogni punto «O, O), [Yo, yd) E {O} x pl appartiene a fI perché «O, O), [Yo, Yl J) = lim «tyo, tYI), ryo, Yl J) to e «tYO,tYI), [yo,yIJ) E r(7r) per ogni t=fO. In particolare vediamo che n = r( 1r) U ( {O} x P I) c a l (O) = {O} x pi mentre (J I «xo, xd) consiste del solo «xo, XI), [xo, xIl) per ogni (xo, xd =f(0, O) (fig. 26.2). Verifichiamo che fI è una superficie differenziabile. Definiamo: .., Fo, Fl : R" ----t n Fo(u, v) = «u, uv), [1, v]) F] ( u, v) = «uv, v ), l u, 1]). L'immagine di Fa è l'aperto fI n (R 2 x Uo) di n, dove: Un = {[Yo, yIJ E pl : Yo =f0}. 
26 I Summersioni {O} X p1 22Y L'applicazione G o : n n (R 2 X Un) ---t R 2 ((XO,XI), [YO,Yl]) 1--+ ( xo, '#..!.. ) Yo a Figura 26.2 è inversa di F(); quindi C o è una carta locale in n. Similmente l'immagine di F] è l'aperto n n (R 2 x U 1 ) di O, dove: U j = {rYo,Yd E pl: Yl #O} e Cl: nn (R 2 x U 1 ) ---t R 2 ((Xo, Xl), [Yo, Yd) I-> (  , XI) 
230 Varietà d(fferenziabili I Cap. 5 è l'inversa di F 1 , e quindi G] è una carta locale in n. Poiché: ( C l . G  l) ( u, v) = (C l . Fa) ( u, v) = (v - l , uv) vedian10 che C o e C I sono differenziabilmente compatibili e quindi {(n n (R 2 x U o ), C o ), (D n (R 2 x U 1 ), Cl)} costituisce un 2-atlante differenziabile per n. Pertanto n è una superficie diffe- renziabile. Si osservi che la composizione (J . Fo coincide con l'applicazione s considerata nell' esempio 24.3(2). L'applicazione (J : il -+ R 2 è differcnziabile. Le fibrc (J ]«xa xd), (xo, xd #(0, O), sono ridotte a un solo punto e quindi sono varietà di dimensione O. La fibra (J - l (O) = {O} X pl è una varietà che ha dimensione l > O = din1(n) - dim(R 2 ). In particolare (J non è una summersione nei punti di (J l (O) anche se la fi bra (J ] (O) è una sottovarietà di n. La superficie n è detta scoppianlento (o tra.\formazione 11101loidale) di R 2 in O. Esercizi -") 1. Sia n 2:: 2 e Mn(R) lo spazio delle ITIatrici n x n a e]cITIcnti reali, identificato a R n -. Denotiamo con Mn(R)s il chiuso costituito dalle matrici di rango  s. Dilnostrare che l'applicazione: det: Mn(R)\Mn(R)n 2 ---+ R è una sUlllmersione. Dedurre che il luogo delle tnatrici di rango n - l è una sottovarietà di Mn(R) di dimensione n 2 - l. 2. Siano n, m > l e l  r  min{ n, m}. DilTIOstrare che nello spazio Mn.m(R) dclle Inatrici n X m a elementi reali, identificato a R nm , il luogo V r delle Inatrici di rango r è una sottovarietà di codinlcnsionc (m - r)(n - r). (SuggerÌJnento. Se A E Mm,n(R) ha rango r al10ra possiede una sottomatrice quadrata A(il ... irlil .. .jr) di rango r. L'applicazione <p : Mm.n(R) ---+ R(rn-r)(n-r) che associa a n E Mm.n(R) gli (rn - r)(n - r) minori ottenuti orlando nei, .. .irli, .. .jr) è differen- ziabile ed esiste un intorno U di A tale che U n V r = c.p - 1 (O). Verificare che <p è una SUlllI11ersione in A). 3. In ciascuno dei seguenti casi verificare se il sottoinsicllle 8 di R 3 definito dalI' equazione assegnata è una superfici c differenziabile: (a) X 2 - y 3 + Z4 = l: (b) Xy Z = O; ( c) Xy Z = 1; (d) X 3 - Y = l; (e) XY+YZ+XZ= l; (f) Xly + Xy 2 = Z. In caso negativo determinare il più grande sottoinsieme di S che è una superficie differenziabile. 
27 I Applicazioni d(fléren::.iabili e insiemi di misura nulla 23/ 4. In ognuno degJi esclnpi delr esercizio 3 si consideri il piano 1r : X - y = O, e SI verifichi se S lÌ 1r è una varietà diffcrcnziabilc di ditnensionc I. 5. Detern,inare i valori del paralnctro t E R per cui il sottoinsieme S di R 3 definito dallc equazioni X + Y = t, X 2 + y 2 = ], è una sottovarietà differenziabile di dimensione 1. 27 Applicazioni differenziabili e insiemi di misura nulla U n valore critico di un' applicazione differenziabi le f : X  Y tra varietà è un punto al di sopra del quale il morfismo ha un comportamento in qualche modo ilTcgolare, o perché la fibra ha dimensione superiore a dim(X) - dim(Y) oppure perché non è una varietà. È importante avere informazioni su quanto numerosi possono essere i valori critici. Una risposta completa a questa questione è fornita dal lemma di Sard, il quale afferma che tali punti non possono essere troppi, perché costituiscono un insieme 'di misura nul1a". In questo paragrafo discuteren10 il lemnla di Sard dandone la dimostrazione solo in un caso particolare che utilizzeremo nel paragrafo 29. Siano a = (al"", a n ), b = (b l ,..., b n ) n-uple di numeri reali tali che al < < b], . . . , a n < b n , e sia R( a, b) = (a I , b l) X . . . X (a n , b n ) C R n , il prodotto cartcsiano dcgli n intervalli aperti (a" b]),..., (a n , b n ); R(a, b) SI dice un plurirettangolo (aperto) di R n e il volu11'le di R(a, b) è definito come n voI(R(a, b» = n (bi - ai)' 1,=1 27.1 DEFINIZIONE Un sottoinsiellle :3 di R rt si dice di misura nulla (o di misura n-dimensionale nulla) se per ogni e > O esiste una f(uniglia nUlnerabile di ex:> plurireftangoli {Rj } J l tale che 9 C URj e  vol(Rj) < e. }=I 27.2 Eselnpio L'iperpiano H C R r1 di equazione X n = O ha misura nulla. Infatti, fissato e > O ( j j" (n - l) ) ( . .. (n I) ) C posto 3j = - 2 ' . . . , - 2 ' -- } 2 2 +j é ,b j =  , . . .,, } 2 2 +j é si ha: H C l) R(aj, b j ) J ex:> ex:>  vol(R(aj, b j » =  2 (l+j)e = - 2 e . J=I )=1 
232 Varielà differenz.iabili I Cap. 5 27.3 LEMMA (a) Un sotloinsien1e di un insielne di l11isura nulla ha ,nisura nulla. (b) Se {Sj } } I è una falniglia llul1lerabile di insieJ1zi di l1zisura nulla, S = l) Sj J è un insienle di Inisura nulla. (c) Se R è un plurirettangolo di R n e {Rj }I una .falniglia nU111erabile di 00 plurireftangoli tali che R C UR j , allora voleR) <  voleRi)' J=l DÙll0s1razione. (a) e (b) sono lasciate al lettore CalDe esercizio. (c) Sia R(c, d) un plurirettangolo. Il numero di interi nell'intcrvallo (Ci, di) è almcno uguale a max{O, di - ci - l} e al più uguale a max{O, di - Ci + l}; quindi se si ha di - ci > 1 per ogni i = l,..., n il numero di punti a coordinate intere in n n R(c, d) è maggiore o uguale a n (di -- ci - 1) e minore o uguale a n (di - ci + 1). z=l z=l Supponiamo R = R(a, b) e R i = R(a f , ))l'), dove ai = (a{' . . . , a), IY' = (b{, . . . , b). Poiché R è compatto è ricoperto da un numero finito di Rj che possiamo supporre essere R"..., Rs. Pcr ogni -nU111erO reale p > O c per ogni plurirettangolo R(e, d) poniamo pR( c, d) = R(pc, pd). Sia po tale che per ogni p > Po si abbia bi - ai > 1 s e b{ - ai' > l per ogni i = 1,..., n, j = 1, . . . , s. Allora, poiché pR C W pRj, e il )=] numero di punti a coordinate intere in pR non è superiore a quello dei punti a coordinate intere in pR 1 U . . . U pRs, si ha: n s n n (pbi - pai - l) <  n (pbi' - pai' + 1) z=] )=1 z=] per ogni p > POI Dividendo an1bo i membri per pn e passando al limite per p  00 si ottiene la conclusione. !Il Poiché ovviamente gli insiemi costituiti da un solo punto sono di misura nulla, dal lemma 27 .3(b) segue che i numeri razionali costituiscono un sottoinsieme Q di misura nulla di R: in particolare un insicIl1e di misura nulla può essere denso. Ogni insieme con interno non vuoto contiene la chiusura di un plurirettangolo: quindi dal lemma 27.3(a), (c) segue che un tale insieme non ha misura nulla. In particolare esistono insielni che non hanno l1zisura nulla, e ogni insielne di 111isura nulla ha interno vuoto. Segue che ogni insienze di l1lisura nulla ha cOlnplel11entare denso. Gli insiemi di misura nulla godono della proprietà di essere trasformati in insiemi di misura nulla da applicazioni di classe C(oo): 27.4 TEORE1\1A Sia U un aperto di R n e sia k.9 C U un insielne di 111isura lZulla. Per ogni applicazione f : U  R n di classe C(OO) l'insiel1le f(S) ha 111!sura nulla. 
27 I Applicazioni d{fferel1ziabili e insiemi di misura nulla 233 DÙnostraz.ione. Poiché esistono sottoinsiemi 1..9 1 , S2  . . ., tali che S = l) Sj e Sj J è compatto e contenuto in U per ogni j, per il lemma 27.3 possiamo supporre che S sia compatto e contenuto in U. Sia V un intorno aperto di S tale che V sia compatto e contenuto in U. Fissiamo é > O. Per la compattezza di S possiamo ricoprire S con un numero finito di plurirettangoli RI  . . . , Rk tali che vol(R]) + . . . + vol(Rk) < é, e poiché V è aperto, possiamo supporre che R 1 , . . .  Rk siano contenuti in V. Per la compattezza di V esiste M > O tale che d(f(x), f(Y» < M d(x, y) per ognI x, Y E V. Ma allora esiste una costante N > O tale che I(Ri) sia contenuto in un plurirettangolo R tale che vol(R) < N vol(). Segue che f(1..9) è ricoperto k da plurirettangoli Ri  . . . , R tali che  voleRi» < Né. La conclusione segue 1,=1 dall'arbitrarietà di c. Il 27.5 COROLLARIO Sia U un aperto di R n e sia f : U ---t R rrl un'applicazione di classe C(OO), con n < m. Allora f(U) ha l1zisura nulla. DÙnostrazione. Sia g : U x R rn n ---t R rn l'applicazione definita da g(x I, . . . , x m ) = = f(XI...,Xn). g è di classe C(OO) e g(Ux{O}) = f(U). Poiché Ux{O} è contenuto nell'iperpiano Hn, che ha misura nulla (esempio 27.2), segue che U x {O} ha misura nulla e quindi g(U x {O}) ha misura nulla per il teorema 27.4. Il Un sottoinsielne S di una varietà X di din1ensione n si dice di 111isura nulla se per ogni carta locale 4; : U ---t R n , dove U C X è un aperto, il sottoinsieme 4;(8 n U) ha misura nulla. Abbiamo il seguente teorema: 27.6 TEOREMA Sia f : X ---t Y un I1zorjis111o di varietà difjerenz.iabili con dim(X) < dim(Y). Al/ora f(X) è un sottoinsienze di ,nisura nulla di Y. DÙnostrazione. Siano n = dim(X), m = dim(Y). Poiché X e Y sono a base nun1erabile, possiamo trovare un ricopri mento numerabile {Ui }£EI di X costituito da aperti diffeomorfi a aperti di R n e un ricoprimento {Vi }iEI di Y costituito da aperti diffeomorfi a aperti di R m e tali che f(Ui) C Vi. Per il lemma 27.3 è sufficiente dimostrare che ognuno degli insiemi f(Ui) ha Il1isura nulla e ciò segue dal corollario 27.5. Il Il teorema precedente ha in particolare la conseguenza che l'ilnmagine di un nUnfiS1110 f : X ---t Y, con X e Y tali che dim(X) < dim(Y), ha complel1zentare denso. Ciò segue dalla proprietà già osservata in precedenza degli insiemi di ll1isura nulla di R m di avere complementare denso. Esistono però morfismi I : X ---t Y con din1(X) < dim(Y) tali che anche f(X) sia denso in Y. 
234 Varietà dijj'erenziabili I Cap. 5 27.7 Eselnpi l. Sia T 2 = SI X SI C R 4 il toro e sia R '" '" cp: - ---t T- cp(U, v) = (cos(27ru), sin(27ru), cos(21rv), sin(27rv»). Fissato m E R consideriamo la retta in R 2 di equazioni paralTIetriche: a(t) = (t, mt), t E R e la composizione 1 = cp . o: : R ---t T 2 . 1 è un' immersione perché composizione di due ilnnlersioni. Se m = E è razionale allora I(q) = 1(0), e quindi I(R) == l(lO, q 1) è chiuso: q quindi l'immagine di 1 è una sottovarietà di dinlensione 1 di T. Supponiamo m irrazionale e denotiamo con la] la parte intera di un numero reale a, che è i1 più grande intero che non supera a. Per ogni h, k E Z il punto a(h) = Ch, mh) E R 2 è congruente al punto (O, mh -lmh] + k) modulo Z2. Pertanto f(R) contiene l'immagine tramite 'P di tutte le rette parallele a o:(R) e passanti per i punti (O, mh -lmh 1+ k). Poiché m è irrazionale l'insieme {mh - r mh J + k : h, k E Z} è denso in R, e quindi l'unione di tutte le rette suddette è densa in R 2 . Segue che f( R) è denso in T 2 (fig. 27.1). 2. La curva di Peano. Un' applicazione continua, ma non differenziabile, di una varietà l-dimensionale in una superficie può essere suriettiva. L'esempio più noto di questo fatto è la curva di Peano, che è un'applicazione continua e suriettiva L : I ---t 1 2 (I e 1 2 non sono varietà, ma da questo eselllpio non è difficile dedurre (o,mh - [mh] + k) ... Figura 27.1 
27 I Applicazioni d(tTerel1ziabili e insiemi di misura /lulla 235 Lo Lo G ) :Figura 27.2 L 1 L, (  J Figura 27.3 L 1 (1 ) un'applicazione f : X  Y continua e suriettiva di varietà tali che dim(X) = l e dim(Y) = 2). Definiremo L come limite di una successione di applicazioni. Consideriamo l'applicazione continua Lo : 1  1 2 descritta dalla figura 27.2. Lo è composizione di due applicazioni lineari, definite rispettivamente su [O, ] e su [, I] . Ora consideriamo l'applicazione continua L I : I  1 2 descritta dalla figura 27.3. Si ha Lo ((» = L I (O) = (O, O), Lo () = L I () = (, ), Lo (1) = L I (1) = (1 , O). L d l .. Il ' [ i i + 1 ] . O 3 " . 4 d . l man a g l lnterva l 4' 4 ' 'l = ,..., " rispettI vamente nel qua ratI [o,] x [o, ], [o,] x [, l]' U, l] x [, l], [  , l] x [o,] contenuti in 1 2 riproducendo l'applicazione Lo su ognuno di essi. Ora definiamo L 2 modificando d . . Il ' [ i i + l ] . O 3 Il d " L l su ognuno ei quattro lnterva 1 4' 4 ' 'l = ,..., , ne o stesso mo o In CUI si è modificata Lo per ottenere L ,. L'applicazione £2 è descritta dalla figura 27.4. Induttivamente definiremo un'applicazione continua Ln : I  r la cui restri- zione ai sottointervalli di ampiezza n di I ha immagine in un quadrato di J2 di lato 2 ln ed è analoga alla Lo (fig. 27.5). 
 MI-.::t '-----"'" N -.! ,-------- I I i i N -.! E N -.I g N -.I  r: M  s... :I es; fZ 
27 Applicaz.iolli dUrerenz.labili e insiemi di misura 11ulla 237 Ln (O) Ln (1) Figura 27.5 Otteniamo in questo modo una sucsessione {Ln} di elementi di C(I,1 2 ). Con- sideriamo la distanza in 1 2 : d"(x, y) = max {Ix, - yd, I X 2 - Y21} e la distanza 6 in C(I, fZ): 8 (f, g) = su p { d" (f ( t ), g ( t » : t E I}. (1 2 , d") è uno spazio metrico completo perché compatto (teorema 10.13). Quindi C(I, )2) è completo (teorema 10.19). Fissato é > O sia N > O tale che 2 < é. Se n > N, la restrizione di Ln a ognuno dei sottointervalli di I di ampiezza 4 ha immagine contenuta in un quadrato di lato 2 . Quindi per ogni n, m > N si ha: d"(Ln(t), Lm(t» < 2 < é per ogni t E I, e da ciò segue che 8 (Ln, Lm) < é. Pertanto {Ln} è una succeSSIone di Cauchy. Sia: L = lim Ln E C(I,1 2 ). Facciamo vedere che L(I) = 1 2 . Sia x E 1 2 . Per ogni n esiste t E I tale che " l d (x, Ln(t» < 2 n 
238 Varietà d{lferellz.iabili I Cap. 5 perché x appartiene ad uno dei quadrati di 1 2 di lato dn ed esiste t E I tale che Ln(t) appartenga a quello stesso quadrato. D'altra parte, dato é > O, e scelto N l 1 . h l e . d ." ( ) é ta c che 2 N ] < €, Si a b(LNL) < 2 N < 2' e qUI n l d (LN t),L(t) < 2" per ogni t E I. Quindi esiste i E I tale che l l 1 d"(x, L(i» < d"(x, LN(i» + d"(LN(t), L(i» < 2 N + 2 N = 2 N l < c e ciò implica che L(I) è denso in 1 2 . Ma I è compatto e quindi L(I) è chiuso in 1 2 ; dunque L(I) = 1 2 . Il teorcma 27.6 è caso particolare del seguente risultato più generale: 27.8 LEMMA DI SARD Sia f : X  Y un 11101:{tSl1UJ di varietà d(fferenziabili. L'insielne dei valori critici di f è un insie11'le di 111isura nulla di Y. Il lemma di Sard garantisce che i valori critici di un morfismo non sono troppi, ed implica in particolare che i valori regolari sono densi in Y. Poiché i valori regolari devono essere considerati come punti di Y al di sopra dei quali i l morfismo f ha un comportamento particolarmente buono e prevedibile, il lemma di Sard afferma che un morfismo non può comportarsi in modo complicato se non al di sopra di un sottoinsieme abbastanza piccolo di Y. Si osservi che il lemma di Sard si riferisce ai valori critici, e non ai punti critici. Infatti i punti critici di un morfismo non costituiscono in generale un insieme di Inisura nulla: si pcnsi al caso dim(X) < dim(Y), nel quale ogni punto di X è un punto critico, ma X non ha misura nulla in se stesso a meno che dim(X) = O. 28 Campi vettoriali Siano X una varietà differenziabile e S un sottoinsieme di X. Un Call1pO veuoriale (definito) su 8 è il dato V di un vettore tangente V(x) E Tx(X) per ogni x E S. Se U C X è un sottoinsiclne aperto e F : U ----7 R è una funzione differenziabile, otteniamo una funzione V F : U n S ----7 R ponendo per ogni x E U n S: (VF)(x) = V(x)(F). Questa funzione non è necessariamente diffcrenziabile, sia perché U n S non si è supposto aperto, sia perché nessuna ipotesi è stata fatta su V che garantisca la differenziabilità di V F. Se F, G : U ----7 R sono funzioni differenziabili, e a, bER, allora sono soddisfatte le seguenti identità: V(aF+bG)=aVF+bVG V(FG) = (VF)G + FVG [28.1 J che seguono direttamente dalle corrispondenti identità scalari [21.1]. 
28 I Campi vettoriali 239 Un Call1jJO ve1toriale V si dirà differenziabile, o di classe C(OO), se è definito su un aperto A e se per ogni aperto U C X tale che U n A =f 0 e per ogni funzione differenziabile F : U  R la funzione V F : U n A  R è differenziabile. Se x I, . . . , X n sono coordinate locali in un aperto A, allora per ogni i = 1  . . . , n, ponendo a ( a ) - (x) = 8Xi ax 1 : x per ogni x E A, 8 SI defìniscc un can1po vettoriale su A. 8Xi I campi vettoriali a a ,...,  sono diffcrcnziabili: infatti per ogni funzione x] 8x n F : U  R di classe C(OO) la funzione a aF : U n A --> R è la derivata parziale di Xi F rispetto ad Xi e quindi è di classe C(OO). Supponiamo che V sia un campo vettori aie su un sottoinsiellle ...9 di X, e SIano x I, . . . , X n coordinate locali in un aperto A. In ogni punto x E 8 n A si ha l'identità: a a V(x) = v](x) - (x) +... + vn(x) - (x) aXI aX n per opportuni VI (x), . . . , Vn(X) E R. Al variare di x restano definite in questo modo delle funzioni VI, . . . , V n : S n A  R che si diranno .funzioni coordinate di V rispetto alle coordinate locali x l, . . . , Xn. Se Y], . . . , Yn è un altro sistellla di coordinate locali in un aperto B di X, e se W l , . . . , W n : S n B  R sono le funzioni coordinate di V rispetto aIIe Yh..., Yn, allora in ogni punto x E S n A n B le coordinate Vi(X) e le coordinate Wi(X) sono legate tra loro dalla matrice di transizione dalle coordinate locali Xi alle coordinate locali Yi. Quindi si ha l'identità di funzioni definite su S n A n B: n Wi = L Vj aYi . }=I aXj 28.1 PROPOSIZIONE Sia A un aperto della varietà dif.ferenziabile X e sia V un Call1pO vettoriale su A. V è dijJ'erenziabile se e solo se per ogni sislenla di coordinate locali x l, . . .  X n definite su un aperto W di X le funzioni coordinate 
240 Varietà d(flerenziabili I Cap. 5 V I, o . . , V n di V ri.pet1o alle x I, . . . , X n sono funzioni differenziabili sul!' aperto WnA. DÙnostrazione. Se V è differenziabile allora le Vi sono di fferenziabil i perché Vi = Vx 1 : per i = 1,.. o, n (cfr. [21.41). Viceversa supponiamo che la condizione sia soddisfatta, e sia F : U  R una funzione differenziabile definita su un aperto U di X. Sia x E U n A e siano Xl, . . ., X n coordinate locali in un intorno W di x. In W n U n A si ha: ( n a ) n aF VF= L v. (F)=L v', . z a . z a 1.=1 Xi 1,=1 Xl: P o h " . . . l . a a d O ff ' . b O I ' l f o . aF OIC e l campI vettorla I _ a ' . . . , _ a sono 1 ercnZla I l, e unZlonl _ 8 ' . . . , XI X n XI a aF sono diffcrenziabili in W n U n A, come pure lo sono, per ipotesi, le funzioni X n VI, . . . , V n . Quindi V F è diffcrenziabile in W n UnA. Poiché ciò avviene in un intorno di ogni punto di U n A, la funzione V F è differenziabile in U n A, e quindi V è un campo vettori aIe differenziabile. /I Se V e W sono calnpi vettoriali su k.9 C X e F, G sono funzioni a valori reali definite sull'insieme S, allora ponendo: (FV + GW)(x) = F(x)V(x) + G(x)W(x), X E k.9, si definisce un campo vettoriale FV+GW su S. Se S è aperto e F, G, V, W sono differenziabili, allora il campo vettoriale FV + GW è differenziabile. La verifica di questo fatto è lasciata al lettore. 28.2 Esen1pi l. Sia X = R n . Identificando a R n ogni spazio tangente TuCR n ), un calnpo vettoriale su un sottoinsieme U C R n è un' applicazione V : U  R n . Le componenti VI,..., v;". di V sono le funzioni coordinate di V rispetto al campi vettoriali .....  determinati dalle coordinate standard UI,..., Un. aUI J Jau n Se U è aperto il campo vettori aie V è differenziabile se e solo se lo sono le funzioni VI, . . . , v;,t. L'implicazione "solo se" segue dalla proposizione 28.1, l11entre il viceversa è un'immediata conseguenza della dimostrazione della 28.1. Supponiamo U C R n aperto e sia F : U  R una funzione di classe C(OO). La funzione: grad(F) : U  R n ( aF BF ) grad(F)(u) = BUI (u),..., BU n (u) SI dice gradiente di F, e dcfinisce un campo vettoriale differenziabile su U. 
2 I Campi vettoriali 241 Se V, W sono due campi vettori ali definiti su U pOSSIamo definire il loro prodotto scalare come la funzione V.W:U----tR (V . W)(u) = V(u) . W(u), U E U. Se U è aperto e V, W sono differenziabili, allora V. W è una funzione differcnziabile. 2. Consideriamo la sfera sn C R n + ' . Se per ogni x E sn identifichiamo Tx(sn) a un sotto spazio di R n + 1 = Tx(R n + 1 ), allora Tx(sn) = x-1. Un campo vettoriale sulla varietà sn è un' applicazione V : sn ----t R n + l tale che V(x). x = O per ogni x. V è differenziabile se lo è come applicazione, cioè se lo sono le sue funzioni componenti. Ad esempio, per un fissato k > l ponIamo V(XlX2,...,X2k IX2k)=(X2,-Xl,...,X2k,--X2k I)' Otteniamo un campo vettoriale differenziabile V su S2k - l. Questo campo vetto- riale è ovunque non nullo. Invece sulle sfere S2k di dimensione pari non esistono campi vettoriali ovunque non nulli. Questa è una proprietà globale delle sfere di dimensione pari la cui dimostrazione necessita di strumenti che non svilupperen10 in questo testo e che il lettore interessato potrà ritrovare, ad esempio, in Guillemin e Pollack (1974). Sia X una varietà differcnziabile e SIa: T(X) = U Tx(X) xEX l'unione disgiunta degli spazi tangenti ad X nel SUOI punti. T(X) è chiamato fibrato tangente a X. Si denoterà con 7r : T(X) -+ X r applicazione che a ogni v E Tx(X) associa il punto x. T(X) ha una struttura di varietà differenziabile di dimensione 2 dim(X) che si definisce nel modo seguente. Sia n = dim(X). Sia 'P : U ----t R n una carta locale, e siano x I, . . . , X n le corri- spondenti coordinate locali su U. Definiamo cI> : 7r I (U) -+ R 2n 
242 Varietà d(fTerenziahili I Cap. 5 ponendo: <P(v) = ((<p . 1r)(V) VI, . . . , V n ) dove VI,..., v n sono le coordinate di v nella base a a (1r(v»,...  a a (1r(v» di XI X n T 7r (v) (X). Otteniamo così una carta locale in T(X). Se 1/J : V  R n è un' altra carta locale in X con coordinate loca1i YI,..., Yn e \fl : 1r I (V)  R 2n è la corrispondente carta locale in T(X), SI ha (\fJ . <I> 1)( U, V I, . . . , v n ) = - ( ( tjJ . cp - I )(u), t Vj a(YI . cp - I) (u), . . . ,t Vj a(y. cp I) (u) ) }=I au} J=1 u J per ogni (u,v"...,v n ) E <I>(1r I(U nV». Poiché <p e 1j; sono differenziabihllcnte compatibili, segue che anche <P e \fJ lo sono. Pertanto al variare di (U, <p) in un atlante diferenziabile per X la coppia (1r I (U), <1» descrive un 2n-atlantc diffcren- ziabile per T(X), e T(X) è una varietà difIerenziabile di din1ensione 2n. È immediato verificare che la proiezione 1r : T(X)  X è un' applicazione differenziabile. Esercizi l. Sia X una varietà differenziabile. Dinl0strarc chc la proiczionc 7r : T(X) ---+ X è una SUl11lnerSlone. 2. Sia X una sottovarietà differenziabile di R N . Dinl0strarc che T(X) è una sottovarietà di R 2N . (Suggerinu!l1to. Sia  : X ---+ R N r inclusione, e si definisca un' applicazione G : T(X) ---+ R N X R N poncndo G(v) = ((7r(v», 1'*1i(V)(v». G(T(X») è il sottoinsiclne {(x: v) : x E (X), v E Tx(X)}.) 
29 I Il teorema di \Vhitney 243 29 Il teorema di Whitney Un importante risultato della topologia differenziale afferma che ogni varietà differenziabile X è diffeomorfa a una sottovarietà di R N per qualche N, e quindi che la classe delle varietà differenzi abili, che abbiamo introdotto in modo astratto, non è pi ù generale di quella delle sottovarietà di R N . Un celebre teorema di Whitney completa il precedente, affermando che ogni sotto varietà di dimensione n di R N è diffeomorfa a una sottovarietà di R 2n + 1 . In questo paragrafo dimostreremo il primo risultato solo ne] caso di varietà compatte: la dimostrazione nel caso generale è più complicata e va al di là degli scopi di questo testo. Dimostrercmo invece il teorema di Whitney sia nel caso compatto, in cui la dimostrazione non è difficile, che nel caso generale, in cui si fa uso dell' esistenza di "partizioni dell' unità", un importante risultato tecnico che viene impiegato frequenten1ente in topologia differenziale. Iniziamo il paragrafo introducendo le partizioni dell' unità. Sia X uno spazio topologico e p : X ----+ R una funzione continua. L'insieme chi uso suPP(p) = {x E X : p(x) #O} SI dice supporto di p. Ricordiamo che una famiglia {Sa} aEA di sottoinsiemi di X si dice locabnente .finita se ogni x E X possiede un intorno aperto U x tale che Sa n U x # 0 solo per un numero finito di a E A. 29.1 DEFINIZIONE Sia X una varietà dif.1èrenziabile. Una partizione dell'unità su X è una .falniglia di funzioni di classe C«(X)) {Pa : X ----+ R}aEA a valori nOI1 negativi tale che.. (a) la .fanziglia {supp(p{)} è [ocabnente .finita; (b) L Pa(X) = l per ogni x E X (si noti che la S0I11111a è .fìl1ita per la condizione ( (a)). Sia U un ricoprÙnento aperto di X; una partizione del1' unità {Pa }aEA si dice subordinata al ricoprirnento U se per ogni D: E A esiste U E U tale che sUPP(Pa) C U. Pcr costruire partizioni dell' unità si utilizza la funzione di classe C«(X)): ep:R----+R I/X2 (x) = {  x>O x < O (cfr. esercizio 19.6) e Je seguenti funzioni costruite a partire da ep. Se a < b la 
244 Varietà d{fferenziabili I Cap. 5 funzione 1P:RR 1P(x) = <p(x - a)<p(b - x) è di classe C<oo>, positiva in (a, b) e nulla altrove; quindi suPP(1P) = la, b]. La funzione: ç:RR x J 1P(t )dt ç(x) = 00 +00 J 1P(t)dt - 00 è di classe C(oo) e soddisfa: ç(x) = O se x < a, ç(x) = 1 se x > b, O < ç(x) < 1 se x E (a, b). Se O < a < b la funzione: g : R N --? R g(x) = ç( -llxll + a + b) è di classe C(oo) e soddisfa: g(x) = 1, l > g(x) > O, g(x) = O, se !lxll < a, se a < Ilxll < b se Ilxll > b. 29.2 LEMMA Sia U un aperto di R N e sia K un insiel11e C0111patto 110/1 vuoto contenuto in U. Esiste una .funzione f : R N --? R di classe C(oo) a ,s'upporto cOl1zpatto contenuto in U e a valori in lO,] l tale che f(x) = 1 per ogni x E K. l f") . . S U -/.. R N. O b d (K, R N \ U) ..;l1110sfraZl0l1e. e T ponlan10 a = , = 2 e f (x) = ç ( d (x, R N \ U) -- b). Se U = R N poniamo a = -1, b = O C f(x) = .( -d(x, K». 
29 I Il teorema di Whitney 245 La funzione f : R N -7 R così definita ha le proprietà volute. Il Il teorema seguente permette di costruire partizioni dell 'unità in infiniti modi. 29.3 TEOREMA Sia X una varietà differenziabile e U = {Ua}aEA un ricopri- 11'zento aperto di X. Allora: (a) esiste una partizione dell'unità l1ulnerabile {Pi : i = 1,2, . . .} subordinata al ricoprÙnento li tale che ogni Pi abbia supporto cOlnpatto; (b) esiste una partizione dell'unità {1/;a}aEA tale che supp(1/;a) C Uo: per ogni a E A, e tale che 1/;a 11011 sia identica111ente nulla per al più un 'bfinità nU/11erabile di indici a. Di,nostrazione (a) Ogni punto x E X possiede un intorno aperto W x tale che W x sia compatto, e sia contenuto in un aperto coordinatizzato e in U a per qulchc a E A. Il ricoprimento W = {W x : x E X} è un raffinamento di U. Poiché X è una varietà, e quindi è uno spazio di Hausdorff 10cahl1ente compatto c soddisfacente il secondo assioma di nUlTIerabilità, per la proposizione 10.5 W possiede un raffinamento numerabile localmente fìnito V = {Vi : i = l, 2, . . . }. Pcr costruzione per ogni i si ha, per qualche a E A: Vi C Bi n U cx dove Bi è un aperto coordinatizzato e Vi è compatto. Sia 'Pi : Bi -7 R n una carta locale. Per il lemll1a 29.2 per ogni i > l esiste una funzione li : R n -7 R di classe C(oo) a supporto compatto contenuto in 'P 1: (B 1 : ) tale che !i(X) = l per ogni x E 'P 1: (1!;;). Poniamo { (li' 'Pi)(X) a'(x) = z O se x E Bi se x rf- Bi. La funzione (J i è di classe C(oo) perché lo sono le sue restrizioni ai due aperti 00 Di e X\SUPP(!i' 'Pi). Poiché V è locahnente finito la funzione ?= (J 1: è ben definita 1,=1 in tutto X; inoltre, essendo tutte le funzioni a i a valori non negati vi ed essendo 00 (J1:(X)=fO per qualche i in ogni punto x E X,?= ai(x) > O per ogni x E X. Pertanto 1,=1 ponendo a i(X) Pi(X) = 00 ?= (Jj(x) }=l SI ottiene una ben dcfìnita funzione Pi . X -7 R di classe C(OO) a valori non 
246 Varietà d(flerenz.iahili I Cap. .5 negativi ed a supporto compatto. La successione di funzioni {Pi : i = 1,2,...} costituisce la partizione dell'unità cercata. (b) Sia {P1:: i = 1,2,...} la partizione dell'unità costruita nella prima parte della dimostrazione. Per ogni z: = l, 2, . . . sia a(i) E A tale che SUPP(Pi) C U Qci). Poniamo 1/Ja - O se o: =I- o:(i) per ogni i = l, 2, . . .; altrimenti definiamo 1/;a =  Pi, cioè Q'( Z ):::::Q' come la son1ma del1e funzioni Pi tali che o:(i) = 0:. È evidente che {1/JQ' }Q'EA è una partizione dell'unità su X e che al più un'infinità numerabile tra le funzioni 1/JQ' non è identicamente nulla. Inoltre per ogni o: E A si ha: supp( 1/JQ') C U SUPP(Pi) Q':::::Q'( i) e, poiché la fan1iglia di chiusi {SUPP(Pi)} è localmente finita, si ha: U SUPP(Pi) = U SUPP(Pi); Q:::::Q'(i) a=Q'(i) pertanto supp( 1/Ja) C U ex e quindi {1/Ja} è una partizione dell' unità subordinata al ricopri mento U. !Il Si osservi che la partizione dell'unità considerata nella parte Cb) del teorCll1a è indicizzata dallo stesso insieme che indicizza il ricopri mento a cui è subordinata; ma in generale le funzioni 1/Ja che la costituiscono non hanno supporto compatto. Ad esempio, se X non è compatta e si considera il ricoprimento costituito dal solo aperto X si ottiene una funzione 1/J tale che supp( 1/J) = X. Il teorema 29.3 verrà utilizzato nella dimostrazione del teorema di Whitney attraverso il seguente corollario: 29.4 COROLLARIO Per ogni varietà dijjerenziabile X esiste una funzione propria di classe C(CO) p: X  R. Dinl0straziol1e. Sia U il ricopri mento di X costituito dagli aperti aventi chiusura cOll1patta, e sia {Pi : i = 1,2, . . .} una partizione dell'unità numerabile subordinata ad U. La funzione 00 p = :?::: i Pi : X --+ R 1,:::::1 è ben defìnita e di classe C«(X). Poiché ogni cOlnpatto di R è contenuto in r -n, n] per qualche n, è sufficiente verifìcare che P-- l (l-n, n D è compatto per ogni intero positivo n. Ma se p(x) < n allora Pi(X) =I- O per qualche i < n, e quindi p l (l-n, nJ) è un chiuso contenuto in SUPP(Pl) U . . . U SUPP(Pn), che è compatto; dunque p - l ([ --n, nJ) è con1patto. !Il Un altro utile corollario del teorema 29.3 è il seguente: 
29 I 11 teorema di Whitney 247 29.5 COROLLARIO Sia X ulla varietà differenziabile, e siano 0 =j:. C C A C X con A aperto e C chiuso. Esiste una funzione di classe e COO ) a valori non negativi F : X -+ R tale che F(x) = 1 per ogni x E C e supp(F) C A. DÙnostrazione. Sia {F, G} una partizione dell' unità subordinata al ricoprimento {A, X\ C} tale che supp(F) C A e supp( G) C X\ C. Allora F è la funzione cercata. 11I Dimostriamo ora un importante risultato. 29.6 TEOREMA Sia X una varietà d{fferenziabile C0J11patta. Esiste un 'inclu- sione dfferellziabile di X in R N per qualche N. !JÙl1os1raziol1e. Per ogni punto x E X sia V x un intorno aperto di x tale che V x sia compatto e sia contenuto in un aperto coordinatizzato. Sia V = {VI, . . . , 5} un sottoricoprimento finito del ricoprimento W = {V x : x E X}. Per ogni h = l, . . . , s siano Bh un aperto coordinatizzato contenente Vh e 'Ph : Eh --+ R n un sistema di coordinate locali. Per il lemma 29.2 esiste una funzione f h : R n --+ R a supporto compatto contenuto in 'Ph(Bh) tale che jh(X) = l per ogni x E 'Ph( Vh ). Per ogni h = l, . . . , s poniamo { (/h . 'Ph)(X) se x E Eh Cl h(X) = O se x rt: B h . Le funzioni (J I  . . . , Cl s sono di classe C(OO) su X. Definiamo un nl0rfÌsmo: F : X --+ RS(rl.+]) ponendo: F(x) = (Cl] (x), . . . , (J s(x), (J I (x)'PJ (x) . . . , (Js(x)'Ps(x». F è ben definita e di classe CCOO) perché le funzioni Cl h(X)'Ph(X) sono ben definite e di classe e COO ) in tutto X, essendo (J h(X) = O per x rt: Bh' Supponiamo che x, Y E X siano tali che F(x) = F(y). Allora in particolare (Jh(X) = (Jh(y) per h= 1...,s. Se xEVi1. allora (Jh(Y) = (Jh(X)=j:.O e quindi yEB h . Ino l tre Cl h(X)'Ph(X) = (J h(Y)'Ph(Y) e quindi 'Ph(X) = 'Ph(Y)' Segue che x = Y perché 'Ph è biunivoca su Bh' Pertanto F è biunivoca. Poiché X è compatto, per la proposizione 25.5 sarà sufficiente dimostrare che F è un' immersione. Sia Xo E Vh. Pcr calcolare F*xo utilizzeremo la carta locale 'P h. Posto Uo = 'Ph(Xo), dobbiamo dimostrare che la matrice jacobiana J(F. 'P/] )(uo) ha rango n. Ma per ogni u in un intorno di Uo si ha f h (u) = 1 e quindi: ((J h'Ph) . 'Ph j )(u) = ('Ph . 'Ph I )(u) = u. 
