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Author: Severino N.
Tags: storia orologi storia dell'orologio storia dell'orologio delle sei cronologia tempismo prima edizione roccasecca
Year: 2011
Text
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2
NICOLA SEVERINO
LA MISTERIOSA STORIA DEGLI
OROLOGI A SEI ORE
L’affascinante avventura di un orologio
che ha segnato il tempo agli Italiani per due secoli
Prima edizione, Roccasecca, 2011
3
Le ricerche e gli studi sull’orologio a sei ore
ebbero inizio nel 1989, durante il primo censimento
degli orologi solari della Provincia di Frosinone.
Da allora, l’argomento è stato da me rivisto e sviluppato
in diverse direzioni.
Il presente volume rappresenta ciò che di più importante ho
potuto trovare su questo tema.
Desidero rivolgere un ringraziamento particolare a Marisa
Addomine, Daniele Pons e Carlo Liberati per tutto il supporto
tecnico e la pazienza con cui hanno corretto le bozze.
Ringrazio, inoltre, tutti gli amici che in qualche modo hanno
collaborato alla realizzazione di questo progetto.
Dedico questo lavoro alla memoria di mia madre Gelsomina,
e di mio padre Renato, scomparsi in questi ultimi anni, e alla
mia meravigliosa famiglia: a mia moglie Daniela e alle mie
principessine Altea e Stella.
Prima edizione, Roccasecca (FR), Maggio 2011
4
INDICE
Far merenda a ventun’ore
7
P
r
e
f
a
z
i
o
n
e
9
Ringraziamenti
11
Cronaca di una scoperta
13
L’orologio a sei ore svelato
20
Una babilonia di ore
20
Scusi, quanto manca al tramonto?
3
7
Pro e contro il sistema Italiano
A favore del sistema Oltramontano
41
A favore del sistema Italiano
42
La semplicità alla base di ogni cosa
DaIaIIII,daIaVI,daIaXII,daIaXXIIII
45
Le origini dell’orologio a sei ore
47
La soluzione in una frase
54
Gli inventori dell’orologio a sei ore romano
54
DaXXIIIIaXIIepoiaVI
60
Elenco degli orologi a sei ore di Roma
60
L’ora Italica del Vaticano
72
L’orologio a sei ore scomparso di Piazza S. Pietro
73
Datazione dell’orologio
73
Gli orologi all’Italiana di Roma nel XVIII-XIX secolo 81
Italico o Francese?
85
Il ritorno all’Italiana
88
I
L
C
E
N
S
I
M
E
N
T
O
Tipologia dei quadranti a sei ore
89
Gli orologi scolpiti su pietra
93
Gli orologi in maiolica napoletana
101
Tipologia mista
108
Tabella delle ore Italiche della meridiana di Guarcino 156
Notizie storiche dell’orologio di San Gemini
159
5
Peculiarità meccaniche degli orologi con quadrante
alla romana
160
Immagini storiche di quadranti a sei ore e di alcune
macchine orologiche
165
La macchina orologica di Vibo Valentia
171
La macchina orologica di Vilminore
175
Le ore Italiche dell’orologio a campana si
computano in modo diverso a Venezia
176
Tracce dell’orologio Italiano di Lodi
176
Le ore Italiane dell’Irrigazione
177
Testimonianza dell’uso delle ore Italiche
ad usum campanae in Firenze
179
Curiosità: orologi meccanici ad ore Italiche
e Babiloniche
180
L’orologio alla romana
182
Notizia dell’orologio da torre più antico d’Italia
e le campane con il suono alla romana nella
Bologna rinascimentale
183
Riferimenti letterari
186
Conclusioni
189
Appendice: Cenni sulla teoria delle macchine
orologiche
191
Elenco alfabetico degli orologi a sei ore esistenti 213
L’orologio a sei ore di Veroli
216
Tipologia della sfera negli orologi a sei ore
220
Bibliografia
223
6
"far merenda ...a vent un’ore".
(fa mrenna a vintun’ore)
E’ una frase che ha accompagnato la mia
infanzia, fino ad almeno il 1974. Non ho mai
compreso cosa significasse, se non per l’ azione
pratica che ne derivava, cioè che ad una certa
ora del pomeriggio era arrivato il momento di
fare merenda (sebbene in quel caso il mio
appetito fosse il miglior orologio). Solo dopo
vent’anni, attraverso la passione per la
gnomonica, ho pot ut o comprendere il
significato di quella frase che è anche una
preziosa testimonianza di un’antica tradizione
tramandata da generazioni. Dai miei bisnonni
mia madre aveva appreso l’usanza delle ore
italiche, pur tuttavia senza mai sapere cosa
fossero queste ore. Ma il modo di dire era
rimasto. Non solo. Insieme al modo di dire era
rimasta anche la vaga idea di collocazione
temporale dell’azione, grazie all’esperienza
pratica. Cioè fare merenda a ventun’ora in
inverno significava farla verso le 16 del
pomeriggio; fare merenda a vent un’ ora,
d’estate significava farla verso le 17,30!
Sorpresa! Senza sapere di cosa si trattava, mia
madre teneva presente la differenza d’ora
italica tra l’inverno e l’estate, in funzione del
tramonto del sole!
7
8
Prefazione
Non di rado alcune persone mi contattano perché hanno avuto
un “incontro ravvicinato” con uno strano quadrante orologico
che non riescono a spiegarsi. Si tratta di una mostra
meccanica in cui sono riprodotti i numeri da I a VI (il
quadrante dell’orologio) e con una sola sfera centrale, oppure
con un ferro piantato nel centro o, nel peggiore dei casi, con
solo un foro, visibile al centro del quadrante.
Questa è la situazione che può presentarsi ad un ipotetico
osservatore del monumento storico sul quale l’orologio è
visibile; monumento che può essere una torre campanaria
comunale, più sovente il campanile di una chiesa, o anche la
facciata di un municipio e, in qualche caso, di un’abitazione
privata.
L’incontro con un quadrante a sei ore, stimola la curiosità e la
fantasia, nonché il desiderio di saperne di più.
Per curiosità, ecco un esempio di cosa mi scrivono i lettori
quando si imbattono in questo strano orologio:
Sono andato a fare un week end in val di Nievole, e mi sono
imbattuto in uno strano orologio, indica solo 6 ore.
Ho chiesto informazioni in loco, senza però avere lumi sul
motivo di questo strano quadrante. Ho pensato sia un
quadrante diurno, ma la mia è solo un'ipotesi.
C'è anche una finestrella molto curiosa, e la stella intorno
all'unica lancetta.
Non sono riuscito a vedere il movimento, anche se mi hanno
detto che quando è stato restaurato, il restauratore ha
consigliato di sostituirlo con uno...elettrico, per cui,
pagandogli la spesa della disinstallazione, ha provveduto a
portarlo via...che buon cuore!!!
E tra gli altri lettori che mi hanno scritto si legge:
1)
“...Vorrei farle ancora delle domande...
9
1. da quando si è passati dal sistema con partenza dal
tramonto a quello con partenza dalla mezzanotte?
2. l'orologio a "6 ore" faceva anche i rintocchi del "quarto
d'ora"?
3. Per editto napoleonico intende "Napoleone I" o quelli
successivi?”
2)
“Ieri sera la puntata di Ulisse era dedicata a Roma e ai suoi
sotterranei. Ne ho visto solo un pezzo, in cui si illustravano i
sotterranei di un edificio religioso (non so essere preciso
perchè seguivo il programma solo a sprazzi), che fungeva da
sepolcro per dei monaci. Questi erano usi riutilizzare le ossa
dei monaci defunti per fare delle decorazioni sulle pareti. In
uno dei locali visitati dal programma si è visto un simulacro
di orologio a 6 ore realizzato con le ossa dei monaci, cosa
che fa pensare che a quel tempo gli orologi a 6 ore fossero
abbastanza comuni”.
3)
“...Prima di tutto le faccio i complimenti per l'iniziativa,
veramente interessanti le informazioni che fornisce.
Da anni mi stavo chiedendo come mai l'orologio dell'Abbazia
di S. Pietro di Perugia, la mia città, mostrasse 6 ore e finora
non avevo mai trovato risposte a questo quesito”.
4)
“Mi chiamo (...) e sono proprietario di una villa nei pressi di
Urbino, che possiede un orologio a sei ore funzionante
mediante un meccanismo installato una paio di anni fa (...)
vorrei porre due domande: su quale principio si basa il
funzionamento di un orologio a sei ore? Come si legge
l’orario?”
Questi quattro esempi, mostrano come gli italiani siano non
solo attenti alle bellezze artistiche e monumentali del proprio
paese, ma anche alla loro storia, cultura e tradizione.
10
Devo dire che dal 2004, anno in cui realizzai il mio sito web
sulla gnomonica, www.nicolaseverino.it, molti lettori si sono
mostrati interessati agli orologi a sei ore, sia dal punto di vista
dei reperti, sia per l’indagine storica.
L’iniziativa di realizzare un censimento dei quadranti a sei
ore ancora visibili nelle città italiane, ha avuto un successo
insperato e, ancora oggi, è unica nel suo genere.
Tutto ciò, e, non da ultimo, la richiesta crescente di
presenziare a manifestazioni culturali dove questi antichi
segnatempo finalmente trovano la loro giusta rivalutazione
artistica e culturale, mi ha spinto a pubblicare questo
volumetto che raccoglie tutto quanto ho potuto scoprire in
questi anni sull’argomento.
Nicola Severino
Ringraziamenti:
Ho iniziato ad occuparmi dell’orologio a sei ore nel 1989.
Come potrei ricordarmi di tutte le persone che in qualche
modo mi hanno aiutato a realizzare queste ricerche?
Sicuramente sono debitore a Giorgio Consolini di Roma che
mi offrì il primo fondamentale contributo regalandomi una
copia del libro rarissimo di Pietro Romano Orologi di Roma,
pubblicato a Roma nel 1946.
Sono riconoscente all’astronomo Walter Ferreri, allora
direttore dell’Osservatorio Astronomico di Torino, che mi
permise di pubblicare il primo articolo nella letteratura
moderna che tratta di questo argomento sulle pagine della
rinomata rivista Orione, nel 1990. Ringrazio Enrico Macchia
che ospitò nelle pagine della rivista Pegaso, dell’Associazione
Astronomica Umbra di cui era direttore ed editore, un altro
articolo sulla disputa dei vantaggi o svantaggi derivati dalla
scelta di uno dei due sistemi orari concorrenti. Ricordo
piacevolmente la corrispondenza sull’argomento con il fisico
e gnomonista, Edmondo Marianeschi di Terni e con il prof.
Don Alberto Cintio di Fermo con il quale discorremmo
11
dell’orologio di Monte San Martino e del testo di Bruton.
Negli ultimi anni, devo molto al prezioso contributo di Carlo
Liberati che ha sapientemente riorganizzato tutto il materiale
fotografico con una ottima presentazione online sulla pagina
internet di Panoramio, integrando tutti gli aggiornamenti e
preparando varie tabelle ed elenchi e rileggendo le bozze di
questo lavoro, dandomi preziosi suggerimenti.
Un grazie particolare anche all’amico Maurizio Grande del
Comune di Collepardo, il quale durante le sue gite culturali
non ha mai dimenticato di cercare per me nuovi quadranti a
sei ore. Ringrazio infine tutti coloro che visitando il mio sito
web, hanno collaborato al censimento inviando preziose
segnalazioni, descrizioni, ricerche storiche e fotografie dei
quadranti scoperti: Andrea Giardi, Maurizio Tumminelli,
Antonio Coppola, Renzo Righi, Enzo Corezzola, A. Migliaro,
Brikka 59, M. V. Zongoli, Frank King, Franco Cinquini,
Vincenzo Valletta, Selcon75, Mauro Flamini, Carlo Giordano,
Matteo Giongo, Stephen Kleckner, Sandro Vallocchia,
Giuseppe Cosenza, Nando Roveda, Daniela Rossi, Francesco
Cillo, Donato Pepe e Angelo Schiavone del comune di
Acerenza. Un ringraziamento particolare va a Marisa
Addomine, presidente del Registro Italiano Orologi da Torre,
esperta di orologeria antica, ricercatrice e collaboratrice della
prestigiosa rivista “La Voce di Hora” e Daniele Pons per i
preziosi contributi presenti in questo volume. Mi scuso,
infine, con tutte le persone di cui non riesco più a rintracciare
i nominativi.
12
OROLOGI A SEI ORE
Cronaca di una scoperta
Nella primavera del 1988 iniziai una prima catalogazione
degli orologi solari presenti sul territorio della provincia di
Frosinone, subito estesa a tutto il basso Lazio, l’alta Campania
e al centro Italia.
In una tersa e bella mattina assolata, arrivai nel caratteristico
paesino di Vico nel Lazio. Visitai la piazza dove esiste la torre
civica per vedere se vi fossero meridiane solari, ma trovai solo
uno strano quadrante circolare, in pietra, scorniciato con un
bordo di qualche centimetro. All’interno vi erano incisi sei
numeri romani, da I a VI tra i quali vi era anche inciso un
giglio e dei punti di suddivisione dentro un settore circolare
che collegava i numeri. Al centro si intravedeva un qualcosa
simile ad un buco. Lo fotografai per pura curiosità, ma non
diedi importanza a quello strano ritrovamento!
Continuando nei giri per il censimento delle meridiane, un
giorno arrivai in visita alla graziosa ed importante cittadina di
Arpino, patria di Cicerone. Giunto nella piazza principale, uno
strano orologio dipinto su un muro secondario di una chiesa
catturò la mia attenzione.
Mi venne subito in mente quello che avevo visto a Vico nel
Lazio, ma sembravano molto diversi nello stile e nel disegno.
Tuttavia gli elementi erano identici, a parte il ferro posto al
centro nel nuovo quadrante di Arpino.
Nel suo prospetto frontale d’insieme esso era costituito da un
riquadro in cui era inscritto un cerchio suddiviso in sei numeri
romani, da I a VI e al cui centro vi era un’asta di ferro
abbastanza lunga da indurre a credere che potesse trattarsi
dello gnomone di una meridiana.
A guardarlo bene, il cerchio intorno allo “gnomone” era
suddiviso in 24 parti e tra i numeri romani vi era un simbolo,
simile ad un giglio, sovrapposto ad alcuni tratti della
13
suddivisione del cerchio minore.
Null’altro era possibile vedere di quello strano orologio.
Anche se da poco ero un novello appassionato della
gnomonica, tuttavia era fin troppo facile rendermi conto che i
numeri V, VI e I non potevano indicare nulla di
“gnomonicamente corretto”, dato che l’ombra dell’ipotetico
gnomone centrale non poteva elevarsi al di sopra della linea
orizzontale che passa per la sua base, perché in quegli istanti
il sole si trova sull’orizzonte (al sorgere o al tramonto).
Perché, quindi, uno gnomone centrale? E che tipo di
numerazione poteva mai essere questa con numeri romani da I
a VI?
Mentre riflettevo su queste domande, ebbi l’idea di chiedere
informazioni a degli anziani presenti sul posto. Era una bella
giornata di sole, ma l’orologio presente su quel muro
secondario, sebbene esposto in direzione sud-ovest, era in
ombra a causa della sporgenza del tetto soprastante.
Gli anziani mi risposero che, senza alcun dubbio, si trattava di
un orologio solare, di una meridiana!
Come poteva essere possibile? Io che avevo già una buona
conoscenza degli orologi solari sapevo che non poteva
trattarsi di una meridiana, a meno che non fosse stato il
risultato di un errato restauro. La risposta non mi convinceva,
ma in quel momento non sapevo trovarne altre più
soddisfacenti. A malincuore e con il relativo carico di
curiosità, dovetti accettare di andarmene senza aver compreso
il significato di quello strano quadrante.
Non mi rimaneva che chiedere lumi agli esperti.
E chi meglio dell’ammiraglio Girolamo Fantoni, mito degli
gnomonisti italiani e autore di uno dei più grandi trattati di
gnomonica moderni, dopo quelli antichi di Cristoforo Clavio e
Athanasius Kircher, poteva ragguagliarmi su ciò che era
ormai diventato per me un mistero da svelare?
Avevo conosciuto Fantoni grazie al giro di conoscenze della
Sezione Quadranti Solari dell’Unione Astrofili Italiani che
organizzava i primi Seminari di Gnomonica. Egli mi rispose
con la sua consueta, fredda e distaccata razionalità:
14
“Ammesso che siano orologi solari, non ho alcuna idea di
come possano funzionare. In ogni caso non si tratta
sicuramente di ore temporarie, né, per quanto possa saperne
io, di altri tipi di ore a me note”.
Si può ben capire il mio sconforto nel leggere questa risposta.
Non mi rimaneva che gettare la spugna ed attendere tempi
migliori. Devo precisare che nel 1988, senza gli sviluppi che
conosciamo della globalizzazione nella comunicazione
digitale, era impossibile espletare ricerche che potessero dare
risposte in breve tempo.
Interpellai altri studiosi di gnomonica e orologeria, ma ebbi
solo risposte vaghe, tra cui una allusione all’orologio alla
romana in uso nei secoli scorsi che indicava le ore da I a VI,
ma niente di più preciso.
Dopo qualche tempo ebbi a vedere sulla rivista regionale
Itinerario Lazio, la foto di un edificio del 1500. Si trattava
dello splendido Palazzo Farnese realizzato dal Vignola nel
1559 a Caprarola (Viterbo). Sulle facciate dei due bastioni vi
erano due orologi: a sinistra una gigantesca meridiana a ore
italiche; a destra un quadrante circolare di circa due metri di
diametro, uguale a quello che avevo visto ad Arpino, ma più
completo: esibiva una lancetta al centro!.
Inoltre, riuscii ad entrare nel vano che si trova dietro il
quadrante dell’orologio e vidi che vi era un antico
macchinario. Pensai che potesse trattarsi della vecchia
macchina orologica del quadrante esposto fuori, ma non ne
avevo alcuna conferma.
Nello stesso anno mi trovavo a Roma per una gita e nel
passeggiare mi ritrovai di fronte alla facciata della chiesa di
Santa Maria dell’Orto in Trastevere. Quale sorpresa nel
vedere un quadrante identico a quello che avevo visto ad
Arpino! Per fortuna avevo con me la mia fedele reflex
Yashica FX-3 con teleobiettivi al seguito; così ebbi modo di
scattare delle foto ravvicinate dell’orologio.
A casa compresi subito che c’era una fondamentale differenza
tra il quadrante di Arpino e quello della chiesa di Santa Maria
dell’Orto in Trastevere: quest’ ultimo aveva al centro non un
15
ferro impiantato come uno gnomone, ma bensì una “sfera”,
come veniva chiamata la singola lancetta degli orologi
meccanici, a forma di freccia e lavorata in ferro.
Questa differenza, confermata anche dall’esemplare che
avevo visto sul palazzo Farnese a Caprarola, già da sola
faceva si che l’orologio si trasformasse, senza ombra di
dubbio, da “meridiana” a “orologio meccanico”.
Allora perché gli anziani di Arpino insistevano nel sostenere
che si trattava di una meridiana solare?
Quel giorno la fortuna volle riservarmi ulteriori sorprese.
Dopo essere stato nella chiesa conobbi un signore, Giorgio
Consolini, che non finirò mai di ringraziare per la sua
gentilezza e disponibilità. Egli aveva una ferramenta nelle
vicinanze dell’edificio religioso ed io, per caso, capitai
proprio da lui per chiedere informazioni sull’orologio!
Ricordo ancora tutto il suo entusiasmo nel dedicarmi il tempo
per recarci di nuovo in visita alla bella chiesa e fece in modo
che potessi fotografare la macchina dell’orologio che avevo
visto; inoltre, mi fece dono, nei giorni seguenti, di un libro
molto raro, ancora oggi difficilissimo da reperire: Orologi di
Roma, di Pietro Romano, pubblicato a Roma nel 1944 per
l’Anonima Romana Stampa in Via dei Portoghesi.
L’originale era di proprietà del dr. Piero Morsani “insigne
scrigno di cose romane”, come Consolini ebbe a definirlo.
Egli mi aveva fatto omaggio della copia di questo libro perché
potessi scoprire e comprendere il significato dell’orologio che
tanto aveva suscitato il mio interesse.
Il testo del libro di Romano mi portò sulla buona strada, anzi
mi svelò praticamente il “segreto” di quei quadranti e mi offrì
i necessari spunti bibliografici per ampliare le ricerche. Così,
poco tempo dopo, approdai all’opera di Giulio Cordara dei
Conti di Calamandrana, De’ Vantaggi dell’Orologio Italiano
sopra l’Oltramontano, che era la versione a stampa di un
discorso recitato all’Accademia degli Immobili in Alessandria
il giorno 28 febbraio del 1783.
All’inizio non mi resi conto che stavo per aprire uno dei tanti
16
libri pubblicati tra la seconda metà del XVIII e il XIX secolo
sull’accesa diatriba della scelta dell’adozione definitiva
dell’orologio Italiano o di quello Oltramontano. Tutte queste
cose che in quegli anni erano per me, come per la maggior
parte degli altri appassionati, nuove e poco conosciute,
andavano poco a poco delineandosi per la loro importanza
man mano che i documenti venivano letti ed analizzati,
storicamente e relativamente al contesto gnomonico.
La lettura dei testi di Romano e Cordara mi avevano ormai
fatto capire che si trattava di un orologio meccanico che
probabilmente indicava in qualche modo, e in quella strana
suddivisione da I a VI, le ore italiche.
Nel frattempo, stavo ultimando il censimento degli orologi
solari della provincia di Frosinone, o, a dir meglio, stavo
passando al setaccio, alla ricerca di meridiane, ogni angolo dei
paesini non lontani da dove vivo. Un giorno mi trovavo a San
Pietro Infine, in provincia di Caserta e al confine tra il Lazio e
la Campania. Visitando l’antico borgo e parlando con alcuni
anziani del posto, sentii ancora notizie dell’orologio a sei ore
e del fatto che esso era una “meridiana” o che “funzionava
con l’orologio solare”.
Mi dissero che ancora ricordavano di aver sentito l’orologio di
una chiesetta andata distrutta dalla guerra suonare all’italiana
fino al 1935. Che esistessero orologi meccanici a ore italiche,
cioè basati sul sistema delle ore Italiane, da 0 al tramonto fino
a 24 ore al tramonto successivo, era già noto. L’esemplare
dipinto da Paolo Uccello nel 1443 per il Duomo di Firenze ne
è uno dei maggiori esempi, ma la numerazione in quel caso è
antioraria e da I a XXIIII non da I a VI.
Ad ogni modo, tra il Romano e il Cordara, riuscii finalmente a
venirne a capo sul significato dello strano orologio che avevo
visto prima ad Arpino e poi a Roma e del perché gli anziani lo
identificassero con una “meridiana”.
La risposta è semplice: questi quadranti indicavano
sostanzialmente le ore Italiane che dal XVI al XVIII secolo
erano il principale sistema di computo del tempo adottato in
Italia, tanto da essere appunto denominato “all’italiana”,
17
regolati dalla meridiana. La lettura di Romano e di Cordara,
tra l’altro, mi aveva curiosamente riportato alla memoria un
tradizionale episodio della mia infanzia. Mia madre, nata nel
1928 e sempre vissuta in terra laboris, era solita dirmi (se ben
ricordo dai tempi della primavera a tutta la stagione estiva)
che a “ventun’ore dovevo fare merenda”.
Lungi dal
preoccuparmi delle “ventun’ore”, e ammesso che il mio
stomaco non si fosse ribellato prima, detto fatto, mi
apprestavo a fare merenda, circa alle 16 in primavera e attorno
17 o 17,30 in estate. Non avevo mai compreso il significato di
quella definizione temporale di “ventun’ore”, anche perché
detto in dialetto risultava “vintunora”, che era per me
incomprensibile. Ma doveva esserlo anche per mia madre la
quale aveva ereditato dai genitori questo modo di dire, che a
loro volta l’avevo ereditato dai loro genitori, ecc. Avevo 6 o 8
anni, ma anche se fossi stato più grandicello, non avrei mai
potuto capire il senso ed il significato di quella parola. E’
stato per me meraviglioso essere protagonista della
trasmissione indiretta di un retaggio culturale e sociale, come
può essere un determinato computo della misurazione del
tempo in uso presso un popolo, nell’ambito della mia stessa
famiglia! In piena epoca degli orologi meccanici ad ore
astronomiche e con l’ora legale in voga!
Sarà forse ancora una volta la rivincita del sistema Italico su
quello Oltramontano la cui adozione dell’uno o dell’altro tanti
accesi dibattiti favorì nel XVIII secolo?
Tutto quanto avevo scoperto su questo orologio e sulla
controversa vicenda dell’adozione del sistema orario italico o
francese, lo scrissi nel mio primo articolo intitolato Le ore
Italiche... perdute, pubblicato nella rivista di astronomia
Orione, n. 4 del 1990. Questo fu il mio primo contributo sullo
specifico argomento.
Il titolo voleva sottolineare che questo tipo di quadrante e le
relative ore italiche che indicava, erano in qualche modo
cadute non solo in disuso, ma anche nell’oblìo.
A seguire, scrissi un articolo intitolato “Italico o Francese”,
pubblicato da Enrico Macchia, direttore della rivista di
18
astronomia Pegaso, dell’Associazione Astronomica Umbra,
nel 1992.
Il 26 giugno del 1993 ricevetti una lettera del caro amico Don
Alberto Cintio, uno dei decani gnomonisti italiani, con la
quale mi chiedeva spiegazioni su uno strano orologio che
aveva trovato nel Museo del comune di Montalto Marche. La
lettera era accompagnata da un bel disegno dell’orologio fatto
da Cintio e da una sua breve descrizione: “E’ costituito da 4
spicchi di travertino (spessore 4-5 cm.) di diametro
complessivo di cm 120, tenuti insieme da graffe di ferro
piombate. C’è un foro centrale”.
Dopo avergli detto quel che sapevo sull’argomento, il 5 luglio
dello stesso anno Don Alberto mi rispondeva ringraziandomi
e dicendomi che aveva acquistato l’importante ed autorevole
libro di Eric Bruton Horloges, montres et pendules, in cui
aveva trovato, alle pagine 64 e 65, notizie di quello strano
quadrante a sei ore “ben spiegato” ed aggiunse “il testo
conferma quanto mi hai detto”!
Le parole di Don Cintio furono per me un vero sollievo,
perché era la prima vera ed autorevole conferma a quanto
avevo scoperto e divulgato fino ad allora su questo tipo di
orologio.
Poco tempo dopo Don Cintio trovò un altro esemplare del
genere, quasi identico a quello di Vico nel Lazio, cioè in
pietra con i numeri scolpiti, tanto da far credere che esso
rappresentasse una vera e propria tipologia stilistica di questo
quadrante a VI ore, utilizzata principalmente per le antiche
torri in pietra.
Che tutte queste cose fossero praticamente state dimenticate e
quindi sconosciute nel 1988, almeno nell’ambito degli
appassionati di gnomonica, è ampiamente confermato dalle
lettere di Fantoni e Cintio e dalla totale assenza di
informazioni e pubblicazioni moderne specifiche in merito
nella lingua italiana. E ancora oggi, come è facile vedere, la
gran parte delle persone continua a meravigliarsi e ad
interrogarsi su questo strano e misterioso quadrante.
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L’OROLOGIO A VI ORE SVELATO
Don Cintio aveva allegato alla lettera inviatami la paginetta
del libro di Bruton in cui si leggeva del quadrante a sei ore.
Riporto il passo che mi sembra interessante nel comprensibile
francese:
“Considérant le système de sonnerie de 1 à 12 comme
typiquement français, ou le désignant parfois par
oltramontane (au-delà des montagnes), les Italiens essayèrent
de résoudre le problème de la force motrice requise par la
sonnerie en équipant leurs horloges d’un cadran original
numéroté de 1 à 6 et d’une sonnerie conçue en conséquence,
de sorte que l’aiguille des heures tournait quatre fois au
cours d’uno journée. Son propriétaire devait donc savoir si,
disons, 3 heures correspondait à 3 heures du matin, à 9
heures du soir.”
Bruton, però, non dice espressamente quale “tipo di ora”
segnasse il quadrante a VI ore, anche se la risposta sarebbe
implicita nel riferimento “gli Italiani”, a sottintendere il
sistema delle ore indicato da quell’orologio fosse strettamente
legato alle tradizioni degli Italiani.
Un mistero così fitto fino ad allora, quello del quadrante a VI
ore, svelato alla fine in poche righe! Ma per capire bene tutta
la vicenda è necessario iniziare da capo e, soprattutto, dare un
accenno sul significato dei termini comunemente usati nella
gnomonica e relativi alle definizioni dei diversi sistemi di
computo del tempo che si sono avvicendati nei secoli e nelle
diverse tradizioni dei popoli.
Una babilonia di ore
Il sistema dell’unificazione e della standardizzazione della
misura del tempo nel mondo trova giustificazione nella
incessante e crescente necessità, fin dai tempi antichi, di
conoscere l’ora in modo sempre più preciso, specialmente a
seguito dello sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione atti a
20
facilitare lo scambio tra i popoli.
Quando i sistemi di comunicazione sono diventati via via più
veloci, la necessità di adottare un tempo uguale per tutti,
prima per le città e regioni più vicine tra loro, poi per le
nazioni appartenenti ad uno stesso meridiano geografico della
terra, è diventata talmente impellente che è stato necessario
effettuare subito questo cambiamento. Più di tutto hanno
contribuito a questa evoluzione la realizzazione delle ferrovie,
il telegrafo e il telefono che hanno avvicinato d’un sol colpo i
popoli più di quanto non sia stato nei venti secoli prima della
loro scoperta.
Ma come si presentava la situazione nell’antichità e fino al
Rinascimento?
Nei tempi passati esisteva la consapevolezza che per coprire
un viaggio di centinaia di chilometri occorrevano diversi
giorni, a piedi, con il cavallo o in carrozza. A chi poteva
interessare a che ora precisa di chissà quale giorno un amico,
un parente o un politico, poteva ricevere il messaggio
inviatogli?
Non esisteva alcuna necessità pratica di unificare il modo di
contare le ore e così queste risultavano essere diverse, per uso,
costumi e tradizioni, da un popolo all’altro.
Basta leggere un buon libro di Gnomonica, anche antico,
oppure uno di quei libri eruditi pubblicati tra il XVI e il XVII
secolo sugli usi e costumi degli antichi per avere una buona
conoscenza dei diversi sistemi di computo adottati dalle
diverse nazioni. Il Causabon, il Graevio o le Exercitationes
Plinianae di Claudio Salmasio, per fare qualche esempio,
sono più che soddisfacenti.
Ma per il nostro scopo basterà qui accennare solamente alle
differenze tra i diversi sistemi di computo.
Le più antiche risultano essere le cosiddette “ore temporarie”.
Non abbiamo certezze sul tipo di ora in uso presso gli antichi
popoli della Valle dell’Eufrate, in quanto il concetto di “ora”
così come l’abbiamo ereditata dai Romani, si sviluppò nella
21
Grecia Ellenica attorno al IV secolo a.C .
Abbiamo qualche certezza in più, invece, sul fatto che la
suddivisione del giorno e della notte, ereditata dai Babilonesi,
fosse scandita suddividendola in 12 parti uguali. Ciò poneva
delle difficoltà, ovviamente, in quanto le ore che ne
scaturivano dovevano per forza avere una durata diversa tra
loro a seconda della lunghezza del giorno chiaro e delle notti
che era in funzione delle stagioni.