248 Varietà d(flerenziabili I Cap. 5 Pertanto la sottomatrice ( a((a hj. 'Pi, l )i (u o ») di J(F. 'P h l )(uo) è la matrice identità n X n. Da ciò segue che J(F. 'P h l )(uo) ha rango n. 11I Il teorema 29.6 si estende con qualche ulteriore difficoltà tecnica a tutte le varietà differenziabili, non necessariamente compatte, ma non daremo la dimo- strazione di questa estensione; il lettore interessato può consultare, ad esempio, de Rham (1960) e Munkres (1966). Questi risultati implicano che per studiare le varietà differenziabili è sufficiente limitarsi a studiare le sottovarietà degli spazi euclidei R N . Nel trattare questioni generali è però di solito più comodo conside- rare varietà astratte piuttosto chc sottovarietà di uno spazio euclideo, anche perché molti esempi di varietà, come ad esempio gli spazi proietti vi, le grassmanniane, i gruppi di Lie GLn(R), SLn(R), O(n) e altri, sono definiti in modo astratto e non come sottovarietà di R N . Il teorema 29.6 fornisce un'inclusione differenziabile di una data varietà X di din1cnsione n in uno spazio euclideo R N , ma l'intero N dipende dal metodo di dimostrazione e non viene fornita alcuna informazione su quanto piccolo si possa prendere N. Questa informazione viene invece data dal teorema di Whitney che dimostreremo tra poco. Iniziamo con una sua versione "locale" che afferma r esistenza di in1mersioni. 29.7 TEOREMA Sia X una sottovarietà differenziabile di dÙnensione k di R N . Esiste un 'Ùnlnersione iniettiva X -4 R2k+l. DÙnosfrazione. Se N < 2k + l la composizionc dell' inclusione i : X -4 R N con un' inclusione di R N in R 2k + l cOlne sottospazio vettori aIe fornisce 1'immersione cercata. Supponiamo dunque N > 2k + l: procedendo per induzione su {; = N + -- (2k+ 1) sarà sufficiente dimostrare che esiste un'immersione iniettiva X  R N .. l. Allo scopo dimostreremo l'esistenza di o E R N tale che la composizione di i con la proiezione ortogonale di R N su 0-1 sia ancora un' in1mersione inietti va: identificando l'iperpiano 0-1 a R N I si otterrà l'asserto. Definiamo un morfismo H : X x X x R -+ R N ponendo H(x x', t) = t[ i(X) - i(X'»). Definiamo inoltre un morfìslllo L : T(X) -+ R N ponendo: L(x v) = i*x(V), x E X, v E Tx(X). Poiché dim(X x X x R) = 2k + l e din1(T(X») = 2k, per il teorema 27.6 le iInmagini di H e di L hanno Inisura nulla. In particolare esiste o E R N \[Im(H)U U 1m (L ) J; è n # O perché O E hl1(H). Sia 7r : R N  0..L la proiezione ortogonale e sia f = 7r . f., : X -4 0-1. 
29 I Il teorema di vVhilney 249 Il morfismo f è inietti vo. Supponiamo infatti che esistano x, x' E X distinti tali che f(x) = f(x'): allora (x) - (x') = tn per qualche t E R, t =1-0, e quindi n = H (x, x', f ), una contraddizione. f è un'immersione. Supponiamo infatti che SI abbia f*x(v) = O per qualche x E X, v E Tx (X), v"# O. Allora: 0= f*x(v) = [1f*L(X)' *xJ(v) = 1f(*x(v» = 1f(L(x, v». Poiché  è un' immersione *X (v) =I- O, e quindi esiste t f O tale che tn = *X (v), ovvero tale che n = f *x(v) = *X () = L (x, : ) , una contraddizione. !Il Se nel teorema 29.7 si suppone che X sia una varietà compatta di dimensione k allora, per la proposizione 25.5, l'inlmersÌone iniettiva X  R2k+l di cui si dimostra l'esistenza è un'inclusione differenziabile. Combinando questo risultato con il teorema 29.6 otteniamo il seguente 29.8 COROLLARIO Sia X una varietà differenziabile c(J/npatta di dÙnensione k. Esiste un 'inclusione differenziabile di X in R2k+l. Concludiamo questo paragrafo con la dimostrazione dell 'importante 29.9 TEOREMA (Whitney) Sia X una sotlovarietà diflerenziabile di dinlensione k d . R N E . , . l . d . ffi . b . 1 X R 2k+ l l . slste un lnc uSlone  erenZla l e  . DÙnostrazione. Per il teorema 29.7 esiste un'immersione iniettiva X  R2k+l. Con1ponendo con il diffeomorfismo T : R2k+1 --> R2k+l, T(p) = l + IPII otteniamo un'immersione iniettiva f : X  R2k+l tale che 11/(x)11 < l per ogni x E X. DefinialTIO un morfismo F : X  R2k+2 ponendo F(x) = (/(x), p(x», dove p : X  R è una funzione propria di classe C(OO) (p esiste per il corollario 29.4); evidentemente F è un'immersione iniettiva. Ora, procedendo come nella dimostrazione del teorCllla 29.7, scegliamo n E R2k+2 in modo che la composizione di F con la proiezione ortogonale 1f : R2k+2  01- sia un' immersione inietti va. Poiché l'insieme degl i n per cui ciò avviene è denso in R2k+2, possiamo scegliere o =I-(O . . . , O, t) per ogni t E R. Faremo vedere che 1f.F : X  n1- è propria e, grazie alla proposizione 25.5, ciò implicherà che 1f. F è un'inclusione differenziabilc, conc1udendo la dinl0strazione. 9 
250 Varietà d(fferellz.iahili I Cap. 5 Per dimostrare che 1r . F è propria è sufficiente far vedere che per ogni c > () l'insieme {x E X : 11(1r' F)(x)11 < c} è compatto; e poiché p è propria, ciò seguirà se faremo vedere che per ogni c > O esiste d > O tale che {x E X: 11(1r' F)(x)11 < c} C {x E X: Ip(x)1 < d}. Supponiamo per assurdo che ciò non sia vero. Allora esiste una successione di punti {Xi}il tale che 11(1r.F)(Xi)11 < c per ogni i= 1,2,... e limjp(xi)1 =00. Possiamo supporre P(Xi) =f O per ogni i, e considerare i vettori di R 2k + 2 : l Yi = - ( ) [F(Xi) - (1r . F)(Xi)J. P Xi Quando i tende all' infinito si ha: l . l . F(Xi) l . (1r . F)(Xi) 1m y. = 1m - 1m . Z P(Xi) P(Xi) Il secondo limite è O, perché 11(1r' F)(Xi)11 < c mentre lin1Ip(Xi)1 = 00. Quindi: l . l . F(Xi) l . ( f(Xi) l ) «() O l ) un Y i = 1m ( = 1m ) , = , . . ., , p Xi) P(Xi perché Ilf(Xi)11 < 1 per ogni i. Ma per definizione di 1r ogni Yi è parallelo a n, e quindi tale è (O,..., O, 1) = lim Yi; ciò contraddice la scelta di n, e conclude la dimostrazione. !Il Il teorema 29.9, combinato con la generalizzazione del teorema 29.6 al caso non compatto, implica che ogni varietà differenziabile di dimensione k possiede un'inclusione differenziabile in R2k+l. Il teorema di Whitney non dà il risultato migliore possibile. Whitney stesso di- mostrò che sotto le medesime ipotesi esiste un'inclusione differenziabile X  R 2k . La dimostrazione di questo risultato è molto più difficile. 
Capitolo 6 Geometria differenziale di curve e superfici N cgl i spazi topologici le proprietà che vengono studiate sono assai generali perché l'omeomorfismo è una relazione di equivalenza molto debole. Nel ca- pitolo 5 abbian10 iniziato a studiare le varietà differenziabili. I diffeomorfismi sono applicazioni più particolari degli omeomorfismi ma lasciano invariate solo alcune proprietà geometriche, e nel caso di sottovarietà di R N non mantengono le distanze e le altre grandezze di natura metrica. In questo capitolo studieremo curve e superfici dello spazio euclideo, principalmente di R 3 , da un punto di vista metrico. Le proprietà metriche delle varietà differenziabili dello spazio eu- clideo dipendono dalla loro immersione in R N e possono variare drasticamentc per varietà diffeomorfe ma immerse in modo diverso. 30 Curve differenzia bili In questo paragrafo studieremo le curve differenziabili in R N . Sarà utile per il seguito considerare la seguente estensione della nozione di campo vettoriale al caso delle curve differenziabili. Sia a : J ---t R N una curva differenziabile in R N , dove J C R è un intervallo aperto. Un CG111pO vettoriale (sottinteso differenziabile) su a è un' applicazione che associa ad ogni t E J un vettore V(t) E Ta(t)(R N ) = R N , in modo che V : J ---t R N sia un' applicazione di classe C(OO). Parleremo di canlpo di versoti su a se IIV(t)11 = 1 per ogni t E J. Un esempio di campo vettoriale su a è il campo dei vettori velocità a'(t). I campi vettoriali su a si possono sommare, moltiplicare per funzioni di classe C(OO) f : J ---t R e moltiplicare scalarmente tra loro. Un'altra operazione naturale su un campo vettori aie su a è la derivazione. La derivata del call1jJO vettoriale V(t) = (VI (t), . . . , V N(t» su a è il campo vettoriale V'Ct) = (V/(t),..., Vfv(t» le cui componenti sono le derivate delle componenti di V. Denoteremo V' anche con il simbolo  
252 Geometria d(fferenziale di curve e superfici I Cap. 6 - - Siano J, J C R intervalli, O : J ---) J un diffeomorfisnlo. Per ogni curva differenziabile a : J  X in una varietà differenziabile X la composizione - f3=a.O:JX f3(s) = a(O(s» è una curva differenziabile in X chiamata ripara/netrizzazione di a. Diremo f3 orientata cOl1cordenlente (rispettivamente discorde/nenie) con a a se O' (s) > O (rispettivamente O'(s) < O) per ogni s E J. Una riparanletrizzazione di a è una curva che ha la stessa immagine di a, ma ha vettore velocità in generale di verso in ogni punto e, se orientata discordelllente con a, verso di percorrenza discorde da quello di a. Quando si vogliono studiare proprietà geometriche del luogo a(J) non è restrittivo sostituire ad a una sua riparanletrizzazione. 30.1 Eselnpio Siano a, v E R N . La curva differenziabile in R N : a(t) = a + vt ha per immagine la retta passante per a e di direzione (v). La curva: f3(s) = a + cVs è un riparalnetrizzazione di a per ognI c E R\ {O}. Invece la curva: ì( s) = a + v s3 non è una riparametrizzazione di a perché t = 8 3 non è un di fTcomorfismo In O. La restrizione '1'IR\{o} di '1' a R\{O} è una riparamctrizzazione di O:IR\{o}' In accordo con la terminologia usata più frequentemente, chiameremo curva regolare una curva differenziabile a : J ---) R N tale che il suo vettore velocità sia non nullo in ogni punto t E J, cioè che sia una immersione. Sia dunque a : J  R N una curva regolare. La velocità di o: nel punto t è v(t) = Ila'(t)ll. La velocità è una funzione differenziabile v : J  R a valori positivi. Se ti, t 2 E J la lunghezza di a tra tI e t2 è il nun1ero reale t2 tl J 1IG\"(t)lldt = J J G\'\ (t)2 + . . . + G\'(t)2 dt ti ti "" Se (3(8) = a(0(8)) è una ripara111etrizzazione di a, dove J è un intervallo e - O : J  I è un diffeomorfismo, in ogni punto s E J il vettore velocità di (3 è f3'(s) = o/(O(s»O'(s) e quindi la velocità di /3 è: 11f3'(s)11 = Ila'(O(8)IIIO'(s)1 > O; in particolare f3 è ancora una curva regolare. 
30 I Curve d(fTerenziabili 253 Se s}, 82 E J sono tali che O(sd = t l , 0(S2) = t2, allora la lunghezza di (3 tra S1 ed S2 è: '<?h S" t" !11J3 1 (S)lIdS = !lla/(o(s))IIIO'(s)ldS = !lIal(t)lIdt, SI SI ti cioè uguale alla lunghezza di a tra t l e t 2 . Quindi una riparametrizzazione di una curva regolare ha in generale velocità diversa in ogni punto, ma è una curva regolare che ha la stessa lunghezza della curva originaria a. Dimostreremo ora che è possibile riparametrizzare la curva regolare a in modo che la nuova curva abbia velocità costante uguale ad l. 30.2 PROPOSIZIONE Se a : J ---t R N è una curva regolare esiste una rlpara- lnetrizzazione di D: che ha velocità costante uguale a l. DÙnoslrazione. Fissato un punto t o E J, la funzione lunghezza: s:J---tR t s(t) = f Ila'(u)lldu to è di classe C(OO) c tale che s'(t) = Ila'(t)11 > O per ogni t E J. Quindi s definisce un diffeomorfisn10 di J sull' immagine s(J) che è un intervallo j. Sia () : J ---t J la funzione inversa di s. Per ogni s = sCt) E j si ha O'Cs) = s'Ct)- 1 = Ila'(t)ll- l > O e quindi (3(s) = a(O(s» è una riparametrizzazione di a. Inoltre: Il (3' ( s ) Il = Il a' ( ()( s » 111 0 ' ( s ) I = Il a' (t) 1111 a' (t) Il l = 1. Il La riparametrizzazionc (3 descritta dalla proposizione precedente non è univoca- mente determinata, ma dipende dalla scelta del punto t o e dal verso di percorrenza. Ogni ulteriore sostituzione della forma s = :f:u + c, con c E R costante, dà luogo ancora a una riparamctrizzazione con le stesse proprietà. Se Ila'(t)11 = 1 per ogni t E J, la curva regolare a si dirà a velocità unitaria. 30.3 Ese111pi 1. Siano 3, v E R N . La retta: a( t) = 3 + vt t E R [30.1 J è a velocità unitaria se e solo se v è un versorc. 2. Sia r E R, r =f O. La curva regolare di R2: a(t) = (Cl + r cos(t) C2 + r sin(t», t E R 
254 Geometria differenziale di curve e supeljìci I Cap. 6 ha per immagine la circonferenza di centro (Cl, C2) e raggio Irl. La sua velocità è Il a' (t) Il = I r I e quindi o: è a velocità unitaria solo se Irl = l. Una sua riparametrizzazione a velocità unitaria è: f1( s) = (c I + r cos (;) , C2 + r sin (;) ) s E R. 3. Siano r E R, r =f O, c E R N , e siano b I, b 2 E R N due versori tra loro orto- gonali. La curva regolare di R N : a(t) = c + r cos(t)b 1 + r sin(t)b 2 t E R [30.2 J ha per immagine la circonferenza di centro c e raggIo Jrl contenuta nel piano affine passante per c e avente giacitura (bI, b 2 ). 4. Siano a, b > o. La curva di R3: ,(t) = (a cos(t), a sin(t), bt), t E R, è un' elica circolare (fig. 30.1). Il suo vettore velocità in t è: /(t) = (-a sin(t), a cos(t), b) e la sua velocità è: Il,' (t)11 = v a 2 + b 2 Una riparametrizzazione a velocità unitaria di ì è: g(s) = (c cos(t), C sin(t), dt) dove c= a . d= b v a 2 + b 2 / v a 2 + b 2 Esercizi 1. Calcolare le lunghezze delle curve degli escnlpi 30.3 tra t l = O e t'l = l. 2. Calcolare i campi vettoriali tangenti ad ognuna delle curve degli esempi 30.3. 3. Dilnostrare che se una curva di R N ha vettore velocità costante allora coincide con la restrizione della [30.1] ad un intervallo per qualche 3, v. 
3/ I Classificaz.ione delle curve l'eRo/ari di R N 255 ........ .... " , , , + \ \ ,..... I .... " , , , \ \ , .... ........ .... --------- Figura 30.1 31 Classificazione delle curve regolari di R N Consideriamo una curva a : J  R N a(t) = t(al (t) . . . , aN(t») cd un' isometria di R N , cioè un' affinità <P : R N  R N della forma: <I>(x) = Ax + c dove A = (aij) E O(N), c = t(Cj,... , C N). La curva (3 : J  R N ( ) l31.11 f3(t) = <I>(a(t)) = c + Aa(t) = CI + 1 aipj(t),.. . ,C N + 1 aNjaj(t) 
256 Geometria differenziale di curve e superfici I Cap. 6 si dice congruente ad a. La congruenza è una relazione di equivalenza, come è immediato veri ficare. Il vettore velocità di /3 nel punto t E J è: {3' ( t) = Aa' (t) e quindi se a è regolare (rispettivamente ha velocità unitaria) anche (3 è regolare (rispettivamente ha velocità unitaria). Supponiamo a regolare. Vogliamo studiare le proprietà di a(J) che restano invarianti rispetto ad ogni isolTIetria di R N , cioè le proprietà che a(J) ha in C0111une con ogni (3(J) al variare di /3 nella classe di congruenza di a. Tali proprietà si diranno proprietà Inetriche della curva a; parleremo di invarianti nletrici di a riferendoci a tutte le entità associate ad a(J) che sono invarianti rispetto ad ogni isometria. Per la proposizione 30.2 nello studio di invarianti metrici non è restrittivo supporre che la curva a abbia velocità unitaria. Allo scopo di costruire invarianti metrici consideriamo il campo vettoriale tangente a' sulla curva a e le sue derivate successive, cioè i campi vettoriali: ,,, (N') aa ...,a . Per ogni t E J i sotto spazi vettoriali di R N : 8, (t) = (a' (t) ), 8 2 (t) = (a' (t), a" (t»), . .. , 8 N l (t) = (a' (t), . . . , a(N l \ t) ) sono detti rispettivamente prinlo, secondo,..., (N - 1 )-esÙno spazio osculatore ad a in t. Si ha ovviamente: 8] (t) C 8 2 ( t) C . . . C 8 N - , (t). Se a'(t), a"(t), . . .  a(N l)(t) sono linearmente indipendenti allora dim(8k(t» = k; in questo caso 8, (t) è detta retta tangente, 8 2 (t) piano osculatore, ad a in t. 31.1 PROPOSIZIONE Sia a : J -7 R N una curva a velocità unitaria tale che a'(t), a"(t), . . . , a(N - l) (t) siano IÙzearnzente indipendenti in ogni t E J. Esistono canlpi vettoriali b"..., b N su a con le seguenti proprietà per ogni t E J: (l) {b 1 (t), . . . , bN(t)} è una base ortollorlnale di R N orientata positivalnente. (2)8k(t)=(b,(t)...,bk(t»), k=l,...,N-I. (3) bk(t). a(k)(t) > O, k = 1,..., N-L I campi vettoriali b 1 ,...  b N sono univOCa111ellte deterlnÙzati dalle proprietà (1), (2), (3). L'insielne di can1pi vettoriali {b 1 ,..., b N} ,')'u a è chianzato base mobile di Frenet. 
3/ I Classificazione delle curve regolari di R N 257 DÙnostrazione. Sia t E J. Poniamo: b l (t) = 0:' (t), i l Ci ( t) = 0:( i) ( t) -  l b i (t) . 0:( i) ( t ) ] ) b i ( t ) , i = 2, . . . , N-l . J=1 l31.2 J Ci ( t) bi(t) = Ilci(t)1I . [31.3 J Si calcola subito che b, (t), . . . , b N l (t) costituiscono un insieme ortonormale e soddisfano la condizione (2). bN(t) è univocall1ente definito dalla condizione (1). Da: k I Ck(t) . o:(k) = 110:(k)11 2 -  lbj(t) . a(k)(t)]2 = J=l N k l = I: lb -(t) . 0:(k)(t)]2 - I: [b -(t) . 0:(k)(t)]2 > O - } - J J=I }=I segue la (3). L'unicità di b1(t),..., bN(t) segue ilnmediatamente da (2) e (3). Per verificare che b l ,..., b N sono campi vettoriali su o: procediamo per induzione. Supponendo b l ,..., b i __ l campi vettori ali, i coefficienti bj(t). o:(i)(t) che interven- gono a secondo membro delle [31.2] sono funzioni di classe C(OO) di t E J, e pertanto ci è un campo vettoriale su a. Segue che la funzione IICi(t)11 è di classe C(OO) su J, e quindi anche b i è un campo vettori aIe su 0:. !Il La base mobile di Frenet è definita dalla geometria di 0:. Considerando le derivate dei campi vettori ali b l , . . . , b N ed esprimendole come combinazioni lineari di b 1 ,..., b N si ottengono informazioni geometriche su a. 31.2 TEOREMA Sia o: : J ---t R N una curva a velocità unitaria soddifacente le ipotesi della proposizione 31.1, e sia {b],..., b N} la base mobile di Frenet. Esistono funzioni KI,..., KN -. l : J ---t R di classe C(OO) con le proprietà Ki( t) > O, i = l, . . . , N - 2 per ogni t E J se N > 3, e tali che si abbia identican1ente: db i dt = - Ki I b i l + Ki b i +], i = l, . . . , N [31.4 J 
258 Geometria diflerenziale di curve e superfici I Cap. 6 dove si è posto K() = KN = O e b o = b N +] = O. Equivalente111ente si ha l'identità: b' O KI O O b] ] -KI O O O = O O O KN. I b' O O -KN I O b N N K I, . . . , K N - I sono invarianti 111etrici di a. Dil11ostrazione. Per ogni t E J si ha: b'. = L a' . ( t ) b . ( t ) z . 'l) } J dove, poiché {b](t),..., bN(t)} è una base ortonormale, aij(t) = b(t). bj(t); in particolare i coeffi.cienti ai} sono funzioni di classe C(OO). Derivando ambo i membri delle identità b..b.-8.. 1, ] - 1.J SI ottiene b: . b} = - b i . b. . c pertanto la matrice di funzioni (ai}) è antisimmetrica. Inoltre dalla [31.2] e dalla [31.3] segue che b k è combinazione lineare di a/, a", . . . , a Ck ), e quindi che b è combinazione lineare di a', a",..., a(k+I): pertanto b(t) E 8k+l(t) per ogni t E I, e b è combinazione lineare di b],..., b k + l . Questa circostanza implica che: al3 =... = alN = O, a24 =... = a2N = O, aN 1,N = O e utilizzando l'antisimmetria di (ai}) SI deduce che la matrice ha la forma voluta con: ] = a 12, 2 = a13, . . . , K N - I = a N - l,N. Se N > 3 per ogni i = l,. .. , N - l dalla [31.4 J deduciamo: i = b · bi+ l . D'altra parte deri vando la [31.2] otteniamo: b = Ilcill la(i+]) + v [ 31.51 
31 I Classijicazione delle curve regolari di R N 259 dove v è un campo vettoriale su a tale che v(t) E 8 i (t) per ogni t E J. Pertanto: b ' b - (l ' 11 - l ci+J) ) b - Il Il 1 ci+l) b "'i = i. i+ l - I Ci a + v · i+ J - ci a · i+] e quindi "'1:(t) > O per ogni t E J e 1 < i < N - 2, per la (3) della proposizione 31.1. Lasciamo al lettore la verifica del fatto che "'I, . . . , "'N 1 sono invarianti metrici di a. !Il Le [31.4] sono dette .forlnule di Frenet per a. Le funzioni "'J,..., "'N - J : J  R si chiamano rispettivamente prÙna, seconda,..., (N - 1 )-esilna curvatura di 0:. La base mobile di Frenet {b"..., b N} c le curvature '" I, . . . , "'N -- 1 insieme costituiscono il cosiddetto apparato di Frenet. Il teorema precedente afferma in particolare che se N > 3 le curvature '" I, . . . , K; N - 2 sono ovunque positive, ma non assegna alcuna condizione sull'(N - I)-esima curvatura "'N l' Infatti può anche essere "'N 1 < O: se ad esempio a : R  R 2 è la retta parametrizzata a(t) = p+vt, dove Ilvll = l, allora si ha b l = V, b = O = "'I b 2 e quindi '" 1 = O identicamente. Vediamo un altro esempio. 31.3 Esenlpio Sia a : R  R 4 a(t) = (  cos(t),  sin(t), cos (  ) ,sin ( - ) ) . Si ha: a' =  ( - sin(t), cos(t), - sin (  ) ,cos (  ) ) " l ( . ) ] ( t ) l. ( t )) a = -12 - cos(t), - sm(t , - -12 cos -12 ' - -12 sm -12 "' 1 ( . 1 . ( t ) 1 ( t ) ) a = -12 sm(t), - cos(t), 2: sm -12 ' - 2: cos -12 . Poiché Il a' Il = l c a' . a" = O identicamente, si trova: b] = a' a" 2 ( . 1 ( t ) l. ( t ) ) b 2 = Ila"ll = ..j6 - cos(t), - sm(t), - -12 cos -12 ' - -12 sm -12 . 
260 Geometria differenziale di curve e superfici I Cap. 6 Inoltre, essendo 0/" . 0/' = 0, 0/". 0/ = -  si ha: ", 3, 1 ( 1. l 1 . ( t ) 1 ( t )) C3 = a + 4 a = J2 4 SIn(t), -4 COs(t), -4 SIn J2 '4 cos J2 1 II c 311 = 4 e quindi: b 3 = II:II =  (Sin(t), - cos(t), - sin (  ) ,cos (  ) ) . Infine con il campo di versori: b _ 2 ( l ' ( '\ l,. ( ) , ( t ) . ( t ) ) 4 - ..j6 - J2 cos t), - J2 SIn t , cos J2 ' SIn J2 si ottiene la base ortonormale mobile {b" b 2 , b 3 , b 4 } per a. È facile calcolare che: b ' " b . d . Il " 11 /3 l = a = K] 2 e qUIn I K, = a = T . b ' b l b . d . 1 ') + K l , = r:J. "} e q UI n l Kì = n "- 2v 3 .1 - 2v 3 b + 2b2 = -  b 4 e quindi 3 = -  . , 2 b 4 = ..j6 b 3 . Quindi le curvature di a sono /3 1 2 KI = T K2 = 2/3 ' KJ = - ..j6 (in particolare sono funzioni costanti) e le formule di Frenet sono, in forma matri- ciale: b' O /3 O .0 b l - 1 2 b' /3 O ] O b 2 -- - 2 2 2/3 - b' O l O 2 b:3 -- -- 3 2/3 ..j6 b' O O 2 O b 4 - 4 ..j6 
31 I Class(ficazione delle curve regolari di R N 26/ Dimostreremo ora che le curvature Kt,...  KN l sono sufficienti ad individuare la classe di congruenza di a e che quindi esse costituiscono in un certo senso un insieme completo di invarianti lnetrici per a. 3 1.4 TEOREMA Siano a : J  R N e (3 : J  R N due curve a velocità unitaria soddi5facenti le ipotesi della proposizione 31.1 e siano rispettivanlente {al, . . . , aN} e {b 1 ,..., b N} le loro basi lnobili di Frenet. Supponianlo che le loro curvalure soddisfino Kai = Kj3i, i = l, . . . , N-L Allora a e (3 S0110 congruenti. [Ji1nostrazione. FissiaJno un punto t o E J e sia <P(x) = Ax + c l'isometria di R N tale che <P(a(to» = (3(t o ) [31.61 Aai(tO) = bi(to), i = l, . . . , N. Ponendo Ki = KaJ = K{3,i' i = l,..., N - l, le formule di Frcnet per (3 sono: db. dt'l = -Ki- l b i"l + Kibi+l. D'altra parte, applicando A ad ambo l membri delle formule di Frenet per a SI ottiene: A dai = _IL". A A dt '''1, l ai l + Ki ai+ l . Quindi i campi vettoriali b l ,..., b N ed i campi vettori ali Aal,'.., AaN soddi- fano lo stesso sistema di N equazioni differenziali lineari ordinarie; inoltre essi soddisfano le stesse condizioni iniziali [31.6 J: pertanto si ha b i = Aai, i = 1, . . . , N. In particolare (3' = Aa' e quindi: t t <P(a(t» - <P(a(to» = f Aa'(u)du = f j3'(u)du = j3(t) - j3(t o ) to t o per ogni t E I. Dalla prilna delle [31.6] segue che <I>(a(t» = (3(t) per ogni t E I cioè (3 = <1>( a). Il Vedremo ora che per assegnare una classe di congruenza di curve è sufficiente assegnare le funzioni curvatura. 31.5 TEOREMA Siano K l, . . . , K N l : U -+ R funzioni di classe C(OO) definite in un intorno U di O E R tali che Ki(t) > O per ogni t E U e i = l,..., N - 2. Esiste un intervallo J contenente O e contenuto in U e una curva a velocità unitaria a : J -+ R N che soddifa le ipotesi della proposizione 31.1 e le cui .funzioni curvatura sono le restrizioni a J di Kl,'.', KN - l, 
262 Geometria d(fferellziale di curve e supe/:fici I Cap. 6 DÙnostrazione. Consideriamo la matrice antisimmetrica di funzioni su U: o KI -KI O o O O O M(t) = O O O O O KN I -KN - I O ed il sistema di equazioni differenziali lineari: 13'(t) = lkf(t)13(t) [31.7 J dove 13 = (b ij ) è una matrice N x N di funzioni incognite bij su U, con condizioni iniziali 13(0) = IN. Per il teorema di Cauchy, per il quale rinviamo a un testo di Analisi Matematica, il sistema [3].7] ammette un' unica soluzione B( t) definita in un intervallo J C U contenente O. Deri vando ogni termine de1Ja matrice prodotto t13(t)13(t) si ottiene la matrice: (tB(t)B(t»' = t(M(t)B(t»B(t) + tB(t)M(t)B(t) = = tB(t)tM(t)B(t) + tB(t)M(t)B(t) = O perché M(t) è antisimmctrica. Pertanto la matrice tB(t)13(t) è costante e vale: tB(t)B(t) = tB(O)B(O) = IN. TI (t) Se ne deduce che B(t) è una matrice ortogonale. Chiamiamo T(t) = la prima colonna di B(t) e poniamo: t ! TI(s)ds o TN(t) t a(t) = ! T(s)ds = o t ! TN(S)ds o La curva D: ha vettore velocità T(t) In t. Poiché T(t) è un versore per ognI t E I, la curva D: è a velocità unitaria. Dalla [31.71 segue che le colonne di B sono la base mobile di Frenet per D: e che le [31.71 sono le sue formule di Frenet. In particolare D: ha curvature K l, . . . , K N l' Il Esercizi l. Sia Q; : J  R N una curva a velocità unitaria soddisfacente le ipotesi della proposizione 31.1 e sia f3 = Q; . O : j  R N una riparametrizzazione di Q; a velocità unitaria, dove 
32 I Cu rve regolari di R 2 e di R 3 263 o : J  J è un diffeomorfìsmo. Dimostrare che anche /3 soddisfa le ipotesi della '" proposizione 31.1 e Ka.i(O(S)) = K{3.i(S), per ogni S E J e i = l, . . . , N-l. . J R N" I ." 2. SIa a:   una curva a ve oClta iperpiano affine H. Supponendo che a identicamente KN - l = O. 3. Sia a : J  R N una curva a velocità sottospazio affine H. Di mostrare che a', di H. unitaria tale che a(J) sia contenuta in un possieda apparato di Frenet dÌ1110strare che unitaria tale che a(J) sia conten1lta in un a"  . . . , a(N l) sono contenuti nella giacitura 32 Curve regolari di R 2 e di R 3 Sia a : J  R 2 una curva piana a velocità unitaria. Le ipotesi della proposizione 31.1 sono automaticamente soddisfatte perché si riducono a a' =f O, e quindi la base mobile di Frenet per a è definita: essa consiste dei campi di versori {t, n}, dove t = a' e D è definito dalla condizione che {t(t),n(t)} costituiscano una base ortonormale positivamente orientata per ogni t E J. n è detto cafnpo di versori nO/7nali ad 0:. Se a(t) = (x(t), y(t», allora t(t) = (x'(t), y'(t» e n = (-y'(t), x'(t». La curva possiede un'unica funzione curvatura", : J  R, c le formule di Frenct prendono la forma: t' - "'D D' = - ",t l32.1] Diamo una dimostrazione diretta delle [32.1 J. La prima segue dall'identità t . t = l, da cui si ottiene, derivando primo e secondo membro, 2t. t' = O, e quindi che t' è un multiplo di D. Dalla t. D = O, derivando ambo i membri, segue che D' . t = - t' . D = - "', mentre dalla D. n = l segue, come in precedenza, che D' . D = O: donde la seconda delle [.32.11. La curvatura ",(t) è positiva o negativa a seconda che n(t), applicato in a(t), sia diretto verso la concavità o verso la convessità di o:(J). Se ",(t) = O allora a(t) è un (punto di) flesso. Se ",(t) =f O, allora _ ( 1 è detto raggio di curvatura di a '" t) in a( t), ed il punto l cCt) = o:(t) + - ( D(t) K, t) 1 è il centro di curvatura di o: in a(t). La circonferenza di centro cCt) e raggio ",(t) si dice cerchio osculatore ad o: in a(t) (fig. 32.1); ha equazioni parametriche: 1(0) = cCt) +  ) cos(O)t(t) +  ) sin(O)D(t). "'Ct ",(t Se ",(t) = O il raggio di curvatura si prende per definizione uguale a +00. 
264 Geornetria differenziale di curve e sU/)(!I:fici I Cap. 6 Figura 32.1 Consideriamo ora una curva a : J  R 3 a velocità unitaria. Le ipotesi della pro- posizione 31.1 sono che t = a' e t' = a" siano ovunque linearmente indipendenti. Derivando primo e secondo membro dell'identità t.t = 1 si deduce che 2t.t' = O, e quindi che t' è ortogonale a t. Pertanto la condizione che t e t' siano linearmente indipendenti è equivalente alla condizione che t' sia ovunque di verso da O. Quindi se t' è ovunque diverso da O la curva a possiede apparato di Frenet. Sotto questa ipotesi la curvatl:lra di a è la funzione ",(t) = Ilt'(t)ll. Si definisce il campo di versori normali ad a come o = Il::11 ° Il campo vettori aIe b = t/\o si dice campo di versori binormali ad a. La base mobile di Frenet per a è {t, D, b} (fig. 32.2). Il piano (t, D) è il piano osculatore di a in t, mentre i piani (n, b) e (t, b) sono detti rispettivamente piano nornlale e piano rettificante di a in t. La seconda curvatura "'2 è chiamata torsione di a, e viene di solito denotata T. Le formule di Frenet diventano in questo caso: t' - "'D D' - -Kt +7b [32.2] b' - - TD Per comodità del lettore ne diamo una dimostrazione indipendente dal teorema 31.2. La prima delle [32.2 J è vera per definizione di D e di "'. Differenziando primo e secondo membro delle identità b. b = l e b. t = O si ottiene rispettivamente: b ' . b = O, b / . t = - b . t' = - b . "'D = O e quindi b ' è un multiplo di D, e possiamo scrivere b' = -TD, identità che definisce T; ciò dimostra la terza delle [32.2]. Per dimostrare la seconda osserviamo che dalla D. t = O si deduce: D' . t = - n . ti = - D . x;D = - K; 
32 I Cun'e re()lari di R 2 e di R 3 265 Figura 32.2 inoltre n ' . n = O perché n è un versare, e dalla D. b = O si ottiene: n'. b = -D. b ' = -n. (-Tn) = T; pertanto: D' = (D' . t)t + (D' . n)D + (D' . b)b = --x;t + rb. Sotto l'ipotesi che ti sia ovunque non nullo, per defìnizione si ha (t) > O per ogni t E J. Allora  ) è detto raggio di curvatura di a in a(t), e il punto K(t 1 cCt) = a(t) + - ) n(t) K(t è il centro di curvatura di a in a(t). Il piano osculatore ad a in o:(t) è (t(t), nCt») = = (t(t), t' (t»). Il piano affine o:(t) + (t(t), n(t») passante per o:Ct) cd avente per giacitura il piano osculatore si dice piano osculatore affine ad a in a(t); esso contiene il centro di curvatura c(t). La circonferenza 1 del piano osculatore affine di centro cCt) e raggio _ ( l si dice cerchio osculatore ad a in a(t). Sue equazioni K t) parametri che sono: 1 ) 1. ) 1(0) = cCt) + KCt) cos(O t(t) + K(t) sln(O)n(t . Curve a velocità arbitraria. L'apparato di Frenet è stato definito per curve regolari a velocità unitaria. Quasi tutte le curve regolari che si considerano in pratica non sono però a velocità unitaria e una loro riparametrizzazione a velocità 
266 Geometria differenziale di curve e superfici I Cap. 6 unitaria è il più delle volte molto complicata se non impossibile da ottenere esplicitamente (si veda 1'esempio 32.2(3». Non è però difficile calcolare 1'apparato di Frenet di curve regolari senza conoscerne una riparametrizzazione a velocità unitaria. Vediamo in che modo. Sia o: : J --+ R 3 una curva regolare. Sia (3(s) = o:(t(s», s E j, una sua ripa- rametrizzazione a velocità unitaria, e a(t) = f3(s(t». Supporremo (3 orientata con- cordemente con 0:. Denotiamo con v(t) = 1100'(t)llla vclocità di o: in t E J. Allora SI ha: v(t) = Ila'(t)1I = dj1(s(t» _ dt df3 ds df3 ---- = ds dt ds ds dt ds - dt [32.3 ] Sia t il campo di versori tangenti a (3 e sia T(t) = t(s(t». T è un campo di versori tangenti ad o: e si ha:  0:' = do: = df3 ds = T v dt ds dt [32.41 e 0:" = dT v + T dv = dT v 2 + T dv dt dt ds dt [32.5] La condizione che f3 sia dotata di apparato di Frenet è equivalente alla condi- zione che  sia ovunque diverso da O, e per le [32.4J, [32.5J questo equivale alla condizione che 0:' e 0:" siano ovunque linearmente indipendenti. Supponiamo dunque 0:' e ali ovunque linearmente indipendenti. Siano n e b i campi di versori normali e binormali di (3, c siano K, T : J --+ R le sue funzioni curvatura e torsione rispetti vamente. Componendo t, n, b, K, T con la funzione s : J -+ J otteniamo campi vettoriali su 0:: T(t) = t(s(t», N(t) = n(s(t», B(t) = b(s(t» c funzi on i K(t) = K(S(t», T(t) = r(s(t», che possiamo chiamare apparato di Frenet sulla curva 0:. È immediato verificare che l'apparato di Frenet su o: è indipendente dalla scelta della riparametrizzazione a velocità unitaria {3. Sostituendo KN al posto di dT nella [32.5] otteniamo la seguente espressione ds di 0:": " - dv T K 2 N o: - dt + v . La [32.6J è una formula familiare in cinematica: essa afferma che se un punto si muove con velocità costante allora la sua accelerazione ha direzione perpendicolare [32.6] 
32 I Curve regolari di R 2 e di R 3 267 alla velocità ed è direttamente proporzionale alla curvatura e al quadrato della velocità; se la velocità non è costante allora 1'accelerazione a" possiede anche una componente in direzione tangenziale. Le formule di Frenet esprimono le derivate di t, n, b rispetto al para/netro s in funzione di t, n, b. Se invece deriviamo rispetto al parametro t, cioè deriviamo i campi vettoriali T, N, B, otteniamo le seguenti formule che generalizzano le [32.21 : T' = KvN N ' - -KvT +TvB [32.7 J B' - -TvN Si ha infatti: T/= dT = dt ds = KvN. dt ds dt Le al tre due formule si ottengono in modo simile. Pcr poter calcolare l'apparato di Frenet su a dobbiamo darne l'espressione in termini di a stessa, senza cioè far intervenire la riparametrizzazione (3. 32.] PROPOSIZIONE Sia o: : J ---t R 3 una curva regolare tale che a' e ali siano ovunque linearnzente indipendenti. Allora a possiede apparato di Frenet e si ha: a' a' 1\ a" T = TI' N = B /\ T, B = Il ci /\ Q: Il Il ; 110: ' 1\ ali Il a' /\ a" . a'" K = 11Q:'11 3 ' T = Il Q:' /\ Q: Il 11 2 . Dimostrazione. Il fatto che a possiede apparato di Frenet è gia stato dimostrato. L'espressione di T è la [32.4 J. Utilizzando la [32.6 J si trova: Q:' /\ Q:" = (vT) /\ (  T + KV 2 N) = [32.81 = (vT) /\ (  T) + Kv 3 T /\ N = Kv 3 B. Pertanto: Il a' /\ a" Il = K v 3 [32.9] perché K e v sono positivi. Dividendo primo e ultimo membro della l32.8] per 110: ' /\ a"i l e tenendo conto della [32.9] si trova l'espressione di B. Dalla [32.9], di videndo per v 3 , discende l'espressione cercata di K. L'identità N = B /\ T è vera per definizione. Resta da calcolare T. Calcoliamo (a' /\ ali) . a"'; poiché a' !\ a" 
268 Geornetria d(fJerenziale di curve e superfici Cap. 6 è parallelo a B, sarà sufficiente per questo calcolare la componente di a'" nella direzione di B. Abbiamo, tenuto conto del1e [32.71: d " (d ) ' '" a v,.-, 2 2 , 2 a =(ft= dt I + KvN =KvN+...=Kv(-KvT+TvB)+...== = KTv 3 B + . . . dove abbiamo denotato con ". tutti gli addendi che non sono paralleli a B. Segue che: (a' 1\ a") . a'" = (Kv 3 B) . (KTv 3 B) = K2Tv 6 . Dividendo per Il a' !\ a"112 otteniamo l'espressione di T cercata. !Il 32.2 Esel11pi 1. Sia a : J  R 2 una curva piana a velocità arbitraria che soddisfa a' (t) # O per ogni t E J. Sia f3(s) = a(t(s», s E A, una sua riparametrizzazione a velocità unitaria orientata concordemente con a, C a(t) = [1(s(t». Sia {t, n} la base mobile di Frenet di (3, K la sua funzione curvatura, e siano 0/ T = t(s(t)) = 110:'11 N = n(s(t» K(t) = K(S(t». La [32.6 J si deduce come nel caso di curve di R 3 , e moltiplicandone scalarmente per N ambo i membri si ottiene: a" . N K = Il 0:' 11 2 . [32.10] La [32.101 può anche essere usata per calcolare la curvatura di curve di R 3 . Sia ad esempio c = (c l , C2) E R 2 e sia r > O. Consideriamo la circonferenza a : R  R 2 [32.111 a(t) = (c] + r cos(t), C2 + r sin(t» di centro c e raggio r. Abbiamo a'(t) = (-r sin(t), r cos(t», Ila'(t)11 = r N(t) = (- cos(t), - sin(t» a"(t) = (-r cos(t), -r sin(t» 
32 I Curve regolari di R 2 e di R 269 e quindi per la [32.10 J: 1 K = -. r La curvatura è positiva perché il versare normale è diretto verso l'interno. Il raggio di curvatura è uguale a r e il cerchio osculatore coincide con a in ogni punto. Se riparametrizziamo la circonferenza con orientazione opposta: (jet) = (Cl + r cos(t), C2 - r sin(t» . 1 allora ottenIamo K = - -. r 2. Calcoliamo l'apparato di Frenet dell' elica circolare 1 : R -+ R 3 1(t) = (a cos(t), a sin(t), bt) a, b > O in cui supponiamo a'2 + b 1 = 1, cosicchè I ha velocità unitaria. Abbiamo: t = (-a sin(t), a cos(t), b) t' = (-a cos(t), -a sin(t),O) ",(t) = a, n = (- cos(t), - sin(t),O), b = t /\ n = (b sin(t), -b cos(t), a). b' = (b cos(t), b sin(t), O) = -bn quindi T = b. Il piano osculatore affine nel punto 1(t) ha equazione b . (x - 1(t» = O cioè: b sin(t)X - b cos(t)Y + aZ - abt = O. 3. Consideriamo la cubica gobba . R R 3 a . -+ a( t) = (t, t 2 , t 3 ). Questa curva ha velocità v(t) = V I + 4t 2 + 9t 4 
270 GeOlnetria differenz.iale di curve e supeJjìci I Cap. 6 e quindi non ha velocità unitaria. La sua funzione lunghezza è: t s(t) = f v' I + 4u 2 + 9u 4 du. o L'inversa di questa funzione, che è necessario conoscere per riparametrizzare a a velocità unitaria, non è esprimibile per mezzo di funzioni elementari (è una funzione ellittica). Quindi già una curva semplicissima come la cubica gobba presenta un problema di riparametrizzazione molto complicato. Procediamo quindi a calcolarne 1'apparato di Frenet utilizzando le formule della proposizione 32.1. Si ha: a' = (I, 2t, 3t2) a" = (O, 2, 6t) a'" = (O, O, 6) a' !\ a" = (6t 2  -6t, 2 ), !la'll = V I + 4t 2 + 9t 4 , Il a' /\ a"ll = V 4 + 36t 2 + 36t 4 e quindi: T - l 2. 1 2 - v' (I, 2t, 3t), B = v' (3t , -3t, 1) l + 4t 2 + 9t 4 l + 9t 2 + 9t 4 l N = (-9t 3 - 2t, -9t 4 + 1, 6t 3 + 3t); V C] + 4t 2 + 9t 4 )(1 + 9t 2 + 9t 4 ) K,(t) = 2v'1 + 9t 2 + 9t 4 . r(t) = 3 . V (1 + 4t 2 + 9t 4 )3 ' 1 + 9t 2 + 9t 4 Come segue dai teoremi 31.3 e 31.4, la curvatura e la torsione caratterizzano tutte le proprietà geometriche di una curva. È quindi logico aspettarsi che a funzioni curvatura e torsione particolari corrispondano curve particolari. Vediamo un esempio. 32.3 PROPOSIZIONE (a) Una curva piana a : J ---t R 2 avente curvatura identica/nente nulla ha Ùnn1agille contenuta in una retta. (b) Una curva a : J ---t R 3 tale che a' e ci' siano ovunque indipendenti è contenuta in un piano se e solo se ha torsione identicanlente nulla. Dhnostrazione (a) Dall'ipotesi segue che a"(t) = (O, O), c quindi a(t) = (CI + tVI, C2 + tV2) per qualche Cl, C2, VI, V2 E R. (b) Supponiamo che a SIa contenuta In un plano. Allora per un opportuno v E R J si ha: (o:(t) - a(to» . v = () 
32 l Curve regolari di R 2 e di R 3 271 identicamente. Derivando si ottiene: I Il O a eV=a eV= e quindi il piano osculatore (D:'(t) ali (t») è costante. Pertanto il versore binormale B è costante e dalle formule di Frenet segue che T = O. Viceversa supponiamo T = O. Allora B è costante. Fissato t o E J poniamo F(t) = (a(t) - a(to» e B. Poiché: F'(t) = a' e B = O, F(to) = O si ha F(t) = O identicamente, cioè a(t) - a(t o ) appartiene al piano perpendicolare a B per ogni t E J. Quindi a è contenuta in un piano perpendicolare a B. Il Altre caratterizzazioni di proprietà geoll1etriche di curve mediante curvatura e torsione sono date negli esercizi. 32.4 Ese111pi 1. Siano a, b > O. La curva plana regolare a(t) = (a C()s(t) b sin(t», t E R, X2 y2 parametrizza l' ellisse di equazione cartesiana a 2 + b 2 = l. Si ha: a'(t) = (-a sin(t), b cos(t» a"(t) = (-a cos(t), -b sin(t» N(t) = (- cos(t), - sin(t» ) a COS(t)2 + b sin(t)2 K(t = . a 2 sin(t)2 + b 2 COS(t)2 La curva piana regolare (3(t) = (a cosh(t), b sinh(t», a, b > O, t E R, parame- . . X2 y2 trizza un ramo dell' iperbole di equazione carteslana a 2 - b 2 = 1. La curvatura di f3 è: -ab K(t) = . y (a 2 sinh(t)2 + b cosh(t)2r La curva piana regolare 1(t) = (2at, at 2 ), a > O, t E R, parametrizza la parabola di equazione cartesiana X 2 = 4a Y. La sua curvatura è: 2a K( t) = . vi ] + t 2 
272 Geometria differenziale di curve e superfici I Cap. 6 2. Sia o: : J -? R 2 una curva piana regolare a curvatura ovunque diversa da O. Al variare di t E J il centro di curvatura di o: in t descrive una curva piana detta evoluta di 0:. Quindi ]' evoluta di o: è la curva: 1 cCt) = o:(t) + ",(t) N(t). L'evoluta di una circonferenza [32.11 J è la curva costante cCt) = c perché il centro di curvatura c(t) coincide con il centro c per ogni t E R. La cicioide è la curva o:(t) = (t - sin(t), l - cos(t», O < t < 21r; o: è descritta da un punto di una circonferenza di raggio che rotola sull' asse X (fig. 32.3). La sua curvatura è: 1 ",(t) = 2 \1' 2(1 - cos(t» e la sua evoluta è: cCt) = (t - 2 sin(t), 2 - 2 cos(t». 3. Sia o: : J -? R 2 una curva piana regolare. Un' elica su o: di passo b > O è la curva regolare: (3 : J  R 3 (3 ( t) = (o: 1 (t), o: 2 ( t), bt). Se o: è una circonferenza si ottiene un' elica circolare. Ad esempio: (3(t) = (cos(t), sin(2t), bt) t E R è un'elica sopra la curva piana dell'esempio 25.6.1. La curva (jet) = (2at, at 2 , bt), a, b > O, t E R, è un'elica sopra una parabola (fig. 32.4). a(t) I I Figura 32.3 
32 I Curve regolari di R 2 e di R 3 273 Figura 32.4 La sua curvatura è 2a v b 2 + 4a 2 K;(t) = V (4a 2 (1 +t 2 )+b 2 )J mentre r = O. Dalla proposizione 32.3 discende che ,.B(R) è contenuta in un piano: si tratta del piano bX - 2aZ = O. La curva (J(t) = (cosh(t), sinh(t), t) è un'elica sopra un'iperbole. La curvatura e la torsione sono: l K(t) = r(t) = . . slnh( t)2 + cosh( t)2 + l Esercizi l. Sia a : J ---7 R 2 una curva piana regolare avente curvatura costante I\, > o. Dinlostrare che a(J) è contenuta in una circonferenza di raggio . K 2. Sia a : J ---7 R 3 una curva dotata di apparato di Frenet, avente cl!vatura costante K > O e torsione identicamente nulla. Dimostrare che a(J) è contenuta in una circonferenza . . l dI raggIo - K 3. Sia a : J ---7 R 3 una curva dotata di apparato di Frenet la cui imlnagine sia contenuta in una sfera di raggio r. Dilllostrare che per ogni t E J la curvatura I\, di a soddisfa l I\,(t)-. r 4. Calcolare la curvatura della curva plana a(t) = (t, <p(t)), t E R, dove <p : R ---7 R € la funzione dell' esercizio 19.6. 