Le ore derivate da questa suddivisione e di cui abbiamo
testimonianza almeno sugli orologi solari greco-romani
pervenuti dagli scavi archeologici, sono le cosiddette ore
Ineguali, comunemente appellate ore Temporarie, o ore
Temporali. Esse furono adottate da quasi tutti i popoli
dell’antichità e per tutto il medioevo. Per tale motivo, e a
seconda degli usi e costumi, esse ricevettero anche altri
appellativi: ore giudaiche, perché usate dai Giudei ed usate
nei Vangeli; ore naturali, perché derivate dalla divisione del
giorno e della notte naturali; ore Antiche perché usate dai
popoli antichi, ecc.
Le ore Temporarie furono adottate, durante l’alto medioevo e
fino al XIV secolo, dalle diverse comunità monastiche
europee, spinte dai dettami della Regola di San Benedetto, per
un’accurata osservazione degli Uffici Religiosi. Queste ore
furono denominate ore Canoniche e variavano a seconda
degli usi e costumi delle diverse comunità, probabilmente
anche per effetto dell’influenza sugli orologi solari della
latitudine geografica in cui si viveva.
Nell’uso astronomico, fin dall’antichità, ovvero almeno dai
tempi di Tolomeo, si utilizzavano le ore Equinoziali che
essendo computate sull’Equatore erano “ore eguali”. Usate
per i calcoli astronomici, divenne uso comune denominarle
ore Astronomiche. Adottate in seguito principalmente dalla
Francia, divennero famose nel periodo napoleonico come ore
Francesi e, per noi Italiani, ore Oltramontane. In Germania
ebbe successo nel Rinascimento il sistema delle ore di
Norimberga che erano in funzione della eccezionale
lunghezza dei giorni e delle notti alle latitudini delle città
22
tedesche, arrivando ad una lunghezza dell’arco diurno fino a
oltre 16 ore!
Mentre in Italia e in Boemia, ereditando l’usanza dagli antichi
Ateniesi, si iniziò a computare il tempo da un tramonto
all’altro, iniziando la numerazione da 0 = tramonto del Sole
fino a 24 = al tramonto del sole del giorno seguente. A partire
forse dalla metà del XVII secolo, nella tradizione religiosa
questo computo fu spostato di mezz’ora avanti per fare in
modo che l’ora dell’Ave Maria venisse suonata mezz’ora
dopo il tramonto del sole. Le meridiane italiche costruite su
questo presupposto hanno le linee delle ore spostate di
mezz’ora avanti, così che la linea oraria delle 18 italica
intersechi la linea meridiana sulla linea equinoziale mezz’ora
dopo. Questi tipi di orologi solari sono stati definiti oggi come
meridiane italiche da campanile perché indicavano l’ora
italica sulla quale erano basati gli orologi meccanici con
quadrante di VI ore. Ed erano sovente accoppiate agli orologi
meccanici per favorire le correzioni da apportare alla
macchina orologica meccanica dal temperatore di turno.
Accennato brevemente ai diversi sistemi orari in uso presso i
diversi popoli dall’antichità, riconsideriamo quello che più ci
interessa da vicino perché legati alla macchina orologica del
quadrante a VI ore, cioè il sistema delle ore Italiche.
Per non tediare il lettore, farò solo una breve cronologia. Il
significato e l’uso del sistema sono piuttosto semplici.
Tradizionalmente si attribuisce ad una cronaca di Galvano
Fiamma, divulgata da Ludovico Muratori nella sua
monumentale opera Rerum Italicarum Scriptores, la notizia
da cui si fa iniziare l’uso divenuto pubblico del sistema orario
all’italiana. La cronaca parla di quello che potrebbe essere
uno dei primi orologi meccanici pubblici da torre realizzati in
Italia. Esso si trovava sul campanile della chiesa della Beata
Vergine, o di S. Eustorgio, a Milano. Non è dimostrato, dalla
cronaca, l’esistenza o meno di un quadrante orologico con la
numerazione, ma sappiamo che l’orologio suonava le ore da 1
23
a 24. In seguito si diffusero gli orologi con numerazione
oraria da I a XXIIII.
Le ore Italiche fanno parte del sistema delle “ore uguali”, cioè
che suddividono il giorno in 24 ore uguali indipendentemente
dalle stagioni. A questo sistema fanno parte tre tipologie di
sistemi orari che brevemente riassumiamo così:
1) Ore uguali computate dal tramonto del sole a quello
successivo. Sono le nostre ore Italiche, dette in latino ab
occasu solis.
2) Ore uguali computate dal sorgere del sole a quello
successivo. Sono le ore Babiloniche, ab ortu solis.
3) Ore uguali computate dalla mezzanotte a quella successiva
(a media nocte), o dal mezzogiorno a quello successivo (a
meridie). Sono le ore del sistema detto alla francese, oppure
“astronomico”,
o “oltramontano”,
come spiegato in
precedenza.
Il sistema delle ore uguali, quindi, è comune alla maggior
parte dei popoli fin dal medioevo, mentre esso veniva usato
dagli astronomi nell’antichità, esso venne definitivamente
adottato, dopo il medioevo, da quasi tutte le nazioni europee
tranne che l’Italia. Per questo si continuò a chiamarle “ore
all’italiana”. Un po’ come anche il nostro “matrimonio
all’italiana”, “divorzio all’italiana”, e via dicendo, giusto per
rubare un sorriso al lettore.
Ma evidentemente doveva esserci anche qualche ragione di
questa ottusa insistenza nel mantenere in uso in Italia un
sistema totalmente abbandonato nella maggior parte
dell’Europa post rinascimentale.
Tra le ragioni di ciò si possono annoverare certamente le
abitudini stesse degli italiani, legati alle loro tradizioni, e tra
queste quella religiosa legata alla recita dell’Ave Maria che
avveniva generalmente, e a seconda delle diverse usanze,
all’alba, al mezzogiorno e al tramonto del sole.
Generalmente, le campane dell’orologio erano solite suonare,
24
per indicare ai fedeli che era il momento della recita dell’Ave
Maria, 24 rintocchi, poi 12 e quindi 6, nel quadrante a VI ore,
nel momento della ventiquattresima ora Italica. Così erano
regolate anche tutte le meridiane solari sulle quali si poteva
evincere questo tipo di ora italica dall’intersezione sulla linea
equinoziale della linea oraria delle 18 italica, con quella del
mezzodì.
Quando la recita dell’Ave Maria fu spostata, non sappiamo
con certezza quando, a mezz’ora dopo il tramonto del sole,
subentrò questo nuovo sistema dell’ora italica e i primi
segnatempo ad essere sottoposti a tale modifica furono
ovviamente gli orologi da torre. Presumibilmente, questo
cambiamento avvenne verso la metà del XVII secolo e le
ragioni possono essere diverse, tra cui una abbastanza
plausibile, quella di dare tempo ai lavoratori di prepararsi,
dopo una giornata di fatica, per essere presenti senza ritardo
alla funzione religiosa.
Una delle prime e principali testimonianze del nuovo sistema
italico “ad usum campanae”,
venne testimoniato da
Bartolomeo Scanavacca in un noto libro di gnomonica
1
pubblicato a Padova nel 1688: “...Horologi Solari,
insegnand’anco a farli non solo che mostrino le hore secondo
l’antico uso; ma ancora secondo un uso nuovo, non ancora
da altri (ch’io sappia), introdotto; che è di farli che si
conformino in tuto e per tutto con gli Horologi delle Torri, e
da ruote, acciocché nei Paesi dove si usa suonare le hore 24
mez’ora doppo che il Sole è tramontato, si possa havere un
Horologio a Sole che si concordi del tutto con tale usanza...” .
In questo passo Scanavacca, per “uso nuovo, non ancora da
altri (ch’io sappia) introdotto”, documenta un sistema orario
nuovo
all’usanza
del popolo.
Riferendosi, forse,
principalmente all’introduzione di metodi per la costruzione
delle meridiane che non indicavano ancora quel tipo di ore.
Infatti, le ore italiche computate da mezz’ora dopo il tramonto
1
Bartolomeo Scanavacca, Novissima inventione per dissegnare con
grandissima facilità e prestezza Horologi solari Italiani, Babilonici e
Francesi”, Padova, 1688.
25
del sole erano già conosciute, come visto, e l’opera di
Giuseppe Maria Figatelli, Retta Linea Gnomonica, pubblicata
a Modena nel 1675, non poteva essere sfuggita a Scanavacca.
Per questo, presumo che egli si riferisse con le sue parole ai
metodi geometrici per progettare meridiane solari che
indicassero questo “uso nuovo” che a sua conoscenza nessun
altro autore aveva ancora descritte in modo adeguato.
Nel 1736, il bolognese Ludovico Quadri, pubblicò delle
tavole contenenti dei metodi utili per “regolare di giorno in
giorno gli orologi a ruote” e per costruire meridiane ad ore
italiche da campanile. Il frontespizio, non a caso, mostra in
primo piano un orologio a VI ore.
Nell’introduzione egli specifica la differenza del sistema
italico normale e quello da campanile. Probabilmente proprio
da queste pagine deriva la nostra usanza di denominare le ore
italiche spostate di mezz’ora avanti “da campanile” o “ad
usum campanae”.
”Queste mie (tavole) sono calcolate per l’ore comuni, dette
volgarmente della Campana, che secondo l’uso d’Italia
hanno il loro termine mezz’ora dopo, che è tramontato il
Sole”
.
Frontespizio dell’opera di Ludovico Quadri
26
Tavole come quelle di Quadri dovevano essere molto popolari
negli ambienti dei temperatori per gli orologi pubblici. Ma chi
non disponeva di esse, poteva fare affidamento sulla lettura di
una buona meridiana solare. Nel Settecento si realizzarono
meridiane solari in coppia con gli orologi a campana in modo
che il segnale dell’ora solare potesse facilitare continuamente
l’aggiustamento degli anticipi o ritardi dell’orologio italico
meccanico. Addirittura si ha notizia di situazioni ottimali in
cui, intenzionalmente o casualmente, troviamo abbinato
all’orologio italico a campana anche una linea meridiana
pavimentale la quale poteva fornire una precisione davvero
inconsueta per le esigenze del popolo.
E’ bene precisare, già che ci siamo, che l’orologio a VI ore
che stiamo comunemente chiamando “italico”, non è, per
buona pace di tutti e soprattutto per coloro che amano queste
sottigliezze, un “orologio italico” per sua concezione o per
sua natura, come può essere la meridiana a ore italiche
concepita appositamente sfruttando l’esatta teoria matematica
ed astronomica dell’orologio italico. Questo strumento
meccanico, è solo una macchina concepita e architettata in
modo da suddividere 24 ore uguali in quattro parti di sei ore
ciascuna, e facendo iniziare il computo mezz’ora dopo il
tramonto. Ciò corrispondeva, in modo approssimativo, al
sistema delle ore italiche in vigore in quell’epoca. Ciò è
dimostrato anche dal fatto che il quadrante e la macchina
orologica, possono essere modificati a piacere nei “ruotismi”
e far segnare al quadrante a VI ore l’ora astronomica. Due
esempi eccelsi di queste modifiche sono l’orologio del
Quirinale e quello all’interno della basilica di San Pietro. Al
contrario, una meridiana solare italica non può servire ad
indicare un diverso sistema orario.
Il fatto di chiamare “orologi italici” questi quadranti
meccanici a VI ore è solo un vizio di forma, o una licenza
letteraria per non incorrere in ulteriori problemi di chiarezza.
D’altra parte, come dovrebbe chiamarsi un orologio
meccanico costruito per indicare l’ora italica?
Credo che debba prendersi per buona quindi la
27
denominazione usuale per i quadranti a VI ore di “orologi
meccanici ad ore italiche da campanile” o “che indicano le ore
italiche da campanile”.
L’esigenza di Ulisse Quadri nel realizzare la sua operetta con
le tavole per rimettere a punto gli orologi a campana, non era
di poco conto. Almeno all’incirca la metà del Settecento è
testimoniata la stessa esigenza anche a Roma e le Effemeridi
Letterarie di Roma, n° 14 del 3 aprile del 1790, ne sono una
bella prova.
“Tavole nelle quali si mostra il punto del mezzo giorno e della
mezza notte, del nascere e del tramontar del sole, secondo il
meridiano di Roma, per regolare gli orologi all’italiana e alla
francese, pubblicate dall’Ab. D.P .G .M . (Don Pietro Giuseppe
Marquez). Nella stamperia Salomoni, alla piazza di
Sant’Ignazio, 1790.”
Dalla testimonianza che si riporta sotto, sembrerebbe che in
Roma vi fosse la difficoltà da parte dei temperatori di
correggere gli orologi pubblici per mezzo della meridiana
solare.
“Ove si contano le ore all’Italiana, come in Roma, non è
possibile senza di queste o consimili tavole di ben regolare un
orologio, che mostri le ore italiane, per mezzo di una
meridiana. Imperocchè per il commodo della vita civile si è
stabilito, che in questa nostra maniera di contar le ore, il
punto del mezzo giorno salti da un giorno all’altro di un
intiero quarto d’ora, cosicchè per es. suonandosi oggi il
mezzo giorno a diciassette e mezza, domani si suoni a
diciassette e un quarto; ma il fatto sta che realmente questo
quarto d’ora non si guadagna o si perde ad un tratto, ma a
poco a poco e successivamente si va guadagnando o
perdendo dal giorno in cui si suona fino a quello in cui si fa
suonare un quarto prima o un quarto dopo. Così nell’addotto
esempio se dovrà corrispondere il mezzo giorno di domani
alle 17 e un quarto cioè a 17 ore e 15 minuti, si trova che
28
oggi dovrebbe suonarsi, non già alle 17 e mezza, ossia 17 e
30 minuti, come lo annunciano le pubbliche campane, ma
bensi alle 17 e 16 minuti; il giorno innanzi alle 17 e minuti
18, ecc.
Chi dunque oggi, riguardando una meridiana mettesse, nel
punto del mezzo giorno, il suo orologio alle 17 e mezza,
s’ingannerebbe di assai, e si avvederebbe di questo suo
inganno dal dissesto in cui si ritroverebbe il suo orologio nei
giorni consecutivi. Queste tavole adunque potranno guidarlo,
stando in Roma, perché non s’inganni; poiché giorno per
giorno egli vi troverà segnate le ore italiane e i minuti, che
corrispondono al vero mezzo giorno.”
Questi salti di quarti d’ora descritti dall’abate Marquez, sono
anche testimoniati, sempre in Roma, da Filippo Luigi Gilii
(1756-1821), reso celebre dall’incarico di realizzare la grande
meridiana pavimentale di Piazza San Pietro il cui gnomone è
costituito dall’obelisco che sta al centro. Nel suo libretto
Memoria sul regolamento dell’orologio Italiano colla
meridiana, pubblicato a Roma nel 1805 (ripreso dal
Cancellieri ne Le due nuove campane del Campidoglio, Roma
1806, “pubblicato da’ Torchi della Stamperia Caetani sul
colle Esquilino”), riporta:
“L’uso di far variare, come noi facciamo, il mezzo giorno di
quarto in quarto, sebbene credasi comodo, è però
incontrastabile che induce un errore quale, perché piccolo,
meglio sarebbe l’evitarlo. Queste variazioni, o piuttosto salti
del mezzo giorno “Italiano” da un quarto d’ora all’altro,
derivano da un calcolo ridotto ai punti medi, né combinano
giammai col vero momento dell’arrivo del Sole alla metà del
suo corso”
2
.
L’ombrosa spiegazione di Gilii, che accenna ai salti di quarti
d’ora ma non li spiega chiaramente, è definitivamente chiarita
2
Questa notizia è stata data in tempi moderni, primo fra tutti, da Mario
Catamo nel suo libro “L’evoluzione della misura oraria del tempo”, Civita
Castellana, 2008, pag. 47.
29
da quella più pratica delle Tavole delle Effemeridi Letterarie
di Roma le quali, a mio conoscenza, sono qui divulgate per la
prima volta in tempi moderni.
Per curiosità, vorrei citare una notizia appresa da Gregorio
Frangipane dal suo libro Storia del Monastero di San
Martino, del 1905, in cui scrive che “una ruota, detta di
Archimede, regolava da sé le variazioni del mezzogiorno
supplendo o sottraendo i minuti deficienti od eccedenti, giusta
l’orologio all’italiana regolato sul tramonto del sole”.
Questa ruota orologica, detta “di Archimede”, dovrebbe essere
il meccanismo con il quale gli autori, come dirò tra poco,
descrivevano l’inconsueto modo di “aggiustare” i ritardi o i
posticipi dell’orologio Italico sul mezzogiorno.
L’ora italica da campanile era regolata, come si è visto, sul
momento della mezz’ora dopo il tramonto del sole, mentre il
sistema comportava una variabilità di non poca importanza
per quanto riguarda gli istanti dell’alba e del mezzogiorno. In
pratica era come noi oggi per le variazioni dell’alba e del
tramonto. Abbiamo il mezzogiorno che avviene sempre alla
stessa ora di tempo medio (del nostro orologio),
indipendentemente dal passaggio del sole vero sul meridiano
locale, mentre variano continuamente i momenti del sorgere e
del tramontare del sole rispetto a quando il nostro orologio da
polso segna le 6 del mattino o le 18 del pomeriggio, istanti in
cui solo nei giorni di equinozio si trovano allineati.
Noi oggi non facciamo molto caso a che ora sorge o tramonta
il sole, se non in modo poetico, o per spirito di osservazione
della natura. Il nostro sistema di computo è basato su un sole
fittizio che ruota apparentemente intorno alla terra,
compiendo un giro completo in 24 ore esatte, in modo che
tutti gli orologi regolati su uno stesso fuso indichino sempre la
stessa ora, indipendentemente dalla latitudine, longitudine e
usanze dei Paesi. E’ l’unificazione dell’ora astronomica, per
arrivare alla quale, si è prima dovuto sottostare a passaggi
intermedi che tenevano conto dell’ora media del meridiano
locale e, successivamente, del meridiano del fuso di
30
appartenenza.
Oggi siamo in grado di apprezzarne gli indiscutibili vantaggi,
ma dopo la metà del Settecento e per circa un secolo, non
dovette essere facile accettare un simile cambiamento. Gli
autori che hanno scritto sui vantaggi dell’orologio italico su
quello oltramontano non sono molti, mentre lo erano i
sostenitori dell’orologio alla francese. Entrambi, però,
basavano le loro dispute essenzialmente sul problema visto
prima. relativo ai ritardi che l’orologio Italiano accumulava
durante l’anno e per i quali aveva necessità di essere
“aggiustato”, ovvero rimesso da un uomo appositamente
incaricato, chiamato “temperatore”, mentre l’orologio alla
francese, basato sul mezzogiorno, non ne aveva bisogno o,
almeno, lo sfasamento era di molto contenuto rispetto a quello
Italiano.
L’orologio italico da campanile, accumulava in una settimana
all’incirca un quarto d’ora di anticipo o ritardo e il
temperatore era addetto settimanalmente a spostare avanti o
indietro la lancetta dell’orologio del quarto d’ora accumulato.
Sulla questione del ritardo e anticipo dell’orologio Italiano su
quello Oltramontano, abbiamo trovato una rara e interessante
testimonianza di un anonimo scrittore che fece pubblicare una
dissertazione sugli orologi nella rivista “Il Caffè: o sia, Brevi
e varij discorsi già distribuiti in fogli periodici”, pubblicata in
Venezia nel 1766, seconda edizione, tomo primo, pagg. 467 e
segg. Questa pubblicazione è anteriore di circa venti anni a
quella di Cordara ed è quindi da considerarsi una delle prime
sulla disputa dei vantaggi tra l’orologio Italico e
l’Oltramontano. Qui di seguito si riportano alcuni passi, a
volte interpretati nel linguaggio moderno per abbreviazione, a
volte in originale per tener fede all’intento dell’autore.
“Perché ci si possa servire utilmente dell’orologio, conviene
fissare un punto di partenza della giornata, altrimenti se
ciascuno a sua voglia fissasse quel punto che più gli piace,
31
l’Orologio sarebbe inutile nel commercio degli Uomini, come
inutile sarebbe il dono della lingua, se ciaschedun Uomo si
fabbricasse un linguaggio a suo talento. Tutte le nazioni si
sono accordate nel misurare il tempo con il moto del sole, che
è il più sensibile, ma diverso è il principio da cui iniziano a
contarle le ore. E’ naturale che i più antichi osservatori
scegliessero per principio delle loro misure il punto più
visibile che vi fosse, più costante e sicuro: lo spuntar del sole.
Così facevano i Caldei e gli Ebrei e così fanno oggi, per aver
ereditato la tradizione, gli abitanti delle isole di Maiorca e
Minorca... Gli antichi Ateniesi, gli antichi Boemi e i moderni
Italiani, non so come, si sono appigliati al tramontar del
sole... Il volgo che vede sempre arrivare la sfera alle
ventiquattr’ore, e vede che è ancora giorno ora ad un’ora ora
ad un’altra ora, crede che il momento del tramonto del sole
sia un punto inalterabile. Al contrario, invece, esso è
variabile ed incostante... Poiché il giorno, piuttosto che la
notte, suol destinarsi agli affari, pare più ragionevole iniziare
il computo delle ore dal suo inizio, cioè dal sorgere del sole,
ma a tal proposito devo dire che le azioni più importanti per
noi Nazione colta, polita, civile, ben accostumata, cioè le
veglie, le conversazioni, il giuoco, sogliono destinare al
principio della notte, non servendo la mattina ad altro che
alle vili occupazioni dell’ultima feccia del popolo.”
Quest’ultimo periodo farebbe scatenare aspre polemiche al
giorno d’oggi, perché le “vili occupazioni dell’ultima feccia
del popolo” sarebbero da intendere le umili fatiche degli
operai, contadini ed artigiani. Ma a parte questo, vediamo il
passo, che riporto in originale ma semplificato, relativo al
paragone tra l’orologio meccanico Italico e quello
Oltramontano.
“Dei due orologi, l’Italiano e l’Oltramontano, uno perlomeno
dev’essere fallace. Ora, perché l’orologio sia giusto il suo
ago (sfera) deve scorrere in modo uguale su tutto il circolo
della mostra e ritornare nel punto da cui era partito. Dati
32
dunque due oriuoli giusti, e messi i loro aghi su d’uno stesso
punto, ambedue gli aghi dovranno sempre segnare la stessa
ora, e se io metterò un ago tre ore avanti rispetto all’altro,
questa differenza dovrà essere mantenuta: E se io farò che se
un ago segni le ore dodici e l’ago dell’altro orologio lo
metterò diagonalmente opposto che segni le ore sei, sempre
questi aghi saranno diametralmente opposti, e segneranno
costantemente il tempo con sei ore di diversità...Ciò posto, si
prendano due oriuoli verso la metà di ottobre, e uno di essi si
regoli all’Italiana e l’altro all’Oltramontana. Siccome allora
il Meriggio è alle nostre ore 18, seguirà che quando
l’orologio all’Italiana segnerà le sei ore, o le 18, l’altro
orologio segnerà le dodici ore. Che avverrà di questi due
oriuoli verso la metà di Giugno allorchè mezzodì arriva circa
alle nostre ore 16? Il loro movimento sarà stato sempre
uguale? Avranno mantenuto la differenza costante di sei ore?
Oppure il mezzogiorno d’allora ha per così dire anticipato di
due ore; onde quando all’orologio Italiano sono dodici ore,
non v’essendo in giugno che quattr’ore per arrivare al mezzo
giorno, di quattr’ore dovrebbero gli aghi esser tra loro
distanti.
Lo stesso dicasi se i due oriuoli si accomodino li 21 Giugno,
in modo che l’Oltramontano segni dodici ore e l’Italiano 15
3⁄4 ; alli 21 Dicembre, l’Oltramontano segnerà al mezzodì ore
12 giuste, e l’taliano, che dovrebbe segnare 19 1⁄4 perché a
tal’ora è mezzodì al solstizio di dicembre, segnerà
nuovamente ore 15 3⁄4, avendo sempre gli aghi conservato il
rapporto di lontananza d’ore di 3 3⁄4 . Converrà dunque dire
che uno dei due punti fissati non è invariabile”.
L’autore procede nei dettagli delle definizioni della sfera
celeste e del moto del sole su di essa. Quando ritorna agli
orologi per completare i suoi esempi, ci avverte che l’orologio
Oltramontano, basato sul principio del mezzogiorno ha un
anticipo o ritardo massimo sul punto di inizio del computo
pari a circa mezz’ora in tre mesi, mentre da un giorno all’altro
la massima differenza è di circa mezzo minuto, portando
33
diversi esempi pratici e concludendo che “l’Oriuolo
Oltramontano varia bensì nelle diverse stagioni, ma le sue
variazioni si compensano l’una coll’altra, ed alla fine
dell’anno l’Orologio tornerà a segnare il giusto mezzodì”.
“Passiamo ora ad esaminare – scrive l’anonimo autore –
l’Oriuolo Italiano. Nel solstizio d’estate, al 21 giugno
abbiamo il meriggio alle ore 15 3⁄4 . Nel solstizio d’inverno, al
22 dicembre, è alle ore 19 1⁄4 . La differenza dall’ora del
meriggio d’estate a quella d’inverno, cioè in sei mesi, è di ore
31⁄2.”
L’orologio oltramontano sbaglia rispetto al punto d’inizio,
cioè il mezzogiorno, di circa mezz’ora in tre mesi: novembre,
dicembre e gennaio, il quale errore viene in parte compensato
dai 18 minuti di ritardo che accumula dall’11 febbraio al 15
maggio. Quindi, in totale, l’orologio oltramontano sbaglia di
soli 12 minuti da novembre a metà maggio. Mentre nei circa
sei mesi dall’11 febbraio al 25 luglio, sbaglia di circa 8
minuti. Dal 15 maggio al 1 novembre, l’orologio sbaglia di
12 minuti e dal 25 luglio all’11 febbraio di 8 minuti. Dunque
il massimo sbaglio dell’orologio Oltramontano in sei mesi è
di minuti 12
3
.
Da tanta confusione numerica, il risultato è che l’orologio
Italiano accumulava in sei mesi un errore di circa 3 ore e
mezza. Una differenza con l’Oltramontano di minuti 12 a
210! Ma l’errore dell’orologio Italiano è tanto più vistoso
quanto più è grande la durata dell’arco diurno alle diverse
latitudini.
Lo stesso discorso fa l’autorevole astronomo Giuseppe Piazzi,
sebbene lo scritto dell’anonimo autore della dissertazione
sull’orologio pubblicata ne “Il Caffè”, del 1766, sembri essere
3
L’autore computa questi calcoli per la latitudine di Milano per l’anno
1765, rilevando che l’errore medio diurno per l’orologio oltramontano da
un giorno all’altro sarebbe di secondi 17 2/3 rispetto ai 254 secondi
dell’orologio Italiano!
34
molto simile a questo del Piazzi, come uscito quasi dalla
stessa mano, nel suo opuscolo “Sull’orologio Italiano e
l’Europeo”, pubblicato a Palermo nel 1798. Ecco come
riassume il tutto con la sua proverbiale chiarezza:
“Dovendo quindi l’orologio Italiano segnare costantemente
23 ore e 30 minuti al tramonto del sole; egli è chiaro che
deesi portare indietro per due ore, e 40 minuti dal solstizio
d’inverno al solstizio d’estate, e di altrettanto da questo a
quello spingerlo innanzi. Se vogliasi nell’orologio conservare
l’uniformità del movimento, sarà necessario per sei mesi ogni
sera al tramonto del sole portare indietro l’indice
dell’orologio di un minuto prossimamente, e per altri sei mesi
portarlo innanzi. Ma come ciò riesce troppo incomodo si
preferisce nella pratica il metodo di accelerare, o ritardare il
movimento secondo il bisogno. Dee farsi ritardare dal
solstizio d’inverno al solstizio d’estate, indi farsi accelerare
da questo a quello; in modo però che dal solstizio
all’equinozio il ritardo sia sempre in più, e dall’equinozio al
solstizio in meno: l’accelerazione similmente dee farsi prima
in più, poi in meno con la stessa legge del ritardo.”
E a questo inconveniente si cercò di rimediare costruendo
orologi meccanici “così regolarmente irregolari che
s’adattassero al vario incostante moto del Sole”. Questo durò
fin quando nel 1699 Sully pubblicò l’orologio ad Equazione
nel suo libro “Règle artificielle du temps”.
Piazzi continua elencando i vantaggi dell’orologio
Oltramontano rispetto a quello Italiano e finalmente riconduce
il tutto all’utilità della vita pubblica per la quale ci dice:
“Ciascuno sa per esperienza quanto incomodo sia un così
molesto cambiamento di mezzodì e mezzanotte. Si tratta
dell’osservanza dei digiuni ecclesiastici, si deve sempre
domandare l’ora della mezzanotte. Voglionsi regolare le ore
degli uffici, incumbenze, ed occupazioni così pubbliche, come
35
private; amministrazione della giustizia, scuole, educazione,
salmeggiamento, ecc. due e tre volte al mese nuovo orario. E’
uno in viaggio, spesso nuovo mezzodì, nuova mezzanotte. Gli
orologi pubblici di tratto in tratto soggetti alla subitanea
mutazione di un quarto d’ora, per cui nell’intero corso
dell’anno, non vi è forse un giorno solo, in cui il mezzodì sia
annunziato all’ora conveniente. Nissuno di sì fatti incomodi
nell’orologio Europeo. Il mezzodì e la mezzanotte, sempre
alle 12, e fatta una volta la distribuzione delle ore, essa non
avrà più bisogno di essere alterata, se non se nel dopo pranzo
dell’estate per maggior comodo delle persone”.
E ancora:
“Dovendo costantemente segnare 24 ore da un tramonto
all’altro, molto in un tempo deesi accelerare il loro moto, e
molto ritardarlo in un altro. Nell’Europeo non si richiede che
una picciola accelerazione, ed un picciolo ritardo. Questa
riflessione sola dovrebbe bastare a bandire una volta per
sempre, l’uso dell’orologio Italiano, almeno per quei da tasca
e da tavolino”.
Piazzi annuncia tutta la sua convinzione sul vantaggio
dell’orologio Europeo sull’Italiano. Eppure dovrà passare
ancora circa mezzo secolo prima che l’antica “irresistibile
forza dell’abitudine” fosse soppiantata dalla ragione e dalla
logica dell’uniformità ad un sistema adottato ormai da tutte le
nazioni d’Europa in quella che è una delle prime
“globalizzazioni” del mondo.
Quando il sistema Oltramontano conquistò la fiducia degli
Italiani, esso iniziò a far bella mostra di sé anche sulle
meridiane solari che caldeggiavano il nuovo computo con la
dicitura “Orario Europeo”, come se ne vedono spesso sui muri
dei palazzi ottocenteschi.
36
“SCUSI QUANTO MANCA AL TRAMONTO?”