274 Geometrii:. d(lferenz.ialf! di curve e superfici I Cap. 6 5. Calcolare la curvatura di una catenaria, che è una curva piana regolare di equazIonI parametriche a(t) = (t, a cosh () ), a > 0, t E R (fig. 32.5). .. -- - -------JIIrIoo- Figura 32.5 6. Calcolare l'evoluta di una spirale logaril111ica, che è una curva piana di equazioni: a(t) = (e bt cos(t), e bt sin(t» b > O, t E R (fìg. 32.6). t .. Figura 32.6 7. Di 1110strarc che ognuna deJle seguenti curve è regolare e calcolarne l'apparato di Frenet nel punto indicato: (a) a(t) = (sin(t)2, cos(t)\ l + cos(t) sin(t» In a(1r /2). (b) a(t) = (cos(ty, cos(t), sin(t» in a(O). (c) a(t) = Ct, tc t , t 2 e t ) in a(O). (d) o«t) = ( ; , ; ,ln(t») in 0<(1). 
33 I Supel:lici di R N : isometrie e prima forma fondamentale 275 33 Superfici di R N : isometrie e prima forma fondamentale In questo paragrafo inizieremo lo studio delle proprietà metriche delle superfici di R N , cioè delle proprietà che dipendono dalla loro forma e dalla loro strut- tura l11ctrica interna. COllle sottoinsieme dello spazio metrico R N ogni superficie differenziabilc S C R N ha una struttura di spazio metrico. Se però voglianlo studiare proprietà metriche "intrinseche" delle superfici è più opportuno definire una distanza nel modo seguente. 33.1 DEFINIZIONE Sia S C R N una superficie differenziabile. Per ogni coppia di punti XI, X2 E k.9 la distanza intrinseca di XI da X2 è definita COl1ze p(x" X2) = inf{ lunghezze delle curve d(fferenziabili in S di estrelni XI e X2}' In generale p(x" X2) > d(x" X2) (dove d( -, -) denota la distanza euclidea in R N ) perché p(x" X2) è calcolata per mezzo di curve vincolate ad essere contenute in S, mentre d(XI, X2) è la lunghezza del segn1cnto di estremi Xl e X2. Se ad esempio S è una sfera di raggio r > O in R 3 , la distanza intrinseca di due punti antipodali è 7fT, mentrc la loro distanza euclidea è 2T. Per ovvi motivi pratici è molto più importante conoscere la distanza intrinseca piuttosto che quella euclidea: si pensi alla superficie telTestre, omologabile a quella di una sfera, oppure alla superficie terrestre in zone limitate, ad esempio montagnose, dove la distanza euclidea ha una scarsa iportanza pratica. Nello studio delle proprietà metriche di una superficie S C R N si utilizza la cosiddetta "prima forma fondamentale". Il prodotto scalare standard in R N induce in ognuno degli spazi tangenti T x (,,9), X E S, una forma bilineare simmetrica, che 'si chiama prÙna forn1a fondan1entale su Tx(S), e che si denota con Ix( -, -), oppure con I( -, -) quando non vi sia possibilità di equivoco; lo stesso nome viene dato a]Ja forma quadratica associata, indicata con Ix( -) o semplicemente l( - ). Essendo la restrizione del prodotto scalare su R N , la prÙna fornza .fol1darnentale è defìnita positiva. 33.2 DEFINIZIONE Siano 1..9 C R N e 1..9 C R M due superjìci dijj'erenziabili. Un 'isometria di 1..9 il1 S è un difleol1uJljìslno f : S  1..9 tale che per ogni X E S il d(fJerenziale !*x : Tx(S)  Tf(X)(k.9) sia un 'isol1zefria di spazi vettoriali euclidei, cioè soddisfi: Ix(v, w) = I f(x)(!*x(v), f*x(w» per ogni v, w E T X (1..9). Se esiste un 'is(J1netria f : 8  S direl1zo 1..9 e "C; isometrichc. È ovvio che il diffeomorfisI110 identità di una superficie differenziabilc in sé è un'isometria; inoltre è immediato verificare che l'inversa di un'isometria e la 
276 Geometria differenziale di curve e supeJjici I Cap. 6 composizione di due ison1etric sono isometrie. Quindi l'isometria è una relazione di equivalenza tra superfici differenziabili che è più fine del diffeomorfismo, cioè superfici isometriche sono diffeomorfe. Il viceversa è in generale falso. Ad esempio, il diffeomorfismo I : R 2  R 2 I(u) = eU con c =f O, ], non è un' isometria (ma è un' applicazione confonne, cfr. esercizio 1). Il motivo per il nome "isometria" che abbiamo utilizzato nella definizione 33.2 viene dal seguente risultato: 33.3 TEOREMA Siano S C R N e S C R M due super:fici d(fferenziabili. Un diff'eonzor.fislno f : S  S è un 'is(J1netria se e solo se per ogni curva regolare o: : J  1..9 e per ogni t" t'l E J la lunghezza di Q tra tI e t 2 è uguale alla lunghezza della curva regolare I. o: : J  S tra t I e t2. In particolare, se f è un 'iS0111etria allora P(XI  X'l) = p(/(x]), !(X2» per ogni Xl, X2 E S. [Ji1nostrazione. Supponiamo che / sia un'isometria. La lunghezza di o: tra ti e t'l è: t t f Ila'(t)lldt = f VIa(t)(a'(t)) dt ti ti mentre la lunghezza di f. o: tra tI e t 2 è: t2 t f Il (f . a)' (t)lldt = f I<fo",)(t) I (f . a)'(t)J dt = tI ti t2 f I<fo"')(t)r J.a(t)(d(t))] dt. t} Per defìnizione di iSolnetria IQ(t)(o:'(t» = I(!.aHt)l!*a<t)(o:'(t»] per ogni t E J e quindi le lunghezze di a e di f. o: tra t I e t'2 coincidono. Supponiall1o viceversa che la condizione sia soddisfatta. Sia x E S, v E E Tx(A.-'J)\ {O} e sia a : (-£, £)  S una curva adattata a v, che possiamo supporre 
33 I Supelfici di R N : isol11etr;e e prima forma fondamentale 277 regolare prendendo c > O sufficientemente piccolo. Allora, fissato co E (-cS, c), la lunghezza di D: tra co e t E (-c, cS) è una funzione differenziabile t l(t) = f lIa'(r)lldr E'o la cui deri vata in O è  (O) = lIa'(O)1I = y'Ix(v) ; D' altra parte per i patesi si ha anche: t l(t) = f 1I(f. a)'(r)lldr So e quindi  (O) = 11(f . a)'(O)11 = I !ex><!* x (v)). Confrontando si deduce y' Ix(v) = I !(X)(!*x(v» e, poiché la prima forma fondamentale è defìnita positiva, segue che Ix(v) = = I!(x)(!*x(v». Quindi! è un'isometria. L'ultima affennazione segue dal fatto che la distanza intrinseca è calcolata per mezzo delle lunghezze delle curve regolari. !Il Le proprietà e le nozioni che vengono preservate dalle ison1etrie, cioè quelle proprietà che sono comuni a tutte le superfici tra loro isometriche, si dicono in trin."J'eche e il loro studio è l'oggetto della geo111etria intrinseca delle superfici euclidee. Questa terminologia è giustificata dal teorema 33.3, il quale affernla tra r altro che p(--, -) è una nozione intrinseca. Da questo risultato segue che la prima forma fondamentale su una superficie, la quale dipende dal modo in cui la superf1cie è immersa nello spazio euclideo, può essere calcolata utilizzando le lunghezze delle curve sulla superficie, le quali invece dipendono solo da pro- prietà geo111etriche interne della superficie. Questo fatto notevole ha una grande importanza concettuale. II nostro obiettivo è di studiare proprietà e grandezze invarianti rispetto ad isoll1ctrie, cioè intdnseche. Inizierell10 con lo studio del1e proprietà intrinseche di natura locale, cioè con le proprietà intrinseche delle superfici nel1' intorno di un punto. Per studiare le proprietà locali delle superfici cuclidee considercrcnlo una pa- rametrizzazione x : U -+ R N , dove [J è un aperto di R; l' ilnmagine S = x(U) è 
278 Geometria d(flerenziale di curve e superfici I Cap. 6 una superficie di R N che consiste di un solo aperto coordinatizzato, cioè possiede un atlante consistente di una sola carta locale {(8, x l)}. Chiameremo una super- ficie siffatta ele111entare. Vogliamo dunque concentrare la nostra attenzione sulle superfici elementari. Se V C R 2 è un altro aperto e cf> : V  U un diffeomorfismo, la COlllposizione y = x . 4J : V  R N è un'altra parametrizzazione che soddisfa y(V) = 8 e prende il nome di ripara111etrizzazione di 8. Diremo che cf; l1zantiene oppure call1bia l'orientazione a seconda che sia del(4J(u» > O oppure det(cf;(u» < O per ogni UE U. Supponiamo d'ora in poi, in questo paragrafo, N = 3. Denotianlo con u = (u, v) un punto variabile in U, e sia x(u) = (Xl (u), X2(U) X3(U». Se x E S lo spazio tangente Tx(S) verrà come al solito considerato come un sottospazio vettoriale di R 3 . I canlpi vettori ali differenziabi li: 0_ ( ax] 8X2 aX3 ) '_ ( 8xI aX2 8X3 ) Xu.- au' au' au  Xv.- av' 8v' 8v definiscono in ogni punto x = xCu) E 1..9 una base di T x (8) perché si ha: xu(x) =, r*u ( ( :u t), xv(x) = x*u ( ( :v )J e X*u : Tu(U)  T x (8) è un isomorfismo. Poiché le componenti di Xu e di Xv sono funzioni di u è più naturale scrivere xu(u) e xvCu) anziché, rispettivamente, xu(x) e Xv (x). Pertanto nel seguito adotteremo questo piccolo abuso di notazione. Spesso on1etteremo addirittura il riferimento ad u per maggior semplicità di notazione. È naturale esprimere i vettori di Tx(S) e la pril11a forma fondamentale per mezzo della base {xu(u), xv(u)}. Omettendo il riferimento ad u, se (du, dv) E Tu(U) sia X = x*u(du, dv) = xudu + xvdv E Tx(FJ); SI ha allora: I(X) = Edu 2 + 2Fdudv + Gdv 2 dove abbiamo posto: E = Xu . xu, F = Xu . Xv, G = Xv . Xv- Abbiamo utilizzato la notazione (du dv) per le coordinate di un vettore di Tu(R2), in accordo con l'uso tradizionale in geonletria differenziale. Questa no- tazione vuole suggerire il fatto che un vettore tangente deve essere considerato COlTIe un increlllento infinitesimo del punto u = (u, v). E, F, G sono i coefficienti della prima forma fondamentale e sono funzioni di classe C(OO) di u E U. La matrice della prima forma fondan1cntale è: (; ) [33.1 ] 
33 I SupeIjìci di R.lv: ismlletrie e prima forma fondamentale 279 Poiché I è definita positiva si ha: E > O G > O, EG - F 2 > O. Queste disuguaglianze possono anche essere verificate direttamente: infatti E = = IIX u l1 2 e G = IIXvl12 sono positivi perché i vettori Xu ed Xv sono non nulJi, mentre 2 2 O EG - F = (xu . xu)(xv . Xv) - (x u .. Xv) > [33.21 per la disuguaglianza di Schwarz. Tramite l'isomorf1smo X*u : Tu(U) -+ T X (1..9) la prima forma fondamentale si trasporta su Tu(U); denotando questa forma quadratica su Tu(U) con lo stesso simbolo I( -), abbiamo: I(du, dv) = I (x*u ( :u )u du + ( :v t dv ) = I(xudu + xv dv ) = Edu 2 + 2Fdudv + Gdv 2 , Pertanto la prima forma fondamentale su Tu (U) si esprime, nella base cano- nica { ( :u t ' ( :v ) u }, con la stessa matrice [33.11 con cui la I( -) su Tx(S) si esprill1e nella base {xu(u), xv(u)}. Vediamo in che modo la prima forma fondamentale interviene quando si cal- colano grandezze di natura metrica su S quali lunghezze di curve, angoli ed aree. Consideriamo una curva regolare o: in S, definita in un intervallo J, che supporremo assegnata come immagine tramite X di una curva regolare (u(t), v(t», t E J, in U, cioè come o:(t) = x(u(t), v(t». Allora, per ogni ti, t 2 E J, la lunghezza di a tra tI e t 2 ha la seguente espressione: t2 tl f !la'(t)!ldt == f ti ti du dv Xu - d + Xv - d dt = t t t, I f - ( ( du d V ) ( du d V ) ) 1 2 = Xu dt + Xv dt · Xu dt + Xv dt dt = ti [33.3 J t2 ( ", ", ) 1/2 du .. du dv dv  = f E ( dt ) + 2F dt dt + G ( dt ) dt. tI Due particolari classi di curve regolari su S' sono le immagini tramite X dei segmenti di rette parallele agli assi coordinati in U, cioè le cosiddette u-curve: o:(u) = x(u, vo) Vo fisso 
280 Geometria differenziale di curve e superfici I Cap. 6 e v-curve: (3( v) = xC Uo v) Uo fisso. Per ogni punto x = x(uo, va) E S passano un'unica u-curva ed un'unica v-curva, cui vettori velocità in x sono rispettivamente Xu ed xv. Se X = xudu + xvdv, Y = xu8u + xv8v E TxCS), il coseno dell'angolo convesso () da essi formato è: cos(O) = X · Y = Edu8u + F(du8v + dv8u) + Gdv8v , IIXIIII Y II (Edu 2 + 2Fdudv + GdV 2 )1/2(E8u 2 + 2F8u8v + G8V 2 )1/2 In particolare il coseno dell' angolo formato dai vettori Xu ed Xv in x è: Xu . Xv F = IIxullllxvll VEG La condizione di pcrpendicolarità di X ed Y è: Edu8u + F(du8v + dv8u) + Gdv8v = O [33.4 ] che nel caso X = Xu ed Y = Xv diventa: F=O [33.5] Poiché Xu ed Xv sono rispettivamente i vettori velocità della u-curva e della v-curva per x, la [33.51 è anche la condizione affinché queste due curve siano perpe nd i co l ari. Dal calcolo di più variabili (si veda anche l'esempio 43 .4( 4» sappiamo che l'area A( S) della superficie elementare S, se finita, è data dall' integrale doppio: f IIxu!\ xvll dudv . u Tenuto conto dell'identità (Sernesi 1989, teorema 18.2(6» Ilxu !\ x v l1 2 = EG - F 2 [33.6 ] l'integrale precedente fornisce la seguente formula: A(S) = f V EG - F 2 dudv u [33.7] Poiché l'integrando dipende solo dalla prima forma fondamentale, deduciamo la seguente 33.4 PROPOSIZIONE Due supel:fici elen1entari iSol1zetriche di area .finita hanno la stessa area. 
33 I Supei.fìcì di R N : isometrie e prima forma fondamentale 28/ 33.5 Esenzpi 1. Consideriamo un piano O, ad esempio quello di equazioni parametriche x(u, v) = (u, v, O). Allora Xu = (1, O, O), XV = (O, 1, O) E= l, F=O, G= 1 c quindi la prilna forma fondamentale è: I(du, dv) = du 2 + dv 2 . 2. Sia r > O e consideriamo l'applicazione . R 2 R 3 X. -4 X(u, v) = (r cos(u), r sin(u), v) X è una rappresentazione paramctrica del cilindro r di asse l'asse Z e di raggio r, che ristretta opportunamente fornisce una parametrizzazione nell'intorno di ogni punto di r. Le u-curve sono archi di circonferenze su piani perpendicolari al piano Z=O; le v-curve sono rette parallele all'asse Z (fig. 33.1). Quindi le u-curve e le v-curve sono perpendicolari, e possiamo perciò predire che si abbia F = O identicamente. Calcoliamo: Xu = (-r sin(u), r cos(u), O) Xv = (O, O, l) E ::: r 2 . F = O. G = l. v = costo u = cost. Figura 33.1 10 
282 Geometria differenziale di curve e superfici I Cap. 6 Qui ndi I(xu du + xv dv ) = r 2 du 2 + dv 2 . Riparametrizziamo r ponendo u = r IW, cioè ponendo: y(w,v) = (r cos(r 'w),r sin(r-'w),v) con (w, v) E R 2 . Allora si ottiene Yw = (cos(r 'w), sin(r-1w), O), Yv = (O, O, l) e questa nuova rappresentazione parametrica soddisfa E = 1 = G, F = O. Quindi la prima forma fondamentale su r si esprime in questa nuova parametrizzazione come: I(Yu du + yv dv ) = du 2 + dv 2 . Ciò significa precisamente che localmente y induce un'ison1etria di R 2 su r, cioè che ogni punto U E R 2 possiede un intorno aperto che vicne mandato isome- tricamente su un aperto di r. Diremo pertanto il piano ed il cilindro locabnente isonletrici. Una superficie isometrica a un aperto del piano si dice sviluppabile. Una superficie localmente isometrica a un aperto del piano si dice locaZ,nente sviluppabile. Quindi il cilindro è localmente sviluppabile. 3. Sia J un intervallo aperto, a : J -+ R 3 una rappresentazione paramctrica di una l-varietà la cui immagine sia contenuta nel piano Z = O, e supponiamo che a(J) sia contenuta ad esempio ne] semipiano Y > O. Pertanto sarà a(u) = = (al(u), a2(u), O), con a2(u) > O per ogni u E J. L'applicazione x : J x R -+ R 3 X(u, v) = (al (u), a2(u) cos(v), a2(u) sin(v», è una rappresentazione parametrica di una supe rfieie di rotazione S ottenuta facendo ruotare a(J) attorno all'asse X (cfr. esempio 25.6(6». Anche in questo caso possiamo predire che si avrà F = O perché le v-curve sono archi di circonferenze perpendicolari alle u-curve, che sono curve ottenute ruotando a(J) (fig. 33.2). Calcolando si trova: Xu = (a', (u), a(u) cos(v), a(u) sin(v» Xv = (O, -a2(u) sin(v), a2(u) cos(v» E = Ila'(u)ll\ F = O, G = a2(u)2 I(xudu + xv dv ) = Ila'(u)11 2 du 2 + a2(u)2dv 2 . 
33 I Supelfici di R N : isometrie e prinza forma fondamentale u = costo 283 '\ \ \ \ \ I I I a(J) Figura 33.2 Se la curva a è a velocità unitaria si ha Ila'(u)11 2 = l e quindi: I(x-u du + xv dv ) = du 2 + a2( u)2dv 2 . Nel caso particolare della sfera di centro r origine e raggio r abbiamo: x(u, v) = (r cos(u), r sin(u) cos(v), r sin(u) sin(v», (u, v) E (- ; , ; ) x R e xu = (-r sin(u), r cos(u) cos(v), r cos(u) sin(v» Xv = (O, -r sin(u) sin(v), r sin(u) cos(v) E = r'l, F = O, G = r 2 sin( u)2 I(x-u du + xv dv ) = r 2 du 2 + r'l sin(u)2dv 2 . Nessun aperto della sfera, per quanto piccolo, è isometrico ad un aperto del piano. Questo fatto verrà din1ostrato nel paragrafo 37; esso corrisponde al fatto ben noto in cartografia che ogni rappresentazione cartografica della superficie terrestre necessariamente introduce qualche distorsione. 4. Sia a : J -+ R J una parametrizzazione di una varietà l-dimensionale e v un campo vettoriale su a tale che v( u) =f O per ogni u E J. La corrispondente superficie rigata S è definita vettorialmente come: x(u, v) = a(u) + vv(u) 
284 Geornetria differenziale di CltrVe e supe/:fici Cap. 6 al variare di (u, v) in un conveniente aperto U di J x R sul quale x definisca una parametrizzazione (cfr. esempio 25.6(5». Quindi una paramctrizzazione x(u,v) defìnisce una superficie rigata se le sue componenti sono poli n 0111 i di primo grado in uno dei parametri. Si ha: Xu = a/(u) + vv/(u), Xv = v(u). Supponiamo che a sia a velocità unitaria e che Il''11 = ] identicamente. Allora si ha v. v' = O identicamente e: E = l + 2va/ (u) . v'(u) + v 2 11v'112  F = a' (u) . v(u), G = l. Se in particolare v = a', cioè S è la rigata delle tangenti (o rigata tangente) di a allora Il v' 11 2 = Il a/' 11 2 = ",2, dove '" è la curvatura di a e quindi: E = 1 + v 2 ",2, F = 1, G = l I(xudu + xv dv ) = (1 + v 2 ",2)du 2 + 2dudv + dv 2 . Osserviamo che se consideriamo una curva piana (3 : J ---t R 2 a velocità unitaria avente curvatura "', uguale alla curvatura di a, la rigata delle tangenti di (3 è un aperto A del piano, e la sua prima forma fondamentale, rispetto alla parametrizzazione y(u, v) = (3(u) + v(3'(u), coincide con quella di S. Dunque S ed A sono localmente isometriche, e quindi S è localmente sviluppabile. 11 cilindro r considerato nell' esempio 2 è una superficie rigata. Abbiamo verificato che r è localmente sviluppabile pur non essendo una rigata tangente. 5. Come casi limite di superfici rigate abbiamo i cOlli (cfr. esempio 25.6(5». Sia C il cono di vertice p E R 3 di equazioni: x(u, v) = p + vv(u) dove (u v) variano in un opportuno aperto del semipiano v > () e v(u)#O per ogni u. Quindi una parametrizzazione x(u, v) definisce un cono se le sue componenti sono polinomi di primo grado in uno dei parametri tali che i tern1ini costanti siano costanti anche rispetto aIl' altro parametro. Possiamo supporre Ilvll = l, cioè che la curva v sia contenuta nella sfera 8 2 . Poiché si ha: I Xu = vV  Xv = V 
33 I Supeljìci di R N : isol11etrie e prima fOrlna fOlldanzel1tale 285 affinché x sia un'immersione è necessario che v e v' siano ovunque indipendenti e, poiché sono ortogonali tra loro, ciò equi vale all' essere v' =f O ovunque. Possiamo quindi supporre Il v'I! = l, cioè che v abbia velocità unitaria. Abbiamo: E=V2 F=O G=] I(xudu + xv dv ) = v 2 du 2 + dv 2 . Il cono C può essere localmente riparan1etrizzato mediante il cambiamento di variabili x = v cos(u), y = v sin(u). Nelle nuove coordinate locali la prima forma fondamentale diventa I(dx, dy) = dx 2 + dy2. Quindi C è localmente sviluppabile. Sia U C R 2 un apel10 e sia x : U -4 S C R 3 una paral11etrizzazione della superfìcie elelnentare S. Utilizzando il diffeomorfislTIo x, la prÌ1TIa forma fondamentale Ix( -, -) su ciascuno spazio tangente T x (8) si tra- sporta agli spazi tangenti Tu(U), sui quali vengono in tallTIodo definiti dei prodotti scalari. Pertanto la geometria intrinseca di 1.-9, dipendendo solo dalla prima fonna fondamentale, può essere studiata direttamente su U. In particolare la lunghezza delle curve, gli angoli, le aree possono essere calcolati su U utilizzando le formule [33.31, . . . ,[33.6]. I prodotti scalari su Tu(U) variano con u, e i coefficienti E, F, G della matrice ( E F ) che li definisce rispetto alla base canonica variabile F G { ,  } sono funzioni differcnziabili su U. Per an.ivare a ottenere questi dati 8u av non è però necessario disporre di una parametrizzazione: in altre parole nulla ci ilnpedisce di assegnare a priori prodotti scalari in ogni spazio tangente Tu(U) di un aperto U di R 2 in nlodo che i coefficienti della matrice che li definisce rispetto alla base canonica siano funzioni differenziabili su U. In questo modo si deflnirà una "geonletria intrinseca" su U la quale non proviene necessariamente, per lo nleno a priori, da alcuna pararnetrizzazione di una superficie di R N . Più in generale consideriamo una superficie differenziabile S e supponiamo assegnato su ogni spazio tangente Tx(S) un prodotto scalare in modo che in ogni carta locale gli elementi della l11atrice che lo definisce siano funzioni differenziabili. Questo dato si dice l11etrica rielnanl1iana su S. La superficie S dotata di una metrica rielnanniana è detta superficie rien1Qnniana. Siano 1.-9 e ,,9 due superfici riemanniane. Un diffeomorfismo f : ,,9 -4 S è detto iS()J11etria se per ogni x E ,,9 il differenziale f*x : Tx(,,9)  Tf(x/{') è un'isometria di spazi vettori ali euc1idei. 
286 Geometria d(fferenziale di curve e supeljici I Cap. 6 33.6 Eselnpi 1. Consideriamo la parametrizzazionc x : R 2 --t S2 C R 3 l x(u, v) = 1 + lI u l1 2 (2u, 2v, u 2 + v 2 - 1) inversa della proiezione stereografica: 7r+: S2\{(O,0, l)} --t R 2 7r+(X,y,z) = ( l x Z ' l ) . z Calcolando si trova: 4 E = G = (1 + IlulJ2)2 ' F = O e quindi la prilna forma fondamentale ha la seguente espressione su T u (R 2 ): 4 22 I(du, dv) = (1 + lIulJ2)2 (du + dv ). Questa metrica riemanniana in R 2 verrà chiamata lnetrica stereografica. Rispetto ad essa le semirette di origine O, essendo le immagini dei semimeridiani, hanno lunghezza 7r. Verifichiamolo calcolando la lunghezza della semiretta a(t) = mt, t > O, dove m = (mI, m2) è un versore: 00 00 f I(a'(t»dt = 4 f (1 ::2)2 = 2 ( l  t2 + arctg(t»)  = 1L o o In vece le immagini dei paralleli di S2 sono le ci rconferenze di centro l'ori- gine. La loro lunghezza stereografica, all' au]nentare del raggio, di ve.nta sempre più piccola perché uguaglia quella di paralleli in S2 di latitudine sempre più alta. Verifichiamo anche questo fatto calcolando la lunghezza stereografica della circonferenza di raggio r: a(t) = r cos(t)el + r sin(t)e2, O < t < 27r. La lunghezza di a è: 27r f 87rr2 l(a) = I(a/(t»dt = (1 + r 2 )2 o la quale evidentemente tende a O al tendere di r a 00. Si noti che prendendo r = l si ottiene l(a) = 27r, la lunghezza dell'equatore di S2. 
33 I SupeJ:fici di R N : i.')()Jllelrie e prima forma fondamentale 287 Inoltre è facile calcolare che, dati comunque vettori X, Y E Tu(R2), l'angolo che essi formano rispetto alla metrica euclidea uguaglia l'angolo che essi formano rispetto alla metrica stereografica. Ciò è quanto dire che la proiezione stereografica 1r + preserva gli angoli tra vettori (e infatti 7r + è un' applicazione conforme; cfr. esercizj l e 2). 2. Un esempio interessante di metrica riemanniana si ottiene sul disco aperto unitario D = {u E R 2 : Iluli < l} di R 2 modificando opportunamente la metrica stereografica. Precisamente per ogni u E D consideriamo su Tu(D): 4 2 2 l(du, dv) = (1 _ IIUW)2 (du + dv ). La metrica rieITIanniana così definita su D si dice lnetrica iperbolica. D dotato di questa metrfca si chiama disco iperbolico e si indica con D. Un'altra metrica riemanniana strettamente collegata alla precedente si introduce sul semipiano H = {u = (u,v): v > O} ponendo in Tu(H): d "'I d ? I(du, dv) = u"  v- . v- H, dotato di questa lnetrica, si chiama senzipiano di Poincaré e si indica con }.I. La sua relazione con il disco iperbolico sta nel fatto che essi sono isometrici, cioè esiste un' isometria: T : ).{ --+ D. L'isometria T è data, In notazioni complesse, da: Z - 1 T(Z) = T(U + iv) = ----;- . Z+l È ovvio che T è un'applicazione differenziabile. Nell'esen1pio 5.4(14) abbiamo verificato che T è un OmeOlTIorfì.smo e quindi, poiché anche la sua inversa è differenziabile, segue che T è un diffeomorfismo. Ometteremo di verificare che T è un'isoll1etria perché non la utilizzeren10 nel seguito. Nei paragr,afi 38 e 39 ritornereITIO su questi esempi. Esercizi l. Siano S C R N e 1.9 C R M due superfici differenziabili (più in generale Siano S e S due superfici riemanniane). Un'applicazione cOl?fonne è un rnorfismo 1:8--'18 tale che esista una funzione differenziabilc J-L > O su S tale che per ognI x E S SI abbia I f(x)(f*x(V) f*x(W» = JL(x)Ix(V, W) 
288 Geometria differe1lziale di curve e supeifici I Cap. 6 per ogni V, W E Tx(S). Se J.L(x) = 1 per ogni x E S allora f si dice un' isometria locale. Dimostrare che: (a) ogni isometria è un'isometria locale; Cb) se f è un'applicazione conforme, f preserva gli angoli, cioè per ogni x E S e per ogni V, W E Tx(S) l'angolo convesso tra V e W è uguale all'angolo convesso tra f*x(V) e f*x(W). 2. Dimostrare che la proiezione stereografica 1r + : S2\ {(O, O, l)}  R 2 è un' applicazione con forme. 34 Superfici di R3: operatore forma e seconda forma fondamentale In questo paragrafo studieremo la geometria locale delle superfici di R 3 . A tale scopo considereremo una superficie elementare S C R 3 , assegnata mediante una parametrizzazione x : U ---t R 3 , dove U è un aperto di R 2 . Manterremo le notazioni del paragrafo 33. Nel seguito considereremo campi vettoriali sulla superficie S considerata come sottoinsieme di R 3 . In quest' accezione un campo vettoriale V su 8 è il dato di un vettore V(x) E R 3 = Tx(R3) per ogni x E S. Se V(x) E Tx(S) per ogni x E S parleren10 di can1po vettoriale tangente ad S. Diremo che il calnpo vettoriale V su S è differenziabiLe se le componenti VI (x), V 2 (x), V 3 (x) di V(x), dove x = x(u), sono funzioni differenziabili di u. Dato w E T X (k9), applicando w alle funzioni VI, V 2 , V, componenti di V si ottiene un vettore V' w(V) = (w(V]), w(V 2 ), w(V,» E R 3 = Tx(R3) che si dice derivata di V rispetto a w, e che indichiamo anche con V w V (omettendo le parentesi). Un modo equi valente di definire la derivata è il seguente. Si consideri una curva differenziabile o: : J ---t S adattat.a a w e la restrizione o:*(V) di V ad 0:, cioè il campo vettoriale su a definito da o:*(V)(t) = V(o:(t»; allora: V w V = 0:* (V)' (O). Si osservi che \7 xu (V) = (  (u),  (u),  (u)) \7 x" (V) = (  (u), :2 (u), 1 (u)) . La derivata di un campo vettoriale V su S può essere definita anche rispetto ad un campo vettori aIe W tangente ad 8. Essa dà luogo a un nuovo campo vettoriale che denoteremo \7 W V, che è definito nel modo ovvio, e cioè come: (V\V V)(x) = Vw(X)(V) per ogni x E S. 
34 I Superfici di R3: operatore forma e .'ieconda forma fondamentale 289 Se W e V sono differenziabili anche \7 w V è un campo vettoriale differenziabiJe. La derivata gode delle seguenti proprìetà che seguono facilmente dalle proprietà dei vettori tangenti: \lw(V I + V 2 ) = \7 W V 1 + \7W V 2, \lu+w(V) = \7u V + \7wV, \7 FWV = F(\lwV), [ 34.11 \lw(FV) = (W F)V + F\lw V, W(V] . V 2 ) = (\7w V ]). V 2 + VI · (\lW V 2), per ogni scelta di campi vettoriali differenziabili U, W, V, V I, V:2 con U e W tangenti a S, e di una funzione differenziabile F : S  R. Al1a carta locale x resta associato un campo di versori su S: N = xu!\ Xv . Il Xu !\ Xv Il Per ogni x = x(u) E S il versore N(x) è perpendicolare a TxCS), e pertanto N è detto can1po di versori normali a S. Le coordinate di N(x) sono funzioni differenziabili di u = (u, v) e quindi N è un campo vettoriale differenziabile. Per ogni U E U i vettori xu(u), xv(u), N(u) costituiscono una base di R 3 positivamente orientata (si noti che in generale non si tratta di una base ortonormale perché xu(u) e xv(u) non sono versori né sono tra loro perpendicolari). Ponendo ,(x) = N(x) si definisce un morfismo '7 : S  S2 di 8 nel1a sfera unitaria di R 3 , che si dice applicazione di Gauss di S. Quest' ap- plicazione mette in relazione la geometria di S con quella di S2. Se ad esempio S è un aperto coordinatizzato di 8 2 allora, è l'inclusione di S in S2; in generale '7 dà informazioni sulla geometria locale di S e su quanto S si discosta dall' essere una sfera. Per studiare localmente l'applicazione di Gauss dobbiamo indi viduarne il dif- ferenziale. Poiché per ogni x E S si ha T ì (x}(S2) = N(x).1. = Tx(S) il differenziale ,*x : Tx(S) --7 T ì (x)(S2) può interpretarsi come un operatore su T x (8): '7*x : Tx(S) --t T"(k9). 