Il sistema delle ore Italiche, come si è visto, era perfetto per la
maggior parte del popolo in Italia, come per i religiosi. Il
viandante durante il suo peregrinare, il mercante con le sue
vendite, l’artigiano nella sua bottega, il contadino lontano al
lavoro nelle sue terre, quando sentivano l’orologio Italico che
batteva sulla campana 18, 19 o 20 rintocchi, oppure il loro
equivalente nelle frazioni di due volte 12 ore o in frazioni di 4
colpi ogni sei ore (questi ultimi sono i quadranti a VI ore),
potevano subito conoscere quanto tempo mancava al tramonto
del Sole, cioè quante ore di luce avevano ancora per svolgere
le loro attività lavorative. Una informazione di estrema
importanza in una epoca in cui i rapporti sociali e di lavoro
erano condizionati dalla presenza della luce solare.
Essi potevano conoscere una informazione di tipo
astronomica, cioè le ore che mancavano al tramonto del sole,
altrimenti molto difficile da sapere, per di più per ogni giorno
dell’anno, ovvero senza tener conto (lo faceva l’orologio per
loro) dell’allungarsi o dell’accorciarsi delle giornate in
funzione delle stagioni.
Infatti, l’orologio meccanico italico, come detto in
precedenza, veniva regolato periodicamente (in genere una
volta la settimana) dal suo temperatore (l’uomo addetto a tale
compito), in modo che non sfasasse rispetto al variare
periodico degli istanti del tramonto del sole.
L’orologio meccanico alla francese, invece, battendo le ore
dalla mezzanotte a quella successiva, quando suonava le 17 o
le 18 pomeridiane, non poteva dare alcuna indicazione di
quanto tempo si aveva di luce prima del tramonto del sole. Per
sapere questo, infatti, i lavoratori avrebbero dovuto conoscere
almeno ogni settimana più o meno a che ora tramontava il
sole!
Per fare un esempio, se un lavoratore sentiva il 21 marzo 21
rintocchi dell’orologio italico, immediatamente sapeva che
37
aveva poco più di due ore di luce per continuare a lavorare, il
tutto senza sapere preventivamente che il 21 marzo il sole
tramonta alle 18 pomeridiane.
Se fosse stato in estate, quando le giornate sono molto più
lunghe, ascoltando 20, 21 o 22 rintocchi dell’orologio italico,
il lavoratore avrebbe subito saputo che mancavano
rispettivamente 3, 2 o 1 ora al tramonto del sole (o mezz’ora
in più in caso di ore italiche da campanile alla romana). Un
sistema semplice e senza la necessità di conoscere
preventivamente a che ora tramonta il sole! Cosa sicuramente
non possibile con immediatezza usando gli orologi alla
francese.
Sarebbe curioso fare una prova oggi e andare per le botteghe e
chiedere ai lavoratori, per esempio, il giorno 18 marzo, alle 16
pomeridiane del nostro moderno sistema, quante ore
avrebbero ancora di luce solare per continuare a lavorare.
Credo che pochi o nessuno potrebbero dare in pochi istanti
una risposta anche solo approssimativa.
Chi di noi, oggi, leggendo l’ora sul proprio orologio da polso,
o su quello della torre comunale, saprebbe dire in pochi
secondi e in modo abbastanza preciso quante ore di luce
restano fino al tramonto? La persona che abbia studiato un po’
di astronomia, sa che nei periodi di equinozio la durata del
giorno è equivalente a quella della notte. Quindi, solo in quei
periodi, se egli legge l’ora alle 15 pomeridiane, sa subito che
mancano 3 ore al tramonto del sole. Ma nel resto dell’anno,
come farebbe a regolarsi? Le nostre giornate non sono più
scandite dal movimento apparente del sole nel cielo, ma da
una serie di impegni che da soli formano un orologio
completo: alle 8 al lavoro (o a scuola), alle 12-13 il pranzo,
alle 18 uscita dal lavoro, alle 19-20 la cena, alle 21 la
televisione o il cinema o l’uscita di ricreazione, alle 23 a
nanna! Come i monaci del medioevo, assuefatti ai tempi
regolati dalle loro stesse funzioni religiose, anche noi non
avremmo bisogno dell’orologio se non fossimo soggetti ad
appuntamenti precisissimi dove neppure l’orologio italico
avrebbe potuto fare qualcosa. Ecco quindi la ragione della
38
vittoria dell’orologio alla francese su quello Italiano.
Dev’essere stato duro per i nostri antenati passare dal sistema
Italico a quello Oltramontano. Abbandonare certe tradizioni
legate ad un modo di conoscere il tempo ormai consolidato,
certo, sicuro, che indicava continuamente ai lavoratori quanto
tempo di luce avevano ancora a disposizione, per cadere,
invece, improvvisamente nell’incertezza del sistema alla
francese il quale, specie nelle campagne, non poteva indicare
ai contadini quante ore di luce avessero ancora a disposizione.
Per questo basterà osservare il sole nel cielo, si potrà dire, e
stabilire quanto tempo si ha di luce, ma per tutti quelli che il
sole non lo vedevano? Quelli che erano chiusi nelle botteghe
artigiane tra gli angusti vicoli dei borghi medievali? Come
tutti gli uomini d’affari e delle amministrazioni pubbliche, gli
studiosi rinchiusi nelle biblioteche dei monasteri, e i religiosi
nelle chiese?
Sentire le campane, anziché leggere l’ora sul quadrante, era
una comodità non da poco. E l’ora francese non dava alcuna
indicazione sonora da cui si poteva conoscere quante ore
mancavano alla fine della giornata.
Ma anche l’orologio italico, a causa del variare degli istanti
del tramonto del sole sull’orizzonte, doveva costantemente
essere regolato e la precisione che offriva non poteva
competere con quella dei quarti e dei minuti dell’orologio
francese, suddiviso nelle mostre fino anche a 60 minuti!
La considerazione appena fatta costituì, insieme a tanti altri
dettagli, una lunga ed accesa disputa tra chi era a favore del
sistema Italiano e chi desiderava cambiare con quello
oltramontano. Le dotte disquisizioni degli studiosi, tradotte
nel moderno linguaggio mediatico, sarebbero finite in pasto a
trasmissioni popolari televisive e, magari, in un vivace
referendum. All’epoca, però, si poteva solo scrivere le proprie
convinzioni in articoli e pubblicazioni che poco influivano,
alla fine, sulle scelte dei potenti. L’ora italica era saldamente
legata a tradizioni religiose e popolari degli italiani, il sistema
oltramontano era visto con spirito usurpatore e generava
39
quindi, soprattutto negli spiriti conservatoristi, un profondo
scetticismo. La maggior parte degli uomini che avevano
vissuto regolando la loro vita con il sistema italico, come i
loro padri e i loro bisnonni, non ne volevano sapere di
accettare il nuovo metodo alla francese che di fatto aboliva, in
un sol colpo, tradizioni e abitudini, provocando un senso di
completo smarrimento tra la popolazione. Di questo si hanno
ancora vivaci testimonianze nella letteratura italiana.
Una delle più autorevoli è senza dubbio legata al nome di un
grande scienziato del Settecento, Giuseppe Toaldo, definito
uno “scienziato europeo”, perché il suo ultimo scritto,
pubblicato post mortem nel Giornale Astro Meteorologico nel
1798, si legge “iniziava in Italia la bella istituzione dell’Etat
du ciel di Pingré e della Connaissance des Temps di Maraldi
e Lalande che già da molti anni si pubblicavano in Francia,
dando fama alla Specola Patavina ed emulazione alla
Germania e all’Olanda che cominciarono a pubblicare
somiglianti pubblicazioni”.
Una specola all’avanguardia,
diciamo, quella di Padova, molto vicina alle innovazioni
“oltramontane” e proprio per questo, Camillo Ugoni
4
,
scrivendo la vita di Giuseppe Toaldo e riferendosi proprio
all’anno 1789 in cui fu pubblicato anche il trattato Metodo
facile di descrivere gli orologi solari, ossia Trattato di
Gnomonica, scrive: “Quest’anno, per impulso di certi
magistrati, l’A. (Toaldo) introdusse l’orologio oltramontano
in Padova, con tavole, dichiarazioni, ecc. di che poi si pentì
per la confusione cagionata nel popolo, e perché l’orologio
Italiano è assai più comodo, e pel termine visibile del giorno,
nel tramontar del sole, e per la sequenza della numerazione”.
L’orologio del Collegio Romano, anche quando il quadrante
era suddiviso in 12 ore, continuava a suonare all’italiana,
ossia da I a VI. Pietro Romano, che ci offre questa notizia,
aggiunge “particolare notevole: dopo il primo suono lo ripete
a pochi minuti di distanza. Era il limite di tolleranza
4
Camillo Ugoni, Della letteratura italiana nella seconda metà del secolo
XVIII, 1856, Vol. 1, pag. 105.
40
accordato agli alunni per entrare nella scuola e assistere alle
lezioni?”.
Senza saperlo, l’autore ci offre forse l’unica
rarissima testimonianza di ciò che potrebbe definirsi la
“ribotta” dell’orologio meccanico Italico. A tal proposito ci
viene in aiuto la spiegazione di Marisa Addomine, presidente
del Registro Italiano Orologi da Torre, nonché una delle
maggiori esperte di orologeria meccanica da torre in Italia:
“Dobbiamo a tal proposito – scrive Addomine - introdurre il
concetto delle ore ripetute, dette con ribotta, o in alcuni testi
detti ore alla Lombarda.
Allo scadere delle ore, l'orologio faceva suonare una prima
volta la campana con un numero di rintocchi pari alle ore
scoccate, e, dopo circa un minuto, ripeteva lo stesso numero
di rintocchi per permettere a chi si fosse distratto e non
avesse contato bene i colpi la prima volta, di prestare
attenzione ed ottenere l'informazione voluta.
Questa ripetizione era detta ribotta. Ciò comportava che,
nelle suonerie con partitora - le più antiche, cui fecero
seguito, a partire dall'Ottocento, quelle con chiocciola e
rastrello, il numero delle tacche dovesse essere raddoppiato,
visto che il procedimento dei rintocchi, a distanza di un
minuto, doveva essere ripetuto con identica modalità.”
Così doveva funzionare anche l’orologio del Collegio
Romano. Non un limite di tolleranza, quindi, ma un’abitudine
per favorire la comprensione dell’informazione cercata da
parte degli “utenti”. Un’abitudine a cui gli italiani dovranno
poi rinunciare per sempre, quando il sistema Italico sarà
definitivamente soppresso e sostituito con quello Francese.
Pro e contro il sistema Italiano
A favore dell’orologio Oltramontano
Giuseppe Piazzi, astronomo: “In occorrenza d’essersi posto
un orologio sul Reale Palazzo di Palermo volle egli
dimostrare in un suo opuscolo i vantaggi che si ottengono,
regolando gli orologi sul tempo vero, o Europeo, e non
41
particolarmente all’Italiana.”
Antonio Cagnoli (1743-1816) astronomo: “Le generazioni
future non saprebbero più intendere negli scritti e nei libri dei
tempi andati”.
Domenico Troili (1722-1792) Gesuita: “Avendo il duca di
Modena ordinato che nella facciata del suo palazzo si
collocasse un orologio che allora, a differenza degli orologi
italiani indicanti le 24 ore, si disse oltramontano, l'a.,
premesso un erudito discorso sulle divisioni del giorno usate
nei secoli addietro dalle diverse nazioni, prende a dimostrare
quanto l'orologio oltramontano sia più comodo et utile
dell'orologio Italiano”
Giuseppe Toaldo (1719-1797) astronomo: “e se si pentì
d’aver dimostrata l’utilità dell’orologio oltramontano, e di
averne ottenuta dal Governo l’introduzione in Padova, ciò
dee unicamente attribuirsi alla confusione che vide generata
nel popolo”.
Federico Cavriani, scrisse “Dei Vantaggi dell’orologio
Oltramontano sopra l’Italiano”, Urbino, 1792
A favore dell’orologio Italiano
Giulio Cesare Cordara (1704-1785). E’ uno dei più accaniti
sostenitori del sistema all’italiana: “Ho detto che l’Orologio
Italiano per la maggior parte degli uomini è più usuale e più
comodo. L’ho detto e lo dimostro”.
Francesco Cancellieri nel noto libretto Le due nuove
Campane di Campidoglio del 1806:
“Ma se dee confessarsi, che quest’Orologio Astronomico sia
il più ingegnoso, ed esatto, sembra peraltro, che l’Italiano sia
più facile a capirsi, e per la maggior parte degli uomini più
usuale, più comodo, e più necessario. Poiché la natura
42
medesima si è dichiarata in favore del sistema Italiano...
Inoltre l’orologio Italiano è necessario per tutti i viandanti,
che vogliono viaggiare, finché ci si vede, ed arrivare alle città
prima che se ne chiudano le porte. Molto più ai religiosi che
si devono trovare in convento, prima di notte. Molto più a
tutti quelli artigiani, che non possono lavorare a lume di luna,
né a lume di candela. Molto più ai soldati, che prima di notte
si devono trovare al quartiere. Molto più agli uomini di
campagna.
Le stesse Spedizioni Militari devono regolarsi con l’orologio
Italiano; e quel Generale, che pensa di dar battaglia, bisogna
prima, che sappia, quanto gli resta di giorno, per poterla
ultimare... così carissimo ci dev’essere il nostro Orologio
Italiano, che ci viene avvisando a tutte le ore, quanto
propriamente ci resta, per arrivare alla Notte”.
L’argomento utilizzato da Cancellieri non è casuale. Egli tenta
l’unica strada per giustificare la tradizione e l’uso
dell’orologio Italiano quale il più utile strumento orario per
l’indicazione delle ore che mancano al tramonto del sole. E
questo è sacrosanto. Oggi, nessuno sarebbe in grado di dire a
che ora precisa fa buio, leggendo la mattina o nel primo
pomeriggio il proprio orologio da polso. A meno che uno si
legga tutti i giorni l’almanacco astronomico o faccia caso alle
effemeridi del sorgere e tramonto del sole riportate su alcuni
calendari. Ma senza la preventiva conoscenza di queste
cognizioni, e senza essere astronomi, è difficile che qualcuno,
in una piazza di città o campagna, a cui si chieda a metà
mattina di leggere l’ora sul proprio orologio da polso, possa
rispondere, senza essere tratto in inganno, sull’ora precisa in
cui farà buio. Avendo al polso un orologio alla francese,
potrebbe dire con una buona approssimazione solo a che ora
si avrà il mezzogiorno (medio), ma non a che ora tramonterà
il sole, o, peggio, quante ore precise mancano al tramonto.
Cancellieri spiega tutta una serie, certamente incompleta, di
attività civili, religiose e militari, strettamente legate alla
43
comodità di conoscere immediatamente, in qualsiasi istante
del giorno, quante ore si avevano disponibili di luce, prima
che facesse buio.
E’ in questo senso che bisogna comprendere le perplessità dei
sostenitori dell’orologio Italiano i quali vedevano, come il
Cancellieri, le tradizioni della vita quotidiana minacciate da
un sistema orario, quello francese, che se da un lato era
dimostrato dagli astronomi come migliore, meno fallace e più
agevole nella sua pratica, dall’altro era vissuto con un senso di
angoscia per la confusione che avrebbe potuto generare (e che
certamente generò per un certo tempo) nelle abitudini e
consuetudini civili di quanti erano assuefatti dal sistema
Italiano.
L’orologio ad ore Italiane della chiesa di S. Caterina a
Finalborgo, in Liguria. Il quadrante ha le ore a I a XII in
senso inverso, come nell’antico. Datato probabilmente 1561.
44
LA SEMPLICITA’ ALLA BASE DI OGNI COSA
DaIaIIII,daIaVI,daIaXIIedaIaXXIV
Quando mi domandavo, insieme a qualche mio collega
gnomonista, a cosa potessero servire quei sei numeri romani e
come funzionasse il quadrante, non potevo sapere che la
soluzione era talmente semplice da non poter essere neppure
immaginata!
Devo premettere però, che da alcune foto di meridiane su torri
civiche dell’Austria inviatemi da un mio amico, ebbi modo di
osservare un quadrante simile, incorporato ad orologi
meccanici e sotto le meridiane stesse, come se ne fossero
parte integrante, con una numerazione ancora più semplice,
cioè da I a IIII!
Chi dovesse vedere questi orologi con i numeri da I a IIII,
potrebbe essere tratto in inganno e pensare che possa trattarsi
di un parente stretto dell’orologio con i numeri da I a VI.
Quindi, vorrei chiarire subito questo dubbio e dire che i
quadranti con numerazione da I a IIII venivano denominati
“ora meccanica”. A tal proposito Antonio Lenner, in un suo
recente articolo
5
, scrive: “Con il termine ora meccanica si
identifica quel tipo di orologio, o meglio meccanismo,
utilizzato per misurare il periodo di un’ora, o frazione di ora,
e contemporaneamente segnalare tramite un campanello il
passaggio dei quarti d’ora e la fine dell’ora”. Nel caso dei
quadranti con divisione in quattro parti, presenti soprattutto
sui campanili nelle aree di lingua tedesca, non si tratta però di
una ora meccanica, ma solo della ripetizione, su un quadrante
separato, della sfera che serviva per determinare con migliore
precisione i minuti.
Esempi di questi quadranti sono ben visibili sugli orologi da
torre di maestosi campanili di chiese ed abbazie, come ad
Innsbruck, Metz, Bressanone, Ulm, ecc.Giusto per completare
l’argomento, vorrei ricordare che lo stesso Lenner ci offre un
5
A. Lenner, L’Ora Meccanica, in La Voce di Hora, n. 26, Milano,
Giugno 2009, pp. 51-58.
45
esempio di quadrante rarissimo con suddivisione addirittura
da I a II, denominato “mezz’ora meccanica”, perché misurava
un periodo appunto di mezz’ora invece che di un’ora intera!
Le “ore meccaniche” furono utilizzate nelle regioni del
Trentino soprattutto verso la metà del Settecento e
principalmente a scopi religiosi, per segnalare alle comunità i
momenti della preghiera. Infatti alcuni di essi sono stati
ritrovati nelle loro collocazioni originali, cioè nel coro, o
dietro l’altare delle chiese.
Un orologio con doppio quadrante, da 1 a 12 e da I a IIII,
accoppiato ad una meridiana, sulla facciata del Municipio di
Ulm (foto, cortesia di Ferdinando Cancelli, anno 1989).
46
Le origini dell’orologio a VI ore
L’orologio alla romana a VI ore deve questa sua curiosa
denominazione al fatto che esso ebbe grande diffusione
inizialmente soprattutto nello stato pontificio, e di
conseguenza nell’agro romano. Da qui, poi, esso fu adottato
quasi in tutto il Lazio, buona parte della Campania e del
centro Italia. Il fatto che l’orologio mostrasse le ore Italiane,
ne fece un caposaldo anche per il resto d’Italia. Il censimento
stesso, nella sua casistica, mostra che esso si sviluppò
principalmente a Roma e nel Lazio, ma fu adottato anche
altrove.
La scelta delle ore Italiane differenziavano l’Italia dal resto
delle nazioni dell’Europa, come ebbe a lamentarsi Lalande nel
‘700, che avevano adottato il sistema delle ore “francesi”, o
“astronomiche”.
Ma l’uso delle ore Italiche “ad usum campanae”, cioè quelle
che facevano iniziare la conta delle 24 ore mezz’ora dopo il
tramonto del sole, cioè al crepuscolo, lo si ritrova anche fuori
d’Italia, il che ha fatto venire il dubbio a qualche autore se
questa usanza fosse realmente di origine italiana.
Parlando delle origini dell’orologio a sei ore, è necessario fare
una fondamentale distinzione. La suddivisione della mostra
dell’orologio in sei ore è più antica di almeno due secoli
rispetto a quanto fu adottata da Roma, e pare che essa fosse
utilizzata anche fuori d’Italia. Probabilmente però fuori
d’Italia, la suddivisione in sei ore del quadrante era usata non
per le ore Italiane, ma per una maggiore suddivisione delle ore
astronomiche. E’ infatti noto che la macchina orologica a sei
ore può essere adattata sia all’ora astronomica che a quella
Italiana.
Giuseppe Brusa, in un importante articolo pubblicato sulla
rivista La voce di Hora
6
mette bene in evidenza tutto ciò,
6
G. Brusa, “Origini e sviluppi del computo delle ore all’Italiana”, La voce
di Hora, n. 1, dicembre 1995.
47
mostrando le prove dell’esistenza di quadranti in sei ore molto
prima che questi fossero adottati in Roma e distinguendo i
quadranti con suddivisione in XXIIII e successivamente in
XII con suoneria all’italiana.
Così egli scrive dei quadranti a sei ore:
“La riduzione del numero delle ore fu suggerita o meglio
imposta dall'opportunità di farle concordare con un numero
ridotto di rintocchi, non più ventiquattro ma dodici, come
preferibile per motivi meccanici...
I cerchi orari in sei, che presuppongono la suddivisione del
nittemero in quattro cicli di sei ore ciascuno, costituirono uno
sviluppo del computo orario all'italiana. La lettura riusciva
semplificata e i larghi intervalli tra un numero e l'altro (60°)
consentivano di distinguere frazioni di un paio di minuti con
una sola lancetta. I cerchi orari in sei furono suggeriti da una
preesistente suoneria in sei, di origine bizantina
7
che
costituiva una facilitazione anche per l'orologiaio.
Il numero ridotto di rintocchi (84) richiedeva un peso motore
ridotto rispetto a quello del computo in dodici (156) e ancor
più rispetto a quello del computo in ventiquattro (300).
Meccanicamente riusciva inoltre più affidabile. La suoneria
in sei venne detta 'alla romana', ma il più antico caso lo si
ricorda a Napoli, nel 1481, opera di Antonio Bouchet,
catalano
8
.
Il cerchio orario era in ventiquattro. Un
importante e raro esempio in un orologio da mensola quasi
certamente Italiano è stato descritto e illustrato dal Simoni
(La Clessidra, Anno X, N° 8, Agosto 1954).
7
Ne riferisce intorno alla metà del VI secolo lo storico e consigliere
imperiale Procopio, che visse anche nell'Italia meridionale. Credo
probabile però che la suoneria in sei dell'orologio pubblico di Gaza, da lui
ricordata, distinguesse le ore temporali ( H. Diels, Über die von Prokop
beschriebene Kunstuhr von Gaza,1917) – (nota di G. Brusa)
8
Si veda G. Filangeri, Documenti per la Storia, le Arti e le Industrie delle
Provincie Napoletane, vol. VI, 1891, dove si precisano il pagamento e
alcune caratteristiche del grande orologio da camera fatto dal Bouchet per
conto del Duca di Calabria. Dai documenti relativi non pare che la
suoneria in sei fosse una novità.
48
E' posteriore di circa un secolo a quello del Bouchet e ha la
suoneria in sei, ma il cerchio orario é numerato quattro volte
da uno a sei in caratteri romani. Al suo interno fa riscontro la
numerazione in ventiquattro in cifre arabe. Di epoca più
tarda, ma rappresentativi i quadranti......
Numerosi sono gli esempi tedeschi -tra cui vanno inclusi
quelli fatti a Praga- che mostrano in sei, in dodici e in
ventiquattro. I più antichi risalgono al secondo quarto del
Cinquecento.
1
2
1. Orologio da camera con cerchio orario in sei. La lancetta effettua
quattro giri al giorno. Costruito da Ludovico Manelli a Bologna intorno al
1670. Suoneria delle ore in sei con partitora a due serie di tacche.
Collezione privata.
2. Orologio a lanterna, da parete, con cerchio orario in sei e suoneria di ore
e di quarti pure in sei mediante meccanismo "a canne d'organo". Autore
ignoto. Inizi del Settecento. Collezione privata. (foto e didascalie da La
voce di Hora, nell’articolo di G. Brusa citato)
Straordinario e affascinante il quadrante esclusivamente in
sei attribuito all'orefice norimberghese Wenzel Jamnitzer
fatto certamente per un committente Italiano verso il 1570. Le
caratteristiche del movimento, che si ritrovano soltanto a sud
delle Alpi, la suoneria in sei (con partitora eccezionale) e una
tabella incisa sul fondo della cassa, con i dati per calcolare le
ore all'italiana, confermano la destinazione a una località
della Padania (P.G. Coole & E. Neumann, The Orpheus
49
Clocks, 1972, p.30).”
Gli esempi di Brusa visti sopra, dimostrano che il quadrante
dell’orologio meccanico suddiviso da I a VI ore, non era una
prerogativa della Roma seicentesca. Tuttavia se la suoneria
era in sei, il quadrante era in XXIIII o in XII, e l’unico
esemplare con la numerazione da I a VI fatto su committenza
italiana dall’orologiaio Wenzel Jamnitzer di Norimberga, ha
una tabella sul fondo per calcolare le ore Italiane, il che
farebbe pensare che la suddivisione oraria in VI fosse per le
ore astronomiche e attraverso una tabella di conversione si
potesse conoscere l’ora Italiana. Si tratterebbe, in pratica, di
un orologio a VI ore che, indirettamente, farebbe conoscere le
ore all’italiana! Insomma, prima dell’orologio a VI ore
romano, esistevano quadranti con suddivisione da I a XXIIII,
poi da I a XII che suonavano all’italiana e da I a VI, ma che
indicavano e suonavano l’ora astronomica. Alcuni di questi
furono forse adattati all’uso Italiano per mezzo di tabelle di
conversione e, finalmente, l’adozione definitiva in gran stile
dell’orologio a VI ore con suoneria all’italiana, sembra
proprio che fosse una “invenzione” (meglio sarebbe dire un
adattamento) utilizzato nella Roma barocca.
Agli esempi di Brusa si può aggiungere un esemplare,
portatile, conservato nel Museo Nazionale di Ravenna datato
al 1531, mentre uno dei più vecchi orologi solari murali con
ore italiche “da campanile”, e con incisa la data ben visibile
del 1695, pare sia quello di Cavona in provincia di Verbania
(Piemonte)
9
.
Ma se diversi ed approfonditi studi sono stati fatti, negli ultimi
anni, sulle origini e sugli sviluppi del sistema delle ore
Italiane comuni e da campanile, unitamente agli orologi solari
che le indicavano, nessuno si è mai pronunciato fino ad oggi
sulle origini e su qualche probabile autore degli orologi
meccanici a VI ore per le ore Italiche.
Al contrario delle meridiane solari, le quali spesso recavano
9
Mario Arnaldi, Le ore Italiane. Origine e declino di uno dei più
importanti sistemi orari del passato, Gnomonica Italiana, n. 12, maggio
2007, pag. 7.
50
incisa la data di costruzione e il come del costruttore, gli
orologi meccanici a VI ore sono rimasti anonimi nella loro
nascita e paternità. La scarsissima documentazione storica a
riguardo, poi, completa un quadro che è già di per sé
abbastanza oscuro.
Basti l’esempio del libro di Bruton, citato in precedenza, che
nonostante fosse non proprio vecchio di pubblicazione e di
assoluta autorevolezza sull’argomento, dedica solo poche
righe a questo tipo di orologio meccanico.
Se mi azzardo, quindi, nel tentare di formulare una ipotesi
sulle origini e sul probabile “ideatore” di questa tipologia di
orologio meccanico, è perché mi è venuta l’ispirazione ancora
una volta grazie all’importante libro di Pietro Romano che è
una miniera di informazioni storiche.
Stando alle ricerche effettuate in tempi moderni, uno dei primi
orologi solari in Italia che mostra le ore “ad usum campanae”
-
cioè con le ore italiche da campanile, ovvero che inizia la
conta delle 24 ore mezz’ora dopo il tramonto del sole, quindi
con il tipo di computo per il quale era stato inventato
l’orologio meccanico a VI ore, quale rimarchevole
semplificazione dell’antico quadrante antiorario a XXIV ore -
risale a circa il 1670. E pare che si possano avere delle
certezze che prima di questa data non ve ne fossero, almeno
sul nostro territorio.
Ora, ipotizzando che questa meridiana potrebbe non essere
stata in assoluto la prima e che gli orologi meccanici a VI ore
potrebbero essersi sviluppati a partire più o meno dallo stesso
periodo o da qualche decina di anni prima del 1670, possiamo
ricollegarci alle importanti notizie che si leggono nel libro di
Romano.
Prima però, vediamo quali autori trattarono di questo sistema
orario. Stando ai documenti storici, i primi accenni alla
costruzione degli orologi solari “ad usum campanae”, si
trovano nelle opere di Giuseppe Maria Figatelli, Retta Linea
Gnomonica, pubblicata in Bologna nel 1675, poi da
Bartolomeo Scanavacca in Novissima inventione per
dissegnare con grandissima facilità e prestezza Horologi
51
solari Italiani, Babilonici e Francesi, edita a Padova nel 1688,
ma il più antico riferimento trovato sullo spostamento di
mezz’ora dopo il tramonto del sole si trova nell’Almagestum
Novum di Giovanni Battista Riccioli, pubblicato a Bologna
nel 165110
.
Il Riccioli, come fa notare Catamo, parla di questo
spostamento di mezz’ora dopo il tramonto vero come di un
uso già consolidato, quindi il sistema era stato inventato e
utilizzato già da prima, ma non ne abbiamo la certezza che gli
orologi meccanici fossero stati modificati per la nuova usanza
prima che le meridiane solari. Ora bisogna riflettere che
l’introduzione di una nuova usanza nella misura del tempo
non è cosa da poco. Un evento simile, atto a sconvolgere usi
ed abitudini della popolazione civile, non può passare
inosservato, come accadde per esempio quando si passò dal
sistema Italiano a quello Oltramontano delle ore “francesi”.
Inoltre, lo spostamento di mezz’ora nel computo delle ore
Italiche nell’uso civile significava spostare continuamente le
lancette degli orologi meccanici, e riscrivere i metodi di
progettazione degli orologi solari. Infatti, per quanto riguarda
questi ultimi, ne possiamo trovare testimonianza nei libri citati
sopra, ma per gli orologi meccanici?
Qui ci viene in aiuto il libro di Pietro Romano. Possiamo fare
due ipotesi. La prima riguarda il Palazzo del Monte di Pietà di
Roma, realizzato da papa Paolo III Farnese nel 1539. Ma
l’orologio della sua facciata fu aggiunto più tardi e fu dovuto
ad un tedesco molto rinomato come tecnico. “Narra la
leggenda – scrive Romano – che l’orologiaro non soddisfatto
del compenso datogli, inferiore al pattuito, al momento di
consegnare il lavoro ultimato, alterò alquanto i complicati
congegni e poi per dare notizia ai posteri che non aveva fatto
ciò per imperizia, ma per vendetta, incise sull’orologio stesso
questi due brutti versi:
10
Mario Catamo, Fiorella Proietti, L’evoluzione della misura oraria del
tempo e le meridiane di Civita Castellana, Civita Castellana, 2008, pag.
43.
52
Per non essere state a nostre patte,
Orologio del Monte sempre matte.
L’apparizione di questo orologio costituì, a quanto sembra,
un avvenimento per Roma, perché della sua costruzione si
occuparono tutti i diaristi del tempo, come risulta dalle
notizie che seguono: “11 dic. 1694 – Il papa (Innocenzo XII)
vuol far innalzare sopra il tetto del palazzo di Monte Citorio
una torre con orologio, al quale fine ha fatto venire da Napoli
un padre Gesuita peritissimo a far orologi da macchina...E
un altro cronista conferma: “A dì 14 dic. 1694 N.S ., per fare
l’orologio ha fatto venire un padre gesuita espertissimo a far
gli orologi da macchina, per fare l’orologio di Monte
Citorio”.
Nel primo caso abbiamo l’anonimo padre gesuita
“espertissimo nel far orologi da macchina” che ha realizzato
l’orologio del Palazzo del Monte di Pietà. Avendo stupito
tutta Roma con il suo nuovo orologio, Papa Innocenzo XII lo
volle replicare per il palazzo di Monte Citorio. Non vi è
dubbio quindi che l’orologio che aveva costituito “un
avvenimento per Roma” era quello meccanico a VI ore, ed
infatti l’orologio antico di Montecitorio, come si vede dalle
stampe dell’epoca, è prima a VI ore e poi alla francese
11
.
Ma questa ipotesi è in contrasto con l’attestazione
dell’”usanza consolidata” del sistema, come si legge dallo
scritto di Riccioli detto prima. Quale strumento allora aveva
“consolidato” tale usanza già nel 1651 prima dell’orologio a
VI ore?
A questa domanda si può rispondere solo ipotizzando che
anche l’orologio con la numerazione antioraria da I a XXIIII
11
Ciò è definitivamente confermato dalle notizie documentali fornite da
Romano: “Gli orologi pubblici di Roma vennero modificati “alla francese”
nel 1846 e primo a funzionare con questo sistema fu quello del Quirinale il
7 novembre del detto anno. Più tardi quelli di Montecitorio e del Collegio
Romano, come risulta dalla seguente annotazione che abbiamo trovato nel
Diario Chigi: “1 gennaio 1847 – Oggi l’orologio di Monte Citorio ha
incominciato a segnar l’ore alla francese o astronomica, come pure quello
del Collegio Romano”. P . Romano, op. cit. pag. 50.
53
fosse stato aggiustato spostando le lancette e conformandosi
all’usanza della mezz’ora dopo il tramonto del sole.
Il secondo caso, invece, mi permette di esporre nei paragrafi
successivi una mia idea che cercherà di risolvere il problema
posto dalla domanda precedente nell’intento di collocare
ancora più indietro nel tempo l’introduzione dell’orologio a
VI ore.
La soluzione in una frase
La spiegazione dell’orologio a VI ore stava tutta in una
semplice frase, ripetuta più volte nel corso del libro di Pietro
Romano, che confermava così tutte le supposizioni che avevo
potuto fare in precedenza, quando dalla prima volta mi ero
imbattuto in questo strano tipo di quadrante.
La prima frase è a pag. 43 del libro di Romano e recita:
“L’orologio del Collegio Romano, dovuto forse allo stesso
padre gesuita che fabbricò quello di Montecitorio, quantunque
la mostra segni 12 ore, suona ancora all’italiana, cioè da uno
a sei”. “Suona ancora all’italiana”: conferma dell’uso del
sistema delle ore Italiche; “da uno a sei”, il quadrante in
questione!
A pag. 45: “L’antico orologio - (del palazzo dei Filippini) –
suonava all’italiana da uno a sei, ripetendo come il nuovo, le
ore ad ogni quarto, e il quadrante aveva una sola lancia,
mentre il nuovo ne presentava due, una per le ore e l’altra per
i minuti”. Tombola!
Ecco svelato il quadrante a VI ore.
Gli ideatori dell’orologio a VI ore alla romana
Ecco, quindi, la mia ipotesi di cui accennavo prima e che
riguarda la storia degli orologi meccanici dell’Oratorio di San
Filippo Neri a Roma. La facciata del palazzo è un’opera di
Francesco Borromini al quale erroneamente molti libri,
antichi e moderni, attribuiscono anche gli orologi che vi
54
furono realizzati nelle torrette. Il testo di Romano chiarisce
questo aspetto e ci aiuta a formulare una nuova ipotesi, molto
verosimile, su uno dei primi orologiai che introdusse nell’uso
pubblico di Roma il quadrante il quadrante a sei ore.
Borromini non realizzò gli orologi (che erano due, uno rivolto
verso la piazza, l’altro verso il cortile interno) e le macchine
che li facevano funzionare, ma si prese cura di progettare le
loro decorazioni e la torretta in cui i quadranti dovevano
essere posti. Se Romano non ci avesse fornito le preziose
informazioni dei documenti dell’Archivio di Stato e quello
dell’Oratorio, avremmo potuto cadere nella tentazione di
credere, come accaduto a molti altri, che gli orologi, e il
quadrante a sei ore, furono concepiti dal Borromini stesso!
Nel passo che segue, troviamo il riferimento dell’autore che
fabbricò l’”orologio nuovo”, cioè il quadrante a sei ore,
concepito per l’Oratorio di San Filippo Neri:
“Nella ‘Congregazione generale dei Deputati’ alla fabbrica,
tenutasi il 30 agosto 1647 venne incaricato il P. Pietro Bacci
di eleggere ‘una mediocrità competente (!) per l’orologio
nuovo’...Inoltre in altra Congregazione (2 ottobre 1647) fu
concluso ‘che sopra ciascuna delle tre campane per
l’orologio si mettino l’immagine della Madonna e del S.
Padre (S. Filippo). Il 16 settembre dello stesso anno avvenne
un primo pagamento a ‘Gasparo Alberti, da Pesaro, et a
Francesco Santini horologiari compagni, di sc. 100 moneta a
buon conto dell’horologio da farsi da essi per servito della
Congregazione della fabbrica di Monte Giordano’. Il 12
febbraio 1643 si fissarono ai medesimi sc. 200 a lavoro
ultimato. Sul telaro dell’orologio esiste il nome del
fabricante: Gaspar Albertus pisaurensis fecit 1649.”
E’ da precisare che Romano avverte dell’esistenza di un altro
orologio, precedente a questo, con doppio quadrante nella
prima abitazione del Padri dell’Oratorio, sul lato ovest della
chiesa. Ma non sappiamo di che tipologia erano i due
quadranti.
Siamo nel 1649, cioè appena due anni prima la pubblicazione
55
del Riccioli del 1651. Ma questi aveva scritto il libro
sicuramente diversi anni prima che fosse stampato, quindi è
probabile che il differimento di mezz’ora nell’uso del sistema
Italico, fosse ancora anteriore al 1649. Tuttavia, non si hanno
notizie di quadranti a VI ore anteriori a questo dell’Oratorio di
S. Filippo Neri.
L’osservazione di qualche dettaglio ci permette di valorizzare
in qualche modo la nostra ipotesi. Borromini si era occupato
di decorare sia gli orologi che le torri su cui erano posti.
“Per farlo – scrive Romano - egli pensò di utilizzare gli
emblemi araldici scelti dal santo fondatore degli Oratoriani,
S. Filippo Neri: il cuore, la stella e il giglio. Così nel centro
sopra il fulcro della sfera immaginò un cuore ardente,
circondato da lingue di fuoco e attraversato nel mezzo da una
lancia dorata indicante le ore e terminata con un giglio”.
Ora, si deve evidenziare che l’immagine del giglio è quella
che si ritrova costantemente nelle suddivisioni dei quarti nella
quasi totalità dei quadranti a sei ore conosciuti. Cioè, l’uso
dell’immagine del giglio per indicare i quarti delle ore del
quadrante, divenne una consuetudine, una tradizione. Quindi,
l’orologio a sei ore dell’Oratorio di S. Filippo Neri, dovrebbe
essere il punto di partenza di questa tradizione.
I due quadranti dell’orologio, che possiamo ammirare nei
progetti originali di Borromini nelle figure di seguito
proposte, avevano un diametro di 3 metri e 80 cm. quello
prospiciente la piazza, l’altro di 3 metri e 50 cm. rivolto verso
il cortile maggiore (probabilmente era quello a sei ore).
Il disegno di Borromini è la migliore testimonianza del
quadrante a sei ore, ma vi è anche la testimonianza
documentale del Mastrigli, citata da Romano, che dice
“L’antico orologio suonava all’italiana da uno a sei,
ripetendo, come il nuovo, le ore ad ogni quarto, e il
quadrante aveva una sola lancia”.
Entrambi i quadranti vennero brutalmente imbiancati a calce
nel dicembre del 1914, quando furono sostituiti gli antichi
meccanismi, compreso quello dell’orologio a sei ore e la
lancetta dall’orologiaio Gino Pieri.
56
L’edificio venne restaurato dall’ingegnere Pernier attorno al
1931 il quale riuscì a ripristinare anche le antiche decorazioni
di Borromini secondo i progetti originali.
Il quadrante antico a sei ore di Montecitorio.
Da Jean Barbault, Les plus beaux edifices de Rome moderne,
Rome, 1763
A sinistra l’orologio a sei ore di Montecitorio in una incisione di
Francesco Barbazza, attivo a Roma tra il 1765 e il 1790.
A destra, il nuovo orologio ad ore francesi di Montecitorio nel 1840 in una
incisione di Domenico Amici.
57
L’orologio a sei ore e le due decorazioni come volute da Borromini.
Incisioni tratta da Sebastiano Giannini, Opera del Caval.
Francesco Boromino cavata da suoi Originali, T. 2, L'Oratorio e
fabrica per l'abitazione de' PP. dell'Oratorio di San Filippo Neri di
Roma, Roma, 1725, Tav. XXX. Si vedono i dettagli del cuore
ardente e del giglio.
58
E’ questa una delle più antiche stampe del quadrante a sei ore. Il
disegno fu eseguito da Giovanni Battista Gaulli, detto il Baciccio
(1639-1709). L’orologio è raffigurato in modo spartano, con la
numerazione spostata di un’ora indietro, forse ispirandosi a
qualche modello che il pittore vide a Roma durante la sua
permanenza ad iniziare dal 1657.
59
DaXXIIIIaXIIepoiaVI
Gli antichi orologi all’Italiana di Roma
Sappiamo, da alcune testimonianze storiche, che l’ora Italiana
veniva suonata dalle campane già dal XVI secolo.
Per esempio, l’orologio del municipio di Torino “segnava il
diurno correre del tempo all’Italiana sino al 1568 e dopo
quell’epoca alla francese, e poi nuovamente all’italiana sino
al 4 gennaio 1791...”
12
.
Una meridiana portatile conservata nel Museo dal nome
impossibile Przypkowskich a Jedrejow in Polonia, e datata
1637, segna le ore Italiche “ad usum campanae”, cioè spostate
mezz’ora avanti il tramonto del sole, sembra essere un caso
unico al mondo perché non si conoscono, su migliaia di
esemplari censiti, altri orologi solari che indicano lo stesso
sistema orario, datati e più antichi del 1670.
Quindi, escluso questo esemplare, che ha peraltro fatto
pensare a qualche autore ad una probabile origine non italiana
di questo sistema italico da campanile, tutto sembra indicare
che in Italia esso si sia sviluppato a partire dal 1649 in poi,
cioè dopo la realizzazione di quello dell’Oratorio di S. Filippo
Neri e che potrebbe essere realmente il primo esemplare di
orologio meccanico battente le ore italiche da campanile con
il quadrante orario da I a VI ore.
A riprova di ciò, alcune incisioni e stampe di Roma del XVII
secolo, testimoniano l’uso dell’orologio meccanico con
numerazione da I a XII. Che l’ora Italiana fosse l’unico
sistema orario in uso a Roma prima del cambiamento alla
francese, non è da mettere in discussione.
Nel 1665 il prestigioso Collegio Romano, che possiamo
facilmente definire come una delle istituzioni più autorevoli e
12
Goffredo Casalis, Dizionario geografico, storico, statistico,
commerciale, degli stati S.M. il Re di Sardegna, Torino, 1851, vol 21, pag.
250
60
all’avanguardia della scienza romana e italiana dell’epoca, era
dotato sulla facciata dell’edificio di un orologio con
numerazione da I a XII in senso antiorario. Nel 1771 è
visibile, in un’altra stampa, un quadrante con numerazione da
I a VI. Sempre nel 1665, il palazzo del Quirinale (all’epoca
Palazzo Pontificio detto di Monte Cavallo) era dotato di un
orologio uguale a quello del Collegio Romano, con
numerazione antioraria da I a XII. Nel 1595, Girolamo
Franzini, nel suo libro Le cose meravigliose della Città di
Roma, rappresenta la chiesa di San Rocco con un grande
quadrante con una sola lancia in cui, anche se non si vedono i
numeri, la suddivisione suggerisce una numerazione
antiorario da I a XXIIII. Se il quadrante a VI ore era una
innovazione “tecnologica”, il Collegio Romano se ne sarebbe
dotato (come poi fece) già dai primi anni della sua invenzione.
Altre stampe dell’epoca mostrano diversi monumenti
religiosi, come la chiesa di S. Maria dell’Orto in Trastevere
che nel 1665 non è ancora dotata del suo orologio a sei ore.
Da queste poche, ma importanti testimonianze, possiamo
stabilire una prima cronologia dell’orologio a sei ore e del
computo delle ore Italiche da campanile con lo stesso
quadrante:
1) Dalla fine del XVI secolo erano in uso orologi da torre con
la suddivisione oraria da I a XXIIII in senso antiorario che
indicavano il tempo delle ore Italiche. Non è certo il momento
in cui fu adottata (probabilmente non nello stesso periodo da
tutte le regioni italiane) l’ora italica da campanile. Alla fine
del XVI secolo la differenza era già nota;
2) E’ probabilmente dalla fine del XVI secolo che l’antico
quadrante con numerazione antioraria da I a XXIIII, iniziò ad
essere sostituito con quello semplificato da I a XII.
3) Dal 1649 il quadrante con numerazione da I a XII fu
sostituito con il nuovo e ancora più semplificato quadrante
61
con numerazione da I a VI in senso orario.
Il fatto che i quadranti del 1665 del Quirinale e del Collegio
Romano fossero identici con numerazione antioraria da I a
XXIIII, dimostra che essi battevano l’ora Italiana, sicuramente
“ad usum campanae”.
Il quadrante a I a XII in senso antiorario del Collegio
Romano, da una stampa del 1665.
L’orologio nel 1689 in una stampa di M Rossi.
62
Il nuovo quadrante a sei ore del Collegio Romano, come si
vedeva nel 1771.
Il quadrante da I a XII con numerazione antioraria del
Quirinale in una stampa del 1665.
63
Il quadrante con numerazione da I a XII in senso orario in una
stampa del 1679. La rappresentazione oraria, in questo caso,
potrebbe essere casuale, o un errore da parte dello stampatore.
64
Nelle due immagini si vede
Castel Sant’Angelo in una
stampa del 1771. Il dettaglio
a sinistra mostra il quadrante
dell’orologio a VI ore di cui
era dotato in quell’anno.
Il primo orologio venne
installato nel 1594 e un
secondo orologio venne
aggiunto nel 1734, sotto
Clemente XII, ma si tratta di
questo a sei ore che dovette
sostituire l’antico in epoca
posteriore. Infatti, l’orologio di Clemente XII – come ci dice
Pietro Romano (pag. 40) era “a suoneria con due banderuole
per indicare la direzione del vento e un orologio lunare con
una sfera che marcava i giorni e i mesi della luna”.
Penso di aver visto i resti di questo quadrante durante una mia
visita al Castello, circa nel 2004. Esso si trova sul muro di una
loggia interna, quindi non ha relazione con l’orologio a sei ore
della facciata principale.
65
L’orologio a sei ore del palazzo di Montecitorio in una
incisione di Jean Barbault del 1705 (a sinistra) e del 1760
circa a destra, di Francesco Barbazza. Da notare che la
figura di sinistra mostra la numerazione in senso inverso!
Sicuramente un errore dello stampatore.
L’incisione ottocentesca di Domenico Amici mostra il
cambiamento con l’orologio astronomico “alla francese”, il
secondo di Roma, dopo quello del Quirinale del 7 novembre
1846.
66
L’orologio a sei ore della basilica di Santa Maria Maggiore a
Roma. A sinistra in una incisione settecentesca e a destra di
Domenico Amici del 1837.
L’orologio a sei ore della chiesa di Santa Maria in Trevi in
una incisione di Vasi del 1756.
67
Orologio a sei ore della chiesa di Sant’Agnese in Agone a
Piazza Navona, in una incisione del 1771.
Orologio a sei ore sul campanile della basilica di San
Lorenzo fuori le mura.
68
La chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, sempre a Roma, fu
dotata dell’orologio a sei ore solo nella seconda metà del
XVIII secolo, come dimostrano queste due stampe: a sinistra
una rara immagine di Gaetano Quojani del 1779 e a destra,
la torre campanaria senza orologio, in una stampa di Jean
Barbault del 1763. Un’altra stampa di Rudolfino Venuti del
1767, mostra ancora la torre senza orologio.
Roma, Santa Maria in Cosmedin. Una stampa di Barbault del
1705 mostra un orologio con numerazione da I a XII ad una
69
sola lancia. Era l’antico orologio italico che poi fu sostituito
da quello a sei ore, come si vede nelle immagini che seguono.
Qui a sinistra si vede una
stampa di Zuccaro del 1771,
quando l’orologio doveva
era stato posto da pochi
anni.
Roma, Santa Maria in Cosmedin, un altro orologio a sei ore
sul campanile in una stampa di Gaetano Quojani del 1779.
70
Achille Pinelli realizzò questo meraviglioso acquerello nel 1833,
regalandoci una rarissima immagine dell’orologio a sei ore della
chiesa dei Santi Quattro Coronati in Roma. L’orologio fu posto nel
1769 ed aveva due quadranti, uno sul lato ovest, l’altro a est.
Purtroppo fu rimosso da Antonio Munoz nel 1912 durante un
restauro architettonico.
71
L’ora Italica del Vaticano
Una breve visita alla grandiosa pinacoteca del Museo di
Capodimonte a Napoli, mi ha riservato una interessante
sorpresa. Entrando in una delle tante sale espositive mi è
saltato subito all’occhio un particolare stupefacente. Stavo
osservando il dipinto, olio su tela, intitolato “Carlo di
Borbone visita la Basilica di San Pietro in Roma”, inv. Q208,
del noto pittore piacentino Giovanni Paolo Pannini (Piacenza
1691-Roma 1765), quando ad un tratto la mia attenzione è
stata totalmente catturata da un dettaglio relativo ad una
bellissima riproduzione di un grandioso orologio meccanico a
sei ore, posto sull’ala di uno dei palazzi del Vaticano che
prende il nome da Paolo V, a poca distanza dove è la finestra
dalla quale tradizionalmente si affaccia il Santo Padre per
salutare i fedeli nella piazza.
Essendomi occupato a fondo, da qualche decennio, di tale
desueto meccanismo di misurazione del tempo, mi fu subito
chiaro che stavo osservando qualcosa di sconosciuto oggi ai
maggiori cultori di orologeria romana. Mi chiedevo se non
fosse stato un abbellimento del pittore, una decorazione od
altro, ma si sa che i pittori di quel tempo usavano riprodurre
con molta fedeltà ciò che vedevano con i propri occhi. Ed
infatti l’orologio è riprodotto con precisione straordinaria,
nonostante che nel dipinto generale di grandi dimensioni esso
costituisca solo un piccolo dettaglio.
Aveva dimensioni eccezionali, come si può vedere da un
confronto del suo diametro con le finestre del palazzo
disegnate nel dipinto. Il quadrante poteva raggiungere forse i
4 o 5 metri di diametro e ciò per renderlo comodamente
visibile non solo dalla grande piazza del colonnato, ma
probabilmente anche da altre zone di Roma più vicine. Il
quadrante era realizzato forse in intonaco contenuto dentro
una cornice circolare di stucco di stile barocco.
72
L’orologio a sei ore scomparso di Piazza San Pietro
Un settore di colore bianco ospitava i grandi numeri romani
da I a VI, mentre il settore centrale, dipinto con colore verde
intenso, ospitava una grande “sfera” di colore rosso arancione
che sembra essere quasi a forma di cuore. L’orologio era stato
pensato in una posizione perfetta nello stretto prospetto
frontale del palazzo orientato quasi verso sud e in direzione
della piazza antistante. Il quadrante pare “sforare” di un po’ la
linea del solaio sotto il quale doveva esserci certamente una
capiente stanza destinata a contenere il grande meccanismo
che faceva funzionare l’orologio. Sarebbe interessante oggi
fare un sopralluogo e vedere se è rimasta qualche traccia di
quell’antico meccanismo. Sopra il quadrante vi è la torretta
campanaria che contiene di sicuro (perché sono visibili nel
dipinto) due piccole campane, come era in uso per il suono
delle ore Italiche ma un terzo alloggiamento sulla destra fa
pensare che esse fossero tre.
Questo grande orologio meccanico era forse l’unico che
offriva la lettura del tempo italico ai fedeli e a tutti i Romani
delle zone vicinali da quando fu soppressa la prima torre
campanaria della Basilica, costruita tra il 1616 e il 1617 da
Martino Ferrabosco, su incarico di Papa Paolo V. La torre fu
abolita per far posto al grandioso colonnato di Bernini e così,
probabilmente, fu necessario realizzare un altro orologio, al di
fuori del colonnato, ma il più vicino possibile alla piazza.
Datazione dell’orologio
Il Pannini ha dipinto due volte questo orologio in due quadri
diversi. Il primo è in una suggestiva rappresentazione generale
di Piazza San Pietro, olio su tela, del 1725 in cui, se
ingrandita, è possibile riconoscere l’orologio meccanico.
73
In tempi più antichi la Basilica di San Pietro aveva un
orologio meccanico sul cui quadrante vi era la numerazione
daIaXXIIIIodaIaXII,comeinvogadallafinedel
Quattrocento e per tutto il Rinascimento. Una delle più
antiche testimonianze si trova nei Mandati Camerali per
l’anno 1470, pag. 69, in Archivio dello Stato: “A mastro
Enrico d’Alemagna duc. 31 e bol. 28 per aver restaurato
l’orologio del palazzo apostolico presso S. Pietro”.
Trattandosi di un restauro, si presuppone l’orologio sia più
antico del 1470. Un orologio meccanico sotto il papato di
Paolo V (1552-1621) è citato da Pietro Romano, e durante
questo periodo si hanno notizie di diversi orologiai pontifici
13
.
Ma stranamente Romano non accenna a questo orologio
gigantesco a VI ore pure vicino al palazzo apostolico.
In una incisione anonima del XVI secolo, si riconosce un
orologio meccanico ad una sola sfera con numerazione
probabilmente da I a XXIIII o da I a XII. Potrebbe trattarsi
dell’orologio restaurato dal mastro orologiaio Enrico
d’Alemagna nel 1470. Nel XVII secolo l’orologio fu
soppresso, oppure fu spostato dalla sua sede originale, all’ala
sinistra che sta dietro al colonnato, sotto la finestra da cui oggi
si affaccia il papa. Non era ancora il momento dell’orologio a
sei ore, ma era ormai diffuso il quadrante con la
13
Pietro Romano nell’op. cit. offre a pag. 36 molti riferimenti in merito.
74
semplificazione della numerazione oraria o antioraria da I a
XII. E questo si vede benissimo dalla stampa del 1684 di
Martino Ferabosco, tratta dall’opera Architettura della
Basilica di San Pietro, Tav. XII e XXX.
Ferabosco Tav. III
Ferabosco Tav XII
75
Il Ferabosco ha disegnato l’orologio in due modi diversi in
due sue opere diverse: la prima, nel Libro dell’Architettura di
San Pietro nel Vaticano, Roma, 1620, con la numerazione da
I a XII in senso antiorario; e una seconda volta (tav. III),
nell’edizione del 1684, con la numerazione in senso orario.
Una stampa di Viviano Codazzi, del 1630, conferma che lo
stesso orologio, di cui può discernersi la sagoma del gran sole
raggiante al centro del quadrante, era già presente sulla
torretta campanaria.
Viviano Codazzi, 1630
Ferabosco, 1620
La rappresentazione della numerazione oraria invertita, a
distanza di oltre mezzo secolo, non è ben spiegabile. Potrebbe
dipendere forse dal fatto che prima gli orologi meccanici ad
ore italiche avevano la macchina orologica per cui necessitava
la numerazione antioraria, in seguito, visto che ne sono
testimoniati altri esempi, la macchina dell’orologio potrebbe
essere stata modificata per funzionare con la stessa
76
numerazione, ma in senso orario, ma i tecnici non sono molto
propensi a credere che dipendesse dal meccanismo
dell’orologio;
Inoltre, nei due disegni del Ferabosco si nota bene che
l’orologio è sostanzialmente lo stesso, con il sole raggiante al
centro, mentre le decorazioni della torretta che lo ospita sono
cambiate. Quindi un restauro nel frattempo c’era stato e,
probabilmente, furono rimaneggiati anche l’orologio e la
macchina oraria.
Qui sopra vediamo un’antica stampa anonima
del XVI secolo in cui si riconosce un orologio
meccanico sulla facciata della basilica di San
Pietro nella parte sinistra (destra per chi
guarda). L’antico quadrante potrebbe essere
stato spostato in seguito sul torrino del palazzo
pontificio. Ma il dettaglio dell’immagine mostra un quadrante
sostanzialmente diverso da quello delle stampe di Ferabosco.
Al posto del grande sole raggiante infatti, qui si vede al centro
una grande sfera. E’ possibile che sia stato utilizzato la stessa
macchina orologica, mentre il quadrante fu rinnovato.
77
Giovanni Paolo Pannini, dipinge almeno tre volte l’orologio a
sei ore del Vaticano. Nell’immagine sopra si vede un dettaglio
del dipinto “Piazza San Pietro”, olio su tela, realizzata dal
pittore nel 1725, poco più che ventenne. Si tratta forse della
più antica immagine di questo quadrante in piazza San Pietro.
78
Il secondo dipinto di Pan
le
disegnato in
terzo dipinto (fig. sotto), in cui si
nini è “Carlo III di Borbone visita
Piazza San Pietro”, datato 1745 il
cui originale è nella pinacoteca del
Museo di Capodimonte a Napoli.
Il dettaglio dell’orologio è visibi
nella figura qui a lato.
L’orologio è molto ben
ogni particolare e nei suoi colori
originali.
Il
vede il quadrante a VI ore è quello
della “Partenza del Duca di
Choiseul da Piazza San Pietro”,
datato 1754.
79
In altri dipinti non è stato possibile accertare con sicurezza la
presenza dell’orologio. Ad ogni modo possiamo dire con
certezza che esso esisteva nel 1725 ed ancora nei primi
decenni del 1800, cioè subito dopo le campagne italiane
napoleoniche. Mentre in una stampa dell’800 l’orologio
sembra essere scomparso e il palazzo lo si vede come è oggi.
Alcune foto antiche ci testimoniano ancora la presenza di un
orologio e della torretta campanaria.
questa foto risalente a circa il 1860, si vede
torretta, ma
In
ancora la torretta campanaria e un orologio ad una
sfera, probabilmente ancora il quadrante a sei ore.
Mentre in un’altra foto del 1865 si vede ancora la
non più l’orologio. L’ora italiche che indicava ai
romani era stata abolita dal 1846.
80
A fianco, ancora una rara immagine
i all’Italiana di Roma nel XVIII-XIX secolo
Grazie a Pietro Romano, è possibile elencare gli orologi
• Sant’Agnese in Piazza Navona
lle Fratte
Greci
ngelo
no
Gerusalemme
Paola (ai Monti)
ra
dell’orologio a sei ore di piazza San
Pietro, in una stampa del 1771.
Gli orolog
publici romani più conosciuti nei primi anni dell’Ottocento:
• Sant’Agostino
• Sant’Andrea de
• Sant’Apollinare
• Sant’Atanasio ai
• Campidoglio
• Cancelleria
• Cappuccini
• Castel Sant’A
• Certosini alle Terme
• Chiesa Nuova
• Collegio Roma
• Consolazione
• Santa Croce in
• Crocefisso a Trevi
• Fatebenefratelli
• San Francesco di
• San Francesco a Ripa
• San Lorenzo in Lucina
• San Lorenzo fuori le mu
81
• Santa Maria in Cosmedin
• Santa Maria Maggiore
• Santa Maria de’ Miracoli
e
llora Orti Farnesiani al Babuino)
Babuino)
due)
ntanone)
nti
questo elenco si devono aggiungere tutti gli altri orologi
• Santa Maria in Montesanto
• Santa Maria in Monserrato
• Santa Maria in Aquiro
• Santa Maria del Pianto
• Santa Maria del Popolo
• Santa Maria in Trastever
• Montecitorio
• Orti Aliberti (a
• Ospedale di San Giovanni
• Ospizio di San Michele
• Palazzo Barberini
• Palazzo Carafa (al
• Palazzo Vaticano
• San Paolo
• San Pietro (
• Ponte Sisto (al Fo
• Palazzo della Sapienza
• San Silvestro
• Santo Spirito
• Trinità de’ Mo
A
che si trovavano nei “luoghi pii”, nei cortili e nei giardini e
perciò non pubblici. Un discreto numero di orologi segnalati
nel 1803 è scomparso, soprattutto dopo il 1873, quando si
iniziò a procedere all’attuazione del piano regolatore per
cambiare gli orologi all’italiana nel nuovo sistema alla
francese.
82
Athanasius Kircher. Pianta della città di Preneste
(Palestrina) Da Latium, Amsterdam, 1671.
83
Dettaglio della figura precedente di Kircher in cui si vede la
strana rappresentazione di un orologio a sei ore come
ornamento floreale in un giardino.
quadrante italico con numerazione invertita da I a XXIIII
Il
disegnato da Paolo Uccello. Controfacciata del Duomo di
Firenze 1443.
84
ITALICO O FRANCESE?
’adozione del sistema oltramontano, come è facile capire,
primo cambiamento si ebbe in Toscana, nel
il duca Filippo di Borbone, impose
22, la Repubblica decretò l’utilizzo
i Maria
del
a francese avvenne nel 1802.
vo di instaurare il regime delle ore francesi
N.°418.
LIBERTA'
LIANZA
In
a
Nella Seduta degli 8. Messifero A
ll' Era Repubblicana..
one del
L
non fu accettato universalmente e in una sola volta da tutti gli
Stati dell’Italia, i quali solo gradualmente si uniformarono al
rinnovamento.
Sembra che il
1749, e precisamente a Firenze, dove per legge gli orologi
cominciarono ad essere regolati alla francese, abbandonando
il vecchio sistema italico.
Quindi a Parma, nel 1755,
l’uso dell’ora francese.
Poi in Liguria, nel 17
dell’ora francese e l’abbandono del sistema italico, ma si dice
che i cittadini furono molto contrariati e protestarono.
A Milano, nel 1786, sotto l’impero Austro-Ungarico d
Teresa e Giuseppe II, venne firmato dal conte De Wilzeck
l’editto più famoso che imponeva l’uso delle ore francesi.
A Bologna durante l’occupazione francese, per ordine
generale Manneville, gli orologi pubblici della città iniziarono
ad essere regolati alla francese.
In Piemonte il passaggio con l’or
A Roma le difficoltà erano maggiori perché era davvero molto
difficile abbandonare, per er santo Padre, il momento del
tramonto del Sole che si faceva corrispondere con la preghiera
dell’Ave Maria.
Un primo tentati
venne attuato nel 1798, al tempo della Repubblica franco-
romana con il seguente editto:
EGUAG
nome della Repubblica Roman
LEGGE
nno 6. de
Il Senato dopo aver inteso tre letture della seguente risoluzi
Tribunato
La Prima nella Seduta dei 24. Pratile,
85
La Seconda in quella del primo Messifero,
rno 8. Messifero dichiara, che
esto - dopo aver inteso tre letture di un
ima nella Seduta dei 22. Fiorile
o giorno 23. Pratile
;
4 sull'Era
uso delle Nazioni più colte,
l' uniformità delle Regole
nno VII. l’Orario Astronomico,
ovo
iano pubbliche, siano private dovranno portare
nte determinerà col solo nuovo stile i giorni,
ato dell' esecuzione di
ta sotto questa Legge la seguente Istruzione, che ne faciliti
si divide in due parti, cioè in dodici ore cominciando dalla
ri Pubblici, i
a mentre si procedeva all’attuazione del suddetto editto,
La Terza in quella di questo medesimo gio
non vi è luogo ad aggiornamento.