290 Geometria differenziale di cUr\le e supel:fiÒ I Cap. 6 34.1 PROPOSIZIONE ì'*x(V) = \7 vN per ogni x E S e per ogni v E Tx(S). DÙnostrazione. Osserviamo che \l vN E Tx(S) per ogni x E S e per ogni v E Tx(S). Infatti poiché N. N = l si ha: o = v(N . N) = 2N . \7 "N c pertanto il vettore \7 "N, essendo perpendicolare a N, è tangente ad S in x. Sia a : (-e,c) ---t ...9 una curva adattata a v. La curva ì' o: : (-£,e) ---t S2 è definita da (1' a)(t) = N(o:(t)) cosicché: I.X(V) = d( I . a) (O) = dN(a(t» (O) = '\7 v N . . dt dt Dalla dimostrazione della proposizione segue che ponendo: L(v) = - \l vN per ogni v E Tx(S) resta definito un operatore lineare: L : Tx(S) ---t Tx(S). L è detto operatore .(ornIa o anche operatore di Weingartell. Il nome proviene dal fatto che L(v) descrive la variazione infinitesima del versore normale nella direzione v, e tale variazione dipende unicamente dalla forma della superficie ...'3 in un intorno di x. Il segno - neJla definizione di L ha reffetto di eliminare mol ti segni - nei calcoli successi vi. La proposizione 34.1 può venire rifonnulata nell'identità seguente: J*X = -L cioè l'opposto dell'operatore fOrIna su Tx(S) coincide con ì'*x, il differenziale dell' applicazione di Gauss in x. Si osservi che L dipende dalla parametrizzazione x perché dipende dal versore normale: se y : V ---t R 3 è una riparametrizzazione di x che cambia l' orienta- zione, N cambia di segno e quindi anche L cambia di segno. Se invece y non cambia l' orientazione allora si mantengono invariati sia N che L. Una proprietà fondamentale dell' operatore f ornla è descritta dalla proposizione seguente. 34.2 PROPOSIZIONE Per ogni x E S ['operatore .{orlna L : Tx(S) ---t Tx(,8) è un operatore sÙnnlelrico (autoaggiunto) ri.1)etto alla prÙna j'orlna ./,ondaluentale, cioè si ha: I(L(v), w) = I(v, L(w») per ognl v, w E TxCS). 
34 I Superfici di R3: operatore .forma e seconda .forma .fondal1zentale 29/ DÙnoslrazione. Poiché {xu, xv} è una base di T x (8), è sufficiente dimo$trare che I(L(x u ), xv) = I(x u , L(x v ». Allo scopo osserviamo che, essendo N e Xv = O = N e XU, SI ha: o = xu(N e xv) = (\7 xuN) e Xv + N . Xvu e o = XV (N . xu) = (\7 x 1 , N) e Xu + N . Xuv dove abbiamo posto: xuv = \7 Xu Xv , Xvu = \7 Xv Xu . Pertanto, poiché Xuv = Xvu per l'indipendenza dall' ordine di derivazione: I(L(x u ), xv) = (- \7 xuN)exv = Nexvu = Nexuv = (- \7 xt,N)exu = I(x u , L(xv». Il La forma bilineare su Tx(S): II(v, w) = I(L(v), w) = L(v) e W = - \7 vN e W [34.2 ] è detta seconda jorl11a fondamentale. Anche II( -, -), come L, dipende dal segno di N e quindi dalla parametrizzazionc x. 34.3 COROLLARIO Per ogni x E 1..'3 la seconda .fornla fondal1zentale II( -,-) è una fonna bilineare sÙnnzelrica su Tx(S). DÙnostrazione. Per ogni v, w E T x (8) si ha: II(v, w) = I(L(v), w) = I(v, L(w» = I(L(w), v) = II(w, v). Il I coefficienti della seconda forma fondamentale rispetto alla base {xu, xv} di T x (8) sono: £ = II(x u , xu) = ( - \7 XU N) .. Xu = N · Xuu M = II(x u , xv) = (-\7xu N ). Xv = N. Xuv }J = II (xv, xv) = (- \7 Xv N) e Xv = N e Xvv dove si è posto: xuu = \7 X 11 XU, Xvv = \7 Xv xv, Xuv = \7 Xu xv, Xvu = \7 x 1 ; Xu. 
292 Geometria d(ff'erenziale di curve e supeliici I Cap. 6 La matrice della seconda forma fondamentale è: ( ) [34.31 e si ha: II(v, w) = £ac + M(ad + bc) + )./ bd per ogni v = ax u +bxv, w = ex u +dx v E Tx(S). I coefficienti £, .M, }J sono funzioni di classe C(OO) su S. 35 Curvature Manteniamo le notazioni del paragrafo precedente. La seconda forma fonda- mentale e l'operatore forma contengono molte informazioni sulla geometria della superficie elementare k.'3 C R 3 nell' intorno del suo punto x. Per rendercene conto consideriamo un qualsiasi piano di R 3 contenente x e parallelo al vettore N(x). Un piano H siffatto si dice normale a k.9 in x. 35.1 LEMMA Per ogni piano !1ornlale H a 1..9 in x ['intersezione H n S è una varietà di dÙnensione l in un intorno di x. Dilnostrazione. Sia u E U tale che x = x(u). Sia aX 1 + bX 2 + eX 3 + d = () un' equazione cartesiana di H e consideriamo la funzione h. x : U  R ottenuta componendo la funzione h : R 3  R, h(XI, X2, X3) = aXI + bX2 + CX3 + d, con la parametrizzazione x. Poiché In1(x*u) = T X (1..9) ct H = N(h*x), si ha (h. x)*u #0 e quindi u è un punto regolare del1' applicazione h. x. Pertanto (h. x) l (O) è una sottovarietà di dimensione l di U in un intorno di u (teorema 26.2). Poiché x è un'immersione anche x«h. x) I (O» = H n S è una sottovarietà di dimensione l. 11I Dal lemlna segue che per ogni H piano normale a S in x esiste una curva a velocità unitaria aH : J ---t S che è una parametrizzazione di H n Fi in un intorno di x. Una curva siffatta verrà detta sezione nonnale di S in x (fig. 35.1). Al variare di H le sezioni normali descrivono un intorno di x E S ed è evidente che le loro proprietà geometriche sono strettamente legate a quelle di S. 35.2 DEFINIZIONE Sia e E T X (k.9) un versore tangente alla superficie S nel punto x. La curvatura normale di S in x nella direzione (e) è: K( e) := (- \l eN) e e; equivalentemente: K(e) = L(e) e e = II(e, e). 
35 I Curva/un) 293 "'igura 35.1 Si noti che K(e) = K( -e) e quindi la definizione è ben posta. Il segno della curvatura normale, come quello della seconda forma fondamentale, dipende dal segno di N(x) e quindi dalla parametrizzazione x. Per definizione K(e) è la componente secondo -e della derivata di N rispetto a e. Abbiamo anche la seguente interpretazione geometrica di (e): 35.3 PROPOSIZIONE Sia H un piano nor/nale a S in x. La cunJatura della sezione nor111ale aH di S in x è uguale in valore assoluto alla curvatura Ilonnale (a) di S in x nella direzione (a). Se (a) =I- O allora aH volge la concavità verso N(x) oppure no a seconda che K(aH) sia positiva o negativa. DÙnostrazione. Poniamo a = aH. Poiché a'(t) è perpendicolare a N(t) si ha: O = (N - a')'(t) = \l a'(t) N - a'(t) + N(t) - a"(t) e quindi, essendo a"(t) = (t)n(t), dove n(t) è il versare normale e K(t) la curvatura di a in t: (a') = II(a'(t), a' (t» = - \l a'(t)N - a'(t) = N(t) - a"(t) = N(t) - ((t)n(t» = :1:K(t). L'ultima affermazione segue dal fatto che (t)n(t) è rivolto verso la concavità di a . !Il Qui ndi la curvatura normale di S in x nella direzione (e) è uguale in modulo alla curvatura della sezione normale relati va al piano normale di giacitura (N (x), e). Poniamo: S(S) = {e E Tx(S) : !lell = l}. 
294 Geometria d(fferellziale di curve e supel:fici I Cap. 6 La curvatura normale è una funzione K, : S(SI) --7 R. i cui valori K,(e), al vanare di e E siCS), sono le curvature di tutte le seZlonl normali. Poiché S(S) è con1patto e K, è continua, K, aSSUlne un valore massimo e un valore minimo, che si chiamano curvature principali; le direzioni in cui K, assume le curvature principali si dicono direzioni principali. Se in particolare K, è costante si ha una sola curvatura principale e tutte le direzioni sono principali; in questo caso il punto x è detto (unbe/icale. 35.4 TEOREMA (Rodriguez) Le curvature principali sono gli autovalori di L. Se x è un punto on1belicale l' ope ra to re L è l' on10tetia di fattore la curvatura principale k, cioè è la lnoltiplicazione per k. Se x non è un punto olnbeLicale ci sono esattalnente due direzioni principali, che sono gli au(ospazi di L e sono ortogonali tra loro. DÙnostrazione. Sia {eh e2} una base ortonormale di Tx(S) tale che e] sia una direzione principale, e quindi K,(ed = k, sia una curvatura principale. Poniamo k 2 = K,(e2) = L(e2) . e2 c k 12 = L(e]) . e2 = L(e2) . e,. Allora per ogni O E R si ha: K,(B) := K(e] cos(O)+e2 sin(B» = L(e, cos(O)+e2 sin(O»e(e, cos(O)+e2 sin(O» = = COS(B)2k] + 2 cos(O) sin(O)k]2 + sin(B)2k 2 e ; = 2 cos(O) sin(B)(k 2 - k,) + 2(cos(of - sin(of)k ,2 o Poiché K,(O) = K,(ed è un valore stazionario per K(O), SI ha dK O = dO (O) = 2k'2' Segue che anche: dK ( 7r ) dB 2 = -2k'2 = O e quindi anche x: ( ; ) = x:( e2) è un valore stazi o nario per x:( B), e cioè e2 è una direzione principale e k 2 è una curvatura principale. Ora osserviamo che: L(e,) = (L(el). e,)el + (L(el). e2)e2 = k}e, L(e2) = (L(e2) . el )e] + (L(e2) . e2)e2 = k 2 e 2 c quindi e) e e2 sono autovettori di L con autovalori associati k, e k 2 rispettiva- 
35 I Curvature 295 mente. Ora la conclusione segue facilmente: se k l = k 2 allora L è la moltiplicazione per k e quindi K:(e) = L(e)ee = k per ogni e: in questo caso x è un punto ombelicale. Se invece k j =f k 2 allora le curvature principali k] e k 2 sono autovalori di L e le corrispondenti direzioni principali sono autospazi di L e sono tra loro ortogonali. Non ci sono altre direzioni principali perché nella dimostrazione ogni direzione principale può essere scelta come (e]) e quindi è un autospazio di L. !Il Per la proposizione 35.3 le direzioni principali corrispondono alle sezioni nor- mali le cui curvature assumono valori lnassimo o minimo. Conseguenza notevole del teorema di Rodriguez è che tali direzioni sono tra loro perpendicolari, qualun- que sia la superficie S, a meno che il punto x non sia ombelicale. Nel considerare una sezione nOrIl1ale di S in x si può supporre, dopo averne eventualmente can1biato l' orientazione, che essa sia orientata in modo che il suo versare nor- lnale coincida con N(x). Per semplicità ci riferiremo a sezioni normali siffatte nell'enunciato del seguente immediato corollario: 35.5 COROLLARIO x è un punto (J1nbelicale di k.9 se e solo se tutte le sezioni l10nnali di S in x hanno la stessa curvatura in x. Se x non è un punto olnbe- ficale, le curvature lnassÙna e lninin1a delle sezioni nor111ali vengono ottenute in corrispondenza a piani l10rlnali a S tra loro orfogonali. Segue ad esempio dal corollario precedente che ogni punto di una sfera di raggio r è un punto ombelicale perché tutte le sezioni normali sono circonferenze di raggio costante uguale a r: la curvatura principale in questo caso è uguale a :I:! (in dipendenza del segno di N; cfr. anche l'esempio 35.9(3)). r Per mezzo dell' operatore forma e delle curvature principali si definiscono due importanti grandezze relative al punto x E S. 35.6 DEFINIZIONE La curvatura gaussiana di S in x è: K(x) = det(L) = k l k 2 dove k l e k 2 sono le curvafure principali di S in x. La curvatura media di S in x è: l 1 H(x) = 2 tr(L) = 2 (k j + k 2 ); Le definizioni precedenti sono valide anche nel caso di un punto ombelicale se si intende k 1 = k 2 = k. Si ha in tal caso K(x) = k 2 , H(x) = k. In particolare in un punto ombelicale si ha K(x) > O. Un punto ombelicale tale che K(x) = O si dice planare. Nel caso della sfera di raggIo r troviamo K(x) = J, per ogni x (cfr. esempio r- 35.9(3) ). 
296 Geometria differenziale di curve e supet:fici I Cap. (j Si noti che la curvatura gaussiana, a differenza della curvatura media, non cambia di segno se cambia il segno di N, cioè se si riparametrizza k.9 cambian- done l' orientazione. La curvatura gaussiana si interpreta geometricamente come il determinante del differenziale dell' applicazione di Gauss, cioè K(x) = det( ì'*x). Per calcolare esplicitan1ente K(x) e H(x) per mezzo dei coefficienti delle forme fondamentali denotiamo con ( alI a12 ) a2l a22 la matrice di L rispetto alla base {xu, xv} di T x (..9). Dalla l34.2J segue che: ( )v( ) = t ( alI J.I a2l a l2 ) ( E F ) a22 F G [35.11 e pertanto: £J.I - )v(2 K(x) = EG _ F2 . [35.2] Inoltre; moltiplicando ambo i membri della [35.1 J a destra per (; )I e prendendo le trasposte, deduciamo l'identità: ( a]1 a21 a l2 ) 1 ( G -F )( £ a22 - EG - F2 - F E M ) . [35.3] Calcolando la traccia del secondo membro si ottiene la formula: H(x) = EJ.I+G£-2FM 2(EG - F2) [35.4 J Se H = O identicamente allora S è detta una superficie lnillinza. Il segno di K(x) è già sufficiente a dare una distinzione qualitativa tra i punti delle superfici: 35.7 DEFINIZIONE Un punto x E S si dice ellittico se K(x) > 0, o equivalen- tenlente se £ J.I - )v( 2 > O in x. Il punto x si dice iperbolico se K(x) < O, cioè se £ J.I - M 2 < ° in x. Se K(x) = O, equivalentenzente se £ J.I - .M 2 = O in x, allora x è detto punto parabolico. x E S è ellittico se e solo se tutte le seZionI normali volgono la concavità 
35 I CUJ1JQture 297 dalla stessa parte in x; quindi in un intorno di x la superficie S non attraversa il piano tangente. L'opposto avviene per un punto iperbolico e quindi ogni intorno per quanto piccolo di x in 8 attraversa il piano tangente. Un punto parabolico è caratterizzato dal fatto che il minimo delle curvature delle sezioni normali è () (fig. 35.2). 35.8 PROPOSIZIONE Sia x E 8. Se S contiene un seglnento aperto di una retta passante per x, allora K(x) < O. Di1nostrazione. n segmento di retta è una sezione normale e ha curvatura O in x. Pertanto non può essere K(x) > O perché ciò implica che tutte le sezioni normali in x hanno curvatura non nulla. !Il 35.9 Eselnpi l. Consideriamo il piano di equazIonI pararnctrichc x(u, v) = (u, v, O). Punto parabolico I I I I I . I I I I I I I i I I I I I I I \ \ \ \ \ .,,-------- Punto ellittico Punto iperbolico Figura 35.2 
298 Geometria differenziale di curve e superfici I Cap. 6 Allora £ = M = }J = O, e quindi l'operatore forma è nullo, ogni punto è ombelicale con curvatura principale O e sono identicamente O sia la curvatura media che quella gaussiana. 2. Consideriamo il cilindro r di equazioni parametriche: X(u v) = (r cos(u), r sin(u), v). Allora (cfr. esempio 33.5(2» E = r 2 , F = O, G = l N = (cos(u), sin(u), O) Xuu = (-r cos(u), -r sin(u), O), Xuv = Xvv = (O, O, O) £ = Xuu . N = -r, .M = }J = O, e quindi K = O identicamente. La matrice dell' operatore forma rispetto alla base { Xu, xv} è: 1 ( 1 O ) ( -r O ) ( -r l r 2 O r 2 O O = O ) principali 1 2r' L'operatore forma del cilindro r è in ogni punto diverso da zero, a differenza di quel che avviene per il piano, dove l'operatore è identicamente nullo. Ciò mostra che L non appartiene alla geometria intrinseca in quanto r è localmente sviluppabile. Analogamente vcdiamo che la curvatura nledia del cilindro è diversa da quella del piano che è nulla. c quindi le curvaturc principali sono k l = _!, k 2 = O, corrispondenti alle direzioni r Il:: Il = (- sin( u), cos( u), O) e Xv = (O, O, l). La curvatura media è H = 3. Pcr la sfera di centro l'origine e raggio r di equazioni paranletriche: X(u, v) = (r cos(u), r sin(u) cos(v), r sin(u) sin(v» si ha (cfr. esempio 33.5(3»: E = r 2 , F = O, G = r 2 sin( u)2 N = (cos(u), sin(u) cos(v), sin(u) sin(v» Xuu = (-r cos(u), -r sin(u) cos(v), -r sin(u) sin(v» Xuv = (O, -r cos(u)sin(v), r cos(u)cos(v» Xvv = (O, -r sin(u) cos(v), -r sin(u) sin(v» 
35 I Curvature 299 e quindi: £ = -r, M = O, }J = -r sin(u)2. Pertanto: ') . ( ) " r- sIn u  K= r 4 sin( U)2 l ') rL. cioè la sfera di raggio r ha curvatura gaussiana costante uguale a . La matrice rL. dell'operatore forma rispetto alla base {xu, xv} è: l ( r2 sin(u)2 r 4 sin(u)2 O o ) ( -r r 2 O o ) ( - I -T sin(u)2 = - O_I ) -r e quindi ogni punto della sfera è ol11belicale ellittico. 4. Consideriamo la superficie di rotazione S di equazioni parametrichc: x : J x R -+ R 3 [35.5] x(u, v) = (al(u), a2(u)coS(v), a2(u) sin(v», dove J C R è un intervallo aperto, a : J -+ R 3 è a(u) = (al (u), a2(u), O), con a2(u) > O per ogni U E J (a(J) è contenuta nel semipiano Y > O del piano Z = O). Abbiamo calcolato (cfr. esell1pio 33.5(3» che E = Ila'112 F = O, G = a. Inoltre: x'U 1\ Xv = (a2a, -a'l a 2 cos(v), --a'la2 sin(v», I!xu 1\ xvII = a21I a 'I]; Xuu = (Q't, a cos(v), a sin(v» xuv = (O, -a sin(v), a cos(v» xvv = (O, --a2 cos(v), -a2 sin(v» e quindi: £= a'/ ai - a a Ila'll I Ql a 2 M = O, .N = M a' (a" a' - a' a") K= J l 2 l 2 a2«a)2 + (a)2)2 Si osservi che K è indipendente dal parametro v. Il denominatore della [35.61 è positivo e quindi il segno di K coincide con quello di a (a' ai - a a). Se a [35.6 ] 
300 Geometria d(Uérellziale di curve e super:fici I Cap. 6 ha velocità unitaria allora K = o: ( o:' o:i - o: o:) . 0:2 [35.7 J 5. Nell'esempio precedente prendiamo: u Q:[(u) = f V ] - e- 2t dt, Q:2(U) = e- u , u > O. o La curva o: ha velocità unitaria. Essa è caratterizzata dalla proprietà seguente: la retta tangente ad o: in 0:( u) interseca l  asse X in un punto che ha distanza costante uguale ad 1 dal punto a(u). La superficie di rotazione S ottenuta facendo ruotare o: attorno aH' asse X è chian1ata pseud{).fera. La sua curvatura gaussiana ottenuta dalla [35.71 è K = -1 (fìg. 35.3). 6. Sia o: : J -+ R 3 una parametrizzazione di una varietà l-dimensionale e v un campo vettorialc su o: tale che v(u) #0 per ogni u E J. Consideriamo la corrispondente superficie rigata S, definita vettorialmente come: x(u, v) = o:(u) + vv(u) al variare di (u, v) in un opportuno aperto U di J x R. Per la proposizione 35.8 S ha ovunque curvatura gaussiana non positiva, cioè una super.ficie rigata non possiede punti ellittici. Nel paragrafo 33 abbiamo visto gli esempi del cilindro r (p. 281) e delle rigate tangenti (p. 284): calcoliamone la curvatura gaussiana. Figura 35.3 
35 I Curvature 301 Per il cilindro r possiamo aspcttarci K = O perché In ognI punto il piano tangente non è attraversato dalla superficie. Calcoliamo: X Ull = (-r cos(u) --r sin(u), O), Xuv = (O, O, O) = Xvv N = (cos(u), sin(u), O) £ = -r, .M = N = O e quindi K = O come previsto. La matrice dell' operatore di Weingarten è: r 12 ( O ) ( -r O ) = ( r - I O ) r 2 O O O O e quindi le direzioni principali, con1e era geometricamente prevedibile, sono la direzione della retta generatrice (xv) e la sua ortogonale (xu), cOlTispondente alla sezione normale che è una circonferenza di raggio r, e quindi di curvatura r - I. Il caso della rigata tangente è geometricamente meno evidente. Mantenendo le notazioni dell' esempio 33.5(4) abbiamo: "'" " O Xuu = a + va , Xuv = a , Xvv = ( ' Il ) , ( " ' ) Xu /\ Xv = a + va !\ a = v  !\ a N = :t:b dove b è i l versare binormale di a e :t: è il segno di v. Denotando con K, e T la curvatura e la torsione di a, si deduce: £ = Ivlo:'" .. b = IvIT"', .M = }J = O c quindi di nuovo K = O identicamente. 7. Consideriamo una funzione differenziabile I : U -+ R definita In un aperto U di R 2 . Sia: X : U ---t R 3 X(u, v) = (u, v, I(u, v» la parametrizzazione di Monge definita da I e S = x(U). Abbiamo: Xu = (1, O, lu), Xv = (O, 1, Iv) E = 1 + !, F = lu/v, G = 1 + I; N = (- lu, - Iv, 1) 1 + I + !; Xuu = (O, O, luu), Xuv = (O, O, luv), Xvv = (O, O, Ivv). 
302 Geometria diflerenz.iale di curve e supe(fici I Cap. 6 Quindi la curvatura gaussiana di S è: K fuulvv - fv - (l + f + fJ)l(1 + f)(I + f;) - ff;J Ad esempio la superficie S di equazioni parametriche: x(u, v) = (u, v,  (lu 2 + 2muv + nV 2 ») è a punti ellittici, iperbolici o parabolici a seconda che si abbia >0 ') in - m = O < O. Si noti che S coincide con la quadrica di equazIone: 2Z = lX 2 + 2mXY + ny2 e le tre possibilità per il segno di in - m 2 corrispondono rispettivamente ai seguenti casi (cfr. 26): > O paraboloide ellittico in - m 2 = O quadrica semplicemente degenere < O paraboloide iperbolico Analizziamo le quadriche più in dettaglio. 8. Quadriche a punti ellittici. Le quadriche non degeneri a punti ellittici sono 1'ellissoide, 1'iperboloide ellittico (a due falde) e il paraboloide ellittico. Ellissoide Ponendo: x(u, v) = (a cos(u), b sin(u) cos(v), c sin(u) sin(v», dove U = {(u, v) E R 1 : -7r /2 < u < 7r /2}, e a, b, c > O, SI ottiene una parame- trizzazione dell' ellissoide: X 2 y2 Z2 Q: a2 + b 2 + c 2 = 1 la cui imn1agine è Q\ {(O, O, :ic)} (fig. 35.4). Dall' espressione di x( u, v) vediamo che se b = c, allora Q è una superficie di rotazione, ottenuta per rotazione di un' ellisse di semi assi a, b del piano Z = O attorno all'asse X; dalla [35.6] deduciamo che in questo caso si ha ') aL. K= >0 (a 2 sin(u)2 + b 2 COS(u)2)2 
35 I Curvature 303 +  Figura 35.4 e quindi Q è a punti cllittici. Anche nel caso generale si calcola che l' cllissoide è a punti elli ttici. Iperboloide ellittico (a 2 falde) Siano u, b, c > O, U = {(u, v) E R 2 : u#O}, e x : U  R 3 x(u,v) = (a sinh(u)cos(v)b sinh(u)sin(v),c cosh(u». x è una paramctrizzazione di una falda dell'iperboloide ellittico (fig. 35.5): x 2 y2 Z2 Q: a 2 + b2 - c 2 = - l . Anche questa è una superficie a punti ellittici. È facile verificarlo per a = b, \ \ \ \ r-------__ I I -----r- I I r I .Figura 35.5 
304 Ge()Jnetria differenziale di curve e superfici I Cap. 6 cioè nel caso in cui la superficie è ottenuta per rotazione di un ramo di iperbole del piano Y = O attorno all' asse Z. In tal caso si calcola facilmente che: ? C'- K = '). 2 2 h "I 2 > O. (c- slnh(u) + a cos (u)-) Parab%ide ellittico Siano a, b> O, U = {(u,v) E R2: u > O}, e x: U  R 3 definita da: x(u, v) = (au cos(v), b.u sin(v), u 2 ). x è una paramctrizzazione di un aperto del paraboloide ellittico (fig. 35.6): x2 y2 Q ; Z = a 2 + b 2 . Se a = b allora la superficie è ottenuta per rotazione di una parabola del piano Y = O attorno all'asse Z. La curvatura gaussiana in questo caso si calcola facilmente essere: K= 4 O (4u 2 + a 2 )2 > . 9. Quadriche a punti iperbolici. Le rimanenti quadriche non degeneri sono tutte a punti iperbolici e sono superfici rigate. .... Figura 35.6 
35 I Curvature 305 Iperboloide iperbolico Siano a, b, c > O e . R 2 R J X. ---+ x(u, v) = (a(cos(u) - v sin(u», b(sin(u) + v cos(u», cv). x è una parametrizzazionc dell'iperboloide iperbolico (fig. 35.7): x 2 y2 Z2 Q : 2'" +  b 2 - 2 = 1. a c Possiamo scrivere: x(u, v) = (a cos(u), b sin(u), O) + v( --a sin(u), b cos(u), c) donde si vede che. Q è una superficie rigata di direttrice un' ellisse del piano Z = O. La stessa quadrica può essere anche parametrizzata nel modo seguente: y(u, v) = (a(cos(u) + v sin(u», b(sin(u) - v cos(u», cv) = = (a cos(u), b sin(u), O) + v(a sin(u), -b cos(u), c) che ne evidcnzia una struttura di superficie rigata con stessa curva direttrice, ma con generatrici diverse. Si ottengono quindi due sistemi di rette su Q. Le rette di ogni sistema sono a due a due sghembe, mentre rette di sistemi di versi si intersecano. -.... Figura 35.7 
306 Geometria differenziale di curve e supeljici I Cap. 6 Una terza parametrizzazione dell'iperboloide iperbolico è: z(u v) = (a cosh(u) cos(v), b cosh(u) sin(v), c sinh(u». Da questa parametrizzazione si vede che, se a = b, Q è una superficie di rotazÌone, òttenuta facendo ruotare attorno alI' asse Z un ramo di iperbole del piano Y = O. Calcolando la curvatura gaussiana in questo caso troviamo: ') -c'" K = ') . ') 2 < O. (c- cosh(u)2 + a 2 slnh(u)-) Paraboloide iperbolico Siano a, b > O. Ponendo: x(u, v) = (a(u + v), b(u - v) 4uv), (u, v) E R 2 si definisce una parametrizzazione del paraboloide iperbolico di equazione Z = X2 y 2 . = -:;- - - b 1 (fig. 35.8). SCrIvendo: a- ... x(u, v) = (au, bu, O) + v(a, -b, 4u) = (av, bv O) + u(a, b, 4v) vediamo che Q è una superficie rigata in due modi diversi. Nel primo modo la direttrice è la retta f(u) = (au, bu, O), mentre il secondo modo ha per direttrice la retta g(v) = (av, bv, O). Si ottengono quindi due sistemi di rette su Q. Anche in questo caso le rette di ogni sistema sono a due a due t .... , I i \ I --- l l--------- I -------.1 ! [ - ..... Figura 35.8 
35 I Curvature 307  Figura 35.9 sghembe, mentre rette di sistemi diversi si intersecano. La curvatura gaussiana di Q è: -2ab K = 2 2 4 ì ') 2 2 < O. a b + a - (u + v)- + 4b (u - v) lO. Elicoide. Siano a, b > O. La superficie k.'3 di equazIonI parametriche x(u, v) = (av cos(u), av sin(u), bu), ") (u, v) E R", è un'e/icoide (fig. 35.9). Si calcola facilmente che: -b K = H = O. a 2 (b 2 + a 2 v 2 )' Quindi S è una superficie minilna a curvatura gaussiana negativa. J1:sercizi l. Siano H e K le Cllrvature Inedia e gaussiana delJa superficie elclnentare S nel punto x. Dilnostrare che le curvature principali sono soluzioni dell' equazione in z: ? z-  2Hz + K = O. 2. Sia a : J ---+ S una curva a velocità unitaria nella superficie elelnentare S tale che a' e a" siano linearmentc indipendenti in un intorno di t E J. Dinl0strarc che: II(a'(t), a'Cl» = K(t)N(t). n(t) 
308 Geometria d(tJerenziale di curve e su/}(!/jici I Cap. 6 dove N(t) = N(a(t», n(t) è il versore normale e ",(i) la curvatura di Q in t. Dedurre il seguente TEOREMA (Meusnier) Nelle stesse ipotesi: II(a'(t), a'(t» = "'Ct) cos(O) dove () E [o, Ì] è l'angolo acuto tra N(t) e il piano oscu!atore ad Ct 111 Ct(t). 3. Dal teorema di Mcusnier (esercizio 2) dedurre il seguente TEOREMA Se due curve a velocità unitaria a, f3 nella superficie elel11entare S passanti per uno stesso punto x E S e dotate di apparato di Frenet hanno il 111edesÙno piano osculatore in x, e questo è diverso da T x (8), al/ora a e {3 hanno la 111edeshna curvatura in x. 4. Sia D = {(u v) E R 2 : u 2 + v 2 < l}, e x : D  R 3 l'applicazione così definita: x(u, v) = (u, v Vu '2 + v 2 ). Ditnostrare che x è una paralnetrizzazione e in xC 1, I) calcolare curvatura media, curvatura gaussiana, curvature principali e piano tangente affine. 5. Sia U = {(uv) E R2: v#O} e x : U  R x( u, v) = ( u, 2 , 2 _ ' ) . DilTIOstrare che x è una parametrizzazione e calcolare in x( l, I) curvatura nledia, curvatura gaussiana, curvature princi pal i e piano tangente affìne. 6. S i a U = { (t, s) E R 2 : - Ì < s, t < ; } e x : U  R 3 x(t, s) = (sin(t) cos(t) cos(s), sin(s». Dimostrare che x è una paran1etrizzazione c calcolare in 1:(0, O) curvatura Inedia, curvatura gaussiana, curvature principali e piano tangente affine. 36 Proprietà globali delle superfici di R 3 Nei paragrafi 34 e 35 abbialllo studiato superfici elementari in R.1, cioè superfici consistenti di un solo aperto coordinatizzato, allo scopo di ottenere inforn1azioni sulle proprietà locali delle superfici euclidce. L'ipotesi che la superficie fosse elementare è stata utilizzata attraverso l'uso delle coordinate locali e del campo di versari nOrIllali N. In questo paragrafo estenderemo a superfici qualsiasi di R 3 ciò che è possibile estendere e daremo qualche applicazione. 
36 I Proprietà globali delle superfici di R 3 309 Nel paragrafo 34 a una superfìcie elenlentare S abbiamo associato 1'applicazione di Gauss ì : S  S2 la cui definizione dipende dal can1po di versori nonnali N, il quale a sua volta è definito a partire dalla parametrizzazione x : U  ...9 C R 3 . Se si sostituisce x con un' altra paraInetrizzazione y : U  S C R 3 il campo N resta invariato o viene sostituito dal suo opposto a seconda che y sia concordemente o discordemente orientata con x. Le altre grandezze introdotte o non dipendono affatto da x, oppure dipendono solo da N. Ad esempio la prima forma fondaInentale non dipende da x ma solo dall' inclusione di S in R 3 . L'operatore forma L, e la seconda fonna fondamentale dipendono da N. Anche la curvatura nonnale, le curvature principali e la curvatura n1edia cambiano di segno al cambiare di segno di N. Invece le direzioni principali e la curvatura gaussiana sono indipendenti da N e lo sono perciò anche le nozioni di punto ellittico, iperbolico, parabolico, e olnbelicale. Pertanto se ...'3 C R 3 è una superficie differenziabile qualsiasi, su di essa sono ben definite priIna forma fondan1entale (come già abbiamo osservato nel 933), direzioni principali e curvatura gaussiana in ogni punto. Sono anche ben definite le nozioni di punto ellittico, iperbolico, parabolico, e ombelicale. Pcr poter parlare di "operatore forma" su tutta la superficie, e quindi definire in ogni punto la seconda forma fondamentale e le curvaturc norn1ali, è invece necessario poter definire su S un can1po di versori norma1i. Questa possibilità è equivalente all' orientabilità della superficie S, come evidenziato dal seguente lemma. 36.1 LEMMA Assegnare su una supeljicie differenziabile S di R 3 un canzpo vettoriale dijJ'erenziabile di versori l10nnali è equivalente ad assegnare un' 0- rientazione della supelfìcie. In particolare è possibile definire su 1..'3 un calnpo dij{erenziabile di versori l1orl1udi se e solo se 1..9 è orientabile. Dinlostrazione. Se x : [J  S e y : V  8 sono due paralnetrizzazioni di un intorno del punto x E S, i campi di versori normali da esse definiti sono rispettivamente Xu /\ Xv Il Xu /\ X 11 Il Y'U /\ Yv C Ily'U 1\ Yv Il Poiché si ha: ( OYj ) Yl1 /\ Yv = det _ a . (X'U !\ ,z;v) X z x i due campi vettori ali sono concordi o discordi a scconda che il segno di det ( : t sia positivo o negativo, cioè a seconda che i due sistemi di coordinate siano concordemente o discordclnente orientati. Pertanto se su S è assegnato un 
310 Geometria d(flerenziale di curve e supeJjìci I Cap. 6 atlante orientato su ogni aperto coordinatizzato esso definisce un campo diffe- renziabile di versori normali, e questi campi vettori ali sono tra loro compatibili, dando quindi luogo a un campo di versori normali su tutta S. Viceversa, se è assegnato un campo di versori normali N su S, ed è dato un atlante differenziabile su "" è possibile modificare l' orientazione di ogni sua carta locale in modo da renderla compatibile con N. Il nuovo atlante così ottenuto è orientato. 11I La scelta di un campo di versori normali su una superficie 8 di R 3 e In un certo senso equivalente a distinguere su tutta ..'3 una faccia esterna e una interna. Orientare 9 è dunque equivalente a effettuare una tale distinzione. Se /3 C R 3 è una superficie differenziabile di equazione f(X, Y, Z) = c, dove I : A -+ R è un' applicazione differenziabile definita in un aperto A di R 3 c c E R è un valore regolare di f, allora S è una superficie orientabile. Infatti il campo di vettori ( al al al ) grad(/)= ax  ay ' az grad(f) su S è un campo di vettori normali mai nulli, e quindi è un campo di Il grad(f) Il versori normali su 1..9. Dopo queste premesse passiamo a studiare le superfici di R 3 . Vogliamo innan- zitutto caratterizzare le superfici che consistono interamente di punti ombelicali. 36.2 PROPOSIZIONE Supponialno che 1..9 sia una superfìcie differenziabile con- nessa di R 3 . Tutti i punti di S sono olnbelicali se e solo se S è contenuta in un piano oppure in una .jèra. In tal caso la sua curvatura principale è costante, uguale a O nel caso planare e diversa da O nel caso sferico. DÙnostrazione. Se S è contenuta in un piano oppure in una sfera allora ogni suo punto è onlbelicale con curvatura principale costante uguale a O nel caso piano (eselllpio 35.9( I) e diversa da O nel caso sferico (esempio 35.9(3». Supponiamo viceversa che ogni punto x E S sia ombelicale. Poiché S è connessa possiamo suppon-e che 1..9 sia elClllentare. In x si ha, rispetto a una fìssata parametrizzazione x : U -+ ...9: - \7 xuN = kxu, - \7 Xv N = kxv [36.1 ] dove k è la funzione curvatura normale in S. Quindi: \7 x u (\7 Xl' N) = -k\l XuXv - kuxv \7 x L' (\l XU N) = - k \7 Xv X 1.(, - kv x u . Poiché i due primi nlembri sono uguali deduciamo: -k\7 XuXv - kuxv = -k\l XvXu - kvxu 
36 I Proprietà glohali delle supe/:Iici di R 311 e, essendo V" Xu Xv = V" Xv Xu, si deduce: -kuxv = -kvxu e quindi ku = kv = O perché Xu e Xv sono linearmente indipendenti: deduciamo che k è costante. Se k = O, allora V" Xu N = V" Xv N = O e quindi N è costante. In questo caso S è contenuta in un piano. Fissiamo infatti p E S e poniamo f:S-+R f(x) = (x - p) . N. Abbiamo: xu(f) = Xu . N = O xv(f) = Xv . N = O e quindi f è costante. Poiché f(p) = O si ha f(x) = O per ogni x E S e quindi S' è contenuta nel piano passante per p e normale a N. Se invece k =I- O allora le [36.11 danno: \7 xu (i N + x) = O V' x" (i N + x) = O e quindi: 1 -N+x=c k un vettore costante. Pertanto: l !Ix - elI = k  cioè la distanza di x E S da c è costante, c quindi x appartiene alla sfera di centro . 1 c c raggIo k . Il La proposizione 36.2 implica che una superficie connessa 8 non può consistere di punti ombelicali a curvatura principale variabile: in altre parole per poter avere su una superficie connessa punti ombelicali di diversa curvatura principale è necessario che vi siano anche punti non ombelicali. Abbian10 anche la seguente immediata conseguenza: 36.3 COROLLARIO Sia /, una superficie COlnpatta e connessa di R 3 consistente interal1zente di punti ol11belicali. Allora S è una sfera. 