Nella seduta dei 23. Pratile Anno S
Progetto di risoluzione sullo stabilimento in tutto il Territorio della
Republica dell’ uso dell' Orario Astronomico, e Calendario Repubblicano -
cioè
La Pr
La Seconda in quella dei 7. Pratile
La Terza in quella di questo medesim
Il Tribunato dichiara, che non v'è luogo ad aggiornamento
Considerando il Prescritto Costituzionale dell’Artico 36
Repubblicana,
Considerando l'
Considerando i vantaggi, che risultano dal
Nazionali - Prende le seguente risoluzione
I. Cominciando dal primo Vendemmiale A
ed il Calendario Repubblicano saranno in uso per tutta la Repubblica .
II. Tutti gli Orologj esposti alla pubblica vista saranno regolati col nu
metodo. Gli Edili sono incaricati dell' esecuzione del presente Articolo
sotto la loro responsabilità.
III. Le Stampe, e Scritture s
la data del solo nuovo stile. I Contraventori incorreranno nella multa di
scudi Cinque per ogni volta .
IV. Il Consolato provisoriame
e le ore de' Corrieri Ordinarj, di Mercati, dei Tribunali, delle Feste
Nazionali, e di qualunque altra funzione periodica.
V. Il Ministro di Polizia è particolarmente incaric
questa Legge .
VI Sarà stampa
l'osservanza.
(omissis...)
VII Il giorno
mezza notte, e si chiamano ore della mattina, in altre dodici ore
cominciando dal mezzo giorno, e si chiamano ore della sera.
Sarà opera della Fratellanza Repubblicana, che i Funziona
Ministri del Culto, e le Persone più intendenti ajutino gl'Idioti
nell'intelligenza, e pratica delle denominazioni indicate.
M
cadde la Repubblica e, appena restaurato il governo
pontificio, Pio VII diede ordine che si ritornasse all’antico.
Finalmente una delle prime riforme di Pio IX consistette nel
divieto dell’antico metodo Italiano, sostituendovi il sistema
86
europeo.
“In tal modo - dissertava il Balducci a quel tempo – la città
e stesse osservazioni, ma seguendo criteri esclusivamente
nostra non forma più un’eccezione con tutta l’Europa,
eccezione che contrastava con l’odierno incivilimento.
Incomodo, infatti, ed erroneo era il modo antico, e ciò si vuol
avvertire pe’ suoi tenaci sostenitori, che pur ven’hanno, ma
utilissimo invece questo in uso... Sbaglio eccezionalissimo
dell’orologio Italiano si è il fissare un punto unico al giorno
(contandosi di ventiquattro in ventiquattr’ore), il punto cioè
del tramontare del sole che ha nome dal suono dell’Ave
Maria. Questo lo sappiamo senza oriuolo dall’oscurità, e in
fine tanto c’importa di conoscerlo quanto il momento in cui il
sole nasce, poiché in quelle ore ciascuno è scarico delle
giornaliere occupazioni. Noi abbiamo bisogno, invece, che
s’indichi il momento del mezzodì e di mezzanotte
all’intendimento di ben regolare i nostri affari in quelle ore,
che comunemente si trattano e per tenere buon metodo di vita,
e ciò anche sotto l’aspetto religioso per adempiere alcune
pratiche, l’esercizio delle quali è legato all’uno e all’altro di
questi due punti”.
L
scientifici, aveva fatto un secolo prima lo scienziato De La
Condamine, che nel suo Giornale di Viaggi in Italia,
pubblicato in estratto nelle Memorie dell’Académie Royale
des Sciences (tomo XVII), a proposito dell’orologio esistente
a Trinità dei Monti, regolato alla francese, rilevava che era il
solo della città “dal quale si poteva apprendere quale ora
fosse”.
Egli aggiungeva “La giornata ecclesiastica
cominciando a mezzanotte in tutto il mondo cristiano, e tutti i
riti della Chiesa Romana essendo regolati di conseguenza è
strano che il giorno civile non s’inizi a Roma con quello
ecclesiastico, e che l’Italia sola, per una singolarità
rimarchevole, rifiuti quanto a questo di seguire l’uso comune
a tutto il resto d’Europa. Le ore cominciano a contarsi in
Italia alla fine del giorno, termine equivoco, arbitrario e
impossibile a determinarsi con precisione”.
87
Gli orologi pubblici di Roma vennero modificati alla francese
ll’Italiana
olti sono i riferimenti che si possono trovare nella
ed è facile trovarli oggi che si ha a
agosto (19 Termidoro) 1798. Allorché partirono i Francesi
alle Memorie per la storia di Ferrara, diario di Antonio
solo nel 1846, come visto in precedenza, quando papa Pio IX
fece attuare il cambiamento nell’orologio del Quirinale,
abbandonando l’antico modo Italiano.
Il ritorno a
M
letteratura in cui si manifesta il desiderio di ritornare
all’antico e quindi il ripristino dell’orologio all’italiana dopo
che questo era stato usurpato da quello alla francese. E’ la
dimostrazione della volontà di molti italiani a non voler
abbandonare l’antica usanza, le tradizioni e le loro abitudini,
da sempre accompagnati dal suono delle campane
dell’orologio all’italiana.
Tali riferimenti sono tanti
disposizione uno strumento straordinario come quello delle
biblioteche digitali su internet. Ne riporto qui, come esempio,
uno particolarmente significativo:
6
da Ferrara, il Cardinale Mattei, nostro Arcivescovo spedì per
espresso l’avviso di ciò al Papa. Dopo che ebbe avuto
risposta positiva dal Papa, “immediatamente l’Arcivescovo
mandò ordine al custode dell’orologio di Castello perché
rimettesse il pubblico orologio alla italiana, dove prima
segnava alla francese...” . Ma il 7 agosto, egli fu costretto
vedere rimettere l’orologio alla francese perché nessuno della
locale municipalità voleva prendersi responsabilità per gli
ordini ricevuti dal Papa.
D
Frizzi, Ferrara 1857.
88
IL CENSIMENTO
IPOLOGIA DEI QUADRANTI A SEI ORE
ulla base del censimento che ho iniziato da diversi anni,
circa settanta orologi a sei ore che sono stati identificati fino
ica
i vari, tra cui principalmente
) I quadranti incisi su pietra sembrano essere i più primitivi,
ituite di
T
S
tento di stabilire una prima sommaria tipologia dei quadranti a
sei ore, in funzione delle peculiarità stilistiche e costruttive
che li caratterizzano. Non sono considerati gli orologi
restaurati in tempi moderni e di cui non si ha una
testimonianza grafica di come erano stati concepiti in origine.
Non si è tenuto conto anche degli esemplari per i quali si
dispone solo di una immagine con risoluzione insufficiente a
distinguerne bene i dettagli.
I
ad oggi, di cui la maggior parte a Roma e nel Lazio, possiamo
classificarli in tre specifiche categorie stilistiche:
1) Quadranti incisi in pietra
2) Quadranti dipinti su maiol
3) Quadranti dipinti su material
intonaco, marmo o stucco.
1
ma essi furono così concepiti per almeno due motivi:
a) perché dovevano farsi su torri e campanili cost
blocchi di pietra; b) perché forse più economici nella loro
semplice realizzazione. In totale sono stati riscontrati dodici
quadranti incisi su pietra di cui sei nella sola provincia di
Frosinone. Essi sono di estrema semplicità, ma non per questo
mancanti dei principali dettagli di cui questi orologi erano
dotati, anche graficamente. Per esempio, oltre ai numeri delle
ore, erano presenti anche i punti di suddivisione intermedi.
Alcuni di questi orologi furono eseguiti su un blocco di pietra
scorniciato, oppure, come in diversi altri casi, direttamente sui
blocchi che costituivano il corpo dell’edificio. Al centro del
89
quadrante veniva praticato un grosso foro in cui era
imperniata la lancetta mossa per mezzo di un lungo braccio
che comunicava dall’altra parte del muro, dove era stata
posizionata la macchina orologica.
Sono esemplari semplici ed affascinanti che al primo sguardo
) I quadranti a sei ore dipinti su maiolica si trovano, con una
l quadrante dipinto su maiolica ha tutto un’altro
) Alla terza categoria possiamo associare tutte le altre
di un osservatore non esperto, richiamano subito per qualche
istante alla mente le antiche meridiane canoniche graffite sulle
chiese dei monasteri medievali.
2
sola eccezione, tutti a Napoli, nella sua provincia e territori
limitrofi. Il motivo è fin troppo semplice: l’arte della maiolica
aveva raggiunto il suo apice a Napoli proprio nel XVIII
secolo, con gli artisti che avevano dato vita alla scuola delle
famiglie Chiaiese e Massa delle quali, l’ultima realizzò lo
splendido chiostro maiolicato del monastero di Santa Chiara.
Con una tradizione artistica così forte, la soluzione di
abbellire i quadranti degli orologi a sei ore con questa
mirabile arte della maiolica napoletana era addirittura un fatto
scontato. Ovviamente non sappiamo chi fossero i mastri che
realizzarono i quadranti di questo tipo che in totale, tra quelli
finora conosciuti, sono sei, di cui tre nel centro di Napoli e
due fuori, mentre uno solo si trova nel comune viterbese di
Vignanello.
Certo è che i
aspetto! Un’eleganza unica con i suoi colori mediterranei e
decorazioni che ricordano vagamente gli arabesque dello stile
campano-siculo medievale. I colori predominanti sono
l’azzurro e il giallo per le decorazioni e il nero per i numeri e
le suddivisioni.
3
tipologie stilistiche dei quadranti a sei ore che risultano essere
principalmente quelle del quadro di intonaco scorniciato in
forma circolare, oppure di marmo, su cui i numeri e le
decorazioni venivano dipinti con colori vivaci, oppure incisi.
Alcuni dei quadranti presentano abbellimenti in stucco in stile
90
barocco; altri presentano i numeri realizzati in ferro battuto.
Molti degli orologi trovati si presentano nelle loro fattezze
originali e in uno stato conservativo mediamente buono, ma in
molti casi la lancetta è andata distrutta o sostituita in tempi
recenti da un ferro pensato erroneamente come il possibile
gnomone di una inesistente meridiana. Alcuni funzionano,
anche se è difficile stabilire se sono regolati ancora all’italiana
o alla Oltramontana. Altri sono fermi con le macchine
orologiche a volte ben conservate, in altri casi semidistrutte.
Alcuni degli esemplari sono stati recuperati, restaurati e
rimessi in funzione. Le strutture di questi orologi sono tutte
del tipo a gabbia, in ferro, quindi di tipo più antico rispetto
alle macchine con telaio in ghisa fusa la cui costruzione iniziò
solo alla fine del XIX secolo.
Alcuni, più antichi, mostrano i due treni (treno del tempo e
ei circa ottanta orologi censiti, oltre la metà presentano nella
questo libro ho presentato per la prima
treno della suoneria) con i cilindri in linea, mentre quelle a
partire dal XVIII secolo mostrano i due tamburi di carica
allineati. Alcuni restauri sono stati eseguiti con competenza e
responsabilità, recuperando il valore dell’antico. In altri casi
sono stati affidati a manovalanza inesperta e si è avuto un
danno storico e artistico.
D
decorazione dei quarti tra i numeri romani il disegno del
giglio. Si presume che la tradizione di disegnare il giglio tra i
numeri possa essere andata scemando, specie nei territori al di
fuori del Lazio, a causa della perdita della memoria storica
sull’inventore e sui primi costruttori di questo nuovo
quadrante a sei ore.
Come si è visto, in
volta una ipotesi su chi possa aver introdotto il quadrante a sei
ore alla romana e della relativa macchina orologica, ma potrei
essermi sbagliato, in mancanza di un documento storico
ufficiale che possa comprovarlo inequivocabilmente. Sono
certo, invece, del periodo in cui si iniziò a costruire questi
orologi e presumo che probabilmente il primo esemplare fosse
realmente quello decorato dal Borromini nel complesso
91
religioso dell’Oratorio di San Filippo Neri a Roma. Egli pensò
di utilizzare gli stemmi araldici del santo padre Filippo Neri,
tra cui il giglio, e di rappresentarli nell’orologio a sei ore.
Nel complesso, il censimento mostra un patrimonio, quello
i
n patrimonio culturale di cui nessuno poteva immaginarne le
degli orologi a sei ore, che fino a pochi anni fa era stato non
solo abbandonato a se stesso, ma addirittura dimenticato.
E’ anche grazie al mio primo timido tentativo di ricostruire la
storia di questi quadranti, nel lontano 1990 e di effettuare un
primo censimento di quelli sopravvissuti all’incuria e alle
intemperie, che oggi molti appassionati hanno trovato un
motivo, lo spirito e il piacere di continuare questo lavoro di
ricerca che ha dimostrato, all’opposto di quanto sembrava in
un primo momento, l’esistenza di un mondo oggi sconosciuto
a molti, eppure così intriso di testimonianze della nostra
storia, della storia dei nostri padri e di quella dei nostri avi.
Tradizioni, abitudini e dettagli di vita quotidiana che la storia
di questi orologi ci consente di rivivere a distanza di secoli.
Non si tratta di sapere solo “come misuravano il tempo”
nostri predecessori, ma anche come la loro vita era regolata
attraverso la misurazione del tempo. In mancanza della
macchina fotografica e dei filmati di una telecamera,
possiamo immaginare i nostri vecchietti intenti a ragionare
delle loro faccende private, all’ombra del campanile della
chiesa, nella piccola piazzetta del paese; l’artigiano che lavora
nella sua bottega nell’ombroso e angusto vicolo del centro
storico; il commerciante che si appresta a mostrare le proprie
mercanzie per la vendita; il brulichio della folla al mercato di
tanto in tanto sovrastato dal suono delle campane delle ore
Italiche che annunciavano a tutti quante ore c’erano ancora di
luce prima che facesse buio; e alla fine, l’ora dell’Ave Maria,
quando tutti, finalmente sgombri delle proprie attività, fanno
voto di recarsi in chiesa per la celebre funzione religiosa.
U
potenzialità e che ora, si spera, sia degnamente considerato
per quello che merita.
92
GLI OROLOGI INCISI SU PIETRA
Acerenza (Potenza)
Acquafondata (Frosinone)
93
Ancona. Orologio datato 1709 e la scritta dello stemma della
città: ANCON DORICA CIVITAS FIDEI.
Ancona. Abbazia di Chiaravalle. Foto Sandro Vallocchia
94
Arrone (TR). Chiesa di S. Valentino. Foto Andrea Giardi
Collalto Sabino (RI). Foto di M.V. Zongoli
95
Collepardo (FR), Chiesa San Salvatore. Foto Maurizio Grande
Collepardo (FR). Certosa di Trisulti. Foto M. Grande, N.
Severino
96
Sinistra: Fano (PS), Santuario Madonna del Ponte
Destra: Firenze, orologio in un chiostro non bene identificato
visto dal campanile di Giotto (foto galilaeus da Picasa).
Forli del Sannio (Isernia)
Chiesa romanica di San Biagio
97
Ancora un quadrante
scolpito nella pietra.
Una scritta posta sul lato
superiore recita:
ANNO AB ORBI
REDENTO 1711
Uno dei rari orologio a sei
ore datati
Il macchinario
dell’orologio sembra
essere andato distrutto.
Fumone (FR). Foto Sandro Vallocchia
98
Loreto (AN) Santuario della Beata Vergine. Reca la scritta
“ITALICUM”. Dal lato opposto c’è un orologio ad ore
astronomiche.
Segni (FR). Foto N. Severino, 1989
99
Vico nel Lazio (FR). Foto di N. Severino del 1989
Vico nel Lazio (FR). Quadrante ridipinto. Foto N. Severino
100
QUADRANTI IN MAIOLICA NAPOLETANA
Napoli. Basilica di S. Maria alla Sanità
Avella (AV), fraz. Purgatorio. Chiesa di San Ciro.
Foto Vincenzo Valletta.
101
Cesa (CE). Chiesa Parrocchiale.
Foto N. Severino
Vignanello (VT). Foto Nino Fanti
102
Napoli, Basilica di S. Maria in Montesanto.
103
La chiesa di S. Maria in
Montesanto a Napoli
conserva uno dei maggiori
esempi di orologi a sei ore
in maiolica napoletana. La
sfera è curiosamente
sopraelevata dal piano del
quadrante, attaccata ad
un’asta di ferro. Sull’altro
lato della chiesa si trova una semplice meridiana solare.
104
Napoli, Basilica di S. Maria del Soccorso all’Arenella.
I due orologi a sei ore. Foto Antonio Coppola
Dettaglio dell’orologio di destra.
105
Sant’Agata dei Due Golfi.
Penisola Sorrentina, NA.
Chiesa di Santa Maria delle
Grazie. Splendido orologio
in maiolica napoletana
finemente decorato. E’
stato certamente restaurato
di recente e riadattato al
sistema astronomico anche
con la sostituzione
dell’antica sfera con due
lancette moderne.
106
Capri (NA). Anacapri, chiesa di Santa Sofia. Quadrante ad ore
astronomiche in coppia con un antico quadrante a sei ore in
maiolica napoletana. I dettagli delle decorazioni ed i colori,
come è evidente, sono concepiti in uno stile abbastanza
diverso in cui fu realizzato il quadrante in maiolica della
chiesa di S. Maria in Montesanto a Napoli, certamente di
scuola artistica ben più autorevole e sofisticata.
107
QUADRANTI A SEI ORE – TIPOLOGIA MISTA
Allumiere (Roma) Palazzo Camerale. Foto Carlo Liberati
L’orologio di Allumiere è conosciuto ora grazie all’amico
Carlo Liberati che collabora con il mio sito e al censimento
degli orologi a sei ore dal 2008. Egli mi scrisse una lettera di
presentazione di cui mi piace riportare alcuni passi perché
caratteristici dell’effetto “meraviglia” che oggi suscitano
questi orologi.
108
18 agosto 2008
“Mi presento: sono un appassionato di astronomia, attratto
dalla gnonomica ( e quindi...dalla misura del tempo).
Frequento da sempre il paese di Allumiere, dove è nata mia
madre. Da bambino, quando passavo le vacanze estive ad
Allumiere, mi aveva incuriosito questo tipo particolare di
orologio con una sola lancetta e 6 ore.
Avevo chiesto come si leggeva ai miei coetanei, ma nessuno
mi sapeva rispondere. In effetti in quegli anni c'era solo tanta
voglia di giocare e tutti gli orologi erano solo dei nemici che
ci costringevano a smettere di giocare. In ogni caso, capii ben
presto da solo come funzionava, ovvero come leggerlo per
poterlo rapportare all'orologio con le 12 ore.
Proprio per quella tendenza che ci porta a considerare
"normali" le cose che abbiamo sotto il naso, questo "strano"
orologio è per me talmente "usuale" che vedendo la pagina
sul suo sito che riporta il censimento di questi tipi di orologi,
mi sono meravigliato di non trovarlo in elenco.
Rimedio subito, approfittando del periodo di ferie, inviando
queste tre foto dell'orologio che si trova sulla torre del
Palazzo edificato dalla Reverenda Camera Apostolica intorno
al 1580”.
Da allora Carlo ha ideato e realizzato, sulla base del materiale
che avevo raccolto, il censimento di questi orologi su
Panoramio dal quale è possibile accedere da internet e dal mio
sito web di gnomonica.
Di questo orologio si conserva ancora la macchina, realizzata
secondo i canoni dell’epoca, con struttura a gabbia e treni di
ruote in linea.
L'orologio è stato costruito dal frate Antonio da Lorena nel
1777, su ordinazione del Cardinale Pallotta. E' rimasto in
funzione fino al 1850. Dal 1969 funziona con un dispositivo
elettronico.
109
La macchina orologica del quadrante di Allumiere, costruita
nel 1777. Foto Carlo Liberati.
110
Amelia (Terni)
111
Arpino (FR)
Foto N. Severino
Realizzato su intonaco e scorniciato a stucco.
Borgo Velino (Rieti). Foto Sandro Vallocchia
112
Brisighella (RA) Quadrante monumentale.
Calcara (BO), Villa Rusconi
Campagnano, Roma, Campanile S. Giovanni Battista.
Foto Maurizio Grande
113
Calcata (Viterbo). Torre. Foto Sandro Vallocchia.
Questo quadrante, consunto nel tempo, nella sua estrema
semplicità di realizzazione, riesce a farci immaginare,
tuttavia, la necessità in luoghi isolati di avere un segnatempo
per la popolazione. In questo caso era l’orologio meccanico
ad ore Italiche.
114
Cancellara (Potenza)
Franco Cillo di Cancellara, un paesino a circa 20 chilometri
da Potenza, mi ha segnalato di recente l’esistenza di un
orologio a sei ore:
"Dalla piazza del castello, attraverso la stretta e tortuosa via
che scendendo si fa largo tra le antiche abitazioni, si
raggiunge la piazzetta S. Rocco. Sulla stessa si affaccia la
chiesetta del XV sec. dedicata al Santo con il campanile e
l'orologio settecentesco. Fabbricato a Potenza nel 1772 su
commissione di Teodosio Di Martino, ha segnato il tempo sin
dal 1790 quando, per 10 ducati l'anno, venne incaricato
Mastro Sisto Tamburrino per la gestione e la carica (due
volte al giorno). E' attualmente funzionante, con ingranaggi
ancora integri nonostante gli anni, e scandisce con precisione
le 24 ore della giornata suddivise in blocchi di 6 ore e
segnalazione dei quarti."
Si tratta di una delle
non rare testimonianze
dell’uso dell’orologio
alla romana a sei ore
al di fuori del Lazio.
Tuttavia, è opportuno
notare la notevole
differenza nella
tipologia stilistica e il
fatto che esso sia
l’unico quadrante che
mostra numeri arabi da
1a6alpostodei
numeri romani. Ciò
potrebbe significare
che il quadrante
originale sia stato
sostituito, oppure che
esso sia solo un
adattamento allo stile
dell’ora Italiana in
voga nel XVIII secolo.
Tuttavia, sembra
115
davvero strano che in una tradizione che prevede esclusivamente l’uso dei
numeri romani sulla mostra dell’orologio, sia stata qui abbandonata per
numeri arabi. Inoltre non sono presenti gli stilemi classici dell’orologio a
sei ore, come il giglio per i quarti ed altri dettagli comuni agli orologi
romani.
Il quadrante a sei ore di Cancellara
La macchina dell’orologio ancora funzionante
116
Capena (VT). Piazza del Popolo. Torre dell’orologio
L’orologio restaurato da pochi anni
117
Lettera di Giuseppe Matteo Giongo, studioso di Capena
sull’orologio a sei ore della sua città.
Ho trovato quasi per caso il sito dove lei ha censito gli
orologi a sei ore distribuiti in Italia, e le scrivo per farle
innanzi tutto i complimenti per l'ottimo lavoro. Ed in secondo
luogo per portare un piccolo contributo al catalogo.
L'orologio di cui le racconto la storia è quello che sta a
Capena
(RM), illustrato da tre
fotografie nel
suo catalogo, che peraltro fanno riferimento al solo
quadrante così com'era nel 1933 e com'è adesso.
Le faccio una breve storia dei tempi recenti. Nel 1973 mi
trovavo per caso a Capena, ho avuto modo di visitare il
paese vecchio ed in particolare mettere piede entro la torre
dell'orologio, cosa molto facile, visto che il tetto era a metà
diroccato, la porta d'ingresso sparita, e la macchina
dell'orologio - o piuttosto la parte di essa che ancora stava
sul castello di sostegno - semisepolta dai travi del tetto e
dalle tegole, esposta alle intemperie ed abbastanza a
malpartito. Ho chiesto ed ottenuto dal Comune di recuperare
il recuperabile, ivi compresi i pezzi finiti in fondo al pozzo
dei pesi, ho portato tutto a casa (in garage) e col tempo sono
riuscito a rimetterlo insieme. Mi spiace di non aver pensato
di prendere alcune fotografie ad illustrare lo stato di partenza
della macchina e del suo alloggiamento, ma è questa una
dimenticanza assai comune nel mondo dei dilettanti.
Fortuna ha voluto che, mentre il lavoro sulla meccanica
faceva la sua lenta strada, il Comune di Capena trovò il
modo ed i mezzi per avviare il recupero del manufatto, così
che ai primi anni '90 venne inaugurata la nuova torre
dell'orologio, così come è raffigurata nelle foto più recenti,
entro la quale è anche allocato un piccolo museo di reperti
archeologici della zona. Fine della storia.
L'orologio è praticamente integro nelle sue parti originali,
118
con l'eccezione del pendolo, mai trovato; di alcune
(3/4) boccole in ottone dei perni dei ruotismi, rifatte a mano.
Ho rifatto anche un pignone a gabbia di scoiattolo (ma
conservo l'originale) perchè troppo consumato. Uno dei due
rocchetti in legno, del tutto marcito causa pioggia, è
stato tornito ex-novo, ma riassemblato con tutta la sua
ferramenta originale. La macchina è stata costruita nel 1796
da Antonio Baldotti in Roma, come risulta dall'incisione sul
telaio. La suoneria è quella delle sei ore, con ripetizione.
L'orologio funziona, o meglio ha funzionato per diverso
tempo, senza dare problemi di nota, a parte la precisione, a
volte discutibile. Il problema è stato ed è tuttora quello della
mancanza di un volenteroso che si occupi della ricarica, che
va fatta ogni due giorni circa. Quanto alla manutenzione, il
solo problema è quello di tenere la macchina lontano dalle
mani di certe persone, il cui entusiasmo è secondo solo alla
loro incompetenza, che vorrebbero innaffiarlo d'olio un
giorno sì e l'altro pure. Ma adesso che tutto è fermo, almeno
per il momento, l'orologio non corre rischi.
Da ultimo le dirò che, osservando le fotografie delle
macchine che sono riportate sul suo elenco, ho l'impressione
che questa di Capena sia abbastanza differente, non tanto per
complessità quanto per struttura, a sviluppo prevalentemente
orizzontale. Se lei fosse interessato, potrei inviarle qualche
fotografia dell'oggetto, così che possa farsene un'idea.
CAPRAROLA, PALAZZO FARNESE
Orologio a sei ore a destra della meridiana e macchina
orologica all’interno del bastione.
119
120
In una stampa del 1679 non erano presenti né le meridiane, né
l’orologio a sei ore.
In una stampa di metà secolo XVIII si vede l’orologio; a
destra dopo l’ultimo restauro
Casperia (Rieti).
Porta Santa Maria
121
Castel Gandolfo. Palazzo Pontificio
(foto Fabio Rosati)
122
Castro dei Volsci (FR). Orologio originale prima del restauro.
123
Castro dei Volsci (FR). Condizione originaria del quadrante.
L’orologio è stato restaurato di recente.
124
Cerveteri. Torre civica
Foto sopra: Rolando Profita
125
Città Ducale (Rieti). Frazione Santa Rufina. Chiesa del
Santissimo Sacramento. Foto Sandro Vallocchia.
Collescipoli (Terni) Chiesa S. Maria Maggiore
126
Falconara Marittima (AN).
Fortezza di Rocca Priora.
127
Fano (PS), Santuario Madonna del Ponte
Fontecchio (AQ)
128
Frascati (RM). Cattedrale di San Pietro. Due quadranti a sei
ore su due lati del campanile di sinistra. Sul campanile destro
un orologio ad ore astronomiche.
Uno dei quadranti. L’altro, sul lato nord, è identico a questo.
Foto sopra di N. Severino
129
Mercato San Severino (SA)
130
Monte Porzio Catone (Roma) Cattedrale. Due orologi.
Anche in questo caso, uno è stato riadattato con le lancette
moderne.
131
Monte Porzio Catone (Roma). Villa Lucidi
132
Monte San Martino (MC). Foto Alberto Cintio
Montecatini Alto (PT), Torre
Montevettolini (PT), Torre
133
Napoli, Certosa di San Martino. Chiostro. Foto N. Severino
Napoli, a destra: Chiesa dei Gerolamini
a sinistra: Chiesa nel Complesso di Santo Spirito
Pagina accanto: L’orologio sulla chiesa dei Girolamini
fotografato da Angelo Schiavone.
134
Per quanto riguarda l’orologio
della chiesa dei Girolamini,
Angelo Schiavone del comune di
Acerenza, ha condotto una ricerca
storica interessante:
“La Chiesa dei Padri Girolamini,
il cui appellativo deriva dalla
sede romana dell'ordine fondato
da San Filippo Neri, nel convento
di San Girolamo alla Carità, fu
eretta nel XVI secolo. L’architetto
napoletano Dionisio Lazzari a
metà del XVII secolo ne realizzò la facciata e, come si evince
da una stampa del 1620, inserì nei campanili due orologi con
quadranti a 12 ore. Ferdinando Fuga ridisegnò la facciata
nel 1780 dotando i campanili di due nuovi orologi. Munì il
campanile destro di una meridiana ed il sinistro di un
orologio meccanico con quadrante a sei ore.
Anche in questo caso sorprende la somiglianza dell’orologio
incluso nel campanile di sinistra con quello di Acerenza. Fu
quindi la mano di questo grande architetto a disegnare
l’orologio di Acerenza? Ricordo che a Ferdinando Fuga fu
commissionata a Napoli la costruzione di “Villa
Monteleone”, iniziata dal duca Diego Pignatelli di
Monteleone nel 1728 e portata a termine da suo figlio, duca
Fabrizio nel 1766. Le famiglie Pinelli e Pignatelli, fra le più
antiche e prestigiose della nobiltà napoletana, furono
proprietarie del Castello di Acerenza per più di due secoli. In
particolare, il duca Diego Pignatelli di Monteleone fu uno
degli aristocratici più ricchi e potenti nel periodo del vice-
regno austriaco e suo fratello minore, Francesco Pignatelli di
Monteleone fu cardinale arcivescovo di Napoli dal 1703 al
1734. Una così potente famiglia avrebbe ben potuto
commissionare al noto architetto l’orologio per il castello
lucano”.
Angelo Schiavone
135
Sinistra: Orciano di Pesaro. Destra: Paganica (AQ)
Perugia, Basilica di San Pietro
Quadrante davvero strano, sospeso sullo spigolo delle due
facciate. (foto di galilaeus, Picasa)
136
Pescaglia (LU)
Prossedi (LT)
Roma, Convento dei Minimi di San Francesco da Paola.
Chiostro. Foto N. Severino. Questo orologio a sei ore è
pressoché sconosciuto.
137
Roma, l’antico e glorioso orologio a sei ore del Collegio
Romano di cui abbiamo scritto la storia. Oggi il quadrante non
mostra alcun segno.
Roma, Ospedale di Santo Spirito, Palazzo del Commendatore.
138
Roma, Cortile interno di Palazzo Rondinini.
Roma, Palazzo
del Quirinale.
Sicuramente il
più famoso
orologio a sei
ore. Oggi è
stato anch’esso
riadattato al
sistema delle
nostre ore
astronomiche,
ma la lancetta
è quella
originale.
139
Roma, Chiesa di Santa Maria dell’Orto in Trastevere
Uno dei più antichi orologi a sei ore di Roma. Conservatosi
egregiamente, mostra tutte le caratteristiche del nuovo
quadrante. Foto di N. Severino, 1989.
Roma.
Sinistra: Chiesa di S. Croce in Gerusalemme. Il quadrante ad
una sola lancia e il restauro in soli quattro numeri, da III a
XII, ricorda il vecchio orologio a sei ore.
Destra: Un quadrante a sei ore sconosciuto, su una casa
privata in via Portuense.
140
quadrante interno
quadrante esterno
Roma. XIX Municipio, località Santa Maria di Galeria. Casale
Celsano vicino alla chiesa di S. Maria in Celsano. Doppio
quadrante monumentale a VI ore. Potrebbe essere scolpito in
pietra o su muratura. Pregevole lancia centrale.
141
Il secondo quadrante, esistente sul lato
opposto è ancora a VI. Entrambi erano
collegati alle due campane che si vedono
nella foto. Sotto il quadrante che guarda
nel cortile interno esiste una scritta
ANNO DNI MDCCCXXII che è
ovviamente la data in cui furono
realizzati i due
orologi a sei ore.
Dovettero funzionare per poco tempo,
visto che nel 1846 il sistema Italiano fu
abolito. Anche il campanile della chiesa
mostra un quadrante ad una sola lancia.
E’ ovvio pensare che fosse a sei ore, ma
nell’immagine non si notano tracce
visibili che possano dimostrarlo.
142
San Felice Circeo (LT). L’orologio a sei ore nel centro storico
della cittadina. Pare fosse ancora funzionante all’epoca in cui
N. Severino lo fotografò nel 1990 circa. Recentemente è stato
restaurato. (La data sovraimpressa è della ristampa)
S. Felice Circeo (LT). Foto originale di N. Severino del 1990
143
Sinistra: San Gemini (TR)14
. Palazzo Pretorio.
Destra e in basso: Castel San Niccolò (AR). Doppio quadrante
monumentale sulla torre del Castello. Questi quadranti di
enormi dimensioni servivano non solo per fare ascoltare il
suono delle campane da lontano, ma anche per essere visti.
14
Informazioni storiche relativo a questo orologio alla fine del catalogo
fotografico.
144
Sarno (Salerno), Santuario di San Francesco
145
S. Severino Marche (MC), doppio quadrante a VI e a XII ore.
Entrambi di pregevole fattura.
Il quadrante a sei ore conserva ancora una bella “sfera”,
lavorata artisticamente. Vi sono le suddivisioni principali e la
figura del piccolo giglio stilizzato.
L‘orologio mi fu segnalato una prima volta da Maurizio
Tumminelli.
146
Subiaco (Roma). La cittadina conserva tre monumentali
testimonianze di orologi a sei ore. La Torre Abbaziale ne è
provvista di due giganteschi, di ottima fattura, completi di
campana. Realizzati nella migliore tradizione, con i gigli tra le
ore, essi si presentavano all’autore nel 1989 come si vedono
in queste foto.
147
Subiaco. Il secondo orologio a sei ore monumentale, sulla
Torre Abbaziale. Foto N. Severino, 1989.
Subiaco. Il terzo orologio a sei ore sulla Cattedrale. Foto N.
Severino, 1989.
148
Sutri (VT). L’orologio a sei ore con la bella sfera
artisticamente lavorata con il sole raggiante.
Il quadrante restaurato di recente
149
foto Alberto Cintio
Tolentino (Macerata). Sul campanile della chiesa di San
Francesco, furono realizzati quattro orologi meccanici: il
primo in alto indica le fasi lunari; il secondo è quello a sei ore
e che viene spesso erroneamente scambiato per un orologio a
ore canoniche; il terzo, un orologio astronomico; il quarto un
orologio calendariale che mostra i giorni, le settimane e i
mesi. L’opera fu realizzata nel 1822 da Antonio Podrini di
Sant’Angelo in Vado. Nelle Marche si nota un più frequente
accoppiamento dei quadranti meccanici, come anche a San
Severino Marche, dove l’orologio a sei ore è in coppia con il
quadrante ad ore astronomiche. Probabilmente questo tipo di
soluzione poteva essere dettata da una più sentita esigenza di
conformarsi, per l’indicazione dell’ora pubblica, a entrambi i
sistemi orari, quello all’italiana e quello alla francese, in un
periodo, come la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, in
cui la disputa sull’adozione di uno dei due sistemi era molto
accesa e il sistema dell’ora astronomica guadagnava sempre
più popolarità, soprattutto al di fuori del Lazio.
150
Torre Orsina (Terni). Foto Andrea Giardi
Orologi di Torre Orsina, Collestatte e Castel di Lago
Lettera di Andrea Giardi all’autore
Sono uno studioso di storia locale e dopo aver consultato il
sito del censimento degli orologi a sei ore mi accingo ad
inviare alcune foto di due orologi esistenti nel territorio in cui
151
abito ed altro orologio oggi distrutto.
Mi chiamo Andrea Giardi e vivo a Torre Orsina, piccolo
centro storico del Comune di Terni in Valnerina, a poca
distanza dalla Cascata delle Marmore, territorio un tempo
feudo dei conti Manassei di Terni, signori di Collestatte e
Torre Orsina.
Su wikipedia ho inserito note storiche di Torre Orsina.
Nelle piccola piazzetta interna alle mura, i Manassei
costruirono nel 1777-78 un Casino con relativo Orologio.
Conservo lettera dell'agosto 1778 inviata da Roma dal
Protonotario Apostolico Mons. Giuseppe Manassei al fratello
Pietro in Terni con la quale si lamenta il ritardo della posa in
opera dell'orologio (già spedito da Roma) sulla facciata del
Casino di Torre Orsina.
Con i restauri eseguiti negli ultimi anni, si è voluto rimettere
in funzione l'antico orologio, il cui meccanismo a pesi
originario è scomparso da decenni, sostituendolo con uno
moderno.
Nel corso del XIX secolo l'orologio a sei ore era stato
modificato con uno a dodici ore e, durante il restauro si è
preferito togliere lo scolorito orologio alla francese
riportando alla luce quello all'italiana con unica lancetta.
Altro orologio molto più antico si trova inciso nelle pietre
della facciata della chiesa del XV secolo di San Valentino a
Castel di Lago, medioevale castello oggi facente parte del
Comune di Arrone.
Vi è una cartolina degli anni '930 con la torre civica di
Collestatte che dal XVIII secolo funge anche da campanile
della chiesa di S. Pietro. In essa si nota l'antico quadrante
dell'orologio a sei ore con sottostante meridiana, sostituiti
nell'ottocento dall'orologio a dodici ore che conserva ancora
funzionante tutto il meccanismo originario. Negli anni
cinquanta del secolo scorso si è aperta una piccola finestra
nel posto ove era posizionato il vecchio quadrante.
Andrea Giardi
152
Calduca (Urbino). Casa privata. Foto Stephen Kleckner.
Villa Santo Stefano (FR). Chiesa. Foto Maurizio Grande
153
Vilminore di Scalve (Bergamo). Frazione Pianezza.
Dagli archivi del Comune è possibile conoscere alcune
preziose informazioni storiche relative a questo orologio15
:
Un orologio alla romana nella frazione Pianezza in Val di
Scalve (BG) costava 425 lire!
Nell’antica frazione di Pianezza, nel comune di Vilminore in
Val di Scalve (BG), e' conservato un orologio alla romana e
alcuni importanti documenti che offrono preziose e finora
uniche testimonianze del costo di tale macchinari attorno al
1870.
Un orologio "all’italiana"
Nell’archivio del Comune di Vilminore non c’e' traccia della
risposta della Giunta; tuttavia, a seguito di una analoga
petizione degli abitanti delle contrade di Dezzolo e S. Andrea,
che e' datata 27 aprile 1878, che era intesa ad ottenere la
sostituzione dell’orologio, risulta che quello di Pianezza entrò
in funzione al termine dell’anno 1873.
Gli artigiani incaricati dal Comune furono Memi Lorenzo con
figlio Giuliano "orologiaio da torre in Albino". Nel "breve
15
http://www.scalve.it/contrade/pianezza-1 .htm
154
progettino", nonché preventivo presentato dallo stesso Memi
per l’orologio di S. Andrea, si legge che la "piccola macchina
ascenderà al carico approssimativo di Kg. 44 non meno". Il
sistema della batteria sarà "all’italiana, cioè a ore sei, con sei,
escluso però della mezz’ora".
Il prezzo della macchina e' di 425 L. ed il vecchio orologio
dovrà
rimanere
"di
ragione del fabbricatore".
Per analogia, quindi, si può ritenere che anche il prezzo
dell’orologio di Pianezza, avendo le stesse caratteristiche di
quello di S. Andrea, sia stato di circa 400 L., o poco più.
In una lettera del 30 settembre 1878, il Memi fa presente al
Sindaco che dovendosi recare a Nona per collocarvi
l’orologio, sarebbe. Disposto ad effettuare la riparazione di un
guasto di quello di Pianezza, ma essendo scaduto il triennio
per la "gratuita manutenzione": a questo punto chiede un
adeguato compenso. Nella minuta abbozzata dal Sindaco di
Vilminore sul dorso della lettera del Memi, si chiede che la
riparazione potrebbe essere gratuita: "... Dappoichè ancor
molto le resta da fare in questa Valle, voglio ritenere che non
la baderà per il sottile a un’inezia e correre rischio di
compromettersi in affari di maggior rilevanza. Il Sindaco
conchiude la sua risposta senza occultare il tentativo di
mettere in atto una velata e appassionata concussione: "... La
prego pertanto confidenzialmente (...) acciò Ella abbia il
meritato onore, e le sia arra (cioè: caparra) di nuove imprese,
cui dove valga troverà dal canto dello scrivente appoggio,
favore, preferenza". O tempora! o mores!
L’orologio di Pianezza mantiene ancor oggi la sua peculiarità
"all’italiana", anche se nel 1992 la parte meccanica e' stata
sostituita con un sistema elettrico, mentre il quadrante sulla
torre non e' stato modificato. Il vecchio orologio e' diventato
per Pianezza un importante e prezioso cimelio.
16
16
Nell’ultima sezione di questo libro si possono ammirare alcune foto
della macchina orologica di questo quadrante.
155
LA TABELLA DELLE ORE ITALICHE DELLA
MERIDIANA DI GUARCINO
Nella piazza di San Nicolò della caratteristica cittadina di
Guarcino, in provincia di Frosinone, esiste un ponteggio in
muratura tra la collegiata di San Nicola ed un altro fabbricato.
Su tale ponteggio fu realizzato un muro verticale con piccola
copertura a tetto. Sul lato sud venne disegnata una lemniscata
del tempo medio locale. Sul lato nord venne disegnata la
seguente tabella:
SUONO
DELL’AVE MARIA
TEMPO MEDIO ASTRONOMICO
ORE E QUARTI
Lo schema indicava al passante, per tutto l’anno, l’ora di
tempo medio astronomico in cui le campane suonavano l’Ave
Maria, con riferimento particolare ai periodi in cui vi era un
cambiamento significativo dei quarti. Per esempio, il 1
gennaio il suono dell’Ave Maria viene prodotto alle 5 e 2
quarti del pomeriggio dell’ora del tempo solare medio locale.
Il 20 marzo (equinozio) alle 6 e 3 quarti di pomeriggio e il 24
maggio alle 8 di sera. Giugno non è compreso, forse perché le
otto di sera era il tempo limite per il suono dell’Ave Maria e
quindi per tutto il mese veniva adottato il momento delle 8
156
pomeridiane. Da agosto il tempo si accorciava dalle 7 e 3
quarti fino alle 5 e 1 quarto di novembre.
Lato nord del muretto sul ponte, con la tabella dell’Ave
Maria. Foto N. Severino, 2011
157
Dettaglio della parte iniziale della tabella.
La tabella era connessa, ovviamente, con l’orologio solare,
ovvero la lemniscata del tempo medio astronomico disegnata
sul lato sud del muretto. E’ ovvio, quindi, che questo orologio
è stato realizzato in sostituzione o di un più antico orologio
solare ad ore italiche da campanile, o di un orologio
meccanico a sei ore che dava le stesse indicazioni in ora
Italica. Per tale motivo, dunque, questa tabella, con la
lemniscata solare, venne realizzata presumibilmente dopo il
1846, quando a Roma tutti gli orologi all’italiana vennero
conformati all’ora astronomica.
Ma a cosa poteva servire una lemniscata solare che indicava
l’ora dell’Ave Maria, quando erano ormai stati adottati gli
orologi meccanici pubblici ad ora astronomica?
La risposta può essere interessante perché, trovandoci in un
paesino come Guarcino, dove la realizzazione di un nuovo
orologio meccanico nuovo, o in sostituzione di uno a sei ore
che poteva esserci prima, non doveva essere una cosa da poco
ed occorreva del tempo prima che si facesse. E’ probabile,
quindi, che la lemniscata solare e la tabella per le ore dell’Ave
Maria, fosse un’idea provvisoria, in attesa della realizzazione
di un nuovo orologio pubblico meccanico.
158
Notizie storiche relative all’orologio a sei ore di San
Gemini, fornite da Andrea Giardi.
Dopo essere stato Ducato degli Orsini dal 1530 al 1720, il Ducato
passò ai Principi Poblicola di Santa Croce fino al 1817. Il primo di
questi, Scipione cominciò una serie di lavori (Restauro delle
Mura,costruzione della Torre del Palazzo Pretorio, costruzione del
nuovo Palazzo Comunale, la Porta Romana ed il Palazzo Ducale
ecc. Al Palazzo Pretorio del XIII secolo aggiunse la parte superiore
della Torre utilizzando una campana del 1318, inserendovi un
orologio a sei ore che conserva ancora il suo meccanismo, da
alcuni anni non funzionante. Il Comune pagava fino ad alcuni anni
addietro una persona che si occupava di tenere in ordine il
funzionamento dell'orologio. L'addetto, classe 1920, non è più in
grado di salire sulla Torre !
Andrea Giardi
Orologio Italico con numeri romani e arabi. Affresco di fine ‘400 nella
chiesa di San Zeno a Verona. Foto di Giuseppe De Berti.
159
PECULIARITA’ MECCANICHE DEGLI OROLOGI
CON QUADRANTE ALLA ROMANA
di Marisa Addomine
17
I turisti stranieri, o i nostri conterranei appassionati di torri e
campanili provenienti da zone diverse dall'Italia centrale,
restano spesso stupiti nell'ammirare, su tante torri campanarie
o sulle facciate di palazzi di destinazione sia religiosa che
laica in quello che fu lo Stato Pontificio, dei quadranti che,
anziché riportare l'indicazione delle XII ore come di consueto,
riportano solamente le ore da I a VI, con il numero VI in
corrispondenza di quelli che per noi sono solitamente il
mezzogiorno o la mezzanotte. Sull'argomento, molti dei nostri
lettori avranno già consultato le note di Nicola Severino
(www.nicolaseverino.it ). Forse potranno essere utili alcune
note circa la storia di questa insolita suddivisione del
quadrante orario, e delle sue implicazioni a livello
orologistico.
Anticamente, le ore in Italia venivano conteggiate con la fine
della giornata (la XXIV ora) in corrispondenza del tramonto.
Ciò ci induce subito a due osservazioni: la prima è che le ore
venivano conteggiate da I a XXIV, e non, come oggi spesso si
fa, in due intervalli da 1 a 12, e che, variando il momento del
tramonto in funzione delle
stagioni dell'anno,
conseguentemente anche le ore risultavano modificarsi su
base temporale.
Da ultimo, ma non ultimo aspetto, l'uso antico, risalente agli
Egizi, di suddividere l'arco del giorno in dodici ore di luce e
dodici ore di buio, implicava che d'estate le ore di luce fossero
più lunghe e di inverno più corte, comportando il computo di
quelle che prendevano il nome di Horae Inaequales, le ore
variabili in funzione della latitudine e della stagione dell'anno.
Gli orologi meccanici, al contrario, dividevano le ventiquattro
17
Marisa Addomine è ingegnere, studiosa di orologeria antica e presidente
del Registro Italiano Orologi da Torre. Questo breve saggio venne
realizzato per il sito web dell’autore nel 2008.
160
ore della giornata in ore di lunghezza costante, dette Horae
Aequales. Quando, verso la fine del XIII secolo, comparvero
i primi orologi meccanici mossi dai pesi, cui veniva collegata
una campana, si pensò di far suonare alla campana un numero
di rintocchi pari all'ora esatta segnata dall'orologio: ciò
comportava, volendo suonare 1, 2, 3 ... 24 rintocchi nell'arco
di una giornata, ben 300 colpi complessivi.
A causa di questo, era necessario costruire grandi ruote che
governassero la suoneria, dette partitore, su cui un numero
pari a (N- 1) tacche, con N = numero massimo di rintocchi da
suonare permetteva ad un gioco di leve e blocchi, di
determinare il numero esatto di rintocchi voluti. Un gran
numero di colpi da suonare comportava molta spesa in termini
di energia, quindi molta corsa del peso e molta ricarica da
effettuare. Nello stato della Chiesa, che comprendeva gran
parte dell'Italia centrale sino all'Unità d'Italia, venne adottata
la suddivisione della giornata in quattro intervalli da sei ore
cadauno, con il duplice risultato di ottenere d'un lato la
necessità di un numero inferiore di colpi da suonare (1 + 2 +
.. . + 6) x 4 = 84 colpi al giorno, con una ruota partitora più
semplice, con solo 5 tacche, derivanti da N - 1 quando N = 6,
e la necessità di minor energia e minor corsa del peso della
suoneria.
Inoltre, essendo gli antichi segnatempo dotati della sola
lancetta delle ore, in un quadrante in cui alla singola ora
corrispondeva un arco di 60 gradi sulla fascia oraria (360 : 6),
la risoluzione spaziale con cui la lancetta poteva essere letta
dai passanti avrebbe fornito un'indicazione più precisa del
momento temporale, in assenza della lancetta dei minuti. Si
aggiunga il fatto che, in un'epoca in cui l'analfabetismo era
diffuso, e la capacità di far di conto scarsa presso gran parte
della popolazione, contare un numero elevato di rintocchi,
magari a distanza, avrebbe potuto indurre in errore molto più
che non il dover contare che pochi colpi. Le soluzioni
meccaniche tipiche di questa sorta di orologi sono in sé assai
semplici: una ruota partitora con 5 anziché 11 o 23 tacche (nel
caso di suoneria in 12 o in 24), e la ruota che porta con sé la
161
lancetta delle ore demoltiplicata in modo da effettuare un giro
ogni sei ore anziché in 12 o in 24. Particolare interesse
presentano, soprattutto per gli appassionati stranieri che
restano interdetti davanti ad alcuni di essi, gli orologi ibridi, in
cui la suoneria in dodici e quella in sei convivono.
Dobbiamo a tal proposito introdurre il concetto delle ore
ripetute, dette con ribotta, o in alcuni testi detti ore alla
Lombarda. Allo scadere delle ore, l'orologio faceva suonare
una prima volta la campana con un numero di rintocchi pari
alle ore scoccate, e, dopo circa un minuto, ripeteva lo stesso
numero di rintocchi per permettere a chi si fosse distratto e
non avesse contato bene i colpi la prima volta, di prestare
attenzione ed ottenere l'informazione voluta. Questa
ripetizione era detta ribotta.
Ciò comportava che, nelle suonerie con partitora - le più
antiche, cui fecero seguito, a partire dall'Ottocento, quelle con
chiocciola e rastrello, il numero delle tacche dovesse essere
raddoppiato, visto che il procedimento dei rintocchi, a
distanza di un minuto, doveva essere ripetuto con identica
modalità. Se si osserva l'illustrazione alla fine del testo si nota
che la lunghezza delle tacche incavate è ineguale: infatti, essa
è proporzionale al numero di rintocchi che l'orologio dovrà
suonare, e sarà tanto più lunga quanti più colpi dovranno
essere eseguiti.
In cosa consiste la soluzione ibrida? In un certo numero di
orologi, distribuiti dalla Liguria all'Italia Centrale, ma con
esempi anche nel resto del territorio Italiano, le ore venivano
suonate una prima volta in dodici, ma alla seconda
occorrenza, in corrispondenza della ribotta, ripetute in sei. In
questo modo, si risparmiava sul numero dei rintocchi (e
quindi, come visto precedentemente, sulla riserva di carica
della suoneria) e si permetteva alla gente di contare un
numero inferiore, per il quale sarebbe stato più facile seguire,
magari con l'ausilio delle dita, il computo dell'ora scoccata.
Questo dava luogo a partitore di cui non esistono esempi al di
fuori del territorio Italiano, in cui le tacche si susseguono
162
identiche a due a due fino alle ore sei, e, a partire dalle sette,
diventano diverse, dato che la prima deve permettere
l'esecuzione di un numero di rintocchi in base dodici, mentre
la seconda tacca della sequenza riparte da uno e prosegue sino
a sei. L'invasione delle truppe napoleoniche nel territorio
Italiano portò all'introduzione delle ore dette Oltramontane o
alla francese, in cui la giornata iniziava con la mezzanotte ed
era divisa in due intervalli di dodici ore. Lo Stato Pontificio,
all'allontanarsi dell'invasore francese, tentò di ritornare al
metodo precedente, ma nel 1846, anche il Pontefice fu
costretto ad adottare quello che era divenuto ormai, per tutta
Europa, il metodo di conteggio del tempo universale.
Gli orologi pubblici erano un bene costoso, per cui si cercò di
provvedere riducendo al minimo i costi dell'intervento, e, in
molti casi, i risultati furono quantomeno curiosi. A memoria
della situazione ci restano degli appunti manoscritti di
Gioacchino Belli, noto poeta satirico vernacolare romano, che
in margine ai suoi scritti riporta una frase da lui sentita
pronunciare, con pesante accento tedesco, da una guardia
svizzera: "Oh, Griste sante! Segnar quattre, sonar tiece, e star
fentitue".
Ora che conosciamo la divertente storia del computo delle ore
nello Stato della Chiesa, ci è facile comprendere il motivo del
disappunto del baldo giovane elvetico: erano le dieci di sera,
montava di guardia, vedeva un orologio con il vecchio
quadrante (che indicava le quattro), la suoneria era stata
trasformata in dodici, per adattarla alle nuove regole, per cui
suonavano le dieci, e nella sua mente, con la giornata che
terminava con la ventiquattresima ora alla mezzanotte,
secondo l'antico uso germanico, erano le ventidue!
163
La ruota partitora di un orologio in sei con ribotta sempre in
sei: le cinque tacche ripetute permettono di scandire con 1+1,
2+2, ... 6+6 rintocchi in corrispondenza dell'ora segnata dalla
lancetta sul quadrante alla romana.
Lo schema di un ruota
partitora del tipo con suoneria
in dodici e ribotta in sei.
164
Immagini storiche
Collestatte (Terni). L’antico quadrante a sei ore citato da
Andrea Giardi che ha gentilmente concesso l’immagine (vedi
orologio di Torre Orsina)
165
Rocca di Papa (Roma).
L’orologio antico della chiesa
dell’Assunta era in sei ore e lo
sappiamo da questa vecchia cartolina,
dove nel piccolo ingrandimento il
quadrante a sei ore può essere
riconosciuto. Oggi è andato perduto e
al suo posto c’è un orologio moderno.
166
Incisione del 1769 di Giovanni Battista Piranesi in cui sono
raffigurati artisticamente tre orologi a sei ore. In quei tempi, il
quadrante a sei ore era l’indiscusso segnatempo di Roma e
dello Stato Pontificio. Qui però si nota la presenza sui tre
quadranti di una doppia lancetta e la suddivisione dei minuti
di 10 in 10 fino a 60. Ciò fa credere che il meccanismo, in
questo caso, fosse regolato per l’ora alla francese.
167
Sora (FR). Sul lato sud della Chiesa di S. Restituta esistevano
nel XIX secolo ben due quadranti a sei ore, scomparsi nel XX
secolo.
L’orologio a sei ore
sulla torre medievale di
Cetona ((Siena), come si
vedeva in una antica
cartolina. L’immagine è
rappresentativa della
vita semplice, contadina,
regolata dal suono delle
campane dell’orologio
ad ore Italiane.
168
Narni (Terni). Nelle cosiddette “carceri dell’Inquisizione”, scoperte nel 1979 nei
sotterranei del vecchio convento dei Domenicani, si trova una stanza con dei
graffiti. Tra questi si vede il disegno del quadrante dell’orologio a sei ore, tra
l’altro, eseguito a pochi decimetri dalla finestra della stanza, come se l’autore
avesse voluto farlo funzionare con la luce del sole! Forse esso rappresentava solo
la speranza e l’augurio che il tempo passasse in fretta in un posto così triste e senza
futuro. Il disegno però permette di datare il graffito in un periodo compreso
presumibilmente tra il 1660 e il 1846. Alcune date lasciano pensare al 1760 circa.
169
Roma, il disegno di un quadrante a sei ore su un palazzo nel Borgo di S.
Spirito. Foto Sandro Vallocchia
Roma, Basilica di San Pietro in Vaticano. Interno. Orologio a sei
ore per interno. Si noti la differente decorazione tra i quarti, diversa
dall’adozione classica del giglio, come in quasi tutti gli altri
orologi.
170
LA MACCHINA OROLOGICA DI VIBO VALENTIA
A Vibo Valentia, in tempi recenti, è stata ritrovata da un
membro della Pro Loco, una macchina orologica nel
campanile della Chiesa di San Michele. Riporto l’interessante
commento degli esperti dell’Associazione Italiana Cultori
Orologeria Antica, Hora (www.hora.it ):
Gentilissimo Dott. Francesco,
quelle che Lei ci ha inviato sono le immagini di un bellissimo
orologio da torre con tre treni di ruote con al centro il tempo,
ore e quarti in 6 all'italiana.
Ha pignoni a gabbia e gli alberi delle ruote sono ben torniti e
di buona fattura.
Appare sufficientemente completo.
E' una tipologia di orologio che si può collocare fra la
seconda metà del '600 e la metà del '700.
E' indubbiamente regolato da un pendolo!
171
Questi orologi da torre erano quasi sempre allineati al
quadrante o avevano solo dei piccoli rimandi, perciò l'attuale
allocazione non deve far testo in quanto dovuta
probabilmente a spostamenti avvenuti a seguito del terremoto
del 1783. Per quanto riguarda il valore, se per tale intende
quello venale e come già detto più volte, i soci
dell'associazione HORA, quando parlano come tali, non
possono pronunciarsi. Lei richiede se può essere restaurato.
Rispondiamo: dovrebbe essere restaurato, affidandosi ad un
esperto orologiaio che abbia gli spazi adatti e che sappia
trattare i metalli antichi o che si rivolga a chi e' uso operare
su i metalli d'epoca.
Diciamo dovrebbe perchè e' da evidenziare che piuttosto che
un cattivo restauro e' meglio conservarlo così come e' in
luogo protetto dalle intemperie; (ha resistito per più secoli e
perciò 5 o 50 anni in più lo danneggerebbero molto meno di
un cattivo restauratore).
Veniamo a chi lo ha costruito e aggiungiamo noi in che data?
172
Il campanile a noi risulta essere posteriore rispetto alla
Chiesa di S. Michele in quanto alcuni documenti lo indicano
come edificato nel 1671.
Se l'orologio fosse stato realizzato nella stessa data del
campanile e fosse già nato a pendolo si tratterebbe di uno dei
primi esempi Italiani dell'applicazione dell'invenzione di
Christiaan Huygens alla scoperta di Galileo Galilei
(isocronismo del pendolo a parità di ampiezza delle
oscillazioni).Abbiamo detto nato già a pendolo perché sul
finire del 1600 e inizi del 1700 questi orologi, costruiti
precedentemente con regolazione a "bilancia del tempo",
venivano trasformati a pendolo (per ragioni di precisione).
Queste
trasformazioni lasciavano
però
tracce
sull'incastellatura metallica (essenzialmente fori) che e'
abbastanza facile reperire a posteriori da parte di un occhio
esperto.
I molti "se" potrebbero essere, almeno parzialmente, fugati
dal reperimento della esatta data di costruzione, che in
mancanza di stampigliature (da ricercare sotto le
incrostazioni dovute al tempo), occorre reperire tramite
ricerche di archivio sulla committenza e sul costruttore con
eventualmente i relativi pagamenti dei quali molto spesso si
ritrova traccia (atti notarili, registri del comune e della
chiesa, archivi privati dei notabili del luogo, ecc.) . Per quanto
riguarda la sua sistemazione pensiamo che il Vostro bel
Museo di Arte Sacra sia una ottima allocazione perché, pur
non essendo propriamente un oggetto sacro, serviva pur
sempre a chiamare a raccolta i fedeli per le funzioni religiose,
oltre che, naturalmente, a scandire i tempi dei lavori nei
campi. Infine, per concludere, ritorniamo sul valore
dell'oggetto che per Voi dovrebbe essere notevole: affettivo e
storico.
G.G. e G.P.
173
La macchina dell’orologio di S. Maria dell’Orto in Trastevere. Foto N.
Severino, 1990 circa.
174
LA MACCHINA OROLOGICA DEL QUADRANTE A SEI
ORE DI PIANEZZA FRAZ. DI VILMINORE (BG)
Foto, cortesia Comune di Vilminore
175
In Venezia, le ore Italiche dell’orologio a campana non erano
computate da mezz’ora dopo il tramonto e non differivano,
quindi, dalle ore Italiche normali.
Testimonianza tratta da da Metodo di computare i tempi di
G.Battista Pagani, Palermo, 1726
Si avverta qui, che l'hore, e minuti di questi quattro punti del
giorno naturale, che sono 1' orto, e 1' occaso del Sole, il mezo
giorno, e la meza notte, non sono hore, che lì regolano col
tempo dell'Orologio a campana, le quali cominciano a
numerarsi da quel punto, in cui la sera suona la campana per
dare il segno dell' Angelica salutazione; ma sono hore, che si
regolano con l'occaso del Sole, e cominciano a numerarsi dal
punto, in cui il Sole tramonta, il quale precede
ordinariamente quasi una meza hora, più, o meno seconda le
frazzioni il suono della campana, con li quale si dà il segno
della salutazione Angelica. In quei Paesi però, ne’ quali il
segno dell Angelica salutazione si dà nel tramontare del Sole,
come si usa nella Città di Venezia, 1'hore dell'occaso
dall'hore dell'Orologio a campana non dìfferiseono.
Tracce dell’orologio Italiano di Lodi
L’orologio della cattedrale di Lodi, la cui storia molto antica
risale alla metà del XVI secolo, doveva segnare le ore
all’italiana come nella tradizione di quel tempo, cioè con un
quadrante a 12 o a 24 ore e con la sfera singola centrale
adornata di un sole raggiante, così fino ad almeno il 1664,
come narrano le cronache riportate dalla nostra fonte
18
: “Da
uno schizzo della facciata del Duomo, nelle carte
dell’Archivio Storico del Municipio), parrebbe risultare che il
18
G. Baroni, Il campanile e l’orologio della cattedrale, in Archivio
storico per la città e i comuni del circondario e della Diocesi di Lodi, Fasc.
2, giugno 1915, pagg. 82-83
176
dipinto del Morello consistesse in un fascio di foglie d’alloro
ch’intende il circolo delle ore, con sotto una targa portante la
data 1664; nel centro eravi un raggiante che teneva quasi
tutto il campo”.