3/2 Geol1zetria dfJerel1ziale di curve e superfici I Cap. 6 Una sfera ha curvatura gaussiana costante positiva. Che cosa avviene se una superficie compatta connessa di R 3 possiede curvatura gaussiana ovunque positiva ma non necessariamente costante? Un esempio di superficie con queste proprietà è l' ellissoide di equazione: x 2 y2 Z2 - + - + - =] a, b, c > O a 2 b 2 c 2 (cfr. esempio 35.9(8»). La classe di queste superfici è molto ristretta, se ci si limita a considerare quelle orientabili. 36.4 TEOREMA Sia S C R 3 una superficie COl1lpatta connessa orientabile avente curvatura gaussiana ovunque positiva. Allora 8 è diffeomorfa a S2. DÙnostraziol1e. Fissata un' orientazione di S possiamo SuppolTe assegnato un campo di fferenziabile di versori nonllalÌ N su S. A N è associata un' applicazione di Gauss: '7 : S ---t S2 '7(x) = N(x). Poiché K(x) = det( '7*(x» > O il differenziale di ì è ovunque non degenere e quindi '7 è un diffeomorfislTIO locale. Poiché S è cOlllpatta, ì è anche suriettiva perché è aperta (teorema 24.5(b »). Quindi '7 è un rivestimento di S2. Ma S è connessa e S2 è semplicemente connessa, e quindi '7 è un omeomorfismo (corollario 18.7). Si conclude che ì è un difTeomorfismo (proposizione 24.4). Il Il teorema seguente pone un vincolo importante alla curvatura gaussiana di una superficie compatta. 36.5 TEOREMA Sia S una superficie d{lJerenziabile compatta di R 3 . Esiste abneno un punto p E k.'3 tale che K(p) > O. DÙnostrazione. Sia <l> : 8 ---t R <I:>(x) = IIxl12 = x. x. Poiché S è cOlllpatta e <I> è differenziabile, in particolare continua, cI> assume un massimo in un punto p E S. Sia a : J ---t S una curva differenziabile tale che a(t o ) = p, e sia a'(t o ) = v E T p (i.9). La funzione ep.a=a.a:J ---t R 
37 I Il Theorema Egregiwn 313 è differenziabile e possiede un massimo assoluto in to; quindi: d(<I:> . a) ( ) =0 d 2 (<!>. a) ( ) < O dt t o , dt2 to - . Esplicitando la prima di queste due relazioni si trova: 2a' (to) . a(to) = 2v . P = O. Quest'uguaglianza significa che v è perpendicolare a p e quindi che Il:11 è un versore normale a S in p, perché v E Tp(S) può essere un vettore tangente qualsiasi. Supponiamo ora che a sia un sezione normale di k.9 in p; la seconda delle [36.2 J dà: [36.2] 2a' (t o ) . a' (to) + 2a" (to) . a(to) = 2v . v + 2a" (t o ) . P = =2+2a"(t o ).p < O e quindi, per il teorema 35.3: I " I p 1 K:(v)1 = 1K:(a)(to)1 = la (to) · MI > IIpll dove K(V) è la curvatura normale di S nella direzione (v) calcolata rispetto al ver- sore normale Il:11 . Poiché questa disuguaglianza è valida per tutti i v E S, le cur- vature normali sono diverse da O e quindi K(p) > O. !Il [36.31 Dal teorema 36.5 discende immediatamente il seguente corollario: 36.6 COROLLARIO In R 3 non esistono superfici differenziabili compatte tali che K(x) < O per ogni x E S. Ovviamente la compattezza di S è esenziale perché la conclusione del corol- lario sia vera. Si pensi ad esempio alla pseudosfera, che ha curvatura costante -}, ma non è conlpatta (cfr. esempio 35.9(5»). Abbiamo anche il seguente risultato: 36.7 COROLLARIO In R 3 non esistono superfici IninÙne (cioè tali che H _ O) C0111patle. DÙnostrazione. Se in un punto p E 1..9 si ha H(p) = O, allora K(p) < O. !Il 37 Il Theorema Egregium N el paragrafo 35 abbiamo introdotto l'operatore fOrIl1a L in un punto di una superficie elementare k.'3 e l'abbiamo applicato allo studio della geometria locale di S. L è definito per mezzo del call1po di versori normali alla superficie, e 11 
314 GeOlnetria dflerellziale di curve e supeJfici I Cap. 6 coincide con il differenziale, cambiato di segno, dell' applicazione di Gauss. Quindi L dipende dallo spazio ambiente R 3 e infatti si verifica facilmente che L non appartiene alla geometria intrinseca di S (cfr. esempio 35.9(2». Conseguentemente non possiamo a priori aspettarci che siano intrinseche le altre grandezze che abbiamo introdotto per mezzo di L (seconda forma fondamentale, curvature e direzioni principali, curvatura media e curvatura gaussiana). In questo paragrafo scopriremo un fatto inaspettato, e cioè che la curvatura gaussiana è una grandezza intrinseca. Sia S una superficie elementare di R 3 . Manteniamo le notazioni del paragrafo precedente. Nel paragrafo 34 abbiamo introdotto la derivata 'VyZ di un campo vettoriale differenziabile Z sulla superficie S rispetto ad un campo vettori aIe tangente Y. Questa operazione definisce un campo vettori aIe che in generale non è tangente ad S anche quando Z è tangente ad S. È possibile definire un' operazione analoga a \7 y, che trasforma campi vettoriali tangenti in campi vettoriali tangenti. 37.1 DEFINIZIONE Siano Y e Z can1pi vettoriali diff'erenziabili tangenti a ...9. La derivata covariante di Z rispetto a Y è il CQlnpO vettoriale: DyZ = \7yZ - (L(Y) . Z)N () equivalentel11ente: DyZ = \7yZ + ((\7yN). Z)N. Osserviamo che Dy Z è un campo vettoriale tangente a S. Infatti si ha: (DyZ) . N = (\7yZ) . N + (\7yN). Z = Y(Z. N) = O perché N è perpendicolare a Z. Utilizzando l'identità precedente possiamo anche SCrIvere: DyZ = \7yZ + ((\7yN) . Z)N = \7yZ - ((\7yZ). N)N e da questa espressione si vede che in ogni punto x E 1..9 la derivata covariante (DyZ)(x) è la proiezione di (\7yZ)(x) su T x (...9). La deri vata covariante gode di proprietà analoghe alle l34.11. Precisamente si ha: 37.2 PROPOSIZIONE Dati c(J1nunque i calnpi vettoriali differenziabili X, Y, Z tangenti a S e una funzione difjerenziabile F : S -4 R, si ha: Dy(X + Z) = DyX + DyZ Dx+y(Z) = DxZ + DyZ DFyZ = F(DyZ) Oy(FZ) = (Y F)Z + F(DyZ) Y(X. Z) = (DyX) . Z + X. (DyZ). [37.1] 
37 J Il l11eorema Egregium 315 DÙnostrazione. Le prime quattro delle l37.1] seguono dalle analoghe [34.1 J e dalla linearità di L. Dimostriamo l'ultima. Si ha: Y(X. Z) = CVyX). Z + X. (\lyZ) = = [DyX + (L(Y) . X)Nj . Z + X. rDyZ + (L(Y) . Z)N] = = D y X . Z + X . D y Z. Il L'importanza della derivazione covariante sta nella seguente proposizione. 37.3 PROPOSIZIONE La derivata covariante è un 'operazione intrinseca. Din10strazione. Osserviamo che \l Xu Xv = Xvu = Xuv = \l Xv Xu per la simmetria delle derivate 'seconde rispetto all'ordine di derivazione, e quindi, per la proposi- zione 34.2: Dxu xv = \l XuXv - (L(x u ) · xv)N = \7 x,JXu - (x u · L(xv)N = Dxvxu. l37.2] Inoltre utilizzando l'ultima delle [37.1] si ottiene: Eu = xu(xu · xu) = 2(D xu x u ) · Xu Fu = xu(xu . xv) = (Dxu xu ) · Xv + (Dxu xv ) · Xu C u = xu(xv · xv) = 2(D xu x v ) · Xv Ev = xv(xu · xu) = 2(D xv x u ) · Xu Fv = xv(xu . xv) = (Dxt. xu ) · Xv + (Dxv xv ) · Xu C v = Xv (xv · xv) = 2(D xv x v ) · Xv. Combinando queste identità con la simtnetria [37.21 si deduce che: 1 ( D x x v) . Xu = (Dx xu) · Xu = - E v U 't; 2 l (Dxvxu) · Xv = (Dxuxv) · Xv = 2 C u l (Dxu xu ) · Xu = 2 Eu [37.3 ] l (Dxu xu ) · Xv = Fu - 2" Ev l (Dxv xv ) · Xv = 2 C v (Dxv xv ) · Xu = Fv -  G u . 
3/6 Geometria diflerenziale di curve e supe/:fici I Cap. 6 Quindi le componenti di Dxuxu, Dxuxv, Dxvxu, Dxvxv rispetto alla base mobile {xu xv} si esprimono come combinazione lineare delle derivate di E, F, G rispetto a Xu e a Xv e pertanto sono intrinseche. Dalla linearità di Oy X rispetto a X e a Y segue che D y X è intrinseca. . Dalla proposizione 37.3 deduciamo che la deri vata covariante può essere definita su una qualsiasi superficie riemanniana. Come conseguenza della proposizione 37.3 otteniamo il seguente: 37.4 TEOREMA (Theorema Egregiunl di Gauss) La curvatura gausslana è intrinseca. Vista l'importanza di questo teorema ne diamo due dimostrazioni. PrÌlna dÙl1ostraziol1e. Sia Z un campo vettori aie differenziabile tangente a 1.-9. Vogliamo calcolare la componente tangenziale del campo vettoriale \7 Xu (\7 XV Z). A tale scopo non ci preoccuperemo di calcolarne i termini che sono multipli di N, che verranno quindi sostituiti da punti di sospensione. Si ha: \7 Xu (\7 XV Z) = \7 Xu (D xv Z + (L(x v ) . Z)N) = = \7 Xu (D xv Z) + \7 Xu N(L(x v ) . Z) + (. . .)N = = Dxu (DxtJZ) - (L(x v ) . Z)L(x u ) + (. . .)N. Similmente: \7 Xv (\7 xu Z ) = DXv(DxuZ) - (L(x u ). Z)L(x v ) + (.. .)N Poiché: o = \7 Xu (\7 XV Z) - \7 Xv (\7 Xu Z) anche la componente tangenziale del secondo l11embro è O, c quindi sostituendo le espressioni trovate sopra si ottiene: O = Dxu (Oxt.Z) - (L(x v ) . Z)L(x u ) - [Ox t ; (Ox u Z) - (L(x u ) . Z)L(x v )]. Deduciamo l'identità: DXt. (Ox tJ Z) - Dxu (DxvZ) = (L(x u ) . Z)L(x v ) - (L(x v ) . Z)L(x u ). Sostituiamo Z = Xu e moltiplichiamo scalarmente per XV, Otteniamo: [Dx!,COxuxu)]. Xv - [Dxu(OxtJxu)J. Xv = = (L(x u ) . xu)(L(x v ) . xv) - (L(x v ) . xu)(L(xu) . xv) = det(L) = K. 
37 I /I l1worema Egregium 317 Il primo membro può essere riespresso tramite le l37.3] per mezzo dei coeffi- cienti E, F, G e delle loro derivate, e quindi è una funzione intrinseca su S. Se ne deduce che K è una funzione intrinseca. 11I Seconda dÙnostrazione. Questa dimostrazione fornisce anche una espressione esplicita di K per mezzo dei coefficienti E, F, G e delle loro derivate. Tenendo conto della [33.61 abbiamo: l' N Xuu · Xu /\ Xv -x . - - uu - V EG-F2 .M N Xuv · Xv. !\ Xv -x . - - uv - V EG-F2 [37.4 J 1/ N Xvv · Xu !\ Xv .N - X . - - vv - y EG _ F2 Sostituendo le l37.4] nell'espressione L35.2] di K otteniall1o: K(EG - F2)2 = (£N - .M 2 )(EG - F2) = = (x uu .. Xu !\ xv)(xvv . Xu !\ xv) - (x uv . Xu !\ xv)2. Esprimendo ognuno dei fattori tra parentesi come un determinante, cd esplici- tando i prodotti di determinanti come determinanti di prodotti di matrici otteniamo: Xuu t 2 Xvv Xuv K(EG - F2)2 = Xu Xu Xu - Xv Xv Xv Xuu · Xvv Xuu · Xu Xuu · Xv Xuv · Xuv Xuv · Xu Xuv · Xv Xvv · Xu E F Xuv . Xu E F = Xvv · Xv F G Xuv · Xv F G O Xuu · Xu Xuu · Xv E F = (x uu · Xvv - Xuv · xuv) + Xvv · Xu E F + F G X'Ov · Xv F G o Xuv · Xu Xuv · Xv Xuv · Xu E F Xuv . Xv F G Ora consideriamo le seguenti identità: 1 1 Xuu · Xu = 2 Eu Xuv. Xu = 2 Ev '-V' 1 Xvv · Xv = 2 G v l Xuu · Xv = Fu - 2 E'O [37.5 ] 1 Xuv · Xv = - G u 2 1 Xvv · Xu = Fv - 2 G u 
318 Geonzetria differenziale di curve e superfici I Cap. 6 dalle quali deduciamo: d d 1 1 Xuu · Xvv - Xuv · Xuv = dv (xuu · xv) - du (x uv · xv) == Fuv - 2 Evv - '2 G uu . Sostituendo nell'espressione ottenuta precedentemente otteniamo infine: l K = (EG _ F2)2 (Fuv -  Evv -  Guu) ; F G + [37.6] l l O l 1 O -E  --E -E "2 Gu 2 u u 2 v 2 v ] l E F + Fv - '2 G u E E -E 2 v 1 G l G '2 G v F 2 Gu F La [37.6J esprime K per mezzo di E, F, G e delle loro derivate pnme e seconde, e mostra che K è intrinseca. !Il Il teorema 37.4 è sorprendente perché la curvatura gaussiana è il prodotto delle curvature principali, che non sono grandezze intrinseche. Lo stesso Gauss ne fu sorpreso quando lo dimostrò e per questo lo chiamò "Theorema Egregium". La [37.6J è nota come Jor111ula di Brioschi per la curvatura gaussiana. Essa permette di calcolare facilmente K una volta nota la prima forma fondamentale. Tale espressione non richiede per la sua validità che la superficie S sia definita in R 3 , ma solo che su di essa sia definita la prima forma fondamentale e pertanto può essere presa come definizione della curvatura gaussiana su una qualsiasi superficie riemanniana. In particolare il "Theorema Egregium" permette di definire la curvatura gaussiana per una superficie differenziabile di R N oppure per un aperto del piano su cui sia definita una metrica riemanniana. Il lettore può ad esempio verificare facilmente che il semipiano di Poincaré ).( e il disco iperbolico D hanno curvatura gaussiana costante uguale a-l. n "Theorema Egregium" può anche essere utilizzato per verificare che due su- perfici non sono isometriche: infatti esso implica che due superfici aventi curvature gaussiane diverse non sono isometriche. Ad esen1pio nessun aperto di una sfera di raggio r è iSol1zetrico a un aperto del piano perché le curvature gaussiane del piano e della sfera sono costanti, rispettivamente K == O e K == J" ma diverse tra r- loro. Similmente, una sfera non è localmente isometrica a una superficie rigata. 
3 I Geodetiche 3/9 38 Geodetiche Sia S C R 3 una superficie differenziabile. Una curva differenziabile a : J  8, dove J C R è un intervallo aperto, è una geodetica di ,..9 se la sua accelerazione a" è normale a S. In altre parole la componente tangenziale dell' accelerazione di una geodetica è nulla. 38.1 LEMMA Sia S C R 3 una superficie difJ'erenziabile e o: J  8 una geodetica. Allora o: ha velocità costante. Di1nostrazione. Si ha: d ( ' ' ) 2 " , O -a. a = a.a=.11 dt Ogni curva costante è banalmente una geodetica. Se ad esempio a(t) = p + vt è una retta a velocità costante contenuta neIJa superficie S allora a è una geodetica perché la sua accelerazione a" è identicamente nulla. Quindi le geodetiche sono curve che generalizzano le rette parametrizzate a velocità costante. Ne] piano R 2 ogni curva a ha accelerazione a" tangente al piano. Quindi l'unica possibilità perché a sia un geodetica è che a" = O, cioè che a sia una retta. Pertanto le geodetiche del piano sono le rette a velocità costante. Per ogni curva D: sulla superficie S possiamo scrivere: 0:" = \l a.,a' = Da,a' + (L(a') . a')N c a è una oeodetica se e solo se b Da,a' = O. In altre parole una curva è una geodetica se ha velocità costante dal punto di vista della geometria intrinseca di S. Poiché la derivata covariante è intrinseca, questa condizione può essere presa come definizione di geodetica su una superficie differenziabile di R N o più in generale su una superficie riemanniana. 38.2 DEFINIZIONE Sia,..9 una superficie riel11anniana. Una curva a : J  k.'3, dove J C R è un intervallo aperto, è una geodetica di k.'3 se: Da,a' = O Su una superficie riemanniana le geodetiche esistono In abbondanza, come risulta dal seguente teorema di esistenza. 38.3 TEOREMA Sia S una supel:ficie rielnanniana, x E S e v E Tx(S) un vettore tangente a S in x. Esiste un intervallo aperto J contenente O E R e una 
320 Geometria differenziale di curve e superfici I Cap. 6 geodetica o: : J  S tale che 0:(0) = x, 0:'(0) = v; la geodetica o: su J con queste proprietà è unica. DÙnostrazione. Sia U C R 2 un aperto e x : U  S una parametrizzazione di un intorno aperto di x in S. Sia UE U tale che x(u)=x, e sia V=VIXu+V2Xv. La geodetica o: di cui vogliamo dimostrare ]' esistenza può supporsi della forma a(t)::: x(al(t), a2(t)), dove a(t) = (a]Ct), a2(t» è una curva a : J  U tale che a(O) = u, (a (O), a(O) := (v!, V2). [38. l J L'accelerazione di o: è: " do:' d, , o: = dt = dt (a1x u + a2 x V) = " I ( I , ) " I ( ' I ) = al Xu + al XUUa] + x uV a 2 + a 2 Xv + a2 xVUa] + x vV a 2 . a è una geodetica se e solo se si ha 0:" . Xu = O = 0:" . Xv. Esplicitando queste condizioni e utilizzando le [37.51 si ottengono facilmente le equazioni: a' E + a F +  ra2 Eu + 2a aEv + a2(2Fv - G u )) = O l38.21 a;1 F + a G +  [a2(2Fu - Ev) + 2a; aGu + a2Gv l = O Nelle l38.2J i coeffìcienti E, F, G c le loro derivate vanno considerati come funzioni di t. Poiché identicamente EG - F 2 > O le l38.2] sono equivalenti a un sistema di equazioni differenziali in al, a2 della forma seguente: " /( " ) a I = l a l , a2, a l , a 2 " /( , l ) a 2 = 2 a l , a2, a l , a 2 con condizioni iniziali [38.1]. Per un fondamentale teorema di esistenza per i sistemi di equazioni differenziali (per il quale rinviamo a un testo di Analisi Matematica) esistono un intervallo J contenente O e funzioni al, a2 differenziabili in J soddisfacenti le [38.11 e le [38.2]. L'unicità di aj, a2 segue dallo stesso risultato. Le a l, a2 definiscono nel modo detto sopra la geodetica cercata. 11I Il teorema 38.3 non dà alcuna informazione sull' intervallo J: la geodetica o: potrebbe estendersi a un intervallo più grande. Una geodetica che non è estendibile a un intervallo più grande si dice una geodetica massinlale. 38.4 Esenlpi l. Piano. Le rette a velocità costante o:(t) = P + vt, t E R sono geodetiche massimali in un piano H. Poiché per ogni p E H e per ogni v # O c'è una retta 
38 I Geodetiche 321 passante per p con vettore velocità uguale a v, dal teorema 38.3 segue che le rette sono tutte le geodetiche non costanti di un piano. 2. Cilindro. La parametrizzazione x(u, v) = (r cos(r- IU), r sin(r- I U ), v), -1[ < < U < 1[, è un' isometria di un aperto del piano su un aperto del cilindro di R 3 di asse l'asse Z e raggio r. Pertanto le geodetiche del cilindro sono le trasformate delle geodetiche del piano, cioè delle rette. Si ottengono in questo modo le rette generatrici (le rette u = cost.), le circonferenze direttrici (le curve v = cost.) e le eliche circolari immagini delle altre rette del piano, cioè le curve: a(t) = (r cos(r It), r sin(r-- I t ), ct), c > o. 3. Sfera. Sia S una sfera di R 3 , che supponiamo di raggio T e di centro l'origine. Sia a una circonferenza massima su S parametrizzata a velocità costante. a è una geodetica (lnassimale) perché la sua accelerazione è normale a a e parallela al piano di a, quindi è normale a S. Poiché per ogni punto di S esistono circonferenze massime per quel punto aventi vettore velocità preassegnato, le circonferenze maSSIme sono tutte le geodetiche massimali non costanti di una sfera. Come abbiamo osservato all'inizio del paragrafo, le geodetiche generalizzano la proprietà delle rette di un piano di avere vettore accelerazione costante. Un' altra proprietà importante delle rette è di essere curve di minima lunghezza tra tutte quelle passanti per due punti assegnati. Anche questa proprietà si trasporta alle geodetiche, e anzi le caratterizza, ma solo localmente, mentre in grande la pro- prietà non sempre vale. Precisamente, se P, Q sono due punti di una superficie riemanniana contenuti in uno stesso aperto coordinatizzato, allora esiste un' unica geodetica che li contiene e contenuta nell' aperto, e questa è la curva di lunghezza minima passante per P e Q (enunciamo questo risultato senza dimostrazione; il lettore interessato può consultare, ad esempio, Stoker 1969). Ma questa proprietà non vale per punti qualsiasi. Ad esempio due punti P, Q non antipodali su una sfera di raggio r sono contenuti in un' unica circonferenza massima, ma se di questa circonferenza si prende l'arco di ampiezza maggiore di 1fT che contiene P e Q, allora certamente questo non ha lunghezza minima; se poi i due punti P, Q sono antipodali allora esistono infinite geodetiche che li contengono. Un altro esempio: due punti su una retta generatrice di un cilindro sono contenuti in infinite eliche, che sono tutte geodetiche, ma la geodetica di minima lunghezza è la retta generatrice che li contiene. In generale non è facile determinare sistematicamente tutte le geodetiche su una data superficie. Però è talvolta possibile determinare particolari geodetiche quando si ha una parametrizzazione opportuna della superficie S. Allo scopo è utile il seguente risultato. 
322 Geometria differenziale di curve e supe/fici I Cap. 6 38.5 LEMMA Sia k.'3 una superficie rielnanniana e U C S un aperto coordi- natizzato. Supponialno che i coejJicienti E, F, G della prÙna forn'la j'onda11'lentale in U soddisfino le condizioni Eu = Ev = F = O. Allora le u-curve in U sono geodetiche. DÙnostrazione. Su una u-curva a il campo vettoriale a' coincide con la restri- zione ad a di Xu, e la sua accelerazione con il campo vettori aIe Xuu = \7 Xu Xu. Affinché questo sia perpendicolare a S si deve avere Xuu . Xu = Xuu . Xv = O. Ma a o = Eu = au (xu · xu) = 2xuu · Xu. Inoltre O = F = Xu . Xv implica: a o = Fu = au (x u · xv) = Xuu · Xv + Xuv · Xu. [38.31 Ma essendo: a o = Ev = - (x u . xu) = 2xuv . Xu av sostituendo nella [38.31 si ottiene anche Xuu . Xv = 0.-11 Si osservi che le condizioni Eu = Ev = F = O del lemma equivalgono a: I(du, dv) = cdu 2 + G(u, v)dv 2 dove c =f O è una costante. 38.6 Esenlpio Vogliamo calcolare le geodetiche del senlipiano di Poincaré ).( = {(u,v): v > O} che ha metrica riemanniana I(du, dv) = du 2  dv 2 V (esempio 33.6(2». Consideriamo il plano R 2 con metrica riemanniana I(dx, dy) = dx 2 + e 2X dy2. Per il lemma 38.5 le rette y = cost. sono geodetiche. Il diffeomorfismo: F : R 2 ---t ).( u = y, v = e x 
38 I Geodetiche 323 è un'isometria perché calcolandone la matrice jacobiana si trova: F*(dx,dy) = (_-x ) (::) e quindi: I(F*(dx, dy» == e 2X (dy2 + e 2Xdx2) = e 2X dy2 + dx'2. Pertanto sono geodetiche massimali in }.I le trasformate delle rette y = cost., cioè le semirette verticali u = cost.. Per trovare le altre geodetiche massimali consideriamo un qualsiasi punto (uo, O) e le coordinate polari in }.I centrate in questo punto. Otteniamo la parametrizzazione: U = Un + p cos(O), v = p sin(O), dove O < p, O < O < 7L In queste coordinate la prima forma fondamentale diventa: dp2 + p 2 d0 2 I(dp, dO) = ) . (0)2 = p- S l n l d 2 ] dO'2 p2 sin( 0)'2 p + sin( 0)2 e, con l'ulteriore cambiamento di coordinate: e _ 'ljJ = f dO_ sin( O) 7r(J (dove O < 1ro < 1r) si ottiene un si stema di coordinate (p, 1j;) rispetto al quale la prima forma fondamentale è: I( dp, d'ljJ) = E(p, 'ljJ )d p 2 + d'ljJ2. Deduciamo, per il lemma 38.5, che le 'ljJ-curve sono geodetiche per ogni scelta di uo. Quindi sono geodetiche, e evidentemente l11assimali, in ).( le semicirconferenze centrate in un qualsiasi punto dell' asse u. , \ , , , , , , ,u , \ , '\ '\ \ '\ '\ , \ '\ (u0/0) Figura 38.1 
324 Geometria differenziale di curve e supeljici I Cap. 6 Per ogni punto u = (u, v) E }.I e per ogni direzione non verticale in u esiste una semicirconferenza centrata in qualche punto (uo, O) passante per u e avente per tangente la direzione assegnata (fig. 38.1). Segue dal teorema di unicità 38.3 che non ci sono altre geodetiche tnassimali non costanti oltre le semicirconferenze della forma suddetta e le semirette verticali. 39 Geometrie non euclidee Lo studio della geolnetria su basi logiche, svincolato dall'intuizione, fu iniziato nella Grecia antica. Negli Elenlenti di Euclide la geometria viene studiata per mezzo di assiomi formulati in modo esplicito. L'assiomatica degli Elel11enti è stata sostituita in tempi recenti da quella proposta da D. Hilbert alla fine del XIX secolo (Hilbert 1970), nella quale si distinguono, per la geometria piana, cinque diversi tipi di assiomi, e precisamente quelli di incidenza, ordine, congruenza, parallele e continuità. Nell' assiomatica di Hilbert si assumono come oggetti primitivi i punti (denotati nel seguito con lettere maiuscole A, B, C,...) e le rette (denotate con lettere minuscole a, b, c,...) tra i quali sussistono delle relazioni primitive che sono: l'appartenenza di un punto A a una retta a (A E a), il giacere di un punto B tra altri due A e C (diremo che B sta tra A e C), la congruenza di segmenti e la congruenza di angoli (i segmenti e gli angoli vengono definiti per mezzo degli assiomi, si veda più avanti). Gli oggetti e le relazioni soddisfano ai seguenti assiomi: (I) ASSIOMI DI INCIDENZA (l) ])ati due punti distinti A e B, esiste un 'unica retta AB che li contiene. (2) Ogni ,'"etta con1iene alnleno due pU1Zti distinti. (3) Esistono abneno tre punti nO/1 su una stessa retta. (Il) ASSIOMI DJ ORDINE (1) Dati tre punti A, B, C su una stessa retta, uno e uno solo di essi sta tra gli altri due. (2) Se A e B sono due punti distinti, esiste alnleno un punto C E AD tale che B stia tra A e C. Dati due punti distinti A e B, l'insieme dei punti della retta AD che stanno tra A e B si chiama segnlento di estremi A e B, e si denota con AB. Per definizione A e B non appartengono a AB. 
39 I Geomet rie non euclidee 325 (3) (Assioma di Pasch) Se A, B, C sono tre punti non su una stessa retta e a è una retta che non contiene nessuno di essi 111a interseca il segmento AB, allora a interseca il seg/nento BC oppure il seglnento AC. A partire dagli assiomi di ordine si introducono in modo ben noto le nozioni di senliretta, senzipiano e angolo dcfinito da due semi rette a, b di origine uno stesso punto, denotato L(a, b). Se A, O e B sono tre punti non allineati, l'angolo definito dalle semirette di origine O e passanti per A e B rispettivamente, si denota L(A, O, B). Se due segmenti AB e CD sono congruenti si scriverà AB - CD. Se due angoli L(a, b) e L(a', b') sono congruenti si scriverà L(a, b) = L(a', b'). (111) ASSIOMI DI CONGRUENZA (1) Dato un seg111ento AB, una retta a, un punto A' E a e una delle se/nirette a' definite da A' in a, esiste un unico punto B' su a' tale che AB sia cong ruente a A' B'. (2) Se due segl1zenti sono entranzbi congruenti a un terzo, essi S0110 congruenti tra [oro. (3) Se A, B, C sono tre punti tali che B stia tra A e C e Ah B I , CI sono tali che BI stia tra Al e CI, e se AB - AlBI e BC - B]C I , allora AC - AlCI. (4) Siano L ( a, b) un angolo, a' una selniretta e (J uno dei due semipiani definiti dalla retta di a'. Allora esiste una e una sola semiretta b' in (J avente la stessa origine di a' tale che si abbia L(a, b) _ L(a', b'). Inoltre L(a, b) L(a, b). (5) Siano A, B, C tre punti non allineati, e Al, BI' C] tre altri punti non allineati tali che AB - AIBb AC - AIC], L(B,A,C) - L(BI,A],C]); allo ra L(A, B, C) L(A" B], CI)' (IV) ASSIOMA DELLE PARALLELE Data una retta a e un punto A rt. a, esiste una e una sola retta a' passante per A che nOI1 interseca a (le rette a, a' si dicono parallele). (V) ASSIOMI DI CONTINUITÀ (l) (Assioma di Archimede) Dati due segmenti AB e G'fD, esiste un numero finito di punti Al, A2'.." An della retta AB tali che: CD - AAl - AIA2 ... An-IAn e B sta tra A e An. 
326 Geometria d(flerenziale di curve e supeJjici I Cap. 6 (2) (Assioma di completezza lineare) Se a è una retta e a' è un sottoinsielne del piano contenente a i cui punti soddisfano gli assionzi (Il), (111)( l) e (V)( 1) rispetto ad a, al/ora a' = a. Hilbert dimostrò la non-contraddittorietà di questo sistema di assiomi costruen- done un modello per mezzo di coordinate, essenzialmente riconducendosi alla non-contraddittorietà dei numeri reali. La geometria che si ottiene è un modello di geometria euclidea piana. Un modello sostanzialmente equi valente a quello di Hilbert è un qualunque piano euclideo, cioè un piano affine reale defìnito su un piano vettoriale euclideo (studiato nei corsi di Geometria I). Come è noto l'indipendenza degli assiomi della geometria euclidea è stata a lungo messa in dubbio, specialmente quella dell'assioma delle parallele rispetto agli altri. La questione fu risolta nella prima metà del secolo XIX con la scoperta da parte di N.I. Lobacevskjj e J. Bolyai di un modello della cosiddetta geolnetria non euclidea iperbolica. Successivamente Riemann costruì un modello di ge(J1netria non euclidea ellittica, che differisce sia dalla geometria euclidea che dalla geoll1etria iperbolica. In entrambe queste geon1etrie l'assioma delle parallele è sostituito da un altro. Nella geometria el1ittica esso è sostituito dal seguente: (IV)' Data una retta a e un punto A ft a, ogni retta passante per A interseca a. Un modello di geometria ellittica è costituito dalla sfera S2 in cui si prendono come rette le circonferenze massime. Poiché due circonferenze massime qualsiasi si intersecano, 1'assioma delle parallele non vale ma vale l' assioma (IV)'. In questa geometria valgono gli assiomi di incidenza, ma non quelli dell' ordine, perché le rette di questa geometria sono curve chiuse e quindi non è possibile decidere di tre punti allineati quale stia tra altri due. Una descrizione della geometria ellittica si trova in Hilbert e Cohn- Vossen (1990), a cui rinviamo il lettore per maggiori dettagli. Poiché nella geometria ellittica l' assioma delle parallele non è l'unico a non valere, essa non dimostra che tale assi orna è logicamente indipendente da tutti gli altri. Tale requisito è invece posseduto dalla geometria iperbolica, ncJla quale l' as- sioma delle parallele è sostituito dal seguente: (IV)" Data una retta a e un punto A (j. a, esistono abneno due rette passanti per A che non intersecano a. Un modello di geometria iperbolica è costItUIto dal semIpIano di Poincaré ).( nel quale le rette sono definite come le immagini delle geodetiche non costanti, e cioè le semirette verticali e le semicirconferenze di centro un punto dell' asse x; chiameremo queste curve rette iperboliche. Dati due punti distinti P, Q E }.I, esiste un'unica retta iperbolica contenente P e Q: se i due punti hanno la stessa ascissa allora sono contenuti in una stessa 
39 I Geometrie non euclidee 327 p \ \ \ \ '\ \ \ \ \ Figura 39. I semiretta verticale; se invece hanno ascisse diverse allora sono contenuti nella semicirconferenza di centro il punto dell' asse x ottenuto come intersezionc con la retta perpendicolare al segmento PQ e passante per il suo punto medio (fig. 39.1). È evidente l'unicità della retta iperbolica contenente P e Q e quindi gli assiomi di incidenza sono soddisfatti. La relazione di ordine è definibile in questa geometria e gli assiomi di ordine sono soddisfatti, come è facilmente verifica bile. Gli angoli iperbolici, i segmenti iperbolici, le semirette e i semi piani si defi- niscono in modo ovvio. Per definire le relazioni di congruenza tra segmenti e tra angoli procederemo in modo analogo al caso euclideo. Le relazioni di congruenza nel piano euclideo sono definite per mezzo delle congruenze, che costituiscono un gruppo di trasformazioni del piano. Nel semipiano di Poincaré le congruenze sono sostituite dalle isometrie di }!, che costituiscono un gruppo di trasformazioni di ).( denotato Aut(}!). La validità degli assiomi di congruenza si verifica per mezzo delle proprietà del gruppo Aut(}.(), come ora vedremo. Consideriamo il gruppo PSL 2 (R), che consiste delle trasformazioni T : ).( -+ ).( della forma seguente (in notazione complessa): T(z) = az + b cz+d l39.1 J dove a, b, c, d E R e ad - bc > O. 39.1 PROPOSIZIONE PSL 2 (R) è un sottogruppo di Aut(}.(). Dilnostrazione. Sia T E PSL 2 (R). Se z E }.(, cioè se z = x + iy, con y > O, allora cz + d =I- O e quindi T(z) E C è definito; inoltre: ( ) (az + b)(cz + d) (aczz + bd) + (adz + bcz) . T z = = = U + IV Icz + dl 2 Icz + dl 2 dove: _ (ad - bc)y O v - Icz + dl2 > . 
328 Geonletria differenziale di curve e supel:fici I Cap. 6 Quindi T(}I) C }I. D'a1tra parte si ha: T l ( w) = dw - b , w E }I -cw + a e quindi T()I) = }I e T è un diffeomorfismo di }I in sé. Per verificare che T è un'isometria di }I osserviamo che, posto dz = dx + idy si ha I(dz) = I(dx, dy) = dx 2 + dy2 = Idzj2 y2 y2 Poiché: dT dz ad - bc (cz + d)2 otteniamo (cfr. esempio 22.5(4»: dT ad - bc T*z(dz) = - d dz = ( d)? dz z cz + - e quindi: 2 ad - bc dz (cz + d)2 I(T*z(dz» = v 2 2 _ ad - bc dz (cz + d)2 Icz + dl 4 (ad - bc)2y2 = I(dz). Dunque T è un'is6metria, cioè T E Aut(}I). Il Poiché le geodetiche sono definite intrinsecamente esse sono mandate in sé da un'isometria. Segue da ciò e dalla proposizione 39.1 che ogni T E PSL 2 (R) manda rette iJ}erboliche in rette iperboliche. Per ogni Zo = Xo + iyo E ).( la trasformazione 1 Tzo(z) = - (z - xo) Yo appartiene a PSL 2 (R) e soddisfa: Tzo(ZO) = i. Pertanto Aut(}I) agisce transitivalnente su )I, perché per ogni Zo, zl E )I si ha: (T;i 1 . Tzo )(zo) = Zl. Sia () E R. La trasformazione: z + tg () S()(z) = l-ztg() 
39 I Geonletrie non euclidee 329 appartiene a PSL 2 (R), lascia fisso il punto i e induce sul plano tangente in l la rotazione di angolo (). Infatti si calcola facilmente che: dS ( ' ) _ iO dz l - e . Pertanto componendo opportunamente trasformazioni Tzo e Se vediamo che PSL 2 (R) agisce transitivamente sull 'insienle delle coppie (zo, lo) in cui Zo è un punto di ).( e lo una retta iperbolica. Segue che Aut(}.() agisce transitiva/nenie sul! 'insienle delle selnirette di ).(. Le trasformazioni di PSL 2 (R) sono le analoghe delle congruenze del piano euclideo che preservano l' orientazione. La trasformazione R(z) = -z lascia fissa lo. retta immaginaria e scambia tra loro i due semipiani x > O e x < O. Si verifica immediatamente che R E Aut(}.()\PSL 2 (R). COlllponendo R con gli elementi di PSL 2 (R) si ottengono elementi di Aut().() della forma: T(z) = a + b cz+ d con a, b, c, d E R tali che ad - bc < O, ognuno dei quali viene detto una riflessione ipe rhof ica. È evidente che le proprietà del gruppo Aut().() che abbiamo descritto implicano la validità degli assi orni di congruenza. L'assioma delle parallele è sostituito dall' assioma (IV)". Infatti si verifica in In odo elementare che, data una retta iperbolica l e un punto z rt. l esistono infinite rette iperboliche contenenti z e disgiunte da l. L'assioma (V)( l) dell' ordine afferma la possibilità di misurare i segmenti. Ciò è possibile mediante lo. nozione di lunghezza di una curva che è definita in una superficie riemanniana. La validità dell' assiorna (V)(2) è ovvia. Figura 39.2 
330 Geometria differenziale di curve e superfici I Cap. (j Quindi }I è un modello di geometria non euclidea ipcrbolica. Sappiamo che }I è isometrico al disco iperbolico D (cfr. esempio 33.6(2». Quindi anche D è un modello di geometria non euclidea iperbolica. In D le rette iperboliche sono le intersezioni con D delle circonferenze perpendicolari a S l (fig. 39.2). Come già osservato in precedenza, D e }I hanno una grande importanza con- cettuale perché dilTIostrano l'indipendenza logica dell' assioma delle parallele dagli altri assiomi, risolvendo un problema rill1asto in sospeso per molti secoli. Lo studio della geometria di D e }I è anche interessante indipendentemente da questo fatto perché si coJ1ega a problemi assai profondi in teoria dei numeri, in analisi complessa, nella teoria delle superficie di Riemann. Il lettore interessato a questi sviluppi può consultare ad esempio Berger (1980), ]ones e Singerman (1987), Lobacevskij (1994). Per un' esposizione elementare delle geometrie non euclidee rinviamo a Hilbcrt e Cohn- Vossen (1990) e Rees (1988). 
Capitolo 7 Integrazione sulle varietà differenziabili 40 Algebra multilineare Consideriamo uno spazio vettoriale V di dimensione finita, definito su un campo K che SUppOlTcmo di caratteristica O. Sia r > 1 un intero; un r-tensore (sottinteso covariante), o i'orlna r-lineare (o .fonna f71ultilineare di grado r) su V è un' applicazione: F : V r ----t K dcfinita sul prodotto cartesiano V r = V X . . . x V e a valori nel calupo K, che è lineare rispetto ad ognuno degli argomenti indipendentemente; in altre parole per ognI i = 1, . . . , r F soddisfa: F( v] , . . . , V i ], a Vi + a' V, V i+ I , . . . , V r) = = a F ( v J, . . . , v i " V i, V i+ I , . . . , V r) + a' F (v , , . . . , V i I, v, v i + h . . . , V r ) . . I v , K pel ognI v,,"',Vi I,Vi,V i ,vi+l,...,V r E , a,a E . Uno O-tensore è definito come una funzione costante V -+ K. Se r = l si ottienc la nozione di fonna lineare, o .funzionate lineare, F : V  K (cfr. Sernesi 1989, p. 133). Nel caso r = 2 F è una .fornla bilineare F : V x V  K (cfr. Sernesi 1989, p. 190). Il determinante det : K n ---+ K alI al2 al n a2I a22 a2n det(v}, . . . , v n ) = det an] a n 2 a nn ali dove v. = z è un esempio di n-tensore su K n . ani 
332 Integraz.ione sulle parietà d(fferenziabili I Cap. 7 L'insieme di tutti gli r-tensori su V si denota Tr(v). In particolare TO(V"') = K, e T I (V'"') = Y'" è lo spazio duale di V. La somma di due r-tensori F, C E Tr(v,",) è un r-tensore F + G che è definito come: (F + C)(v],..., v r ) = F(v] ..., v r ) + C(VI,'.., v r ) per ogni v] ..., v r E Y. È immediato verificare che F + C è r-lineare. 11 prodotto di un r-tensorc F per uno scalare a E K è un r-tensore aF che si definisce nel modo seguente: (aF)(VI...,vr)=aF(v]",.,Vr) per ogni VI,...,V r E Y. Si verifica subito che, dotato di queste operazioni, T r (Y"') è un K-spazio vettori aie in cui il vettore nullo è l' r-tensore identicamente nullo O : y r ---t K. Supponiamo che F E Tr(y"'), C E TS(Y"') siano rispettivamente un r-tensore e un s-tensore su V. Il prodotto tensoriale F @ G è l'(r + s)-tensore su V così definito: (F  C)(VI,..., V r , Vr+I,"', v r + s ) = F(vI,..., vr)C(Vr+I,..., v r + s )' Si verifica immediatamente che F @ C è (r + s )-lineare. In questo modo resta definita un' applicazione Tr(V"') x TS(V"') ---t Tr+s(V"') che gode delle seguenti proprietà: (F + Ff)  C = F  G + F f  C F  (C + C') = F  C + F  Cf l40. 1 ] (aF)  C = a(F @ C) = F @ (aG) (F @ C) @ H == F  (C  H) (proprietà associativa) per ogni F, F' E Tr(V"'), G, Cf E TS(V"'), H E Tt(V), a E K. Le verifiche sono elementari e vengono lasciate al lettore. Si osservi che in generale F  C =f G  F. Inoltre grazie alla proprietà associativa è ben definito il prodotto tensoriale F]   . . .  Fk di un numero finito qualsiasi di tensori Fl"." Fk; se Fi E T ri (V"') allora F]  . . .  Fk E Trl+...+rk(Y"'). Poniamo: T*(Y"') == EB r 2:o TT(V"'). 
40 j AIRebra multilineare 333 Dalle l40.1 J segue che con l'operazione di prodotto tensoriale T * (V) è una K-algebra associativa graduata, che si chiama algebra tensoriale di V'"". Un r-tensore F si dice decolnponibile se esistono 'P I, . . . , 'Pr E V = T I (V'"") tali che F = 'PI @ . . . @ 'Pr. In tal caso si ha: F(VI,"', v r ) = 'Pl(vd'P2(V2)... 'Pr(v r ) per ogni VI,.," v r E V. 40.1 DEFINIZIONE Un r- multiindice su n elel1zenti è un elel11ento I del prodotto carte siano {l,..., n }r, cioè è una r-upla ordinata I = (i I, . . . , i r ) di indici tali che l < i}, .. . , i r < n. Scrivere/no 111 = r. Dire/no I crescente se l < il < . . . < i r < n; ovvia/nente se I è crescente allora r < n. Sia {e l  . . . , e n } una base di V e sia {x I, . . . , xn} la base duale; ricordian1o che {XI,"" xn} è la base di V'"" definita dalle condizioni: Xi(ej) = 8ij; quindi, per ogni v = aie, + a2e2 + . . . + ane n SI ha: Xi(V) = ai. Per ogni scelta di un r-multiindice I = (i I, . . . , i r ) su n elementi possiamo considerare l' r-tensore decolnponibile xii @ . . . @ Xi r ' Pcr definizione si ha: (Xii @...  Xir)(VI,..., v r ) = ai l l a i 2 2'" airr se Vj = alje, + a2je2 +... + anje n , j = l,..., r. In particolare, se J = (Jt,... ,ir) allora: (Xii ...  xi )(ejl,ei."... ,ej) = { O se Ij.J [40.2] r J - r l se I = J. Denoteremo talvolta Xil' . ,@Xi r con il simbolo xi 1 i 2 ...i r , o ancora più brevemente con x I. Gli r-tensori della forma x 1 : j  . . . @ Xi r sono in numero di n r . Abbiamo il seguente risultato. 40.2 PROPOSIZIONE Fissata una base {e],..., e n } di V, e detta {x"..., xn} la base duale, i tensori {Xi I @ . . . @ Xi,. : 1 < i" . . . , i r < n} costituiscono una base di Tr(VV). In particolare dim(Tr(VV» = n T . DÙnostrazione. Siano F, G E T r (VV). Se per ogni r-multiindice I si ha F( ei I , ei 2 , . . . , ei,.) = G (ei I , ei 2 , . . . , ei,J [40.31 
334 bztegraziolle sulle varietà differenziahili J Cap. 7 allora, per la multi1inearità, segue che F = G. Pertanto, dato F E Tr(V''''), e posto G = L F( e 1 : 1 ,ei", . . . , ei )x I, III=r  r SI deve avere F = G, perché dalle [40.2J segue che le [40.3J sono soddisfatte. Quindi i tensori XI generano Tr(V'""). D'altra parte, se F = L alxI = O 111=r allora per ogni r-multiindice J si ha: 0= F(ejl' ci:."'" e}) = I / L , _ alxl(ejl"'" eJ) = aJ I -r e quindi gli x I sono anche lineannente indipendenti. 11I 40.3 DEFINIZIONE Un r-tensore F : V r -t K si dice alterno se per ogni coppia di indici i, j tale che I < i < j < r e per ogni scelta di (VI,..., v r ) E V r si ha: F( v I , . . . , Vi, . . . , v j, . . . , V r) = - F( V I . . . , V j, . . . , Vi, . . . , V r ) r 40.41 11 tensore determinante su K n è un esempio di n-tensore alterno. Ogni 1- tensore è alterno perché la condizione della defìnizione è soddisfatta banalmente. L r-tensore nullo su uno spazio V è alterno. Un prodotto scalare su uno spazio vettoriale reale è un esempio di 2-tensore che non è alterno. L'insieme di tutti gli r-tensori alterni su Y si denota t/V'"". È immediato vc- rificare che t/V'"' è un sotto,pazio vettoriale di Tr(v'""). Porremo l\ o V'" = TOy'" = K. Denotiamo con (J r il gruppo simmetrico su r elementi, cioè il gruppo del le permutazioni di {l,...,r}. Come d'uso, per ogni 7r E (Jr denoteremo con e(7r) il segno di 7r. Se F E T r (YV) e 7f E a r, possiamo definire un nuovo tensore F 7r E Tr(v"') ponendo F 7r (vr,..., v r ) ::: F(V1[(I),"', v 1r (r). 40.4 LEMMA (1) Sia F E I\rv. Se VI,..., v r E Y sono linear111ente dipendenti allora F(VI, . . . , v r ) = O. In particolare I\ryv = (O) se r > dim(V). (2) Un r-tensore F E Tr(v"') è alterno se e solo se F 7r = £(7r)F per ogni 7r E a r . [ 40.51 
40 I Algebra multilineare 335 Dill1ostrazione ( 1) L'ultima affermazione è ovvia conseguenza della prima. Per dimostrare la prima possiamo suppon'c, salvo riordinare i vettori VI  . . . , V r , il che non cambia la validità della conclusionc, chc si abbia V r = al V I + . . . + a r - l V r - I. Allora r - 1 F(VI,...,V r )=?= aiF(Vl".,Vr l,Vi). 1.=1 Poiché F è alterno si ha F(v]".,vr I,Vi)=O pcr ogni i= l...,r-l perché due dei vettori VI,..., V r -- I, Vi sono uguali; quindi F(VI,..., V r ) = O. (2) La condizione [40.4] è equivalente a F T = e(r)F per ogni trasposizionc r. Quindi se la condizione [40.5 J è soddisfatta allora F E !\rv"'. Se viceversa F E !\rv'" allora F T = e(r)F pcr ogni trasposizione r. Poiché F(7r o 7r') = (F7r)7r' per ogni 7r, 7r' E (J r, la l40.51 segue dal fatto che ogni permutazione è prodotto di trasposizioni. !Il Per ogni F E Tr(v"') definiamo un nuovo r-tensore Alt(F) poncndo AIt(F) =  2: e(1r)F 1r . r. 7rEa T Esplici tamcnte si ha: Alt(F)(v], . . ., v r ) =  2: e(1r)F(v 1r (IJ"'" v 1r (rJ)' r. 7rEa T Si osservi che l'ipotesi che K abbia caratteristica O assicura che r! =f O in K e quindi che questa definizione sia ben posta. 40.5 LEMMA (l) Alt(F) E !\rv'" per ogni F E Tr(V"'). (2) F E !\rv'" se e soLo se A1t(F) = F. In particolare Alt(Alt(G» = C per ogni C E Tr(V"'). (3) Alt è un'applicazione lineare suriettiva Alt : T r (Y"') --+ /\ry'" Dimostrazione (1) Poiché (C + H)7r = C1f + H'Tr per ogni C, H E Tt(V"'), 1f E (Jr, abbiamo: AIt(F)P =  2: e(1r)F 1r 'P = e(p)  2: e(1r' p)F 1r 'P = r. 1fEu T r. 1fEu T = e(p)  2: e(a )F" = e(p)Alt(F) r. u Eu T 
336 Integrazione sulle varietà dijJerellziahili I Cap. 7 e la conclusione segue dalla (2) del ICITIma 40.4. (2) Se Alt(F) = F, allora F E /\rv per (1). Se viceversa F E l'/V, al1ora: l  l  1 Alt(F) = ---, L e(1r)F 7r =, L e(1r)e(1r)F = ---, Cr!F) = F r. 7rEu r r. rrEu r r. (3) Che Alt sia un'applicazione suriettiva da Tr(v) a l'/v segue da (l) e (2). La verifica della linearità è lasciata al lettore. !Il Il prodotto tensoriale F @ G di due tensori alterni F E /\rv"', G E /\ sv'" non è alterno in generale. Per ovviare a questo inconveniente utilizziamo l'applicazione Alt definendo il prodotto esterno di F E I\rv e G E /\sv come l'(r + s)-tensore alterno F 1\ G := Alt(F @ G). 40.6 LEMMA Se F E Tr(v"'), G E TS(V"') e Alt(F) = O, allora Alt(F @ G) = Alt(G @ F) = O DÙnostrazione. Siano V],..., v r + s E V. Allora: Cr + s)! Alt(F @ G)(v], . . . , V r + S ) = = I: e(1r)F(v 1r (l),"', v rr (r)G(V 7r (r+lb v 7r (r+s). 1fEu r+s [40.61 Denotiamo con L1 il sottogruppo di (J r+s consistente delle permutazioni 8 tali che 8(r+ 1)=r+ 1,...,8(r+8)=r+s, cioè che lasciano fissi r + 1, . . . , r + s. Sia p E (J r+s e SIa 'p={8'p:8E} la classe laterale destra di L1 rispetto a p. Poniamo DI = p(v]), . . . , U r + s = p(v r + s ). Allora per ogni 8 E  si ha: e(8 . P)F(V(b.p)(I), .. . , V(6 o p)(r)G(V(8 o p)(r+I)' . . . , v(òop)(r+s) = = e(p)e(8)F(u6(!), . . . , U6(r)G(u r +1, . . . , U r + S ) 
40 I Algehra multilineare 337 e pertanto: L .s(7r)F(v 7r (l),"', v 7r (r)G(v 7r (r+l), . . . , v 7r (r+s) = 1rE.p = [ e(p) L e(8)F(Uc5(I)"'" U b(r) ] G(Ur+I,. .. , Ur+.J = bEl!1 [ 40.71 = e(p)r! Alt(F)(Ul,.", ur)G(Ur+h.", u r + s ) = O Poiché a r+s è unione disgi unta di classi laterali A. p, il secondo membro della [40.61 si scompone in un numero finito di sommatorie [40.7], e quindi è O: pertanto Alt(F @ C) = O. In modo simile si dimostra che Alt( C @ F) == O. Il 40.7 PROPOSIZIONE Il prodotto esterno gode delle seguenti proprietà: (l) (F + F') !\ G = F /\ C + F' !\ C (2) G !\ (F + F') = C !\ F + G !\ F' (3) (aF) !\ C = a(F !\ C) = F !\ (aG) (4) C /\ F = (-1 )rs F /\ C (5) (F /\ G) /\ H = F !\ (C !\ H) per ogni F, F' E !\rv"', C E !\ sV..., H E /\tV"', a E K. Dimostrazione. La dimostrazione delle (1), (2), (3) non presenta difficoltà ed è lasciata al lettore. (4) Siano V],..., v s + r E V. Allora: (C @ F)(v],..., v s + r ) = G(VI,.'., v.JF(vs+h"" v s + r ) = = F(Vs+I,.'" vs+r)G(VI,"., Vs) = (F  C)(VS+h..., V s + r , VI,.'.' VS) = = (F @ C)O" (v l , . . . , V s+r ) dove a E (Js+r è la permutazione (J(t) = s + I,... ,a(r) = s +r, (J(r + l) = l,... ,(J(r + s) = s. Pertanto, osservando che e(a) = (- 1 )rs, si ha: C!\ F = Alt(C  F) = Alt«F @ CYI) = e(a) Alt(F  G) = (_l)rs F!\ C. (5) Poiché Alt(F /\ C -- F @ G) = Alt(F /\ G) - Alt(F @ C) = F /\ C - F !\ C = O 
338 Integrazione sulle varietà differenziabili I Cap. 7 dal lemma 40.6 e dalla (1) segue che (F 1\ C) 1\ H - Alt(F @ C @ H) = Altr(F 1\ G) @ H - (F @ C) @ HJ = = Altl(F 1\ G - F @ C) @ H J = O Quindi (F 1\ G) 1\ H = Alt(F @ G @ H). In modo simile si dimostra che anche F 1\ (C 1\ H) = Alt(F @ G @ H) e la conclusione segue. .. Considerianlo la somma diretta * V "" r V "" 1\ := EBro 1\ . La proprietà associativa (5) implica che è ben definito il prodotto esterno Fl 1\ . . . 1\ Fr di un numero finito qualsiasi di tensori alterni F"..., Fr. Più in generale dalla proposizione 40.7 segue che rispetto al prodotto esterno 1\ *V"" è una K-algcbra associativa graduata, che si chiama algebra esterna, o algebra di Grassl1Ulnll, di V"". Supponiamo che <p\,..., <Pr E 1\ \ V'" = V"'. Dalla (4) della proposizione 40.7 segue che se l < i < j < r allora r v .., <p \ 1\ . .. 1\ <p j 1\ . .. 1\ <Pi 1\ . . . /\ <Pr :::: - <p l 1\ . . . 1\ <Pi 1\ . . . 1\ <p j 1\ . . . 1\ <Pr E 1\ . In particolare, se <Pi = <Pj per qualche i =1= j allora <p i 1\ . . . !\ <Pr = O. Più in generale, se <p \, . . . , <Pr E V'" sono IÙzear111ente dipendenti allora <p I 1\ . . . /\ <Pr = O. La dimostrazione è simile a quella della (1) del lemma 40.4 e viene lasciata al lettore. Vogliamo ora descrivere in modo più esplicito gli spazi I\ r v"'. 40.8 TEOREMA Sia {e\,...  e n } una base di V, e sia {x I, . . . , xn} la base duale. Allora per ogni r > 1 i tel1sori alterni {Xi l /\ . . . 1\ X 1 : r : l < i l < . . . < i r < n} [40.8 J 
40 I Algebra multilineare 339 costituiscono una base di /\rv"'. In particolare dim(/\TVV) = {  : ) se l < r < n se r > n + 1 DÙnostrazione. L'ultilTIa affermazione, riguardante la dimensione di /\rv"', se- gue dal fatto che gli r-multiindici crescenti su n elementi sono in numero di (n) sc 1 < r < n C non ce ne sono se r > n. r Se I è un r-multiindice in cui qualche indice è ripetuto, allora xii /\. . ./\ xi r = O per la (4) della proposizione 40.7 (cfr. lc osservazioni precedenti). Inoltre, sen1pre per la (4) della proposizione 40.7, se un r-multiindice J è ottenuto da un r- lTIultiindice I mediante una pern1utazione di segno e, allora X il /\ . . . /\ x 1'r = eXi l /\ . . . /\ Xi 1" Pertanto il sottospazio di /\ rv'" gcnerato dagli r-tensori alterni Xi I /\ . . . /\ xi r al variare di I tra tutti gli r-multiindici è uguale a quello generato dai soli tensori Xi I /\ . . . /\ x 1 : r rclati vi a r-multiindici crescenti, cioè dai tcnsori r 40.8]. Ciò premcsso, sia F E /\rv"'. Pcr la proposizione 40.2 esistono coefficienti ai,i 2 ...i, E K tali che F = IT ai,i 2 ...i,xi,i 2 ...i,' Pertanto F = A1t ( F ) = Alt ( La.. . x.. . ) = L a.. . A1t ( x" . ) = III=r 1,11,2."1,1' 1'11,2...1.1' III=r ZJ12'''1.1' 1. I 1.2...1. r = L ai l i?...i' Xi i /\ . . . /\ xi . I I I =r - r r Pcr quanto abbiamo premesso ciò dimostra che F è cOll1binazione lineare degli r-tensori [40.81, e quindi essi generano /\rv"'. Dimostriamo che i [40.8] sono linearmentc indipendenti. Sc I è un r-multiindice crescente e J è un r-multiindicc qualunque, allora Xii /\ ... /\ Xi1'(eil ..., ei1') = [Alt(Xi l i 2 ...i 1' )](ei\'.." eir) = =  L e ( 7r ) x" . ( e. e . ) r! 7rEa r 1. I 1.2 '''Zr )r.( l)' . . ., )..(1') . Quindi: { ] ::i:- xi, /\ . . . /\ Xi, ( e jl , . . . , e j) = or! se J è una permutazionc di I altrinlcnti Ciò posto, suppOnialTIO che si abbia: 0= L ajXil/\.../\Xir. III=r I crcsc. 
340 Integrazione sulle varietà d(/lerenziabili I Cap. 7 Allora, per ogni r-multiindice crescente J si ha o = L a/Xi, A... A Xi,(ej"..., ej) =  aJ r. e quindi tutti i coefficienti aJ sono nulli. !Il Si osservi che, in particolare, segue dal teorema precedente che dim(/\ n V"') = l e quindi ogni n-tensore alterno su V è multiplo del tensore x]/\. . ./\x n . Scopriremo tra poco qual è questo tensore. Pi ù in generale vogliamo renderei conto di come sono dcfiniti esplicitamente i tensori xii /\ . . ./\ xi r . Nei primi casi ciò è facile. Ad esempio, se r = 2, allora 1 x i I /\ X i 2 (v] , V 2) = "2 l x i I @ X i 2 - Xi 2 @ x i I .]( v I , V 2) = l 1 == "2 (ai,l ai2 - ai 2 ] ai l 2) = "2 aill ai l 2 ai 2 1 ai 2 2 dove Vi = aliel + . . . + a n1 :e n . In generale abbiaITIO il seguente risultato. 40.9 TEOREMA Siano <p],..., 'Pr E V'" e vI,..., v r E V. Allora: l 'P l /\ . . . /\ 'Pr (V j , . . . , V r) = , r. 'Pl(VI) 'P2(V I) 'P 1 (V2) 'P2(V2) 'Pl(V r ) 'P2(V r ) [ 40.9 ] 'Pr(V J) 'Pr(V2) 'Pr(V r ) Dil1lostrazione r!'PJ /\.../\ 'Pr(V',..., V r ) = r! Alt('Pj Q9... @ 'Pr)(V],..., V r ) = = L e(7r)'P1 @... @ 'Pr(V 7r (lJ,'.', V 7r (r) = 7rEa r = L e(7r)'P1 (V 7r (I». . . 'Pr(V 7r (r) = det('Pi(Vj». Il 7rEa r Dunque i] determinante è il tensore alterno fondamentale per mezzo del quale ogni altro si può esprimere. Ad esempio, se {e]  . . . , e n } è una base di V e {x I, . . . , xn} è la base duale allora l XI /\ . .. /\ xn(v,  .. ., v n ) = ,. det«aij» n. 
40 I Algehra mu[tilineare 34/ dove Vj ::: aJje] + a2je2 + . . . + anje n , j = 1, . . . , n. Più in generale, segue immedia- tan1ente dalla l40.9J che se V],..., v r E V e a]1 al2 al r a21 a22 al r A= a n I a n 2 a nr è la l11atrice delle loro coordinate, allora 1 Xii !\...!\Xir(V],...,v r )=, det(A]) r. dove abbiamo denotato con AI la sottomatrice quadrata di A costituita dalle righe 'lI, 'l2,..., "'1'. Sia L : V  W un'applicazione lineare di K-spazi vettoriali. Ad essa è associata un' applicazione lineare, detta trasposta di L: L * : W""  V'"' L*(ep) = ep' L per ogni ep E W'"'. Più in generale per ogni r > l 1'applicazione L r : V r  W r Lr(Vl,"', v r ) = (L{v]),..., L(v r » induce un' applicazione: L * : T r (W"')  71' (V'"') che ad ogni r-tcnsore F : W r  K su W associa la composizione F. £1' : V r  K; è immediato verificare che £ *(F) := F . L T è un r-tensore su V. È evidente che quest'applicazione è lineare e che induce un'applicazione lineare L * : (\rw,",  !\rv"'. Esplicital11ente, per ogni F E !\1'W"" si ha: [L*(F)}(Vl"", v r ) = F(L(v]),..., L(v r ». Le applicazioni L * sono cOlllpatibili con il prodotto esterno, cioè si ha: L *(F) /\ L *(C) = L *(F 1\ G) 
342 Integrazione sulle varietà d(fferenziabili I Cap. 7 per ogni F E /\rw, G E /\ sW. In altre parole le applicazioni L * definiscono un omomorfismo di algebre esterne: L * : /\ * W'"  /\ * V. La verifica è lasciata al lettore. 40.10 TEOREMA Se L : V  V è un'applicazione lineare, e dim(V) = n, allora L*(F) = det(L)F per ogni F E /\nv..... Di1nostrazione. Sia {e"..., e n } una base di V, e sia {XI,..., xn} la base duale. Poiché /\ n V è generato da x I /\ . . . /\ X n , sarà sufficiente dinl0strare che: L*(x] /\.../\ x n ) = det(L)xj /\ .../\ X ni ovvero che [L*(x, /\.../\ xn)J(v],..., v n ) = det(L)[x] /\.../\ Xn(V"... i V n )] per ogni v],..., V n E V. Applicando il teorema 40.9 trovialllo: X\(L(V1» x{ (L(V2» l x2(L(V1» x2(L(V2» = n! xn(L(v, » X n (L(V2» x,(vd XI (V2) l X2(V,) X2(V2) = "I det(L) n. xn(v, ) X n (V2) [L*(xI /\.../\ xn)](VJ,... i V n ) = [L*(xd /\.../\ L*(xn,)J(v"..., V n ) = x} (L(v n » x2(L(v n ») xn(L(v n » Xl(V n ) X2(V n ) Xn(V n ) = det(L) [x] /\ . . . /\ X n (v l , . . . , V n) J. 11I Esaminiamo ora il caso di uno spazio veuoriale euclideo, cioè di uno spazio vettori aIe reale V, che supporremo di dimensione finita, in cui è definito un prodotto scalare .. Diamo la seguente definizione. 
40 I Algebra mullilineare 343 40.11 DEFINIZIONE Sia n = dim(V), e sia {el"", e n } una base ortonorn1ale di V. Se V"..., v n E V, il volume n-dimensionale orientato di (v h.", v n ) è el e VI e, e V2 el e V n e2 e V I e2 e V 2 e2 e V n vol(v"..., V n ) = det((e 1 : e Vj» = e n e v, e n e V 2 e n e V n Il volume n-dimensionale (non orientato) di (V"..., V n ) è Ivol(vt,..., vn)l. Osserviamo che il volume orientato è definito per una n-upla ordinata di vettori. Se V"..., V n sono linearmente dipendenti, allora vol(v"..., v n ) = O, lTIentre se sono linearmente indipendenti VOI(VI,.", v n ) è un numero positivo o negativo a seconda che la base {v"..., v n } sia concordemente o discordemente orientata con {e" . . . , e n }. Nel caso n = l si ha Ivol(v,)1 = Ilv,ll. Se {x"..., x n } è la base duale di {el'''., e n }, allora, per la [40.9J: vol(vl, . . . , v n ) = n! x, /\ .. . !\ xn(v". .. , v n ). La definizione di vol(vI,..., v n ) dipende dalla base {e"... ,e n }: se si cambia base ortonormale il volume mantiene lo stesso valore assoluto, e cambia di segno se e solo se la nuova base è discordemente orientata con {el,..., e n }. In particolare, vol(v, , . . . , v n ) dipende solo da Il 'orientazione definita in V da {el...,en} c Ivol(v"...,vn)1 dipende solo dalla n-upla non ordinata V"...,V n . Questi fatti seguono facilmente dal teorenla 40.10, oppure dal seguente risultato, che consente di calcolare il volume orientato senza utilizzare la base ortonormale { e,  . . . , e n } . 40.12 PROPOSIZIONE Supponiamo assegnata una base ortol1orl1zale {el, . . . , e n } di V. Per ogni n-upla ordinata (VI,..., v n ) di vettori di V si ha: VI e VI VI e V2 VI e Vrz '/2 vol(vl,..., V n ) = cJ:. V det((Vi. Vj» = cJ:. V2 e VI V e V2 V2 e V n V n e V, V n e V2 V n e V n dove si deve prendere il segno pOSitlVO (negativo) se {v,  . . . , v n } è una base cOllcordefnente (discordel1zente) orientata con {el"..' e n }. Di1nostrazione. Abbiamo: VOl(VI,...  V n )2 = detct(ei e Vj) det«ei e vi» = det[t(ei e Vj)(ei e Vj))' 
344 Integrazione sulle varietà differenziabili I Cap. 7 Ora osserviamo che l'elemento di posto h, k della matrice t(ei . Vj)(ei . Vj) è: n  (Vh · ei)(ei · Vk) = (Vh · Vk) z=l perché {el,"" e n } è ortonornlale. Quindi t(ei. vi)(ei. vi) = (Vi. Vi) e segue che: vol(vl, . . . , V n )2 = dct((vi . Vj»' L'ultima affermazione riguardante il segno di VOI(VI,..., v n ) è un'ovvia conse- guenza della definizione. !Il Nel caso n = l la proposizione afferma che IIVlll2 = vol(vd 2 . È facile verificare che in R n con prodotto scalare standard Ivol(VI,"', vn)1 eguaglia il volume del parallelepipcdo determinato dai segmenti orientati applicati in un punto p che rappresentano i vettori V),..., V n (cfr. esercizio 2). Esercizi 1. Se VI,..., Vk sono k :; n vettori linearmente indipendentj di uno spazio vettoriale euc1ideo V allora è ben definito il volume k-dimensionale Ivol(VI,..., vk)1 conside- rando VI,"" Vk come elementi de110 spazio vettori aIe euclideo (VI,..., Vk). Se invece VI, . . ., Vk sono linearmente dipendenti poniamo VOI(VI,..., Vk) = O. Dimostrare che: ali al2 al n Ivol(VI, . . . , Vk)! = akl ak2 akn Wk+11 Wk+12 Wk+ln W n I 'W n 2 W nn dove le righe della matrice a secondo Inenlbro sono le coordinate rispetto a una base 01'- tonarmale {el,...,e n } di V dei vettori VI,...,V n , "'k+I,''',W n , essendo {Wk+l,''',W n } una base ortonormale di (VI"",Vk)..l tale che {VI,,,,,Vk, Wk+',''',w n } sia concor- delnente orientata con {el,"', e n }. 2. Dimostrare che in R rt con prodotto scalare standard Ivol(vl,..., vn)1 eguaglia il volume (nel senso della teoria della l11isura elementare) del parallelepipedo determinato dai segnlenti orientati applicati in un punto p che rappresentano i vettori VI,..., V n . 3. Supponianlo che V sia uno spazio vettori aie euclideo di dimensione 3 orientato. Dil110strare che Ivol(vi  V1)j = IlvI 1\ v211, dove VI 1\ V2 è il prodotto vettori aIe di VI e V2. 
41 I Varietà COI1 bordo 345 41 Varietà con bordo Per la teoria dell' integrazione è opportuno considerare oggetti geometrici che introdurremo in questo paragrafo, più generali delle varietà differenziabili, che chiameremo "varietà con bordo". Le varietà con bordo comprendono come casi particolari le varietà differenziabili; sono inoltre varietà con bordo gli intervalli chiusi di R e i dischi chiusi. Siano R e RL i selnispazi chiusi di R n , n > l, definiti da: R = {u E R n : un > O} R = {u E R n : Un < O} La frontiera di R e di R, cioè l' iperpiano coordinato di equazione Un = O, verrà denotata R - l . Sia U C R un aperto, e sia F : U  R una funzione. In accordo con la definizione data neI paragrafo 19 (p. 178), diremo F differenziabile di classe C(k) (k > l, oppure k = (0) se F possiede un'estensione di classe C Ck ) a un aperto di R n contenente U. Questa definizione di differenziabilità coincide con quella usuale se U è contenuto in R\ R l perché in tal caso U è già aperto n R n . Diren10 una applicazione F : U  R m diff'erenziabile di classe C(k) se le sue componenti sono funzioni differenziabili di classe CCk). Se U C R, V C R:n sono due aperti, un'applicazione F : U --t V è differenziabile di classe CCk) se lo è come applicazione a valori in R m . Se U, V C R sono aperti un diffe(J1norfismo di classe C(k) F : U  V è un'applicazione che possiede inversa G : V  U e tale che F e G siano differenziabili di classe C Ck ). Considerazioni analoghe alle precedenti possono farsi se si sostituisce R con R n . Nel seguito ci IÙniterel1lo a considerare esclusivalnenie funzioni e applicazioni differenziabili di classe C(OO); pertanto il termine "differenziabi1e" sarà d'ora in poi sinonimo di "differenziabile di classe C(OO)". 41.1 LEMMA Siano U, V due aperti di R (rispettivalnente di R) e sia F : U  V un dffeomorjisn1o. Allora F induce un diffeomor.fislno U n R - l   V n R l. DÙnostrazione. Consideriamo solo il caso di R. Sia G il diffeomorfismo inverso di F. U n R l e V n R - I sono aperti di R - l = R n l, e le restrizioni di F a U n R - l e di G a V n R - l sono differenziabili. Quindi sarà sufficiente dimostrare che F(U n R 1) C V n R - l G(V n R - l) C U n R l 12 
346 Integrazione sulle \'arictà d(lfercnziahili I Cap. 7 Dimostriamo la prilna inclusione. Supponiamo per assurdo che F(u) E V\ Vn n Rg , per qualche u E U n Rg '. Per definizione F possiede un' estensione differenziabile F a un aperto U di R n contenente U. La cOlnposizione F. G è l'identità in V\VnR -1 perché coincide con F.G. Pertanto G è un diffeo1110rfismo locale, e quindi manda un intorno W di F(u) in V\ V n Rg -] in un intorno C(W) di u in R n . Ma C(W) non è contenuto in R, e quindi non è contenuto in U, una contraddizione. La seconda inclusione si dimostra in modo simile. !Il Consideriamo uno spazio topologico X di Hausdorff a base numerabile. Una coppia (U, cpu) in cui U C X è un aperto e CPu è un orneomorfismo di U su un aperto di R, n > l, si dirà una n-carta locale con bordo in X. Due n-carte locali con bordo (U, cpu) e (V, CPv) in X si diranno dfferenziabibnel1te c0l11patibili se U n V = 0 oppure se U n V =f 0 c l'applicazione CPv . CPu' : cpu(U n V) -+ R è diffcrenziabile. La terminologia introdotta nel paragrafo 19 a proposito delle carte locali si estende in modo ovvio a questo caso. Parleremo in particolare di coordinate locali, aperti coordinatizzati, ecc. Un n-atlante d(fferenziabile con bordo in X è una famiglia di n-carte locali con bordo {(UÀ, CP)J} ÀEA tale che {UÀ} ÀEA sia un ricoprimento di X e le carte loca1i (U>.., cP >..) siano a due a due differenziabilrnente compatibili. Se in X è assegnato un n-atlante differenziabile con bordo diren10 che X è una n-varietà (d(fferenziabile) con bordo; diremo n la dÙllensione di X. Diremo che l'atlante assegnato definisce una struttura di varietà con bordo. Le nozioni di equivalenza tra n-atlanti dif- .ferellziabili con bordo e di atlante d(flerenziabile COll bordo 111assÙnaie vengono date come nel paragrafo 19. D'ora in poi utilizzeremo anche la dicitura a-varietà come sinonimo di "va- rietà con bordo". Parleremo anche di varietà senza bordo per riferirei a varietà differenziabili nel senso della definizione 19.3. Ne] caso n = I è opportuno ammettere nella definizione di l-varietà con bordo che le immagini delle l-carte locali siano aperti di R o di R' indifferente- mente, altrimenti avremmo difficoltà nella definizione di orientazione (cfr. esempio 41.4(1». Sia X una n-varietà con bordo. Il bordo di X è il sottoinsieme ax consistente dei punti x E X che sono controimrnagine di punti di Rg -- I rispetto a qualche carta locale (fig. 41.1). Nel caso in cui ax = 0 la varietà X è una varietà senza bordo di dimensione n perché la struttura di varietà in X è definita da un 11,- atlante differenziabile con bordo le cui carte locali hanno per immagine aperti di Rn, e quindi sono carte locali nel senso del paragrafo 19, e sono a due a due differenziabilmente compatibili. Viceversa se X è una varietà senza bordo, ogni sua carta locale può supporsi a valori in R\ R - " dopo aver1a eventualmente 
4/ I VarietlÌ con bordo 347 ax , \ \ \ \ \ \ \ \ I I I I- I I I I I I / ax x Figura 41.] composta con il diffcomorfismo: ç : R n -t R:\ R l ç( U l, . . . , Un) = (u l , . . . , Un l, e Un ) e quindi X è una varietà con bordo (il cui bordo è vuotO). Pertanto le varietà senza bordo sono casi particolari di varietà con bordo. R è un esempio di varietà con bordo, in cui l'identità di R in sé è una carta locale che costituisce un atlante; ovvimente aR = Rg l. Più in generale, se L : R n -t R è un' applicazione lineare affine non costante, per ogni c E R il sottoinsieme {u E R n : L( u) > c} è una varietà con bordo di dimensione n, il cui bordo è {u : L(u) = c}. Un aperto Y di una varietà con bordo X è una varietà con bordo della stessa din1ensione e ay- = Y n ax. 41.2 PROPOSIZIONE Se X è una a-varietà di di1nensiolle n allora ax, se non è vuota, è una varietà senza bordo di dÙnensione n - l. DÙnostrazione. Sia {(U À, 'P)J} ÀEA un n-atlante differenziabile con bordo in X. Sarà sufficiente far vedere che per ogni À, J.l E A l ( R 'f1- l ) U - l ( R n - l ) U 'PÀ o n J-L = 'PJ.l () n À, l41.1J cioè che se un punto x E X appartiene a ax come elernento di un aperto coordi- natizzato UÀ, allora x appartiene a ax rispetto a ogni altro aperto coordinatizzato a cui appartiene. Infatti una volta di mostrato questo fatto seguirà che per ogni .À E A la restrizione di 'PÀ a U À n ax è un omeomorfismo su un aperto di R ] c quindi che la famiglia {(U À n ax, 'P.x)} ÀEA è un (n - 1 )-atlante differenziabile in ax. La l41.11 è equivalente all'uguaglianza 'P J.l . <p A l [ 'P À (U.x n U J-L) n R - l ] = 'P J-L ( U À n U J.l) n R l la quale segue imlTIcdiatarnente dal lemma 41.1. Il 
348 Integrazione sulle varietà dijj'erenziabili Cap. 7 La definizione di a-sottovarietà di una a-varietà si può introdurre in modo analogo alla definizione 25.1 di sottovarietà. Lasciamo al lettore il compito di darne la formulazione. La nozione di funzione differenziabile F : X  R su una a-varietà X si dà come per le varietà senza bordo. Similmente si dà la nozione di 1110rfis111o f : X ----? Y di X in un' altra a-varietà Y, e quindi anche la nozione di diffeo111orfis111o tra due a-varietà. Se p E X denoteremo con £ (X, p) l'insieme costituito dalle funzioni differen- ziabili a valori reali definite in un intorno di p. Un vettore tangente a X in p è un' applicazione v : [(X, p)  R soddisfacente alle condizioni [21.11. L'insieme di tutti i vettori tangenti a X in p si chiama spazio tangente a X in p e si denota Tp(X). Le dimostrazioni del lemma 21.3 e della proposizione 21.4 si estendono alle varietà con bordo permettendo di concludere che Tp(X) è uno ,\pazio vettoriale di dimensione uguale a dim(X) per ogni p E X. Se p E ax al10ra Tp(aX) è un sottospazio vettoriale di codimensione l di Tp(X) (fig. 41.2). Se j : X  Y è un morfismo di varietà con bordo e p E X, il differenziale di f in p f*p : Tp(X) -t Tf(p)(Y) è l'applicazione lineare definita nel modo usuale: f*p(v)(F) = v(F . f) per ogni v E Tp(X), F E £ (Y, j(p». La proposizione 22.1 e il corollario 22.2 si estendono senza difficoltà. Se U è un aperto di R:, per ogni x E U n r(R\Rg I)] lo spazio tangente Tx(U) si identifica a R n nel modo usuale. Se x E U n R - l l'identificazione di Figura 41.2 
4 J I Varietà con hordo 349 Tx(U) con R n corrisponde alla base di Tx(U) costituita dalle derivazioni parziali {  (x), . . . ,  (X) } ; si deve però tenere presente che a a (x) associa a F E aUI 8u n _ ui E E(U, x) la derivata parziale a aF (x) di un'estensione F di F a un aperto (; di u. z R n contenente U (il lettore verifichi che questa derivata parziale è indipendente dall' estensione F di F). Lo spazio Tx(U n R I) è il sottospazio di Tx(U) che ha per base {  (x), . . . , a a (x) } . au 1 Un - 1 Se f : U -4 V è un morfismo di U in un aperto V di R, e x E Un[(R\R- I)], il differenziale f*x si calcola per mezzo della matrice jacobiana di f nel modo usuale. Se invece x E U n R - I, allora f*x si calcola per mezzo della matrice jacobiana di una qualsiasi estensione ] di f a un aperto (; di R n contenente U. Considerazioni simili possono farsi per aperti di R. Anche la nozione di calnpo vettoriale si estende senza cambiamenti al caso delle varietà con bordo. Nel seguito, salvo esplicita menzione contraria, parlando di un campo vettori aIe su una a-varietà X lo si supporrà sempre implicitamente differenziabile. 41.3 PROPOSIZIONE Sia X una varietà senza bordo e sia F : X -4 R un' ap- plicazione difJerenziabile. Se c E R è un va/ore regolare di F allora i so!toinsiel1li di X: {p E X: F(p) > c} = F I(lc, +(0» {p E X: F(p) < c} = F 1«-00, cl) se non vuoti, sono a-varietà il cui bordo, se 110n è vuoto, è F I (c). Dil11ostrazione. Sia n = dim(X). I sottoinsiemi F- 1 «c, +(0» e F 1« -00, c» sono aperti di X e quindi sono varietà di dimensione n. Supponiamo F- l (c) =I- 0. Dalla dimostrazione del teorema 26.2 segue che ogni punto p E F I (c) possiede un intorno coordinatizzato in cui 1'applicazione F è equivalente alla proiezione 7r : R n -4 R 7r(x) = Xn. Poiché l'enunciato è ovvio per la proiezione 7r, segue la conclusione. 11I La proposizione precedente pern1ette di costruire facilmente esempi di varietà con bordo. Ad esempio il disco chiuso D n = {x E R rL : Ilxll < l} 
350 Integrazione sulle varietà differenziabili I Cap. 7 è una varietà con bordo perché Dn=F 1«(-00,11) dove F : R n  R è l'applicazione F(x) = Ilx112. Similmente, le n-semi sfere chiuse S e S in R n + ' (cfr. esempio 5.4(2)) sono n-varietà con bordo. Per altri esempi rinviamo agli esempi 41.4 e agli esercizi alla fine del paragrafo. Una nozione importante che si estende alle varietà con bordo è quella di orientabilità. Supponiamo n > l. Un n-atlante con bordo in una a-varietà X si dice orientato se le carte locali che vi appartengono sono a due a due concordemente orientate, avendo questa nozione una definizione del tutto analoga a quella del paragrafo 23. X si dice orientabile se possiede un atlante orientato. Come nel paragrafo 23, sì definisce una orientazione su X. Se è orientabile, X possiede esattamente due orientazioni, che si dicono opposte. Una a-varietà X in cui è assegnata un' orientazione si dirà orientata. Una orientazione su una varietà di dimensione O è definita come la scelta di un segno, + l o - 1, per ogni punto della varietà, cioè come un' applicazione c : X ---t {l, -1 }. Assegnata un' orientazionc sulla a-varietà X, per ogni p E X resta assegnata un'orientazione sullo spazio tangente Tp(X) per mezzo della base { a1 (P),..., an (P)} di Tp(X), dove x I, . .. , X n sono coordinate locali in p. Siano X e Y a-varietà orientate della stessa dimensione n e f : X -t Y un diffeomorfismo. Supponiamo che le orientazioni di X e di Y siano definite rispettivamente dall'atlante orientato {(UÀ 'P>J}'\EA in X e dall'atlante orientato {(VJ.L' 1PJ.l)} J.lEM in Y. Diremo che f lnantiene le orientazioni se per ogni À E A e J.L E M la COIllposizione 1Pj.L . f . 'P 1 ha determinante jacobiano positivo in ogni punto in cui è definita. Supponiamo n > 2. R possiede un'orientazione naturale defInita dalle coordi- nate locali (UI" .. , un), che in ogni D corrisponde alla base {  (u), .. . , a 8 (D) } aUI Un di Tu(R). Si dcfinisce l' orientazione indotta da R su aR = R - 1 come (-I)n l' orientazione dcfinita dalle coordinate locali (u l, . . . , Un - d in R. l, cioè come l' orientazione di (u 1  . . .  Un - I) O l'opposta a seconda che n sia pari o dispari. Nel caso n = I converremo che l'orientazione indotta da R su {O} sia -l, lnentre l' orientazione indotta da R su {O} sia + 1. Queste definizioni, anche se possono sembrare a prima vista artificiose, hanno una motivazione geometrica e permettono di eliminare i segni dall' enunciato del teorema di Stokes (cfr. 45). Estendiamo ora questa nozione al caso di una varietà qualsiasi. Sia X una a-varietà orientata di dimensione n > 2 e supponiamo ax =f 0. Per ogni punto p E a X l'atlante orientato di X definisce coordinate locali (x l  . . .  xrJ in un intorno di p in X tali che (Xh.'., X n - d siano coordinate locali in un 
41 I Varietà con bordo 35/ intorno di p in ax. È facile verificare che al variare di p E ax si ottiene in questo modo un atlante orientato su ax: definiamo l' orientazione indotta da X su ax come (-1)n l'orientazione definita da questo atlante orientato in ax. In particolare vedianlo che se X è orientabi le anche a x lo è, cioè una varietà senza bordo che è bordo di una a-varietà orientabile è anch' essa orientabile. Per ulteriori chiarimenti sull'orientazione indotta sul bordo di una a-varietà rinviamo gli esempi 41.4 e agli esercizi 3, 4, 5. Su una varietà con bordo X una partizione dell' unità si definisce come nel caso delle varietà senza bordo, cioè come una famiglia di funzioni differenziabi1i {Pex : X --+ R}exEA a valori non negativi tale che: (a) La fal11iglia {suPP(PaJ} è localmente finita; (b) L Pa.(X) = 1 per ogni x E X. ex Se U è un ricoprimento aperto di X la partizione dell 'unità {Pa. }a.EA si dice subordinata a U se per ogni a E A esiste U E U tale che supp(Pa.) C U. Il teorema 29.3 che afferma l' esi stenza di partizioni dell' uni tà subordinate a un dato ricoprimento ape110 di una varietà senza bordo si estende con identico enunciato al caso delle varietà con bordo. La dimostrazione è la stessa; si deve solo sostituire al lemma 29.2 un analogo enunciato relativo ad aperti di R (cfr. esercizio 6). 41.4 Esen1pi 1. Sia J = la, bl C R un intervallo chiuso e limitato. J è una a-varietà l-di- mensionale e aJ = {a, b}. Supponiamo J orientato secondo il verso delle t crescenti, cioè dall'atlante orientato {(la, b), l,a), «a, b], Lb)}' dove La : la, b) --+ R, La(t) = t - a Lb : (a, b] ---t R, Lb(t) = t-b. Allora l' orientazione indotta da J su aJ è -1 su a e + 1 su b. Più in generale, se f : J  X è un diffeomorfismo di J su una l-varietà connessa con bordo, J induce, tramite f, un' orientazione su X corrispondente al verso di percorrenza secondo le t crescenti. L' orientazione indotta su ax è -1 nel punto iniziale f(a) e + l nel punto finale f(b) (fig. 41.3). 2. Supponiamo che X = A, dove A è un aperto connesso di R 2 tale che Fr(A) = Fr(X) sia una sottovarietà l-dimensionale senza bordo di R2; nella let- teratura X è spesso chiamato dominio a frontiera regolare. È facile verificare che X è una superficie con bordo tale che ax = Fr(X). L' orientazione natu- rale di R 2 induce un' orientazione su X, che in ogni U E X è definita dalla base { a (u),  (U) } . Qual è l'orientazione, cioè il verso di percorrenza, indotta da uUI aU2 
352 Integrazione sulle varietà diflerenziabili I Cap. 7 +1 f(b) f(a) -1 Figura 41.3 x su aX? Se T è il campo di versori tangenti a ax definito dall'orientazionc, e se N è il campo di versori nannali esterni a X, in ogni punto U E ax l'orientazione definita da {N(u), T(u)} è concorde con quella definita da { al (u), a2 (u) } (cfr. esercizio 5). La figura 41.4 si riferisce all'orientazione antioraria del piano, nel qual caso il verso di percorrenza di ax è quello illustrato con una freccia in ogni sua componente connessa. 3. Sia X = A, dove A è un aperto connesso di R 3 tale che Fr(A) = Fr(X) sia una superficie senza bordo di R3; anche in questo caso X è spesso detto dOlninio a ji"ontiera regolare di R 3 . Si verifica facilmente che X è una a-varietà di dimensione 3 tale che ax = Fr(X). L'orientazione naturale di R 3 induce un'orientazione di X, che induce un'orientazione della superficie ax. Questa orientazione è quella che corrisponde, nel senso del lemma 36.1, alla scelta del campo N di versori normali esterni a X. Infatti se x : U  ax è una para- metrizzazione di un aperto di ax, e se con le notazioni del lemma 36.] si ha N = Il Xu 1\ Xv Il ' ali ora l' orien tazione de fi ni ta sua x dalla base {xu, xv} è tale che xu !\ Xv in ogni punto p E ax la base {N, XU, xv} di Tp(X) sia concordemente orientata con la base canonica. E quindi, per l'esercizio 5, essa coincide con l' orientazione indotta da X. -------- Figura 41..4 
42 I Forme d(ffe renzia li 353 Lasciamo al lettore come eserCIZIO il compito di generalizzare la nozione di d0/11inio a fiYJl1tiera regolare di R11. e di estendere a questo caso le considerazioni che abbiamo fatto riguardanti l' orientazione indotta sul bordo. Esercizi 1. Sia X una varietà con bordo. DiITIostrare che ax è chiuso in X. In particolare se X è cOInpatta ax è una varietà senza bordo compatta. 2. DilTIOstrare che se X è una varietà con bordo e Y è una varietà senza bordo, allora il prodotto X x Y è una varietà con bordo e a(X x Y) = ax x Y. 3. Sia U E R( 1 e sia {e l , . . . , e n l} una base di Tu (R o -- l) che appartiene all' orientazione indotta da R. Dimostrare che la base {- an (u), el, .. ., e n l} di Tu(R:) è concor- demente orientata con la base canonica { a1 (u),..., an (U)}. 4. Sia p E 8X, dove X è una 8-varietà non necessariamente orientabile di dimensione n. Sia U C R: un aperto contenente O, e sia <p : U ---+ X un diffeomorfìsmo su un aperto di X (cioè l'inverso di una carta locale) tale che <p(O) = p. Nello spazio tangente Tp(X) l'iperpiano T p (8X) = <p*o(lh(RIT -- l» definisce due semi spazi chiusi, che sono <p*o(R:) e <p*o(R). I vettori di <p*o(R:)\T p (8X) si dicono interni a X, mentre i vet- tori appartenenti a <p*o(Rn)\Tp(aX) si dicono esterni a X. Ad esempio <P*o (  (O» ) 8u n è un vettore interno a X. DÌ1110strare che la definizione di vettore tangentc interno o estcrno a X in p non dipende dalla scelta del diffeomorfismo <p. 5. Sia X una 8-varietà orientata, e sia p E ax. Dimostrare che se {el,"., e n l} è una base di T p (8X) che appartiene al1'orientazione indotta da X su 8X, e se v E Tp(X) è una vettore esterno a X, allora {v,el,...,en-l} appartiene all'orientazione di X. 6. Sia V un aperto di R: e sia K C V compatto e non vuoto. Dimostrare che esiste una funzione differenziabile g : R: ---+ R a supporto compatto contenuto in V e a valori in lO, l] talc che g(u) = l per ogni u E K. 7. Sia X una ipcrsuperficie di R n + l . Dilnostrare che orientare X è equivalente ad assegnare un campo di versori normali ad X. 42 Forme differenziali L'integrazione sulle varietà differenziabili con bordo è resa possibile da una con"etta definizione di integrando". Le forme differenziali sono oggetti a prima vista piuttosto macchinosi definiti sulle a-varietà, che però forniscono appunto la giusta nozione di integrando. Come tra poco vedremo, esse permettono di dare n un significato a espressioni formali come ad esempio  !i(X)dxi, che intervengono 1,::::1 come integrandi nella definizione di integrale di Riemann in R n . 