Nel 1854, quando cioè si è trovato
testimonianza di un nuovo intervento sull’orologio, sembra
siano stati aggiunti i “minuti”, ciò che dimostra l’orologio
essere ad ore astronomiche. Nelle memorie di P. Bricchi,
viste da Baroni in un manoscritto della Biblioteca Civica di
Lodi, troviamo la preziosa testimonianza del passaggio dal
sistema Italiano a quello “alla francese”: “Il dì 9 May 1786
al mezzogiorno, si cominciò a regolare l’orologio del Duomo
all’Europea vulgo ‘alla Francese d’ordine Regio abbassato
alla Città..’.” .
Negli anni successivi, dopo il primo cambiamento immediato
del suono delle campane, seguì la modifica della macchina
orologica a cura di Giacomo Silva di Lodi sulla quale si firmò
nel 1787. E, continua, Baroni, “Successivamente da altro
artista venne aggiunto il roteggio per la suoneria del
mezzogiorno e della mezzanotte”.
Le ore Italiane dell’irrigazione
Come noi oggi siamo abituati, anzi, assuefatti alle indicazioni
dei nostri comuni orologi da polso e da campanile, applicando
la lettura dell’ora ad ogni circostanza ed attività della vita
quotidiana, sia essa religiosa, ricreativa o lavorativa, allo
stesso modo nel XIX secolo la popolazione italiana era
assuefatta all’applicazione del sistema delle ore all’italiana
nelle pratiche incombenze quotidiane. Un fatto curioso, di cui
si hanno diverse e precise testimonianze, riguarda
l’applicazione degli orari di irrigazione nell’agricoltura in
relazione prima al sistema delle ore Italiane e poi alla
confusione generatasi con l’introduzione del sistema orario
alla francese. Così, si esprimeva nel 1870 Antonio Cantalupi
nel suo libro Scienza e la pratica per la stima delle proprietà
stabili:
177
“Per misurare il tempo delle irrigazioni è ancora in uso
l’orologio all’Italiana
19
, il quale si presta alle ruote interrotte
da un certo numero di ore ed in epoca determinata del
giorno. Suppongasi, per esempio, che in una ruota di 10
giorni un utente abbia il godimento di ore 8 ogni 7 giorni
cominciando sempre a sera, cioè alle ore 24. Se si volesse in
tal caso far uso dell’orologio alla francese e consegnare a
questo utente le ore che gli competono sempre dopo un certo
numero di giorni e di ore, avverrebbe che in principio di
primavera esso le conseguirebbe di notte; in giugno e luglio
nelle ore ancor calde, in settembre nuovamente di notte;
circostanze tutte calcolabili...”
Sull’argomento esiste una dotta relazione dell’Ing. Achille
Cavallini, Sulla traduzione degli orarj d'acqua d'irrigazione
dell'antico sistema secondo l'orologio Italiano al nuovo
secondo l'orologio francese detto anche tedesco, pubblicata
nella rivista Il Politecnico. Giornale dell’Ingegnere Architetto
civile ed industriale, anno 1872, vol. 4, fasc. 8 -9, pagg. 36 e
segg., che dimostra quanto sia stato un problema impellente e
sentito fortemente dalla popolazione contadina in quegli anni,
essendo stata pubblicata soli due anni dopo il volume di
Cantalupi. Inoltre, nello spiegare i difetti comuni ad entrambi
i sistemi e i vantaggi dell’uno o dell’altro sulla pratica delle
irrigazioni, Cavallini richiama l’attenzione all’auspicata
adozione dell’orologio a tempo medio che risolverebbe quasi
del tutto il problema. Egli così si esprime: “Se quegli orarij si
formassero coll’orologio a tempo medio piuttosto che con
quello a tempo vero regolato ogni giorno ad una meridiana,
nelle diverse epoche dell’anno riuscirebbero tra loro diversi
di impercettibil numero di minuti secondi, perché l’uso del
19
Qui l’autore scrive “ancora in uso” in quanto gli orologi pubblici furono
conformati all’orario Europeo nel 1846, ma è comprensibile un buon lasso
di tempo entro il quale una simile radicata abitudine come l’orologio
Italiano, rimaneva ancora ostinatamente in uso.
178
tempo medio influirebbe piuttosto a cambiar di posizione gli
orarij, che ad alterarne la durata da una ruota
20
all’altra”. Si
capisce, quindi, basandosi il sistema Italiano sull’inizio del
computo delle ore su un punto instabile come il tramonto del
sole, che varia da stagione a stagione, come tali orari
potevano cadere una volta di giorno e una volta di notte, con
gran scomodo degli utenti.
“L’immobilizzare così il tramonto del sole – prosegue l’autore
–
per rendere applicabile l’orologio francese, ormai
famigliare a tutti, e che tradotto in macchinetta è nelle tasche
anche dei poveri, non reca divario tra gli orarj cadenti nelle
diverse ruote d’irrigazione d’un intiero anno, o della così
detta stagione estiva...”.
E ancora: “Quando il conte di Wilzeck impose col suo editto
che si seguisse negli usi civili l’orologio francese invece
dell’Italiano, gli agricoltori avvertirono tosto il bisogno, che
per legge, e non per opinione di individui fosse a quale ora
del nuovo orologio si avesse a porre invariabilmente il
principio del giorno dell’orologio abolito, cioè il tramonto
del sole fisicamente variabile, per la distribuzione degli orarj
d’irrigazione instituiti per diritto o per possesso con
indicazioni dei limiti nel sistema dell’orologio Italiano”.
Importante testimonianza dell’uso delle ore Italiche “ad
usum campanae” in Firenze.
Grazie ad un piccolo fascicoletto, intitolato Confronto
dell’ore all’uso comune d’Europa con l’ore all’uso d’Italia
esposto in dodici tavole, pubblicato a Firenze nel 1750,
possiamo dire con una buona approssimazione che in
quell’anno nella città toscana si usava in modo popolare l’ora
italica da campanile. Il passo che riporto è uno dei pochi in
cui l’autore spende qualche parola in più sul detto sistema:
20
Per “ruota” è inteso un periodo che va da 10 a 15 giorni in cui l’utenza
poteva esercitare il diritto all’irrigazione secondo gli orari stabiliti.
179
“La prima colonna (della tabella) è calcolata non a ore
dell’Oriuolo a Sole, ma bensì a ore dell’Oriuolo a Ruote o sia
a Campana, il quale secondo lo stile più comune dell’Italia, si
regola 30. Minuti più tardi dell’Oriuolo Solare. Un tal
Sistema è più comodo a praticarsi, perché libera dal pensiero
e dall’obbligo di fare un conteggio, e di sottrarre ad ogni Ora
i detti 30 Minuti, ed è il più adatto alla capacità d’ognuno,
non essendo sì facile alle persone idiote il levare a mente
sempre una mezz’Ora...” .
Curiosità: orologi meccanici ad ore Italiche e Babiloniche!
Se appare curioso al lettore che un orologio meccanico sia
stato concepito per indicare le ore Italiche, aggiungo un
esempio storico di come siano state concepite macchine
orologiche che indicassero, oltre a queste, anche le ore
Babiloniche che, al contrario, fanno iniziare il computo e
l’inizio del giorno al sorgere del Sole. Nel volume 2
dell’opera Completa raccolta di opuscoli, osservazioni e
notizie diverse, curata da Giuseppe Toaldo ed altri autori,
pubblicata in Venezia nel 1802, ma i cui scritti si riferiscono
ad un periodo precedente compreso tra il 1773 e il 1798, si
legge una dissertazione sulle ore Oltramontane, molto
probabilmente scritta dallo stesso astronomo Toaldo, che era
un forte sostenitore di questo sistema orario. L’ultima nota, in
fondo all’articolo, ci ragguaglia in modo preciso sulla
confusione che il sistema Italiano procurava con il suono delle
campane:
“Gli Eccellentissimi Riformatori dello studio di Padova hanno
ultimamente comandato, che l’Orologio di questa Università,
e la Campana delle pubbliche Scuole, si regoli d’oravanti al
Meridiano, vale a dire coll’ora Oltramontana, e tal metodo
comincerà all’aperta di esse Scuole, ai primi di Novembre
del cadente anno 1788. Quest’esempio darà coraggio come si
spera, di bandir dappertutto la barbarie dell’Orologio
Italiano.
180
Si vedrà tosto l’ordine, che induce questo metodo. Le ore
della Campana variavano di Mese in Mese talor di 15 in 15
giorni, d’un’ora o d’una mezz’ora, anche d’un quarto d’ora
(come la Campanella della Cattedrale, che dà regola a tutta
la Città). Era una confusione per non badare gli Scolari
quando si faceva questa mutazione. Fissata ora la Campana
alle 8 della mattina, non si altera più; e per tutte le stagioni
riesce opportuna, perché suona sempre quattr’ore avanti del
Mezzodì, e resta l’istesso spazio d’ore per le Scuole”.
Toaldo ci regala ancora un altro passo interessante nella sua
dissertazione, che riguarda dettagli della misura della
mezz’ora dopo il tramonto del Sole:
“V’è però un abuso (nel sistema Italiano), che consiste nel
non osservare fedelmente quella mezz’ora dopo il
Tramontare; per lo più si fanno battere le 24 ore all’ora
dell’imbrunire, quando termina il crepuscolo chiaro; questo
crepuscolo chiaro è circa un terzo della durata di tutto il
crepuscolo; sicché quando il crepuscolo è lunghissimo, come
nei Mesi d’Estate, le 24 ore si suonano non mezz’ora, ma tre
quarti e più, dopo del Tramontar del Sole; e quindi tutte le
ore seguenti spezialmente in città si trovano in ritardo per lo
meno d’un quarto d’ora”.
E’ curioso, ed interessante, anche leggere l’accenno che
Toaldo fa dell’uso della “Lemniscata” del tempo medio locale
come una delle soluzioni per ovviare ai pochi minuti di
anticipo o ritardo sul mezzodì dell’orologio oltramontano, e
scopriamo che la denomina in modo assai curioso:
“Si traccia anche intorno la Linea Meridiana del Mezzodì
vero, una Meridiana curva a doppia Classe, che mostra il
mezzodì dell’orologio, o sia del tutto equabile; ma questa
richiede molto artifizio...” .
181
L’orologio alla romana
il riferimento letterario più antico.
L’orologio con quadrante da I a VI ore, è da sempre
denominato e conosciuto come l’orologio alla romana.
Questa dicitura, sebbene frequente nelle pubblicazioni
relativamente moderne, è rara in quelle antiche. Mi sembra
interessante qui riportare quella che ritengo forse più antica di
tutte, nonché autorevole, a nome di Domenico Martinelli,
autore di un curioso trattato d’orologeria del XVII secolo, dal
titolo Horologi elementari: divisi in quattro parti, nella prima
parte fatti con l'acqua, nella seconda con la terra, nella terza
con l'aria, nella quarta col fuoco, alcuni muti & alcuni col
suono, tutti facili e molto commodi, pubblicato a Pisa nel
1669. Qui, si leggono almeno un paio di volte riferimenti
all’orologio “di sei in sei ore... alla romana”, con una
naturalezza da far pensare che la definizione alla romana
fosse già nel 1669 diventata totalmente usuale e generalizzata,
non solo in Roma ma soprattutto al di fuori del Lazio. E siamo
nel 1669, cioè appena un ventennio dopo la presunta messa in
opera del primo orologio a sei ore decorato dal Borromini per
l’Oratorio di San Filippo Neri.
Nel descrivere, al capitolo XII,
un orologio ad acqua che
“mostra, e batte l’hore con un
Vaso solo”, Martinelli scrive:
“...poi adattar alla testa del
Vaso, l’ordegno per la mostra,
e per la batteria, in modo però,
che non si muova senza il Vaso,
e si haverà la mostra di hore sei
in sei alla Romana”.
L’orologio alla Romana ad acqua di Domenico Martinelli.
182
Anche nella parte IV,
Martinelli presenta
un
orologio da fuoco la cui
mostra è ancora suddivisa in
hore VI, alla Romana.
Una terza volta, l’autore
ripete l’appellativo anche
nell’indice dei capitoli.
E’ così dimostrato che nel
1669, anno di pubblicazione
del libro, l’orologio era già
usualmente appellato con le
ore di sei in sei alla Romana,
attestando la peculiarità del
quadrante alla tradizione
romana, iniziata circa venti
anni prima nella città.
L’orologio da torre più antico d’Italia e le campane col
suono alla romana nella Bologna rinascimentale.
Prima di dare alle stampe questo libretto, ho trovato una
testimonianza singolare e forse preziosa. Essa si trova nel
volume di Antonio Masini, Bologna perlustrata, Bologna,
1666, vol. 1, pag. 467. Innanzitutto la bella testimonianza
dell’uso delle ore italiche in Bologna nel 1666. All’inizio del
capitolo dedicato al mese di Settembre, si legge:
“Leva il Sole à hore 10. minuti 58. Mezo giorno à hore 17.
minuti 29. Meza notte à hore 5. minuti 29.”
A pag. 467, l’autore da notizie degli orologi pubblici di
Bologna e le campane che battono le ore, da cui apprendiamo
di un orologio da torre esistito ancor prima di quello del 1309,
ritenuto il primo in Italia, di S. Eustorgio a Milano:
“Nona comincia à suonare alle hore 17. e così continua sino
adì 4 ottobre, e Vespro suona à hore 19. e mezo. Vi sono circa
40. tra Horologi, e luoghi, dove s’odono con Campane batter
183
l’hore. Il primo pubblico horologio della Città fu fatto nel
1294, nella via detta dell’Accuse, su la Torre de’ Lambertini,
che si vede unita al Palazzo del Podestà, e dall’una parte vi è
rincontro la Compagnia de’ Merciari, e dall’altra quella de’
Speciali. Circa il 1440 li Canetoli fecero far un Horologio
alla sua Torre, la quale anco si vede appresso il Campanile
della Chiesa di S. Francesco, che dal 1261 fu edificato. Del
1451 fu fatto l’Horologio del Palazzo nuovo, sul canto della
via di S. Mamolo, la cui Campana pesa 6 mila libre; e del
1498 vi furono poste quelle scolture delli tre Magi, che vanno
attorno, quando vogliono suonar l’hore, e del 1550 l’hore
cominciarono a suonare di sei in sei, che prima quante
n’erano, tante ne suonavano”.
Implicito il richiamo alla scelta di ridurre i troppo numerosi
rintocchi delle campane per gli orologi ad ore Italiane di
XXIIII e XII ore.
La notizia viene riconfermata da una fonte più antica del
Masini di circa mezzo secolo: Giovanni Niccolò Pasquale
Alidosi
21
che scrive: “Torre dei Lambertini, su’l canto
dell’Accuse rincontro alla Compagnia de’ Speciali, et à
quella di Merzari. Del 1266. in una divisione di questa
Fameglia, è nominata detta Torre in Capella di San Giusta. E
l’an. 1294. la vendetero con casamenti alla Città per
ampliare il Palazzo dove stà il Podestà, e fu detta del
Capitano, perché da quel lato vi habitava il Capitano del
Popolo di Bologna, e sopra se gli fece un’Orologio, e fu il
primo fatto nella città”.
Una terza fonte, posteriore alle prime, riprende la notizia che
sembra passare inosservata nel XIX secolo e fino ad oggi.
Cesare Monari
22
così scriveva nel 1865 in riferimento agli
eventi accaduti in Bologna nel 1294: “Per ordine del Senato
pure fu posto nel Palazzo del Podestà il primo orologio per
servizio del Popolo”. E’ curioso notare che l’autore fa una
distinzione tra i due orologi del Palazzo del Podestà in quanto
21
G.N.P . Alidosi, Istruttione delle cose notabili della città di Bologna,
1621, pag. 193.
22
C. Monari, Storia di Bologna, 1865, pag. 129-130
184
nella prima citazione parla di “primo orologio per servizio del
Popolo”, nella seconda, per l’anno 1357, parla di un “primo
orologio per comando dell’Oleggio”, in riferimento a quello
che abitualmente viene considerato il primo orologio pubblico
di Bologna. Una distinzione che confermerebbe l’esistenza di
un antico orologio sul Palazzo nel 1294 fatto per il Popolo e
di quello “comunale”, sempre sullo stesso palazzo, fatto nel
1356. E’ abbastanza strano però che queste fonti siano
sfuggite, o sconosciute ad un personaggio come Ludovico
Antonio Muratori che nelle Dissertazioni
23
scriveva: “Ne gli
Annali di Bologna da me dati alla luce troviamo, che
nell’anno 1356. fu posto nella Torre pubblica di quella Città
un Orologio, la cui campana battuta annunziava l’Ore: e
questo fu il primo Orologio, che cominciasse mai a sonare
per lo Comun di Bologna”.
La citazione dell’orologio sulla Torre dei Lambertini, ritenuto
del 1294, è anteriore a quella di Galvano Fiamma per
l’orologio di S. Eustorgio in Milano, per l’anno 1309.
D’altronde altri autori hanno evidenziato che lo stesso
Galvano Fiamma non sembra parlare del suo orologio come
una novità, il che farebbe credere che in qualche altra città
d’Italia ve ne fosse stato uno ancora più vetusto.
Chiusa questa lunga parentesi, la testimonianza di Masini,
tuttavia, dimostra che in Bologna le campane suonavano
all’italiana, di sei in sei, ma non che vi fosse l’uso del
quadrante a sei ore.
23
L. A . Muratori, Dissertazioni sopra le antichità italiane, Milano 1751,
Tomo I, pag. 365.
185
Qualche riferimento letterario dell'uso delle ore Italiche.
CANIO.
Un grande spettacolo
a ventitré ore
prepara il vostr'umile
e buon servitore.
Ruggiero Leoncavallo, I Pagliacci Dramma in due atti. (1857-1919)
•
Giorgio Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e
architetti, XVI secolo. Edizione Grandi tascabili Newton, I Mammut. Vita
di Michelangelo Buonarroti, pag. 1255: "a di' di febraio, l'anno 1563 a
ore 23 a uso fiorentino, che al romano sarebbe 1564, spiro' per irsene a
miglior vita".
•
Niccolo' Machiavelli, La Mandragola : Atto Secondo, scena
sesta: CALLIMACO Dirovelo: io vi daro' la pozione questa sera dopo
cena; voi gliene darete bere e, súbito, la metterete nel letto, che fieno
circa a quattro ore di notte; (...) LIGURIO Ed io so che la madre e' della
opinione nostra. Orsú! avanziam tempo, ché si fa sera. Vatti, Callimaco, a
spasso, e fa’ che alle ventitré ore noi ti ritroviamo in casa con la pozione
ad ordine. Atto Secondo, scena prima: CALLIMACO Io vorrei pure
intendere quello che costoro hanno fatto. Puo' egli essere che io non
rivegga Ligurio? E, nonché le ventitré, le sono le ventiquattro ore! Atto
Quinto, scena seconda: NICIA Della sciocchezza di Lucrezia, e quanto
egli era meglio che sanza tanti andirivieni, ella avessi ceduto al primo.
Dipoi ragionamo del bambino, che me lo pare tuttavia avere in braccio, el
naccherino! Tanto che io sentii sonare le tredici ore; e, dubitando che il dí
non sopragiugnessi, me n’andai in camera. Che direte voi, che io non
potevo fare levare quel rubaldone? Scena Quarta: CALLIMACO Come io
ti ho detto, Ligurio mio, io stetti di mala voglia infino alle nove ore;
•
Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. XVII: c'e'
un'allusione al sistema Italiano. Renzo fuggito da Milano dopo aver
trascorso una notte insonne in un capanno nei pressi di Trezzo, in attesa di
passare l'Adda, si alzo' mezzo intirizzito "quando finalmente quel partello
ebbe battuto undici tocchi, ch'era l'ora designata....per levarsi". Erano
quindi circa le cinque del mattino, secondo il computo attuale (da Federico
Arborio Mella, vedi Bibliografia).
•
Vincenzo Giustiniani, Diario di Viaggio (Sec. XVII). Nel 1606
Vincenzo intraprese un viaggio a cavallo attraverso il Nord Europa. Il
resoconto di questa avventura e' stato redatto da Bernardo Bizoni
(“Relazione in forma di Diaro del Viaggio che corse per diverse provincie
di Europa il Sig. Vincenzo Giustiniano marchese di Bassano l’anno 1606,
per lo spazio di cinque mesi, la quale fu giornalmente scritta dal Sig.
186
Bernardo Bizoni Romano il quale fece compagnia al marchese in quel
viaggio come camerata ed amico e confidente”). suo accompagnatore,
originale attualmente conservato in Vaticano. “.. .Verso Orte dove, con
aver fatto passaggio per Vignanello e Bassanello, arrivammo alle ventitre
ore”.
•
Benvenuto Cellini, La Vita, Libro 1, Cap. 92... Alle ventitré ore
poi io portai su l'anello: e perché e' non mi era tenuto porta, alzato cosí
discretamente la portiera, viddi il Papa insieme col marchese ...
•
Carlo Goldoni. Nel dramma in tre atti per musica, Il Talismano,
del 1798, Goldoni accenna alla disputa sulla scelta del sistema Italiano od
Oltramontano, facendo rilevare ai suoi attori i vantaggi di quest’ultimo sul
primo. Nell’atto secondo, scena quinta, “Strada con bottega di caffè”, si
legge:
Pol. Sonato è il mezzodì?
Car. Io crederei di si.
Tri. Passato è di mezz’ora.
Cot. No, non è ver, non è suonato ancora.
Tri. Cospetto! Al mio orologio
Non si da una mentita. Ecco mirate.
Diciannove passate (mostra l’orologio).
Cot. Eh l’orologio.
Non va bene montano all’italiana.
Più sicura è la mostra oltramontana.
Car. E’ vero alla francese.
Segnando il mezzo dì, la mezza notte,
La regola è costante e sempre vera.
Ma i protagonisti vogliono difendere ciascuno il proprio
sistema, e così facendo si arriva alle spade.
187
ROMA, PALAZZO RONDININI, CORTILE
188
CONCLUSIONI
Dalla metà del XVI secolo l’ora Italiana influenzò lentamente
le abitudini del popolo di questa nazione, accompagnando,
nella buona e nella cattiva sorte, ciascuno dei singoli individui
nelle loro attività religiose, commerciali e ricreative. Fece da
sfondo alle vicende storiche di un popolo attraversando la sua
evoluzione umana, sociale, scientifica, trasformandosi ed
integrandosi negli sviluppi tecnologici delle macchine e dei
quadranti orologici. Prima il semplice quadrante da I a XXIIII
ore, poi con doppio quadrante da I a XII, poi ridotto da I a
XII, quindi da I a VI. Ha accompagnato le preghiere degli
italiani all’imbrunire per almeno due secoli, abituandoli ad
attendere quella mezz’ora dopo il tramonto del sole affinché
tutti i lavoratori avessero il tempo di prepararsi per la liturgia
serale. Gli scienziati studiarono le possibili soluzioni
meccaniche dei ruotismi dei congegni orologici; gli
gnomonisti esposero i metodi geometrici e numerici per la
costruzione prima delle meridiane ad ore italiche normali, poi,
uniformandosi al cambiamento, per quelle ad ore Italiche “ad
usum campanae”. I contadini leggevano indistintamente e con
gran piacere sia la meridiana che il quadrante a sei ore di cui
potevano sentire il suono delle campane a grande distanza, nei
campi dove lavoravano dalla mattina alla sera, senza
preoccuparsi gran che del mezzogiorno, se non per zittire il
proprio stomaco all’ora della fame. In una tale assuefazione e
fusione di usanze, tradizioni, usi, abitudini e costumi, verso la
fine del XVIII secolo arrivò il grande “usurpatore”, l’orario
alla francese, prepotentemente istituito dalle truppe
napoleoniche dietro le loro conquiste e altrettanto
prepotentemente rigettato, non appena possibile, da quanti
amavano le proprie radici storiche. Ma pian piano il sistema
“Oltramontano”, usato già da quasi tutti i popoli dell’Europa,
eccetto che in Italia, cominciò a mostrare i segni di un
miglioramento concettuale e pratico che la vita quotidiana, a
forza o a ragione, dovette evidenziare nello svolgimento delle
189
proprie attività. Così gli scienziati italiani cominciarono a
dividersi, chi per amor di tradizione, chi per presa ragione,
sulla scelta di adottare l’uno o l’altro sistema. L’evidenza, alla
fine, ebbe ragione perché quando non vi fu più la prepotenza
straniera a comandare che fosse il sistema delle ore
astronomiche a prevalere su quelle Italiane, il popolo capì da
sé che era giunto il momento di effettuare l’importante
cambiamento. Gli stranieri avallarono ed auspicarono che ciò
avvenisse fin da subito e chi con poetico savoir faire, chi con
astio e pregiudizio, fecero sentire la loro autorevole voce
d’oltralpe: così l’astronomo francese J. De Lalande, il
viaggiatore C. Marie de La Condamine (il maggiore dei
detrattori del sistema Italiano), il poeta Goethe che dopo aver
amato ed elogiato tanto l’Italia non potè permettersi di essere
drastico come La Condamine. Sotto questa costante e
continua pressione, di fronte alla ragionevole evidenza dei
vantaggi dell’orario Europeo, soprattutto in considerazione di
una evoluzione sociale e tecnologica continua delle nazioni
europee, l’adozione dell’ora astronomica era solo questione di
tempo. Una volta accettata, dopo l’istituzione dei fusi orari,
siamo arrivati all’ora dei nostri giorni.
Curiosamente, qualcuno sente ancora molto forte quell’antica
tradizione, tanto da aver ripristinato il meccanismo
dell’orologio della torre civica con un congegno digitale che
fa suonare le campane come i vecchi tempi: “all’italiana”. Ciò
è avvenuto nel comune di Martinengo, in provincia di
Bergamo, il 25 ottobre del 2003. Molti non lo sanno, ma in
qualche luogo forse l’antico orologio a sei ore ancora fa
suonare le campane all’italiana, ma chi le ascolta non può
capire il significato di un suono ormai dimenticato. E per dirla
come Giulio Cordara nel 1783: “Dopo quanto detto sin qui,
usi pure ognuno quell’Orologio che più gli piace, ch’io non
gliel contrasto...”, e poiché l’orologio francese, ricordando la
Rivoluzione, dice “Liberté, Egalité, Fraternité”, usi ognuno
quel che gli pare, secondo la propria libertà.
190
APPENDICE
CENNI SULLA TEORIA DELLE MACCHINE
OROLOGICHE
a cura di Marisa Addomine e Daniele Pons
Sin dagli inizi dell'orologeria meccanica sono esistiti orologi molto
complessi, progettati per indicare le più svariate grandezze
astronomiche, ma la maggior parte degli orologi pubblici aveva due
sole funzioni: indicare lo scorrere del tempo su un quadrante ed
attivare periodicamente una suoneria che indicasse le ore o frazioni
di esse a chi non era a portata ottica. Per ottenere questi scopi, gli
orologi pubblici sono stati sempre divisi in due o più sezioni, ben
distinte tra loro, dotate ognuna di un motore e di un regolatore
proprio: il treno del tempo ed il treno della suoneria.
La struttura fisica degli orologi più antichi era in ferro battuto, a
forma di gabbia: inizialmente, cioè dalle origini al XVII secolo, i due
tamburi di carica erano posti uno di seguito all'altro. In Inghilterra,
verso il 1670, si studiò una configurazione con i due tamburi
affiancati, cosa che permetteva di ottenere meccanismi più
compatti.
In Italia, comunque, la struttura a treni allineati perdurò, soprattutto
nelle produzioni provinciali, sino alla fine del XIX secolo.
A partire dal XVIII secolo si fece strada in Francia una struttura
detta a telaio orizzontale: essa permetteva di poter accedere per la
manutenzione alle singole componenti senza dover smontare
l'intero orologio, come si rendeva necessario con la struttura a
gabbia. Da questa struttura orizzontale a telaio in ferro derivarono
gli orologi del XX secolo, a forma di trapezio, con struttura in ghisa.
Treno del Tempo
Il treno del tempo ha il compito di muovere la lancetta lungo il
quadrante, ad una velocità tale da segnare correttamente l'ora del
giorno. La forza motrice viene fornita dal peso Wt che, attraverso la
fune, tende a far ruotare il tamburo Tt. Questo è collegato a due
ruote: la Ruota Magistra Rm e la piccola ruota R2 che, a sua volta,
ingrana la Ruota Oraria Ro, che è direttamente collegata alla
lancetta.
In questo modo, la rotazione del tamburo provoca il movimento
191
della lancetta, che indica le ore sul quadrante. Negli orologi antichi
il quadrante riportava 24 ore, anziché dodici come avviene oggi,
quindi la lancetta doveva percorrere un giro al giorno.
Il tamburo, per essere efficace, deve compiere un numero di giri
maggiore: questo spiega la coppia di ruote dentate R2 ed Ro, che
funge da demoltiplica fra il tamburo e la lancetta.
In questo esempio, tratto da un orologio esistente e molto antico,
R2 ha 15 denti ed Ro ne ha 120: ciò significa che, per effettuare un
giro della lancetta, il tamburo deve compierne 120/15 = 8 giri, ossia
un giro ogni 3 ore. Da ciò si deduce che, per far durare 24 ore la
carica dell'orologio, la fune del peso deve essere avvolta almeno 8
volte. Se il tamburo fosse libero di ruotare sotto il traino del peso, la
fune si svolgerebbe in pochi secondi: è, quindi, necessario regolare
in qualche modo la rotazione del tamburo stesso, imprimendogli
una velocità costante, tale da fargli compiere un giro esattamente
nel tempo voluto.
Ad effettuare tale regolazione provvede lo scappamento Rs,
collegato al pendolo M. Il pendolo oscilla con una frequenza che
dipende dalla sua lunghezza e che può essere regolata con grande
precisione.
La Ruota Magistra Rm è solidale al tamburo Tt e quindi, affinché
l'orologio segni correttamente l'ora, deve effettuare un giro ogni 3
ore, ed ha 150 denti, che ingranano il pignone P1, che ne ha 12 ed
effettua, quindi 150/12 = 12,5 giri per ogni giro della Ruota
Magistra. Il pignone P1, a sua volta, trascina la ruota R1, che ha 60
denti ed ingrana il pignone P2, che ne ha 6 e, quindi, effettua 60/6
giri per ogni giro della ruota R1: ciò significa che il pignone P2
effettua 12,5 x 10 = 125 giri per ogni giro della Ruota Magistra Rm.
Poiché questa effettua 1 giro ogni 3 ore, ossia 8 giri nelle 24 ore, il
pignone P2 ne effettua 125 x 8 = 1.000 giri al giorno.
Il pignone P2 è solidale con la ruota dello scappamento Rs che,
quindi, deve compiere anch'essa 1.000 giri al giorno. Poiché la
ruota Rs ha 32 perni che ingranano sull'ancora oscillante As, ogni
giorno l'ancora viene a contatto con i perni 1.000 x 32 = 32.000
volte. Poiché, come spiegato parlando del treno della suoneria,
l'ancora permette lo spostamento di un dente ad ogni semiperiodo
del pendolo, il pendolo deve effettuare 16.000 oscillazioni al giorno,
ossia un'oscillazione ogni 5,4 secondi.
L'azionamento del treno della suoneria avviene tramite il
meccanismo di sgancio B1: la Ruota Magistra Rm è dotata di 3
coppie di perni che, impegnando periodicamente l'indice del
meccanismo di sgancio, lo fanno ruotare quanto basta a liberare il
treno della suoneria. Poiché la Ruota Magistra compie 1 giro ogni
tre ore, le coppie di perni provocano lo sgancio del treno della
suoneria ogni ora.
192
Nell'esempio, i perni sono a coppie per consentire di battere le ore
2 volte consecutive a qualche minuto di distanza: questa suoneria
si chiama "con ribotta" o "alla lombarda". Se esistesse un solo
perno, anziché una coppia, l'orologio batterebbe le ore una sola
volta.
193
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Treno della Suoneria
Il treno della suoneria ha due compiti: battere le ore con rintocchi
correttamente cadenzati e batterne un numero corrispondente
all'ora segnata dalla lancetta sul quadrante dell'orologio. Anche in
questo caso la forza motrice viene fornita dal peso Ws che,
attraverso la fune, tende a far ruotare il tamburo Ts. Questo è
collegato a due ruote: la Ruota della Suoneria Rs e la piccola ruota
R3 che, a sua volta, ingrana la dentatura interna della Ruota
Partitora Rp.
La Ruota della Suoneria Rs ha 15 pioli che, ruotando, muovono
l'asta imperniata M che, tirando una fune, batte il martello della
campana. Come per il treno del tempo, se il tamburo fosse libero di
ruotare sotto il traino del peso, la fune si svolgerebbe in pochi
secondi. Il treno della suoneria, però, non ha
funzionamento continuo: il tamburo gira solo quando vengono
battute le ore e, per muovere il martello che batte la campana, deve
sviluppare una forza maggiore e, dunque, girare più velocemente.
Inoltre, pur richiedendo una certa costanza nella velocità, non
necessita della precisione del treno del tempo.
La regolazione della velocità avviene, perciò, con un meccanismo
indipendente dal pendolo: la Ruota della Suoneria Rs ha 75 denti
ed ingrana il pignone P3, che ne ha 10 e, quindi, effettua 75/10 =
7,5 giri per ogni giro della ruota Rs. Il pignone P3 è solidale con la
ruota R4, che ha 80 denti, che a sua volta ingrana il pignone P4,
che ha 8 denti e, quindi, effettua 80/8 = 10 giri per ogni giro della
ruota R4.
Il pignone P4 è solidale con la ventola V che, quindi, effettua 10 x
7,5 = 75 giri ad ogni giro della Ruota della Suoneria Rs e, quindi,
del tamburo Ts.
La ventola è formata da un asse cui sono fissate due pale
perpendicolari alla direzione della rotazione: queste, ruotando,
producono attrito con l'aria e, quindi, fungono da freno
aerodinamico, sviluppando una forza contraria alla rotazione
stessa. Il rapporto tra la forza sviluppata dal peso che trascina il
tamburo e la forza contraria sviluppata dalla ventola determina la
velocità alla quale ruota l'intero sistema. La regolazione avviene
aumentando o diminuendo la superficie delle pale della ventola. In
questo modo è soddisfatta la prima condizione, ossia il corretto
cadenzamento dei rintocchi.
Il numero dei rintocchi battuti consecutivamente è determinato dalla
Ruota Partitora Rp. Questa ha una struttura particolare: un lato
della corona circolare è dentato, l'altro ha un certo numero di
tacche,
196
dislocate secondo una precisa sequenza. Il lato dentato può
essere sia interno che esterno: nel caso di questo orologio i denti
sono disposti internamente.
Lo sgancio della suoneria B1 possiede due denti D1 e D2: in
condizioni di riposo il dente D2 è incastrato in una delle tacche della
Partitora e D1 è incastrato in una delle due tacche del cardioide Cs,
che è solidale al pignone P3 a sua volta, come già detto, ingranato
alla Ruota della Suoneria Rs. Il dente impedisce al cardioide di
ruotare, e quindi anche la Ruota della Suoneria viene tenuta ferma.
Quando, una volta ogni ora, uno dei perni della Ruota Oraria Ro
solleva lo sgancio della suoneria, il dente D1 si disimpegna dalla
tacca del cardioide e, quindi, il treno della suoneria inizia a ruotare.
Il tamburo, oltre alla Ruota della Suoneria Rs, mette in rotazione
anche la Partitora Rp, tramite la piccola ruota R3: ruotando, la
Partitora sposta la tacca rispetto al dente D2, che viene mantenuto
sollevato dalla circonferenza esterna della Partitora stessa.
Quando, durante la rotazione della Partitora, il dente D2 incontra
un'altra tacca, lo sgancio della suoneria si riporta in posizione di
riposo, ed il dente D1 impegna di nuovo una tacca del cardioide Cs,
che viene nuovamente bloccato e, quindi, ferma l'intero treno della
suoneria. Poiché la Partitora gira insieme alla Ruota Oraria, è
chiaro che il numero di rintocchi che questa batte è proporzionale
alla distanza tra le tacche sulla sua circonferenza: dato che la
suoneria ha, come detto prima, la ribotta, la Partitora deve essere
strutturata per suonare due volte tutte le ore e,
quindi, presentare teoricamente 24 tacche.
Il meccanismo di sincronizzazione avviene nel seguente modo. La
Ruota della Suoneria Rs ha, in questo orologio, 15 perni che
muovono il martello, ed altrettanti denti ha la ruota R3 che muove la
Partitora Rp:
questa, quindi, ruota di un dente ad ogni rintocco, mantenendo lo
spostamento delle tacche sulla circonferenza esterna sincronizzato
con la sequenza dei rintocchi. Il cardioide Cs, a sua volta, essendo
solidale al pignone P3, compie 7.5 giri ad ogni giro della Ruota
della Suoneria: poiché ha due tacche opposte, presenta una tacca
in corrispondenza del dente D1 per 15 volte ad ogni giro della
Ruota della Suoneria, restando anch'esso sincronizzato con la
sequenza dei rintocchi.
La Partitora deve effettuare un giro completo nelle 12 ore, per
consentire al treno della suoneria di battere tutte le ore. Essendo
questa una suoneria con ribotta, i rintocchi totali sono 1 + 1 + 2 + 2
+...........+ 11 + 11 + 12 + 12.
Facendo la somma, si ottengono 156 rintocchi. Poiché, come
abbiamo visto, ad ogni rintocco corrisponde l'avanzamento di un
dente, la Partitora deve avere 156 denti.
197
La posizione delle tacche sulla circonferenza della Partitora
corrisponde alla sequenza dei rintocchi e, quindi, ad uno dei denti
della corona interna: per fare un esempio, la tacca delle 10 si trova
10 denti dopo la tacca delle 9, sempre ricordando che le ore sono
ripetute a breve distanza, quindi esistono sempre coppie di tacche
alla stessa distanza una dall'altra. Le due tacche che battono l'una
sono, quindi, affiancate e formano, insieme alla seconda tacca delle
12, un'unica tacca larga apparentemente come tre tacche normali.
Nel caso della suoneria in 6, il ciclo viene completato 4 volte
nell'arco della giornata, e le tacche non saranno 11 bensì 5
(sempre pari al numero di colpi massimi meno 1).
198
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Ruota Partitora
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Ruota Partitora
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Ruota Partitora
Tipi Fondamentali di Scappamento
Lo scappamento è la parte del meccanismo che media tra la forza
traente fornita dal motore ed il freno al movimento provocato dal
regolatore, ossia quella che deve far sì che la velocità del treno del
tempo sia costante e definita: in breve, deve garantire la regolarità
di funzionamento dell'orologio.
Sin dall'inizio dell'orologeria meccanica, sono stati realizzati molti
tipi di scappamento, alcuni geniali ed altri inutilmente complicati, ma
tutti volti a garantire da una parte la precisione, e dall'altra
l'isolamento meccanico tra il motore ed il regolatore.
L'avvento del pendolo, con le sue oscillazioni ridotte e la grande
precisione di oscillazione, poi, ha prodotto la nascita di nuove
famiglie di scappamenti, pensati principalmente per la pendoleria e
202
gli orologi da tasca, ma che hanno trovato applicazione anche nelle
grandi macchine da torre.
Benché anche in queste siano stati realizzati scappamenti di ogni
tipo, a volte assolutamente originali, la massima parte degli orologi
da torre è dotata di quattro tipi di scappamento: verga, ancora a
rinculo, ancora di Graham, chevilles.
Lo scappamento a verga è il più antico, e la sua struttura è
funzionale alle oscillazioni molto ampie compiute dai regolatori
utilizzati sino all'avvento del pendolo, sia che si trattasse di foliot
che di bilanceri a corona.
Il meccanismo è composto dalla ruota Caterina R e dalla verga a
palette V. La ruota Caterina ha forma di corona, con denti di sega
appuntiti in numero dispari, ed è collegata alla ruota magistra; la
verga è un asse, normale alla ruota R, che porta ad un'estremità il
regolatore e sul fianco due palette divaricate P1 e P2.
Nella figura si vede il dente d che spinge la paletta P1 che, di
conseguenza, ruota la verga; ad un punto della rotazione, il dente
scappa dalla paletta, ma la paletta P2 incontra il dente e, al lato
opposto della ruota R. La paletta P2, spinta dall'inerzia del
regolatore, causa inizialmente un rinculo della ruota R, spingendo
contro il dente e. A questo punto, il regolatore è giunto al termine
dell'oscillazione e si dispone a muoversi in senso inverso: il dente e
preme sulla paletta P2 ed imprime alla verga V una rotazione
inversa, dando l'impulso necessario a far invertire l'oscillazione del
regolatore.
Con l'avvento del pendolo, lo scappamento a verga è stato adattato
ai ridotti angoli ed ai più brevi periodi di oscillazione del regolatore;
tuttavia, il forte rinculo causato dalle palette è risultato fortemente
perturbante nei confronti del pendolo, per cui il sistema è stato
quasi totalmente abbandonato a favore degli scappamenti ad
ancora.
Il primo scappamento ad ancora che si è diffuso sugli orologi da
torre è detto ancora a rinculo. L'ancora S, che oscilla sull'asse V
collegato al pendolo, riceve un impulso, fornito dal dente a della
ruota R, che spinge contro il piano inclinato A; quando il dente ha
percorso tutto il piano inclinato, scappa ed il dente b cade in arresto
contro il piano inclinato B. A questo punto, a causa del pendolo che
termina il periodo di oscillazione, la ruota riceve un rinculo tramite
l'accoppiamento b-B, dopo di che il dente b fornisce all'ancora un
impulso in senso contrario, l'ancora ruota in senso opposto,
invertendo l'oscillazione del pendolo, ed il dente c si arresta contro
il piano A, ricevendo un rinculo e ricominciando l'oscillazione
inversa.
Il rinculo, tuttavia, è deleterio per la regolarità di funzionamento del
pendolo che, in teoria, dovrebbe oscillare liberamente e non avere
203
alcuna connessione con gli altri meccanismi. Per eliminare il
rinculo, è
necessario far sì che, nell'arco supplementare compiuto del
regolatore dopo l'arresto del dente, lo scorrimento relativo del dente
stesso e del piano inclinato dell'ancora avvengano senza
movimento retrogrado della ruota, ossia mantenendo la ruota a
riposo.
L'ancora di Graham possiede questa caratteristica. Le superfici di
riposo s ed e, contro cui si arrestano i denti della ruota R, sono
tracciate lungo una circonferenza che ha il centro sul perno di
rotazione V dell'ancora S, e che passa per il centro della ruota R e
per la punta del primo dente a sopra quello posto a 90 gradi rispetto
alla congiungente i due centri.
Nella figura, il dente a è a riposo contro la leva d'ingresso e ed il
dente c è appena scappato dalla leva di uscita s: i denti della ruota,
appoggiati ad una o all'altra leva, restano immobili durante l'arco
supplementare del pendolo, eliminando quindi il rinculo.
All'oscillazione inversa, il dente a spinge l'ancora, che oscillando
scappa ed il dente b cade sulla leva di uscita s, dando poi un
impulso in senso contrario.
Lo scappamento a chevilles è ancora più semplice e meno critico
dell'ancora di Graham, non richiedendo altrettanta precisione nella
generazione delle superfici di riposo. Nella figura, la caviglia c
appoggia sulla superficie di riposo s, mentre l'ancora oscilla verso
sinistra, permettendo alla caviglia di scappare ed
alla ruota R di ruotare, sino a che la caviglia successiva b incontra
la superficie di riposo e. Giunto al termine dell'arco supplementare,
il pendolo si dispone ad invertire l'oscillazione e la caviglia b
fornisce una spinta alla superficie e, spingendo l'ancora in senso
opposto e, quindi, il pendolo nella nuova direzione. A questo punto,
il dente b scappa dalla superficie e, e la caviglia a cade sulla
superficie s, ricominciando il ciclo. Si vede come l'arco di rotazione
della ruota R è diverso tra la caduta della caviglia su e la caduta su
s: per questa marcata asimmetria di rotazione, lo scappamento a
chevilles è adatto solo a grandi orologi.
204
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206
Tipi Fondamentali di Suoneria
Come per i regolatori, anche le suonerie sono state, nella storia
dell'orologeria, campo di invenzioni e sperimentazioni di ogni
genere e foggia, sia per quanto riguarda gli orologi da torre, che per
le pendole e gli orologi da tasca. Tuttavia, benché anche in questa
raccolta si trovino esempi di suonerie particolari, la massima parte
degli orologiai da torre sono rimasti fedeli a due tipologie
fondamentali: quella a Ruota Partitora e quella a Chiocciola e
Rastrello.
Del funzionamento della suoneria a Partitora si è già parlato nel
capitolo precedente, portando il caso pratico di un orologio
esistente. In generale, benché possano essere cambiate le
modalità di sgancio della suoneria da parte del treno del tempo e la
cinematica dei leveraggi di sblocco, questo sistema è
sopravvissuto inalterato dai primi orologi da torre sino all'inizio del
XX secolo, soprattutto in area inglese e germanica.
Dal punto di vista meccanico, la Ruota Partitora non deve subire
sforzi, ma essere solo l'organo di comando della ripetizione dei
207
tocchi: ciò in quanto non è possibile fissarla troppo rigidamente al
proprio asse, dato che deve poter essere smontata per rimetterla a
tempo in caso di arresto dell'orologio.
Esistono due configurazioni fondamentali di Partitora: quella a
tacche esterne e quella a tacche interne. Nel primo caso, lo
sgancio ed il relativo moto alternato avvengono tramite una leva
imperniata lateralmente e, spesso, solidale al dente di arresto della
suoneria. Nel secondo caso, lo sgancio avviene mediante un
chiavistello che si alza e si abbassa internamente alla Partitora,
comandato da un eccentrico collegato all'asse della Ruota della
Suoneria. Il rapporto di trasmissione tra l'asse e l'eccentrico è tale
da far compiere un movimento alternativo completo al chiavistello
per ogni avanzamento di un dente della Partitora.
La Ruota Partitora ha il grande vantaggio di poter comandare
suonerie molto complesse senza aumentare la complicazione del
meccanismo, consentendo anche di suonare due campane senza
la necessità di un secondo treno della suoneria. L'unico limite è il
diametro richiesto per poter sistemare lungo la circonferenza tutti i
settori e le tacche necessari.
Per realizzare una Partitora che suoni le ore in dodici ed i quarti,
senza ripetizione delle ore, sono necessari (1 + 2 + 3) x 12 = 72
settoriperiquarti,più1+2+3+......+11+12=78settoriperle
ore, per un totale di 150 settori pari a 2,4 gradi di circonferenza: un
valore ancora accettabile. Non sarebbe possibile realizzare una
singola Partitora che suoni i quarti con la ripetizione delle ore, in
quanto servirebbero 78 x 4 + 72 = 384 settori, pari a meno di 1
grado di circonferenza.
Per fare un esempio pratico di Partitora complessa, vediamo una
suoneria in dodici con ribotta in sei e mezze con doppio rintocco e
ripetizione delle ore in sei, su due campane.
Questa definizione indica che l'orologio, che ha il quadrante in 12,
suonaleoreda1a12,malaribottavienesuonatain6+6ele
mezze ore vengono suonate prima battendo le ore in 6 + 6, seguite
da un doppio colpo della seconda campana per indicare la
mezz'ora.
Il cambio di campana viene attuato mediante perni posti sulla
corona della Partitora, in corrispondenza delle tacche
corrispondenti al doppio tocco delle mezze, che azionano un
leveraggio che, a sua volta, trasla i martelli delle due campane,
disimpegnando dalla Ruota della Suoneria quello delle ore ed
impegnando quello delle mezze. Un ulteriore meccanismo ad
eccentrico provvede, prima dello scoccare dell'ora successiva, a
riportare i martelli nella posizione iniziale.
A fronte di una rimarchevole semplicità di progetto e realizzazione,
la Ruota Partitora presenta due importanti difetti: l'impossibilità di
208
ripetere le ore senza moltiplicare i settori totali per il numero delle
ripetizioni e la necessità di disimpegnarla dal treno della suoneria e
ruotarla manualmente per rimettere la suoneria in fase con il
quadrante dopo un fermo dell'orologio.
Questi difetti sono stati completamente superati dalla suoneria a
Chiocciola e Rastrello, che ha la caratteristica di suonare sempre le
ore indicate dalla lancetta sul quadrante, in qualunque momento
durante lo scorrere dell'ora e di seguire automaticamente
l'eventuale aggiustaggio della lancetta. Per contro, non è possibile
realizzare suonerie complesse come quella descritta prima, se non
moltiplicando il numero di Chiocciole e Rastrelli, e
conseguentemente di treni della suoneria.
Negli orologi piani prodotti dall'ultimo quarto del XIX secolo, le
mezze ore sono ottenute, molto spesso, ponendo dei perni
direttamente sulla Ruota Magistra, in numero pari al doppio delle
ore in cui la ruota compie una rivoluzione. Ovviamente, poiché la
sequenza dei martelli delle campane è completamente separata
dalla sequenza del Rastrello, risulta molto più semplice applicare
agli orologi suonerie complesse, sino a giungere a grandi carillon a
più motivi, senza aumentare significativamente la complicazione
meccanica.
Per contro, la suoneria a Chiocciola e Rastrello è più complessa
della suoneria a Ruota Partitora, e richiede una fase di
preparazione, precedente all'attivazione della sequenza vera e
propria. Il rastrello R è costituito da un settore di corona circolare,
che può ruotare intorno al proprio centro Ro, solidale con un
prolungamento del raggio, terminante in una caviglia Rc. Sul
rastrello sono incisi almeno 13 denti di sega uguali tra loro. La
caviglia è tenuta premuta, per gravità o tramite una molla, contro la
chiocciola C, imperniata su un asse che compie una rotazione ogni
12 ore. La chiocciola ha la forma di una spirale a 12 gradini, che si
allontanano dal centro di una distanza fissa, ognuno occupante lo
stesso angolo di 30 gradi.
La distanza tra un gradino e l'altro è tale che, cambiando il gradino
di appoggio, la caviglia Rc fa ruotare il rastrello esattamente di un
dente. La posizione della chiocciola C è tale che, in corrispondenza
di ogni cambio d'ora, la caviglia scende di un gradino, sino a
giungere al più interno allo scoccare delle 12. Il rastrello R è
trattenuto da un arpione Ar, che si diparte dalla leva La, che a sua
volta riposa, all'estremo opposto rispetto alla propria cerniera,
sull'estremità superiore della leva angolare Ls. La stessa estremità
porta un dente di arresto posteriore che, quando la leva Ls è a
riposo, impedisce la rotazione della ruota Rs, facente parte del
treno della suoneria, bloccandone il piolo P1: tale piolo aziona,
quando la ruota è libera, la leva collegata al martello della suoneria.
209
La ruota Rt, collegata al treno del tempo, ha un piolo P2 che, poco
prima dell'attivazione della suoneria, solleva la leva Ls che, a sua
volta, libera l'arpione Ar che lascia cadere il rastrello sino a che la
caviglia Rc si appoggia alla chiocciola C, causandone una
rotazione pari a tanti denti quante sono le ore da suonare.
La ruota Rp, sincrona alla ruota Rt, porta coassialmente un
rocchetto ad un dente P, detto pescatore, che ingrana nei denti del
rastrello: ad ogni giro della ruota, il pescatore solleva il rastrello di
un dente, mentre l'arpione Ar provvede, incastrandosi nel dente, ad
impedire la ricaduta del rastrello. Poiché ad ogni giro del pescatore
P corrisponde un giro della ruota Rt, quindi un colpo di martello, ne
consegue che ad ogni dente del rastrello corrisponde un tocco di
campana: dato che il rastrello è caduto di tanti denti quante sono le
ore, si ottiene che la suoneria batta sempre tanti colpi quante sono
le ore indicate sul quadrante.
Quando il rastrello è completamente risalito, una caviglia posta alla
sua estremità blocca il pescatore P, che a sua volta ferma la ruota
Rp, la ruota Rt e, in conclusione, il treno della suoneria, riportando
il sistema alla posizione iniziale.
La rotazione della chiocciola può avvenire sia per calettamento
diretto sull'asse delle ore, sia in modo disaccoppiato, tramite la
stella A, coassiale e direttamente accoppiata alla chiocciola. La
stella viene spinta da un piolo P3 calettato sulla ruota Rs che,
essendo collegata con rapporto 1:1 alla ruota Rt, compie un giro
ogni ora. Il piolo, tuttavia, non riesce a far compiere alla stella tutta
la necessaria rotazione di 30 gradi ma, una volta che l'altra punta
della stella ha superato l'angolo del salterello F, questo, che è
premuto verso l'alto da una molla, provvede a far completare la
rotazione alla stella.
Quello descritto è il funzionamento del tipo più semplice di suoneria
a Chiocciola e Rastrello. Nel tempo, sono state realizzate molte
variazioni sul tema, anche con soluzioni ingegnose e complesse,
ma il principio di funzionamento non si discosta da quello originale.
210
Rastrello
211
Rastrello
Articolo estratto dal Catalogo del Museo Arte Tempo di Clusone,
ed. Skira, per cortese concessione degli autori.
212
ELENCO DEGLI OROLOGI A SEI ORE
(in ordine alfabetico per comuni)
Sono elencati solo gli orologi che mostrano un quadrante a sei ore che sia
ancora visibile e riconoscibile. Si è fatta unica eccezione per l’orologio del
Collegio Romano il quale, sebbene non mostri alcun segno, è stato tra i più
importanti orologi a sei ore di Roma.
1. Acerenza (PZ)
2. Acquafondata (FR)
3. Allumiere (RM)
4. Amelia (Terni)
5. Ancona
6. Ancora, Abbazia di Chiaravalle
7. Arpino (FR)
8. Arrone (TR)
9. Avella (AV) fraz. Purgatorio
10. Borgo Velino (Rieti)
11. Brisighella (RA)
12. Calcara (BO)
13. Calcata (VT), Torre
14. Campagnano (Roma)
15. Cancellara (Potenza)
16. Capena (RM)
17. Caprarola (VT)
18. Casperia (RI)
19. Castel Gandolfo (RM), Palazzo Pontificio
20. Castel San Niccolò (AR)
21. Castro dei Volsci (FR)
22. Certeveteri (RM) Torre civica
23. Certeveteri (RM) Torre civica
24. Cesa (CE)
25. Città Ducale (Rieti) Fraz. S. Rufina, chiesa
26. Collalto Sabino (RI)
27. Collepardo (FR), Certosa di Trisulti
28. Collepardo (FR), Chiesa di S. Salvatore
29. Collescipoli (Terni)
30. Falconara Marittima (AN) Fortezza Rocca Priora
31. Fano (PS)
213
32. Firenze, chiostro nei perssi del Campanile di Giotto
33. Fontecchio (AQ)
34. Forli del Sannio (IS),
35. Frascati (RM) Cattedrale S. Pietro
36. Frascati (RM) Cattedrale S. Pietro (secondo quadrante)
37. Fumone (FR)
38. Loreto (AN)
39. Mercato S. Severino (SA)
40. Monte San Martino (MC)
41. Montecatini alto (PT)
42. Monte Porzio Catone (Roma)
43. Monte Porzio Catone (Villa Lucidi)
44. Montevettolini (PT)
45. Napoli, Basilica S. Maria della Sanità
46. Napoli, Certosa di San Martino
47. Napoli, Chiesa dei Gerolamini
48. Napoli, Chiesa di S. Maria del Soccorso all’Arenella
49. Napoli, Chiesa Santa Maria di Montesanto
50. Napoli, Complesso Spirito Santo,
51. Napoli, Università Federico II, cortile
52. Napoli, Capri, Anacapri, Chiesa di Santa Sofia
53. Napoli, Sant’Agata dei Due Golfi (NA).
54. Orciano di Pesaro
55. Perugia
56. Prossedi (LT)
57. Rignano sull’Arno (FI)
58. Roma, Basilica di San Pietro (interno)
59. Roma, Chiesa di S. Maria dell’Orto in Trastevere
60. Roma, Collegio Romano
61. Roma, Conv. Minimi S. Francesco di Paola
62. Roma, Ospedale di S. Spirito, Palazzo del Commendatore
63. Roma, Palazzo Rondinini al Corso
64. Roma, Quirinale
65. Roma, S. Maria di Galeria, borgo. Casale Celsano (1°)
66. Roma, S. Maria di Galeria, borgo. Casale Celsano (2°)
67. Roma, Università cattolica del Sacro Cuore, chiesa
68. San Felice Circeo (LT)
214
69. San Gemini (TR)
70. San Severino Marche (MC)
71. Sarno (SA), Santuario S. Francesco
72. Segni (RM)
73. Subiaco (RM) Torre Abbaziale (primo quadrante)
74. Subiaco (RM) Torre Abbaziale (secondo quadrante)
75. Subiaco (RM), Cattedrale
76. Sutri (VT)
77. Tolentino (MC)
78. Torre Orsina (TR)
79. Urbino, Calduca di Urbino
80. Veroli (FR), Chiesa S. Andrea (orologio interno)
81. Vico nel Lazio (FR)
82. Villa Santo Stefano (FR)
83. Vilminore (BG), Fraz. Pianezza
Nella figura si vede una straordinaria rappresentazione
dell’orologio a sei ore, artisticamente eseguito con i resti di ossa
umane, nella Cripta dei Cappuccini, Chiesa dell’Immacolata in Via
V. Veneto, 27, presso i Frati Cappuccini in Roma. Fino al 1870 in
questa cripta vi furono sepolti i frati Cappuccini. Dalla metà del
1700 l’ossario venne trasformato in un’opera d’arte come si vede
215
adesso. Il quadrante a VI ore, con la singola sfera centrale, non
funzionante, è da intendere, ovviamente, come in una rappresenta-
zione filosofica del tempo, insieme ad altri disegni simili di
strumenti per la misura del tempo, come la clessidra. Ma esso
testimonia anche l’uso comune dell’orologio meccanico ad ore
Italiane nel periodo in cui l’ossario fu trasformato.
Un orologio a sei ore in una località toscana non identificata
L’OROLOGIO A SEI ORE DI VEROLI
A Veroli, in provincia di Frosinone, esiste un esemplare di
orologio a sei ore forse unico in Italia, almeno nella sua
tipologia stilistica barocca. Si tratta di un orologio per interno,
di quelli utilizzati dai canonici per il richiamo dei propri uffici
religiosi. Di questa tipologia ne esiste forse un altro di grande
importanza per la sua collocazione, ed è quello che si trova
dentro la basilica di San Pietro a Roma, sebbene lo stile sia
diverso. Questo di Veroli è un esemplare concepito in pieno
stile barocco. Il quadrante è semplice, con i numeri romani da
I a VI, i gigli per i quarti e i punti per le suddivisioni interne.
La lancia è davvero singolare in quanto è stata forgiata a
forma di pesce squamato, con tanto di testa, pinne e coda! Il
quadrante è sorretto da due angioletti o amorini in una
pregevole e graziosa cornice di stucco in gran stile barocco. Si
trova nell’angolo alto della navata centrale dietro al palco che
216
ospita il grande organo a canne, in un angolo piuttosto buio
della chiesa. Forse un tempo era illuminato, in quanto la luce
del sole che penetra dal grande rosone non può arrivare ad
illuminare il quadrante in modo diretto il quale resta piuttosto
in ombra e la lettura non è certamente agevolata e facile.
Tutte le foto sono di Nicola Severino.
In alto, in semi buio, si scorge il quadrante sorretto dagli amorini.
217
218
Dettaglio del quadrante e la lancia a forma di pesce
219
TIPOLOGIE DELLA SFERA
NEGLI OROLOGI A SEI ORE
iporto qui di seguito una carrellata di piccole immagini che
i
d una lavorazione artistica rilevante,
iù
R
rendolo l’idea delle forme che ha assunto nel tempo la sfera
indicante le ore negli orologi ad ora italica con numerazione
romana da I a VI. Si può vedere che esistettero alcune
tipologie che probabilmente furono in voga durante il periodo
in cui questo tipo di orologio si sviluppò: la più semplice, per
esempio la freccia stilizzata, o una semplice lancetta senza
decorazioni, forse può essere il modello primitivo, come
testimoniato anche dall’orologio di S. Maria dell’Orto in
Trastevere, sebbene il modello decorativo proposto da
Borromini fosse molto più complesso, essendo costituito da
un cuore, una freccia che lo attraversa e da un sole raggiante.
Un altro modello che ebbe successo, ritrovandosi in divers
esemplari, è quello della sfera centrale costituita da un sole
raggiante e da una freccia di ferro battuto ed artisticamente
lavorata. Di epoca più tarda forse sono le sfere costituite da
una freccia composta da una mezzaluna nella parte posteriore,
da una sfera centrale e dalla freccia. Tra i modelli più
utilizzati però vi è il sole raggiante centrale da cui parte una
freccia che indica l’ora.
In diversi casi si assiste a
sia nell’arte del ferro battuto ad intrecci di tipo arabo-
bizantino, sia nella stilizzazione zoomorfa, come il corpo del
serpente che avvolgendosi attorno al centro dell’orologio
forma il cerchio centrale in cui è imperniata la sfera stessa.
La sfera dell’orologio di Veroli è sicuramente tra le p
curiose ed insolite (si veda l’immagine in dettaglio a pag.
222).
220
Le immagini delle d
ni storiche di Borromini
SFERE SEMPLICI COSTITUITE DA UNA FRECCIA
ecorazio
SFERE CON SOLE RAGGIANTE CENTRALE E FRECCIA
Immagine storica
SFERE CON CORPO CENTRALE SF RICO E FRECCIA
E
221
Immagine storica
SFERE CON MEZZALUNA POSTERIORE
SFERE LAVORATE A FORMA DI SERPENTE E ZOOMORFE
Immagine storica
Qui affianco, una
sfera dorata lavorata
artisticamente in
modo diverso.
L’INSOLITA SFERA DELL’OROLOGIO A SEI ORE DI VEROLI
222
Bibliografia
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importanti sistemi orari del passato (in due parti), in Gnomonica Italiana,
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Anonimo, Confronto dell’ore all’uso comune d’Europa con l’ore all’uso
d’Italia esposto in dodici tavole, Firenze, 1750
Effemeridi Letterarie di Roma, Roma 1790
223
Subiaco. Torre Abbaziale. Foto di Valeria Procaccianti
224
La meridiana di Fiuggi, realizzata dopo l’abbandono
dell’antico sistema Italiano, riporta, come molte altre, la
dicitura “ORARIO EUROPEO”. Foto di N. Severino del
1989, prima del recente restauro.
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