354 Integrazione sulle varietà d(fferenziabili I Cap. 7 42.1 DEFINIZIONE Sia X una a-varietà differenziabile. Sia r > 1 un intero. Una r- forma differenziale (o forma differenziale di grado r) w su X è il dato w(p) di un r-tensore alterno sullo .\lJaZio tangente Tp(X) per ogni p E X. In altre parole w assegna un ele111ento w(p) E /\rlTp(X)"'l ad oglli p E X. Una Q-forma è una funzione su X a valori reali. Le operazioni definite tra tensori alterni si possono applicare in ogni p E X per definire operazioni tra forme differenziali. CosÌ, se w I, W2 sono due r-forme differenziali su X la loro SOl1llna Wl + W2 è definita COlne: (Wt+W2)(P)=WI(p)+W2(P) per ogni pEX mentre il prodotto cw di una r- forma differenziale su X per uno scalare c E R è: (cw)(P) = cw(p) per ogni p E X. Se W è una r-forma c  è una s-forma, allora SI definisce una (r + s)-forma w /\ ç ponendo: (w /\ ç)(p) = w(P) /\ ç(p) per ogni p E X. Come caso particolare di questa definizione si ha il prodotto Fw di una funzione a valori reali (una O-forma) per una r-forma, che è una r-forma. Si ha ovviamente: ç"/\ w = (_l)rs w /\ ç. [ 42.11 Una l-forma associa a ogni punto p E X un funzionale lineare w(p) : Tp(X)  R. Ad ogni funzione differenziabile F : X  R pOSSIamo assoCIare una l-forma dF che in p E X è il differenziale di F in p: dF(p) = F*p : Tp(X)  R dF è detta differenziale di F. Nel caso particolare di R n , o di un aperto U di R:', le funzioni coordinate UI, . . .  Un danno luogo alle l-forine dUI, . . . , du n , che in un punto U E U agiscono su Tu(U) = R n come proiezioni: dUi(U)(Xl, . . ., x n ) = Xi; cioè {dUI (D), . . . , dun(o)} è la base di (Tu(U)f duale della base canonica { a1 (D), . . . , an (D)}. Se I è un r-multiindice, poniamo du I = dUi I /\ . . . /\ dUi r ' 
42 j Forme differenziali 355 Otteniamo un r-forma differenziale su U. Dal teorema 40.7 segue immediata- mente la seguente proposizione: 42.2 PROPOSIZIONE Oglli r-jornza d(fferenziale w su un aperto U di R o di R n si può esprÙ11ere in lnodo unico conle: w = L l]dUI r 42.2] dove la sonuna è estesa agli r-111ultiindici crescenti I e le Il sono funzioni a valori reali su U. Se w è una }- forma sull' aperto U di R:, allora la sua espressione n W = L f 'du' . 1, 1, 1,=1 può essere calcolata facilmente tenendo conto del fatto che w ( aJ = E li [dUi ( aJ ] = li perché dUi (  ) = 8ij. Più in generale, se w è una r- forma su U, i cocfficienti aUj della sua espressione l42.2] sono dati dalla seguente formula: ( a a ) . . =w - ....- . l}) ...}r a ." a . U}l u Jr r 42.3 J Se ad esempio F è una funzione differenziabile a valori reali su U, il difTe- renziale dF ha la seguente espressione: n '-'F dF =  ? dUi 1,=1 aUi [ 42.41 perché: [dF ( ai ) ] (u) = F*u [ ( ai ) (u)] = :. (u) per ogni u E U. Un esempio importante di n-forma su un aperto U di R è la cosiddetta forma di volulne du 1 !\ . . . !\ dU n su cui torneremo più avanti. Sia f : X  Y un morfismo di a-varietà, e sia w una r-forma differenziale su Y. Definiamo una r-forma f*w su X ponendo: f*w(P) = (/*p)*lw(f(P»J 
356 Illtex ra ziolle sulle varietà differenziahili I Cap. 7 dove (/*p)* : A r [Tj(p)(Y)'"'1  Ar[Tp(X)V] è l'applicazione indotta da I*p (cfr. p. 341). Diremo I*w la r-j'orlna Ùnl1zagine inversa di w in X. Se r = O, cioè se w è una funzione su Y, allora f*w = w . f. Le seguenti fOflllule sono facili da verificare e le loro dimostrazioni vengono pertanto lasciate al lettore: f*(WI + W2) = f*Wl + f*W2 r 42.51 f*(w A ç) = (f*w) A (f*ç). Inoltre segue ilnrnediatamente dalla definizione che l'immagine inversa è com- patibile con la composizione di morfismi, cioè che se f : X  Y e g : Y  Z sono morfisrni di a-varietà e w è una T-forma su Z, allora si ha l'uguaglianza di r-forme su X: (g . I)*w = I*(g*w). Siano U C R, V C R:n aperti, e I : U  V un' applicazione differenziabile. Dette x l, . . . , Xm le funzioni coordinate in R m , C Il,,,,, I m le componenti di f, per ogni u E U il di fferenziale: f*u : R n  R m è l'applicazione lineare definita dalla matrice J I(u) = ( :; (U») , e l'applicazione lineare indotta: (I*u)* : (Rm)  (Rn) agisce come: (!*u)*rdxiCf(u»] =  a a li (u)duj(u) = d!i(u), } Uj perché è definita dalla matrice t J f(u). Quindi, per la [42.4]: * d  a li f x. = L - du . = d i - z . a J Z. } Uj Segue dalla seconda delle [42.5 J che per ogni r-multiindice I f*dxf = dl l (= d/ il A . .. A d/ ir ) 
42 I Forme differenziali 357 e quindi applicando le [42.5] per una qualunque r-forma differenziale w = L aldxI su V si ha: f*w :::: L (/* al )dI I . r 42.6] Il risultato seguente descrive l'immagine inversa della forma di volume rispetto a un diffeomorfismo. 42.3 PROPOSIZIONE Siano U, V aperti di R () di R n , e sia I : U -+ V un diffe 0111 O rfiS1110. Allora: f*(dui !\ . . . !\ dunJ = det(J f)dul 1\ . . . !\ du n . DÙnostrazione. Per la [42.6 J abbiamo: I*(dul !\ . . . !\ dun)(u) = d/ l (u) !\ .. . !\ dln(u) = = [1 : (U)dUj(U)] !\ . ..!\ [1 :: (U)dU/U)] = = dct(J f(U»dul (u) /\ . . . !\ dUn(u) dove l'ultima uguaglianza è conseguenza del teorema 40.10. !Il Una r-.forl1lQ differenziale w su un aperto V di R: si dirà difJerenziabile (sottinteso di classe C(OO) se nella sua espressione r 42.2] le funzioni f I sono di fferenziabili. Sia X una a-varietà differenziabile di dimensione n, e sia w una r-forma differenziale su X. La forma differenziale w si dirà difJerenziabile se per ogni morfismo cP : V -? X da un aperto V di R che sia un diffeomorfismo su un aperto di X la forma differenziale <p*w su V è diffcrenziabile. Perché w sia differenziabile è sufficiente che la condizione sia verificata rispetto agli inversi delle carte locali di un atlante differenziabile {Uj,CPj}jEJ, cioè che (cp: 1)*W sia differenziabile per ogni j E J. D'ora in poi cOllsidererelno soltanto fonne differenziali diff'erenziabili, e pertanto parleremo di forme differenziali sottintendendo l' aggettivo differenziabile". Se X è una a-varietà differenziabile e w è una r-forma differenziale su X, il supporto di w è la chiusura dell'insieme dei p E X tali che w(p) #0. Quindi il supporto dì w è un chiuso, che denoteremo supp(w). 42.4 PROPOSIZIONE Una a-varietà differenziabile X di dÌ1nensione n è orien- tabile se e solo se possiede una n-for-,na differenziale ovunque non nulla. Din1ostrazione. Supponiamo che w sia una n-forma differenziale ovunque non nulla su X. Sia {(U,\,CP'\)}'\EA un atlante su X. Per .À E A si ha in U,\: (cp,\)*(du, /\ . . . /\ du n ) = F,\w 
358 Integrazione sulle varietà diflerellziabili I Cap. 7 per un' opportuna funzione differenziabile F). su U). ovunque non nulla. A meno di sostituire la funzione coordinata Ul con -u] possiamo supporre che F).. sia ovunque positiva per ogni À E A. Ma allora per ogni À, J.l E A la funzione (se definita) 'PJ.L . 'P). I : 'P).(U). n UJ.L) -+ R trasforma la forma di volume dUI !\ . . . !\ dU n in un suo multiplo positivo. Per la proposizione 42.3, det(J('PJ.L' 'P I» > O, e quindi {(U)., 'P).)} è un atlante orientato. Viceversa supponiamo che X possieda un atlante orientato {(U)., 'P),)} ).EA' Allora ('P/-l' 'P). l)*duI /\...!\ dU n = J).J.L du l!\.'.!\ dU n dove J).J.L è una funzione ovunque positiva su 'P).(U). n UJ.L)' Quindi su U). n uJ.L: <,o:du, !\...!\ dU n = ('PJ).J.L)'Pdul /\...!\ dU n [42.71 dove ('PJ).J.L) è una funzione positiva in U). nuJ.L. Poniamo w). = 'Pdu,!\,. .!\du n per ogni À E A e definiamo w = L p).w)., dove {p). : U). -+ R} è una partizione ). dell'unità subordinata al ricopri mento {U).}. Per la [42.7J in ogni punto p E U). w(P) è somIna di multipli positivi di w). (P), e quindi w(P)=j:.O. Dunque w è ovunque non nulla. Il Dalla dimostrazione della proposizione 42.4 segue che assegnare una orienta- zione su una a-varietà X di dimensione n è equivalente ad assegnare una n-forma differenziale ovunque non nulla su X, e quindi per orientare X occorre e basta scegliere una forma differenziale siffatta. Ad esempio l' orientazione standard su R n corrisponde alla scelta della forma di volume dUI !\ . . . /\ du n , mentre l'orien- tazione opposta alla scelta della forma differenziale -du] /\ . . . /\ du n . Altri esempi ed applicazioni di questo risultato verranno dati nei prossimi paragrafi. Esercizi 1. Dimostrare che se U è un aperto di R n , F: U  R è una funzione differenziabile e v E Tp(U) per qualche p E U, allora dF(p)(v) = v(F)p 2. Sia f : X  Y un morf1snlo di a-varietà differenziabili e sia F : Y  R una funzione differenziabile. Dimostrare che: f*(dF) = d(f* F). 
43 l Integrazione sulle varietà COI1 bordo 359 43 Integrazione sulle varietà con bordo In questo paragrafo introdurremo la nozione di integrale su una a-varietà differenziabile: ciò si otterrà riconducendosi aH' integrazione nello spazio euclideo per mezzo di carte locali. Mentre nello spazio euclideo si può parlare di integrale di una jill1zione, ciò non è possibile in una a-varietà qualsiasi, dove parleremo invece di integrale di una !or111a d(fferenziale. Il IDOti vo di ciò emergerà tra poco. La definizione di integrale che adotteremo in R n è quella di Riemann: per essa e per le sue principali proprietà rinviamo a un testo di Analisi Matematica. Un risultato importante riguardante l'integrazione in R n è la cosiddetta .fonnula del cal1zbianlento di variabili, che può enunciarsi nel modo seguente. 43.1 TEOREMA Sia 1 : V  U un diffeomor.fisl1Z0 tra due aperti di R n , e sia F una .funzione integrabile su U. Allora: f Fdxl... dXn = f (F . nldet(J n\ dYI . . . dYn. U V [43.1 J Un enunciato analogo sussiste se U e V S0110 aperti di R. In questa formula abbiamo denotato con x I  . . . , X n le variabili correnti in U, e con YI,..., Yn quel1e in V; inoltre le scritture Fdxl'.' dXn e CF'. l)jdetCJ 1)1 dYl . . . dYn denotano gli integrandi nella usuale notazione utilizzata nella teoria dell'integrazione in uno spazio euclideo. La l43.1) afferma che se si effettua il calDbiamento di variabili determinato da f la trasformata F. f della funzione integranda F non è la funzione integranda rispetto alle nuove variabili: la nuova funzione integranda è invece CF. f)ldetCJ 1)1. Il fattore IdetCJ 1)1 serve a compensare la distorsione intìnitesimale di volume operata da f. Se U è un aperto di R n o di R e F : U  R una funzione differenzia bile, considerialDo la forma differenziale su U: w = Fdx l 1\ . . . 1\ dXn. Se F è integrabile su U (ad esen1pio se F ha supporto compatto in U) pOSSialTIO definire l'integrale di w esteso ad U come ! w := f Fdx]... dXn. U U Se V è un altro aperto di R n o di R e 1 : V  U un diffeolDorfìsmo, per Ja proposizione 42.3 si ha: f*w = (F . f) dct(J I)dy, 1\ . . .1\ dYn 
360 Integrazione sulle varietà d(fferenziabili I Cap. 7 e quindi dalla [43.1] deduciamo la formula: J w =  J j*w U v 143.2 ] dove si è supposto che det(J f) abbia segno costante, e il segno a secondo membro è positivo o negativo a seconda che det(J f) sia ovunque positivo oppure ovunque negativo su V, cioè a seconda che il diffeomorfìsmo f mantenga J' orientazione oppure no. La formula [43.2J riesprime la r 43.11 in modo più semplice e naturale. Ciò è dovuto alla proposizione 42.3, cioè al fatto che tramite un diffeOlTIOrfismo una forma differenziale si trasforma, a meno del segno, nello stesso modo in cui si trasforma un integrando. È questa proprietà che rende le forme differenziali gli oggetti più naturali da utilizzare come integrandi e che permette di estendere la definizione di integrale alle a-varietà orientate. Vediamo in che modo. Sia X una a-varietà differenziabile di dilllensione n orientata, {U a, 'Pa} aEA un atlante orientato per X c sia w una n-forma differenziale a supporto COlnpatfo su X. Se supp(w) è contenuto in U a per qualche o: E A pOnialTIo: ! w:= ! (<pI)*W X 'PaCU Q ) [43.3 ] Se invece questa condizione non è soddisfatta consideriamo una partIZIOne dell'unità {Pa }aEA subordinata al ricoprÌ1TIento {Ua}aEA. Per ogni D: E A la forma differenziale PaW ha supporto compatto contenuto in U a. Possiamo quindi porre: ! w:= I: ! PaW aEA X X [43.41 Il risultato seguente assicura che la definizione [43.4] è ben posta. 43.2 PROPOSIZiONE La definizione 143.41 dell'integrale ! w è indipendente x dall'atlante orientato {U(x, 'Pa} che definisce !'orientaziol1e di X e dalla partiziol1e dell 'unità {Pa}. DÙnostrazione. Sia {V,B, 1/;,8} ,BEn un atlante orientato che definisce la stessa orientazione di {Ua,'Pa}, e {(J,8},8EB una partizione dell'unità subordinata al ri- coprì mento {Vfi}' Osservando che sUPP(Pa{J fJw) C U a n VfJ per ogni 0:, (3 tali che U O! n V,8 =I- 0 si ha: ('PO! .1/;,BI)*[('PI)*(pO!(J,Bw)] = (1/;,Bl)*(Pa(J{3W) 
43 I Integrazione sulle varietà CO/1 bordo 361 e pertanto, poiché 'PO'. c 1/;fJ sono orientate concordemente: f ('P a' )*(Pa(J (3w) = f ('P 1)* (Pa(J (3w) = 'Pa cU o:> 'P(.I'(uunVrd = f 1j;{3(U Q nVr;) ('Pa' 'ljJfi')*r('Pa 1 )*(Pa(J(3W)] = f ('ljJfi')*(Pa(J(3w) = 1/J {1 ( U a n V{3 ) = f ('ljJ /3 ' )* (Pa(J (3w), 1/J{3(V a ) Poiché L Pa = l e L (J fJ == ], sfruttando la linearità dell' integrale In R n SI aE A fJEB ha:  f ('Pal)*(PaW)= f 'Pa(U 0:) 'P (){(U(){ ) L ('PI)*(pQ(J,8w) = fJ = L f ('PI)*(pO'.(J(3w) = L f ('l/JI)*(pQ(Jj3w) = afJ afJ 'Pa(U a ) 1/Jr,(V{3) = L f L (1/;(1')*(Pa(JfJw) = L f ('l/Jfil)*«(JfJW), Il fJ Q fJ 1/J{3() 1/J{3() È facile verificare che l'integrale su una a-varietà orientata X gode delle se- guenti proprietà f (Wl + W2) = f Wl + f W2 X X X f (cw) = c f W X x comunque si prendano n-forme differenziali a supporto compatto Wl e W2 e c E R. L Si tenga presente che l'integrale J W dipcnde dall'orientazione di X. Segue X, immediatamente dalla [43.2] che _s.e_. L.._çJ!m..9j l'Qrienazione di K l'integale cambia ,di segno. Più precisamente, la [43.2J ha la seguente generalizza zio ne. 43.3 PROPOSIZIONE Se X e Y sono a-varietà differenziabili COllnesse orientate di dinlensione n, e f : X ---t Y è un diffe()Jnor.fi.\'1no, allora per ogni n-fonna differenziale W a supporto C0l11patto su Y si ha: f j*w =  f W x y 
362 Integrazione sulle varietà d(ffèrenziabili Cap. 7 dove il .",egno a secondo lne11'zbro è positivo o negativo a seconda che il diffeo- 1110rfis111o f l1lantenga l' orientazione oppure no. La din1ostrazione è un facile esercizio e viene lasciata al lettore. Una r-forma differenziale w, con r =f n, su una a-varietà X di dimensione n non può essere integrata; ma se si ha un morfismo f : Y  X da una 8- varietà r-dimensionale orientata Y si può considerare l'immagine inversa f*w e integrare questa forma differenziale su Y. In particolare possiamo considerare una 8-sottovarietà orientata Y di X di dimensione r e integrare la restrizione di w a Y. Le applicazioni più immediate dell'integrazione sulle a-varietà si hanno al calcolo di lunghezze, aree e volulni. Negli esempi che seguono esamineremo brevemente questo aspetto. 43.4 Ese111pi 1. Se X è un insieme finito, cioè una varietà compatta di dimensione O, e : X  {:f: l} è una orientazione di X, e F : X  R una funzione su X, interpretata come una O-forma differenziale, si ha: J F = L e(x)F(x). xEX X 2. Sia U un aperto lin1itato di R n . Allora si ha: J dUI 1\ . . .1\ dUn = mis(U) u dove mis(U) è la misura di U nel senso della teoria dell' integrazione secondo Riemann. Ciò giustifica 1'aver chiamato du l !\. . .!\ dUn "forma di volume standard". 3. Sia C C R n una varietà l-dimensionale con bordo orientata, immagine diffeo1110rfa di un intervallo chiuso e limitato J: o: : J  R N . La l-forma differenziale ç su C definita come: ç(p)(v) = vol(v) = v . t per ogni v E Tp(C) p E C deve t = Il:::;II ' è detta forma di lunghezza su C. La sua immagine Inversa su I è: o:*(ç) = V (o:D2 + . . . + (Q;)2 dt l43.5 ] 
43 l Integrazione sulle varietà COI1 bordo 363 e L(C):= f ç= f a*(ç) = f "; (a)2+...+(a)2dt C J J è la lunghezza di C, come è stata defìnita nel paragrafo 30 (p. 252). Per verificare la [43.5] si osservi che: a*(ç) ( :t ) =ç (a* ( :t )) =a* ( :t ) .t= "; (aD2+...+(a)2. Nello stesso modo si defìnisce la lunghezza di una l-varietà compatta Im- magine di un morfìsmo o: : [a, bJ  R N tale che a(a) = o:(b) (ad esempio una circonferenza) . 4. Sia X C R N una a-varietà orientata relativamente compatta di dimensione n, e sia ç la n-forma differenziale su X definita da: (P)(Vl, . . ., v n ) = VOI(VI, .. ., vn) per ogni VI,. . . , v n E Tp(X), p E X, dove il volume è calcolato rispetto al prodotto scalare standard di R N e all' orientazione di X.  si chiama jornla di volu111e su X e l'integrale f ç è il volume di X, indicato con val(X). Se U C R n è un x aperto e x : U  X è una parametrizzazione di un aperto di X, si ha x*(ç) = "; det((x u , . xu))dui !\ ...!\ dUn dove abbiamo denotato X U1 = x* ( a, ) = ( ::1, ' :: ' . . ., :: ) . z 'l. Z Z Si osservi che: (x u ! . x u }) = l(JX)Jx e quindi x*(ç) = y' det(l(Jx)Jx)dul !\ ...!\ du n . [43.6J Nel caso n = ] riotteniamo la .forn1Q di lunghezza definita nell'esempio prece- dente. Nel caso n = 2 parlerenlo di fonna di area e di area della superficie X, indicata con A(X). 
364 Integrazione sulle varietà dijferenziabili I Cap. 7 5. Sia S una a-superficie relativamente compatta di R 3 . Se x : U  X è una parametIizzazione di un aperto di X allora: x*() = V EG - F2 du !\ dv, dove E, F, G sono i coeffìcienti della prima forma fondamentale su X, e quindi l'area dell'aperto x(U) di 1..9 si calcola nlediante l'integrale [33.7]. 6. Sia F : U'  R una funzione differenziabile definita in un aperto limitato U C R 2 , <I> : U  R 3 <P( u, v) = (u, v, F( u, v») la corrispondente parametrizzazione di Monge e sia X = <I>(U) C R 3 il grafico di F. Poiché J<I> = l O o l Fu Fv SI ha A(X) = f V I + FJ + FJ du !\ dv. u 7. Per calcolare in pratica il volume di una a-varietà compatta o relativamente cOlnpatta X di R N , o pi ù in generale per integrare una forma differenziale w su X, è sufficiente avere a disposizione una parametrizzazione f : U  X la cui imnlagine sia un aperto il cui complementare abbia volume n-dimensionale nullo (ad esempio sia una sottovarietà di dimensione minore di n) e integrare l'in1n1agine inversa f* o f*w su U. Ese..cizi 1. Dilnostrarc che nel caso in cui X è un aperto lilnitato di R N la fonna di volume  introdotta nell' csenlpio 43.4(4) coincide con la fonna di volume standard. 2. Sia X una ipersuperfìcie relativamente conlpatta e orientata di R n + 1 e sia N = = (N 1 , . . . , Nn+d il campo di versori nonnali che definisce l'orientazione di X. Dimo- strarc che la [orIna di volume  su X ha la seguente espressione: n+l ç = I:: ( -1 )i+ l N 1 "dx l 1\ . . . 1\ dXi -- l 1\ dx z + l 1\ . . . 1\ dx n + l. i=! 
44 I Differenziazione esterna 365 3. Dimostrare che la forma di volume sulla sfera sn di R n + l orientata dalla normale esterna è n+l ç = L (-I)i+lxidxI /\... /\ dXi 1/\ dXi+l/\'" /\ dX n +l. i=l 4. Calcolare l'area della sfera S (O, r) di centro l'origine e raggio r di R 3 . 5. Calcolare l'area della superficie Z =  (u 3 / 2 + v 3 / 2 ), dove (u, v) varia nel triangolo aperto detenllinato dalle rette u = O, v = O, u + v = 3. 6. Calcolare l'area della finestra di Viviani, che è la a-superficie di R 3 contenuta nella sfera di equazione X 2 +y2+Z2 = r 2 ed interna al cilindro di equazione X 2 +y2_ r X = O, dove r > O. 7. Sia w la l-forma differenziale su R 2 \{0}: w(x, y) = ( 2 -y 2 ) dx + ( ") x 2 ) dy. x + Y XL. + Y Calcolare f w. dove X è una circonferenza di centro l'origine e raggio r, orientata x dalle normali esterne. 8. Sia S una superficie senza bordo compatta e orientata di R 3 . L'integrale K:(S) = f K s dove K : 8  R è la curvatura gaussiana di S, si chiama curvatura totale di S. Dimostrare che la curvatura totale di una sfera S(p, r) di centro un punto p e raggio r > O è 47r. 44 Differenziazione esterna Le forme differenziali possono anche essere differenziate, oltre che integrate. Lo abbiamo già visto nel caso delle O-forme, perché abbiamo definito un l-forma dF per ogni funzione differenziabile F : X  R su una a-varietà X. Per estendere questa operazione a tutte le forme differenziali iniziamo dagli spazi euclidei. Sia U un aperto di R n (o di R) e sia w = L f/du] una forma / differenziale di grado r su U. Definiamo il differenziale esterno (o derivata esterna) di w come la (r + I)-forma differenziale su U: dw = L d!] /\ du/. I 44.1 PROPOSIZIONE La derivata esterna di forme differenziali su un aperto U di R n (o di R:') gode delle seguenti proprietà: 13 
366 Integrazione sulle varietà differenziabili I Cap. 7 (a) d(Wl + W2) = dWI + dW2 (linearità) per ogni coppia di T-fonne Wl e W2 su U; (b) d(w!\ () = (dw)!\ 0+ (-l)r w !\ (dO) per ogni T-forma W e s-forma O su U; (c) d( dw) = O per ognI T-forma W su U. Dinlostrazione (a) è ovvia. Cb) Per la (a) è sufficiente dimostrare la (b) nel caso: W = aili2...irduil !\...!\ dUir, 0= bid2...jsduil !\... /\ du}. Abbiamo d(w !\ O) = df ai I i 2 ...i r bid2...is dUi I !\ . . . /\ dUi r !\ du i\ !\ . . . !\ du}] =  ( 8a" . - L- 111,2... 1, r b.. . +a" . - h=l 8Uh )]J2...}s 1]12", 1, r 8b.. . ) }1J2...Js aUh dUhAdui, A. . . Adui, AdujJ A. . .AduJ = ( n ) 8a" . = E :." dUh A . . . A dUi, A bj,j2...j, dUj, A... A dUJ + +( -lr ai, i 2 ...i, dUi, A . . . A dUi, A (E ab'hj, dUh A dUj, A . . . A dUj,) = = (dw) !\ O + (_1)r W /\ (dO). (c) Si ha: ( n 8f ) dw = L dl I !\ dUI = L  a  dUi /\ dUI I I 1,= l U z e d(dw) =  E ( ::j dU J ) A dUi A dUj. Ma poiché a 2 II 8u'u' l } a 2 Il = aUiUi e du . !\ du' - -du. /\ du . } 1, - I } i termini della somma precedente si cancellano a due a due. !Il 
44 I }Jiflerenziaziolle esterna 367 Per estendere la definizione di derivata esterna alle a-varietà SI utilizza il seguente risultato: 44.2 PROPOSIZIONE Sia 1 : V  U un diffeonlorfisnzo tra due aperti di Rn (o di R) e sia w una r-forma differenziale su U. Allora si ha l'identità di (r + 1 )-j'orlne differenziali su V: d(/*w) = I*(dw). !Jinlostrazione. È suffìciente dimostrare la proposizione nel caso: w = a£,i2...irduil !\... /\ dUir' Chiamando x l , . . . , X n le coordinate correnti in V si ha: d(f*w) = d(f*(ai 1 i 2 ...i r )dfi l 1\ .. . !\ d/ ir ) = n " a ( a" . . I) = L ZIZ2... Z r dXh /\ dfi l /\ . . . /\ d/i r ' h= l a x h D'altra parte: f*(dw) = f* (È aa;:..i, dUk A dUi, A . . . A dUi') = n ( ) aa" . = L f* "2."" dfk A dfi l A . .. A dli, = k=l uk = t ( /* ( aaili2...ir ) t a fk d Xh ) !\ d/il 1\ . . . /\ d/ ir = k=l aUk h=] aXh = ( t ( t f* ( aaili2...ir ) a fk ) d Xh ) !\ d/ il !\ . . . !\ d/ ir = h=1 k=l BUk aXh n = L a(ai,i 2 ...i, . f) dXh A dfi A... A d!i = d(f*w). . h=] a x h I r Ora possiamo definire la derivata esterna di una r-forma differtnziale w su una a-varietà qualsiasi X. La definizione verrà data localmente nel modo seguente. Sia ep : U -4 R una carta locale in X, e definiamo dw su U come cp*[d(ep- I*W)]. Se 'ljJ : V  R è un' altra carta locale in X, poniamo f = 1/J . ep I : <p(U n V)  R. 
368 Integrazione sulle varietà d(fferenziabili I Cap. 7 Allora: f*[d(1P- I*W)] = d[f*(1P I*W)J = d[1P- 1 . f)*wl = de'P l*w) e quindi su U n V si ha: <p*[d(<p I*W)] = 'P*[f*(d(1P- l*w»] = (f. <p)*[d(1P- 1 *w)1 = 1P*[d(1P- 1 *w)]. Pertanto le definizioni locali di dw sono compatibili tra loro, dando luogo ad una ben definita (r + 1 )-forma differenziale dw su X, che chiamerelllo derivata esterna (o differenziale esterno) di w. La derivata esterna sulle -varietà X gode di proprietà analoghe a quelle descritte dalla proposizione 44.1, che sono riassunte nel seguente enunciato. 44.3 TEOREMA La derivata esterna su una a-varietà X gode delle seguenti proprietà, per ogni scelta di r-forme Wl  w2, W e di una s-forlna O: (a) dCw] + W2) = dWl + dW2' Cb) d(w !\ O) = (dw)!\ O + C -l)r w !\ (dO). C c) d( dw) = O. (d) Se F : X  R è una funzione differenziabile la derivata esterna dF coincide con il differenziale di F. La dimostrazione del teorema 44.3 è un facile esercizio e viene lasciata al let- tore. Enuncialno anche il seguente risultato, che descrive una importante proprietà della derivata esterna. 44.4 TEOREMA Sia f : Y  X un 111orfismo di a-varietà e sia W una .tornla differenziale su X. Allora d(f*w) = f*(dw). DÙnostrazione. Il teorema è vero per le O-forme (esercizio 42.2). Inoltre, se è vero per due forme W e O allora è anche vero per W !\ O, grazie alla Cb) del teorema 44.3. D'altra parte ogni forma su X è localmente esprimibile come I: a]dx] per ] opportune funzioni a I, X l, . . . , X n e quindi il teorema vale localmente per ogni fonna w. Ma poiché la definizione di dw è locale la conclusione segue. !Il Una fonna differenziale w sulla a-varietà X si dirà chiusa se dw = O; w si dirà esatta se esiste O tale che w = dO. Per la (c) del teorema 44.3 ogni forma esatta è anche chiusa; il viceversa non è vero (esercizio 1). 
45 I /I teorema di Stokes 369 Esercizi 1. Dimostrare che la forma differenziale w = ( 2 - Y 2 ) dx + ( 2 x 2 ) dy x +y x +y SU R 2 \ {O} è chiusa ma non è esatta. 2. Sia X una a-varietà, r > O e siano Zr (X) = {r-forme differenziali chiuse w} Br (X) = {r-forme differenziali esatte w}. (a) Dimostrare che zr(x) e Br(X) sono spazi vettoriali reali e che Br(x) è un sottospazio di zr(x). Lo spazio vettori aIe quoziente HDR(X) si chiama r-esÙno gruppo di coolnologia di De Rhaln di X. (b) Sia f : X ---+ Y un morfismo di a-varietà. Dimostrare che f induce un'applicazione lineare f* : HVR(Y) ---+ Hf)R(X), (c) Dimostrare che f* gode delle seguenti proprietà: (1) l X è l'identità di HVR(X), (2) (g. f)* = f* . g* : HDR(Z) ---+ DVR(X) per ogni coppia di morfislni: f : X ---+ Y, g: Y ---+ Z. Le (l) e (2) si dicono proprietà funtoriali della coomologia di De Rham. (d) Dedurre dalle (c) che se X e Y sono a-varietà diffeomorfe allora HVR(X) e HDR(Y) sono isomorfi per ogni r  O. 45 Il teorema di Stokes Le operazioni di derivazione esterna e di integrazione delle forme differenziali sulle varietà con bordo, che sono di natura analitica, hanno una relazione notevole con l'operazione di natura geometrica che ad una 8- varietà X associa i l suo bordo ax. Questa relazione è contenuta nel teorema di Stokes generale, che generalizza un grande numero di formule dell' Analisi Matematica, e che interviene in il10lte circostanze in cui esistono relazioni tra geometria e analisi. Il suo enunciato è il seguente. 45.1 TEOREMA (Stokes) Sia X una varietà con bordo orientata di din1ensione n, e w una (n - 1 )-.fOrl1lQ differenziale a supporto conlpatto su X. Allora f dw= f w x ax dove 8 X si intende dotato dell' orientazione indotta da X. [45 .1 J 
370 lntexrazio/le sulle varietà d(f1erenziabili I Cap. 7 Prima di dare la dimostrazione del teorema di Stokes vogliamo considerare alcuni esempi. 45.2 Esenlpi 1. Sia fa, b] un intervallo chiuso e limitato e F : r a, b J -4 R una funzione differenziabile. Allora il teorenla fondanlentale del calc% afferma che b f F'(t)dt = F(b) - F(a). a l45.2] L' identi tà l45.2] è un caso particolare della r 45.1] in cui si è presa X = = r a, b l orientata nel verso delle t-crescenti e w = F. Quindi il teorema di Stokes è una generalizzazione del teorema fondamentale del calcolo. 2. Sia X un dominio a frontiera regolare di R 2 (cfr. esempio 41.4(2») compatto, con l' orientazione indotta da quella naturale di R 2 . B X è una varietà l-dimensionale compatta r orientata dalla normale esterna (fig. 45.1). Sia w = P(x, y)dx + Q(x, y)dy una l-forma differenziale su X. Allora: ( 8 Q BP ) dw =  - - dx /\ dy. 8x By La l45.1 J diventa in questo caso: f (P(x, y)dx + Q(x, y)dy) = f (  - : ) dx !\ dy. r x l45.31 Questa identità è nota come .lor'lnula di Green nel piano. 3. Sia X un dominio a frontiera regolare di R 3 (cfr. esempio 41.4(3» compatto, con l' orientazione indotta da quella naturale di R 3 . II bordo a X è una varietà 2-dimensionale compatta r orientata dalla normale esterna. Sia w = P(x, y, z)dx !\ dy + Q(x, y, z)dx !\ dz + R(x, y, z)dy !\ dz una 2-forma su X. Allora: ( 8P 8Q BR ) dw = - - - + - dx!\ dy !\ dz az ay 8x 
-45 Il/teorema di Stoke.\ 37/  Figura 45.1 c la formula [45.]J dà in questo caso: f (P(x, y, z)dx !\ dy + Q(x, y, z)dx !\ dz + R(x, y, z)dy !\ dz) = r f ( 8P BQ BR ) = - - - + - dx!\ dy !\ dz. 8z By Bx X Questa identità è conosciuta come teorelna della divergenza. 4. Un altro caso particolare della [45.11 è il seguente. Sia X una superficie con bordo compatta c orientata di R J . 8 X è una varietà l-dimensionale compatta orientata (fig. 45.2). Se w = P(x, y, z)dx + Q(x, y, z)dy + R(x, y, z)dz è una l-fonna su X, allora ( BQ BF ) ( 8R BP ) ( aR 8Q ) dw = -;- - - dx /\ dy + - - - dx!\ dz + - - - dy /\ dz 8x By Bx Bz By Bz e la [45.]] dà: f (Pdx + Qdy + Rdz) = ax f [( BQ BP ) ( 8R BP ) ( BR 8Q ) ] = - - - dx!\ dy + - - - dx /\ dz + - - - dy!\ dz . 8x 8y Bx Bz By Bz x Questo è il classico teorelna di Stokes in R J . 
372 Integrazione sulle varietà differenziahili I Cap. 7 Dimostrazione del teorema 45.1. Poiché primo e secondo membro della [45.1J sono lineari in w, possiamo utilizzare una partizione dell 'unità e ridurci al caso in cui w ha supporto compatto contenuto in un aperto coordinatizzato U. Sia 4J : U  R una carta locale. Supponiamo dapprima che U n ax = 0, cioè che 4J(U) sia un aperto di R n . In questo caso f w=o ax mentre f dw = f (cjJ-I)*(dw) = f d[(cjJ-I)*wJ X c/>( U) R n perché (cP 1)* w ha supporto compatto. Supponiamo che: n (cP-- I)*W = L (_l)i-- JaidxI !\...!\ dXi- 11\ dXi+1 !\...!\ dXn. i=I Allora: d[(4J-I )*w] = ( t a aa ) dXI !\ ... !\ dXn =I X e quindi: f n f aa- d[(cjJ- J)*w] = E ax: dXI /\.../\ dXn. R n R n [45.4] Per calcolare l'i-esimo addendo del secondo membro applichiamo il teorema di Fubini integrando prima rispetto a Xi. Otteniamo: f ::: dXI/\" ./\dxn = f ( J ::: d Xi ) dXI!\" .!\dXi.. l !\dXi+l!\.' .!\dx n . R" R 1I I - 00 Figura 45.2 
-15 I Il teorema di Stokes 373 Poiché ai ha supporto compatto, se r » O abbiamo: +00 T f aa' f aa'  dXi = --1. dXi = ai(r) - ai(-r) = O - O = O ax, 8x' z z 00 r Riassumendo otteniamo f dw = O e il teorema è dimostrato in questo caso. x Supponiamo ora che <jJ(U) sia un aperto di R ma non necessariamente di R n . Per calcolare f dw possiamo ragionare come prima riducendoci alla [45.4]. Il x calcolo del secondo membro della [45.4] può essere ripetuto per tutti gli addendi tranne l'ultimo. Si ottiene pertanto: f 8a' 8x: dXI !\ . . . !\ dXn = O R" i= l,...,n - l. L'ultimo addendo è invece: ( +00 ) aa n 8a n f 8x n dXj !\ . . · !\ dXn = f f 8x n dXn dXI!\ . . . !\ dXn -- I = R" R n .- I o f -an(x"..., X n "O)dx]!\...!\ dXn- I R n - 1 dove l'ultima uguaglianza segue dal fatto che an ha supporto compatto e quindi: 00 r f aan f aan aX n dXn = 8x n dXn = O - an(xl, . . . , X n - l, O) o o se r »0. Riassumendo otteniamo: J dw = f -an(xI,..., X n - "O)dxI !\ . .. !\ dXn - I. X R"--' r 45.5] Si ha d'altra parte: f w = E f (- l)i - ] ai (x] , . . . , X n - I , O )dx I !\ · . . !\ dXi - I !\ dx i+ l !\. . . !\ dx n = ax Rn l o = f (-1) n - l a n (x" . . . , X n - " O )dx I !\ . . . !\ dXn - I Rn I o 
374 Integrazione sulle varietà difJerenziabili I Cap. 7 perché dXn = O su R - l. Ora, ricordando la definizione dell'orientazione indotta da R su R - l deduciamo che si ha: f e _l)n - 1 a n ex I, . . . , X n "O)dx l 1\ . .. 1\ dXn - l = R n -- ] o = e _1)n f e -1) n -- I a n e x" . . . , X n - " O )dx l 1\ . . . 1\ dXn - l = Rn - I f a n e x" . . . , X n l , O )dx 1 1\ . . . 1\ dx n - l. R Ti - ' Confrontando con la r 45.51 otteniamo la conclusione. !Il Un' utile conseguenza del teorema di Stokes è il seguente risultato. 45.3 TEOREMA Siano X una a-varietà COlnpatta orientata di dimensione n+ l, Y una a-varietà di dÙnensione n, e f : ax --+ Y un lnorfL\'lno. Se f possiede un' estensione ad un nl0rfislno l : X --+ Y allora per ogni n-forma differenziale w su Y si ha.' f j*w =0. ax Dbl1ostrazione. Per il teorema di Stokes si ha: f f*w = f f*w = f dcJ*w) = f fedw) = O ax ax X x perché dw = O essendo una (n + I)-forma su Y che ha dimensione n. 11I Come applicazione del teorema 45.3 dimostriamo la seguente versione difj'e- renziabile del teorema del punto fisso di Brouvver: 45.4 TEOREMA Ogni morfismo f : D n + 1 --+ D n + 1 del disco unitario chiuso In sé possiede un punto fisso. Dimostrazione. Se f non ha punti fissi è possibile definire un morfismo g : D n + 1 --+ sn in modo simile a quanto fatto nella dimostrazione del corollario 16.8. g è un' e- stensione dell'identità sn --+ sn. Dal teorema 45.3 applicato all'identità di sn segue che f w = O per ogni n-forma differenziale su sn, c ciò è assurdo. . sn 
Risoluzione degli eserCIZI  1 6. B e C. 7. A c B. *2 14. Se T esiste deve coincidere con la famiglia {U C X : U E N(x) per ogni x E U} e quindi è unica. Facciamo vedere che questa fmniglia è una topologia. Banalmente o E T. Sia {Uj} jEJ una famiglia di eleInenti di T ed U = l) Uj. Se x E U allora ) x E Uj per qualche j E J e quindi Uj E N(x); dalla (c) segue che anche anche U E N(x), quindi U E T. Siano U"..., Un E T ed x E U, n . . . n Un. Allora U 1  . . ., Un E N(x) e per la (b) U, n . . . lÌ Un E N(x). Quindi U] n . . . n Un E T. Dimostriamo che X E T. Per ogni x E X segue dalla (a) che esiste N E N(x) contenente x; per la (c) X E N(x): quindi XET. Dilllostriamo infine che per ogni x E X N (x) è il sistema degli intorni di x nella topologia T. Se N E N(x) allora, per la (d), esiste M E T tale che x E M C N: quindi N è un intorno di x. Se viceversa N è un intorno di x, allora per definizione di intorno esiste un aperto U tale che x E U C N e, per la definizione di T, U E N (x). Ma aJ1ora, per la (c), anche N E N(x). 4 2. (a) => Cb) e (a) => (c) sono OVVIe. 
376 Risoluzione degli eserciz.i (b) => (a) Sia x E X e N E N(/(x». Sia B E 8 tale che I(x) E BeN. Allora f 1 (B) E N(x) e I(i o l (B» C BeN. Quindi f è continua in x. (c) => (a) Sia x E X e N E N(/(x». Siano poi 8 1 "", 8n E S tali che f(x) E 8 1 n. . . n n Sn C N. Allora f- I (SI n .. . n Sn) = 1- ] (Sd n .. . n 1- ] (Sn) è un intorno aperto di x; inoltre I(f" 1 (SI n . . . n 8n» c 81 n . . . n Sn C N e quindi f è continua in x. (a) => (d) Poiché V C i - I (/(V» C I - I ( /(V» , e i- I ( /(V» è chiuso, si ha V C 1- I ( /(V» e quindi I( V ) C I(V) . (d) => (e) Poniamo V = 1- I (W). Per la (d) - - - I(V) C f(V) C W e prenden do le immagini inverse, I I (/( V » C I I ( W ). Poiché 1- ] (W) = V C 1- ] (f ( V » si ottiene 1-] (W) C I ] ( W ). (e) => (a) Sia C un s ottoinsi eme chiuso di Y. Per la (e) /- 1 (0)::: i" I( C ) =:) i-I (C) e quindi iO"] (C) è chiuso. 5 Il. A e D. 12. A e D. 13. A e B. 14. A e D. 15. C e D. 7 Il. Poiché H è discreto esiste un intorno aperto U di e tale che U n H = {e}. Per la continuità dell' applicazione GxGG (gl, g2)  glg2 ] esiste un aperto V C U contenente e tale che gl g2 l E U per ognI g], g2 E V. V è l'aperto cerc ato. 
Risoluz.ione degli esercizi 377 8 13. Supponiamo X regolare e sia F = X\U. Esistono aperti disgiunti A e B tali che p E A e F c B; si prenda V = A. Allora V C X\B C U. Viceversa supponiamo la condizione soddisfatta e dimostriamo che X è regolare. Sia F C X un sottoinsieme chiuso e p ft F. Poiché F è chiuso esiste un aperto U contenente p e tale che F n U = 0. Sia V un aperto tale che p E V C V C U. Allora A = V, B = X\ V sono due aperti disgiunti e p E A, F C B; quindi X è regolare. 15. Sia X = TI XJ1.' XJ1. spazi TI e siano u, v E X punti distinti. Sia 1J E M tale che }tEM u(/.l)=!=v(/J); siano U tl ' VJ.L aperti di XJ1 tali che u(/.l) E UJ.t, v(1J) f/. UJ1.' u(J.L) ft VJ1' v(J.l) E L' Gli aperti di X: U = p I (U J1)' V = PJ1. ] (VJ1) soddisfano U E U, v ft V, U ft V, v E V. 16. Sia X = TI XJ1' X/l- spazi regolari. Per dimostrare che X è regolare useremo la J1.EM caratterizzazione data nell'esercizio 13. Per l'esercizio precedente X è uno spazio TI. Sia u E X e U un aperto contenente u. Possiamo supporre U della forma: U = P J1. / (U d n . . . n p} (U s) dove /.lI,..., /.ls E M, Uj C XJ1.) aperti opportuni contenenti Uj = u(J.lj). Per la regolarità degli XJ1. esistono aperti Vj C XJ.t) tali che: Uj E V)' C Vj' C U j . Allora v == p  / (VI) n . . . n p J1.s' (V s ) è un aperto tale che: - -)- -1- I I U E V C V C P/l-I (V)) n . .. n P J1b (V s ) C P J11 (U]) n . .. n PJ1.s (U s ) = U.  lO 8. Rispetto a T lo spazio N è numerabilnlente compatto perché ogni sottoInSIeme non vuoto S C N possiede un punto di accumulazione: se infatti s E S allora s + l oppure s - l è un punto di accumulazione a seconda che s sia dispari oppure pari. (N, T) non è compatto perché {{2n - l, 2n}, n > l} è un ricoprimento aperto privo di sottoricoprimenti finiti. (N, T) non è compatto per successioni perché la successione {n} non possiede sotto- successioni convergenti. 
378 Risoluzione degli eserciz.i  Il 1. Sia z E R\Q. Allora (-ex:> z) = (-ex:>, z) In Q. 2. C. 9. Non è restrittivo supporre la, b] = [-1, l J, perché due intervalli chiusi e limitati qualsiasi sono omeomorf1. Supponiamo per assurdo che f(x) =/=x per ogni x E [-1, l] e definiamo un' applicazione continua s : [-1, 1 J  R ponendo: x - f(x) s(x) = Ix _ f(x)1 - l :; x < l. La continuità di s segue da que]]a di f e da11' ipotesi che f non abbia punti fissi. Si ha evidentemente: s(x) = :f:: l , -]:; x  ], s( -1) = -I, s(]) = 1. Quindi s(l-I,]]) = { -1, l}. Ciò è assurdo perché [-], I] è connesso mentre {-], 1 } è sconnesso. Il. Se t=/=O allora Xt è un'iperbole equilatera, che ha due componenti connesse e quindi non è omeomorfa a R che è connesso. Se t = O allora Xo = Tx U Ty è l'unione degli assi coordinati: X\ {O} ha quattro componenti connesse mentre, per ogni a E R, R\ {a} ha due sole con1ponenti connesse. Quindi non può esistere un omeomorfismo di Xo su R. 12. (a) Nessun punto sconnette SI, mentre l'origine sconnette X. (b) X\ {O} ha due componenti connesse omeomorfe a R mentre, per ogni x E I, 1\ {x} è connesso oppure ha due componenti connesse ognuna delle quali è omeomorfa a un intervallo aperto da una parte e chiuso dall'altra e quindi non a R. (cfr. esempio 11.14(1 ». 16. A, C e D. 17. B c G Y . 18. A e D. 19. B, D e E.  12 1. Sia Y = U Kj, Kj sottoinsiemi connessi per archi di X tali che n Kj =/= 0, e sia JEJ jeJ x E n Kj. Siano y, z E Y due punti qualsiasi. Esistono À, Il E J tali che y E K)., JEJ z E KJ1.. Poiché K). e KJ1. sono connessi per archi c x E K). n KJ1. esistono archi a : I  K)., b: I  KJ1. tali che a (O) = y, a ( 1) = x = b( O) , b( l ) = z. 
Risoluzione degli esercizi 379 L'applicazione c : I ---+ Y definita da: I se O < t < - - - 2 l se - < t < 1 2 - - { a(2t) cCt) = b(2t - 1) è un arco In Y di estremi y e z. 3. Sia p E X un punto qualsiasi; poiché X è connesso sarà sufficiente dimostrare che Ca(p) è un insieme aperto e chiuso in X. Sia q E Ca(p); sia U un intorno connesso per archi di q e sE Ca(p)nu. Esiste un arco a: I ---+ U tale che a(O) = s, a(l) = q; quindi ssq in U, e a maggior ragione ssq in X. Poiché pss segue che psq, cioè q E Ca(P). Sia ora q E Ca(p); per la locale connessione per archi di X esiste un intorno U di q connesso per archi; quindi U C Ca(q) = Ca(p) e quindi Ca(p) è aperto.  20 5. Consideriarno il caso n = 2. Le semi sfere aperte di S2: Li = {x E S2 : XI > O}, L2 = {x E S2 : x2 > O}, L3 = {x E S2 : x3 > O} vengono mandate da p omcomorficamente su altrettanti aperti di p2 che ricoprono p2. Precisamente p(Ld = Ui = {[x] = [XI, X2, X3] : Xi fO}. Definiamo un'applicazione .., <PI : U I ---+ R'" ( X2 X3 ) cpIClx]) = ì .., ' .., .., ' V x- + '1'2 + X'" V x- + x2 + x'" I """2 3 l 2 3 <p l è un omeomorfìsmo di U I sul disco aperto D 2 perché la composIzIone <p l . P : LI ---+ R 2 coincide con la proiezione P23 sul piano XI = O, che è una carta locale in S2 (perché inv ersa della parametrizzazione di Monge definita dalla funzione f : D 2 ---+ R, f(u,v)= V l-u 2 -v 2 ). Quindi (UI,<pt) è una carta locale in p2. Similmente sono carte locali (U2, <P2) e (U3, <P3), dove: cP']. : U2 ---+ R 2 ( XI X3 ) <P2([X]) = .., , ') V x- + x2 + x2 V x'" + x2 + x2 I 2 3 l 2 3 e <P3 : U3 ---+ R 2 ( XI X2 ) <P3([X]) = , . V x 2 + x2 + x2 V x2 + x2 + x2 l 2 3 l 2 3 Resta da verificare che queste carte sono differenziabilmente compatibili. Ciò segue dall'esserlo le corrispondenti carte locali su S2 : (L3,P12), (LI,P23), (L2,P13). Oppure 
380 Risoluzione degli esercizi può essere verificato direttamente. Ad esempio <p I (UI n U 2 ) = D 2 n A, dove A = {( u, v) E E R 2 : ufO}, e si ha - I D 2 A R 2 <P2 . <P I: n ---t l<P2 . 'PIO l J(u, v) = ('yl I - u 2 - v 2 , v) che è un' applicazione differenziabile. Quindi {CUr,'P)),(U2,'P2),(U3,<P3)} è un 2-atlante differenziabile su p2 che è una superficie differenziabile. Nel caso generale n  3 la costruzione di un n-atlante differenziabile su pn è simile. 6. Nessun intorno di (O, O) in XY = O è omeomorfo a un intervallo perché l'origine lo disconnette in almeno quattro componenti connesse. 7. È sufficiente verificare che la composizione di f con l'applicazione differenziabile g è l'identità di R 2 , dove g(x, y, z) è detìnita in ciascun caso come segue: ( y - Z ) (a) g(x, y, z) = x,----z- (b) g(x, y, z) = (, y - x ) ( c) g (x, y, z) = (y + z2 , z) ( d ) g (x, y, z) = (y - l, z) ( ) ( ) = ( ln(x) + ln(z) ln(x) - ln(z» ) e g x, y, z 2' 2 .  23 3. Sia {Ui, 'Pi hEI un atlante olomorfo In X. Per ognI , j E I tali che Ui n Uj 1= (/) l'applicazione <Pj . <pi I : <Pi(Ui n Uj)  C essendo olomorfa, è anche 0 00 , quindi X è una varietà differenziabile. Siano u e v rispettivamente la parte reale e la parte immaginaria di <Pj' <pi l. La matrice jacobiana ha determinante ") ? ( : r + ( : r il quale è positivo in ogni punto per l'olomortìa dell'applicazione inversa di <Pj' <pi I.  32 5. K(t) = a-I cosh (D ( 1 + sinh G Y Y 
Risoluzione degli esercizi 381 6. cCt) = (-be bt sin(t), be bt cos(t)). ] 7. (a) T = (0,0, -1), N = (-1,0,0), B = (O, l,O), K = 2, T = -3; raggio di curvatura: 2' centro di curvatura: (, O, I ); piano osculatore: Y = O. (b) T = (O, O, I), N = (- 5s , - Js , O ), B = ( Js , - 5s , O ), K = V5. T = O; plano osculatore: X - 2Y + I = O; centro di curvatura: (, , O ) . (c) T= (  ,  ,o), N= (- V; , V; , V; ), B= ( '7 ,- '7 , '7 ); K=vf l . O d " ( 1 l 2 ) T = 2:; plano osculatore: X - Y + Z = ; centro l curvatura: - "3' "3' 3" . d T- ( J3 V3 /3 ) N= (   - ) B- ( -   ) K= () - 3' 3 ' 3' J42' J42' J42' - y'14' JT4' y'14 , JT4 3 . ( 5 25 15 ) . 5 = 3y'3 ' T = 7; centro dI curvatura: 7' 21' -14  plano osculatore: 3X+2Y+Z+ 6 = O.  35 3 l 3 l l] l l 4. E = 2' F = 2' G = 2' £ = 4' .M = - 4' N = 4' K = O, H = 4' k j , k 2 = 2:' o. N = ( -, -,  ), piano tangente: y"i(X - I) + y"i(Y - I) - 2(Z - y"i) = O. - l 5. E = 2, F = -l, G = 2; £ = 1, M = O, )J = - l, K = - 3"' H = O, ( 1 l 1 ) . l N = - y'3 ' /3 ' y'3 ; plano tangente: -X + Y + Z + "3 = O. 6. E = l, F = O, G = l, £, = l, M = O, N = 1, K = l, H = 1; plano tangente: Y = O k] = k2 = 1 (è un punto ombelicale). l k l, k2 = 1: V3 .  41 6. Sia U un aperto di R n tale che V = U n R: e sia f : R n ---+ R la funzione del lemma 29.2 relativa a U e K. La restrizione g di faR: è la funzione cercata.  43 5. 116 15 6. 27rr 2 - 4r 2 . 
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Elenco dei simboli Dr(x) N(x) /;s, (l.d) isV'd) Qr(x) Q2 R(a, b c, d) R.2 Nr(x) D 2 Jb Qn R( 3, b) R. n An Int(S) Est(S) Fr( S) S D(S) VeS) C (X, Y) c YO XY OIneo(X) il disco aperto di centro x e raggio r 5 il sistema degli intorni di x 15 la topologia degli intervalli illimitati a sinistra (a destra) 17 la topologia degli intervalli aperti a sinistra (a destra) ] 7 il quadrato aperto con lati paralleli agli assi di centro x e raggIo r 18 la famiglia dei quadrati aperti con lati paralleli agli assi 18 il rettangolo aperlo con lati paralleli agli assi 18 la famiglia dei rettangoli aperti con lati paralleli agli aSSI 18 il quadrato aperto con diagonali parallele agli assi di centro x e raggIo r 21 la famiglia dei quadrati aperti con diagonali paraHcle agli assi 21 famiglia di semipiani aperti di R 2 21 la famiglia degli n-cubi aperti di R n con lati paralleli agli aSSI 22 pl urirettangolo aperto di R n 22 la famiglia dei plurirettangoli aperti di R n 22 famiglia di semispazi aperti di R n 22 l'interno di S 24 l'esterno di 5' 24 la frontiera di S 24 la chiusura di S 27 il derivato di S 27 il sottoinsieme algebrico di K n definito da S 31 l'insieme delle applicazioni continue di X in Y 34 l'applicazione costante di valore Yo 35 X è omeomorfo a Y 37 l'insieme degli omeomorfismi di X in sé 38 
386 811. An I j .') I In D n sn l sn 1 sn l + !!1 n PQ K(S) sn -- l (X, r) 7r c :H 71"+ T n Tp E X/p p(/) pn (R) pn (C) r j Ln, Ln.r d(x, F) 8(/,g) C(p) Xl II X2 C a (p) lo  Il lo rel A Il Ig 71"1 (X, Xo) [I) I*g l° 1/;* eX, xo) v( F)a, Elenco dei simboli il gruppo delle traslazioni di R n il gruppo delle omotetic di R n la restrizione di f a S l'interva110 unitario chi uso lO, 1) di R l'n-cubo di R n l' n-disco unitario chiuso di R n l' (n - ] )-sfera unitaria di R n le (n-l)-semisfere (o (n-l)-calotte) chiuse l' n-simplesso di R rt il segmento di eSlrenli P e Q l'inviluppo convesso di S la (n -- 1 )-sfera di centro x c raggio r la proiezione di centro c sul piano H la proiezione stereografìca il toro n-dill1ensionale la topologia quoziente rispetto a p r insieme quoziente di X modulo la relazione di equivalenza p la relazione di equivalenza definita da un' applicazione I lo spazio proiettivo reale di dimensione n lo spazio proiettivo complesso di dimensione n il grafico dell' applicazione f semispazi aperti di R n la distanza del sup (o della convergenza uniforme) tra f e g la componente connessa di p la somma topologica di Xl e X 2 la componente connessa per archi di p lo è onlotopa a I l lo è omotopa a Il relativalnente ad A gli archi I e g sono equivalenti l'insieme delle classi di equivalenza di cappl di base XQ la classe di equivalenza del cappio I la composizione dei cappi f e g l' omomorfismo indotto da 1/; spazio topologico puntato la derivata direzionale di F In a nella direzione v 38 39 44 46 46 46 46 46 46 46 47 47 56 57 66 72 73 74 74 82 84 100 109- ] O 116 123 128 131 136 142 142 145 145 145 ]45 147 151 163 ]74 
Elenco dei sinlboli 8F (a) BUj C(k), C(oo) dim(X) Gr.N £(X,p) Tp(X) f*r J f (p) vol(R(a, b) VF grad(F) V.W T(X) supp(p) 8 k (t) {b1,...,b N } K, l , . . . , Kn l K(t) cCt) K, T p(XI , X2) Ix(-,-),Ix(-) E, F, G A(S) D ).( \7w, \7w N 1 L II( -, -) £, M, N K(e) SI x K(x) H(x) DyZ PSL 2 (R) la j-esima derivata parziale di F in a la dimensione della varietà X la grassmanniana degli r-sottospazi di R N l'insieme delle funzioni reali definite in qualche intorno di p E X lo spazio tangente a X in p il differenziale di f in p la matrite jacobiana di f In p il volume del plurirettangolo R(a b) il gradi ente della funzione F il prodotto scalare dei campi vettoriali V e W il ti brato tangente a X il supporto della funzione p il k-esimo spazio osculatore la base mobile di Frenet le curvature della curva Q la curvatura di una curva piana nel punto t i 1 centro di curvatura curvatura e torsione di una curva di R 3 la distanza intrinseca di x I da X2 la prima forma fondamentale i coefficienti del1a prima forma fondamentale l'area della superficie elementare S il disco iperbolico il semi piano di Poincaré deri vata rispetto al vettore w o rispetto al campo vettori aIe W i l campo dei versori normali l'applicazione di Gauss l'operatore forma (o di Weingarten) la seconda forma fondamentale i coefficienti della seconda forma fondamentale la curvatura normale nella direzione (e) la curvatura gaussiana di S in x la curvatura nledia di S in x la derivata covariante di Z rispetto ad Y 387 174 174 177 188 ]90 19] 195 198 23] 238 240 241 24] 243 256 256 257 263 263 264 275 275 278 280 287 287 288 289 289 290 291 291 292 293 295 295 314 327 
388 T t (V") FG T *(V") 1\ r (V") Alt( F) F 1\ G i) prodotto esterno di F e G 1\ *(V") l'algebra esterna (o algebra di Grassmann) di V VOI(VI, . . . , v n ) il volume n-dimensionale orientato di (VI,".' V n ) R n R n Rn I +, -, o lo spazio degli r-tensori su V il prodotto tensoriale di F e G l'algebra tensoriale di V lo spazio degli r-tensori alterni su V ax il bordo di X w 1\  dF il differenziale di F fw X L(O) A(X) K(S) dw HDR(X) la lunghezza di C l'area di X la curvatura totale di S il differenziale esterno (o derivata esterna) di w l' r-esimo gruppo di coomologia di De Rham di X Elenco dei sbnboli 332 332 332 334 335 336 338 343 345 346 354 354 360 363 363 365 365 369 
Indice analitico Affinità, 38 complessa, 40 dirette, 39 Algebra: di Grassmann, 338 esterna, 338 tensoriale, 333 Aperto, vedi Insieme aperto; Sottoinsieme aperto Apparato di Frenet, 259, 266 Applicazione(i): aperta, 37 chiusa, 37 compatibile con una relazione di equivalenza, 75 conforme, 287 continua, 3, 34 di classe C(k) o cro, 174 differenziabile, 178, 345 di Gauss, 289 indotta, 44 omotope, 142 periodica, 1 14 prodotto, 65 propria, 111, 2 I 6, 246 trasposta, 341 Arco(i), 135 di J ordan, 53 equivalenti, 145 Area di una superficie, 363 elementare, 280 Assioma(i): di numerabilità, 16 di Hilbert, 324 di separazione di Hausdorff, 88 Atlante(i), 99 concordemente (discordemente) orientati, 202 differenzia bile, 177 con bordo, 346 massimale, 177 olomorfo, 207 orientato, 202, 350 Azione, 81 Base: di intorni, 15 di una topologia, 12 locale, 15 mobile di Frenet, 256 Bordo di una a-varietà, 346 Calotta chiusa, 46 Campo: di versori, 251 binomiali a una curva, 264 normali a una curva, 263-64 normali a una superficie, 289 vettoriale, 238, 349 differenziabile, 239, 288 su una curva, 251 su una superficie, 288 tangente, 288 Cappio, 145 Carta(e) locale(i), 99, 175 con bordo, 346 differenziabilmente compatibili, 175, 346 Catenaria, 274 Cella, 46 Centro di curvatura, 263, 265 Cerchio osculatore, 263, 265 Chiuso, vedi Insieme chiuso; Sottoinsieme chiuso Chiusura, 27 Cicloide, 272 Cilindro, 66, 186,218,281,321 Circonferenza, 183, 203, 254 Componenti connesse, 128 per archi, 136 Congruenze, 39 
390 Cono, 218, 284 Coordinate: cartesiane, 212 cilindrichc, 212 locali, 176, 346 omogenee, 82 polari in R2, 212 polari (o sferiche) in Rl, 212 Cubica gobba, 269 Cubo, 46 Cu bo di Hil bert, 69 Curva(e): adattata a un vettore, 198 a velocità unitaria, 253, 266 congruenti, 255-56 differenziabile, 179 di Peano, 234 piana differenziabile, 182 regolare, 252 Curvatura(e): centro di, 263, 265 del semipiano di Poincaré, 322 di una curva, 259 di una quadrica, 302-07 di una sfera, 298 di una superficie di rotazione, 299 di una superficie rigata, 300 di un cilindro, 298 gaussiana, 295 media, 295 normale, 292 principali, 294 raggio di, 263, 265 totale, 365 Derivata: covariante, 314 direzionale, 173 di un campo vettoriale, 251, 288 esterna, 365, 368 parziale, 174 Derivato, 27 Diffeomorfismo, 175, 178, 345, 348 che mantiene (o cambia) l'orientazione, 278, 350 locale, 208 Differenziale: di una funzione, 354 di un morfismo, 195, 348 esterno, 365, 368 Dimensione di una varietà differenzia bile, 177 con bordo, 347 Direttrice, 218 Direzioni principali, 294 Disco: aperto, 5 iperbolico, 287 unitario chiuso, 46 Indice analitico Distanza( e), 3 del sup (o della convergenza uniforme), 123 discreta, 4 euclidea, 4 intrinseca, 275 topologicamente equivalenti, 7 Dominio a frontiera regolare, 35 I, 352 Elica: circolare, 254, 269 su una curva piana, 272 Elicoide, 307 Ellisse, 271 Ellissoide, 226, 302 Equazioni parametriche, 2 I 7 Equivalenza: di atlanti differenziabili, 177, 346 omotopica, 142 topologica, 37 Estensione continua, 44 Esterno, 24 Estremi di un arco, 135 Evoluta, 272 Famiglia localmente finita, 116 Fibrato tangente, 241 Fibre, 36 Finestra di Viviani, 365 Fiore ad n petali, 133 Flesso, 263 Forma: di area, 363 differenziale, 354 chiusa, 368 differenziabile, 357 esatta, 368 di lunghezza, 362 di volume, 355, 363 fondamentale: prima, 275 seconda, 291 Ì1TImagine inversa, 356 lTIultilineare, 332 Formula(e): del cambiamento di variabili, 359 di Brioschi, 318 di Frenet, 259 di Green nel piano, 370 Fron tiera, 24 Funzione(i) : coordinate, 174 di un campo vettoriale, 239 di classe C(k) o C oc, 174 differenziabile, 178, 345, 348 di transizione, 176 
Indice analitico G-insieme, 8] G-spazio, 82 Generatrice, 218 Geodetica, 319 massimale, 320 Geometria: intrinseca, 277 non euclidea: ellittica, 326 iperbolica, 326 Gradiente, 240 Grado di un rivestimento, 162 Grafic6: di una funzione, 182 di un'applicazione, 100 Grassmanniana, 188 Gruppo: di coomologia di De Rham, 369 di Lie, 227 di monodromia, 167 fondamentale (o primo gruppo di omotopia), 149, 150 del cilindro, 157 del toro, 157 di pn, 168 di SI, ]56 di S 1/, 160 lineare, 58, 81 ortogonale, 58, 110, 226 simplettico, 59 topologico, 80 unitario, 6, 59 Ideale, 31 Identificazione, 72 Immersione, 213 Inclusione: continua, 44 differenziabile, 214 naturale, 214 Incollamento di applicazioni, 44 I nsielne(i): algebrico, 31 aperto, lO ben ricoperto, 162 coordinatizzato, 176, 346 di livello, 36 Integrale di una fOrIna differenziale, 359-60 Interno, 24 Intorno, 15 Invarianti metrici di una curva, 256, 258 Inviluppo convesso, 47 Iperbole, 271 lperboloide: ellittico (a due falde), 226, 303 iperbolico (a una falda), 226, 305 391 Iperpiano(i): affini, 36 paralleli, 36 all 'infinito, 83, 85 Ipersuperficie: algebrica, 224 differenziabile, 182 Isometria(e), 9, 39 dirette, 39 di superfici, 275 locale, 288 Lemlna: di Sard, 238 di sollevalnento dell' omotopia, 155 di U rysohn, 93 Logaritmo naturale complesso, 54 Lunghezza: di una curva, 252 di una I-varietà orientata, 363 Matrice(i): di transizione, 194 jacobiana, 198 simmetriche, 226 Metrica: iperbolica, 287 riemanniana, 285 stereografica, 286 Monodromia, 166 Morfismo, 178, 348 Multiindice, 333 Nastro di Moebius, 80, 203 Numero di Lebesgue, 118 Omeomorfismo, 9, 37 locale, 60 Omotetia, 39 Omotopia, 142 relativa, 142 Operatore: di chiusura, 33 di interno, 34 di W eingarten, 290 forma, 290 Orbita, 8] Orientazione, 202, 350 indotta da una a-varietà sul bordo, 350-51 Parabola, 271 Paraboloide: ellittico, 226, 304 iperbolico, 306 
392 Parametrizzazione: di Monge, 182 in RN, 181 Parte interna di un nUlnero reale, 234 Partizione dell'unità, 243, 351 Piano(i) : affini, 36 geodetiche del, 320 normale: a una curva, 264 a una superficie, 292 osculatore, 256, 265 proiettivo: complesso, 84 reale, 82, 205 rettificante, 264 Plurirettangolo (aperto), 231 Poligonale, 49 chiusa, 49 senlplice, 49 Poligono convesso, 53 Prodotto: di cappi, 145 di varietà differenzia bili, 186 esterno, 336 scalare di due campi vettoriali, 241 tensoriale, 332 topologico, 62, 66, 69 Proiezione(i), 9, 56, 64, 69 naturale (o canonica), 74 di Sn su pII, 83 stereogra fica, 57, 58 Proprietà: delI'intersezione finita, 104 di separazione, 88 funtoriali: del gruppo fondamentale, 151 della coomologia di Re Rham, 369 intrinseche, 277 nletriche di una curva, 256 topologica, 37 universale dei rivestimenti universali, 170 universale del prodotto topologico, 65 Pseudosfera, 300 Punto(i) : aderente (o di aderenza), 27 connessi, 128 critico, 221 di accumulazione, 27 di frontiera, 24 ellittico, 296 esterno, 24 iniziale e finale di un arco, 135 interno, 24 iperbolico, 296 Indice analitico limite, 27 ombelicale, 294 parabolico, 296 planare, 295 regolare, 221 Quadrato aperto, 18, 21 Quadrica(e), 224 a punti ellittici, 302-04 a punti iperbolici, 304-07 non degenere, 224 Radicale di un ideale, 31 Raffinamento, 116 Raggio di curvatura, 263, 265 Rappresentazione parametrica, 216 Restrizione, 44 Retrazione, 158 Retta(e): affini, 36 iperboliche, 326 proiettiva: complessa, 84 reale, 82 tangente, 256 Rettangolo aperto, 18 Ricoprimento, 14 aperto, 45 chiuso finito, 45 Riflessione iperbolica, 329 Rigata delle tangenti (o tangente), 284 Riparametrizzazione: di una curva, 252 di una superficie elementare, 278 Ritratto, 158 Rivestimento, 162 universale, 168 Saturazione, 72 Scoppiamento (o trasformazione monoidale) di R2 in O, 230 Semipiano di Poincaré, 287, 322, 326 Semisfera chiusa, 46 Semi spazi chi usi, 345 Sezione normale, 292 Sfera, 46, 99, 185, 200, 223, 321 di Riemann, 85 Similitudine, 39 Simmetrie, 39 Simplesso, 46 Sistema(i) : di coordinate locali, 175 orientati concordemente (discordemente), 202 (fondamentale) di intorni, 15 Solido convesso, 46 
Indice analitico Sollevamento, 154, 163 Somma topologica, 131 Sottobase, 14 Sottoinsieme: algebrico, 31 aperto, 5 che sconnette uno spazio topologico, 132 chiuso, 26 compatto, 101 connesso, 125 connesso per archi, 135 convesso, 46 denso, 30 di misura nulla, 231, 233 discreto, 60 limitato, lO relativamente compatto, 110 saturo, 72, 74 sconnesso, 125 Sottospazio(i) : affine, 36 metrico, 4 topologico, 43 affinemente equivalenti, 47 congruenti, 47 simili, 47 Sotto successione , 17 Sottovarietà: aperta, 178 differenziabile, 213, 348 di R N, 181 Spazio(i) : ambiente, 4, 43 duale, 332 isometrici, 9 metrico(i), 3 completo, 120 omeomorfi, 9 totahnente limitato, 120 osculatori, 256 proiettivo: complesso, 84, 114, 207 reale, 82,99,101,110,187 tangente, 191, 348 affine, 197 topologico(i), IO banale, Il compatto, 101 compatto per successioni, 117 connesso, 125 connesso per archi, 135 di Hausdorff, 88 di prima cetegoria, 122 discreto, Il 393 di seconda categoria (o di Baire), 122 localmente compatto, 114 localmente connesso, 133 localmente connesso per archi, 139, 167 localn1ente semplicemente connesso, 170 metrizzabile, Il nonnale, 91 numerabilmente compatto, 117 omeon10rfi, 37 omotopicamente equivalenti (o dello stesso tipo di omotopia), 143 ottenuto identificando un sottoinsieme a UD punto, 76 paracompatto, 116 prodotto, 62, 66, 69 puntato, 163 quoziente, 74 rispetto all'azione di un gruppo, 82 regolare, 90 sconnesso, 125 semplicemente connesso, 150 separabile, 30 TI, 89 T 2 , 88 topologicalnente equivalenti, 37 totalmente sconnesso, 132 Spirale logaritmica, 274 Stabilizzatore, 81 Strisce aperte, 19 Struttura: complessa, 207 di varietà differenziabile, 177 topologica, IO Successione(i), 17 di Cauchy, 120 in uno spazio TI o in uno spazio di HausdorfC 89-90 Sumlnersione, 221 Superficie(i): differenziabile, 178, 182 di Riemann, 207 di rotazione, 218, 282 elementare, 278 isolnetriche, 275 locahnente sviluppabile, 282 n1inima, 296 riemanniana, 285 rigata, 218, 284 romana di Steiner, 219-20 sviluppabile, 282 Suppono: di una forma differenziale, 357 di una funzione, 243 di uno spazio lopologico, lO 
394 Tensore, 331 alterno, 334 decomponi bile, 333 Teorema: della divergenza, 37] della funzione inversa, 207 del punto fisso, 132 di Baire, 122 di Bolzano- W ei erstrass, 104 di Brouwer, 158, 374 di Heine-Borel, 102 di Meusnier, 308 di Rodriguez, 294 di sollevamento degli archi, 164- di sollevamento dell' omotopa, 164 di Stokes, 369 in R3, 371 di Tychonoff, 107 di Withney, 249 Egregium, 316 fondamentale: dell'algebra, 111,160,211 del calcolo, 370 Termine di una successione, 17 T opologia, lO banale, Il cofinita, 12 della convergenza puntuale, 69 della convergenza uni forme, 123 differenziale, 179 discreta, Il di Zariski, 32 euclidea, Il generata da una famiglia di sottoinsiemi, 23 Indice analitico indotta: da un'applicazione, 39 da una distanza, Il su un sottoinsieme, Il, 42 meno fine, 12 naturale, Il più fine, 12 prodotto, 62, 66, 69 quoziente, 72 relativa, 42 Toro, 66, 99,110,187,201,217 Torsione, 264 Traslato, 36 Valore: critico, 210, 221 regolare, 210, 221 Varietà: diffeomorfe, 179 differenziabile, 177 con bordo, 346 senza bordo, 346 orientabile (non orientabile), 202, 350 orientata, 203, 350 topologica, 99 Velocità di una curva, 252 Veuore: esterno, 353 interno, 353 tangente, 191, 348 velocità, 195 Volume: di una varietà, 363 di un plurirettangolo, 231 n-dimensionale, 343